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Paolo Cordaro, "Memorie in versi"

13 Giugno 2020 , Scritto da Gino Pitaro Con tag #gino pitaro, #recensioni, #poesia

Paolo Cordaro, "Memorie in versi"

 

 

 

 

Memorie in Versi (WritersEditor, 2020) è la nuova silloge del poeta tiburtino. Più volte ho detto che, secondo me, Paolo Cordaro è un poeta necessario, che canta un luogo di transizione tra la periferia romana e le adiacenze a essa: una specificità territoriale che a sua volta è portatrice di storia e tradizioni di grande importanza, legata a Tivoli. È un poeta che va a occupare un vuoto preciso, perché l’umanità e le emozioni di cui trattano i suoi versi, collocabili prevalentemente tra gli anni ’70 e ’80, per poi confluire in un presente spesso formale - che ambisce al politicamente corretto, ma soggiogato nella sua labirintica umanità -, ci restituiscono la memoria di un affresco urbano particolare e al contempo universale nell’immaginario italiano.

La pianura delle Acque Albule (Albula peraltro è il nome primigenio del Tevere), reifica una romanità territoriale sganciata dalla Capitale eppure ancora più verace, come per molti versi quella di borgata, che nel suo (nostro) caso però dipende da un territorio prestigioso, quello di Tivoli. Essendo io residente in questi luoghi da diversi anni, sentivo la necessità di recuperare la memoria di un posto così particolare, con le terme, le fonti, che una volta penetravano sottotraccia nel dedalo delle strade, il suo non più forte odore di zolfo, così salutare, che richiama un’idea di veracità, libera, quasi selvaggia tra canneti, anfratti, boschi, laghetti, ninfe e sibille. In questo senso per me il poeta risponde a un dovere di recupero profondo. Se Cordaro non ci fosse bisognerebbe inventarlo, e in fondo la sua poesia si innesta nella progressione sociale dell’area, ormai facente parte di Roma Città Metropolitana, che ha visto cambiamenti, interazioni, la grande immigrazione dall’Est Europa, una forte espansione dell’edilizia residenziale, dovuta anche alla scelta abitativa di impiegati e operai che lavorano nel cuore di Roma. Io stesso che vi abito dal 2004 l’ho vista mutare, e ancora in quegli anni era considerata un limbo, mentre oggi è luogo ambitissimo in cui vivere e da cui muoversi, merito anche dei lavori di potenziamento dei trasporti, a iniziare da quelli della ‘metro regionale o provinciale’ FL2.

La poesia di Cordaro è anche fortemente generazionale, legata a quei contesti di canzoni, di pallone (e di pallonari), muretti, chiacchierate, amori, che si sostanziano in classi di età aperte al mondo ma ancora lontane dal digitale e perfino dall’analogico per molti versi. La sua sensibilità è per determinati aspetti affine alla mia, nell’esplorare e curare nicchie esistenziali fatte di persone, mestieri, e varia umanità che dialogano con i mattoni, il legno, le colle, i cantieri, i calcinacci, le polveri, il cemento, che fanno capolino con i tanti ‘nzi capito’ e poi esibiscono alla vista mani che vogliono dire esperienza, che si guadagnano il rispetto da parte degli altri e resuscitano sentimenti cotti dal sole o conservati dal freddo; un percepire crepuscolare, introspettivo, che si esalta in quelle geometrie di passaggio e transizione rappresentato dalle rotaie, dai caselli, dalle stazioni: luoghi di ‘meditazione’ e che invitano a guardarsi e a pensare per eccellenza, che fanno da amplificatore delle emozioni, perché la borgata è alle spalle, perché dalle stazioni si parte, perché i binari portano lontano e il cuore della Capitale deve ancora essere raggiunto.

Concrezioni urbane, quelle del poeta, che sono ‘Piccole case d’avorio/con gli occhi di smeraldo/tutte uguali/tutte in fila come noi/con i piedi nudi sull’asfalto/a scattare, a rincorrerci/giù per la discesa/giù fino alla “Z”/per accendere il gran falò/e farlo più alto che si può. (da Borgonuovo), ma Nella stagione del sole che/tramonta alla fine della via,/giocavamo a rincorrerci/in controluce, senza tregua,/sul campetto della quarta strada,/al confine dell’asfalto,/tra la casa di Felicetto e/quella di sor Michele,/cauti dallo zoppo con le forbici che/interrompeva i sogni sfregiandoli,/in quello spazio/dove si volava da una porta all’altra,/in barchette di cotone blu/o in scarpini di cartone,/col pallone che andava a vento… (da La Stagione del Sole).

Consiglio vivamente questo libro a tutti, ma soprattutto ai cittadini tiburtini di tutte le generazioni. Cordaro è zolfo che accende i circuiti della mente, innesca scintille che illuminano percorsi esistenziali, mentre a volte è acqua albunea che ci trasporta in luoghi ameni, agrodolce fiume della nostalgia. Il poeta inoltre ormai è un pilastro culturale di iniziative sempre più importanti. 

 

Paolo Cordaro nasce a Bagni di Tivoli (oggi Tivoli Terme) il 30 agosto 1966.

Scrive poesie e racconti da più di venti anni. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: A tua immagine (2002), Gocce di Sole (2006), Aulenti Dintorni (2009), La meta dell’essere (2012), Frammenti d’Essenza (2014) e nel 2016 Il Senso del Cammino, un poemetto composto dal 540 terzine diviso in 14 canti, mentre del 2018 è la volta di Suadenti Sensazioni, una raccolta di poesie d’amore con la prefazione curata da Marcia Theophilo, poeta candidata al Nobel per la letteratura

Le mie poesie sono emozioni in versi, sono la mia libertà di confrontarmi con le brutture del mondo moderno. Metto in versi i miei ricordi di infanzia, le mie prime passioni, ma anche ciò che sono adesso. Vivo le emozioni della poesia come ossigeno. Non potrei mai vivere senza riempire i fogli bianchi delle mie emozioni.

È membro di Giuria del Premio Internazionale di Poesia Orazio, da lui ideato.

 

 

Note biografiche di Gino Pitaro:

Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.

Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.

La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019

L'autore vive in provincia di Roma.

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Delia Carta, "Una storia"

12 Giugno 2020 , Scritto da Fabiana Giaccu Con tag #fabiana giaccu, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Una Storia

di Delia Carta

 

p. 43

Albatros, 2019

Prezzo 9,90

 

 

 

Una storia è un racconto poetico di una giovane vita, quella di una donna che, trasferitasi dal centro della Sardegna a Milano per inseguire il suo sogno, affronta l’ingresso nell’età adulta, talvolta con sicurezza e determinazione talvolta nel dubbio e nello smarrimento.

Sono parole che provengono da un’anima profonda che si è messa a nudo, parole di vita che l’autrice ha deciso di guardare in faccia e affrontare.

La lettura di queste poesie è molto scorrevole, dato il linguaggio semplice, ma è inevitabile soffermarsi a leggerle più volte perché riescono a creare un legame con la tua parte più profonda.

Quest’anima delicata ti parla sincera, con la sensibilità di chi ha conosciuto l’amore, quello vero, fatto di vette ma anche di voragini molto profonde ed è stato molto bello fare la sua conoscenza.

Una storia è per chi apprezza il racconto in versi e non si fa spaventare dalla poesia.

 

 

Vola

da “Una Storia”

 

Se questo non è cadere

allora,

non è altro

che volare.

 

Buona Lettura

 

F.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nove domande e mezzo a Marta Bandi

9 Giugno 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #poesia

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 

 

 
 
 
Gentilissimi amici del blog che, attraverso la cultura, illumina il vostro sorriso, oggi abbiamo il piacere di avere nostra ospite Marta Bandi, una donna che scrive realmente con il cuore in mano. Marta Bandi esprime la sua poesia con parole semplici ma profonde, un'umanità che nel nostro quotidiano c’è ma non si vede, finché non arriva una scrittrice come lei. Attraverso un linguaggio spontaneo e sincero ci aiuta nella comprensione dei fatti della vita.
Marta Bandi non cerca scorciatoie dialettiche e non vuole fare colpo ma, con una sua naturale e umile espressività, ritmata da un'armonia sensibile e delicata, offre al lettore pagine di comprensività e amore per la vita.
 

1) Quando hai iniziato a scrivere?

Da bambina avvertivo il bisogno di prendere carta e penna e ricorrere alla scrittura, racchiusa in una bolla di volontaria solitudine, per scrivere brevi poesie o pagine di diario. In seguito, per svariati motivi, ho messo in stand by questa passione, fino a quando, circa due anni fa, ho partecipato al "Corso di immaginazione scontenta" di Alessandro Mazzà (capitano di #Libereria). Da allora ho ripreso carta e penna e (come scrivo nella poesia che apre il mio libro) ... il fiume sotterraneo è emerso...

 
2)Grazie al tuo yogurt preferito hai vinto un weekend su Marte, il pilota della navicella spaziale è Luigi Pirandello, come su un bus non sarebbe consentito parlare al conducente, ma tu non puoi fare a meno di chiedergli...
 
Gli chiederei: Sig. Pirandello, non pensa che le maschere che indossiamo, spesso, siano l'effetto di incontri sbagliati, sfortunati che ci capitano nella vita?
Penso che, quando ci relazioniamo con una persona empatica, ci liberiamo dalle maschere che indossiamo e siamo noi stessi, cioè facciamo prevalere l'io che in quel momento ha più necessità di esprimersi e quindi più vero.
È difficile capire chi si ha di fronte (un po' come riconoscere un buon vino) e allora le maschere ci aiutano a difenderci.
Speriamo di fare begli incontri su Marte!!
 
 
3)Per la lettura del tuo libro, quale potrebbe essere la colonna sonora più appropriata?
 
Ho pensato a The sound of silence di Paul Simon e Art Garfunkel. È una canzone nata più o meno con me. Il testo parla d'incomunicabilità, un tema che sento mio, ed è nel silenzio che amo stare quando ho bisogno di nutrirmi del suo suono per rigenerarmi.
 
 
4)Sei sindaca di Roma per un mese, che faresti per la cultura?
 
Roma è il più grande museo a cielo aperto e, secondo me, la città più bella del mondo. Mi piacerebbe organizzare pullman giornalieri che portassero, gratuitamente, le persone dalle periferie al centro, per tour, visite guidate ecc... Insomma, un mese di full immersion nell'arte, nella storia e nella bellezza. E poi, dato che ci sto, approfitterò, non capita tutti i giorni di poter essere sindaco di Roma, e pertanto avrei in mente una serie di iniziative: 1)Recupero di vecchi barconi o utilizzo di barconi funzionanti per navigare lungo il Tevere, con a bordo band e musicisti emergenti, a rotazione 2)Allestire mostre di artisti importanti nelle periferie 3)Organizzare visite guidate, in collaborazione con gli istituti superiori (artistici, accademie, ecc.) per coinvolgere gli studenti che avrebbero l'opportunità di fare da Ciceroni agli alunni più piccoli di elementari e medie 4) Occupare i nonni interessati in lezioni/attività/racconti ai bimbi nel doposcuola. I nonni potrebbero arricchire, con la loro esperienza, la didattica scolastica, facendo appunto la compresenza in classe accanto alle insegnanti. Sarebbe interessante anche a livello umano. 5) Favorire, con mediazioni e agevolazioni, una partnership fra librerie e locali pubblici (bar, pizzerie, ristoranti, ecc.) con l'idea di allestire angoli libreria nei locali che aderiscono, gestiti dai librai. 6) Darei carta bianca con un bando ufficiale d’assegnazione a sorteggio a street artist nazionali e internazionali assegnando loro il compito di abbellire tutti i muri abbandonati di Roma… per Roma lo farebbero anche gratis.
 
 
5)Come è nata in te l'ispirazione per Parlami di un fiore?
 
Il fiore rappresenta la bellezza. Parlami di un fiore è una metafora che significa: parlami di bellezza, parlami di qualcosa che mi alleggerisca dai pesi del quotidiano. È la ricerca della tranquillità dell'animo (Seneca).
 
 
6)Nel tuo prossimo libro di che cosa vorresti parlare?
 
Un mio eventuale secondo libro mi piacerebbe fosse una raccolta di racconti brevi, ispirati a situazioni realmente accadute anche autobiografiche. Al momento è un desiderio, chissà.
 
 
7)Te la senti di improvvisare una poesia per i tuoi lettori?
 
Non è facile improvvisare ... avrei bisogno di concentrazione. Scriverò un verso ...
 
Scrivo quando l'anima deborda
Quando il cielo si tinge di rosa
Quando un alito di vento
Spazza via i cristalli di freddo
Sulla pelle
Scrivo
Quando l 'Amore mi chiama Amore.
 

8)Come descriveresti l'atmosfera che si respira in Libereria?

Libereria è tante cose. Oltre a essere un consorzio di autori (come tutti sanno) è incontri, raduni, scambi sinceri di affetti, ascolto, famiglia. L'atmosfera è, da un lato sempre piacevole e accogliente, dall'altro lato stimolante, in continuo fermento.

9)Scrivi per te stessa o scrivi per il lettore?

Il tempo che precede lo scrivere è un tempo di riflessione, di messa a punto di un pensiero, di scavo interiore, e questo lavoro è in evoluzione fino a quando metto il punto finale. Sono momenti nei quali non penso al lettore, penso a scrivere quello che sento, ed essendo io la prima lettrice, voglio esserne convinta. Successivamente il mio auspicio è di arrivare a di trasmettere qualcosa agli altri: un'emozione, un'immagine poetica evocativa, un pensiero condiviso.

1/2) Non ti chiederò perché scrivi, ma bensì che cosa scatena in te la voglia di farlo, al momento che ti accingi a scrivere la prima battuta qual'è il tuo primo pensiero, dove trovi la forza espressiva?

La voglia arriva all'improvviso, non so di preciso cosa la scateni, è un lampo, un'illuminazione, un friccicore (termine romanesco) a volte acuto. Il primo pensiero è di soddisfazione per qualcosa che sta nascendo, sta prendendo forma. La forza espressiva la trovo nell'introspezione ma anche intorno e fuori di me. La natura è una potentissima forza ispiratrice.

 

 
Sono Marta Bandi, nata sulle colline romagnole negli anni 60. Vivo a Roma da tanti anni, sposata con Davide e mamma di Lucrezia e Samuel.
 
 
 
Mi abbraccio
da "Parlami di un fiore".
 
 
Vorrei incontrarmi
un po' di più
per parlare con me stessa
domandarmi
quanta pelle
ho lasciato nei sentieri
quante facce ho abbandonato
trascurato
le scintille
che non ho alimentato
quanti no e quanti sì non ho pronunciato.
Vorrei incontrarmi un po' di più
Per essere la mano
che mi accarezza il viso
le braccia che mi stringono
in un incontro benevolo
e sincero
con me.
 
E così, amici lettori, con questo poetico abbraccio tratto da Parlami di un fiore, offertoci dalla bravissima scrittrice Marta Bandi, nel ringraziarla per la sua arte e per la sua disponibilità, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo incontro a sorpresa. E ricordatevi sempre che l’arte è per tutti e non nuoce gravemente alla salute.
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Il guardiano del faro

8 Giugno 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

Elia, il guardiano, adorava i profumi e i suoni del mare, in particolar modo i cavalloni che si schiantavano sugli scogli attorno alla struttura. Ogni qualvolta c'era una tempesta, dalla postazione più alta del faro contemplava la distesa in burrasca sotto di lui. Chi l'avrebbe mai detto che da quell'uomo avrei ereditato tali estatiche sensazioni?

Ricordo come fosse ieri. Il risveglio, l'alba di quella mattina coi raggi del sole che entravano dalla suggestiva finestra che dava sul Golfo di Genova.

Il letto che mi aveva ospitato era duro come la banchina di un porto. Non mi meravigliai che il vecchio camminasse con la schiena ricurva. Mi inoltrai, scalzo, in direzione della cucina, noncurante del pavimento mal ridotto e di alcune schegge di legno che andarono a conficcarsi nella pianta dei piedi. Elia stava lì, appoggiato a un sgangherato e rumoroso frigorifero a fumarsi la pipa con espressione malinconica.

«Sei sicuro?» mi domandò. Annuii, senza particolari remore, d'altro canto non sapevo dove andare.

Dopo una frugale colazione andammo in spiaggia per ammirare le magnifiche onde che si infrangevano delicatamente sulle rocce che circondavano la torre. Mi soffermai pure su Elia, a cominciare dalle mani nodose per l'età, il viso visibilmente stanco e la brezza che gli soffiava sui pochi capelli bianchi. Le sue guance erano rugose e provate da chissà quanti venti affrontati.

«Sarai tu e quella luce. Entrerete in simbiosi e fungerete da guida ai naviganti» mi disse quell’uomo canuto indicando con l'indice verso l'alto senza degnarmi di uno sguardo. Sospettai che quella specie di eremitaggio gli avesse fatto dimenticare come guardare una persona negli occhi.

Successivamente mi spiegò le mansioni da svolgere per poi effettuare una serie di esempi pratici. Imparai in fretta, grazie ad una dote innata per la manualità risalente ai tempi dell'orfanotrofio e, qualora ci fossero stati problemi di natura tecnica, mi sarei avvalso di un manuale o, nei casi peggiori, avrei potuto utilizzare il telefono per chiedere assistenza a chi dovere. Riguardo la paga e gli approvvigionamenti, in quel periodo, venivano garantiti mensilmente dalla marina mercantile.

L'ormai ex guardiano mi consegnò le chiavi e ci salutammo senza che gli chiedessi dove fosse diretto. Dalla porta d'ingresso lo vidi percorrere lentamente una stradina sterrata portando con sé una logora valigia. Rimasi da solo, i gabbiani che garrivano mentre volavano liberi sembravano darmi il loro benvenuto. Rientrai.

In cucina accesi il fornellino a gas, desideroso di una cioccolata calda, fin dal primo momento pronosticai che non mi sarei mai liberato di quel freddo perenne. Indipendentemente dagli abiti che indossavo o dalle varie stufe accese, il gelo si sarebbe insinuato nelle mie ossa, oltremodo. Non mi sbagliai. In quel primo giorno di lavoro feci il secondo "trekking" sulla torre, le scale di ferro arrugginito risalivano a spirale lungo pareti. Chissà quanta fatica per Elia arrampicarsi tutte le volte necessarie!

Una volta raggiunta la cima, mi cimentai scrupolosamente nel pulire i pannelli in vetro, lucidare l'obiettivo, sistemare gli stoppini e riempire d'olio una moltitudine di lampade assieme ad altre incombenze che diventarono consueta routine.

Anni dopo, in un tetro pomeriggio di novembre prossimo alla tempesta, notai una figura femminile proveniente dalla stessa callaia con la quale il mio predecessore aveva lasciato il faro. La donna si fece strada attraverso la sabbia proprio sotto di me, visto che mi trovavo nella parte bassa della struttura. Oltrepassò una piccola barca e, quando raggiunse il bordo della scogliera, si fermò a osservare il golfo. Il suo lungo vestito azzurro fluttuava come quello di un angelo. Puntai i riflettori su di lei, accademicamente parlando.

Dapprima trovai strano che, con l’imminente scatenarsi della tormenta, quella donna avesse deciso di dirigersi proprio lì, finché realizzai quali fossero le sue reali intenzioni. Corsi e la raggiunsi, la invitai a ritornare indietro. Inizialmente rimase muta poi parlammo un po', la sua voce sofferta mi colpii profondamente, tant’è che non rammento cosa ci dicemmo.

A un certo punto sciolse il nastro che le legava la coda. I suoi lunghi, ondulati capelli castani caddero a cascata e furono rapidamente sferzati dal minaccioso vento piovigginoso. Era bella, decisamente bella, i lineamenti delicati enfatizzavano il chiarore della sua carnagione.

Si mise a piangere, con gli occhi chiusi.

«Mi manca mio marito!» esclamò portandosi la mano alla bocca per soffocare un singulto. Infine si girò di spalle chiaramente intenzionata ad attuare l’insano gesto. Il suo amato doveva essere un marinaio o un pescatore. E lei lo stava per raggiungere, il mare le avrebbe fatto da ponte per il cielo.

La vidi gettarsi. Non potei fare nulla.

Io, Tancredi Diotallevi, ho il costante ricordo di quella apollinea donna che mi pesa sul cuore. Sono passati circa trent'anni anni, costellati da episodi belli e meno belli. Stamattina scopro che presto sarò sollevato dal mio incarico ma non per raggiunti limiti d'età. In buona sostanza la tecnologia cartografica e altri strumenti di navigazione installati nei mezzi marittimi non giustificano più l'operato del sottoscritto e, naturalmente, l’utilizzo dell’emettitore di segnali luminosi della struttura.

Dovrei essere malinconico, deluso… invece no, da quanto ho appreso dalla raccomandata che mi è stata fatta pervenire dal postino, il faro avrà un nuovo contratto di locazione. A tal proposito il Comune di Genova prevede di trasformarlo in un museo e di consentire al pubblico visite panoramiche. Mi è stato chiesto di rimanere in qualità di guida.

Accolgo con entusiasmo la proposta e per di più sarò lieto di condividere le mie storie ai visitatori.

Tutte tranne una.

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Donato Carrisi, "L'uomo del labirinto"

7 Giugno 2020 , Scritto da Fabiana Giaccu Con tag #fabiana giaccu, #recensioni

 

 

 

 

L’uomo del labirinto

di Donato Carrisi

 

Longanesi, 2017

pp.390

12,35

 

Samantha Andretti ha 13 anni, quella mattina il suo unico pensiero è che dovrà scambiare due chiacchiere con Tony, il ragazzo più bello della scuola. Quel giorno Samantha non arriverà mai a destinazione, scomparirà nel nulla, diventando la pedina di un gioco infernale.

Da quel momento, la piccola protagonista dovrà aggrapparsi ai suoni, alle voci, alle sensazioni e agli odori, per comprendere le tenebre che l’hanno ingoiata. Ed è proprio in quel luogo angusto, da lei chiamato “Il Labirinto”, che rimarrà imprigionata in compagnia del suo misterioso rapitore.

Samantha verrà rintracciata 15 anni dopo, in una notte anomala di caldo surreale, in stato confusionale e con una gamba rotta.

Così la ritroviamo ventottenne, in un letto di ospedale, con accanto il Dr. Green, profiler che ha il compito di entrare nella sua mente e trovare gli indizi per catturare il rapitore.

Ma a seguire le tracce del mostro c’è anche Bruno Genko, l’investigatore privato che, anni addietro, fu incaricato di indagare sulla scomparsa dai genitori della ragazza e che fino a quel momento era convinto di aver fallito la missione. Genko ha appena scoperto di avere un male incurabile e, convinto che sia il suo ultimo caso, decide di buttarsi a capofitto nella spasmodica ricerca del rapitore.

Il Dr.Green e Genko riescono insieme a far emergere dall’ombra il mostro che per 15 anni ha sottomesso Samantha ai suoi giochi sadici. Il suo volto è nascosto dietro a una maschera da coniglio con gli occhi a cuore, il suo nome è Bunny.

“La natura umana era capace di genio e bellezza, ma anche di generare abissi oscuri e nauseabondi” e è proprio in queste parole dell’autore che sta la vera essenza di questo romanzo.

L’uomo del labirinto ti cattura con il suo ritmo fin dalle prime righe, descrivendo, con linguaggio semplice e scorrevole, il susseguirsi degli eventi. In questo, come in tutti i libri di Carrisi, non puoi dare nulla per scontato, e quando credi di aver capito tutto, ti frega. L’unica via maestra del romanzo, è costituita dallo svolgimento delle due indagini parallele, che mirano entrambe alla cattura di Bunny. Al contempo, non avendo alcun punto di riferimento spaziale o temporale, ti trasporta facilmente in luoghi tenebrosi, a tratti claustrofobici: un momento sai bene dove ti trovi e poco dopo, senza neanche accorgertene, sei immerso nei più oscuri meandri della mente umana.

Così, molto presto, incontri Bunny, un uomo con una maschera da coniglio con grandi occhi a cuore, personaggio nascosto ma ingombrante. Tanta è la suggestione quante sono le domande che ti sorgono in testa durante la lettura: cosa vuole quest’uomo? Ma, soprattutto, perché proprio quella maschera?

La sua presenza inquietante la troviamo all’improvviso, dietro il finestrino di un furgone o mentre ti fissa immobile avvolto dall’oscurità: Bunny è con te in ogni momento.

Troviamo elementi all’apparenza innocenti, come un fumetto e un costume da coniglio, diventare pericolosi strumenti al servizio della perversione umana.

Il personaggio di Bunny è un vero colpo da maestro, proprio come IT di Stephen King, sei fermamente convinto che un clown,e in questo caso un coniglio, non possano mai farti del male e invece così, tra una pagina e l’altra, ti accorgi che possono trasformarsi nei dei tuoi peggiori incubi.

Romanzo ideale per gli amanti del genere thriller e per tutti coloro che vogliono un libro scorrevole, di quelli che si lasciano “divorare” e che tengono svegli fino a tardi (anche perché in compagnia di Bunny è proprio difficile addormentarsi).

 

Buona Lettura.

 

 

 

 

 

 

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Teresa Valentina Caiati, "Frange d'interferenza"

6 Giugno 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell'indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l'incrocio invadente di verità e illusione, misurano l'intonazione delle attitudini umane, l'intensità e l'ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell'anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell'ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l'osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l'interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l'approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l'impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l'ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell'assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull'esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Il talento

 

Il talento

è l'aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt'intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell'impero grammaticale dei sogni.

 

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Error Invalid Function

 

Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l'orizzonte s'allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l'ansia esitante

di non avere fine.

 

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D'un tratto

 

D'un tratto capii

che solo il ritmo genera l'amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

 

 

 

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Nove domande e mezza cineparlando con Giuseppe Scilipoti

4 Giugno 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #giuseppe scilipoti, #interviste, #cinema

 

 

 
 
 
Amici lettori del blog più cultural entusiasmante del web, eccomi ritornato a voi, abbiamo tutti passato un periodo difficile. Non vediamo l’ora che finisca e, allora, oggi, per darvi qualche minuto di piacevole distrazione, vorrei intrattenervi parlando di cinema. Il cinema, questo affascinante mondo della fantasia notoriamente definito come la settima arte, perché in esso possiamo trovare letteratura, recitazione, fotografia, arte figurativa, musica, arredamento, costumi. Inoltre, alla realizzazione di un film contribuiscono tantissime figure professionali artisticamente eccezionali, di conseguenza a volte i titoli di coda sono interminabili. 
A proposito di talenti, per questa occasione abbiamo nostro ospite Giuseppe Scilipoti, un giovane scrittore appassionato e informatissimo cultore di questa arte, al quale abbiamo proposto le nostre fatidiche 9 domande e mezza. E ora silenzio, please: ciak si gira.
 
1)Il tuo regista preferito.
 
 Steven Allan Spielberg! Da notare come abbia citato il suo nome completo con tanto di esclamazione. Questo perché il celebre, versatile, competente e inimitabile regista americano ha creato film indimenticabili che sono entrati nella storia del cinema e nell’immaginario popolare. Uno che gira capolavori come Lo SqualoSchindler'sListJurassik Parkla quadrilogia di Indiana Jones etc., film che tra l'altro non ti stanchi mai di guardare, dimostra e rende perfettamente l'idea di cosa vuol dire fare cinema e, naturalmente, di come competenza faccia  rima con potenza. Cinematografica, ovviamente.
 
2)Dai un Oscar come migliore film a quello che non è stato premiato ma che lo avrebbe meritato.
 
L’attimo fuggente. E francamente non capisco perché a suo tempo non vinse il prestigioso premio. Il film in questione ha contribuito a rivalutare positivamente la mia esistenza, e chissà a quanti spettatori di tutte le età e di tutto il mondo. Da sottolineare come io consideri il lungometraggio un'autentica poesia sullo schermo. Ah, quando dice che la poesia è morta! Fondamentalmente nel 1989 i membri votanti incaricati di scegliere a chi conferire l'Oscar non hanno saputo cogliere il cosiddetto “Carpe diem”. Un vero peccato.
 
3)Il ritorno del drive in sarebbe solo un revival oppure una grande idea?
 
Mah, guarda... Sono sempre stato a favore di idee o iniziative che hanno sapore retrò o vintage ma non di quelle che sanno di anacronistico. I drive in francamente non mi attirano, preferisco i canonici cinema, in primis le multisale. Se avrò modo di rivalutare positivamente il cinema all'aperto, ti farò un entusiastico fischio che manco il più bravo rumorista ci riuscirebbe.
 
4)L’attore e l’attrice che faresti uscire dal sarcofago.
 
Dal sarcofago? A 'sto punto ci sarebbero due attori di teatro risalenti all’Antico Egitto che desidero riesumati. Scherzo, risusciterei Totò e Anna Magnani. Ti immagini un Totò con un odierno Totò, Peppino e la...malafemmina che scrive assieme a Peppino De Filippo la famosa lettera con lo smartphone utilizzando WhatsApp? Sai che gag e siparietti improvvisati si creerebbero? Ad ogni modo scelgo Totò perché, essendo il Principe della risata, in tempi caotici e difficili come quelli che stiamo tediosamente affrontando, sarebbe a dir poco indicato, col vantaggio poi di mettere in risalto con profonda ironia, o comunque con spassosissimo humour, vizie le virtù degli italiani d'oggi, politica compresa. Riguardo Anna Magnani, a parte l'indiscutibile bravura recitativa, e quel suo rappresentare l'emblema della libera donna mediterranea, avendo avuto un carattere impetuoso, penso proprio che un suo eventuale ritorno in vita, tra le varie cose, concerebbe per le feste tutte quelle attricette che risultano un insulto per la recitazione. Ah, prova adesso a immaginare la Magnani invitata a Pomeriggio Cinque di Barbara D'Urso, poco ma sicuro che in una sola puntata la farebbe a pezzi, magari ponendo fine a quella che definisco un'inutile trasmissione stracolma di ipocrisia.
 
5)Perché secondo te i sequel non sono quasi mai all’altezza della prima versione?
 
Allora, questa è una domanda alla quale provo a rispondere tirando le somme. In verità sono capitati certi sequel degni di nota che hanno surclassato e sbancato al botteghino il primo film. Ad esempio nella quadrilogia Indiana Jones sento di poter affermare che il terzo capitolo, ovverosia Indiana Jones e l’ultima crociata, risulta il migliore. Questo vale per il sottoscritto, globalmente per il pubblico e, a quanto pare, pure per la critica. Un esempio di sequel andato male direi L’allenatore del pallone, uno dei film cult anni 80. A tal proposito non capisco come Banfi si sia prestato a questa stronzata cinematografica che peraltro è una parodia deprimente. A ‘sto punto preferivo che l’immaginaria Longobarda finisse in serie B, piuttosto che riaffermarla in Seria A in un film di serie C. (e sonobuono!). Madonna benedetta di Manfredonia! Lino Zaga (il suo primo nome d’arte) non poteva continuare a interpretare Nonno Libero nel telefilm Un medico in famigliaSecondo me, il noto attore pugliese, dopo aver finito di girare il lungometraggio, si è pentito, assieme a Sergio Martino, il regista. I sequel non riusciti tra l’altro creano un doppio danno perché, in un certo senso, intaccano il primo film, visto che poi lo spettatore tende a idealizzare il finale. Se sai che un film finisce in un modo, ti immagini il prosieguo. Penso di rendere l’idea, no? Oltre i sequel, a rovinare la prima versione ci sarebbero le serie TV ispirate ai film. Conosci il telefilm su Robocop datato anni novanta?Assolutamente incolore, insipido e per di più realizzato per un target adolescenziale. In conclusione, realizzare i sequel o i reboot è una grossa responsabilità. Io, se fossi regista e mi chiedessero di girare un seguito di un film di successo, rifiuterei senza problemi. Preferirei rischiare con un prodotto nuovo.
 
6)Come vedi il futuro del cinema?
 
Aspè che prendo la sfera di cristallo, pardon, l'uccello dalle palle di cristallo... (e qui ho storpiato o parodizzato un film di Dario Argento). Allora, se intendi il cinema come luogo pubblico finalizzato alla visione di opere cinematografiche, prevedo che sarà più "indoor", infatti basta prendere in esame Netfix, che sta tallonando sempre di più le sale cinematografiche, risultando poi persino più economico oltre che pratico. Stai comodamente a casa, risparmi anche sul cibo visto che al supermercato 2,50 euro circa risultano sufficienti per comprare un sacchetto bello grande di popcorn e una qualsiasi bevanda. Inoltre, penso che in futuro la dovuta evoluzione tecnologica comporterà schermi sempre più grandi a sfavore dei Grandi Schermi, sebbene, quest’ultimi non verranno “spenti” in toto. Le sale cinematografiche riusciranno in qualche modo ad andare avanti inventando visori 5D, 6D e chissà cos'altro. Se intendevi cinema come Settima Arte o industria cinematografica ti dico solo che le idee legate alla società e alla sempre più marcata globalizzazione irreversibilmente la trasformeranno. Da segnalare che essendo stato raccontato di tutto e di più, penso che la creatività potrebbe far rima con novità, se ad esempio verranno creati generi o ibridi nuovi. Eviterei di puntare troppo sui remake, reboot e soprattutto sui seguiti. A tal proposito ho già risposto nella quinta domanda.
 
7)Come è nata in te la passione per il cinema?
 
La passione è nata grazie a mio padre. Quando ero bambino, quasi ogni sera, in soggiorno io il mio papà guardavamo insieme film di ogni genere. Ho bellissimi ricordi, sai? Quante risate con le commedie e quanta emozionante tensione nei thriller o nei polizieschi. In estate, non andando a scuola, gli horror, a tarda notte non mancavano, sebbene mia madre si incazzasse per quel genere di visioni. Comunque gli action restavano i nostri lungometraggi prediletti, ad esempio i vari TerminatorRobocopIndiana Jonee qualsivoglia. Gli attori che ci facevano gasare erano Jean-Claude Van Damme e Steven Seagal, spesso per scherzare mimavamo tra di noi le loro mosse. Ricordo poi che mio padre non cambiava mai canale durante le sequenze di sesso, sebbene non di rado mi mettessero a disagio. Forse mi riteneva già grandicello, oppure voleva semplicemente erudirmi.  Figurati che mi fece visionare Basic Insticnt integralmente e... senza censure. Eh sì, la sera ci rifugiavamo in quel magico mondo, il soggiorno rappresentava il nostro Cinema, mio padre per qualche ora dimenticava i suoi problemi quotidiani, come ben sai essere genitore e capofamiglia non è mai facile. Capii come il cinema non fosse solo intrattenimento, anzi rappresentsse una forma d’arte che va contemplata e vissuta, oltre a fornire quell’immedesimazione che contribuisce enormemente alle nostra esistenza. Se in aggiunta si ha estrema passione come il sottoscritto, diventa addirittura un elemento F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E.
 
8)Una cinematografia internazionale sottovalutata.
 
Umh, vediamo... direi quella della Groenlandia, ha da sempre avuto una freddissima accoglienza. Figurati che due notti fa ho visionato un horror decisamente singolare prodotto in questa enorme isola/iceberg che mi ha fatto gelare il sangue! Ah, ah, ah, ah, ah, aspè, rispondo seriamente alla domanda. Dunque, essendo un cultore della cinematografia internazionale, posso chiaramente affermare che il cinema Made in Taiwan, pur non essendo snobbato, purtroppo, è oscurato da quella cinese o da altre cinematografie asiatiche. Taiwan, a differenza della Cina continentale, non soffre di eccessive censure. Il loro modo di fare cinema è un po’ più libero e dispongono di una creatività pazzesca. Tuttavia, allo stato attuale, non sono riusciti a collocarsi al vertice della piramide. Taiwan, piccola isola dalle grandi caratteristiche. Quando riuscirà finalmente ad essere valorizzata pure come grande cinema?
 
9)Qual è l’aspetto più importante in un film? (Soggetto, interpretazione colonna sonora, ecc.ecc.)
 
L’aspetto? GLI aspetti, visto che per un film è buona cosa e giusta che sia completo e curato in tutti i comparti. Prendiamo in esame Ritorno al futuroGrande Giove, in quel film non manca nulla, può avere incongruenze o i cosiddetti blooper, però tecnicamente e visivamente è realizzato con i controcoglioni. E stiamo parlando di un prodotto filmico degli anni 80. Ad ogni modo, tornando al cuore della domanda, a differenza di altre arti, il cinema funziona solo grazie al lavoro di squadra. Dal cast tecnico a quello artistico, in entrambi i casi DEVONO essere frutto di reali e concrete specializzazioni, affinché si completino a vicenda e si pongano a servizio l’una dell’altra. Non bisogna per forza essere dotati di budget faraonici, l’importante è gestire un prodotto filmico seguendo con  professionalità quello che con umiltà ho appena detto.
 
½ ) Sei un regista per un giorno, che film vorresti dirigere?
 
Il film che desidero dirigere si intitola "La scomparsa di Giuseppe Scilipoti", tratto da uno dei miei tanti racconti pubblicati su Letture da MetropolitanaIl testo, se vogliamo, dispone già di una sua sceneggiatura che filmicamente andrebbe ampliata. In buona sostanza il lungometraggio che ne verrebbe fuori sarebbe un giallo parodistico pieno di battute a raffica, e per di più coglierei l’ottima occasione per mettere in scena il Gruppo degli Investigautori. In passato sia io che altri/altre autori/autrici (te compreso!) ci siamo divertiti a realizzare individualmente componimenti orientati sul ritrovarci narrativamente insieme a risolvere casi fuori di testa, componimenti che magari si potrebbero assemblare al fine di trarne un lungometraggio “corale”. Secondo me è un’idea geniale.
 
Molto bene, carissimi amici del blog con vista sempre in cinemascope, ringraziamo Giuseppe Scilipoti per la sua disponibilità e per averci illuminato la scena con la sua competenza. Amici lettori, torneremo ancora su questi schermi prossimamente con altre belle novità culturali, per non lasciarvi soli in balia dello scoramento, anche grazie all’arte tutto andrà bene.
 
Bio Scilipoti
 
Mi chiamo Giuseppe Scilipoti, trentaseienne della provincia di Messina, appassionato cultore della cinematografia fin dai miei verdissimi anni. Al cinema devo le mie conoscenze, la mia personalità, la mia vita, tutto. In qualità di spettatore, così come lettore di opere narrativa, i miei generi preferiti sono il poliziesco e il thriller, inoltre, avendo un animo sensibile non disdegno i film sentimentali e le commedie romantiche.  Sono un purista dei prodotti filmici stranieri che visiono immancabilmente in lingua originale con sottotitoli annessi. A tal proposito ho una spiccata predilezione per il cinema asiatico, da quello coreano a quello taiwanese. Adoro poi il cinema scandinavo, mi galvanizza quello americano e ammiro quello italiano, precisamente quello di genere anni sessanta, settanta e ottanta. Naturalmente il poliziottesco e il poliziesco fra tutti.
Ho all’attivo diverse recensioni pubblicate in vari siti. Ecco in quali:
 
(col nick di Josh84)
(col nick di Gunny84)
Ed infine uno svariato numero di recensioni pubblicate su YouTube riguardo cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi indipendenti girati da filmmakers italiani.
 
 
 
 
 
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Federica Cabras, "I segreti di una culla vuota"

29 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli

 

 

I segreti di una culla vuota

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 240

15,00

 

Un thriller, I segreti di una culla vuota, ma non solo, come sempre quando si parla delle opere di Federica Cabras. Beatrice Angelica Farris e Lorenzo Serra hanno una vita invidiabile e sono felici. Sono giovani, belli, benestanti e rampanti. Più di ogni altra cosa, l’uno ha l’altro. Sposati, si amano di un amore immenso, tutto sembra filare per il meglio. Ma Lorenzo muore in un incidente. Quelle cose che succedono, così, all’improvviso, e ti ritrovi a tornare in una casa dove l’altro non rientrerà più, dove ci sono ancora gli oggetti come li ha lasciati prima di uscire.  La normalità sparisce in un istante, la vita di Beatrice e di Lorenzo non esiste più.

La vedova affranta e inconsolabile scoprirà che la realtà non era come sembrava, che nell’esistenza del suo impeccabile e meraviglioso marito c’erano delle falle, e un segreto inconfessabile emergerà pian piano dal buio. Suo marito ha qualcosa a che fare con la morte di un bambino di tre anni, avvenuta tempo prima, Giorgio Marcialis, rapito in un centro commerciale e barbaramente ucciso.  

Beatrice dovrà lottare per tornare a galla dalla depressione in cui è precipitata, per capire cosa sia effettivamente successo a suo marito, e chi altro sia implicato in quest’orribile vicenda. Attorno a lei si muovono vari personaggi. Il giornalista Samuele, che la aiuterà e le farà ritrovare un po’ di voglia di vivere, la madre con cui non ha mai avuto un buon rapporto, il collega e amico fraterno di suo marito, la madre del piccolo Giorgio, distrutta e abbrutita dal dolore.

Thriller, dicevamo, con colpi di scena, inseguimenti, sparatorie e un intreccio da dipanare e svelare. Ma anche qualcos’altro, qualcosa che deriva dall’anima profonda e dolente dell’autrice: uno studio sulla perdita, sull’elaborazione del lutto.

La parte preponderante del romanzo – che qualcuno appassionato solo di storie di genere può addirittura ritenere eccessiva ma io, invece, prediligo – è dedicata alla vedovanza, ai ricordi struggenti che ti colgono all’improvviso e ti sbilanciano, che ti trafiggono lasciandoti senza fiato. Beatrice perde in un istante il centro del suo mondo, vede spalancarsi l’abisso attorno a sé. Ci vorrà molto tempo per uscire dal baratro, per ricostruirsi un’identità. Questo lungo e difficile percorso è descritto molto bene, senza fretta, con i dovuti approfondimenti, che forse, sì, rallentano lo sviluppo rapido della trama, ma danno prova di sottigliezza psicologica, di analisi approfondita, di scavo interiore. Sentiamo tutto il dolore di una moglie che ha perso l’uomo che adorava, sentiamo la mancanza come fosse nostra, avvertiamo quel senso di vuoto incommensurabile, infinito.

Scrittrice brava e con molte anime Federica Cabras. Ha una vena allegra, frizzante, giovanile, quella di Un sogno un amore un equivoco. Ne ha un’altra macabra, primordiale, quasi deleddiana nel suo legame con l’isola natale. Ha anche una fascinazione morbosa per la morte. Ma, soprattutto, ha una grande sensibilità e conoscenza dell’animo umano, descritto attraverso gesti, dialoghi e oggetti di uso comune.

Uno stile tutto suo, personalissimo, fatto di echi, di motivi ripresi, di flash back, di sofferenza e di ironia. Uno stile che è come l’onda, come la risacca che lambisce la battigia per tornare indietro lasciando sul bagnasciuga sempre qualcosa: un granello di sabbia spostato o una conchiglia che prima non c’era.

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LE NOVE DOMANDE PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: Majlinda Petraj

28 Maggio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

 

 

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi ho il piacere di presentarvi una scrittrice che fa della dolcezza la sua poesia. La sua forza è nelle parole che mette nero su bianco in ogni componimento, e la positività è nello sguardo con il quale vuole contagiare i suoi lettori. Fa parte della grande famiglia di @libereria, una realtà editoriale in continua  ed entusiasmante crescita. Signore e signori, oggi con noi Majlinda Petraj, ed ecco le domande alle quali si è sottoposta con un grande  sorriso, coinvolgendo tutti noi in un'atmosfera di piacevole serenità.

 

Ti senti dottor Jekyll e mister Hide?

Concordo che, per quanto buoni potremo ritenerci, esiste un po' di mister Hyde in ognuno di noi. Personalmente vorrei si potesse vedere il mio lato buono. Faccio tutto il possibile, pur non soffocando del tutto anche l'altro.

 

Sei una scrittrice onesta oppure un po’ drin drin?

Non capisco cosa sia una scrittrice drin - drin, nemmeno mi ritengo intellettuale. La parola "onestà" invece mi piace perché, quando scrivo, mi denudo delle mie paure, angosce, perplessità e sono pronta al confronto e a essere letta.

 

Perché scrivi?

Scrivo per comunicare con il mondo. Perché lo sento come un bisogno vitale, come mangiare, dormire etc.. È un modo d'essere, io sono Poetessa.

 

Con il tuo libro cosa vuoi dire?

Il mio libro, PIANETA CUORE, già dal titolo vuole comunicare la possibilità di rifugiarsi altrove, in uno spazio nuovo che può contenere tutto ciò che Sei.

 

Sei a colazione con Oriana Fallaci, cosa le chiedi?

“Oriana, quando te la smetti di fumare?" Scherzo, le darei un bacio per il suo libro Lettera a un bambino mai nato.

 

Entri nella stanza di un editore e, dietro la sua schiena, vedi un cartello incorniciato con scritto "Se vuoi essere pagato come dici te, devi scrivere come dico io".

Allora, richiudo la porta perché non potrei scrivere a condizioni, regole o restrizioni. Scrivo come dico Io.

 

Progetti per il futuro?

Nella mia testa ci sono ancora molti libri. Per il momento sto assemblando il mio secondo libro, una raccolta di poesie e brevi inserti di prosa poetica. Nonché alcuni miei disegni.

 

Che ne pensi dei tuoi colleghi scrittori?

Oltre il fatto che li considero fratelli e sorelle a tutti gli effetti, penso che siano straordinari poeti/scrittori, persone e amici.

 

Libereria per te cos'è?

CASA!

 

1/2 ) Sei mai tentata di copiare?

No, assolutamente. E non tanto per dire. Ma ogni cosa che sono vorrei fosse autentica. Mi amo abbastanza per NON farlo. 

 

E con la parola amore, lo stesso amore che Majlinda Petraj riversa nel suo lavoro di scrittrice,  amici lettori vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo appuntamento, sarà ancora una sorpresa, un nuovo artista da incontrare, voi intanto non cambiate canale, casomai girate pagina, la pagina del vostro libro preferito.

 

Majlinda Petraj bio

 

“Mi chiamo Majlinda Petraj", sono di origini albanesi ma vivo in Italia da moltissimi anni. Scrivo da quando ho imparato a scrivere, all'età di 7 anni. Nel mio paese d'origine ho avuto la soddisfazione di essere spesso premiata a livello nazionale. Ho interrotto per un periodo il mio interagire con il mondo poetico ma non lo scrivere. Quello è una costante della mia vita. Ora, faccio parte di Libereria e ne sono fiera. Ho trovato il mio posto. Vorrei dare il meglio. ”

 

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Patrizia Poli, "Come eravamo, piccolo manuale della nostalgia"

27 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo

 

 

 

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi.

Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, le piccole cose sgualcite che profumano di ricordi, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.

 

Non è la prima volta che un libro nasce da questo blog. E' già accaduto con La scommessa dell'arte di Walter Fest, tratto dagli articoli dedicati a pittori e artisti.

Personalmente in questi anni ho scritto e pubblicato tanti pezzi sul passato, su com'eravamo noi "ragazzi" degli anni sessanta e settanta. I libri che leggevamo, i programmi che guardavamo in televisione, i giochi, le pubblicità. Ma anche le feste di Natale, con l'albero vero che spandeva il suo profumo di bosco per casa, il modo di trascorrere certe estati infinite e sonnolente.

Bene, ho pensato di raccogliere in un volume autopubbicato su ilmilibro.it - dove ho ancora in vetrina Il respiro del fiume, Bianca come la neve e Quand'ero scemo - tutti questi articoli in una operazione nostalgia dolce-amara.

La raccolta si intitola Com'eravamo, piccolo manuale della nostalgia.

 

Ecco la recensione del primo lettore:   

 

"Un libro colmo di nostalgia del passato. I ricordi rivivono con realismo e l’autrice ha la capacità di farli apparire molto recenti. Certo i cambiamenti nel tempo sono stati tanti e ciò è evidente quando ci accingiamo a fare un confronto tra ieri ed oggi. Il lontano 1966 era l’anno in cui uscivano le prime fiabe sonore, ma allora erano diffusi anche i fotoromanzi della casa Lancio, che raggiunsero il massimo splendore negli anni ’70 ed erano espressione della narrativa popolare.

Grande successo ebbe il Manuale delle giovani marmotte edito nel’69 , un libro dalla “informazione spicciola”. In quegli anni al cinema si seguiva il filone western, mentre in TV molto popolare era Carosello con Calimero, Gringo… uno spazio televisivo dedicato alla pubblicità. In quel periodo poi il francese come lingua straniera “contendeva il primato all’inglese”. Iniziarono le trasmissioni della TV dei ragazzi nelle ore pomeridiane, mentre Alberto Manzi alfabetizzava tanti italiani.

Nel ’78 i cinema erano affollati quando si proiettava Greese con John Travolta. Nel frattempo la Pongo e il Das davano ai piccoli l’opportunità di esprimersi creativamente, oppure nelle strade si ascoltava il rumore delle palline clik-clak, indizio di un gioco diffuso tra i ragazzi. La sera in TV si seguivano vari sceneggiati prodotti da grandi registi, mentre gli spot pubblicitari diventavano sempre più numerosi. Famoso era quello della Cynar, contro il logorio della vita moderna. Ma anche la comicità imperversava. Segue i boom economico, si diffonde una cultura veloce per tutti e… tanto altro…

Il libro è davvero uno spaccato della vita che si conduceva nel passato, descritta mirabilmente dall’autrice"

Angelo Pulpito

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