Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post recenti

Mini-Giraglia: non solo una regata.

10 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #sport, #arte

 

@fabioguidi

 

Mini-Giraglia: non solo una regata. Una sessantina di equipaggi arrivati dai porti della Toscana, della Liguria e del Lazio, un percorso di oltre quaranta miglia in un tratto marino tra i più suggestivi di tutto il Tirreno e la possibilità di scoprire una delle più belle e incontaminate isole del Mediterraneo.

Arrivata alla XV edizione, la Mini-Giraglia è diventata un appuntamento sempre più apprezzato dai velisti, che partecipano numerosi alla regata organizzata dalla Delegazione della Lega Navale Italiana di Capraia nel primo week end di maggio. Ma quest’anno la Mini-Giraglia, che avrà la sponsorizzazione di Castello di Gussago La Santissima Franciacorta, Vicenzi Biscotteria, Locman Orologi e Braccini Broker Assicurativo, avrà un significato e una rilevanza speciali. Per festeggiare il cinquantesimo anniversario della fondazione della L.N.I., il Comitato Organizzatore ha deciso di associare la regata a un evento che la radicasse ancora più saldamente alla realtà storica e culturale di Capraia e ha scelto di contribuire al restauro del complesso di S. Antonio.

Per la sua bellezza e la sua posizione sul promontorio che domina il porto, la Chiesa di Sant’Antonio rappresenta l’identità stessa di Capraia. Purtroppo, negli anni, la struttura è stata fortemente danneggiata e in particolare la splendida facciata barocca si trovava in uno stato di degrado tale da fare temere a breve un collasso della struttura. Proprio con l’obiettivo primario del restauro della facciata nel 2013 si è costituita l’Associazione Amici di S. Antonio, un gruppo di persone accomunate dall’amore per Capraia. L’associazione, che tra abitanti dell’isola e turisti ha già raggiunto oltre 150 iscritti, si impegna per salvare dal decadimento una chiesa che, insieme al convento, costituisce uno dei complessi di maggiore rilevanza artistica di tutto l’arcipelago toscano. Il primo importante risultato è stato raggiunto e oggi la facciata di S. Antonio, con il progetto di restauro dell’architetto Franco Maffeis supportato da un gruppo di professionisti, è stata riportata al suo antico splendore. A questo punto però, perché quanto fatto fino ad ora non vada perduto, è necessario continuare nell’opera di restauro e valorizzazione della Chiesa. Per questo la Lega Navale di Capraia con il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale, l’aiuto della Pro Loco in collaborazione con l’Associazione Amici di S. Antonio, ha deciso di dedicare la XV° edizione della Mini-Giraglia, che si terrà dal 6 al 7 di maggio, alla Chiesa di S. Antonio.

Come già nelle edizioni precedenti, nel pomeriggio di venerdì è previsto l’arrivo di tutte le imbarcazioni; il sabato mattina partenza nelle acque antistanti il porto dell'isola con direzione Giraglia, lo scoglio posto all'estremo Nord della Corsica. Quindi inversione di rotta e traguardo sotto la Torre del Saracino di Capraia. Dopo il rientro di tutti gli equipaggi, avrà inizio una serata di particolare suggestione: è infatti nello spazio antistante la chiesa e il Complesso Monastico di S. Antonio che alla presenza delle Autorità verrà organizzata la premiazione, la consegna di premi e trofei offerti dagli sponsor e un’elegante cena a lume di candela, in cui una parte dei fondi raccolti sarà devoluta all’Associazione Amici di S. Antonio.

 

Foto di @fabioguidi

@fabioguidi

@fabioguidi

Mostra altro

Pee Gee Daniel, "Il suocero e il genero"

9 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

 

 

Il suocero e il genero

Pee Gee Daniel

 

Leucotea, 2017

pp 133

13,90

 

 

Rispetto a Lo scommettitore, Il suocero e il genero di Pee Gee Daniel - che pare faccia parte di una trilogia dal titolo Once upon a time in Valdiguggio - accentua sempre più la ricercatezza barocca del linguaggio, a scapito della scorrevolezza, fin quasi a ricordare lo stile di Eco, e trasforma l’ironia in, meno divertente e più cattivo, sarcasmo.

Stevo Manini dirige da anni e senza successo una rivista locale in quel di Valdiguggio, paese vagamente riconducibile al Piemonte. Suo malgrado è costretto a far entrare in redazione il genero, un buono a nulla che in breve trasforma il giornale in un magazine di gossip e lo fa con tale successo da scatenare il livore e l’invidia del suocero.

Tutto qui, non c’è altro ma ciò che conta è la messa alla berlina, beffarda e surreale, di certi ambienti pseudo culturali di provincia, che ruotano spesso attorno a riviste e giornalini. E così abbiamo l’ignoranza travestita da cultura, il provincialismo spacciato per sapere di nicchia. Alla fine sarà proprio Doriano Di Marzio, l’odiato genero, a scoperchiare il sepolcro imbiancato del circolo cittadino per mostrare cosa c’è sotto: solo volgarità e ignoranza.

È facile, quando vivi in provincia, essere orbo in un mondo di ciechi, sentirti grande senza motivo, circondarti solo di chi ti plaude perché non conosce altro che te, perché è ancora più ignorante di te. Ma certa autostima ha i piedi di argilla ed è pronta a crollare al primo cedimento, alla prima critica esterna.

 

Ecco che di nuovo quell’edificio che fino a poche ore prima rifulgeva sotto al sole, nella sua liscia consistenza crisoelefantina, costruito con le centinaia di belle parole spese a suo proprio decoro, si faceva ora di cartapesta e cedeva, giù, strepitoso, afflosciandosi infine sul selciato, a causa di una miserrima, singola amenità mossagli contro a suo detrimento.” (pag. 43)

 

Al centro di tutto ci sono i caratteri, chiamarli personaggi diventa difficile, da quanto sono distorti attraverso una lente caricaturale che ne mette in risalto i difetti. Le peggiori, ma comunissime, emozioni umane sono descritte senza pietà: invidia, ambizione, mania di grandezza, odio e meschinità.

Il lessico, come dicevamo, è molto elaborato, e le note finto-filologiche finali ci ricordano tanto i dizionari del Borzacchini.

Mostra altro

Evelino Loi, "Non l'ho fatto apposta"

8 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Posso dare solo un consiglio ai lettori: questo libro non vi annoierà, anzi, vi ricorderà di essere vivi, però ne sconsiglio vivamente la lettura ai bigotti, ai perbenisti, ai razzisti, agli omofobi, ma soprattutto ai deboli di cuore. Vi farà ridere, ma vi farà vedere il mondo da un’altra angolazione e vi suggerirà qualcosa su cui riflettere” dice lo scrittore Giulio Cesare Mameli, nell’introduzione all’opera, e non avrebbe potuto scrivere parole più adatte.

Ho incontrato Evelino Loi in un giorno di inizio aprile e, dandomi in dono questo libro, mi ha detto solo: «Mi raccomando, però, se appartieni a una delle categorie che nomina il signor Mameli nell’introduzione, non leggerlo nemmeno.»

Fin dalle prime pagine ci si rende conto che Evelino Loi, con tono disilluso e una punta di cinismo, ci sta dando in dono quella che è stata la sua vita senza addolcirla minimamente. Ne parla con ironia, a tratti, un’ironia sofferente che odora di ingiustizia, talvolta, ma anche di libertà.

È nudo e crudo, come si suol dire. Non ha paura di darci l’opportunità di entrare nella sua testa, anche quando il passato diviene torbido o scomodo.

Ci parla – in un modo che ricorda un racconto fatto davanti a un camino – della sua nascita, del fatto che pareva fosse nato morto e di come nessuno lo volesse battezzare.

Ci parla, come si fa ad amici d’infanzia, dell’alluvione del 1951 a Bari Sardo, del fratello che non mancava di punirlo e maltrattarlo, della mamma buona ma sfortunata, della prima partenza dall’amata isola.

Ci parla di quanto facesse male non avere un babbo accanto.

“[…] chiesi al padre che non avevo mai visto il perché non venisse mai a trovarmi. Perché? Mi comportavo male? Niente affatto. Andavo male a scuola? Non abbastanza da giustificare il suo comportamento.

Non ci viene difficile pensare al piccolo Evelino, triste per il fatto di non poter godere della vicinanza del babbo. Un bambino d’altri tempi, vivace e brillante, sveglio, scottato dalla vita ma ancora entusiasta. Gli manca suo padre, lo vede la notte, gli parla, gli domanda perché non sia lì a tendergli la mano ma non ottiene mai risposta. Suo padre è in una fredda cella per un reato poco grave ma che non gli ha lasciato scampo. Uscirà morto da quella prigione.

Non ci narra questi episodi chiedendo compassione, Evelino. Lo fa con risoluta fermezza, con tono canzonatorio. Si lascia andare a una narrazione burlesca, divertente. Durante la lettura ci capiterà spesso di sorridere; empaticamente, ci sentiremo un po’ amareggiati, un po’ abbattuti ma saremo anche dilettati dai toni disillusi e ironici con cui vengono farciti gli eventi.

Tuo babbo è in carcere, io con te non ci gioco. Ora, diciamoci la verità, avrei potuto staccare gli occhi dalla foglia, alzare il mento verso di lui, guardarlo negli occhi e dirgli Guarda che nessuno te lo ha chiesto. Oppure avrei potuto alzarmi, prenderlo per mano e dirgli Figlio mio, son cose che capitano, è giusto che a un uomo si dia una seconda possibilità, e poi noi chi siamo per poter giudicare gli altri? Lo avrei anche potuto ignorare. Invece fu una pompata di sangue improvvisa al cervello. […] Al primo calcio seguì il secondo, al secondo il terzo e mentre lui mi guardava come fossi indemoniato sentii improvvisamente la temperatura delle mie guance aumentare. Non era spuntato il sole. Era mia mamma bidella che mi stava prendendo a schiaffi e lo faceva con una sapienza e una maestria che non avevo mai visto prima. Di fronte a tutti.

Ci parla, poi, del suo viaggio alla volta della Capitale.

La sua è una partenza che sa di speranza e di sogni. Roma ai suoi occhi è perfetta, è il centro del mondo. Ci sarà spazio per quel ragazzino pieno di sogni nel cassetto, nella città che per lui è l’ombelico del mondo? Lasciando la propria bella isola, che comunque non smette di mancargli, almeno di tanto in tanto – “Raddrizzai la testa sul cuscino e pensai alla mia bella isola lontana, mi sembrava così vecchia e bella, soprattutto al mattino presto, quando il sole si stiracchiava dietro le colline” –, troverà quella pace che cerca?

“Stavo iniziando una nuova vita e non avevo voglia di condividerla con il passato.”

Ci parla della sua omosessualità liberamente, senza remore né problemi. I suoi amori, i suoi struggimenti, le sue passioni… tutto questo è nero su bianco, con una naturalezza che sa di giustizia, finalmente, di ragione, di libertà. Di amore universale… quello stesso amore universale che dovrebbe essere considerato sacro e che sarebbe bene difendere dagli attacchi di chi non è capace di vedere la bellezza nella varietà del mondo.

Poi arriva la prigione. Dura e senza scampo.

Avevo scagliato una pietra su un poliziotto, ferendolo. Questa era l’accusa. Io? Li guardai increduli.”

Chiuso in una cella, Evelino non sa che fare. Tutti i suoi sogni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri devono rallentare, al ritmo cupo e lento di quella cella senza distrazioni.

Parte dalle prime detenzioni, quelle contraddistinte da una certa calma, da una certa tranquillità.

Felice, angosciato, stanco, stremato, speranzoso, giù di morale. Non aveva importanza, ero sempre lì, dentro quello spazio limitato.

L’idea di scrivere è sempre presente, come un mantello che lo copre e lo protegge. Quasi come fosse un bisogno. Quasi come fosse un obbligo. Vuole narrare al mondo intero quello che pensa, quello che vorrebbe fare e quello che fa realmente.

Il giorno dopo mi svegliai con l’idea di scrivere un libro sulle mie prigioni. Un’idea che mi era ronzata per la strada tutta la notte. Così di mattina presi carta e penna e quando Ettore mi chiese Cosa stai facendo?, glielo dissi chiaro e tondo. Orgoglioso. Scrivo un libro sulla mia detenzione. Mai lo avessi fatto. Quello iniziò a ridere come un cretino. Ma se hai fatto una settimana di carcere che cazzo devi scrivere? Rideva lui e faceva ridere pure gli altri. Neanche riusciva a respirare da quanto faceva lo spiritoso e io lo guardavo e speravo morisse da un momento all’altro così avrebbe smesso. Mi fecero passare tutta l’ispirazione.”

Ci parla di questo e di molto altro.

Delle sue avventure in Vaticano, della sua storia d’amore con un Monsignore, delle sue scalate di monumenti, coraggioso e senza freni.

Viene picchiato in carcere, fa a botte, manifesta per ideali precisi con forza e sentimento, si occupa di politica, lavora… non un attimo della sua vita è stato contraddistinto da quiete, da rassegnazione.

C’è sempre entusiasmo, voglia di mettersi in gioco.

C’è allegria – anche quando le cose non si mettono bene – e c’è realtà. C’è soprattutto realtà, traspira dalle pagine arrivando fino a noi.

 

 

Mostra altro

Andrea Mirò e Alberto Patrucco Degni di nota - tra Gaber e Brassens

7 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #teatro, #musica

 

 

 

Teatro dell'Olivo a Camaiore, in provincia di Lucca, uno di quei piccoli gioielli che non ti aspetti in una provincia versiliese montana, una bomboniera di palcoscenico, tra palchetti e piccola platea. Bellissimo. E poi uno spettacolo di altissimo livello culturale, capace di unire leggerezza a impegno, di coniugare il minimalismo di Brassens con il massimalismo di Gaber, in un alternarsi di voci femminile (Mirò) e maschile (Patrucco) sempre all'altezza dei testi e delle musiche. Tutto molto bello in questa produzione teatrale diretta con mano salda da Emilio Russo, due anni di lavoro tra traduzioni, arrangiamenti e allestimento, ma i frutti si vedono. Un recital giocato sul filo dell'ironia e del sarcasmo, senza mai eccedere, graffiante critica di una società post consumistica che ha perso valori e punti di riferimento, frecciate contro televisione e pseudocultura, ma anche frizzanti punzecchiature politiche a base di nonsense, assonanze, giochi di parole. Umorismo colto, molto inglese, ma soprattutto anarchico, alla Gaber - Brassens, veri protagonisti della serata. Testi di Alberto Patrucco - istrionico attore che quando canta ricorda il grande De Andrè -, traduttore e arrangiatore del Brassens meno noto, quello inedito, mai sentito in italiano, che in passato si è tolto pure la soddisfazione di andare a recitare il suo poeta preferito a Parigi, in italiano. Tredici testi che si fondono con le parole di Gaber fatte rivivere dalla splendida voce femminile di Andrea Mirò, calda e intensa, graffiante e dura quando serve. Uno spettacolo che non è mai retorico e celebrativo, ma che fa rivivere parole e musica di due artisti del secolo scorso, in un modo o nell'altro capaci di lasciare un segno indelebile nella nostra cultura. E i testi comici si uniscono bene alla poesia - canzone, perché sono in linea con la poetica anarchica dei due grandi Giorgio (italiano e francese) del Novecento, illuminanti e profondi per quanto è vuoto e superficiale il periodo storico che stiamo vivendo. Se la televisione facesse ancora cultura, come un tempo, invece di ospitare idioti che naufragano per finta in un'isola dei Caraibi, sarebbe uno spettacolo da proporre in prima serata. Alla fine il pubblico applaude a scena aperta e gli attori concedono un bis. Successo meritato.

 

Mostra altro

King Kong [Peter Jackson, 2005]: l'orrore della noia graficocomputerizzata.

6 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Il film parte come una commedia, con un Frank Joe Jack Black, o come si chiama, che conserva qualche sprazzo della sua solita ilarità, per poi diventare una specie di Heart of Darkness, di Cuore di tenebra, citato del resto nel film, edificando lentamente una tensione misteriosa, fino ad un approdo isolano vagamente alla Arthur Gordon Pym.
Fin qui, bello. Dal sacrificio in poi, e dall'apparire del "protagonista" inizia una discesa qualitativamente vertiginosa, ci si trova incastrati in uno di quei moderni incubi cinematografici in cui hanno assunto un equipe di programmatori di Playstation per girare il film, che sbanda verso un Jurassic Park mediocre e tecnicamente fatto un po' male con mostri e umani mal amalgamati, che corrono su piani diversi, come se fosse un aggiornamento all'era della computer grafica dei vecchi film mitologici con mostri di pongo o delle sequenze automobilistiche di una volta, in cui la strada e il paesaggio venivano visibilmente proiettati attorno all'auto, mentre le richieste di sospensione all'incredulità si fanno sempre più esose e insostenibili.
La facilità della grafica digitale porta spesso a indulgere in ridondanze inutili, nel tentare di ottenere qualche effetto sullo spettatore meramente mediante la tattica della cumulazione di bestie strane, faccende giganti varie, e in genere basandosi sul concetto "guardate, possiamo fare qualsiasi cosa, non è meraviglioso?", ecco: no, non lo è. Da una parte perché queste cose richiedono moderazione e dosaggio, dall'altra perché la computer graphics dà spesso una alienante sensazione di inconsistenza e di algida irrealtà. Siamo in una surrealtà cinematografica o in un videogioco della Playstation?
La creatura più spaventosa che si vede nell'arco del lungometraggio è infatti in definitiva il naso di Adrien Brody.
La quasi totalità della seconda parte si snoda attraverso una marea di scene d'azione inutili e snervanti. Frank Joe Jack Black (non ricordo il vero nome) interpreta un personaggio cinico, arrivista ed egoista, che nella seconda parte è praticamente monoespressivo: occhiata torva fissata su qualcosa o persa nel vuoto. Naomi Watts si cala nel ridicolo ruolo di una pervertita zoofila che si innamora di un gorilla di otto metri. E poi ti vengono a dire che le dimensioni non contano! È un peccato non ci siano scene più esplicite.
Adrien Brody è a sua volta un rincretinito innamorato di una ragazza da una mezz'oretta, ma già disposto a dare tutto il suo sangue per lei. Oltre a ciò, è uno scrittore di commediole che fa il supereroe nel tempo libero. Il finale interminabile sul Golgota dell'Empire State Building diventa un calvario, ma per lo spettatore
Film che parte bene, ma poi diventa stupido e prolisso, in concreto una marea di soldi sprecati – e tutto questo mentre i bambini del Biafra ancora non hanno una Playstation.

 

King Kong [Peter Jackson, 2005]: the horror of CGI boredom.

The film begins as a comedy, with a Frank Joe Jack Black, or whatever his name is, which preserves some flashes of his usual hilarity, then evolving into some kind of Heart of Darkness, after all explicity quoted in the movie, slowly building up a mysterious tension, until an island docking vaguley tasting of Arthur Gordon Pym.

So far, so good. From the sacrifice on, and since the appearance of the “star”, a vertiginous quality slope starts, you find yourself stuck in one of those modern cinematic nightmare in which they have enrolled an equipe of Playstation programmers to shoot the movie, which swings toward a mediocre Jurassic Park, technically a bit bad, with monsters and humans not so well amalgamated, running on different perspective planes, as if it was a computer era update of those old mythological movies made out of play dough, or of those automobile sequences of old, in which the road and the landscape were visibly projected around the car, while the suspension of disbelief requests are becoming increasingly exorbitant and untenable.

The ease of the computer graphics often leads to indulge into useless redundancy, in attempts to obtain some effects on the viewer merely through the tactic of accumulation of weird beasts, various giant things, and generally reveling on the “look at that! we can do whatever we want – isn't that wonderful?” concept. Listen: no, it's not. On one side because these things require moderation and calibration, on the other side because computer graphics often give an alienating feeling of volatility, inconsistency, and cold unreality. Are we in a cinematic surreality or in a Playstation videogame? The most frightening creature that you're going to see in the whole movie is ultimately Adrien Brody's nose. Almost the totality of the second part unwinds through a mass of worthless and exasperating action sequences. Frank Joe Black, I really can't remember his exact name, plays the role of a cynic, self serving, egotical character, which – in the second half – is pratically a monofaced guy: grim gaze focused on something or lost into nothing. Naomi Watts makes a fool of herself playing the part of a perverted zoophiliac falling in love with a 26 feet tall gorilla. And then they tell you that size doesn't matter! It's a pity that there's no explicit scene.

Adrien Brody in turn is a feeble-minded [a.k.a. idiot] that has fallen in love with a girl since half an hour but he's already ready to give all of his blood for her. Furthermore, he's a writer of mediocre playlets, which poses as superhero in his free time. The endless final sequence on the Golgotha of the Empire State Building is an ordeal, but for the spectator.

The movie starts okay, and then becomes silly and long-winded, factually a huge waste of money. And all this while the children of Biafra are still without a Playstation.

Mostra altro

Mario Bonanno, "È vero che il giorno sapeva di sporco"

5 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Mario Bonanno

È vero che il giorno sapeva di sporco

Stampa Alternativa - pag. 110 – Euro 14

 

Mario Bonanno è uno dei maggiori esperti di cantautori del nostro paese, oltre tutto scrive in un italiano popolare, corretto, agile e snello - cosa non scontata per un critico - e rende fruibile a tutti il suo vasto sapere. Dote non di poco conto, per me che ho fatto dello stile popolare una religione, con buona pace degli snob e di chi vive perennemente con la puzza sotto il naso. Non è il primo libro che Stampa Alternativa dedica a Claudio Lolli, perché in catalogo - e nella mia biblioteca - ce n’è un altro con CD musicale allegato, che ricordo presentato in una stalla a Pitigliano, in puro stile Baragini, durante un Festival della Letteratura Resistente, ovvero degli editori veri che ancora fanno libri e non li vendono in Autogrill insieme alla merda che spacciano per cibo. Ma poi perché prendersela tanto? In fondo certi volumi rilegati sono nel loro non luogo ideale, perché cacca chiama cacca, direbbe mio nonno, e trovare Monnezzoli tra le penne scotte e il riso stile colla per manifesti è perfetto. Basta con le polemiche, parlavamo di Bonanno e di Lolli, due autori che con le major non se la sono mai detta, quindi Stampa Alternativa pare proprio l’editore ideale.

Il libro su Lolli si occupa di riascoltare l’album Disoccupate le strade dai sogni e presenta molte foto d’epoca di Enzo Eric Toccaceli. Un disco che viene definito un specie di posto delle fragole musicale non posso che amarlo, visto la passione che mi lega al cinema di Bergman e dato che pure io ho scritto - come tutti coloro che scrivono - il mio posto delle fragole con Calcio e acciaio. Non solo, il prefatore Gigi Marinoni cita la frase di Paul Nizan (Ho avuto vent’anni, non permetterò. a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita), perché lui quando è uscito il disco aveva vent’anni - io diciassette -, pure se lo fa in negativo, e io ho scritto un intero romanzo partendo da quella frase (Miracolo a Piombino). Insomma, le analogie sono troppe per non appassionarmi alle parole di Lolli, cantante che tra l’altro ha rappresentato tutta la rabbia esistenziale della mia generazione, non usa a farsi selfie del cazzo e giocare ai videogame, ma a leggere, studiare, farsi il culo e correre. Unicuique suum, dicevano i latini. E allora se avete tra i cinquanta e i sessant’anni ve lo consiglio questo libro per fare un tuffo nel passato, per assaporare cento pagine di madeleines e inzuppare i vostri biscottini nell’infuso di tiglio della vecchia zia. Se siete giovani, invece, vi dico che potreste per un attimo lasciare da parte telefonino e bastoni da selfie e provare a vedere se la poesia di Claudio Lolli vi dice qualcosa, ché ora come ora provare costa niente, visto che si scarica tutto, dalla rava alla fava. Bravo Bonanno che completa la sua collezione di opere sui cantautori, da Stefano Rosso a Battiato, passando per Gaber e Bertoli, miti di un passato che non può tornare. A quando un bel libro su Roberto Vecchioni? Magari che parli di Saldi di fine stagione e Improvviso paese… Mi candido come editore.

Mostra altro

C'era una volta la Romagna: "la vendemmia"

4 Aprile 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

Ogni anno sul finire dell'estate il nonno si eclissava e lo si poteva trovare nella penombra della cantina, intento a brigare fra tini e bigonci. Travasava il poco vino vecchio rimasto in piccole botti, dove sarebbe stato custodito, al fresco dei vecchi muri sgretolati, in un angolo polveroso pieno di ragnatele, fino all'occasione di berlo e doveva essere un giorno importante. Il matrimonio di un parente stretto, la nascita di un nipote maschio, la mietitura.

L'uva era matura e gli zii arrotavano roncole e falcetti, noi facevamo la guardia agli uccelli voraci, affinché non volassero sui tralci a beccare i grappoli.

Il giorno della vendemmia seguivamo gli uomini annusando l'odore dolce e asprigno a un tempo che, stuzzicando le nostre narici, si sprigionava nella vigna, portavamo ognuno un piccolo paniere, una piccola roncola e, pieni di buoni propositi, volevamo aiutare. Gli zii erano in alto sulla scala a tagliare, a raccogliere, le zie a svuotare le ceste sul carro che, pieno d'uva, procedeva lento fra i filari.

Foglie picchiettate di verderame cadevano sulle nostre teste e a quel punto, acquattati fra i pampini, sghignazzando, iniziavamo ad aggredire a morsi i grappoli maturi, il succo colava denso come inchiostro sul mento, lungo le braccia, sul petto. Sento ancora oggi l'acquolina in bocca al ricordo di quel dolce sapore che già sapeva di lambrusco.

I grandi guardavano le nostre faccine sbrodolate, ma nessuno ci sgridava, solo vedendo rincorrerci l'un l'altro, una zia scendeva dal carro e ci toglieva di mano le roncole. Credo che il contatto diretto con la natura, correre, sudare, insegni ai bambini a vivere meglio emozioni e sentimenti, aiuti a essere più autonomi e più spontanei. Eravamo liberi di giocare, di correre a perdifiato, di sporcarci di erba e fango, di sprofondare le caviglie nel fresco della terra umida. Siamo grandi adesso, abbiamo gli stessi occhi, ma non vediamo gli stessi colori.

In poche ore il carro era pieno, il nonno si affacciava sulla porta della cantina e si accertava che lo scarico dell'uva procedesse senza che nemmeno un grappolo andasse perso. E così si ripartiva per un nuovo carico e fino a sera si facevano parecchi viaggi.

Giunti a fine giornata, nessuno di noi aveva fame, sazi d'uva, correvamo in cantina, dove il nonno aveva riempito di grappoli i bigonci e li aveva disposti in cerchio, mentre la nonna arrivava col secchio e costringeva tutti a lavarsi i piedi prima di iniziare la pigiatura.

Appena montavo sul mio mucchietto di grappoli, il freddo contatto coi piedi nudi mi faceva rabbrividire, poi iniziavo a pressare, a calpestare, a schiacciare con tutta la forza come un puledro imbizzarrito e a poco a poco il succo sprizzava dai chicchi, tiepido, ogni disagio spariva e procedevo sempre più forte, sempre più veloce, in gara con i miei cugini a chi scendeva più giù, finché arrivavo a toccare il fondo coi piedi, ubriaca di eccitazione.

Il nonno, di tanto in tanto, veniva a controllare se il lavoro era ben fatto, toglieva i raspi e, quando immergendo la grossa mano nel mosto, si accertava che nessun chicco fosse sfuggito ai miei pedi scarni, mi sollevava con le sue braccia forti e mi deponeva su un altro bigoncio, con un sorriso di malcelato orgoglio.

La pigiatura era un'altra occasione di festa che ci vedeva tutti insieme impegnati a lavorare scherzando, ridendo, le donne cantavano maliziose reggendosi la sottana attorno alle ginocchia, gli uomini si sfidavano in gare di velocità e resistenza, raccontando storielle piccanti. Il nonno era l'unico serio, guardava severo che tutto filasse liscio, ma lasciava fare, fino a quando qualcuno non rallentasse il ritmo per le troppe risate, allora faceva la voce grossa e tutti riprendevano il lavoro a testa bassa. Il silenzio durava pochi minuti, giusto il tempo di sentire il ronzio delle vespe invischiate nei grappoli e lo sciabordio dei piedi nel mosto: un ciac ciac che mi ricordava il rumore delle scarpe nelle pozzanghere quando uscivamo fuori di corsa dopo un violento temporale. Poi tutti ricominciavano a ridere senza un perché.

I primi a crollare dopo tanta ginnastica, dopo tante risate, eravamo noi bambini. Quando la nonna capiva che eravamo troppo stanchi ci faceva scendere, ci lavava di nuovo i piedi viola, raggrinziti, e ci mandava a dormire. Cadevo velocemente in un sonno profondo, stanca, mentre un benefico calore scorreva lungo le gambe.

Nei giorni seguenti sotto l'occhio vigile del nonno si procedeva alla torchiatura e la nonna faceva bollire nel paiolo il mosto per ricavarne la saba, un dolce sciroppo d'uva da utilizzare per i dolci.

Quando aveva finito di preparare raviole ripiene di mostarda e altre leccornie profumate, ci chiamava in cucina a pulire cucchiai di legno, terrine, mestoli e pentole. Un lavoro per nulla ingrato, golosi, in cambio di un mestolo da leccare, ci impegnavamo a compiere tanti lavoretti come portare la “broda” al maiale o raccogliere l'erba per i conigli. Promesse dure da mantenere una volta lasciata la cucina.

Dopo qualche tempo, quando il primo vino nuovo era pronto, il nonno chiamava tutti per l'assaggio, ne dava un bicchiere ciascuno anche a noi bambini. Tracannato d'un fiato, dolce al palato come uno sciroppo, un allegro calore ci investiva le orecchie e ci sbellicavamo dalle risa indicando l'un l'altro i baffi rossi lasciati dal vino subito sopra le nostre labbra e via di corsa a far capriole nell'erba con la testa leggera e le gambe molli.

Da qui nasce la mia passione per il vino. Un percorso di profondità, di bellezza e perfino di storia. Un difficile cammino fatto di pazienza, di dedizione e apprendimento, alla fine sulle labbra rimane l'ombra di un racconto profumato.

Ricordi di serate in allegria, di amici, di risate e di canzoni. Di vendemmie sotto il sole settembrino e di sorrisi complici tra i tralci. Di odori e di bella compagnia, ricordi di un rosso tramonto o di un bianco inverno con le caldarroste e il vin brulé. Del morbido suono di un sughero che viene stappato dalla bottiglia, di una famiglia riunita intorno al grande tavolo delle feste, della sicurezza e della protezione avvertita sulla pelle, delle gioie brindate, dei dolori annegati e della facilità di aprirsi, seduti davanti a un bicchiere. Della semplicità dei gesti, il riscaldarsi dei cuori, la libertà dei pensieri e delle azioni. Il sentimento a volte si annusa, chi ama il vino si inebria, non si perde, lo vive e lo sposa.

 

Giunta al termine della mia rubrica settimanale, del mio nostalgico vagheggiare, concludo la rievocazione di quel culto mistico della terra, di quel remoto paradiso, che a volte mi appare come un sogno perduto, irripetibile, eppure così piccolo, un piccolo pugno di terra racchiuso in una mano piena di calli. Questa è la mia terra fatta di colori e di sapori, terra funesta e mattacchiona, terra di passioni, di impeti estremi, terra che non si manifesta facilmente se non tardi e solo a chi l'ama profondamente.

Questa la cornice in cui si disegnava la nostra infanzia e io mi sono sentita spesso spettatrice e attenta osservatrice del microcosmo di uomini, animali e oggetti che costituivano il mio mondo fatto, come natura vuole, di allegria e dolore, di lavoro e di festa, di vita e di morte.

 

Grazie a tutti per l'attenzione.

C'era una volta la Romagna: "la vendemmia"
Mostra altro

Urla nel silenzio, il thriller vincente di Angela Marsons

3 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Teresa Wyatt è tanto ricca quanto sola. Ha un segreto, e questo segreto si è insinuato nelle viscere della sua anima minandola, però non si è arresa né ha confessato. Lì, nella sua casa arredata con gusto e stile, attende la fine, la sua fine. Sapeva che sarebbe arrivata, non per questo la teme di meno. Ma non è la sola. Il passato ha fatto marcire il suo cuore e quello di altre quattro persone, tutte unite da una verità che non può essere nominata. Una verità che va chiusa in uno scrigno. Una verità che sa di crudeltà e di egoismo. Una verità che è destinata a venire a galla, a dispetto di tutto quel silenzio imposto alla vita con forza maniacale.

Basterebbe, per spaventarci, il prologo… un prologo che racconta di una sepoltura e di un sacrificio; solo quella scena è capace di turbarci, provocando un’ondata di sdegno e di terrore. Ma, come ogni buon thriller che si rispetti, continua. Sale di intensità, si evolve. Ciò che è accaduto quella notte è ancor più raccapricciante di ciò che avremmo mai immaginato.

Kim, detective arguto e donna brillante, è, senza ombra di dubbio, un personaggio che colpisce. Da subito abbiamo un rispetto reverenziale per quella donna che ha tanti problemi, tanti scheletri nel cassetto. Tanta forza. Tanto coraggio. Tanta voglia di stare fuori dalle righe.

Non rispetta il protocollo, è maleducata e impulsiva, si comporta da maschiaccio e incute paura in chi la incontra.

Attacca prima di essere attaccata, quasi fosse l’unico modo per difendere il suo onore, ma è sensibile e profonda, malgrado non lo dia a vedere.

È capace di sentimenti violenti, di commozione e di compassione.

È stata in un orfanotrofio – un’infanzia, la usa, che sa di sofferenza e sfortuna – ed è proprio per questo che quando nel quadro si inserisce Crestwood, istituto per bambine abbandonate, il suo cuore si rompe in mille pezzi.

Assistiamo, impotenti, a quello che è un abominio.

Chi ha ucciso tre ragazzine innocenti? Perché qualcuno che avrebbe dovuto proteggerle, amarle, rispettarle le ha date in pasto alla terra in un modo così crudo, così vigliacco?

Mentre queste morti si legano ad altre morti, in un lago di sangue che pare non volersi prosciugare mai, in noi nascono i primi dubbi, le prime congetture.

Molte volte la salvezza non è una vera e propria salvezza, e noi, da bravi esseri umani abituati allo schifo del mondo, lo sappiamo; tuttavia ci è impossibile abituarci alla malvagità più cruda, meno compassionevole.

Malgrado tutto, vincendo l’orrore, ci avviamo, passo dopo passo, alla risoluzione della faccenda.

Quando un romanzo di quasi 400 pagine ci ruba il sonno, quando ci porta a leggere senza chiedere il permesso alla nostra stessa testa, quando riesce a rapirci fino alla parola FINE malgrado gli impegni e i casini e gli sbattimenti di testa, be’, vale. Vale sì.

E poi, ad aggiungere interesse, è un thriller, un genere a me caro da sempre – malgrado ultimamente mi stia avvicinando a letture diverse da quelle usuali. Cosa non si farebbe per un buon thriller?

Mostra altro

Invasion of the Body Snatchers [1978]: cavolfiori dall'iperspazio

2 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Trama.

Dei cavolfiori dallo spazio profondo sviluppano cloni di umani, allo scopo di rimpiazzare questi ultimi, mentre Donald Sutherland cerca di incastrare un ristorante sostenendo che un cappero trovato in cucina sia in realtà popò di topo.

L'invasione si diffonde molto velocemente.

 

 

Leonard Nimoy, a.k.a. Dr Spock , cerca di contenerla organizzando sessioni di terapia di coppia. Jeff Goldblum e sua moglie la combattono con bagni di fango. Mentre Brooke Adams opta per il preoccuparsi moltissimo e muovere le pupille in maniera inquietante.

Riuscirà il nostro manipolo di eroi a sconfiggere gli alieni?

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Significato

 

Le relazioni umane sono diventate così alienate che noi stessi siamo alieni l'uno all'altro. Questo concetto è rappresentato letteralmente: gli alieni sostituiscono gli umani. Questi alieni sono freddi ed indifferenti. Sono l'oggettificazione fantascientifica dei concetti espressi dal Dr Spock ("entriamo ed usciamo dalle relazioni come se non significassero nulla"). All'invasione del distacco alieno è giustapposto e opposto il calore umano della coppia protagonista, formata da Sutherland e Adams, che verso la fine, in particolare, dichiara effusivamente le proprie inclinazioni sentimentali.
Ma la freddezza aliena incombe su di loro

 

 

 

Leonard regge il cappero

Leonard regge il cappero

Titolo italianoTerrore dallo spazio profondo
Anno1978
GenereFantascienza
RegistaPhilip Kaufman
Voto in asterischi o stelletteBellino!
Mostra altro

Che fine ha fatto?

1 Aprile 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 
 
Racconto tratto da Storie liquide
di Gianluca Pirozzi, 2010
 
 
Appena alzato, con indosso ancora il pigiama, il viso riflesso nello
specchio del bagno, Giacomo fu incapace di tenere a bada i primi
ansiosi pensieri sull’approssimarsi di quella data. Meno d’una settimana,
soli cinque giorni a quel sabato cui tante volte aveva pensato.
Non che non ne fosse felice, ma sin dall’inizio aveva sperimentato
una certa difficoltà nel fronteggiare le piccole e grandi paure che la
prospettiva di una vita veramente a due gli aveva fatto balenare da
quando aveva preso quella decisione. Aveva accettato il consiglio di
rivolgersi ad un medico, un analista, per gestire l’angoscia che a volte
lo tormentava e solo adesso, dopo tre mesi, iniziava a sentirsi più forte
e determinato verso quella meta: il 7 luglio avrebbe sposato Alessandra
e sarebbe stato, per dirla con le parole del suo analista, all’«altezza
di questa nuova dimensione affettiva». Certo, a volte la paura di
poter compiere un passo falso tornava ad assalirlo. Era un sentimento
insidioso, che lo prendeva sin dal mattino e che gli occupava la
mente per il resto della giornata lasciandolo frastornato e confuso,
quasi fosse uno spettatore inerme di quel che intorno avrebbe potuto
accadergli e non uno degli interpreti principali.
Con queste preoccupazioni Giacomo si era svegliato quel mattino
ed ora era immobile, proprio lì di fronte alla sua immagine riflessa
nello specchio, pronto a radersi. La schiuma da barba appena stesa sul
viso, il braccio piegato verso l’alto e il rasoio poggiato appena sotto
la basetta, in procinto di compiere il primo movimento con gli occhi
immobili, fissi, puntati verso la guancia destra. Ma la sequenza di
quel rituale fu interrotta dallo squillo del telefono: Giacomo lasciò
scivolare il rasoio nell’acqua del lavandino per avviarsi mollemente
di là, verso il telefono.
«Gia’, sono Ale» e, dopo una brevissima pausa, �Buongiorno
amore, come stai? Volevo ricordarti che oggi abbiamo le prove da
Don Guido…». Silenzio dall’altra parte e poi ancora lei: «Ehi Giacomo,
mi senti?».
«Sì, ti sento» rispose Giacomo e dopo aver schiarito la voce «è che
mi sono appena alzato, mi stavo facendo la barba… Quel vino ieri
sera mi ha ammazzato… Ho mal di testa…».
«Scusa amore,» continuò la ragazza come non curandosi delle
parole di Giacomo «volevo chiederti se oggi puoi passare tu a prendermi
alle cinque perché mamma mi ha chiesto la macchina».
«Va bene, vengo io» rispose meccanicamente lui e dopo una breve
pausa «Ale, oggi non mi va proprio di andare alle prove: tutti questi
preparativi e so che alla fine sbaglierò ogni movimento…».
«Ma no che non ti sbagli, amore. E anche se non te li ricordi, non
se n’accorgerà nessuno. Guarda, in ogni caso, oggi non dobbiamo
riprovare tutto, dobbiamo solo…».
Ma Giacomo non le lasciò terminare la frase, provò a dirle con rinnovata
sofferenza: «Be’, Ale lo sai, io volevo una cerimonia un po’
più spontanea… invece, siamo già al quarto pomeriggio di prove in
chiesa… Mi dici come posso stare tranquillo se anche in chiesa devo
ricordarmi cosa fare?» le chiese seccato.
Un breve silenzio e Alessandra riprese con un tono anche lei più
serio: «Dai Giacomo, ma che c’entra? Questi sacrifici si fanno una
sola volta nella vita» replicò, come offesa.
«Parla per te! Magari per me è solo la prima volta… Per le prossime
volte prendo dimestichezza!» continuò Giacomo provando a
scherzare, ma l’unico risultato fu che lei s’irritò ancora di più.
«Molto simpatico, Giacomo. Molto!» ripeté secca Alessandra.
«Guarda, che scherzavo» rispose lui con un tono tenero, sperando
di riuscire ad addolcirla.
«Va bene amore, non litighiamo sin dal primo mattino! Un piccolo
sacrificio ancora. Va bene?» chiese lei.
«Va bene» rispose lui, la salutò, le diede appuntamento per il
pomeriggio e riagganciò. Giacomo risollevò nuovamente la cornetta,
pulì con la manica del pigiama la schiuma e ritornò in bagno. Lì terminò
la rasatura e iniziò a sciacquarsi il viso.
Lo faceva riempiendosi le mani d’acqua, ma anziché sporgersi
verso il lavandino, se ne allontanava, sollevando il busto perché, incurante
delle gocce che cadevano abbondanti sul pavimento, gli piaceva
lo schiaffo d’acqua ripetuto sulla faccia e la sensazione che provava
era per lui tanto più gradevole quanto maggiore era la distanza
dalla quale l’acqua lo colpiva in viso. Fra uno scroscio e l’altro, Giacomo
sollevava di più la testa per guardarsi riflesso nello specchio
mentre era ancora tutto bagnato.
Convinto di aver almeno in parte riconquistato le energie per
affrontare la giornata, Giacomo s’asciugò la faccia, si schiarì la voce
e riaprì il rubinetto per lavarsi i denti. Il getto sottile d’acqua, però, gli
fece sentire il bisogno di fare pipì. Posò lo spazzolino sul bordo del
lavandino, si voltò verso la tazza, sollevò con una mano la tavoletta,
infilò l’altra mano sotto la camicia, scostò l’elastico del pantalone
dalla pancia, calandosi appena un po’ giù il pigiama, portò la mano
per prenderlo e dirigere il getto.
Giacomo non lo capì immediatamente; pensò d’avere gli arti
ancora un po’ addormentati, come intorpiditi. Distese le dita, un
movimento rapido della mano prima in un senso, poi nell’altro, ma
nulla. Tutto era liscio! Nulla da prendere tra le dita: solo il suo ventre
caldo e liscio come la testa d’un cane. A questo punto Giacomo,
trattenendo il respiro, piegò la testa per scrutare con gli occhi quella
parte del suo corpo divenuta completamente piatta. A quella vista,
un grido d’orrore gli montò dallo stomaco, ma si fermò a un passo
dall’urlo. Indietreggiò come per allontanare se stesso da quella
visione inciampando nel bidet che gli era dietro. Rimase allora in
bilico per qualche secondo con le gambe divaricate, incapace di reagire,
come ingessato in quella posizione: un braccio piegato all’indietro
a cercare sostegno nella parete, l’altra mano annaspante in
cerca del lavandino, il capo reclinato sulla tazza del bagno. Fu grazie
a un conato di vomito rimandato indietro, che riprese la posizione
eretta. Si portò la mano alla bocca, ricacciò giù insieme alla saliva
anche il fiato, fino ad allora trattenuto, e si sedette sul bordo freddo
della vasca.
Rimase immobile per qualche istante con il pigiama ancora calato,
poi s’alzò di scatto e, guardando il proprio viso nello specchio,
s’avviò strisciando i piedi lungo il corridoio, fino alla camera da
letto. Qui, con le gambe semiaperte davanti all’armadio, sollevò la
giacca del pigiama e si guardò allo specchio: una strana figura, la
sua, gli si presentò riflessa sull’anta. Le due gambe lunghe e magre,
il ventre liscio solcato da una peluria appena più fitta nel mezzo,
l’addome muscoloso e… nient’altro. Giacomo si tirò su il pantalone
fulmineamente per coprire quella mostruosità e si lasciò cadere
all’indietro come se, improvvisamente, fosse incapace di compiere
qualsiasi movimento o pensiero: un momento di solo buio, poi riaprì
gli occhi fissando il soffitto e provò a rimettere insieme i pensieri per
darsi delle rassicurazioni. Non poteva essere accaduto sul serio ciò
che aveva visto. Era sicuramente un’allucinazione. Sì, un’allucinazione
dovuta proprio alla stanchezza di quel periodo, ai continui
impegni di lavoro. C’erano stati tutti quei preparativi per la cerimonia,
tutte le discussioni con Alessandra diventata così puntigliosa. Sì,
non era altro che esaurimento. Si trattava senz’altro del medesimo
stato confusionale in cui s’era trovato qualche anno prima, in occasione
della sua laurea, quando a pochi giorni dalla discussione della
tesi, uscendo dalla facoltà, non aveva più trovato la Golf che suo
padre gli aveva appena regalato. All’epoca, dopo solo pochi istanti
da quella spiacevole supposizione e proprio mentre era sul punto di
dare l’allarme, aveva visto di nuovo l’auto lì dove appena qualche
momento prima aveva temuto fosse sparita, proprio nel punto esatto
in cui l’aveva lasciata.

«Gli occhi a volte vedono cose che non ci sono o non riconoscono

quelle che ci stanno proprio di fronte. Sono illusioni dovute alla stanchezza

». Proprio questa frase che aveva sentito dal suo analista, senza

comprenderne realmente il significato, adesso gli girava nella testa.

Giacomo provò a rimanere immobile. Sollevò la schiena e si mise con

le gambe lungo la sponda del letto. Ora che si era seduto, la stoffa del

pigiama si era gonfiata sul davanti e dalla patta semiaperta gli pareva

di intravedere finalmente qualcosa.

Giacomo volle verificare subito: aprì la mano e provò immediatamente

a premere su quel gonfiore, ma di rimando ci fu solo una sensazione

d’inutile e vuota pressione. Ci provò ancora due volte. La

prima, senza guardare, strofinando la mano sulla stoffa del pigiama e,

poi, scostandosi di dosso il pantalone per tastarsi direttamente in

mezzo alle cosce. La seconda con gli occhi aperti, seduto sul letto e

rivolto allo specchio. Ma nulla: non c’era più! Era scomparso e lui

adesso era certo che non stesse affatto sognando. Perciò, l’unica cosa

da fare era quella di correre al più presto in ospedale, lì qualcuno

sarebbe riuscito ad aiutarlo. No, quella non era una buona idea. Cosa

avrebbero potuto dirgli in ospedale? E poi, come glielo avrebbe spiegato

agli infermieri? Magari in ospedale avrebbe avuto di fronte una

donna a cui dover riferire il suo problema, e come gliel’avrebbe

detto? Sicuramente, chiunque avesse avuto di fronte, uomo o donna,

non avrebbe capito… l’avrebbe preso certamente per un folle. Eh sì

– continuava Giacomo nel suo ragionamento angosciato – c’era il

rischio che i dottori, temendo d’avere di fronte uno squilibrato, potessero

addirittura rifiutarsi di prenderlo in esame. O no… forse valeva

la pena di tentare. Sì, era meglio andare subito al Pronto Soccorso,

senza perdere altro tempo prezioso. Doveva vestirsi. Doveva vestirsi

in fretta, prendere l’auto, fare benzina e correre cercando d’evitare di

farsi vedere in quello stato di angoscia. Doveva schivare il portiere, i

condomini del palazzo, chiunque al di fuori dei medici, perché lui,

Giacomo Salemi, aveva adesso, certamente, impressa sul viso un’espressione

troppo sconvolta per essere decifrata da persone che non

potevano prestargli aiuto. Occorreva, invece, un medico. Un medico

prima di tutto.

Giacomo prese dunque a vestirsi rapidamente, afferrò i pantaloni

e la camicia, che aveva indossato il giorno prima, dalla sedia in camera

da letto. Infilò i mocassini sbattendo più volte i talloni sulla

moquette per far risalire i colletti e si diresse in gran fretta all’ingresso.

Lì rimase un attimo immobile, guardò dallo spioncino, girò la

chiave nella serratura cercando di non far rumore e aprì, infine, la

porta di casa. Rimase di nuovo immobile sul pianerottolo per qualche

secondo, stringendo il mazzo di chiavi nella mano, e solo quando fu

certo che le scale fossero sgombre, iniziò a scenderle rapidamente.

Superò l’atrio del palazzo al pianterreno, svoltò a destra verso la porta

del garage e in meno d’un minuto era già seduto in auto, pronto a

uscire in strada in tutta fretta.

«Trenta euro, Mario, per favore» disse Giacomo a bordo dell’automobile

arrivando dal benzinaio.

«Certo dottor Salemi. Che le è successo, dormito male?» lo interrogò

con un sorriso l’uomo. Giacomo non rispose, guardò i numeri

sul distributore sovrapporsi veloci e pensò di essere stato uno stupido:

se voleva allontanarsi con discrezione e senza esser visto in quello

stato d’agitazione, avrebbe dovuto evitare di fare rifornimento proprio

sotto casa.

«Arrivederci» lo salutò l’uomo prendendo i soldi che Giacomo gli

stava porgendo. «Arrivederci, Mario» rispose Giacomo. Ingranò la

marcia e raggiunse l’incrocio.

Lì, al semaforo, in attesa del verde, Giacomo guardò nello specchietto

retrovisore e vide una donna al volante intenta a ripassarsi il

rossetto con movimenti circolari dell’indice. Quando lei smise di

compiere quell’operazione e parve guardarlo direttamente negli

occhi, Giacomo distolse immediatamente lo sguardo e tornò a controllare

il semaforo. Davanti a sé vide il gran cartellone pubblicitario

con l’immagine in bianco e nero di un giovane uomo, più o meno

della sua età, trascinato per la cravatta da una donna di cui si vedeva

solo il braccio che manteneva la presa. Sopra la foto campeggiava la

scritta: «Se oggi hai perso la rotta, non lasciarti prendere per la

gola!». Giacomo pensò che sarebbe stato meglio non farsi prendere

dal panico e, forse, conveniva calmarsi e rivolgersi a chi lo conoscesse

davvero bene. Sì, forse era meglio desistere dal proposito di andare

in ospedale, ci voleva piuttosto qualcuno di fiducia a cui poter parlare

con franchezza. Giacomo pensò dapprima al medico di famiglia.

Il dottor Spadacenta, lo conosceva bene, lo aveva curato sin dall’infanzia,

ma forse per una cosa simile era meglio non coinvolgere

immediatamente qualcuno vicino alla sua famiglia. Forse, la cosa

migliore da fare in una condizione come la sua sarebbe stata quella di

rivolgersi al suo analista. Certamente lui, il dottor Di Vittorio, avrebbe

saputo indicargli un modo razionale per affrontare quel problema.

O, forse, poteva chiamare proprio suo padre… No, non era una buona

idea, certamente anche lui gli avrebbe detto di andare in ospedale.

Che fare dunque? Giacomo non sapeva più a cosa appigliarsi, sentiva

improvvisamente la propria testa scoppiargli come per effetto di

un’enorme bolla d’acqua che gli stava diluendo ogni pensiero,

lasciandolo privo d’ogni determinazione logica. Gli occorreva un po’

di calma. Doveva recuperare la concentrazione. Doveva prima di tutto

capire esattamente cosa fosse accaduto. Dopo avrebbe preso una

decisione. Non doveva farsi sopraffare dallo spavento e dalla fretta di

eliminare il disagio. Era necessario avere calma. Come gli aveva insegnato

il suo analista, «non esiste una soluzione giusta, un percorso

obbligato da fare, ognuno ha la possibilità di individuare quella che è

la rotta a lui più congeniale alla soluzione dei problemi». E per fare

ciò le due condizioni essenziali sono la calma e l’assenza della paura,

perché «l’assenza di calma e la paura non hanno rispetto del tempo

che ogni opportuna soluzione richiede».

Sì. Ora aveva capito: la cosa da fare era proprio recuperare la tranquillità,

magari attraverso un po’ d’isolamento, una mezza giornata in

cui doveva provare a restare «da solo in contatto con il proprio problema

», così da poter trovare da solo la strada migliore… Ecco, sì, gli

occorreva un luogo tranquillo! Doveva allontanarsi dalla città, anche

solo per poche ore, per riflettere con meno paura. La soluzione?

Adesso ce l’aveva. Avrebbe imboccato il raccordo, da lì l’autostrada

per Firenze e in meno di un’ora sarebbe arrivato a Narni: il casale di

famiglia era il posto migliore per prendere la decisione. Lì, in solitudine,

lui avrebbe valutato cosa fare e una volta individuato il modo

più adatto di risolvere il problema, avrebbe fatto ritorno in città e

affrontato razionalmente la situazione.

Forse proprio quale conseguenza di quella rinnovata determinazione,

Giacomo sentì pian piano d’esser in grado di formulare nuovamente

pensieri logici. Accese lo stereo, accostò a destra, attese che

il semaforo di inversione di direzione fosse verde e iniziò a ripercorrere

la strada nel senso opposto. Salì sul cavalcavia della tangenziale

e si diresse verso il raccordo.

Una volta sull’autostrada, Giacomo poté fare un primo tratto di

strada abbastanza velocemente. Tutto il traffico era diretto nel senso

opposto, verso la città. In direzione nord, invece, le auto sembravano

viaggiare spedite e le corsie erano quasi deserte. Fu così fino a

Magliano Sabino, poi l’asfalto iniziò a riempirsi d’autocarri e di altre

autovetture. Giacomo decelerò, cercando di rimanere sempre sulla

corsia di sorpasso. Guardò l’orologio e calcolò che in quaranta

minuti al massimo sarebbe arrivato alla meta. Inspirò profondamente

e, ricacciando sonoramente l’aria dalla bocca, guardò il cielo sfilargli

davanti.

Preannunciate appena dalla luce improvvisa di un lampo e da un

tuono, pesanti gocce di pioggia cominciarono a cadere violente sul

vetro dell’auto, quasi fossero state scagliate proprio contro Giacomo,

a volerlo colpire in faccia. Grandi, tonde, gonfie, le gocce una volta

arrivate sul cristallo vi rimanevano attaccate senza sparire. Giacomo

guardò le prime atterrare grosse e restare immobili per qualche secondo

sul parabrezza, per espandersi frementi in tutte le direzioni. Toccò

la leva del tergicristallo per far partire le spazzole poi, con la visuale

nuovamente sgombra, schiacciò un po’ l’acceleratore per superare

una lunga fila di camion, fino a quando non si trovò proprio davanti

un’auto blu che solo qualche minuto prima gli aveva insistentemente

chiesto strada. Adesso, però, era Giacomo che gli si era fatto dietro

ma l’autista non pareva avere alcuna volontà di restituirgli la cortesia

spostandosi a destra. Innervosito per quell’ostinazione, Giacomo

decise di tentare il sorpasso da destra ma pure quella manovra si

rivelò inutile: l’altra vettura si spostò solo di poco, continuando a

viaggiare a cavallo delle due corsie. Giacomo premette allora il clacson,

diede un nuovo affondo e gli si fece ancora più sotto mantenendosi

a pochissima distanza dall’altra vettura. Per evitare d’essere tamponata,

l’auto si spostò alla fine sulla corsia di destra e Giacomo

cominciò il sorpasso.

Una volta superata l’auto blu, Giacomo lanciò lo sguardo nello

specchietto retrovisore per guardare l’altro guidatore. Vide allora la

testa dell’uomo oscillare in avanti, indietro e ancora in avanti, come

se stesse ridendo. Sì, era proprio così, stava proprio ridendo quel

figlio di puttana. Giacomo staccò il piede dall’acceleratore, si rimise

sulla corsia di destra e lasciò che l’altro gli si affiancasse nuovamente.

Ora le due auto avanzavano parallele come trainate da un

unico vettore. Quando fu certo di essere davvero in linea con l’altra

auto, Giacomo volse la testa verso sinistra così da fissare direttamente

in faccia quel tipo. Non lo comprese immediatamente, forse

per via degli occhiali da sole che l’uomo aveva sul naso, ma dopo

una prima incertezza, Giacomo riconobbe quel profilo e soprattutto

quel neo, proprio al centro della guancia destra. Scorse il sorriso

largo, appena schiumato agli angoli, gli occhiali spessi e soprattutto

l’anello al mignolo con lo stemma di famiglia… Non poteva trattarsi

che di lui…

Giacomo non ebbe neanche il tempo di domandarsi perché proprio

il dottor Di Vittorio, perché proprio il suo analista, si trovasse lì, alla

guida di un macchinone, spinto in un’assurda gara di velocità con lui.

Giacomo sentì la voce del suo medico parlargli attraverso lo stereo

dell’auto, coprendo la musica.

«Giacomo, mi sente? Giacomo, sono il dottor Di Vittorio, mi

ascolta?»

«Ma dov’è?» chiese Giacomo incredulo.

«Sono qui nell’auto accanto. Non mi ha visto?»

«Certo che l’ho vista. Ma come fa a parlarmi? Che ci fa qui?»

domandò Giacomo guardando ancora in direzione dell’auto.

«La smetta di farmi domande, Giacomo, e mi stia a sentire! Credo

che lei abbia perso qualcosa, o mi sbaglio?» lo interrogò il dottore.

«E lei come fa a saperlo, dottore?» rispose Giacomo.

«Ancora domande. La pianti, Giacomo, con le domande e mi

ascolti bene: io sono qui per aiutarla, anche se il tempo a sua disposizione

è quasi scaduto perché alle tredici ho un altro appuntamento

e devo rientrare allo studio. Però Giacomo, io sono qui per dirle che

sua madre ha quello che lei sta cercando.»

«Che cosa? Che cosa?» urlò Giacomo.

«È stato lei, Giacomo, a darglielo» rispose il dottore e continuò

«Sì, Giacomo! Gliel’ha dato lei ieri, prima di andare a cena con gli

amici. Non ricorda?».

«Ma dottore, che sta dicendo? Non la capisco. E che ne sa lei che

mi manca qualcosa?» ripeté Giacomo.

«Giacomo, ancora un’altra domanda ed io la lascio in balia dei

suoi dilemmi!» sentenziò serio il dottore.

«Ma come fa a saperlo dottore?» provò ancora Giacomo «Dottore,

io a mia madre non ho dato un bel nulla. Sì, è vero, ieri… ieri io sono

passato da lei nel pomeriggio, ma abbiamo preso un tè e io non le ho

dato nulla… almeno, non quello che pensa lei. Mi sente?… Dottor Di

Vittorio mi ha sentito?» urlò Giacomo.

«Certo la sento. Ma le ripeto Giacomo, sua madre ha quello che lei

adesso sta cercando. Se le interessa davvero, torni da sua madre e

vedrà che non mi sbaglio!» confermò il dottore. Poi dopo una breve

pausa: «Adesso la saluto Giacomo, devo rientrare a Roma. Ne riparleremo nel nostro incontro settimanale. Ci vediamo mercoledì alle

diciotto in punto… Arrivederci, Giacomo, e vada piano: non metta a

repentaglio la sua vita!» concluse il medico.

Giacomo ebbe appena il tempo di pronunciare un remissivo «Va

bene dottore». Vide poi l’auto dell’analista schizzare via davanti a sé.

Provò ad accelerare di nuovo, ma la sua auto adesso non era più capace

di riavvicinarsi all’altra vettura che si stava allontanando veloce.

Giacomo tentò di parlare ancora con il dottore, provando a rievocare

la voce toccando tutti i tasti del suo stereo, ma non riuscì a sentire

altro se non le note del CD che aveva messo prima.

Decise allora di rallentare, accostò nella corsia d’emergenza, mise

le quattro frecce e prese il cellulare che aveva sul sedile accanto. Tre

squilli e poi l’inizio del messaggio: «Questa è la segreteria telefonica

di casa Salemi, non siamo in casa…» chiuse. Sua madre era uscita,

forse per andare dal dietologo, come gli aveva detto il giorno prima.

Che fare allora? Giacomo doveva parlare con lei, posò il cellulare

rimise le mani al volante pronto ad andare da lei.

«Buongiorno dottor Salemi» lo accolse sorridendo il portiere…

«Ero salito per portare la posta a sua madre, credo però che sia

uscita. Non mi ha risposto nessuno. Lei ha le chiavi vero?» continuò

l’uomo.

«Sì, sì, certo Antonio. Devo solo prendere una cosa che ho dimenticato

ieri» rispose Giacomo quasi giustificandosi mentre richiudeva

le porte dell’ascensore.

«Arrivederci» lo salutò il portiere.

«Arrivederci» rispose frettolosamente Giacomo premendo il pulsante

del quinto piano.

Una volta in casa, benché avesse trovato la porta chiusa a doppia

mandata, Giacomo non rinunciò a chiamare la madre ad alta voce.

Attraversò il corridoio sporgendosi prima in cucina, poi in camera da

letto, ispezionò rapidamente lo studio e poi entrò nel salone.

«Mamma… mamma, ci sei?» provò a chiamarla aggirandosi tra i

divani e la biblioteca, dirigendosi verso il terrazzo, ma non udì alcuna risposta. Si voltò dal lato della stanza dove il pomeriggio del giorno

precedente avevano preso il tè. Il carrello era stato rimesso al suo

posto dietro le poltrone e tutto sembrava come al solito in ordine, le

poltrone dove s’erano seduti erano state riaccostate alla parete, anche

se i cuscini non erano stati ancora battuti e rigonfiati come faceva la

madre. Le sagome di Giacomo e di sua madre erano ancora impresse

sul velluto verde, come se i loro corpi se ne fossero appena allontanati.

Giacomo ripercorse con la mente quanto accaduto, ma l’unico

evento notabile di quel pomeriggio in cui era passato per il solito

saluto era stato il fatto che lui avesse rovesciato il tè sul tappeto. Ma

a parte tale episodio, tutto gli pareva essere accaduto secondo il

copione consueto. Eppure l’analista era stato chiaro: «Sua madre ha

ciò che lei sta cercando. È stato lei a darglielo, ieri!» gli aveva detto.

Giacomo tornò in corridoio lanciando sguardi veloci nelle varie

stanze, verso il bagno e, infine, al ripostiglio. Pronto ad andare via,

riattraversò l’ingresso: fu allora che la sua mente gli restituì l’immagine

di qualcosa di singolare che aveva appena visto. Si voltò indietro,

entrò nel bagno, avanzò in direzione della finestra, guardò prima fuori

gli alberi nel parco, poi verso l’uscita. Ma ora che si trovava di fianco

al lavandino, fu attratto dai riflessi del sole che, dalla superficie

dell’acqua immobile nella vasca, si proiettavano sulle piastrelle e

rimbalzavano dalla ceramica azzurra allo specchio sul lavandino. Lì,

al centro di quella vasca, immobile e galleggiante, eppure come ancora

dotato di una vita, Giacomo poté finalmente vedere ciò che stava

cercando. S’avvicinò al bordo con l’impulso d’afferrarlo subito.

Provò ad allungare la mano, ma una sensazione di immediata repulsione

lo bloccò. Trattenne allora il respiro, s’inginocchiò sul pavimento

e immerse la mano nell’acqua. Proprio per effetto dello spostamento

d’acqua, il suo membro, fino a quel momento immobile con

il prepuzio rivolto all’insù, si immerse appena nell’acqua per riemergere

ondeggiante verso il bordo opposto della vasca. Giacomo tirò

fuori la mano dall’acqua, se la passò in fretta sulla coscia, quindi la

riavvicinò nuovamente con l’indice teso.

Il primo contatto non gli produsse nessuna sensazione tattile, nulla

di decifrabile. Giacomo si fece coraggio, immerse di nuovo la mano

nell’acqua, ruotò con lentezza il palmo sotto, proprio in corrispondenza

dell’organo e, quasi stesse manovrando un retino, sollevò il suo

membro fuori dell’acqua. Rimase così qualche momento con la mano

semiaperta e il braccio poggiato sul bordo della vasca, poi s’alzò,

muovendosi con attenzione afferrò con l’altra mano l’asciugamano,

lo stese sulla tavoletta del water e vi adagiò delicatamente il proprio

pene. Prese il cellulare e con le dita ancora umide iniziò a comporre

il numero dello studio del dottor Di Vittorio.

«Buongiorno, studio del dottor…» gli rispose una voce di donna.

«Buongiorno signorina, sono Giacomo Salemi… avrei bisogno di

parlare urgentemente col dottore» disse con ansia.

«Mi spiace dottor Salemi, ma il dottor Di Vittorio è arrivato da

poco e ha iniziato subito la seduta, in questo momento è già impegnato

con un paziente» spiegò cortesemente la donna.

«La faccio richiamare, dottor Salemi, non appena il dottore termina,

va bene? Oppure, può provare a richiamare lei dopo le diciannove:

a quell’ora il dottor Di Vittorio dovrebbe aver finito» spiegò la

segretaria.

«La prego signorina, so che il dottore è molto impegnato, ma io ho

bisogno… ho bisogno…» s’interruppe deglutendo e poi riprese «ho

bisogno di parlargli subito. Non posso aspettare. È veramente molto

importante; non mi permetterei di disturbare, ma le ripeto è vitale che

io gli parli subito. Subito!» concluse Giacomo.

«Attenda, provo a vedere se mi risponde…» disse la donna.

Giacomo aspettò qualche secondo, poi finalmente sentì il dottore

chiedergli con voce chiara: «Ha visto, Giacomo, che avevo ragione?

Lo ha trovato da sua madre, non è vero? Ne ero certo!».

«Sì, dottore… ma lei…» provò Giacomo, ma fu immediatamente

interrotto dal medico.

«Allora tutto risolto, Giacomo. Bene, sono contento. Lo conservi

bene, per adesso, poi mercoledì prossimo, quando ci incontriamo,

vedremo come affrontare il problema. Per adesso provi a distrarsi e

mi raccomodo, Giacomo, non drammatizzi, faccia piuttosto gli esercizi

come le ho insegnato, adesso sa come si fanno, no? È un esperto

oramai! Vedrà che tutto si risolverà!» disse con tono fiducioso

l’analista.

«Ma dottore?…» cercò d’insistere Giacomo e poi supplichevolmente

«Io, io… come faccio? Devo sposarmi tra pochi giorni».

Ma il dottore l’interruppe immediatamente: «Lo so, lo so, Giacomo,

ma prima di mercoledì per me è impossibile incontrarla, sono pieno di

appuntamenti, poi da domani fino a martedì sarò fuori. Non si preoccupi,

Giacomo, mercoledì mettiamo tutto a posto: si tratta di pazientare

un pochino. La saluto, a presto, Giacomo» concluse il medico.

«Dottore… dottore» provò ancora a trattenerlo, ma la conversazione

era già terminata. Giacomo guardò ancora interdetto lo schermo

del cellulare, poi selezionò il numero di Alessandra.

«Buongiorno, mi passa il 379, la dottoressa Rinaldi, per piacere?»

disse tutto d’un fiato al centralinista.

«Attenda, prego» rispose la voce all’altro capo del telefono.

«Pronto?» chiese Alessandra.

«Pronto Ale, sono Giacomo» disse lui.

«Ciao Giacomo, ma che è successo? Ero in riunione» domandò la

ragazza.

«Ale, devo parlarti subito, puoi raggiungermi a casa di mamma?»

«Certo, certo. Ma cosa è successo?» chiese lei preoccupata.

«Non posso dirtelo al telefono, e non c’è bisogno che anche tu ti

agiti. Però sbrigati, vieni qua a casa di mia madre, ti devo dire una

cosa molto importante» replicò Giacomo.

«Giacomo, ma stai bene? È successo qualcosa a tua madre?» disse

Alessandra in cerca di rassicurazione.

«No, mamma sta bene. Adesso lei non c’è. È dal dietologo,

credo…» spiegò Giacomo.

«E tu che ci fai lì?» lo interruppe Alessandra.

«Te lo dico appena vieni. Ti aspetto qui, vieni subito?» chiese lui.

«Va bene, va bene, ma io posso essere da te non prima di una mezzora

amore. Aspettami, arrivo. Tu stai calmo, aspettami. Arrivo» lo

rassicurò Alessandra prima di riagganciare.

Giacomo spense il cellulare, scrutò per alcuni secondi la sua

immagine immobile nello specchio, si avvicinò alla tazza e lo vide lì,

adagiato sull’asciugamano. Lo osservò nuovamente qualche istante,

infine, lo prese di nuovo in mano, sollevò il coperchio della tazza e lo

fece rotolare dentro. L’acqua del fondo emise soltanto un rumore

sordo. Schiacciò lo scarico e rimase lì ad attendere che lo scroscio

dell’acqua terminasse.

Un paio di gocce gli erano rimbalzate sui mocassini. Giacomo

strappò un pezzo di carta, s’asciugò con un movimento lento le scarpe,

si voltò, ritornò in salone e si sedette sulla poltrona.

Rimase fermo, sprofondato sul cuscino con pochi e stanchi pensieri,

gli occhi assenti, rivolti alla parete sul fondo. Quando il suono

ripetuto del citofono lo svegliò dal torpore, s’alzò stordito per dirigersi

all’ingresso.

«Pronto?» disse portandosi la cornetta all’orecchio.

«Sono io, amore» annunciò Alessandra.

Schiacciò il pulsante della porta aprì la porta e si diresse come per

tornare in salone ma, come sorpreso dallo stimolo di fare la pipì,

entrò il bagno. Fu in quel momento, appena il tempo di tirare giù la

cerniera e scostare l’elastico delle mutande che Giacomo se lo ritrovò

tra le mani.

Lo guardò appena qualche istante. Provò a girarlo quasi per vedere

che fosse tornato realmente a posto e s’ispezionò sotto i testicoli.

Il rumore dei passi affrettati di Alessandra che lo stava chiamando

dall’ingresso, lo costrinsero ad abbandonare quelle operazioni, risollevò

le mutande mentre lei stava ancora chiedendo: «Amore, amore…

Giacomo dove sei?».

«Che è successo, Giacomo, dimmi?» domandò la ragazza raggiungendolo

sulla soglia del bagno.

«Nulla amore!» rispose impacciato lui.

«Come nulla? Mi hai detto che mi volevi parlare, amore… Mi

sono scapicollata per arrivare qua e mi dici che non è successo nulla!»

protestò Alessandra.

«Amore non ti arrabbiare… Oggi non sono andato in ufficio, perché

volevo pensare a noi e… ho capito che ti amo tanto e volevo dirtelo!

» le sospirò Giacomo. Lei gli si avvicinò. «Ma dici sul serio,

amore?» gli chiese ancora. «Certo tesoro mio!» annuì Giacomo, le si

avvicinò di più, l’abbracciò e iniziò a baciarla appassionatamente.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100 > >>