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Lorenza Ghinelli, "Almeno il cane è un tipo a posto"

17 Agosto 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Lorenza Ghinelli

Almeno il cane è un tipo a posto

Rizzoli Best Bur , 2015– Euro 11,50 – Pag. 270

 

Galeotta Festambiente, località Rispescia, dalle parti di Grosseto, dove incontro il libro e ritengo che sia adatto per mia figlia, che ha soltanto undici anni. In realtà, mi accorgo quasi subito, per lei è un po’ complesso, l’età giusta per leggere il romanzo sarebbe dai 13 anni in poi, senza un limite estremo, ché va bene pure per un adulto. Poco male, ci sono abituato a leggere libri ad alta voce, mi piace pure, finisce che poco per volta glielo leggo io e lei mi aiuta; dopo aver letto tutto Roald Dahl, faccio il bis, e Lorenza Ghinelli mica ci sfigura.  Almeno il cane è un tipo a posto è un romanzo appassionante, scritto con stile impeccabile, rapido e guizzante; ci si appassiona alle vicende che si svolgono in un palazzo e vedono impegnati adulti immaturi, adolescenti nerd, bambini che scrivono un diario, vicini di casa insoliti e bulletti da strapazzo. Tutti tipi strani costellano il romanzo di Lorenza, a parte il cane come dice il titolo, ma la particolarità - complessa e originale al tempo stesso - sta nella bravura che l’autrice dimostra nel gestire le diverse prime persone. Il romanzo, infatti, è tutto narrato in prima persona, ma ogni capitolo rappresenta la voce di un diverso narratore, e la storia si sviluppa tenendo conto di molti punti di vista. Non è per niente facile, soprattutto farlo in questo modo, cioè rendendo il romanzo godibile e fresco, in modo tale che anche una bambina di undici anni si entusiasma e pretende prima possibile una nuova lettura. Tra le pagine del libro c’è tutto quel che serve per far appassionare un adolescente, un preadolescente e pure un vecchietto come me che ha sospeso la rilettura di Proust per leggere a voce alta un bel romanzo per ragazzi. Troviamo il problema del bullismo, l’omosessualità femminile, i pregiudizi di ogni tipo, i ragazzini smanettoni, i rapporti familiari precari tra genitori in odor di divorzio e figli che soffrono, due fratelli che si odiano e che si amano. Insomma, personaggi ben descritti, mai monodimensionali, che ti fanno parteggiare per loro e stare in ansia per le sorti dei più deboli. Persino i bulli non sono cattivi tout court, perché il personaggio di Vito - picchiato e vessato da un padre ubriacone - presenta le sue brave giustificazioni per un comportamento deviato ed è comunque capace di sentimenti. Il mio personaggio preferito è Margot che avrebbe meritato un romanzo epistolare a parte, perché il diario di Margot è esilarante, in una parola racconta il mondo visto da una ragazzina di undici anni. Magari ho dato un’idea a Lorenza. Dimenticavo, non è il primo romanzo che leggo della Ghinelli, conobbi la sua scrittura e mi accorsi delle sue grandi capacità sfogliando un dattiloscritto che subito dopo pubblicai con Il Foglio Letterario. Un milione di anni fa, credo. Quel libro si chiamava Il divoratore, poi Lorenza è stata finalista al Premio Strega e adesso pubblica con Rizzoli. Insomma, di acqua sotto i ponti ne è passata, non invano, per fortuna. Mi fa piacere pensare di aver contribuito - anche se in maniera piccolissima - a far sbocciare un talento della narrativa italiana contemporanea. Nessuno me ne darà merito, lo so, ma intanto consiglio questo romanzo, tra i più straordinari e intensi che abbia letto negli ultimi anni. Dramma, noir, commedia, disagio sociale, troverete di tutto. E non ve ne pentirete.

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Antonella Di Martino, "Una famiglia bellissima"

14 Agosto 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni

 

 

 

Una famiglia bellissima

Antonella di Martino

 

Eclissi, 2016

 

 

 

Che cos'è la normalità?

È un ideale inarrivabile. Un modello fornitoci dalla società imperante, al quale essa ci chiede di attenerci pur sapendo che, per forma, peso, attitudini, costumi, vizi mentali, personalità nessuno mai vi riesca a rientrare perfettamente.

Per di più la normalità è soggetta a continui cambiamenti, che, pur lentissimi, sembrano proporre una riedizione del vecchio paradosso di Achille e la tartaruga, in cui l'individuo fa una fatica ulteriore a raggiungere e acconguagliarsi alla norma prefissata per via dei seppur minimi spostamenti di questa sempre un po' più in là.

Ecco, la normalità, come la si accetti o come la si rifugga sono i temi centrali dell'interessante romanzo della Di Martino Una famiglia bellissima, edito da Eclissi.

L'autrice lavora sui cliché, nel tentativo di scardinarli piuttosto che di confermarli. A cominciare dal capofamiglia, un alto-borghese illuminato che detesta razzismo e arretratezze culturali ma che, nel volgere del testo, si dimostrerà forse ancora più retrivo di coloro che a parole stigmatizza (questo ci ricorda per esempio l'alta moralità di quel manipolo di intellettuali progressisti, in pubblico sostenitori indefessi dell'immigrazione di massa, che tuttavia alzarono le barricate in tutta fretta non appena fu anche solo ventilata la possibilità di dirottare alcuni richiedenti asilo presso un albergo di Capalbio, loro consueto comune dorato ritrovo…).

Il pater familias Ottaviano si sforza di salvaguardare con ogni mezzo l'immagine perfetta che il proprio nucleo familiare trasmette all'esterno: belli, ricchi, realizzati, colti, dotati di buon gusto, lui, la moglie e il figlio adolescente Massimiliano vivono in una grande villa, attorniati da tutti i comfort. Ma, com'è facile prevedere in questi casi, il quadretto da spot della Barilla comincia a scricchiolare sinistramente sin dalle prime pagine.

Questo perché la famiglia Oderico nasconde qualcosa. Il classico scheletro nell'armadio? Quasi, solo che qui non si tratta di un armadio, bensì di un bunker hi-tech nascosto nel seminterrato della villa, e lo scheletro ha ancora attaccati alle ossa muscoli, tendini, organi vari e cute, a sua volta interamente ricoperta di una fitta peluria rossiccia.

Eh sì, chi si agita nei sotterranei di casa è in realtà un freak in piena regola, ossia un anormale: in altre parole, ciò che c'è di più lontano dalla norma costituita. È per questo che, in barba ai proclami liberal, viene tenuto segregato, lontano dagli occhi del mondo, come un segreto di cui vergognarsi.

C'è da dire che in questo romanzo, nonostante le apparenze, nessuno in realtà è normale in senso stretto: non lo è Jamal, amico e coetaneo di Massimiliano, a causa delle origini nordafricane che lo rendono in qualche modo estraneo al contesto in cui vive, non lo è la nonna, che per l'età l'assetto sociale tende a relegare ai propri margini, non lo è la madre, ipersensibile e facile ai cali depressivi, men che meno lo è Ottaviano, che occulta fatti imbarazzanti collegati sia al passato della famiglia d'origine che al suo patrimonio genetico.

Ottaviano Oderico pretende che tutti quanti recitino la propria parte, secondo un copione ipocrita e socialmente accettabile, eppure non è l'unico a voler rientrare così ossessivamente entro le convenzioni dettate dalla società. Anche il mostro rinchiuso nella cantina della bella villa anela a una vita qualunque. Perché la normalità, oltre a essere quella fonte di stress e di senso di inadeguatezza cui si accennava all'inizio, rappresenta nondimeno quel traguardo cui tutti o quasi, che lo ammettano o meno, sotto sotto ambiscono: anche il rivoluzionario, anche l'anarchico, anche il globe trotter, anche l'anticonformista ripudiano lo status quo borghese solo fino a che non verrà loro concesso di condividerne comodità e privilegi.

E infatti il povero ipertricotico di famiglia (il cui genere sessuale e il cui grado di parentela con gli altri protagonisti del romanzo qui non spoilereremo) non chiede di meglio che perdere quell'irsutismo che così bene lo identifica e lo rende speciale per diventare una persona qualsiasi, tanto anonima e banale da potersi tranquillamente confondere nella folla.

Ce la farà? Beh, per saperlo non vi resta che gustarvi questo romanzo scorrevole e di piacevolissima lettura...

 

DATI TECNICI:

Editore: Eclissi

Collana: I Dingo

Anno: 2016

EAN: 9788899505028

Pagine: 260 pp.

 

 

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In risu Veritas: dieci dei più divertenti film americani, più tre stranieri altrettanto divertenti

13 Agosto 2017 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #cinema

 

 

 

 

Questo saggio è stato scritto da Guido Mina di Sospiro, originariamente pubblicato su Disinformation, alternative views website di New York City, e tradotto da Patrizia Poli

 

 

In Riflessioni sulla morte di Mishima, Henry Miller, dopo aver cantato le lodi, sia dell’autore giapponese che mise fine alla sua vita con un suicidio rituale tramite seppuku (taglio dell’addome), sia di ciò che è giapponese in generale, notò: “La sua completa serietà, mi sembra, gli ha remato contro.” In se stessa, l’osservazione suona come uno scherzo. Mishima, davvero tremendamente serio su tutto, avrebbe disapprovato con veemenza. Anche nella nostra società industriale si è alzato il ciglio contro l’umorismo per secoli, in realtà millenni.    

Platone censurò il divertimento della commedia nel Philebus come una forma di disprezzo. “In generale”, scrisse, “il ridicolo è un tipo di male, specificatamente un vizio”. Nella Retorica, Aristotele affermò che l’arguzia è educata insolenza, mentre ne L’etica nicomachea ammonì:  “La maggior parte della gente ama il divertimento e lo scherzo più di quanto dovrebbe… uno scherzo è una sorta di presa in giro, e i legislatori proibiscono alcuni tipi di prese in giro – forse avrebbero dovuto proibire alcuni tipi  di scherzi.” 

Va da sé che anche i primi pensatori cristiani siano stati contrari all’umorismo e alla risata, una tendenza, questa, che continuò attraverso tutto il Medioevo. Più avanti, i Puritani, tipicamente, incoraggiarono i fedeli a vivere vite sobrie e serie, mentre Hobbes e Cartesio diedero voce alle loro restrizioni. Nel 1900 il filosofo Henry Bergson pubblicò “Il riso”, una raccolta di tre saggi che per la prima volta si occupò dell’ilarità causata dal comico. Ma lo sforzo di Bergson rimase l’eccezione: fino ad oggi la tragedia è presa sul serio mentre si ride della commedia, sia letteralmente che figurativamente. Quando si parla di film, rimane inconcepibile per l’Accademia Cinematografica scegliere una commedia come miglior film o miglior sceneggiatura originale. E, tuttavia, far ridere la gente è infinitamente più difficile che farla piangere. 

Tra gli altri, un orientale molto perspicace, Gautama Buddha, secoli fa notò che “la vita è sofferenza”, e mise in cima alle sue nobili verità questa intuizione di portata mondiale. Infatti, le religioni più seguite sulla terra, che annoverano bilioni di persone – quella di Abramo, l’Induismo e il Buddismo – hanno tutte prodotto le loro prescrizioni per un diligente evitamento di vita. Si può argomentare che attraverso di esse la religiosità della vita sia stata soppiantata dalla religiosità del distacco dalla vita. Con queste premesse sempre più il riso può essere visto come un disordine cosmico. Sì, riconosce colui che ride, c’è sofferenza, e perdita, e tristezza,  e io rido ciò nonostante. È il nostro umano e, insieme, non umano, modo di dire: Sai cosa? Sono pienamente cosciente del memento mori, infatti ci vivo insieme tutti i giorni, e rido lo stesso! 

Qui di seguito dieci film americani, così come tre stranieri, che a mio avviso esprimono il meglio di ciò che l’umanità può raggiungere quando si tratta di sconvolgere il cosmo e con esso la logica. La tragedia ci circonda; la commedia non tanto. Perciò, troviamo la commedia e ridiamo. Ho fatto uno sforzo consapevole per fare un elenco di film che sono divertenti dall’inizio alla fine, e non solo in parte, e che si possono rivedere più di una volta.

Due notevoli film parzialmente divertenti che non fanno parte di questa lista sono Bringing up Baby, il classico del 1938, perché perde mordente dopo i primi due terzi e degenera in una farsa non divertente, e The Birdcage (1996), il remake del film franco italiano del 1978 La Cage aux Folles, che fa ridere solo in una scena particolarmente protratta, la cena col senatore in visita e sua moglie. Almeno un film con Laurel e Hardy farebbe parte di questa lista, ad esempio Swiss Miss (1938), meno l’inizio da operetta, scegliendo la versione italiana. Infatti, molti film di Laurel e Hardy furono doppiati in italiano da Alberto Sordi, lui stesso un comico di genio, che usò per entrambi gli attori un tono diverso e un forte accento inglese, che contribuì non poco alle loro comiche. Nell’originale, le loro voci non aggiungevano nulla alla comicità.

In ordine cronologico:

Duck soup, La guerra lampo dei fratelli Marx (1933). Straordinariamente divertente e perfetto sotto molti punti di vista. L’aggettivo “zani”, così spesso utilizzato in riferimento ai fratelli Marx, deriva da Zani, la forma veneziana per Gianni, Giovanni, usata nella commedia dell’arte come nome comune per vari servitori che si comportano da pagliacci. E, davvero, ciascuno dei divertenti fratelli (Zeppo fu considerato all’inizio come l’uomo giusto ma alla fine eliminato) poteva essere una maschera della commedia dell’arte; Groucho con i suoi giochi di parole e la sua veloce parlantina, il pseudo italiano Chico, o Chiccolini, con il suo surreale buon senso e accento esagerato, e, migliore di tutti, il muto, malandrino, sabotante e sempre arrapato Harpo. Se i personaggi che circondano i tre fratelli appaiono legnosi e innaturali è perché lo sono: il film è, inter multa alia, una rappresentazione del milieu diplomatico che, nonostante la sua aria civilizzata e le buone maniere, non ha impedito all’Europa e al mondo di immergersi nella prima guerra mondiale, appena diciotto anni prima, e non ha fatto niente, diciassette anni dopo, per impedire al mondo di cadere nella seconda guerra mondiale. Sulla pomposità che circonda questo mondo, i fratelli Marx hanno sempre prosperato, stabilendosi rapidamente come incarnazioni di pura irriverenza su schermo. La povera Margaret Dumont, incessantemente bersaglio degli scherzi di Groucho, fa la parte di Gloria Teasdale, un vedova facoltosa che si accolla il bilancio della Repubblica di Freedonia. È matronale e pomposa, e Groucho la demolisce  ogni volta che apre bocca.

L’anarchia presente nei migliori film dei fratelli Marx era il nocciolo della commedia dell’arte, in cui molti attori parlavano, o, piuttosto, gridavano, simultaneamente, e il canovaccio era un mezzo d’improvvisazione. Duck Soup è un tesoro di anarchia, zaninità, irriverenza, satira, comicità – e rimane un capolavoro da quando è stato realizzato tanti anni fa.

Ovviamente ci sono molti film divertenti negli anni successivi, non solo dei fratelli Marx. Ma, come ho detto, sto facendo una lista di film completamente divertenti, non solo in parte. Per la prossima voce, devo fare un salto in avanti di più di quaranta anni.

Young Frankenstein, Frankenstei junior (1974). Entriamo qui, grazie al genio di Mel Brooks e Gene Wilder, nel regno del postmodernismo, avanti di un buon decennio. Come parodia del classico film horror, il film fu girato in bianco e nero e con le stesse tecniche narrative e di editing degli anni trenta. Vi pare un po’ troppo intellettuale? Niente affatto. Il film è divertentissimo e, per la verità, alcune frasi sono diventate famose. Marty Feldman è divertente in modo eccentrico nel ruolo di Igor, e  lo stesso dicasi per Teri Garr (ve la ricordate nello show di David Letterman? Mostrò spesso in quel contesto la sua vena comica e in questo film mostra un grande talento). Gene Wilder recita come se fosse posseduto, e l’intera opera è da sbellicarsi dal ridere, insieme parodia e omaggio dell’era cinematografica pre moderna

 

National lampoon’s vacation (1983) (Vacation) Il patriarca Clark Griswold, un Chevy Chase al suo meglio, decide di trascorrere più tempo con la moglie e i due figli, e s’imbarca con una grossa station wagon in un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti, da Chicago al parco di Divertimenti Walley World di Los Angeles. Il viaggio dovrebbe stabilire legami ed essere basato sulla qualità del tempo trascorso insieme, ma si trasforma nella saga della sfiga. Tra le altre cose i Griswold uccidono accidentalmente un cane, legano la zia morta sul tetto della macchina, tanto per intenderci, mentre il patriarca è spesso tentato da una voluttuosa bionda che guida una Ferrari. Qua e là sono accennati alcuni dei conflitti sperimentati dai giovani genitori, e il tutto colpisce ancora di più per la leggerezza con cui il tema è trattato. Ad esempio, il fastidioso sospetto che il padre possa essere più interessato a cacciare belle ragazze piuttosto che a passare del tempo di qualità con i figli; che la vita familiare sia, in effetti, soffocante; che sua moglie sia bella, sì, ma l’uomo sia anche poligamo per natura… Alla fine, Walley Wolrld diventa, più che una destinazione, una fissazione. Al termine i Griswold raggiungeranno la meta, anche se persino questo si trasformerà in un anti-climax. Durante il viaggio, lo spettatore non farà che ridere.  

 

This is Spinal Tap (1984) è il documentario parodia di Rob Reiner, scritto insieme a Christopher Guest, Michael Mc Kean e Harry Shearer che vi recitò anche, rispettivamente, come Nigel Tufnel, David St. Hubbins e Derek Smalls. Spinal Tap, una band britannica che è stata attiva per diciassette anni con molti alti e bassi, arriva negli Stati Uniti per un tour che deve promuovere l’ultimo album, Smell the Glove. Rob Reiner fa la parte di Marty Di Bergi, un regista che sta girando un documentario su questo particolare tour, che passerà dal male al peggio fino alla catastrofe. Sebbene tutto sia inventato, l’effetto generale è estremamente realistico. In verità il film è un compendio di molti tropi classici del rock’n’roll: la fidanzata impicciona che minaccia l’unità della band, il promotore odioso,  il manager indaffarato e viscido, le due righe di recensione dell’album, la rissa nello studio, la pietra di Stonehenge (e similari) come meccanismo di palcoscenico, i cambiamenti di nome della band, il batterista scomparso, la perdita di direzione musicale che vira verso il jazz, la presenza nello show “Dove sono finiti?” in radio o televisione, senza menzionare il leggendario amplificatore che arriva a 11. 

Quando ho recensito il film per la prima volta, circa trenta anni fa, trovai una analogia con Don Chisciotte. I membri della Spinal Tap sono presentati come cretini assoluti, ed è normale ridere di loro dall’inizio alla fine, come se fossero i Tre Marmittoni armati di strumenti musicali. Ma i loro peccati sono così veniali che è difficile rimproverar loro qualcosa. Infatti ridiamo di loro e, tuttavia, siamo dalla loro parte, e ci sentiamo sollevati dall’improbabile lieto fine del film. Secoli prima, Cervantes ottenne lo stesso risultato con Don Chisciotte: ridiamo dello stupido e dei suoi errori ma, allo stesso tempo, siamo in ansia per lui. Cervantes scrisse una parodia del mondo cavalleresco – riuscì trionfalmente nell’intento – e, tuttavia, lo immortalò. Rob Reiner e i suoi co-sceneggiatori vollero filmare una parodia del rock’n’roll – anche loro vi riuscirono – e tuttavia lo resero immortale.

 

Lost in America (1985) (Pubblicitario offresi) Due yuppi, David (Albert Brooks ) e Linda (Julie Hagerty, di Airplane!) lasciano il loro posto di lavoro (in realtà David viene licenziato mentre sta aspettando una promozione e covando il sogno del suo feticcio, una BMW nuova fiammante con interni in pelle). Dopo aver venduto tutto quello che possiedono, si mettono in viaggio in una casa viaggiante, dopo che Easy Rider è diventato il loro nuovo feticcio, o, almeno, quello di lui. Decidono di fare tutto ciò che hanno sognato  in gioventù, come, “dobbiamo andare dagli Indiani!”. Presto la loro nuova vita prende, però, una brutta piega. A Las Vegas, all’insaputa del marito, Linda si gioca tutto il loro gruzzolo. David è sconvolto, ma se ne esce con un piano. S’incontra col direttore del Casinò, che si muove e parla come lo stereotipo del mafioso, e gli illustra “il più coraggioso esperimento pubblicitario, ovvero: ci ridai indietro i soldi.” È una di tante scene brillanti. Ne nascono molte complicazioni comiche. Albert Brooks non è mai stato così ispirato, sia come regista che come attore. Il film è un resoconto perfetto, non solo degli anni ottanta, ma anche del genere umano. Ed è divertente dall’inizio alla fine.

 

The Big Lebowski (1998) Non è un segreto che questo sia in assoluto il mio film preferito, non solo una semplice commedia. Sul seguente sito ho pubblicato due saggi su di esso

http://disinfo.com/2014/04/esoteric-take-big-lebowski/

http://disinfo.com/2014/04/importance-living-lin-yutang-meets-dude-esoteric-take-big-lebowski-part-2/

l’ultima parte è stata successivamente pubblicata nel libro: http://dudeism.com/lebowski-101/

Fiumi d’inchiostro sono stati versati su questo film, e a ragione. Da una prospettiva strettamente comica si può candidare come uno dei più divertenti di sempre. L’interazione fra il Drugo e il suo frenetico amico Walter è una delle migliori mai realizzate sullo schermo. Abbondano le situazioni assurde, e questo è senz’altro il capolavoro dei fratelli Cohen. Il fatto che il loro film precedente, Fargo, sia stato ricoperto di premi in tutto il mondo e che Il grande Lebowski sia stato considerato manchevole da molti critici quando uscì, rinforza quello che dicevo all’inizio: Fargo abbonda in omicidi e sangue, perciò merita l’attenzione della critica in quanto tragedia, specialmente in un paese pervaso dalla cultura delle armi. L’infinitamente più sofisticato Grande Lebowski è liquidabile come roba leggera e da ridere. A dire il vero, alcuni di tali critici hanno cambiato la loro opinione da allora; a prescindere da cosa pensano, il film è diventato un cult, a cui è dedicato anche un festival annuale, il Lebowski Fest. Questo è un film veramente imperdibile. L’ho visto e rivisto molte volte, anche in un angolo remoto dell’Islanda, con i sottotitoli in islandese: i locali non sapevano niente del film, ma ben presto hanno cominciato a ridere senza mai smettere.

 

Napoleon dynamite (2004) Jon Herder impersona Seth, “superstraordinario nerd”, nel trattato di Jared e Jerusha Hess sulla goffaggine, alienazione e disfunzionalità adolescenziale. Sebbene a basso costo e indipendente, il film evita l’atmosfera trita piena di angoscia di molti film indipendenti e ci consegna un ritratto di surreale anormalità nel reame del normale. Un sedicenne che va alla scuola superiore odiando ogni minuto della propria vita in un ambiente molto surreale. A volte l’Idaho ci appare come la luna, e il contesto domestico in cui si Seth muove è ugualmente bizzarro – la nonna che guida il quad, il memorabile zio Rico, l’inquietante fratello che si collega on line con LaFawnduh, che viene a trovarlo da Detroit. Il riso nasce da Seth e dalle situazioni bizzarre in cui egli si trova. Un piccolo capolavoro comico. Ah, non sorprende che il critico Rogert Ebert abbia dato al film una stella e mezzo.     

 

Nacho Libre (2006). Il film successivo a Napoleon Dynamite, di Jared e Jerusha Hess, è un altro gioiello. Il film è ispirato a Frate Tormenta, un prete messicano che, per più di due decenni, combatté come wrestler per mantenere un orfanotrofio. Vi recita Jeff Black in quello che ritengo il suo miglior momento, nel ruolo di un frate che cucina per i suoi compagni e per gli orfani. La sua recitazione è così pomposa, così sopra le righe, che ricorda Oliver Hardy al massimo dell’istrionismo. La sua spalla Esqueleto (che significa “scheletro” ed è recitata dall’effettivamente scheletrico Héctor Jiménez) a volte gli ruba la scena con frasi assurde come, “Non so perché mi devi sempre giudicare perché credo solo nella scienza”. Il film è un pastiche riuscitissimo di lotta libera, kitsch voluto, catechismo, frammenti di spagnolo e d’inglese con forte accento spagnolo, e ha l’aspetto di un film italiano o spagnolo di serie B degli anni sessanta. Alcuni critici lo hanno ritenuto offensivo per come tratta il cattolicesimo, i messicani, gli ultimi e persino gli orfani, quando Esqueleto afferma: “Sono stufo di sentir parlare dei tuoi stupidi orfani; io odio gli orfani!” Ma la commedia trascende tali restrizioni, o, in effetti, prospera su di esse, come ampiamente dimostrato dalla prossima voce.

 

Borat: cultural Learnings of america for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan (2006) Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Col personaggio di Ali G, Sacha Baron Cohen aveva fornito più di un indicazione del suo talento comico. Ma è col personaggio di Borat Sagdiyev che la sua comicità diventa genio. Borat: Cultural Lernins etc è un finto documentario su Borat, un giornalista kazako che giunge negli States pieno di  entusiasmo, ignoranza e anche pregiudizi, e non risparmia nessuna delle tre categorie quando si tratta di americani reali.

Lo stratagemma permette a Sacha Baron Cohen di incorrere in ogni possibile passo falso, dallo sciovinismo al razzismo, al sessismo e via discorrendo. Lo spettatore storce il naso a molte delle battute e, tuttavia, non può far a meno di ridere. L’idea che costituisce il nocciolo del film è brillante quanto quella su cui si basa This is Spinal Tap. Il prodotto di Rob Reiner è confezionato meglio, la sceneggiatura più consistente, e non ci sono scene volgari (che non sono per forza divertenti solo perché volgari). Borat: cultural Learnins non solo esplora la landa proibitissima del molto politicamente scorretto, ma, allo stesso tempo, del basso livello. Ciò detto, Sacha Baron Cohen è un genio comico, e, se il film è carente nella struttura, fa però ammenda con una performance più che memorabile, addirittura archetipica. Uno dei film più divertenti di tutti i tempi, comprese le scene tagliate.    

 

Casa de mi Padre (2012) Ecco un’altra stranezza, l’invenzione del regista Matt Piedmont e dello sceneggiatore Andrew Steele. Will Ferrel impersona Armando Alvarez, un ranchero lento di comprendonio. Il ranch di suo padre è minacciato da un locale narcotrafficante e lui deve salvarlo. Will Farrel recita tutto il tempo in spagnolo, il che è già divertente di per sé. Il film, imbevuto dello stile ultra drammatico delle telenovelas, combina una serie di situazioni assurde, e presenta almeno un esempio di autentico humor nero. Conoscere bene lo spagnolo è un prerequisito per godere Casa de mi padre. Nel tal caso, il film risulterà estremamente divertente, tenuto su da un altro genio comico, Will Farrel, che, dovendo recitare in spagnolo, ha accettato una bella sfida e ci ha consegnato una performance trionfale. 

 

Aggiungerei alcuni film in lingua straniera.

 

Lo spagnolo: Torrente 2: Misión en Marbella (2001), la seconda parte della saga di Torrente, che è iniziata con Torrente, el brazo tonto de la ley (1998), il primo di quattro film. All’epoca questo è stato il film di maggior incasso nella storia del cinema spagnolo. Torrente è un ex poliziotto di Madrid, rozzo, pigro, completamente disonesto, sessista, libidinoso, razzista e di destra. Ben prima di Borat, abbiamo un personaggio che sembra prosperare su tutto ciò che è, sia politicamente scorretto, sia illegale, illecito, imbarazzante e terribile. In qualche modo, tuttavia, in lui c’è una vena comica e le sue disavventure ci fanno ridere. Ho visto per la prima volta questo film anni fa al Miami International film Festival, in lingua originale spagnola, e gli spettatori ridevano così forte che era impossibile sentire tutte le battute.

 

L’italiano Fantozzi (1975), primo di molti altri della saga. Fantozzi è l’archetipo dell’impiegato servile, frustrato, perennemente sfigato e sfruttato, che manca di coscienza di classe e lavora per una ditta molto grande, impersonale e alienante. Allo stesso tempo, è meschino ogni volta che può. Ad esempio, trova che sua figlia sia tremendamente brutta e sbava per una collega, che neppure si accorge di lui se non quando ha bisogno di un favore sul lavoro. Enormemente popolare in Italia, il personaggio di Fantozzi è diventato un archetipo, e l’aggettivo fantozziano è usato per descrivere una situazione in cui  potrebbe ritrovarsi Fantozzi. Paolo Villaggio, che ha scritto i libri su cui si basano questo film e i successivi, e che impersona Fantozzi, era un comico di rilevanza mondiale.

 

Da ultimo, il francese Les Visiteurs (1993) (I Visitatori) rifatto negli Stati Uniti, e puntualmente rovinato, col titolo Just Visiting (2001), il primo di una trilogia con parte finale nel 2016. Questa è l’ultima variazione sul tema del pesce fuor d’acqua. Per colpa di un incantesimo, un cavaliere del dodicesimo secolo e il suo scudiero viaggiano nel tempo e finiscono alla termine del ventesimo secolo. Volenti o nolenti devono confrontarsi col mondo moderno. Ogni situazione è divertente, fino a  sconfinare nella farsa. Jean Reno impersona il cavaliere impassibile, e vengono alla ribalta le considerevoli differenze fra come la società era considerata nel Medio Evo e com’è considerata oggi. I sottotitoli della versione originale francese sono sorprendentemente controrivoluzionari (essendo la Francia il luogo di nascita della famosa, o infame, Rivoluzione), mentre il remake americano è in favore dell’emancipazione e della democrazia, per la gioia dello scudiero. Questo è stato il film numero uno al box office in Francia nel 1993

 

In Reflections on the Death of Mishima, Henry Miller, after singing the praises of both the Japanese author who put an end to his life with a ritual suicide by seppuku (abdomen-cutting) and nipponica in general, noticed: “His utter seriousness, it seems to me, stood in Mishima’s way.” In itself, the observation sounds like a joke. Mihisma, dead serious (indeed) about everything, would have disapproved vehemently. Humor has been frowned upon for centuries, in fact millennia, in our own western tradition, too.

Plato censored the enjoyment of comedy in Philebus as a form of scorn. “Taken generally,” he wrote, “the ridiculous is a certain kind of evil, specifically a vice.” In Rhetoric, Aristotle stated that wit was educated insolence, while in the Nicomachean Ethics he admonished: “Most people enjoy amusement and jesting more than they should … a jest is a kind of mockery, and lawgivers forbid some kinds of mockery—perhaps they ought to have forbidden some kinds of jesting.”

Needless to say, early Christian thinkers objected to humor and laughter, too, a trend that continued through the Middle Ages. Later, the Puritans typically encouraged the faithful lo live sober, serious lives, while Hobbes and Descartes chimed in with their own strictures. In 1900 the French philosopher Henry Bergson published Laughter, a collection of three essays that, for the first time, concerned itself with the laughter caused by the comic. But Bergson’s effort remains the exception: to this day, tragedy is taken seriously; comedy, is laughed at, both literally and figuratively. When it comes to movies, it remains inconceivable for the Academy of Motion Picture Arts and Sciences to choose a comedy as Best Picture, or as Best Original Screenplay. And yet, making people laugh is infinitely more difficult than making them cry.

Among others, a very perspicacious Asian, Gautama Buddha, noticed centuries ago that “life is suffering,” and listed such an earth-shaking intuition as the first of his noble truths. In fact, the most followed religions on earth, which cumulatively number billions of people — the Abrahamic ones, Hinduism and Buddhism — all have produced their own prescription for diligent life-avoidance. It could be argued that through them the religiosity of life was supplanted by the religiosity of detachment from life. Given such premises, all the more can laughter be seen as a form of cosmic upset. Yes, acknowledges the one who’s laughing, there is suffering, and loss, and sadness, and I laugh, nevertheless. It’s our at once human and superhuman way of saying, Guess what? I’m fully aware of the memento mori, in fact I live with it every day, and I’m still laughing!

There follow ten American movies as well as three foreign ones that in my view express the best of what humans can achieve when it comes to upsetting the cosmos, and logics with it. Tragedy surrounds us; comedy, not so much. Therefore, let’s find comedy, and laugh. I have made a conscious effort to list movies that are funny throughout, and not just in part, and that are highly rewatchable.

Two notable partially funny movies that do not make this list are Bringing Up Baby, the 1938 classic, because it loses steam after its first two thirds and degenerates into an unfunny farce; and, The Birdcage (1996), the remake of the 1978 Franco-Italian La Cage aux Folles, which is laugh-out-lout funny only in a particular albeit protracted scene, the dinner with the visiting senator and his wife. Also, at least one movie with Laurel and Hardy would make this list, for example, Swiss Miss (1938) minus the operetta outbreaks, if I chose its Italian edition. In fact, many Laurel and Hardy movies were dubbed in Italian by Alberto Sordi, himself a comic of genius, who used for either actor a different pitch and a strong English accent, which contributed very much to their slapstick. In the original, their voices and lines do not add to the hilarity.

In chronological order:

Duck Soup (1933). Uproariously entertaining and perfect in many ways. The adjective “zany”, so often utilized in reference to the Marx Brothers, comes from Zani, the Venetian form of Gianni, “John”, used in the commedia dell’arte as a stock name for sundry servants acting as clowns. And indeed, each of the funny brothers (Zeppo was cast at first as the straight man, and eventually dumped altogether) could be a mask from the commedia dell’arte: the punny, fast-speaking and ever-deriding Groucho; the pseudo-Italian Chico, or Chiccolini, with his surreal common sense and exaggerated accent; and, best of all, the mute, mischievous, quirky, sabotaging, and ever-horny Harpo. If the characters surrounding the three brothers appear wooden and stilted it’s because they were: the film is, inter multa alia, a spot-on depiction of the diplomatic milieu that, despite its civilized airs and good manners, had not prevented Europe and the world from engaging in WW I just eighteen years before, and would do nothing, seven years on, to prevent the world from plunging into WW II. The pompousness all around is just what the Marx Brothers ever thrived on, quickly establishing themselves as onscreen incarnations of sheer irreverence. The poor Margaret Dumont, unfailingly the butt of Groucho’s jokes, plays Mrs. Gloria Teasdale, a very wealthy widow who underwrites the budget of the Republic of Freedonia. She is as matronly and pompous as it gets, and Groucho gingerly demolishes her every time she opens her mouth. The anarchy inherent in the best of the Marx Brothers’ movies was at the core of the commedia dell’arte, in whose plays many actors would speak, or rather shout, simultaneously, and in which the script was a vehicle for improvising. Duck Soup is a treasure-trove of anarchy, zaniness, irreverence, satire, slapstick—and remains a masterpiece so many years since it was made.

Of course, there are many funny movies in the following years, not only by the Marx Brothers, but by many others. But as mentioned, I’m intent on making a list of consistently funny films, not just in part. For the next entry, I find that I need to skip forward by over forty years, with:

Young Frankenstein (1974). We enter here, thanks to the genius of Mel Brooks and Gene Wilder, into the realm of post-modernism, ahead of a good decade. As a parody of the classic horror film genre, the film was shot in black and white and with the same narrative and editing techniques employed in 1930s. Sounds intellectual and a bit on the dry side? Not at all. The film is memorably funny, and indeed some of its lines have become famous. Marty Feldman is eccentrically funny as Igor, and so is Teri Garr (do you remember her when she used to be a staple on the Late Night with David Letterman? She often displayed in that context her comic talent, and it is very noticeable in this film). Gene Wilder acts like a man possessed, and the entire work is a riotously funny pastiche, at once spoof and homage to the pre-modern era of film-making.

National Lampoon’s Vacation (1983) Suburban patriarch Clark Griswold, a Chevy Chase his best, decides to spend more time with his wife and two children, and embarks, in a beat-up, out-sized station wagon, on a cross-country trip from Chicago to the Los Angeles amusement park Walley World. The trip should all be about bonding and quality time, but it turns into a mishap fest. Inter alia, the Griswolds inadvertently kill a dog, tie the deceased aunt on the roof of the car, you get the picture, while the patriarch is recurrently tantalized by a gorgeous blonde driving by in a Ferrari. Some of the conflicts young parents experience are hinted at in passing, and all the more strikingly because of such a light-handed treatment: the father’s nagging suspicion, for example, that he may be more interested in chasing beautiful girls than in spending quality time with his children; that married life is, in fact, constrictive; that his wife may be beautiful but man is naturally polygamous… Eventually, Walley World becomes, rather than a destination, a fixation. The Griswolds will reach it, at long last, even though that too will turn out to be an anti-climax. On the way there, the watcher will be laughing all along.

This is Spinal Tap (1984) is Rob Reiner “mockumentary”, co-written with Christopher Guest, Michael McKean and Harry Shearer who also starred in it respectively as Nigel Tufnel, David St. Hubbins and Derek Smalls. Spinal Tap, a British band that has been active for seventeen years with many ups and down, come to the States on tour to promote their latest album, Smell the Glove. Rob Reiner appears as Marty Di Bergi, a film director who is shooting a documentary about this particular tour, which will go from bad to worse to catastrophic. Although everything is fictitious, the overall effect is extremely realistic. Indeed, the film is a compendium of many classic tropes of rock’n’roll: the meddling girlfriend who threatens the band’s unity; the obnoxious promoter; the overworked, slimy manager; the two-word album review; the in-studio fight; the Stonehenge (and similar) stage prop; the band name changes; the disappearing drummer; losing musical direction and turning to jazz; being on the “Where Are They Now?” radio or TV show; not to mention the legendary amplifier that goes to eleven.

When I first reviewed the film, about thirty years ago, I found it analogous to Don Quixote, of all things. The members of Spinal Tap are presented as immense fools, and it’s only human to laugh at them, from the very start to the end, as if they were the Three Stooges with musical instruments. But their trespasses are so benign that it is hard to hold anything against them. In fact, we laugh at them, and yet we feel for them, and are relieved by the film’s improbable happy ending. Centuries before, Cervantes accomplished the same with his Don Quixote: we laugh at the fool and at his foolish trespasses while at the same time we feel for him. Cervantes set out to write a parody of chivalry—he succeeded triumphantly, and yet immortalized it. Rob Reiner, and his co-writers, set out to film a parody of rock’n’roll—they too succeeded triumphantly, and yet immortalized it.

Lost in America (1985) Two yuppies, David (Albert Brooks) and Linda (Julie Hagerty, of Airplane! fame), drop out of the rat race (or rather, David is fired when he was, in fact, expecting a promotion and kept coveting his fetish, a brand new BMW with leather interiors). After selling everything they own, they hit the road in a motor home, Easy Rider having quickly become their new fetish, or at least his, bent on doing everything they dreamed of in their youth, such as, “We have to touch indians!” Soon enough their new life goes south: in Las Vegas, unbeknownst to her husband, Linda gambles away their entire “nest egg”. David is devastated, but quickly comes up with a plan. He meets with the casino’s director, who looks and speaks like a stereotypical Mafioso, and illustrates to him “the boldest experiment in advertising history: you give us our money back.” It’s one of many brilliant scenes. Many comical complications ensue. Albert Brooks would never be this inspired again, both as a director and as an actor. The film is a tremendously accomplished commentary not just on the 1980s, but on human nature in general. And it’s funny throughout.

The Big Lebowski (1998) It’s no secret that this is my all-time favorite film, not just comedy. On this website I’ve published two essays about it:

http://disinfo.com/2014/04/esoteric-take-big-lebowski/

http://disinfo.com/2014/04/importance-living-lin-yutang-meets-dude-esoteric-take-big-lebowski-part-2/

with the latter being published later in the book:http://dudeism.com/lebowski-101/

 

Rivers of ink have been spent on this film, and with good reason. From a strictly comical perspective, it may also qualify as one of the funniest of all times. The interaction between the Dude and his manic friend Walter is one of the best ever realized on screen, and many other minor characters are very funny. Absurdist situations abound, and this is the Cohen Brothers’ masterpiece. The fact that their previous Fargo would be covered in awards from the world over and The Big Lebowski considered a miss by most critics when it was first released corroborates what I write in the introduction:Fargo showcases various murders and plenty of blood, so it’s deserving of critical attention as a tragedy, particularly in a country in which the gun culture is all-pervading; the infinitely more sophisticated The Big Lebowskiis light fare, comical, and dismissible. At least some of such critics have changed their mind since; regardless of what they opine, the film has become yet another cult classic, spawning even an annual festival, the Lebowski Fest. This is the one, truly unmissable film. I’ve watched many, many times, once I in a remote corner of Iceland with subtitles in Icelandic; the natives knew nothing about the film, but soon enough they began to laugh—and never stopped

Napoleon Dynamite (2004) Jon Herder stars as Seth, “super nerd extraordinaire” in Jared and Jerusha Hess’s treatise on teenage awkwardness, alienation and dysfunctionality. Though as low-budget and independent as it gets, the film eschews the trite angst-ridden atmosphere of most indies and delivers a portrayal of surreal abnormality within the realm of the normal: a 16-year-old who goes to high school hating just about every minute of his life in a very surreal setting, Idaho looking at times like the moon, and in an equally bizarre domestic context—his quad-bike-riding grandmother; his memorable Uncle Rico; his weird brother who hooks up on line with LaFawnduh, who comes to visit him from Detroit. Laughter is born out of Seth’s deadpan one-liners and out of the bizarre situations in which he finds himself. A small comic masterpiece. Oh, not surprisingly the late critic Roger Ebert gave the film one-and-a-half stars.

Nacho Libre (2006) Jared and Jerusha Hess’s follow-up to Napoleon Dynamite is another gem. The film is inspired by Fray Tormenta (Frair Storm), a Mexican priest who, for over two decades, competed as a wrestler in order to support an orphanage. It stars Jeff Black in what I deem his best moment, as a low-ranking friar in charge of cooking for his fellow friars and orphaned children. His acting is so pompous, so over the top, it is reminiscent of Oliver Hardy at his most histrionic. His foil Esqueleto (which means “skeleton” and is played by the indeed skeletal Héctor Jiménez) at times steals the spotlight with some absurd lines such as, “I don’t know why you always have to be judging me because I only believe in science.” The film is a supremely reussi pastiche of lucha libre, deliberate kitsch, catechism, bits of Spanish and bits of English with a strong Spanish accent, and the overall look of a Spanish or Italian B movie from the 1960s. Some critics found it offensive for its treatment of Catholicism, Mexicans, midgets and even orphans, when Esqueleto states, “I’m sick of hearing about your stupid orphans; I hate orphans!” But comedy transcends such strictures, or in fact thrives on them, as amply demonstrated by the next entry.

 

 

Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan (2006) With the character of Ali G, Sacha Baron Cohen had given more than hints of his comic talent. But it is with the character of Borat Sagdiyev that his comicality turned into genius. Borat: Cultural Learnings etc. is a mockumentary about Borat, a Kazakh journalist who comes to the States with a great deal of enthusiasm, ignorance, and prejudices alike, and is not shy about any of the three categories when dealing with real-life Americans.

The stratagem allows Sacha Baron Cohen to engage in every possible faux pas, from chauvinism to racism, to sexism and on and on. The viewer cringes at most of his jokes, and yet laughing is inevitable. The idea at the core of the film is as clever as the one at the core of This is Spinal Tap. Rob Reiner’s offering is put together better, the writing is more consistent, and there are no gross-out scenes (which aren’t necessarily funny just because they’re gross). Borat: Cultural Learnings doesn’t only explore the very forbidden land of the extremely politically incorrect, but at the same time of the very lowbrow. Having said that, Sacha Baron Cohen is a comic genius, and what the film may lack in structure it makes up for with a more than memorable, indeed archetypal performance. One of the funniest films of all times, including its outtakes.

 

Casa de mi Padre (2012) Here is another oddity, the brainchild of director Matt Piedmont and screenwriter Andrew Steele. Will Ferrell stars as Armando Álvarez, a slow-on-the-uptake ranchero from Mexico. His father’s ranch is being threatened by a local drug lord and he must save it. Will Ferrell acts for the entire time in Spanish, which is hilarious in itself. The film, awash in the ultra-dramatic style typical of telenovelas, teams with absurd situations, and presents at least one instance of truly extreme black humor. Fluency in Spanish may be a prerequisite in order to enjoyCasa de mi Padre. In which case, it comes off an incredibly funny film held together by another comic genius, Will Farrell, who, by having to act in Spanish, took on quite a challenge and delivered a triumphantly comical performance.

I would add a few foreign-language films.

The Spanish Torrente 2: Misión en Marbella (2001), the second installment of the Torrente saga, which began with Torrente, el brazo tonto de la ley (1998), first of four. At the time, this was the highest-grossing movie in the history of Spanish cinema. Torrente is an ex-cop from Madrid, rude, lazy, thoroughly dishonest, sexist, lecherous, racist, right-wing. Well before Borat, we have a lead who seems to thrive on everything that is either politically incorrect, or illegal, illicit, highly cringe-inducing, and just awful. Somehow, however, there is a comic streak in him, and his mishaps make us laugh. I watched this film for the first time years ago at the Miami International Film Festival in the original Spanish, and viewers were laughing so uproariously, it was impossible to hear all the jokes.

The Italian Fantozzi (1975), first of many in the saga. Fantozzi is the archetype of the extremely sycophantic, totally frustrated, perennially-out-of-luck and overexploited clerk lacking in class consciousness and working for a very large, impersonal and alienating company. At the same, he is shown to be mean-spirited, whenever he can; he finds his daughter, for example, unbearably ugly and lusts after a female colleague, who hardly realizes he exits except for when she needs a favor at work. Hugely popular in Italy, the character Fantozzi has become archetypal, and the adjective “fantozziano” is used to describe a situation in which Fantozzi may find himself. Paolo Villaggio, who wrote the books on which this and the subsequent installments are based and also stars as Fantozzi, is a world-class comic.

Lastly, the French Les Visiteurs (1993) [remade in the States, and punctually ruined, as Just Visiting (2001)], the first in a trilogy, with the latest installment to be released in 2016. This is the ultimate variation on the fish-out-of-water theme: thanks to a wizard’s magical spell, a 12th-century knight and his squire travel in time to the end of the 20th century and, willy-nilly, have to confront the modern world. Every situation is hilarious, often trespassing into the farcical. Jean Reno plays the knight with a straight face, and the considerable differences in how society was conceived in the Middle Ages and now come to the fore. The subtext of the original French version is strikingly counterrevolutionary (France being the birthplace of the famous, or infamous, Revolution), while the American remake is in favor of emancipation and democracy, for the squire’s joy. This was the number 1 box office movie in France in 1993.

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La fantascemenza

12 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #fantascienza

 

 

 

 

Jules Verne: avrebbero potuto esporre in un museo il suo cadavere senza averlo imbalsamato, giacché, dato il suo stile di scrittura, è perfettamente chiaro che era già impagliato in vita: si sarà quindi conservato splendidamente. E' una cosa che si è chiarita nel tentativo di rileggere 20.000 Piaghe Sotto i Mari, uno o due anni fa, e trovando uno stile rigido, stridente come gesso sulla lavagna, la stessa lavagna su cui sembra scrivere didatticamente le sue osservazioni e misurazioni scientifiche che costellano ansiogenamente il libro, rendendolo una pesante lezione scolastica, piena di pedanterie a base di leghe, nodi, latitudini, longitudini e quant'altro. Viene salvato solo dalle invenzioni romanzesche, dall'intuizione sottomarina, il sogno di poter vivere autarchicamente sotto le onde, al di fuori della giurisdizione delle leggi umane, nascosto e imprendibile, il fascino oscuro del Capitano Nemo e un paio di gite nelle foreste di alghe: ma a ciò si accede solamente con dura fatica e il puntello dell'ostinazione a rompere il ghiaccio che incrosta le parole. E quindi, addio 20.000 Beghe Sotto i Mari: state bene lì dove state. E lì rimarrete.
In definitiva, ho un ricordo migliore di Viaggio al Centro della Terra, ma forse proprio perché è - e rimarrà - solo un ricordo, non sfregiato da un tentativo di verifica pratica. Qualche teoria strampalata di un secolo, un secolo e mezzo fa ipotizzava che la terra fosse cava. Verne, quindi, la riempie di preistoria preservata, un mondo nel mondo, rimasto ad un grado di sviluppo mesozoico, con tanto di lucertoloni giganti e vegetazione esoticamente ancestrale, cresciuta non si sa come. Ciò porta ad Arthur Conan Doyle e al suo mondo perduto, di mezzo secolo dopo, che insieme al precedente, costituisce l'archetipo delle storie di preistoria-che-arriva-nell'età-moderna (o così ho letto).
La differenza tra Conan Doyle e Jules Verne, è che il primo è coinvolgente e a tratti persino divertente, e forte di un razionalismo che non sfocia però nel linguaggio arido di Verne, per quanto rimanga piuttosto asciutto - oltre a ciò affiora persino un po' di calore umano, qua e là. Ma seguendo la coda dei dinosauri arriviamo in Russia, presso casa Bulgakov che - se famoso per il postumo Il Maestro e Margherita - è anche autore di una parodia fantascientifica a base di dinosauri distruttivi fatti rinascere attraverso una cova artificiale che porterà subbuglio e salmonella in Russia: Le Uova Fatali.

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L’amore idealizzato e vagheggiato della Agus in Mal di pietre

11 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Mal di Pietre

Milena Agus

 

Nottetempo, 2016

 

 

Una ragazza trova un quadernetto con i bordi rossi. Appartiene alla nonna. Lì la donna si è confidata, mettendo nero su bianco desideri e timori ma soprattutto voglia... voglia di amore carnale, di mani intrecciate e sudore sulla pelle.

Si torna quindi indietro nel tempo. Come scenario, la Sardegna della seconda guerra mondiale; come narratore – un narratore che risulta essere attento e scrupoloso –, la nipote della donna. La donna – viene chiamata per tutto il testo nonna, mai un nome né un riferimento più preciso – è poco equilibrata, un po’ inquieta. Giunta a un’età in cui è normale esibire un marito – pena la compassione di tutti – non riesce a farsi chiedere in moglie. È una bella donna, non le mancano di certo i pretendenti. Ma lei, quando qualcuno si mostra interessato, gli scrive poesie bollenti, piene di sentimento e di desiderio. Ha frequentato solo le prime classi delle elementari, tuttavia scrive da sempre – malgrado debba farlo da sola, di nascosto, con il quadernetto tra le gambe e i sensi all’erta perché non entri nessuno –, è il suo modo per sfogare quell’inquietudine. Loro però non capiscono, fuggono dinnanzi a quell’arte, a quel sentimento. Quando i suoi decidono di farla convolare a nozze con un uomo rimasto da poco vedovo, lei rimane interdetta. Non c’è amore, grida a gran voce. Quando lui però fa notare che l’amore non sia necessario, le cose vanno veloci. La narratrice/nipote chiama nonno quell’uomo pratico e non interessato alle dicerie, alle cattiverie gratuite di chi considera la sua futura moglie una pazza da rinchiudere in manicomio.

All’inizio è un legame tiepido. Sono coinquilini. Lei è un’artista, in tutti i sensi. Per come vive la sua vita, sì, ma anche per le sue qualità di poetessa, di scrittrice. È un po’ in aria, nel senso buono dell’espressione. Non si conforma alla società, alle sue assurde e banali regole. Poi, la svolta. Non è proprio amore, il loro, ma diventa un legame fatto di rispetto, normalità e sesso. Sesso senza remore né paure. Sesso senza religione e senza timori. Senza tabù. 

Quando va alle terme per trovare un rimedio ai calcoli renali – Mal di pietre è un calco dal sardo che indica proprio i calcoli renali –, conosce un uomo distinto. Il Reduce. Menomato dalla guerra, attraente e colto. Se ne invaghisce. Finito il problema, fa ritorno alla sua vecchia vita. Rimane tutta la vita divisa tra due fuochi, amando sì il marito ma bramando anche il Reduce.

È un amore vagheggiato, idealizzato, quello che si trova nell’opera di Milena Agus. Un amore fatto di stranezza ma anche di normalità – perché chi è strano e chi è normale, in questo nostro mondo?

Un libro che tratta di amore – perché l’amore ha infinite sfumature –, di diversità, di pregiudizi, di vite particolari vissute in modo particolare. Un libro che si legge in un pomeriggio ma che regala tanto, che stupisce tanto. Un libro che è diverso da qualunque altro si sia letto in precedenza, con uno stile talmente particolare che  si potrebbe riconoscere una pagina scritta dalla Agus tra mille. Un libro dall’immenso valore.

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Stefano Labbia, "i giardini incantati"

10 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

I giardini incantati

Stefano Labbia

 

Talos Edizioni, 2017

 

Una raccolta di liriche discorsive, persino dialoganti a volte, che raccontano momenti di vita, soprattutto coniugale, o comunque un difficile rapporto con se stessi e le donne di oggi e di ieri. Un uomo insoddisfatto, il protagonista di queste poesie, che rimpiange il passato e teme un futuro troppo simile al presente.

L’interlocutore, l’altro da sé, è quasi sempre la donna: moglie, amante, arpia, nemica. Un sentimento che non è generica misoginia ma fastidio nei confronti di alcune persone specifiche, di una donna, in particolare, alla quale il protagonista si è legato con squallide catene, cosicché vive la vita per modo di dire, come purtroppo capita a molti di noi: non sentirsi più vivi, provare astio, rabbia e rancore per chi ci sta a accanto, sentirsi artefici del proprio male e chiusi in gabbia, sognando al contempo tutte le possibilità di un’altra esistenza, più piena, più ricca di emozioni autentiche, e un domani luminoso che non arriva mai.

Lo stile è semplice, crepuscolare, le ripetizioni rafforzano i concetti e illanguidiscono il verso, le domande insistenti, spesso retoriche, cercano di fare chiarezza là dove, ahimè, forse tutto è già chiaro e immobile. E c’è anche, a tratti, un sottile amaro sarcasmo (se solo pagassi tu) che ci mostra il risvolto meschino di una realtà che sarebbe tragica se non fosse anche ridicola.   

Concludiamo questi brevi cenni con una delle migliori poesie

 

 

A Rina

 

Decantavi il valore di ogni singolo respiro,

ogni istante,

ogni fugace momento,

colla tua piccola insenatura,

al lato della bocca

ed il tuo piccolo difetto

dietro al collo.

Petali rossi

si dischiusero

per assaporare il vento...

Poi un tintinnio,

lontano,

ti fece voltare

dalla parte sbagliata.

 

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CIRCEO FILM ARTE CULTURA

9 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #eventi

 

 

 

 

 

CIRCEO FILM ARTE CULTURA
San Felice Circeo (LT) – 23/26 agosto 2017

 

Proiezioni di lungometraggi, corti sul mare, incontri pubblici con personaggi del mondo del cinema, cultura, musica, sport, moda e la presenza, tra gli altri, di Ambra Angiolini, Alessio Boni, Maria Grazia Cucinotta, Marco Giallini, Ricky Memphis, Primo Reggiani, Anna Foglietta, Lillo Petrolo, Ninni Bruschetta ed Enrico Brignano.

 

INGRESSO GRATUITO FINO A ESAURIMENTO POSTI

 

 

Si tiene a San Felice Circeo (Latina) dal 23 al 26 agosto 2017 il Circeo Film Arte Cultura, kermesse culturale promossa dal Comune di San Felice Circeo, in due location prestigiose e suggestive, Piazza Luigi Lanzuisi e, per gli eventi speciali, Vigna la Corte. La rassegna – a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - è realizzata in collaborazione con l’associazione culturale Four Events, il coordinamento artistico di Francesca Piggianelli e la direzione artistica del regista Paolo Genovese. Conduttrici della rassegna Tosca D’Aquino, Matilde Brandi e Flora Canto.

Tra gli artisti attesi – del mondo del cinema, della cultura, dello sport, della musica e della moda - oltre al regista e “padrone di casa” Paolo Genovese, Ambra Angiolini, Enrico Brignano, Alessio Boni, Maria Grazia Cucinotta, Marco Giallini, Marco Belardi, Anna Foglietta, Ricky Memphis, Francesco Apolloni, Roberto Capucci, Ninni Bruschetta, Primo Reggiani, Francesco Montanari, Lillo Petrolo, Enrique del Pozo e tanti altri.

Sarà una vera e propria Festa del Cinema – dichiarano gli organizzatori dove i colori dell'arte si andranno a mescolare alle emozioni dei film. Verranno omaggiate le eccellenze del mondo del cinema con produttori, registi, attori e sceneggiatori. Un grande evento e una vetrina per raccontare i film e i loro protagonisti con i quali condivideremo degli incontri e dei dibattiti per entrare nel vivo delle diverse maestranze”. La rassegna è patrocinata da: Mibact – Direzione Generale Cinema; Regione Lazio; Comune di San Felice Circeo; Roma Lazio Commission.

 

 

Per maggiori informazioni
Associazione culturale Four Events - Presidente Elisabetta Napolitano
fourartevents@gmail.com
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L’uomo è forte di Corrado Alvaro

8 Agosto 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

L’uomo è forte è un romanzo di Corrado Alvaro, pubblicato nel 1938 da Bompiani. Il libro dovette passare attraverso le forche caudine della censura di regime che chiese inizialmente la soppressione di venti pagine; successivamente le richieste si fecero ben più limitate. Alvaro dovette sopprimere circa venti righe e specificare in un’avvertenza che la vicenda era ambientata in Russia e così il libro venne finalmente pubblicato. Ma in effetti il romanzo potrebbe essere ambientato in qualunque regime totalitario, fascista o comunista, tanto è vero che le autorità tedesche non ne autorizzarono la diffusione in Germania. Ho preso queste informazioni da una cadente edizione Garzanti del 1966, trovata per caso in libreria.

La vicenda vede protagonista l’ingegner Dale che rientra nel suo paese dopo un periodo all’estero; nel frattempo si era risolta una dura guerra civile e il nuovo regime poteva garantire pace e sicurezza. Appena arrivato, Dale viene accolto da un’amica, Barbara. Si capisce ben presto che sicurezza e pace hanno un prezzo altissimo; non c’è vera libertà, si vive nel disagio di essere colti in fallo, di destare sospetti e dubbi in chi ha il potere. Perfino un qualunque lavoratore che aiuta i due giovani a portare i bagagli fuori dalla stazione, sembra implicitamente condizionare la coppia; chiunque ha il potere di segnalare, denunciare, far arrestare. Il regime in questione è di tipo totalitario; non si accontenta genericamente di sottomissione e obbedienza, ma vuole entrare nell’anima delle persone, imporre valori e credenze con la sua capacità di pressione. Alla fine il cittadino deve sentirsi pienamente realizzato nell’obbedienza e addirittura considerare come suo dovere il denunciare ogni atto anche banale di eterodossia. Dale ha una personalità forte; non intende sottomettersi, anche se di fronte ha un regime che lo spia e che in generale crea una cappa di angoscia su tutti i cittadini. Ciascuno può pensare che in una stanza di albergo ci siano dei microfoni; oppure si può temere di essere seguiti per strada. Dale è vissuto all’estero, ha abbastanza denaro, fa acquisti che gli altri non possono permettersi; perciò non può che essere considerato sospetto. Il regime solo lentamente rende esplicito il suo volto feroce; ha forza ed efficacia sulle menti delle persone. La stessa Barbara ne è la prova; sente, infatti, in certi momenti, venerazione per  l’autorità che è una sorta di Divinità cui non si deve nascondere nulla. Si tratta di un tipo di autorità che inoltre ha bisogno di nemici. Non basta aver imposto il proprio credo con le armi; la continua sorveglianza sulle persone deve essere giustificata dalla presenza nociva di uomini dissenzienti. Senza nemici non si può mobilitare la società intorno a dei valori e tenere alta la tensione etica; quei valori sono quelli funzionali al benessere dello stato, spiega la propaganda, ma sono minacciati da una piccola minoranza che tutti devono contribuire a individuare. Il nemico è necessario. Il totalitarismo genera soggezione, ma ha anche gli  strumenti per ottenere una convinta adesione, poiché sa convincere che lo stato viene prima dei sentimenti e dell’amicizia. L’unica etica è quella dettata dall’alto.

Un romanzo di grande impatto, scritto con un linguaggio efficace e raffinato, dall’atmosfera kafkiana, per certi aspetti da accostare al successivo 1984 di Orwell. L’unico limite del romanzo è probabilmente il finale frettoloso, ma è un libro che merita di essere riscoperto.

 

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Diego Collaveri, "La bambola del Cisternino"

7 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

La bambola del Cisternino

Diego Collaveri

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 297

12,90

 

I noir dei Fratelli Frilli editori si caratterizzano per il loro essere quasi guide turistiche della provincia italiana. Che si parli della Genova di Alessio Piras o della Livorno di Diego Collaveri, ci addentriamo nei meandri di città poco conosciute ai più, o, comunque, in zone non familiari di centri abitati famosi. Almeno nel caso di Collaveri, alcune insistite digressioni turistico- informative, però, proprio nel bel mezzo dell’azione, sono abbastanza improbabili.         

Questa è, comunque, nonostante tutto, la principale virtù di La bambola del Cisternino, del livornese Collaveri. Il suo protagonista si muove nei bassifondi di una città che ama e conosce per averne studiato la storia e i monumenti. Livorno, infatti, la fa da padrona in tutti i suoi aspetti, con i rumori, le esalazioni e i colori, con quel traffico caotico indifferente e ingorgato dalle nuove rotatorie, coi gabbiani che stridono irriverenti al tuo dispiacere, qualunque esso sia, con l’odore dei Fossi, degli scalandroni e dei cunicoli sotto il Voltone, sotto il Mercato delle Vettovaglie, sopra e sotto le campagne a nord e a sud, negli acquedotti di Colognole e di Filettole, nelle Cisterne grandi e piccole.  

Per il resto siamo alle prese con la solita storia intricata, per metà gialla e per metà di azione, e con gli stereotipi del genere. Ecco, dunque, la belle dame sans mercì,  cui attribuire nel finale gran parte della colpa, ecco gli oscuri poteri occulti, che restano occulti per favorire un eventuale seguito, ecco, soprattutto, un commissario come ce ne sono a centinaia nei libri e negli sceneggiati televisivi, tutti più o meno fotocopie sbiadite del nostrale Montalbano, con qualche ammiccamento a Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Alcolista al punto giusto, tormentato e sofferente, con una sovrabbondanza di demoni da combattere, Mario Botteghi fa continuamente i conti con un passato oscuro, con una moglie morta e una figlia estraniata. Come amica ha l’immancabile ostessa della trattoria, come colleghi un paio di agenti convenzionali che maltratta bonariamente, giù giù fino a tutti gli altri cliché del genere, dal medico legale irritante alla collega sexy e bellicosa.

Una vecchia prostituta viene trovata morta al Cisternino, antico serbatoio dismesso nei pressi di un centro di tiro al piattello. Più avanti nella storia spunta un nuovo cadavere, quello di un costruttore edile conosciuto in città. Botteghi indaga, riuscendo a non farsi sottrarre il caso della prostituta. Per lui “uno vale uno”, e un’anziana donna di strada ha la stessa importanza di un notabile. Alla lucciola defunta sono collegati ricordi del passato, un’altra morte altrettanto violenta cui Botteghi ha assistito da bambino. A far da colonna sonora il refrain di una famosa canzone di Patty Pravo degli anni sessanta.

Tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali ai comprimari, sono prigionieri di se stessi, dei loro impulsi, dei loro caratteri che li portano ad agire in un certo modo, e la vita non ti fa sconti, mai, nemmeno quando hai già pagato e hai già sofferto. Chi nasce vittima, lo resta per sempre.

La morale è che ognuno è schiavo della vita che fa, del suo karma, o che dir si voglia, come se appartenesse ad una casta dalla quale non può sfuggire.

 

Vittima di quella vita che le aveva chiesto pure il conto, come se non fosse bastato quanto aveva passato”  (pag 283)

 

Ma se ho apprezzato questo libro, è, indubbiamente, per la descrizione della mia città, tanto controversa, tanto bella e brutta allo stesso tempo. I ricordi di Collaveri sono anche i miei, anzi, ai suoi si sommano i miei, ché sono nata quindici anni prima. Anch’io rammento il paninaro vicino al porto, la piazza Attias affollata di giovani e di auto, le vecchie baracchine sul lungomare, le cose che erano là da sempre e, ora che non ci sono più, ci mancano, come ci manca la solidarietà fra la gente di un tempo, la stessa rievocata dai racconti di mia nonna, la stessa che canta Otello Chelli nei suoi romanzi, la stessa che qui rimpiange Mario Botteghi mentre cammina, fumando assorto, lungo i fossi di acqua salata.

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Concorso di Poesia "Città di Acqui Terme"

6 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #eventi

 

 

Archicultura propone per il secondo anno ad associazioni culturali, case editrici, blog e altre realtà letterarie e non solo di partecipare alle manifestazioni del Concorso di Poesia "Città di Acqui Terme" (2-3 settembre 2017) con la possibilità di allestire gratuitamente stand in centro città e di presentare la propria attività a poeti, critici, letterati e alla cittadinanza acquese. L'intento dell'iniziativa è promuovere ad ogni livello scambi di idee, collaborazioni tra poeti, critici, giornalisti, associazioni.

Quanti fossero interessati possono contattarci via mail (archicultura@gmail.com) o telefonicamente (327-6134122).

 #poesiacqui #festival #poetry #books #culture

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