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Tempo d'estate

31 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

Tempo d'estate

Fine luglio, tempo di mare, di piscina, di cene in terrazza, di notti di festa nei quartieri, di ristoranti a picco sugli scogli. La voglia di viaggiare comincia a farsi sentire, sottilmente. Sono logorata dentro da troppi pensieri che vorrei lasciarmi alle spalle per un po’ ma so già che non ci riuscirò. E si compra, sperando (e un po’ anche temendo) di avere occasione di sfoggiare.

La camicetta plissettata, in quel tessuto al quale ormai mi sono affezionata perché non si stira. Queste nuove bluse rivestono molto più delle magliette di cotone, sono pratiche ed eleganti, me le sento bene addosso, non si ritirano né sformano quando le lavi.

Un’altra con le maniche più lunghe, a fiorellini bu, colore che odiavo e, invece, quest’anno prediligo, forse perché è di moda, forse per via di un cambiamento interiore che darà i suoi frutti prima o poi.

I pantaloni ocra, un classico che non si sbaglia mai a indossare.

Due costumi che qui, fra morchia a denti di cane, si consumano facilmente e bisogna comprarne almeno un paio ogni anno. Anche se sono inflazionati, mi piacciono quelli con gli smerli tanto romantici. Ne ho scelto uno a fiori e farfalle e un altro a coda di pavone.

Un paio di shorts comodi. Non mi piace mostrare il ginocchio da elefante vizzo ma mi occorrono dei calzoni corti, specialmente in vista del prossimo viaggio al caldo.

Per finire, gli accessori: un braccialettino azzurro e una collana a grandi fiori rossi, capace da sola di trasformare il più semplice dei top in un abbigliamento glamour.

Buona estate a tutte.

Tempo d'estate
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Un restauro in mezzo al mare

30 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #luoghi da conoscere

Un restauro in mezzo al mare

Accade a volte anche in Italia che un piccolo tesoro artistico che rischiava di andare perduto sia salvato da un gruppo di privati, spinti in questo caso dall’amore per un angolo di Toscana bellissimo e prezioso.

E’ avvenuto a Capraia, una delle sette isole dell’Arcipelago toscano, dove lo splendore della natura e del mare circonda la chiesa di Sant’Antonio e l’ex convento di San Francesco, uno dei complessi di maggiore rilevanza architettonica e artistica di tutto l’arcipelago.

Capraia è un luogo speciale dove non è sempre facile armonizzare lo sviluppo con la necessità di conservarne la bellezza. Diventa dunque importante evitare che quanto già esiste, e ha un grande valore artistico, vada perduto. Questo vale tanto più per la chiesa di Sant’Antonio, che fa parte della storia di quest’isola. Costruita a metà del ‘600 per iniziativa dei capraiesi che la dedicarono al patrono dei pescatori, e proprio dalla comunità di Capraia mantenuta per i successivi due secoli, non ha subito nel tempo nessun significativo intervento architettonico che ne abbia alterato il rigore e la purezza.

Dal desiderio di salvare questo luogo unico è nata la Fondazione Amici della Chiesa di Sant’Antonio che, in sinergia con il Comune, ha reso possibile il restauro della splendida facciata che richiedeva un intervento urgente. Il progetto dell’arch. Franco Maffeis ha ricevuto l’approvazione della Sovrintendenza ai Beni Architettonici e, grazie ai finanziamenti della Fondazione Livorno, della Regione Toscana, della Camera di Commercio di Livorno e del Comune, è stato possibile iniziare i lavori di restauro che sono stati appena ultimati.

La cerimonia d’inaugurazione avverrà il 6 agosto alle ore 18.30 e sarà accompagnata da un concerto della pianista Bice Costa Horszowski e dalla proiezione di un Live video mapping sulla facciata della Chiesa.

La felice conclusione di questa iniziativa lascia sperare che l’opera di restauro, iniziata con la facciata, possa proseguire con un intervento più ampio che coinvolga tutta la Chiesa di Sant’Antonio.

https://amicidisantoniocapraia.com

Un restauro in mezzo al mare
Un restauro in mezzo al mare
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Pee Gee Daniel, "Lo scommettitore"

26 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

Lo scommettitore

Pee Gee Daniel

Edizioni Leucotea, 2014

pp 183

13,90

Fantozzi dei giorni nostri ma con un linguaggio forbito al limite del virtuosismo, ecco cosa pensiamo leggendo l’esilarante Lo scommettitore di Pier Luigi Straneo, in arte Pee Gee Daniel.

L’autore è un giovane del 76 che ha fatto un po’ tutti i mestieri per sopravvivere e qui racconta la sua avventura di precario d’inizio millennio alle prese con un impiego in un’agenzia di scommesse. Di primo acchito surreale, in verità la storia è – vista la situazione in cui versano gli aspiranti lavoratori di oggi, ché, come gli scrittori, ormai ambiscono ed esordiscono in eterno – la storia è, dicevamo, una deformazione grottesca di quanto avviene nel mondo reale.

Dopo aver fatto ogni genere di mestiere umiliante, il protagonista Giulio Sterna (forse nel nome un eco dell’umorismo di Sterne?) trova impiego presso l’agenzia di scommesse in franchising Hermes Play, in quel di Zinza Munfrà, popolata da personaggi squallidi e bizzarri, immigrati rincoglioniti, capo area crudeli, colleghi sfruttati e sottopagati. Il senso della storia è la progressiva disumanizzazione dei protagonisti: il bisogno di portare il pane a casa, e l’insensato attaccamento a un posto che è transitorio per definizione, li trasforma in creature sempre meno capaci di compassione, altruismo ed empatia, fino alla follia conclusiva.

Lo scommettitore è ovvia metafora della condizione lavorativa - e non solo – di oggi, dove i posti non sono mai stabili e i lavoratori diventano numeri da depennare senza rimorsi. Non esiste più la figura del titolare che conosce i subalterni uno per uno e li considera la sua famiglia, non c’è più il capo del personale che si reca alle esequie del dipendente che ha speso tutta la vita per l’azienda. Ormai i rapporti sono improntati alla sfiducia, all’indifferenza, al farsi le scarpe l’un l’altro.

Quello che caratterizza il testo, a parte il fatto di essere molto divertente e strappare qualche sincera risata qua e là, è la padronanza di stile, lo sfoggio di erudizione, l’uso aulico della lingua che contrasta a bella posta con la bassezza e il degrado di certe situazioni.

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Michel Aflaq e il partito Baath

25 Luglio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #il mondo intorno a noi, #personaggi da conoscere

Michel Aflaq e il partito Baath


In questi giorni di attentati islamisti, di falliti golpe, di repressioni e di “depressioni”, ho letto commenti di ogni genere e mi è tornato in mente un personaggio di cui è tanto che non si parla, si tratta di Michel Aflaq, fondatore ideologico di uno dei movimenti più controversi del mondo arabo. Il Medio Oriente, per quello che ne sappia, non è stato sempre “islamista”, al contrario, negli ultimi decenni del Novecento i regimi arabi erano quasi tutti laici. Ad esempio il partito Baath, di cui Saddam Hussein fu il principale esponente in Iraq, è cosa ben diversa dai movimenti islamici ed è stato sempre inviso ai fondamentalisti, per non parlare della Siria dove questo partito è al potere da oltre mezzo secolo.

Il movimento Baath (letteralmente traducibile con rinascita o resurrezione) nacque a Damasco negli anni quaranta ad opera di due insegnanti siriani Michel Aflaq e Salah al Bitar, che si erano frequentati duranti gli studi universitari alla Sorbona di Parigi una decina di anni prima. Michel Aflaq era nato a Damasco nel 1910, in una famiglia di religione cristiana e, durante la sua permanenza a Parigi, fu vorace divoratore delle maggiori opere dei pensatori del secolo precedente, da Mazzini a Lenin, da Marx a Nietzsche. In quegli anni di frequentazione dei circoli studenteschi, degli scontri di piazza che avvenivano nel Quartiere Latino fra studenti socialisti, comunisti e militanti delle Leghe nazionaliste o d'ispirazione fascista, Aflaq maturò la formazione politica più innovativa e originale di tutto il mondo arabo. Nell'ideologia del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco credette di ravvisare la sola possibilità per la modernizzazione delle società arabe, e per la nascita di un grande movimento di massa composto da militanti laici. Auspicava una forma societaria forte, autonoma, indipendente e militarizzata al punto da poter difendere la patria dalle potenze coloniali, un'economia con un'importante partecipazione statale, per dare lavoro e ricchezza al popolo, soprattutto ai ceti più poveri.
Terminati gli studi e tornato in Siria, Aflaq insegnò in una scuola superiore di Damasco e diede vita a un gruppo di studenti interessati alle sue teorie, con cui si riuniva nei caffè damasceni ogni venerdi per palare di politica e attualità. Aflaq non aveva propriamente le caratteristiche del leader, era piuttosto timido e schivo per natura, ma il fondatore del Baath ebbe una grande influenza sui giovani della capitale che riconebbero in lui il maestro ispiratore e, da un primo movimento quasi in sordina, nel 1947 nacque il vero partito. Lo slogan era “Il socialismo è il corpo, l'unità araba è l'anima”, l'ideologia sinteticamente “unità, libertà, socialismo”
Nell'atto costitutivo si promulgava un principio di unità che, in ottemperanza allo spirito nazionalista, mirava ad unire tutti i popoli arabi in un’unica nazione dal Golfo Persico all’Atlantico e di ottenere il rafforzamento dei legami storici, culturali e linguistici del mondo arabo. In questo grande disegno Aflaq, si badi bene, non attribuiva all'Islam un ruolo guida, ma la stessa funzione identitaria della lingua e della storia comune. Auspicava la liberazione del popolo arabo dall’imperialismo coloniale straniero e per questo reputava di grande importanza l'istruzione dei giovani

«La politica educativa del partito ambisce alla creazione di una nuova generazione di arabi che credono nell’unità della nazione e nell’eternità della sua missione. Questa politica, basata su un ragionamento scientifico, sarà libera dai ceppi della superstizione e delle tradizioni reazionarie, sarà imbevuta dello spirito dell’ottimismo, della lotta e della solidarietà tra tutti i cittadini per portare avanti una rivoluzione araba totale e per il progresso umano»

Vedeva nel Socialismo la via per la vera uguaglianza ma ne progettava una forma morbida, che, pur rifiutando ogni concezione materialistica, mettesse l’individuo al centro del sistema economico, riconoscendo la proprietà privata e i diritti di eredità.
Aflaq promuoveva un vento di positiva innovazione che era paventato e odiato dagli islamisti conservatori, questo portò a lotte interne al partito che si divise in diverse fazioni, nel 1966 egli venne estromesso dalla vita politica siriana e si rifugiò in Iraq dove il partito Baath aveva conquistato il potere.

Deluso dalla mancata realizzazione pratica della sua ideologia, Aflaq si ritirò dalla scena pubblica, conservando il rispetto e la fedele amicizia di Saddam Hussein che lo volle comunque accanto negli ultimi anni della sua vita.
La fine di Nasser in Egitto, le sconfitte arabe contro Israele, gli accordi di Camp David, e bla bla bla avanti fino ai giorni nostri, portarono gli stati arabi ad abbandonare definitivamente le concezioni unitarie di Aflaq. Il sogno di un mondo arabo nazionalista, laico e socialista si spense definitivamente con lui il 10 giugno del 1989. Così come era già morto, nel 1945, il sogno di un' Europa dei popoli, Europa Patria, Europa Nazione, unita contro il capitalismo americano e il comunismo russo e, come avrebbe voluto Drieu La Rochelle, un'Europa anche bianca e ariana.

In una considerazione finale, tornando ad Aflaq, preso atto che gli islamisti detestarono Saddam quanto detestavano l'America, se veramente la preoccupazione di Bush fosse stata la guerra contro il terrore, sarebbe stato meglio, a mio parere, allearsi con lui e non distruggerlo, o magari oggi farci un pensierino prima di provare a distruggere anche il presidente Assad, ma io sono una donna di campagna, che ne posso capire di economia e politica internazionale...

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L'Aventino

23 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

L'Aventino

Roma era diventata una res publica, una cosa di tutti. Si sceglievano due consoli, cioè due capi che per un anno governavano la città e guidavano l’esercito. Ma dopo cento anni di guerre contro gli Etruschi, i plebei erano impoveriti e scontenti. Avevano dovuto abbandonare i campi e le botteghe per combattere, le famiglie si erano indebitate con i patrizi. Alla fine delle guerre i patrizi si dividevano il bottino e ai plebei non toccava nulla, così i patrizi diventavano sempre più ricchi e i plebei sempre più poveri. Allora i plebei decisero di andarsene e si trasferirono su una collina vicino a Roma, L’Aventino (secessio plebis), con l’idea di fondarvi una nuova città. Fu una specie di sciopero di massa. La prima secessione avvenne nel 494 a.C. e l'ultima nel 287 a.C. Roma rimase senza contadini, artigiani e soldati.

I patrizi furono costretti a concedere ai plebei di non pagare i debiti contratti durante la guerra e di essere remunerati se combattevano. Ottennero anche dei rappresentanti legali: i tribuni della plebe. Se una legge non conquistava l’approvazione dei tribuni, non poteva essere accettata. Così i plebei tornarono a Roma e, per sancire la pace fra patrizi e plebei, fu eretto un tempio alla dea Concordia.

Ma come poteva l’aristocrazia serbare il suo ascendente a dispetto dell’impedimento costituito dall’autorità tribunizia? Intanto, limitandola alla città di Roma e al tempo di pace: in guerra i tribuni dovevano obbedire ai consoli. Poi, convincendo i Comitia Tributa a elegger solo plebei ricchi. Infine, aumentando il numero di tribuni in modo che fosse più facile convincerne anche uno solo a dare o negare il suo veto.

In casi di emergenza uno dei consoli poteva nominare un dittatore (come fu per Cincinnato). Costui aveva potere sulle persone e sui beni ma non poteva disporre dei fondi dell’erario senza il consenso del Senato. La durata dei suoi poteri era di sei mesi, al massimo di un anno. Solo Silla e Cesare abusarono di questi poteri e la repubblica tornò monarchia.

Ecco alcuni esempi delle prime leggi romane:

  1. Se uno rompe un braccio a un altro e non fa pace con lui, riceverà lo stesso danno.
  2. Se uno con la mano o con un bastone rompe un osso a un uomo libero, deve pagare 300 assi di multa, se fa lo stesso a uno schiavo, deve pagare 150.
  3. Chi ingiuria a qualcuno deve pagare 25 assi.
  4. Se qualcuno ruba o compie qualche delitto di notte, può essere ucciso
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UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

19 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

Uno dei tanti è il nuovo libro della Grande Guerra proposto dal Comitato Pro Chiesa di Plave; si tratta dei ricordi lasciati dall’ufficiale senese Adolfo Baiocchi, impegnato sul Carso durante il conflitto.

Nelle sue memorie, per fare un rapido confronto con gli altri libri proposti negli anni scorsi dal Comitato, non troviamo l’ironia demolitoria di Giuseppe Personeni e del suo La guerra vista da un idiota; quella di Baiocchi è opera diversa anche da E ora, andiamo! di Mario Muccini che aveva saputo affiancare mirabilmente protesta dell’uomo e senso del dovere del soldato.

Il giovane senese, classe 1895, ci propone invece una intensa poesia del dolore ricca di sensibilità umana, con una spiccata attenzione per la sofferenza in trincea, regalandoci una serie di immagini molto forti in cui i corpi degli uomini sono al centro. Vediamo le uniformi delle sentinelle che gocciolano di umidità nelle notti sul Carso, i cadaveri distesi a terra “come in piazza d’armi” davanti ai reticolati nemici, gli assalitori austriaci che bruciano come torce per l’azione micidiale dei lanciafiamme. La prosa si fa dura e scabra, raggiungendo il suo acme in due episodi indelebili. Il primo è il racconto dell’attesa davanti alla trincea nemica dopo uno sfortunato assalto. Il soldato, bloccato a terra, costretto ad aspettare l’oscurità per rientrare, deve stare vicino al reticolato che annulla ogni speranza di successo e di gloria con il suo insuperabile groviglio di fili:

A molti, quelle tremende ore di attesa sconvolgono il cervello. Si alzano, ridono di un riso largo, osceno; oppure si mettono a cantare ma per breve tempo: una pallottola o una bomba a mano, fanno tacere per sempre quei disgraziati”.

L’altro episodio (forse un unicum nella letteratura della Grande Guerra) è la particolareggiata descrizione, davvero terrificante, degli effetti del gas sul proprio corpo che l’autore subì durante un attacco.

L’attenzione di Baiocchi è anche per i civili, sia per quelli di “casa” che per quelli delle terre occupate nell’avanzata. Ha parole severe per chi accompagna con sorrisi e regali i soldati che in stazione si preparano a partire per il fronte: “Non si applaude chi marcia verso la morte”. La sensibilità dell’ufficiale si esprime poi in considerazioni meste davanti a una abitazione devastata a Ronchi: “Nulla è più triste di queste abitazioni disfatte … è l’uomo schiantato in ciò che ha di più caro: nella famiglia, nel focolare”.

Poiché l’opera si sviluppa nel racconto di vari episodi, anche molto diversi tra loro, non è facile trovare un minimo comune denominatore ai testi. Tra gli altri, il capitolo Caccia va in direzione opposta rispetto alla sensibilità umana che l’autore esprime in molte altre pagine. È un capitolo terribile e spietato che fa respirare l’orrore del conflitto dove uccidere era normalità, obbligo, necessità. Caccia è infatti dedicato al cecchinaggio e andrebbe letto parallelamente ad altri passi che troviamo nel nostro Emilio Lussu e in Ernst Jünger (Nelle tempeste d’acciaio e Boschetto 125).

Probabilmente la ricchezza dell’opera sta nell’offrire spunti interessanti in grande quantità su aspetti non sempre diffusamente studiati. Perciò Uno dei tanti getta luce o invoglia a leggere ancora su molti temi come il colera, il cecchinaggio, le pallottole dum dum, l’uso dei lanciafiamme, gli ospedali militari, le fucilazioni. Questo aspetto generale è stato pienamente colto dai curatori che a ogni capitolo fanno seguire una puntuale scheda di approfondimento, intrecciando le testimonianze di Baiocchi con quelle di altri soldati e scrittori (non solo della Grande Guerra) come, tra gli altri, Fritz Weber, Andreas Latzko, Arturo Marpicati, Paolo Monelli, Sven Hassel.

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I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

17 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

I duellanti è un breve romanzo di Conrad dove si illustra una lunga quanto immotivata contesa tra due ufficiali francesi, al tempo di Napoleone; per ben 15 anni i due rivali si affrontano e i duelli proseguono anche dopo la caduta del Bonaparte. L'origine del contrasto resta oscura; le parole silenzio e reticenza, vengono spesso associate al fatto.

Ricorriamo alle categorie machiavelliane per focalizzare alcuni aspetti. Per Machiavelli gli uomini politici si dividono in impetuosi e rispettivi. Feraud è il più rissoso tra i due; pugnace, iroso e intrepido, sembra incarnare il tipo dell'impetuoso. È lui a provocare il primo duello contro D'Hubert. Anno dopo anno, sempre Feraud vuole che si rinnovi lo scontro non appena ritrova il suo avversario, anch’egli in parte oscuramente attratto dal bisogno di battersi. Intanto le truppe di Francia combattono e vincono in mezza Europa, fino al disastro in Russia, cui i due ufficiali prendono parte, peraltro aiutandosi nei momenti più drammatici. Torniamo a Feraud. Come giustifica la sua incontenibile foga contro un rivale che molti commilitoni stimano? D'Hubert, sostiene, non ha mai amato Napoleone perciò è un dovere eliminarlo. In realtà Feraud lo detesta perché culturalmente e caratterialmente troppo diverso da lui: lo considera un damerino, abile a ingraziarsi i superiori, ma inferiore a lui per capacità e coraggio. D'Hubert invece è in realtà un uomo posato, fiducioso nei suoi mezzi, lucido anche sotto il fuoco nemico tanto da essere soprannominato dai suoi compagni “stratega”; è quindi un rispettivo. Fa il suo dovere ma senza la veemenza del rivale. Con un po’ di fortuna non paga dazio al ritorno della monarchia dopo Waterloo, mentre l’altro va quasi a cercarsi i guai e resta tenacemente bonapartista, pagando conseguenze dure ma non durissime grazie al segreto intervento dello stesso D'Hubert presso il ministro di polizia. Anche da esiliato continuerà a seccare il rivale con le sue esigenze bellicose, ora che l'Europa finalmente imboccava una strada di pace. Resta quindi un impetuoso in un momento in cui il suo carattere non è più richiesto dai tempi, iniziando un mesto tramonto.

I tempi delle armi per lui sono finiti, anche se cocciutamente non vuole cambiare. Il rispettivo
invece prosegue la sua carriera, anche se ciò non significa liberarsi del meno fortunato rivale. Sul punto di sposarsi, sente verso l'altro un misto di rabbia e affetto dopo tanti anni vissuti insieme nella gloria napoleonica. Alla fine, dopo l’ultimo duello, ammette di apprezzarlo perché gli ha fatto capire l’importanza della famiglia e dell’amore, di contro alla futilità del concetto di onore per il quale si è pronti a morire.

Anche oggi esistono naturalmente i Feraud con la loro capacità di assillare e tormentare. A che cosa servono? I Feraud di ieri e oggi con la loro aggressività ci aiutano a capire il valore della serenità e della pace. È l’unico dono che possono offrire, peraltro senza volerlo.

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Corrado Farina, regista dei miei sogni

13 Luglio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #personaggi da conoscere

Corrado Farina, regista dei miei sogni

Muore Corrado Farina e per me muore un amico, non il regista di Hanno cambiato faccia e Baba Yaga. Muore l’intellettuale colto, gentile e raffinato che conobbi a Livorno, in occasione di un Joe D’Amato Horror Festival dove incontrai un sacco di gente sgradevole e poco interessante, al punto che fu in tale occasione che decisi di non frequentare più i festival di cinema. Il solo bel ricordo legato a quelle tre giornate livornesi di quasi quindici anni fa resta Corrado Farina, che presentò al Cinema Gran Guardia il suo Hanno cambiato faccia su grande schermo. Adesso quel che resta del Gran Guardia è solo il nome, non è lo stesso cinema ma una tristezza. Muore Corrado Farina e io ricordo l’umiltà di un grande regista nello scendere a Piombino per ritirare un Premio Cappelletti alla carriera, parlare di cinema in una saletta di periferia, raccontare i suoi sogni. Muore Corrado Farina e io mi ricordo tutti i libri che ci siamo scambiati nel corso di tanti anni passati a vergare passioni sui fogli. Ricordo la sua rubrica su Nocturno, dove scrisse molto bene di un mio libro su Fellini e la lunga intervista che mi concesse per la Storia del Cinema Horror Italiano volume 4 (“Cosa cavolo c’entro io con l’horror?” mi chiedeva stupito). Ma tra di noi era scoccata una scintilla, una sorta di affinità elettiva, un reciproco concederci che entrambi qualcosa di interessante l’avevamo fatto, lo stavamo facendo. Certo, lui molto più di me, in tutti i sensi. E se c’è una cosa di cui vado orgoglioso è di aver pubblicato la sua autobiografia, Attraverso lo specchio - film fatti e film visti, che nasce da una mia idea, da un mio input. Ci vedemmo in uno squallido bar di Venturina, in una giornata di pioggia per firmare il contratto, come se tra me e lui fossero serviti i contratti, ma Corrado era un uomo preciso, al limite della pignoleria. E il contratto andava firmato. Venne da me a Venturina, in compagnia della sua signora, ci vedemmo per l’ultima volta, gli detti il mio libro su Franco & Ciccio, poi ci siamo messi a fare il libro, che per fortuna è uscito. Ricordo che a un certo punto lo chiamò al telefono suo figlio Alberto e lui con la grande modestia che lo contraddistingueva gli disse: “Sai che c’è un editore folle che vuole pubblicare un libro sulla vita di tuo padre?”. Ecco tutto quel che mi resta di Corrado, a parte i suoi film, i suoi libri, le sue parole. Ecco che mi viene ancora a mente il suo stupore: “Ma tu pensi che ci sia davvero qualcuno disposto a leggere quel pensa Corrado Farina sul cinema?” Penso proprio di sì, Corrado. Penso proprio di sì. Come so che mi mancherai.

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Un tocco vintage

12 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

Un tocco vintage

Finalmente fa caldo come piace a me, però l'umore non è dei migliori, i rapporti con la gente sempre più difficili, così ho deciso di pensare a me stessa senza tanti sensi di colpa.

Nonostante i saldi, con questa temperatura in città si va meno spesso, gli acquisti non sono molti e il portafoglio ringrazia.

Anyway, ecco due foulard, in tinta unita, da abbinare ai top fantasia.

Ecco la camicetta fiorita, con la manica tre quarti, in un tessuto che non si stira e si asciuga subito. Non è il massimo per la traspirazione, ma, se la metti a palla dentro uno zaino, non prende una grinza.

Ecco i pantaloni blu classici che in un guardaroba pratico non possono mancare.

Ecco la vestina della nonna rivisitata in chiave moderna, più corta davanti e con un incrocio che lascia scoperto un piccolo triangolo di schiena.

Ecco, infine, la borsa vintage, non comprata da nessuna parte ma tirata fuori dall'armadio della mamma. Pura lucertola, ancora lucida e splendente dopo cinquanta anni, molto adatta per la sera.

Bei tempi quando mamma la portava infilata sul braccio e uscivamo a passeggio insieme, lei col tailleur ed io col vestitino di pizzo bianco.

Un tocco vintage
Un tocco vintage
Un tocco vintage
Un tocco vintage
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Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

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