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Niente di nuovo sotto il sole

30 Settembre 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #il mondo intorno a noi

Niente di nuovo sotto il sole

Se non avete vissuto in una caverna in cima all'Himalaya, potreste aver sentito parlare di immigrazione, di diritti LGBTQ e teoria del gender. La polemica in Italia è stata molto aspra e, come accade sempre in questi casi, la voce più forte è di chi vorrebbe reprimere qualsiasi diversità e mantenere lo status quo. Queste persone si esprimono con termini discriminanti, razzisti e violenti, e rappresentano un fenomeno in forte crescita, generato dall'ignoranza e dal rifiuto di conoscenza. Il diverso è sempre stato oggetto di discriminazione in ogni periodo storico e la retorica che accompagna la discriminazione si appoggia su argomenti consolidati, basati su pregiudizi e su una differenziazione tra un noi positivo e un loro negativo.

Per supportare l'accoglienza sono stati fatti appelli alla solidarietà e a sentimenti umani o umanitari (le due cose non sono sempre correlate), ma questi appelli hanno esaurito la loro forza in poco tempo – come era lecito attendersi – e la foto del cadavere di un bambino ormai non fa più notizia. Giorni di storie strappalacrime sui due fratellini, sul bimbo morto e sul padre disperato, sui sogni della famiglia – notare il lessico, ricalcato dall'articolo ma comune a tutti i giornali, concentrato sui sentimenti del lettore e volto a stimolare empatia. Altri hanno parlato dell'indole migratoria umana, qualcuno ha confrontato il destino dei migranti con quello dei cervelli in fuga, altri hanno portato motivazioni economiche, ciniche ma capaci di dimostrare come l'immigrazione non sia il grande pericolo. Nessuno di questi messaggi è riuscito a superare la barriera noi/loro creata da chi si oppone alla presenza di stranieri sul suolo italiano.

Le ragioni sono semplici: la divisione noi/loro viene definita insormontabile, un'incompatibilità naturale tra culture diverse e si alimenta con la paura, la diffidenza e il razzismo latente. Nel momento in cui l'altro è visto come un pericolo per l'individuo, non esistono ragioni di solidarietà, di storia o di economia capaci di cambiare un'opinione tanto radicata, come dimostrato dai contro-slogan usati dai massimi esponenti della corrente anti-immigrazione (“aiutiamoli a casa loro” o “aiutateli a casa vostra”). Si potrebbe riassumere il concetto citando Lovecraft: “Il sentimento più antico e radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell'ignoto”.

Stesso tipo di tensioni, e di divisione noi/loro, avviene tra eterosessuali e omosessuali. Anche qui fatti di sangue si susseguono, persone picchiate perché gay, adolescenti che si suicidano perché si sentono inadeguati. Intanto, gli estremisti fanno leva sulla diffidenza, sul sospetto, sulla discriminazione, mortificando e offendendo persone, proponendo una norma perché è la loro norma, sottomettendo il sentimento alla procreazione e generando altro odio. Sono tutte argomentazioni antiche, le stesse che portavano a bruciare le persone in piazza, o, in tempi più civilizzati, a condannarle ai lavori forzati. L'omosessualità non è più un reato, ma l'omofobia rimane e si esprime con l'emarginazione sociale, con la violenza psicologica e spesso anche fisica.

Uno degli argomenti preferiti degli estremisti è la protezione dei bambini, potenzialmente esposti e influenzati da comportamenti devianti. È lo stesso argomento da decenni, presentato in varie sfumature sia contro gli immigrati sia contro gli omosessuali. Oggi viviamo l'apoteosi della ‘teoria del gender’, una teoria inesistente, come spiegava Chiara Lalli. Se si applicasse questa teoria, i bambini si convincerebbero di poter scegliere quale sarà il loro sesso e il sesso dei loro partner una volta adulti. Il principio fondamentale della famiglia verrebbe distrutto. Non detto, il pericolo di un mondo formato solo da omosessuali e l'inevitabile estinzione della razza umana diventerebbero realtà. Quanto tutto ciò sia ridicolo lo ha capito persino il Ministero dell'Istruzione, con questa circolare, e anche il Papa, nel suo recente intervento al Congresso americano, ha dato la priorità ad altri problemi. In un passaggio del suo discorso papa Francesco dice:

Non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che viene minacciata, come mai prima d'ora, dall'esterno e dall'interno. Vengono messe in dubbio le relazioni fondamentali, così come i fondamenti del matrimonio e della famiglia stessa. Posso solo ricordare l'importanza e, soprattutto, la ricchezza della vita familiare.

In particolare vorrei porre l'attenzione sui membri più deboli delle famiglie, i giovani. Tanti di loro sono attesi da un futuro ricco di possibilità, ma tanti altri sembrano disorientati e privi di uno scopo, intrappolati in un labirinto di violenza, abusi e disperazione.”

La prima parte è anche riferita alle unioni omosessuali, ma persino il Papa sembra ritenere più importanti altre questioni. Il Papa. Il massimo esponente del Cattolicesimo. Forse non sarà mai favorevole alle unioni omosessuali, ma indicando priorità diverse lancia un messaggio molto forte nei confronti di chi si batte con tanto ardore per la causa eterosessuale.

Per superare la divisione noi/loro l'unica via è conoscere l'altro, e in questo la letteratura dovrebbe giocare un ruolo fondamentale. Fuori dall'Italia questo in parte accade. ‘L'estero’ non è un paradiso, è pieno di contraddizioni, per ogni paese pronto ad accogliere migranti o a legalizzare i matrimoni omosessuali ci sono paesi che chiudono le frontiere costruendo muri vecchio stile, in mattoni e filo spinato o che arrestano esponenti dei movimenti omosessuali. Nessun paese si salva dalle tensioni, Stati Uniti in testa, dove non è mai stata davvero affrontata la questione della schiavitù nera, una questione fonte ancora oggi di tensioni fortissime nonostante il presidente abbia la pelle nera. E la popolazione nera negli USA è solo la punta di un iceberg composto dai milioni di “latini” e altre minoranze.

Ma in tutta la comunità letteraria anglofona qualcosa si sta muovendo, c'è una spinta evidente a cercare voci diverse nella narrativa e si è sviluppato un dibattito sulle discriminazioni, grazie ad autori che provengono da tutti i gruppi etnici. Un esempio su tutti, dei finalisti del Man Booker Prize 2015, solo due sono bianchi. E nella letteratura di genere la tensione è evidente, se un gruppo di scrittori, noto come Rabid Puppies, sostenitori di posizioni razziste, misogine e omofobe, ha truccato i voti dell'ultimo Hugo Award, costringendo gli organizzatori a non assegnare il premio in cinque categorie. La non assegnazione è una scelta corretta, ma rappresenta comunque una vittoria per i Puppies, e le reazioni nel mondo della Speculative Fiction non si sono fatte attendere. Il dibattito, tutt'ora in corso, è particolarmente acceso e la maggior parte degli autori, qualsiasi sia la loro origine, sta facendo fronte comune sulla questione.

In Italia questo dibattito è inesistente, gli unici attori sono membri del mondo politico – più attenti al ‘bene superiore’ – o blogger, come chi scrive, che non hanno intenzione di concedere una facile vittoria a posizioni conservatrici. Dove sono gli scrittori che potrebbero raccontare queste storie, suscitare un dibattito sull'argomento? Vanni Santoni, in un'intervista rilasciata in occasione del trentennale della morte di Italo Calvino, faceva questa riflessione:

Esagerando un poco, ma neanche troppo, si potrebbe dire che i lettori di narrativa contemporanea sono arrivati a essere non solo una nicchia ma addirittura una subcultura, e tanto basterebbe.

Non si può però negare che ci siano anche ragioni strutturali per la situazione attuale: gli spazi che hanno gli scrittori sui giornali maggiori, per non parlare degli altri media, sono relativamente ridotti, e anche quando se ne incontrano, la sopravvenuta legge della supremazia del venduto fa sì che vi si vedano autori midcult più spesso di altri ‘letterari’, e se questo si combina col sempre minor spazio che hanno in generale i libri sui media (pensiamo anche alla sostanziale esclusione dei critici di professione dai medesimi), l'effetto di ‘perdita di peso relativo’ degli scrittori è inevitabile.”

Involontariamente, Santoni ha risposto alla mia domanda ma, aggiungo io, se agli scrittori (e ai critici) non viene dato spazio, è anche perché non c'è interesse. Eppure il rinnovamento di una cultura, elemento fondamentale per non cadere in una stasi portatrice di arretratezza, nasce dal cambiamento e dall'ibridazione. Solo in questo modo si possono considerare nuovi punti di vista e sviluppare nuove idee in ogni campo, sociale, artistico, economico, politico etc. Dovrebbe essere argomento di discussione sui giornali e sulla rete, invece il dibattito è inesistente e i sostenitori delle due correnti parlano con appelli alla solidarietà, frasi urlate e l'immancabile ironia derisoria tipica dei social network.

E intanto, qualche sera fa passavo davanti a un elegante albergo vicino Campo dei Fiori a Roma e un distinto signore in giacca e cravatta ironizzava su come sarebbe meglio rimettere quell'ambulante, che cercava di vendere dei fazzoletti, su un gommone.

Stessi argomenti, stesse tensioni, stesso rifiuto di prendere posizione, in Italia come e più che all'estero. Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Ma ci sono nuovi soli. E brilleranno presto, non importa quale posiziona si scelga di tenere.

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Giovanni Boine

29 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Giovanni Boine



Giovanni BOINE
(1887-19
17)



Questi ulivi arrampicati al monte, che il vento affatica soffiando dal mare, mi somigliano molto.
Io sono forte, come questi ulivi della mia terra. Ma qualcosa si è rotto dentro, lo so. Non ho scampo. La vita breve che ho vissuto m'è costata cara; e la sto pagando con la sola cosa che ho: la giovinezza.
Non si direbbe a vedermi, vero? Forte, alto, - mi dicono - e con gli occhi dolci, e duri allo stesso tempo. I miei occhi dolci!Mi permettono di esistere ancora, i miei occhi!
Per me, adesso, vivere vuol dire guardare il mio bel mare di Liguria; dall'alto di questa collina; e bagnarmi il viso col vento che spira dalle sua acque chiare. Dolce brezza che mi tiene sveglio e vivente… ancora…
Morire a trent'anni!
Perché?
Che male ho fatto?
O esiste un disegno più grande di noi, cui dobbiamo la fede…o esiste il nulla... il nulla… e nulla più… Morire… e non ho che trent'anni…

La mia fede la getto alle ortiche, come suol dirsi… ma voglio… voglio gridare gridare gridare… gridare ancora, fino a che mi è concesso di farlo… gridare senza stancarmi al cielo infinito… anche se so che è inutile…
Morirò, lo so, e lo sento più forte nelle mie notti insonni… notti di pensieri, a volte di lacrime… quasi sempre notti permeate da un incubo ricorrente: la mia piccola morte.
Di me, lascio poco, molto poco: "i frammenti", i "frantumi, che m'hanno accompagnato passo passo, in questi brevi anni, per le colline della mia terra, che dal mare s'arrampica al cielo.
"Torbido nell'agonia, è il mio corpo, enorme…", scrivevo. E ancora: "… quando ti stringo la mano e tu ripigli sicuro il discorso di ieri, non so qual riverbero giallo di ambigua impostura colori di dentro l'atto di me che t'ascolto. Fingo d'essere con te e non ho cuore a dirti d'un tratto: "Non so chi tu sia !". Amico, in verità, non so chi tu sia. E come tu vuoi ch'io rinsaldi l'oggi all'ieri labbra d'abisso, ferita divaricata dell'infinito?
Sentivo già la fine?
Tento spesso di non pensarci, ma la cosa mi torna martellante.

"… giungono a volte le lente sere della malinconia,
che vado zitto per l'ombre, e tutto è scord
ato…".

Sono attimi di tregua mentale, ché, tosto, ritorna il pensiero della morte…

E per "Plausi e botte", non me ne vogliano quelli delle "botte", quelli che sono stati da me bastonati; ho cercato di colloquiare con loro, perché seguendo i miei consigli, diventassero scrittori veri, poeti veri. Gli altri, quelli dei "plausi", abbiano nella vita, la fortuna che … io non ho.
Per me, vedo solo il buio, davanti.
Le altre modeste opere da "Il peccato" a "la ferita non chiusa" siano solo per un mio ricordo, agli amici.

Scrissi un giorno: "… quando la sera mi corico, è così placida l'ombra e così buono il sonno! Ma ora, com'è ora? Com'è ora? Ne buio un gemito gonfia, con freddi e brividi; non so com'è: nel nulla nero, un gemito!" Lo scrissi un giorno - sembra tanto lontano - ma è oggi, o è già domani, è il destino, che mi precede e mi segue. Come vorrei tornare bambino, quando - ricordo - mi lasciavo baciare dal sole, disteso per terra, lassù, sulle colline dov'era la casa del nonno! Le donne parlavano e correvano per casa, affaccendate, e fuori i fichi bianchi e neri seccavano al sole. Il mare, di sotto, in lontananza, emetteva il richiamo d'amore che m'addolciva il cuore.
Come vorrei tornare bambino… quando ancora la sorte segnata non m'era conosciuta, e godevo la gioia di vivere… e sognare… Oggi non più.
E tu, caro Mario Novaro, ricordati quanto t'ho chiesto e tu m'hai promesso. Lascia per istante la tua "Riviera Ligure". La Riviera Ligure! Che bella rivista letteraria abbiamo fatto e cresciuta, come una figlia comune, io e te, insieme! Io, te e i cento poeti e i cento scrittori e i cento amici! Lasciala dunque per un attimo, e aiutami! Aiutami! E ricorda soprattutto quell'angolo di cimitero che t'ho indicato - dove voglio posare. Stammi vicino e sorridimi.
Ancora per un poco…

marcello de santis

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Carlo Bini

28 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #storia

Carlo Bini

Città di pittori, Livorno neanche sospetta di aver avuto tra i suoi figli migliori anche qualche buon poeta. Incuriosa di sé e della sua storia, ferma ai miti del Fattori e del Mascagni (gli unici a suo avviso – che le servono a tener testa alla boria delle consorelle toscane), Livorno si è dimenticata così anche di Carlo Bini.”

Così Giorgio Fontanelli esordisce nella prefazione a Il forte della Stella di Carlo Bini, (1806 – 1842) un altro dei personaggi dimenticati e trascurati della storia e della letteratura, non solo livornese ma nazionale.

Democratico e romantico, fu brillante, intelligente, creativo, ma di carattere irrequieto, indocile e ribelle. Nacque da famiglia umile, in Via delle Galere, frequentò il collegio dei barnabiti, dove conobbe il Guerrazzi, ma fu costretto a interrompere gli studi e dedicarsi controvoglia al banco di granaglie e cereali del padre, cosa che lo umiliò e condizionò per tutta l’esistenza, frustrando le sue aspirazioni politiche e intellettuali. Continuò a studiare da autodidatta, imparando da solo greco e latino ma anche tedesco, francese e inglese, traducendo Byron e Sterne

Insieme a un gruppo di giovani di buona volontà, fra i quali Guerrazzi e Mazzini, fondò nel 1829 L’indicatore livornese, giornale politico ma anche letterario, il cui motto era Alere flammam, alimentare la fiamma! Lo diresse con Guerrazzi fino al trenta, poi attirarono l’attenzione del granducato per la loro vicinanza a Mazzini e alla Giovane Italia e per il proselitismo negli ambienti popolari. Bini amava frequentare, infatti, i quartieri più umili della città, mescolandosi a operai e navicellai, restando coinvolto nelle zuffe in bettole e taverne fino a esserne seriamente ferito. Come afferma Mazzini: “La sua gioventù trascorse fra i rozzi e rissosi popolani della Venezia.” C’è chi sostiene che l’arresto fu dovuto anche ad un articolo scritto da Bini contro l’accademia culturale labronica, che, a suo dire, si occupava solo di "cianciafruscole in prosa ed in rima". Gli accademici livornesi fecero giungere l'eco delle loro querele per gli oltraggi del Bini sino all'orecchio del Granduca.

Nel carcere di Portoferraio, in cui rimase da settembre a dicembre del 1933, Bini scrisse le sue due opere principali. La più conosciuta è il Manoscritto di un prigioniero, che è rimasto famoso nella memorialistica risorgimentale come scritto rivoluzionario per l’epoca, perché rivendicava i diritti dei poveri alla stregua del Saint Simon, il fondatore del socialismo.

Una ferma volontà di rigore stilistico, col proposito di alleggerire e sollevare la materia in un romantico arabesco di riflessioni ironiche, di fantasie e di umorismo alla Sterne, si vede […] nel Manoscritto di un prigioniero (1833) del livornese CARLO BINI, ma dietro lo scintillio di quell’arte ancora immatura e apparentemente svagata sta uno spirito serio, pensoso, preoccupato delle ingiustizie sociali” (Natalino Sapegno)

L’altra opera è Il forte della stella, atto unico teatrale di cui furono pubblicati solo pochi esemplari.

Messere, io non ho mai visto la giustizia; però non so dirvi se ella sia cieca, o se abbia vista di lince, o se porti gli occhiali. La vedrei bensì volentieri cotesta matrona; la vedrei volentieri non per altro, badate, che per baciarle le mani. Solamente vi dirò, che a Livorno un contadino una volta affacciandosi a un tribunale a dimandare se stesse lì la Giustizia, gli fu risposto aspramente: - Fuori, fuori; qui non ci sta la Giustizia.” Carlo Bini, “Il forte della Stella” (pag.226)

Anche quando frequentò i salotti, Bini vi trasferì il suo gusto guascone, l’irriverenza labronica, il sarcasmo che mitigava la retorica romantica, la capacità di trasformare in cultura il quotidiano - forse tutte caratteristiche dovute ai suoi trascorsi da venditore - ma seppe arricchirle di uno spirito intellettuale tutt’altro che provinciale, bensì europeo.

Oltre agli scritti politici, produsse anche testi privati, come l’accorata lettera al padre e le settantotto epistole per Adele Perfetti, adultera alto borghese, sua amante per un anno, poi deceduta. La morte di Adele lo gettò nello sconforto e lo allontanò dalla politica, suscitando lo sdegno morale del Guerrazzi.

A rivalutarlo, invece, fu Mazzini, che scrisse una prefazione anonima ai suoi scritti, dopo la sua morte, avvenuta nel 1842.

Riferimenti

Giorgio Fontanelli, prefazione a Carlo Bini, Il forte della Stella, Successori Le Monnier, Firenze, 1869

www.intratext.com/IXT/ITA2438/_P6.HTM

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Dino Campana

27 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Dino Campana



Dino CAMPANA
(1885-1932)



Sono già dieci anni che sono qui, dieci anni che la guerra è finita; dieci anni che anch'io ho perduto la mia guerra. Oggi mi è concesso solamente di guardare laggiù all'orizzonte, dove il sole che scende mi riporta alla mente - non più sana, dicono - la mia vita randagia.
I miei "Canti Orfici…", dolce ricordo della "mia letteratura". Era il mio passaporto per la vita

Sento forte, ora, la nostalgia dei miei versi vestititi di musica europea!

E Binazzi! Bino Binazzi che mi ha riempito il libro di errori, nella sua nuova edizione. Era meglio forse, tenerli per me, i miei versi…non li avessi mai pubblicati!
E mio padre, il mio povero papà maestro di scuola che ha raccolto i soldi tra i colleghi di lavoro tra gli amici e i conoscenti, per farmi contento! Per fare stampare i miei versi. i miei versi incompresi… Nessuno li ca
piva.
Ma come possono capirli! Se sono matto! Quante volte nel mio gironzolare per il mondo, sono stato fermato dagli sbirri; quante volte sono stato preso con la forza, trasportato di peso, riportato a casa, ricoverato! Eh, sì… sono matto! Dicono che sono matto.

Certo, talvolta ho ecceduto, è vero, nei miei comportamenti; lo riconosco. Ma pure gli altri, però!
Mi scansano, mi ridono dietro, mi sberleffano, mi additano come uno spostato… mi fanno i versi…
Sono dispiaciuto. Ma non di morire.
Chiederei scusa - se potessi - a tutti quelli "male capitati" tra le mie mani, quando mi trovavo nei tristi momen
ti di follia.
E i litigi!
I litigi con la mia cara adoprata Sibilla, e gli insulti. Come me ne dispiaccio! … E le percosse… e le follie… più folli!
Ma anche, e sopra ogni cosa, l'amore! Io ti scopersi e ti chiamai Sibilla! Come ti ho amato, cara Sibill
a!! Come ti amo, cara Sibilla!

Mi sono messo in viaggio questa mattina con un tempo magnifico e per tutta la mattina ho pensato a te come per raccoglierti intorno gli ultimi splendori della bella stagione nei prati umidi,
… un verde intenso di velluto.
Non ti dirò le sciocchezze che servivano di pretesto al mio amore,sono di quelle che non mi vuoi perdonare. Cantavo.Figurati che avevo per ritornello “io ti scopersi e ti chiamai Sibilla”… Volevo anzi telegrafartelo senz’altro questo ritornello, come una protesta brutale della sanità vitale del nostro amore, unica ambigua e chiara risposta alle tue possibili ansie.
Mi avvicino al mio fatale paese. Addio amore, ritroverò forza tra le braccia della
mia Sibilla. ..io ti amo. Tuo Dino

Dove sei? Mi pensi ancora? Potrò mai rivederti, riaverti tra le mie braccia… magari lassù, nella nostra casetta… Come vorrei cara Sibilla, non essere mai esistito! (Dove sei, ora? Mi ami ancora? Ami ancora il tuo Dino Dino Dino…).

Soltanto le mani sono ancora dolci. Stanotte, ti daranno il sonno? Nel tuo paese.
E poi addormentarmi — e svegliarmi il mattino di Natale, bimba.
… oh Dino, Dino, che cosa si scioglie nel cuore di Rina?
Silenzio, tienmi le mani.
Nessuno m’ha detto mai, da bimba, una favola bella.
Guardavo le stelle, come te.
Stanotte non ci saranno.
Ci saremo noi, favole, stelle, cose lontane, irraggiungibili.
Nessuno mai più ci coglierà, anche se crederà vederci, sentirci.
Stelle.
Tienmi le mani, prendine tutta la dolcezza, toglimi tutto, sono tanto felice di morire, ma tu ma tu…
Tremo, mi guardo
intorno, non vieni ancora, l’acqua scorreva…

Se esistere voleva dire soffrire e farti soffrire!
Io ti amavo, io ti amo!
E sono qui, in questo ricovero per matti, che gli altri, quelli "per bene" chiamano impropriamente casa di cura; ipocriti che sono!
Questo dove m'hanno rinchiuso è un manicomio; questa è la parola giusta; eh, sì, se sono matto!
Lontano da te da tutto e da tutti, lontano da tutto ciò che amavo.
La nostra casetta, ricordi?
i nostri amplessi, ricordi?
Il nostro breve intenso amore carnale…
… è finita questa specie d'amore, ma io … io ti amo! Io ti amo!

Sul più illustre paesaggio
Ha passeggiato il ricordo
Col vostro passo di pantera
Sul più illustre paesaggio
Il vostro passo di velluto
E il vostro sguardo di vergine violata
Il vostro passo silenzioso come il ricordo
Affacciata al parapetto
Sull’acqua corren
te I vostri occhi forti di luci.

Ho quarantatrè anni. E la mia vita è finita, da dieci anni è finita, definitivamente finita.
Vegeto. E attendo la notte che venga amica ad inghiottirmi nella sua follia. Cerco la notte… disperatamente.

Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quiete è la messe, verso l'infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che tor
na, ch'era dipartito.

Cerco il sonno… disperatamente. Il sonno… che duri, eterno, a sciogliermi nel sogno dei miei lunghi viaggi per le terre, dove soli amici erano a me il bastimento, e la pampa... e i silenzi degli spiriti, e il russo e Olimpia e le torricelle rosse altissime, e Marradi paese maledetto che m'ha dato una vita amara, che vide nascere all'infelicità un poeta nuovo, un poeta incompreso! Paese cattivo, dove i ragazzi mi deridevano e mi schernivano; dove solo rimedio alla solitudine erano per me le andate per i monti, le fughe, e i ritorni… e i miei versi tormentati…

Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù?
Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti.
Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.
Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare?
Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.
Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la
prima volta che la vidi nella prima gioventù.

Non mi hanno compreso. Nessuno mi ha capito. "… io facevo un poco di arte…" Poi ho dovuto smettere perché la testa non mi sorreggeva più. Io facevo un poco di arte, ma non la capivano, i signori di Firenze, i signori delle lettere, essi che erano "il putridume della poesia". Giudicavano "nulla" la mia poesia, ma era perché non la capivano, né si sforzavano di capirla…"… la mia poesia nuova europea musicale…"
Se potessi, tornerei tra i tavoli notturni delle Giubbe Rosse, a vendere ancora le copie dei miei Canti orfici. Lo farei ancora. E a Marinetti, a Papini, a Soffici, tornerei a dare - gratis - la sola copertina e uno - al più due fogli - le sole cose che fossero in grado di capire…

marcello de santis

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Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

26 Settembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

Giuseppe Iannozzi

Fiore di passione

Lulu - Pag. 208

E-Book e. 4

Cartaceo Hardcover e. 22,60

Da tempo sostengo che dovremmo tornare alla poesia, la regina delle nostre lettere, colei che contiene tutta la nostra tradizione. Il problema di un editore è che in questo periodo storico non vende. Per questo al Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it) facciamo libri di poesia e li regaliamo in e-book, scaricabili gratuitamente su Amazon. Non solo, ci mettiamo a fare lavori poetici di traduzione: Il peso di un'isola di Virgilio Pinera, La patria è un'arancia di Felix Luis Viera... e molti altri, per non guadagnarci niente, solo per fare cultura. A volte proviamo a vendere poesia, ma l'insuccesso è garantito, ché nessuno la compra. Peccato.

Giuseppe Iannozzi ci sorprende perché percorre la nostra stessa strada e lo fa con un e-book autoprodotto intitolato Fiore di passione, 208 pagine telematiche che contengono un florilegio del suo corpus poetico amoroso, il meglio del meglio di quanto è andato componendo in anni di onesto servizio letterario. Conosciamo Iannozzi come sagace critico - animatore culturale di un seguito blog - e abile narratore, autore di romanzi originali come Angeli caduti, L'ultimo segreto di Nietsche, La lebbra, La cattiva strada e persino di racconti di matrice bukowskiana, che poco hanno a che vedere con la lirica amorosa. La poesia erotica di Iannozzi è introdotta da una suggestiva copertina, un olio su tela di Mariarosa Marchini intitolato Fanciulla in amore, ideale per dare il via a una serie di composizioni di matrice classica nelle quali l'autore non disdegna l'utilizzo di licenze ottocentesche come alma (anima) e perigli (pericoli). Prose poetiche (Occhi di zaffiro, Vite parallele...) e liriche composte ricorrendo al verso libero, moderne ma non troppo, ché l'impianto è ottocentesco, decadente, crepuscolare, tanto da ricordare Gozzano e Corazzini, sentimentale senza scadere nel retorico e nel sentimentalismo. Leggiamo qualche verso per rendercene conto con i nostri occhi.

Il più bel bacio me l’hai dato tu

tra l’infinito e il cielo blu

là dove placido scorre il fiume

La bocca tua l’alma mia ha divorato

veloce gettandola

in un dolce panico – affannato –

per subito trarla in salvo

con gli occhi giurandomi

che mai sarebbe finita la magia.

Una raccolta compiuta che rappresenta un unicum nell'opera letteraria di un intellettuale completo, vivace e controcorrente, scritta per indagare il sentimento amoroso in tutte le sue forme e rappresentazioni, in senso leopardiano, come un sentimento assoluto. Iannozzi parla di desiderio, bellezza, gioco erotico, fantasia, passione, sensualità, carnalità, spiritualità. Perché l'amore è amore, come dicono i versi di una canzone, pure lei un po' poesia, in fondo. Leggiamo ancora un significativo estratto.

Piano volteggia sulle pianure

sotto lo stormire degl’alberi

una sì tanto strana creatura

che anche a fissarla bene sfugge

e quasi all’occhio non par vera;

le ali il vento gliele riempie

tra bianche nuvole e azzurro;

con l’indice m’indichi il volo,

e tosto ti dimostro ch’è Chimera

che sugl’Oglio, solitaria a Dio,

ha dell’angelo smesso i panni

per tentare a Isola la fortuna

Non si nasconde dietro i sentimenti, il nostro Iannozzi. E parla d'amore. Perché solo chi non ha mai scritto lettere d'amore fa veramente ridere. E lui, proprio come Pessoa, ha il coraggio di scriverle.

Consigli per gli acquisti:

Il cartaceo (hardcover) - http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/hardcover/product-22356916.html

L'ebook (pdf): http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/ebook/product-22358292.html

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Vincenzo Cardarelli

25 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Vincenzo Cardarelli


Vincenzo CARDARELLI
(1887-1959)



Forse il tempo di stare al mondo è finito, e io me ne devo andare… Il mio biglietto è scaduto.
Ho passato i sessanta, ormai, ma da molto più tempo mi sento vecchio, più vecchio di quello che sono, come si dice: un vecchio decrepito. Sono solo, e in effetti sono sempre stato solo; senza parenti e senza amici (colpa del mio caratterino; cercare di stare sempre lontano da tutti, solitario, silenzioso, un po' per timidezza, molto - dicono - per scontrosità.) E sempre senza soldi.
In questa stanza gelida non riesco né a pensare né a scrivere. Il freddo è, ed è stato per tutta la mia vita, il mio peggior nemico. Ho freddo! Non posso quasi più camminare e mi sento rotto in tutto il corpo. Devo stare a letto; sto bene, fisicamente dico, soltanto quando mi alzo verso le sei o le sette di sera; e poi succede che la notte non dormo. Non ho mai dormito, più di una o due ore al massimo, fin da ragazzo, e questo mi ha distrutto, giorno dopo giorno, a nulla sono valse le medicine, le cure. L'anemia cerebrale che mi ha intorpidito fin da quando avevo vent'anni non mi lascia un attimo di quiete. E ancora: ho il fegato a pezzi (non ha mai funzionato come avrebbe dovuto e dovrebbe) e il medico mi ha trovato disturbi circolatori; dovuti alla pressione.
Ecco: questo è il mio ritratto di oggi. Perché un'esistenza così povera, così grama, doveva toccare proprio a me?! A me che non faccio male a nessuno, che non vivo che per le lettere.
Ho passato la vita intera a pensare e a scrivere (non so far altro…).
Quanto tempo è trascorso, da quei miei Viaggi nel tempo che Vallecchi mi pubblicò quasi trent'anni fa! E "Il sole a picco! E poi "Il cielo sulle città" e "Solitario in Arcadia", che da poco ha visto la stampa ad opera di Mondadori.
E adesso? Adesso, i miei mali, mi lasceranno vivere ancora? Ne sarò capace, fisicamente? Ché, di idee e lavori già iniziati, ne ho tanti qui sul tavolo, e nei cassetti! Col materiale che ho, già ne potrebbero venire fuori altri tre o quattro volumi. Ma non ce la faccio, neppure a tenere la penna; ho le dita ghiacciate, anchilosate. Mamma, che freddo! Forse sono giunto al capolinea! "Forse il mio biglietto è scaduto!" Davvero; e nonostante le mie opere!
Sono solo, e senza denaro. Senza soldi in effetti sono sempre stato, fin dalla mia prima fuga da Corneto, la Tarquinia degli etruschi! forse sono anch'io un poco etrusco, ho il sangue di quel popolo nelle vene. Avevo diciassette anni e molti sogni di gloria.
In questo momento (ma quanti momenti simili a questo!) non ho soldi neppure per arrivare alla fine del mese. Miei nemici, oltre i malanni, sono le tasse, la pigione (sono in arretrato di qualche mese), il dentista (quanto soldi gli ho dato! e mi ritrovo ugualmente senza denti…)
Ricordo tutte le mie poesie, e quel caro volumetto, "Poesie nuove"
Ma che freddo!
Il freddo e la mancanza di pecunia!
Povero e abbandonato, da tutti.
Amici e nemici (che poi non è che ne avessi, di nemici…) Gli amici invece, anche questi pochi invero, debbo confessarlo onestamente, mi hanno sempre aiutato; così qualche editore, o direttore di giornale, anticipandomi (quante volte lo hanno fatto!) i compensi per i miei scritti e per le mie corrispondenze; e per i miei articoli e saggi. Tutti - ad eccezione dei romani menefreghisti delle necessità degli altri - tutti sono stati cortesi e gentili con me; talvolta addirittura premurosi.
Ma il denaro, sempre, mi è bastato per sopravvivere appena dignitosamente. E quando ne ho avuto, ho pensato a chi ne aveva più bisogno di me. E adesso sono costretto a tentare di sopravvivere; come del resto ho fatto da sempre. Sopravvivere, sì, è il termine giusto, sopravvivere, parola giusta, ma come è brutta! E sto sopravvivendo… almeno fino alla fine del mese. Eppoi… speriamo… qualche santo provvederà… Avrei bisogno di ristampare le mie opere, per avere qualche soldo per tirare avanti. Ma a chi chiederlo?
Quasi quasi me ne torno al mio paese, tra il profumo degli etruschi!

Io nacqui forestiero in maremma, di padre marchigiano,
e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione precoci tristezze
e indefinibili nostalgie.
Non mi ricordo la mia famiglia, né la casa dove son nato, esposta a mare,
nel punto più alto del paese, buttata giù in una notte come dal
l'urto di un ciclone,
quando io avevo due anni appena. (da: Memorie della mia infanzia)

Qui, del resto sto bene. Ho una piccola sovvenzione dal governo, ma non mi basta. Fastidi col partito non ne ho mai avuti se non qualche premio in denaro mancato per avere ritardato a rinnovare la tessera. Quanto entra nel mio misero bilancio, però, non è sufficiente per i miei pur limitatissimi bisogni. Avrei bisogno di un paio di calzoni pesanti, e di un cappotto. Ma come devo fare? Non esco quasi più per il freddo; ho diradato anche le mie visite al caffè Aragno; quanti amici incontravo là, quante discussioni intavolate, tutte costruttive, quante poesie ho abbozzato su quel tavolino della terza saletta, che mi ha visto tante ore a scrivere a pensare, e parlare con gli amici poeti e scrittoi, forse non mi vedrà più…
Ho bisogno di stare a letto, al caldo, per non morire.
Quando viene l'estate?
Ho freddo, tanto freddo!
Questo freddo mi sta uccidendo…

marcello de santis

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L'industria del corallo a Livorno

24 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'industria del corallo a Livorno

L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecent, ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.

Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo visitano le fabbriche.

Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.

Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.

Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.

Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.

Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi che pescano in Algeria di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.

Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.

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Tenente Colombo della mia giovinezza

23 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #televisione

Tenente Colombo della mia giovinezza



Considerando il livello di vita dell'età moderna, essa in genere va ben oltre gli 80. Ma il nostro caro amato tenente Colombo, l'aveva superato questo limite; seppure di soli tre anni. Si può dire dunque che non fosse eccessivamente vecchio, anche se la sua età, indubbiamente l'aveva.
Il fatto è che dopo una vita avventurosa e piena di entusiasmo, per il suo lavoro di attore, e di successi, dovuti alla fama conseguita nel mondo intero per il suo personaggio principe, Peter Falk , negli ultimi anni non stava affatto bene.

"Si trascinava dietro, e con fatica" quello che per lui era diventato "il residuo d'esistenza", nel vero senso della parola. In maniera povera e trasandata. Chissà, forse nella sua mente, con l'aiuto della quale non cercava più di risolvere i suoi tanto amati casi polizieschi, già sognava un mondo nuovo - magari tra angeli o demoni, chi può dirlo? - dove potesse indossare ancora il raffazzonato impermeabile beige, per non toglierselo più.
Ricordo una volta che, la sempre invisibile/presente signora Colombo (che invisibile era anche quando pareva che stesse per apparire sulla scena là per là, magari proprio per rimbrottarlo per la sua sciattezza, magari per dirgli: ma su tenente (lo chiamava così, a casa) vestiti bene!) l'aveva obbligato a mettersene addosso uno nuovo, di impermeabile, gliel'aveva comprato con tanto amore, era marrone, un po' più scuro di quello solito - lo ricordo con simpatia quell'episodio della lunga serie - lui faceva del tutto per non indossarlo; se lo toglieva ad ogni occasione, lo posava da qualche parte, su una sedia, su un divano, con la scusa di fare le dovute indagini su un omicidio, per dimenticarsene (per fare finta di…) e buonanotte al secchio.
C'era, nei pressi, sempre un giovane vice ispettore, creato appositamente dalla produzione, non tanto per aiutarlo nelle indagini - che anche dall'aspetto e dai modi di fare costui si era subito rilevato per gli spettatori come un imbranato, un giovane bello e aitante, sì, dotato di acume moderno e di metodi pseudo-scientifici rispetto ai modi tradizionali del tenente - ma, più che per questo, dicevamo, per richiamare l'attenzione di Colombo sulla sua sbadataggine.

- tenente, il suo impermeabile!
- ah, grazie, senta, mi faccia la cortesia, me lo porti in macchin
a!

Macchina! Se macchina poteva definirsi quello scassatissimo mezzo di trasporto, (e con quale altro nome indicarlo!) scrostato, sbuffante, scoppiettante, ma in qualche modo efficiente, cui si era affezionato quanto e più del suo soprabito sgualcito e sporco.
Caro tenente Colombo, che hai catturato la mia/nostra attenzione, lungo tutti gli anni settanta, con quella lunga serie di telefilm polizieschi, con il tuo modo di fare tanto modesto quanto efficace! Ognuno di noi ti veniva dietro nei tuoi ragionamenti mentali, che cercavamo di immaginare, e che tu, quasi sempre, scena per scena, ci facevi indovinare, guidandoci passo dopo passo perché volevi proprio che noi ti seguissimo pedissequamente; e così fino alla risoluzione dei gialli, trasformandoci in quello che anche ognuno di noi diventava vicino a te: un investigatore.
L'indiziato, che tu capivi subito chi fosse, parlando con te pensava di trovarsi, meno male, davanti a uno scombinato ispettore di polizia, un tonto come tanti. E man mano che le storie andavano avanti, alla buona come sempre, ci portavi ad esclamare, col tuo sorriso strano - dovuto anche al fatto che, fin da bambino (a tre anni, a causa di un tumore), ti avevano dovuto asportare l'occhio destro e l'avevano sostituito con una protesi - come usava fare Scherlock Holmes:elementare Watson, riferendosi alle spiegazioni che dava al suo assistente dottore.
E anche noi pensavamo: Elementare! Grazie tenente Colombo, non ci avevamo pensato!
Quante volte nella mia lunga età ho visto e rivisto tutti quegli episodi. Anche adesso che sono stati trasmessi e ritrasmessi (e qualche network li dà ancora), talvolta girando col telecomando, mi capita di trovarti ancora su un canale che ripropone una storia di quelle antiche, magari già iniziata, forse giunta alla metà o verso la fine, ma non importa; piuttosto che andare avanti alla ricerca di qualcosa che mi soddisfi, (e che non c'è mai), mi fermo qua, dove il mio/nostro grande amico Colombo sta portandosi la mano destra alla fronte, e si ferma, sulla soglia di una porta, sconcertando l'assassino (che sa essere lui, ma questi non sa che Colombo sa) che pensa: e mo che altro sta architettando sto rompiscatole? Caro tenente Colombo!
Ricordo, una volta, un'attrice - che interpretava la parte di se stessa anche nella finzione scenica - non ti disse che eri sciatto, ma ti regalò una cravatta nuova; fece di più, te la mise intorno al collo e provvide persino a farti il nodo, come farebbe una brava moglie. Ti ridevano gli occhi, mostravi contentezza, ma noi dentro sapevamo che non vedevi l'ora di uscire da quella reggia di casa, per togliertela e rimetterti la tua, vecchia bandiera degna del tuo regale stazzonato impermeabile beige. Caro tenente Colombo! Ci hai lasciato un vuoto dentro che non si potrà mai riempire.
Mi dicono che negli ultimi tempi giravi, solo - e sconosciuto ai passanti - per le vie di Los Angeles, con indosso, al posto dell'impermeabile, la tua malattia (n.d.r. dal 2008 soffriva di Alzheimer), come un barbone, la mente non ti reggeva più, non ci stavi più con la testa, dicono, (che male mi ha fatto apprenderlo dai media!). Solo il corpo - pure se malridotto - ti permetteva ancora di guardare - con quell'occhio buono che ti ha aiutato tutta la vita - e fare passi incerti alla ricerca di te stesso, che avevi purtroppo smarrito da qualche tempo. E lo cercavi - inconsapevole - per le strade di Los Angeles.

marcello de santis

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Hemingway nei luoghi di Hemingway

22 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Hemingway nei luoghi di Hemingway

Il mojito lo ha inventato Hemingway: acqua, limone, rum e hierba buena. Lo sorseggio alla Bodeguita del medio, nel centro dell’Habana Vieja, dove lo scrittore si fermava a bere e chiacchierare. La Finca Vigia è chiusa per restauri, ma ho visitato la camera dove alloggiava all’Ambos Mundos. Ho visto la sua macchina per scrivere sotto una teca di vetro, la foto col marlin appena pescato, e, sul letto, un’ingiallita edizione in lingua spagnola de Il vecchio e il mare.

Quando viaggio amo portarmi dietro libri a tema. L’anno scorso, a Mosca, giravo con Il maestro e Margherita, di Bulgakov, quest’anno in valigia ho messo Avere e non avere. Pubblicato nel 1937, ambientato fra Key West – Florida - e Cuba, si snoda su un mare sporco di sargassi, azzurro come gli occhi di una bella ragazza al mattino presto, grigio verde al tramonto. La trilogia di Harry Morgan è basata su tre racconti trasformati in un unico romanzo con lo stesso protagonista, il virile Harry, massiccio e dai tratti somatici vagamente tartari, contrabbandiere per necessità.

C’è molta avventura alla Hemingway, ma anche un po’ di timido socialismo tenuto a freno, quasi un anticipo di istanze che sfoceranno poi nella rivoluzione del Che. Ma, soprattutto, c’è l’occhio dello scrittore, spietato e compassionevole, capace di cogliere ed analizzare quello che lo circonda, in un tentativo, mai completo e sempre letterario, di riproduzione mimetica del vero. L’autore recupera ciò che sente raccontare nei bar del L’Avana e lo adatta a sé, rielaborando la materia a favore della finzione narrativa. Il suo è un mondo di uomini duri, che bevono, fumano, pescano, si nutrono di emozioni forti, non sempre condivisibili, come la caccia e le corride. Uomini che uccidono se serve, ma lo fanno senza compiacimento e con fastidio, con una specie di laconica pietà. Maschere di finta indifferenza alla Humphrey Bogart, interprete, insieme a Lauren Bacall, di Acque del sud (1944), libero adattamento cinematografico del romanzo. Questi uomini, un po’ pirati anche nel cognome, alla fine, sanno pure morire. Ma un uomo da solo, come afferma Harry, “un uomo da solo non può. “One man alone ain’t got… no chance”.

C’è pure un tocco di metaletteratura, c’è uno scrittore che vede un personaggio (la moglie di Harry) e ne immagina la vita sbagliandola completamente, pensando che quella donna non sia amata dal marito, il quale, invece, sta facendo tutto per lei e per le figlie. Perché al mondo c’è chi ha e chi non ha. Ci sono i debosciati ricconi proprietari degli yacht, con le loro angosce private, e i poveri pescatori, gli operai, c’è gente che beve per noia e gente che lo fa per disperazione.

Molte cose sono pensate ma di detto abbiamo ben poco, è il solito stile implicito, conciso e inarticolato di Hemingway, così bello, così imitato e così inimitabile.

Hemingway nei luoghi di Hemingway
Hemingway nei luoghi di Hemingway
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Ceccardo Ceccardi

21 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Ceccardo Ceccardi

Ceccardo ROCCATAGLIATA CECCARDI
(1871-1919)


Nessuno m'intende!
Sono un eterno sognatore, ingenuo e fanciullo, a dispetto dei miei quarant'anni.
Solo i miei compagni d'osteria di messer Savani, oste e vivandiere amico, mi sono vicini, nei momenti di nera… e sono tanti questi momenti, in questa mia disgraziatissima avventura che gli ottimisti chiamano "vita".

Permettete che mi presenti: sono il poeta e generale Ceccardo!
Cari Manfredo e Ubaldo e Peppino! E tutti voi altri, amici, che soffrite al mio soffrire! Avventure! Quante avventure contano i miei anni, studi avventizi che mai ho portato a buon fine, collaborazioni a giornali e riviste che durarono il tempo d'una rosa (per il mio caratteraccio - dicono - ma che posso farci? Io sono fatto così).E le mie disgrazie familiari e politiche e sociali! Ed economiche. Tutte le disgrazie, mi si sono scaraventate addosso!
- Nacqui in una tetra notte di tempesta, e tempesta fu tutta la mia vita!
Ah, se io scrissi qualche bel verso nessuno saprà mai a che prezzo l'ho potuto e saputo scrivere!
Ma la mia poesia vivrà.

Quando ci rivedremo/ il tempo avrà nevicato
sul nostro capo, o amore:/ avremo quasi passato
il mare, e sarà il cuore/ più sincero e pacato.
Ma non avremo più remo:/ io ne l'onda infinita del sogno,
tu della vita,/ lo avremo infranto/
oh amore

A dispetto dei molti che non capiscono o non vogliono capire; vivrà insieme a me, in questa caotica avventura che è la mia vita. E vivrà dopo di me. Vivrà soprattutto per mia madre che mi volle poeta. Divenni fanciullo prima, ragazzo poi, grazie a te, madre! Che mi leggevi e rileggevi Shelley e Leopardi, e mi facevi entrare nel cuore il Parini e le sue Grazie. Grazie, madre! Che mi hai voluto dotto, e che mi hai sognato poeta. Il tempo pagherà, quando io non sarò più, sarò poeta allora, e tu la lassù ne avrai gioia. Ma io, allora, dove sarò?
Come eri bella e altera, madre mia! Che bel nome madre mia, il tuo: Giovanna Battistina Ceccardi! Il tuo cognome sarà sempre unito al mio; e i posteri sapranno il perché. Sapranno il perché di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Il tuo esempio e i tuoi insegnamenti m'hanno reso quello che sono.
Tre in matematica, bocciato e ribocciato in questa materia arida e a me lontana; ma sette e otto nelle classiche. E lo devo a te, madre! Oggi cerco disperatamente una o due foglie d'alloro per cingerne il capo, ma tutto mi è contro, nessuno che m'intenda! E i denari mi sfuggono. E intorno ho solo miseria e disgrazie.
Mio figlio malato - la tisi l'uccide - mia moglie che amo, lontana (spesso litigo con le sue sorelle, e questi litigi mi fanno fuggire) e io, che mi trasformo allora in eterno viandante in cerca di me stesso. E di pace.
Io, grullo e sognatore, fuori dalla realtà, forse; senza armi, se non la mia poesia e la mia eterna canna di bambù - che è la mia carta d'identità, la mia cravache - che roteo vorticosamente sopra la testa, per calarla sulle spalle ai prepotenti.
E gli amici. Quelli veri!
Mio buon Savani, che "grande volerci bene" fra di noi, oste della malora! Quante serate davanti ad un bicchiere di vino, con le carte in mano, a declamare versi tra una bevuta e l'altra!
E tu, e gli amici, i soli che mi capivano! E le fughe da casa, col quadro di Carducci stretto al petto! E Genova, Genova coi suoi caruggi, coi suoi vicoli sporchi e neri, che salgono dal porto alle stelle. Vico delle pietre, vico chiuso della rana, vico degli stoppieri, vico cicala, vico boccadoro…
Quanta nostalgia! E quante osterie! le osterie che erano casa nostra. E le panchine, col mio piccolo Tristano (triste nome, quasi un presagio… quasi un destino…) per mano… la sua mano nella mano di un padre disgraziato.
La mia barba incolta, la vecchia palandrana sempre più logora, e unta; e i riposi forzati in stanze fredde e gelide.
E la pazzia!
Che tenta di rapirmi…

"… radi capelli scuri scomposti, naso informe di un rosso purpureo, una camicia spiegazzata quasi uscente dai pantaloni malamente sorretti, sotto un ventre prominente, da quando quelle sciarpe scozzesi multicolori come usavano i carrettieri d'una volta…
Sembra un tragico clo
wn…"

marcello de santis

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