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Il passator cortese

30 Novembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Il passator cortese



Romagna solatia,dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator Cortese,
re della strada, re d
ella foresta”

Con questi notissimi versi, che concludono la poesia “Romagna”, Giovanni Pascoli, romagnolo verace, ha costruito, forse involontariamente, la leggenda del “Passator cortese”, il mito del brigante spietato e crudele con i ricchi ma altrettanto generoso con i poveri. Infatti è proprio a questa poesia e al poeta che la cantò che Stefano Pelloni, in arte Passatore, deve gran parte della sua notorietà, poiché queste rime sui banchi di scuola le abbiamo imparate tutti a menadito, magari abbiamo dimenticato chi fossero i Guidi e i Malatesta, ma le immagini del Passatore e della “azzurra vision di San Marino” difficilmente sono state cancellate dalla nostra memoria.
In Romagna il mito del passatore era ancora vivo quando Pascoli, da fanciullo, nelle lunghe serate invernali, seduto davanti al caminetto, avrà sentito gli anziani raccontarne le avventure, le sue clamorose imprese, i suoi delitti, le sue gesta, le sue astuzie e la sua generosità. Il Passatore fu un autentico protagonista del suo tempo, amato e odiato, rispettato e temuto, il suo cappellaccio, la sua barba nera e il micidiale schioppo ne fecero l'emblema della Romagna. C'è chi giura, ancora oggi, che fosse un ragazzo bello e affascinante, dallo sguardo accattivante e dai profondi occhi scuri.
Ma chi era veramente questo Passatore? Certamente per quanto riguarda il nord è stato il più noto brigante che abbia movimentato la cronaca di quel periodo, siamo a metà del 1800 quando raggiunse l'apice della notorietà .
È chiaro che se la gente ne parla ancora, se la sua immagine compare sull'etichetta di un vino pregiato, significa che le sue vicende hanno colpito la fantasia del popolo, ma in realtà Stefano Pelloni fu lui stesso un prepotente, che usava spesso l'arroganza, che compì crudeli vendette e che perseguì con feroce accanimento e freddezza le persone che gli si opponevano o cercavano di contrastarlo.
Non starò ad elencare tutte le rapine e le razzie che compì nel corso della sua carriera, furono molteplici e ne ricavò un bel bottino. Ad ogni impresa il maltolto veniva in parte diviso fra i briganti, una porzione era destinata ai fiancheggiatori, alle “coperture” o alle persone che avevano dato le “dritte” , e il resto veniva nascosto nel bosco, seppellito in punti precisi che conoscevano solo il Passatore e i suoi più fidati gregari.
A quei tempi la Romagna era ben lontana da quella che conosciamo oggi, fatta di spiagge di velluto e di estati spensierate, allora al mare non ci andava nessuno e l'acqua serviva soltanto a ricavare il sale dalle saline di Cervia o a sfamare qualche famiglia di pescatori. Molte zone in provincia di Ravenna erano ancora coperte da acquitrini malsani e la popolazione moriva di malaria. La romagna tutta era da circa tre secoli sotto il dominio dello stato pontificio, tolta la parentesi napoleonica, che non aveva di certo migliorato le condizioni della popolazione, le terre erano sempre state dominio dei Papi. Non esisteva libertà di stampa, né tanto meno di pensiero, nei paesi più piccoli erano i parroci a farla da padroni e la povera gente ravvisava nelle tirannie che subiva il rappresentante diretto del despota che stava a Roma. Si spiega anche con questo l'insorgenza di un forte sentimento anticlericale che ancora permane nella gente di romagna. In seguito, non a caso la Romagna divenne il primo focolaio dell'idea repubblicana, e sempre non a caso si tenne proprio a Rimini il secondo congresso degli anarchici italiani, nel maggio del 1872 durante il quale si mise in luce il giovane imolese Andrea Costa.
Stefano Pelloni dunque crebbe in un contesto di malcontento generale, era nato il 4 agosto del 1824 ultimo di dieci figli. Il padre possedeva un piccolo podere con casa e stalla e guadagnava benino avendo in concessione il diritto di traghettare su una zattera i passeggeri da una parte all'altra del fiume Lamone. Da questa attività, ereditata in famiglia da generazioni, derivò a Stefano Pelloni il nomignolo di Passatore, appellativo che era già del padre e che non lo abbandonò mai.
Fin da piccolo fu astuto e disubbidiente, un carattere inquieto. Dotato di un'agilità sorprendente, nelle liti fra compagni primeggiava sempre per forza o per astuzia. Non aveva paura di nessuno ed era anche capace di mentire al momento giusto. Il padre, disperato per i suoi comportamenti violenti, decise di allontanarlo da casa, per farlo studiare, ma senza successo alcuno.
Ancora giovanissimo, il Passatore si trovò coinvolto in quello che oggi verrebbe definito un “omicidio colposo”, pare che durante una rissa, scagliando una pietra verso il suo avversario, colpisse invece una donna incinta che, per conseguenza, prima perse il bambino e poi morì a causa di un'infezione. Accusato di omicidio e tratto in arresto fu condannato a tre anni di carcere. Evaso, si dette alla macchia e iniziò la sua carriera di brigante. Forse la realtà degli eventi che portò il Passatore in galera per la prima volta fu leggermente diversa, questa leggenda dell'omicidio involontario servì solo ad alimentarne il mito. In realtà di certo c'è che Stefano Pelloni aveva solo 15 anni quando iniziò a fare i conti con la giustizia pontificia e a 19 era già un brigante discretamente quotato. Successivamente fu arrestato ed evase diverse volte acquisendo sempre più fama e diventando il ricercato numero uno. In tutte le parrocchie fu diffusa una circolare che lo descriveva, una serie di dati che fanno sorridere se paragonati agli odierni identikit :

“Stefano Pelloni
nativo del Boncellino
domiciliato in Boncellino
surnomato Malandri o Passatore
condizione bracciante
statura giusta
anni 20
capelli neri
ciglia idem
occhi castani
fronte spaziosa
naso profilato
bocca giusta
colore pallido
viso oblungo
mento tondo
barba senza
corporatura giusta
segni particolare sguardo truce”

I simboli sono importanti, sintetizzano significati complessi che richiederebbero lunghe spiegazioni, sono rivelatori dell'animo di chi li elegge in propria rappresentanza ed è tristemente rivelatore per i romagnoli che essi si siano dati quale personaggio simbolo la figura di questo brigante, che nella realtà storica non fu nient'altro che un bandito feroce e inutilmente crudele. Un torbido figuro, sifilitico, privo di intelligenza e spessore storico, il quale rubava ai ricchi perchè rubare ai poveri equivaleva a “cercare il grasso nella cuccia del cane” (come si dice in Romagna) e che ai poveri non ha mai dato il becco di un quattrino se non per comprare la loro omertà. Ben sapendo che solo con le minacce non avrebbe ottenuto uguale fedeltà, rimborsava adeguatamente e abbondantemente chi lo proteggeva, in modo da attirare le “simpatie”di sempre nuovi contadini poveri disposti ad accoglierlo nelle loro case, a nasconderlo nei loro capanni. La sua generosità dunque era suggerita da un preciso interesse, così come per comprarne favori e complicità pagava le donne che lo seguivano e che servivano ad allietare lui e la sua banda.
In conclusione, il Passatore non fu veramente né “cortese”, né eroe, compì rapine in ogni paese della Romagna seminando terrore e lasciando morti sul suo cammino, se ne contano almeno una ventina a suo carico, ma sia ben chiaro che la sua avventura di politico non ebbe nulla, non si interessò di liberare la sua terra dall'oppressore ma semplicemente di arraffare quanto più possibile ai cittadini benestanti e solo per tornaconto personale.
Dopo che molta parte dei componenti la sua banda erano stati arrestati, per uno strano scherzo del destino, fu denunciato proprio da un pover'uomo, senza casa, preda delle peggiori tribolazioni e della miseria più nera, fu scovato nascosto in un capanno, ucciso dai gendarmi e portato in giro su un carretto a dimostrazione, per tutto il popolo, che la sua epopea era terminata: era il 23 marzo 1851.

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Volpi metropolitane

29 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto

Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi
Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi

È di questi giorni l’articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” che riporta l’allarme diffuso nel Regno Unito: «È invasione di volpi a Londra: sempre più esemplari popolano la metropoli, scelgono come loro “casa” i giardini delle villette e si sfamano dai cassonetti.»

Drastiche e molto discusse le misure decise dalla municipalità per ridurre il proliferare degli animali.

Ma superata l’iniziale inquietudine causata da un segnale così serio e deciso proveniente dalla natura, se si prendono per un attimo le distanze da quanto potrebbero mettere in atto i sudditi di Sua Maestà Britannica per tutelarsi, la notizia, condita da un pizzico di fantasia irriverente, può prendere tutt’altra piega.

Un articolo che potrebbe essere la gioia di Esopo, di La Fontaine, dei fratelli Grimm, di Collodi, che, dall’alto, guardando il mondo, si danno di gomito, annuiscono e sogghignano, quasi ad affermare: «Noi, di volpi che ne facevano di tutti i colori, ne avevamo scritto in tempi non sospetti. Ora non diteci che non vi avevamo messi in guardia!»

Questo, forse, penserebbero.

Mentre il bimbo della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore”, vedendo i suoi concittadini affondare il naso nel giornale aperto e sentendoli commentare ad alta voce la notizia, risponderebbe con una semplicità che sa già di disincanto: «Che novità sarebbe? Io di volpi che abitano nelle villette ne conosco tante! Certo, non mangiano la spazzatura, anzi, siedono a tavola composte, usano le posate d’argento e i tovaglioli di fiandra… e la domenica salgono in carrozza per fare delle lunghissime passeggiate sul lungofiume.»

Gli astanti, a quell’affermazione, estratti con un guizzo i nasi dai fogli del quotidiano, punterebbero gli occhi – delle capocchie di spillo invelenite – sul ragazzino. I loro volti risentiti si farebbero esageratamente aguzzi per imporre a quel discolo sfacciato il silenzio assennato che sempre richiede il quieto vivere.

Lì per lì, il bimbo non capirebbe quegli sguardi.

«Che ti salta in testa, bambino? Tu non sai stare al mondo!», lo rimprovererebbe una voce al di sopra delle teste assiepate.

Poi, al crescere del mormorio di riprovazione dei concittadini, il ragazzino si accorgerebbe improvvisamente del vibrare stizzito di baffi lunghi e sottili, mentre da sotto a cappotti e mantelle inizierebbero a sventolare nervose delle codone rosse e cotonate.

Il bimbo, in un lampo, comprenderebbe così il profondo significato del detto “parlare di corda in casa dell’impiccato”.

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Bombolo

28 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Bombolo

Ezio Cardarelli
E poi cominciatti a fa’ l’attore
Ad Est dell’equatore – Euro 12 – Pag. 170
www.adestdellequatore.com
info@adestdellequatore.com

Mi riprometto di tornare sull’argomento in maniera più approfondita, perché Bombolo – al secolo Franco Lechner – è un caratterista che merita attenzione, ma non potevo fare a meno di segnalare che ho appena finito di leggere un libro fantastico, una vera e propria biografia del comico più naturale del nostro cinema. Ezio Cardarelli è un poliziotto – come Nico Giraldi, precisa nella nota biografica – che si cimenta per la prima volta con la scrittura di un libro, per amore nei confronti del cinema di Tomas Milian e della comicità di Bombolo. Tutto nasce a Miami Beach, dove Cardarelli conosce e intervista er cubbano de Roma, spinta emotiva necessaria a realizzare un’opera importante. Il libro comincia proprio da Milian, ma prosegue con la vita di Bombolo, raccontata con le sue parole, con il suo slang, con tanti episodi di vita in borgata e momenti di cinema. Il libro è anche una storia in piccolo della Roma povera, dove si parla come si mangia, un testo dal quale emerge tutta genuina spontaneità di Bombolo. Il lettore troverà appagate le sue curiosità: il quartiere natale, il carrettino per vendere piatti e mercanzia per strada, il rapporto stretto con il fratello, l’esordio in teatro, grazie a Castellacci e Pingitore che lo scoprono tra i commensali del ristorante Picchiottino, il lavoro con Tomas Milian, Pippo Franco, Enzo Cannavale. Cardarelli fotografa Bombolo come un irresistibile comico naturale, che non aveva bisogno di recitare, ma bastava mettesse in campo la sua mimica facciale, le sue battute corporali, il suo mitico tzé-tzé, come ricorda Marco Giusti in una brillante prefazione. Il lettore troverà le testimonianze di Pingitore, Martufello, Galliano Juso, Alessandra Cardini, dei familiari e di tutti coloro che hanno conosciuto Bombolo. Interessante apparato fotografico e filmografia completa, da Remo e Romolo (1976) a Giuro che ti amo (1986), senza dimenticare TV e teatro. Cardarelli non è un critico con la puzza sotto il naso, ma un entusiasta del cinema italiano perduto, uno che ama Gloria Guida, Lilli Carati, Edwige Fenech e che non si vergogna a definire W la foca! un capolavoro. Quanto siamo simili… forse proprio per questo metterò il suo libro tra le cose più importanti della mia biblioteca. Complimenti anche all’editore che fa pagare un prezzo onesto per acquistare un’opera che celebra con umiltà e buon gusto il nostro cinema popolare.

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Eternit, ingiustizia è fatta

27 Novembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #attualità

Eternit, ingiustizia è fatta

Eppure il picco di morti dovute all’amianto purtroppo non è arrivato, non ancora, ma questo non è bastato alla suprema corte di cassazione per decretare il fatto che per questa storia solo a Casale Monferrato muoiono fra le 50 e le 60 persone ogni anno perché il mesotelioma e le malattie asbesto correlate non vogliono saperne di andare in prescrizione.

Con la sentenza del 19 novembre non solo si è messo una pietra sopra ai morti di Casale Monferrato e delle altre città che hanno avuto la sventura di ospitare fabbriche dove si lavorava l’amianto ma si è già provveduto a seppellire i morti futuri. E se la sentenza precedente, che vedeva la condanna di uno dei due titolari della fabbrica Eternit di Casale Monferrato, aveva aperto porte inaspettate verso una giustizia vera ed era già diventata un esempio per la giustizia per le morti sul lavoro nel mondo, con la decisione della Cassazione un colpo di spugna cancella la già fragile fiducia che in Italia si ha della giustizia.

Triste, doloroso vedere i parenti piangere davanti al Palazzaccio di Roma. Triste e doloroso perché i loro padri, madri, fratelli, sorelle, nipoti, mariti, mogli sono stati uccisi un’altra volta a base di cavilli legali. Una mancanza di pietà mascherata da presunta giustizia da azzeccagarbugli. Un’offesa ai morti e ai vivi.

Il mesotelioma pleurico è democratico, non fa distinzione di genere e di censo, di chi lo ha lavorato o di chi nemmeno sapesse cosa fosse. La malapolvere si insinua, si infiltra e colpisce senza pietà. Un assassino silenzioso di cui Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne (morto tranquillamente in tarda età nel suo letto) non sapevano nulla al punto che quando si è capita la pericolosità dell’amianto hanno chiuso le fabbriche. Ma all’improvviso sono sorte fabbriche di Eternit in paesi in via di sviluppo dove la sicurezza sul lavoro è un’utopia. Basterebbe riguardarsi il bellissimo documentario Polvere di Nicolò Bruna.

E a Casale Monferrato, una comunità che non si rassegna a morire in silenzio, si è ritrovata per manifestare rabbia, tristezza e onorare i propri morti, cosa che non è riuscita a fare la Giustizia.

Luca Cavallero Marco Fiorletta

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IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

26 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

Il protagonista del racconto è appunto un fuggiasco; ci troviamo in una zona di collina di qualche provincia dell’Italia settentrionale durante la guerra civile che dal 1943 al 1945 vide attentati, rappresaglie e violenze da una parte e dall’altra. Bastano all’autore poche pennellate per tratteggiare il quadro fosco; siamo in campagna, c’è un pugno di case, il clima è freddo anche dal punto di vista umano. L’uomo è in fuga; la sua solitudine è aggravata dalla diffidenza degli altri. Trova rifugio in una cappella abbandonata; piove e le poche persone del posto hanno paura. Il disagio è evidente: “Non lontano, un cane abbaiava e lo immaginavo randagio sotto l’acqua e dolorante di fame. In quel buio invernale sembrava la voce di tutta la terra”. Ci sono state nei dintorni alcune stragi dovute, si deduce, ad azioni di partigiani che hanno determinato feroci ritorsioni. La gente è stanca di violenze e vive nel terrore. Così, se concedono un piatto di minestra, non vogliono che si sappia; il fuggiasco o partigiano della vicenda deve consumarla lontano, stando nascosto. Anche le chiese vengono bruciate nelle rappresaglie; non ci sono più né sicurezza e nemmeno civiltà. Un ragazzo del posto, Otino, si intrattiene con lui e dice significativamente che in quel momento non si può chiedere a nessuno chi è. L’identità personale è diventata pericolosa, crea sospetti e pericoli; sapere significa poter essere accusati di qualche forma di complicità. Meglio non chiedere. Meglio anche non essere nessuno, annullarsi in un nascondiglio dormendo su un sacco pieno di foglie aspettando il sole. Eppure stando nella piazza del paese, durante il giorno, accanto alla chiesa, sembra riaffiorare nel protagonista una certa speranza; la guerra non può continuare, la quiete piacevole della pace deve tornare. Ma dalla chiesa esce una donna che evita per prudenza di guardarlo; torna il pessimismo. La paura spezza la solidarietà. Giungono notizie di attacchi a paesi innocenti. Qualche fucilata echeggia lontano. Oltre le colline, c’è probabilmente una possibilità di libertà. Il fuggiasco le guarda avvolte dalla nebbia, ma alla fine sembra chiedersi se valga la pena di partire e rischiare ancora.

È un racconto breve ma sostanzioso; i colori dell’inverno si mescolano ai colori della paura. Non è giunto molto in quel luogo del valore ideale ed etico di quella guerra (ossia della Resistenza); il timore di ritorsioni è troppo grande e crea barriere tra le persone. Il piccolo Guido di cui si parla nel finale del racconto, gioca a fare il soldato e dice spensierato che la guerra non finirà mai. Nessuno ha saputo spiegargli il dramma di quel momento. Ma l’attenzione si concentra sul fuggiasco; da cosa fugge? Dalla violenza del conflitto o forse da una responsabilità che non vuole più assumersi? A Otino lui chiede fuori dai denti se non si vergogni a starsene lontano dai pericoli, quasi al sicuro, mentre altri si battono. Ma è il fuggiasco stesso, qualche ora dopo, ad accarezzare la quiete, il disimpegno, il silenzio: “Avevo visto di lassù nel campo bruno i buoi d’Otino che sembravano fermi. Nell’aria fresca si sentivano le voci suonare tranquille, e se un urlo, uno sparo, avesse rotto quella calma i buoi laggiù non si sarebbero mossi. Quella sera ero contento; dovevo mangiare una minestra nel cortile di Otino, poi tornarmene solo nella vecchia cappella e star nascosto”. Improvvisamente il paese sembra immoto, sereno, lontano dai drammi, quasi fuori dalla storia. Anziché accettare il rischio di andare oltre le colline, l’uomo sembra preferire il sostare apatico nella campagna immobile: “Qui non c’era che terra e colline e bastava appiattirsi alla terra per vivere ancora”. Se prima, con una certa arroganza, aveva chiesto spiegazioni dell’inerzia altrui, ora ha perso in parte la sua superiorità morale; non può più giudicare. In fondo è un uomo come gli altri; probabilmente ha combattuto con coraggio in nome di una fede, ma ora è stanco e sfiduciato. Sembra provare in anticipo una certa disillusione che si prova spesso dopo aver preso parte a una trasformazione storica che si voleva rivoluzionaria, ma che spesso ha esiti di portata limitata. La vecchia cappella gli garantisce pace e rifugio. Ciò fa pensare che i partigiani non erano superuomini, ma persone che in lunghi mesi di lotta feroce (soprattutto nel tardo 1944, quando il freddo e i rastrellamenti si fecero particolarmente pesanti) avevano momenti di debolezza e fiacchezza. La lotta era (ed è) fuori ma anche dentro a ogni uomo, sempre con la tentazione di scegliere il percorso più semplice e meno impegnativo, magari in attesa che le conquiste vengano realizzate grazie al sacrificio degli altri. Forse nel protagonista è in atto questo tipo di conflitto. Il racconto ha qualche affinità con un romanzo dello stesso autore, La casa in collina, dove il protagonista fugge dai fascisti, evita di schierarsi e si accontenta della precaria pace in un istituto religioso: “In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo".

Questo rimanda anche alla vita personale di Pavese che visse sempre con sofferenza e travaglio il non aver preso parte alla Resistenza, pur avendo peraltro già patito alcuni anni di confino; anche nello scrittore probabilmente divampò la stessa cruenta lotta.

La scelta della “tranquillità”, del trattenersi anziché continuare a fuggire sembra prevalere anche nel racconto, scelta appunto non da eroe ma profondamente umana. C’è d’altronde bisogno di un posto, piccolo o grande, in cui stare come spiega lo stesso scrittore in La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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I gol di Ibra

25 Novembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

I gol di Ibra


L’automobile saliva senza difficoltà l’erta strada. Dai tornanti si godeva un panorama stupendo e l’occhio arrivava fino al mare, alla base della montagna. L’andatura lenta, dovuta al fatto che non aveva ancora incontrato un’altra macchina, gli permetteva di godere della vista che, in alcuni momenti, arrivava fino alle coste del paese al di là della distesa d’acqua. I tornanti conservavano tracce antiche di parapetti di pietra come l’asfalto portava segni recenti di rappezzamenti. Si capiva, anche dall’erba che piano piano riprendeva possesso del territorio, che quella strada non era tra le più trafficate. Stretta, nata forse sul tracciato di una vecchia mulattiera, e abbandonata con l’arrivo di ben diversi mezzi di locomozione. Piante di fico selvatico e fichi d’india si allargavano fin quasi sulla carreggiata a contendere all’erba il possesso di quella nera striscia di terra. Non mancavano, e non sarebbe potuto essere altrimenti, piante d’ulivo ormai abbandonate.

Non sembrava che fosse passato tanto tempo. Spesso ci si lamenta della eccessiva lentezza di Kronos ma poi ci si rende conto che esso ci sfugge senza lasciarci la possibilità di afferrarlo e piegarlo alle nostre misere esigenze. Ogni tanto una casupola e un pezzo di terra coltivato, d’altronde la cima era vicina e il paese, da un momento all’altro, sarebbe apparso dietro quella che sarebbe stata l’ultima curva.

Eccolo, piccolo in fondo al panorama. Lievemente al di sotto della cima. Ancora poche centinaia di metri da percorrere in questa pianura di montagna. Due costruzioni ai lati della strada. Gemelle, nella struttura e nella distruzione. Senza tetto, senza porta e senza finestre. Rami spuntavano dall’interno verso l’esterno, anche qui la natura aveva ripreso possesso di ciò che era suo. Due costruzioni che gli riportavano alla mente una piazza e una strada di Roma. Sembravano messe lì come a guardia del paese. Ma, evidentemente, la loro vigilanza non era stata sufficiente a preservare dalla rovina la piccola comunità montana. Fermò la macchina. Si inoltrò nell’erba alta verso la costruzione di destra. Raccolse un bastone e con esso si aiutò a spostare rami e rovi. Il sole dall’alto scaldava e illuminava l’interno di una chiesa. Banchi su cui un tempo erano stati seduti i fedeli ora accoglievano solo sassi e macerie. Piegati, spezzati e spazzati via dalla violenza. Un quadro del redentore ancora appeso sbilenco alla parete. Squarciato, imbrattato. Capì all’improvviso. Di corsa uscì dalla chiesetta e si inoltrò verso l’altra costruzione. Era stato comunque un luogo di culto, non c’erano panche, né confessionali ridotti in schegge. In compenso tra i sassi si vedevano pietre colorate, gialle. Giallo oro, come le cupole di una piccola moschea. Uguale la distruzione anche se diverso il Dio da adorare.

Dire che iniziò a capire è farlo sembrare presuntuoso, non lo è, la violenza cieca non si può capire, al massimo la si subisce. Fiaccato nell’animo colse un fico dall’albero. Era tiepido, maturo e buono. Si avviò verso il paese. Sentiva su di sé gli sguardi degli abitanti di quello sperduto luogo di montagna. Così vicino al mondo moderno eppure lontano. Capre e pecore, a ben guardare, circolavano liberamente nelle strade. Si avviò verso quella che sembrava la piazza, ben diversa da quelle a cui siamo abituati. Cercava un bar, un qualsiasi posto che gli potesse fornire un qualche conforto. Un caffè, un tè, una bibita. Davanti le case donne sedute all’ombra esponevano i frutti della terra in attesa di venderli ai passanti o a qualche sperduto turista. Qualcuna metteva in mostra anche cesti di vimini, ricami, dolci. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, a una dimensione più umana. Erano volti conosciuti anche senza che lui fosse stato in quel posto mai prima d’ora. Persone che vedeva in Italia, erano i profughi di una guerra cattiva e priva di senso come tutte le guerre.

Un uomo, giovane, gli si avvicinò e lo salutò in italiano, aggiungendo che lo aveva capito dalla targa dell’automobile. “Un bar” chiese e si avviarono verso una porta senza insegna che sembrava introdurre in antro privo di luce e invece gli si aprì un mondo a parte. Scesi i tre gradini c’era un bar, luminoso perché dal retro arrivava luce e calore e si apriva su uno splendido giardino, ricco di alberi e fiorito. Si sedettero in attesa del caffè e di qualche dolce.

“Come mai è capitato in questo posto sperduto”

“Curiosità, mi avevano detto, giù in spiaggia, di venire perché ne valeva la pena. Ma è dura la vista di tanta distruzione”

Il giovane iniziò a raccontare. “Vivevamo tranquilli, senza scossoni e senza problemi se non quelli del vivere quotidiano, eravamo pochi, ora siamo ancora di meno, e ci conoscevamo tutti. Si lavorava la terra e l’estate si lavorava al mare per fornire ai turisti ciò di cui hanno bisogno. Un ciclo della vita tranquillo, come già detto, senza scossoni. Poi, all’improvviso, tutto è finito. Ci siamo trovati coinvolti senza saperne nulla in una disputa tra cristiani e musulmani, tra etnie diverse. Prima erano problemi che non ci appartenevano. A parte piccoli liti di paese non c’era altro tipo di dissidio. Arrivarono prima gli uni e uccisero gli altri, poi vennero gli altri e uccisero gli uni. Nonostante tutto chi poté fuggì insieme continuando ad aiutarsi senza pensare a Cristo o Maometto. Sia gli uni che gli altri distrussero tutto, ora ciò che vedi è anche troppo rispetto a quello che lasciarono. Ci privarono dei nostri luoghi di culto dove indifferentemente andavamo perché oltre la fede c’era l’amicizia. Quella che stiamo tentando di ricostruire”.

Uscirono sotto il sole. Sulla piazza ora c’era un giovane che tra due case diroccate giocava con un pallone. Lo lanciava contro il muro, quando tornava indietro lo alzava e in una mezza girata lo lanciava di nuovo contro una ipotetica porta di calcio dipinta con calce bianca contro il muro. E ogni volta gridava “Gol”. “Vedi, erano passati al tu, quella è una vittima. Sta lì tutto il giorno dalle dieci fino al tramonto, a parte l’ora di pranzo, a tirare calci ad un pallone e a gridare gol. Lo chiamiamo Ibra, sono quasi coetanei. Ma lui non calcherà mai un campo di calcio. Ci dà il ritmo della vita che è tornata, anche se non del tutto, alla normalità. Il suo battere continuo ci ricorda i battiti del nostro cuore, che siamo ancora vivi”.

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Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

24 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Roberto Benatti, "Vomeri d'ombra"

Vomeri d’ombra

Roberto Benatti

Il vomere è la lama triangolare dell’aratro che rovescia la zolla dopo averla tagliata. Un arnese, quindi, che fa uno scavo sulla terra tracciando linee su un pezzo di mondo come lo fa un cesello su un pezzo di legno. Spesso queste linee sono parallele, e pettinano la terra seguendo l’ordine razionale voluto dall’agricoltore. L’aratro è trainato da trattori o da animali, e il vomere, la parte più bassa, quella che è in profondo contatto con la terra, fa il lavoro più ombroso dell’aratura, perché è dentro, e cerca di uscire, ma non può uscire se non porta con sé zolle marroni, preparando la terra alla semina.

Se non fosse per il vomere, la semina sarebbe disordinata, non seguirebbe la logica ferrea del trattore. E allora, questo strumento triangolare, responsabile dello scavo, è anche responsabile della qualità del nuovo raccolto.

Così è il pensiero, e tutto quello che lo trasforma in espressione, nel caso specifico la poesia. Infatti, se tentassimo di definire la poesia, diremmo che è uno scavo interiore, un processo creativo attraverso il quale si cerca ciò che è dentro togliendo ciò che è in superficie, che di solito ci impedisce di vedere quella verità che non sappiamo in che altro modo esprimere.

Quindi il vomere ha molte similitudini con la poesia, e non solo dal punto di vista del poeta, anche dal punto di vista del fruitore.

Il vomere fa uno scavo lungo, non profondo, faticoso e tenace. Ed è sotto la superficie della terra che arriva, nell’ombra.

La poesia è assimilabile a un vomere, e per scavare nell’ombra occorre che sia fatta d’ombra, e immaginate quanto possa essere profondo lo scavo se viene fatto dall’ombra.

Ma veniamo al libro di Benatti. Le poesie sono prevalentemente lunghe, alcune suddivisibili in capitoli, usano un linguaggio accessibile, senza ricerca sperimentale né sonorità contorte.

Sono poesie che si leggono in sordina, quasi tacendo, ma si leggono diverse volte prima di lasciare un segno, perché scavano lentamente e con dolcezza, non sono una trivella che cerca pozzi di petrolio, sono un aratro che scava solchi, non aggrediscono la terra, né il lettore.

Leggendo, mi è sembrato di trovarmi davanti ad una mostra di fotografie in bianco e nero, di quelle fotografie che ti fanno contemplare, di quelle che non esprimono la violenza del colore, ma la violenza di uno sguardo. Ho visto migliaia di sfumature, non colori piatti, e il soggetto fotografato prescinde dallo sfondo, risalta nella sua crudele nudità.

Per questo la lettura non deve essere drammatica, ma va vista come una constatazione, vediamo:

Senza questo buio spesso

La miseria non chiuderebbe

Le ganasce alla sua morsa,

Né la speranza

Allenterebbe la sua presa

Senza uno spiraglio di luce.

Sono i versi di apertura della prima poesia, che dà il titolo al volume, e già questi versi sono una poesia a sé stante.

Queste poesie non sono un racconto di vita o una confessione delle proprie angosce. Partendo da lontano, il buio spesso, la miseria, le ganasce… il poeta presenta qualcosa di molto intimo. Bene fa a non parlare di sé, perché infatti nella poesia è il lettore che deve trovare una parte di sé, mai lo farà se il poeta gli impone la sua storia.

E tu hai perso tutto per me

Mentre io ti ho rimborsato

Con dolore nel dolore.

Questi tre versi chiudono la prima parte della poesia, e vediamo che qui si legge qualcosa che riguarda il poeta, ma non è così. Se prendessimo questi versi da soli non avrebbero forza, leggendoli a seguito dei primi sei, invece, la preparazione del fruitore permette di vivere quei versi come qualcosa di suo.

Ma vediamo un altro esempio di poesia:

Consapevole immensità

Che riaffiori da ogni paradiso,

squarcia la mia pelle di pioppo

e divora le mie foglie

ignorando il veleno della mia rabbia,

la cecità larvale

d’ogni mia seduzione

Ho incastonato

Le tue pietre preziose

Nell’anello della mia presunzione

Le tue gemme, lo so,

non si graffiano,

non sono chincaglieria

che si pesta fino a farne farina

stringimi al petto, allora,

come una rosa abbraccia le spine

e il velluto dei suoi petali.

Dammi lo strazio di resistere

Alle attraenze della memoria,

ai sensi affilati da superbi ritratti,

Fanne scia di cometa che non passerà più.

Scia di cometa, pag. 80.

Bene, il poeta non racconta, evoca. Nella poesia non si parla dei propri problemi, delle proprie preoccupazioni, perché la poesia è scavo interiore, è ricerca del giusto dove il giusto non si trova, è riscatto del bello dove il bello non si vede, è esplosione di significati senza significare nulla.

Questa poesia fortemente evocativa dice tra le righe molto di più che nelle righe. Non sta a me raccontarne i significati nascosti, ogni lettore troverà i propri, anche a questo serve la metafora.

Resterà solo una luce tremula

Oltre il velo che separa

La danza aerea dei segni

Nell’equilibrio delle porte aperte.

Un binomio di candele accese

Contro sfondi senz’atmosfera.

Una fiamma viva

Che brucia senza fumo

E illumina la nudità della mente.

Quindi un susseguirsi d’immagini: luce tremola, velo che separa, danza dei segni, porte aperte, candele accese… ogni immagine una sensazione privata e profonda che non si può raccontare se non con quelle immagini, opportunamente inserite nel contesto, introdotte da resterà, oltre, aerea, equilibrio… quindi una guida, istruzioni per l’uso, quasi a dire cosa fare o cosa accade a quelle sensazioni che costituiscono il patrimonio dell’io e del sé.

Sono poesie asciutte, prive di narcisismo, non portano al lettore la felicità o l’infelicità del poeta, come non porgono al lettore la banalità del proprio vissuto, semmai permettono di inserire un vomere nell’ombra del silenzio e di rivoltare le zolle della vita per prepararsi alla semina, e quindi a un nuovo raccolto.

Claudio Fiorentini

7 novembre 2014

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Immagini d'autunno

23 Novembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Immagini d'autunno

Una poesia di Assunta Castellano scritta alla vigilia dell'autunno.

Suoni rumori e colori che prendono vita dal succedersi delle parole e gli odori dei frutti di stagione sembra di poterli annusare. (Franca Poli)

Immagini d'autunno

Assunta Castellano

Ambrati colori di foglie
sotto un cielo che a tratti s'adombra...
velati pensieri nascosti
ora dentro diventano d'oro.

Sulla pelle v'è un brivido dolce
come vento che tocca e non tocca...
sono rosse le bacche...

sono chiuse nel mallo le noci...
ma più bello sei tu... Melograno...
come il rosso vermiglio dei fiori
ora sgrani il tuo triste Rosario.

Lì nel bosco... ricciute castagne
ora piano si schiudono al sole...
ed i funghi a piè delle querce
abbracciati nell'umida terra.

Ci vedremo quest'anno?
Io lo spero!
Ti preparo quel letto di foglie
che scricchiolerà sotto i piedi...
ed avremo guanciali d'amore
e le more per colazione...
come foglia che non vuol cadere...
al tuo ramo mi terrò stretta!

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PREMIO LETTERARIO "VOCI-CITTA' DI ABANO TERME"

22 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Il Circolo I. P. LA C. (Insieme Per LA Cultura)

con i Patrocini (richiesti):
della Regione Veneto e della Provincia di Padova;

dei Comuni di: Abano Terme (PD), Castelvenere (BN), Cinto Euganeo (PD), Erice (TP), Grosseto, Grottammare (AP),Marino Laziale (RM), Montegrotto Terme (PD),Montignoso (MS), Roma, Teggiano (SA);
e di: G.A.L. (Gruppo Azione Locale) Patavino, Parco Regionale dei Colli Euganei (PD).

Gemellato con le Associazioni Culturali:

Alberoandronico (Roma), Cenacolo Altre Voci (Milano),Circolo Smile (Vallecrosia - IM),
Il Porticciolo (La Spezia), Mimesis (Itri – LT), Pegasus Cattolica (Cattolica - RN),
Pelasgo 968 (Grottammare - AP).

Con la collaborazione delle Associazioni Culturali:

Accademia Alfieri (Firenze), Amici Insieme Onlus (Siano –SA),
Bellizzi Arte & Sociale (Bellizzi - SA), Carta e Penna (Torino),
Habeas Corpus (Napoli), Le Tartarughe (Ostia – RM)

e con:

Parco Letterario “F. Petrarca” e dei Colli Euganei (PD),Confesercenti (PD);
F.A.I. (Fondo Ambiente Italiano) – Delegazione di Padova;
Consorzio Vini dei Colli Euganei (PD);
ARTeMuse – David & Matthaus Edizioni (Serrungarina – PU);
Kairòs Edizioni (Napoli); Rupe Mutevole Edizioni (Bedonia - PR);
Anterem, Maremma Magazine, Nuova Tribuna Letteraria, www.tavolainscena.it.

organizza il

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE
“VOCI – CITTÀ DI ABANO TERME” – X Edizione 2015

Scadenza: 28 febbraio 2015

Informazioni, regolamento e bando di concorso su www.circoloiplac.com e info@circoloiplac.com

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Mané

21 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #personaggi da conoscere

Mané


Dedicato a Manoel Francisco dos Santos, giocatore brasiliano noto con lo pseudonimo di “Mané Garrincha” (Pau
Grande, 28 ottobre 1933 – Rio de Janeiro, 20 gennaio 1983)

Ma dove sta scritto che chi è segnato nel corpo sia un disgraziato? Piuttosto, toccato da Dio.
Riflettendoci bene, anche Giacobbe rimase azzoppato lottando con l’Angelo. Fu Dio a voler porre il sigillo nelle sue carni di uomo. Perché potesse affermare: «In questo luogo c’era Dio e io non lo sapevo.»
Così, anch’io sapevo bene dove si trovava Dio che, a un certo punto della mia vita, aveva deciso di lasciare una traccia indelebile anche sul mio di corpo. O meglio, più di una
traccia, a dire il vero. Ma per me, tutti quei difetti formavano il percorso che la mano divina mi aveva disegnato addosso, perché mi ricordassi il luogo in cui si celava lo Spirito. Perché ne avessi consapevolezza, come Giacobbe.
E così, proprio quando stavo davanti al pallone, quel mio difetto fisico diveniva miracolo. Era quello che mi faceva danzare davanti all’avversario, scattare di lato e arretrare nelle finte più sfacciate che mai si siano potute ammirare sui campi di calcio. In quei momenti, il mio dono deforme si faceva beffe della perfezione incapace degli altri.
Le braccia tese, come un equilibrista sul suo filo di vita, correvo in avanti, spinto dall’alito che mi aveva creato. Aggiravo l’avversario come una trottola lanciata dallo spago di un Dio che si sa divertire. Sfioravo la sfera di cuoio e sembrava quasi che ci camminassi sopra, rotolassi con lei, come quei buffi circensi che percorrono l’intero ovale del circo in punta di piedi su una palla. Ero fatto così. E gli spettatori, che distinguevano la bravura, il talento, ma forse non coglievano completamente il fuoco che mi ardeva nel petto, mi soprannominarono “Allegria del popolo”. Perché Dio vuole essere anche allegria. E nel sorriso che avevo, così tante volte immortalato dai fotografi, si potevano distinguere chiaramente il sangue indio di mio padre e quello mulatto di mia madre. Ma altro ancora avrebbe potuto distinguere in controluce chi sapeva leggere Dio nei segni. La mandibola sporgente, gli occhi infossati, ridotti dal riso a due fessure, mi facevano sembrare simile a un guitto. Un guitto che sa bene che dietro al trucco sta la vita. La vita vera. Fatta di dolore e di solitudine.
Dio creò la luce. Ma anche le tenebre. Lo stesso angelo caduto è creatura di Dio. E un dono ricevuto da Dio porta con sé, immancabilmente, anche la necessità di una rovina ineluttabile.
Così, quando compresi il mio lato oscuro, quando capii che quegli scatti sul campo, quasi fosse il cielo stesso a darmi una spinta, celavano un altro punto di arrivo, lontano da fortuna e successo, non ci volli pensare. Mi volli stordire, cercando, attraverso i vizi, di tornare più umano degli umani, campione anche in questo. Puntavo al dolore, sperando che la comune imperfezione mi potesse salvare, trattenendomi sulla faccia di questa terra, come faceva con tutti gli altri che invecchiavano placidi.
È facile svuotare una bottiglia per chi conosce lo strazio. Meno facile guardare attraverso il vetro vuoto e muto, sentendo il calore dell’alcol che ti avvolge le viscere e ritrovare se stessi. E visto da fuori, il mio vizio sembrava uguale a quello di tanti. Il campione si è fatto persona mediocre, pensavano tutti. Ma non era così. Mi aggrappavo a una zavorra per riprendermi il corpo, per tenermelo stretto, per non dover ascoltare quella voce che l’aveva segnato per farmi ispirato e che ora mi mostrava la mia personale miseria, il mio
essere niente.
Sfilai su un carro, nel carnevale del 1980. Seduto, mi asciugavo di tanto in tanto l’occhio destro. Pensarono fosse la commozione nel vedere che il popolo mi voleva ancora bene? Non so. So solo che non ero commosso. Mi bruciavano gli occhi. I suoni giungevano ovattati, vedevo le sagome, non distinguevo i volti.
E quando mi asciugai per la seconda volta l’occhio, mi ricordai che avevo provato la stessa sensazione, anni prima, sul campo. Ma allora inseguivo il pallone e m’isolava dal resto del mondo la mia vampa ispirata.
Così venne il tempo di fare il mio ultimo giro. Che allora credevo uno dei tanti, ma quei quattro giorni di metà gennaio del 1983 furono i miei ultimi, passati a fissare in trasparenza le immagini riflesse dai vetri che svuotavo, svuotando anche me.
Dio gettò sul tavolo della creazione le ventidue lettere magiche e le mischiò, creando infinite combinazioni.
Talmente innumerevoli che noi, che c’illudiamo di saper leggere la vita, non ci accorgiamo di essere perfetti analfabeti esiliati in eterno.
Fu però nell’ultimo secondo della mia esistenza sulla terra che Dio decise di farmi il suo ultimo dono.
Vidi quelle ventidue lettere sollevarsi dal tavolo e ritornare nella mano di Dio che la richiuse a pugno. Come se la pellicola fosse stata riavvolta. Come le immagini che, in televisione, si riavvolgevano un tempo, quando si commentavano le mie azioni sul campo.

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