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Post con #miti e leggende tag

Ovunque è Legnano

5 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

 

 

L’imperatore Federico Barbarossa ordinò di radere al suolo il più importante dei Comuni medievali: Milano, che si trovava all’incrocio dei traffici fra le repubbliche marinare e il cuore dell’Europa. I Milanesi assistettero alla distruzione della loro città giurando vendetta. Si riunirono con molti altri comuni nella Lega Lombarda e affrontarono il potente esercito dei cavalieri imperiali sotto la protezione del papa.

L’esercito dell’imperatore era forte, composto di cavalieri pesantemente armati. Quello della lega lombarda, invece, si basava sulla fanteria, una fanteria, però, di tipo nuovo, non più i contadini armati di forcone dei tempi di Carlomagno, bensì mercanti e artigiani facoltosi, attrezzati con ottime e leggere armature. Era proprio nel bergamasco che si costruivano, infatti, le migliori armi d’Europa.

Si riunirono tutti attorno al Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine. Inizialmente usato come carro da guerra, aveva assunto col tempo un valore puramente simbolico. Pavesato con i colori del Comune, era trainato da buoi e trasportava un altare, una campana, una croce e le insegne cittadine. In tempo di pace era custodito nella chiesa principale della città cui apparteneva.

Il Carroccio fu protagonista nella battaglia di Legnano, durante la quale fu difeso, secondo la leggenda, dalla Compagnia della Morte, ovvero un'associazione militare di 900 giovani cavalieri accomunati dall'ordine di battersi fino alla morte senza mai retrocedere, guidata da Alberto da Giussano, personaggio immaginario che comparve in realtà solo in opere letterarie del secolo successivo. Sempre secondo la leggenda, durante il combattimento, tre colombe, uscite dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, si posarono sul Carroccio causando la fuga di Federico Barbarossa. Questo scontro è stato poi celebrato durante il Risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l'invasore straniero, tanto da essere menzionato ne Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, inno nazionale italiano dal 1946.

 

Fratelli d'Italia,

l'Italia s'è desta,

dell'elmo di Scipio

s'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

che schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popoli,

perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l'ora suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Uniamoci, uniamoci,

l'unione e l'amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti, per Dio,

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Dall'Alpe a Sicilia,

Dovunque è Legnano;

Ogn'uom di Ferruccio

Ha il core e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

Il suon d'ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

Già l'Aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue Polacco

Bevé col Cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

In realtà il vero protagonista della battaglia di Legnano fu Guido da Landriano. Giussano non è mai esistito.

I cavalieri del Barbarossa erano appesantiti da molta ferraglia, si muovevano male, abituati com'erano a battersi contro un’altra schiera di cavalieri. Fu così che a Legnano (1176) i fanti lombardi accerchiarono la cavalleria imperiale, disarcionandola.

Fu in seguito a battaglie come questa che la cavalleria pian piano scomparve e con lei quell’aura favolosa che aveva accompagnato l’alto medioevo di Artù ed Excalibur, della Chanson de Roland e dell’amor cortese. Si prospettava un’aria nuova più prosastica, che avrebbe portato all’ascesa della classe media, la borghesia che preferirà il romanzo all’epica medievale.

Da allora in poi i Comuni furono liberi di governarsi da soli, di commerciare e persino farsi la guerra fra loro.

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Il Barbarossa e la saga di Kyffhäuser

10 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

Mentre i Comuni a poco a poco s’ingrandivano, papi e imperatori discutevano fra loro su chi fosse più importante. Gli imperatori si sentivano eredi dell’Impero romano che aveva dominato il mondo e pensavano che anche la Chiesa dovesse loro ubbidienza. I papi ritenevano che farsi carico delle anime fosse più importante che occuparsi dei corpi. Inoltre il Sacro Romano Impero era stato concesso a Carlo Magno da un papa. La chiesa sosteneva, dunque, che il Papa fosse il vero padrone dell’Impero e avesse il diritto di affidarlo solo a quei signori che godessero della loro fiducia. E qui entra la questione del diritto. A quei tempi era normale pensare che qualcuno avesse il diritto di governare su altre persone, solo per il fatto di essere figlio di persone già potenti e famose.

La lotta fra papato e impero divenne più aspra circa milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. L’Imperatore si accorse di perdere terreno e cercò una terra sulla quale rafforzare il proprio potere. La scelta cadde sull’Italia. Da noi i feudi erano piccoli e fedeli all’imperatore, c’erano molti Comuni ma l’Imperatore sottovalutava la forza di artigiani e commercianti, in una parola della borghesia. Quanto al Papa, non aveva un esercito.

L’imperatore Federico, detto il Barbarossa, (1122-1190) raccolse un esercito di nobili feudatari fedeli e attraversò le Alpi, in cerca della nostra terra solatia e ricca. Pensava a una facile conquista. Come potevano i Comuni mercantili ribellarsi ai migliori cavalieri di Europa? Ai Comuni interessava solo rimanere liberi e commerciare, ma l’Imperatore voleva davvero diventare il padrone di tutto e di tutti. Riuniti nel suo accampamento i rappresentanti dei Comuni, impartì i suoi ordini: ogni Comune non avrebbe più dovuto battere moneta, né legiferare, né amministrare la giustizia. Avrebbe dovuto accogliere come capo un feudatario fedele all’Imperatore, avrebbe dovuto pagare tutte le vecchie tasse come i pedaggi e i pontatici, insomma tutto doveva tornare come prima e i cittadini si dovevano rassegnare a non essere più uomini liberi.

Poi fu la volta del Papa. Barbarossa chiese che Roma diventasse la capitale del suo Impero e che il Papa riconoscesse la sua inferiorità all’Imperatore.

I Comuni non ubbidirono e il Papa nemmeno.

Sul Barbarossa circolarono molte leggende, anche a causa della sua morte improvvisa mentre guadava un fiume. Una è quella dell'eroe dormiente, collegata alle più antiche britannico-celtiche di Artù e del Mabinogion. Tale leggenda vuole che egli non sia morto, ma addormentato con i suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà e porterà la Germania alla sua antica grandezza. A dominare il monumento eretto in suo ricordo è una torre alta 57 metri sormontata da una enorme corona imperiale. Una scalinata di 247 gradini conduce alla sommità della torre.

La saga di Kyffhäuser era nata per suo nipote Federico II, ma nel corso del secolo XIX, alcuni scrittori tra cui i fratelli Grimm, nell'opera le Saghe germaniche, ripresero la saga del monte Kyffhäuser, attribuendola al Barbarossa, dove egli è addormentato, seduto a un tavolo e la sua barba rossa cresce smisuratamente e ha già fatto due giri intorno al tavolo. Quando si completerà il terzo giro, Federico si sveglierà e combatterà una straordinaria battaglia: sorgerà il giorno del giudizio.

In realtà Barbarossa, come si usava allora, dopo la morte fu messo in acqua bollente per staccare la carne dalle ossa, ossa che dovevano in seguito essere portate in Terrasanta. Non ci arrivarono mai.

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La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

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Cincinnato

6 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Cincinnato

Gli Equi, un popolo di montanari che abitava le regioni dell'attuale Abruzzo nei pressi del lago Fucino, stava per occupare Roma e il senato affidò il comando a Lucio Quinzio Cincinnato.

Due senatori lo contattarono mentre era nel suo campo, ai Prata Quinctia, intento ad arare. «Cincinnato, Roma ha bisogno di te. Il console romano Minucio è rimasto accerchiato dagli Equi nella valle sotto il monte Algido».

Nominato dittatore, Cincinnato lasciò l’aratro ancora nel solco, chiese alla moglie di portargli la toga, si deterse il sudore e indossò le armi.

“Is cum in opere et arans esset inventus, sudore deterso togam praetextam accepit et caesis hostibus liberavit exercitum. »

“Egli trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito.”

(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. I,17)

Quando gli Equi furono sconfitti, il popolo romano voleva portare in trionfo il valoroso generale ma Cincinnato rifiutò gli onori. Solo sedici giorni dopo, tornò al suo campo, riprese l’aratro e finì il solco che aveva interrotto.

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Clelia

28 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Clelia

Nel 507 a.c., come pegno di pace, il re Porsenna si è fatto consegnare dai romani alcune giovinette.

Una notte, una di queste, chiamata Clelia, alla testa di alcune sue compagne, riesce a fuggire. Le ragazze attraversano a nuoto il Tevere e tornano a Roma. Ma i cittadini romani, invece di accoglierle con gioia, le riaccompagnano al campo etrusco dicendo: “La parola data è sacra.”

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Orazio Coclite

24 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Orazio Coclite

L’esercito etrusco si dirige verso il ponte Sublicio, se il re etrusco Lars Porsenna, supremo lucumone di Chiusi, accampato sul Gianicolo, riuscirà a passare il fiume, Roma sarà sua.

All’imbocco del ponte sta un solo soldato romano: Orazio, detto Coclite perché cieco da un occhio. Ha la spada sguainata e imbraccia lo scudo, sbaraglia da solo molti nemici.

Sull’altra riva del fiume alcuni soldati romani abbattono con le scuri i sostegni del ponte. “Tagliate”, grida Orazio, poi si getta nel fiume e raggiunge a nuoto i compagni. (Polibio, però, sostiene che affogò).

Roma è salva ma solo per poco, alla fine si arrende e deve consegnare parte del territorio a Veio.

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Lucrezia

17 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende, #personaggi da conoscere

Lucrezia

I primi re di Roma erano tutti latini. Poi vennero gli Etruschi. I più vecchi e i più saggi fra loro furono nominati senatori. Infine un etrusco diventò re di Roma, e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Dapprima i Romani erano contenti di avere re etruschi che abbellivano la città con palazzi e templi, bonificavano i campi, portavano in città acqua potabile costruendo acquedotti. Le botteghe degli artigiani lavoravano alacremente e i loro prodotti erano venduti in tutto il Lazio fino a quelle terre meridionali dove si erano stabiliti i Greci. Anche i Greci fabbricavano armi, vasi, stoffe, gioielli e avrebbero voluto vendere le loro merci nel Lazio.

Fra Etruschi e Greci scoppiò una guerra e gli Etruschi furono vinti. I Romani approfittarono di questa sconfitta per cacciare i re etruschi. Ormai avevano imparato quello che c’era da imparare e non volevano più padroni stranieri. E così avvenne che i re etruschi furono cacciati per sempre.

Molti erano stati i re di Roma ma col passare del tempo si parlò solo di sette re. Quattro latini, cioè Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio e tre etruschi, cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la monarchia diventò assoluta e grande fu l’influenza Etrusca.

Una sera, racconta Livio, durante un assedio, il figlio del re, Sesto, discuteva con Collatino della fedeltà delle proprie mogli. Collatino propose che prendessero i cavalli e andassero a Roma a sorprendere le loro consorti nel cuore della notte. La moglie di Sesto fu trovata a banchettare con gli amici, mentre quella di Collatino, Lucrezia, era intenta a filare la lana per confezionare un abito al marito. Sesto fu preso dal desiderio di mettere alla prova la fedeltà di Lucrezia, perse la testa per la bella e pudica moglie altrui, e tornò segretamente da lei, prendendola con la violenza.

« Nocte intempesta nostram devenit domum. »

«Venne da me nel cuore della notte. »

(Varrone De lingua Latina VI 7)

Ecco, non possiamo non pensare a Igraine, moglie del duca di Cornovaglia, presa con l’inganno da Uther Pendragon, col quale generò Artù, non posiamo non vedere Uther che cavalca l’alito del drago per attraversare il fossato ed entrare nel castello di Tintagel.

Ma Lucrezia non partorisce un re, bensì, dopo aver raccontato tutto al padre e al marito e aver fatto loro giurare che l’avrebbero vendicata, si toglie la vita con un pugnale nascosto sotto le vesti. E qui capiamo che la morale celtica era diversa da quella romana.

La tradizione vuole che sia stato questo increscioso episodio a decretare la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.

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Orazi e Curiazi

16 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #miti e leggende

Orazi e Curiazi

Col trascorrere degli anni, Roma cresceva, aumentava il numero degli abitanti e il re, che, dapprima, oltre a celebrare i riti liturgici, a elevare sacrifici agli Dei, amministrava pure la giustizia, non riuscì più ad adempiere tutti i suoi doveri. Si vide così costretto a nominare dei “funzionari” cui affidare alcuni dei suoi compiti di giustizia ed ecco che nacque la “burocrazia”. Fu costretto anche a farsi aiutare nell'amministrazione della cosa pubblica, nominò così qualcuno che si occupasse delle esigenze che aumentavano, cioè che si occupasse di strade, di catasto, di igiene e nacque così il Consiglio degli Anziani o Senato composto dai discendenti per diritto di nascita dei pionieri che erano venuti con Romolo a fondare Roma.

Il Senato inizialmente aveva compito di consigliare il re, in seguito prese sempre più potere. Infine, per completare l'organizzazione dello stato nacque in pianta stabile l'esercito. Ogni curia in cui erano divise le varie tribù, doveva fornire una centuria di uomini, cento fanti, e una decuria, dieci cavalieri, formando così trenta centurie e trenta decurie, pari a tremilatrecento uomini che costituivano una legione. Il comandante supremo delle forze armate di Roma era il Re che aveva sui suoi soldati potere di vita e di morte ma, per l'amministrazione dell'esercito, eleggeva un comizio centuriato che si occupava anche della nomina degli ufficiali, allora chiamati pretori. Il re ebbe in questo modo sempre meno potere e difficilmente avrebbe potuto trasformarsi in un tiranno, suo compito esclusivo restavano le funzioni religiose, conservava il diritto di giudicare i fatti gravi, i delitti rivolti contro la comunità e di comminare la pena di morte.

Questo l'ordinamento che trovò il terzo re di di Roma Tullo Ostilio. Un re molto diverso dal pacifico predecessore che aveva assicurato al popolo quarant'anni di pace e di crescita. Tullo Ostilio fu l'artefice della guerra contro Alba Longa, la città più ricca e importante fra i borghi che circondavano Roma. La leggenda vuole che in maniera molto cavalleresca la vittoria venisse decisa con un duello fra i tre Orazi romani e i tre gemelli Curiazi albalongani, dove l'ultimo dei fratelli Orazi, rimasto solo, uccise tutti e tre i Curiazi decretando la vittoria di Roma. Sta di fatto che Alba Longa fu distrutta e rasa al suolo e il loro re legato a due carri i cui cavalli, correndo in direzioni opposte, lo squartarono.

Il successore di Tullo Ostilio fu Anco Marzio, che continuò con la politica di espansione attaccando e conquistando i paesi dei dintorni.

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Il ratto delle Sabine

4 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

Il ratto delle Sabine

Gli abitanti dei villaggi vicini a Roma invidiavano la sua buona posizione e avrebbero voluto essere i soli a commerciare con gli Etruschi. I romani, perciò, scendevano a far baruffa nelle pianure intorno al Palatino. Un po’ alla volta, Roma vinse tutti villaggi intorno, e pian piano questi entrarono a far parte del territorio romano. Il metodo di Roma è sempre stato quello di assoggettare assimilando, “integrando” si direbbe oggi.

Molto di ciò che i romani del tempo riuscirono a fare lo devono agli Etruschi, che potremmo definire dei misteriosi toscani di origine asiatica. Da loro appresero l’arte di costruire argini e fognature come la Cloaca massima, ponti di legno come il Sublicio; impararono poi a tingere le stoffe per le loro toghe, a costruire case e oggetti. Impararono, infine, anche a estrarre il sale dal mare e nacque così il porto di Ostia.

Costruire i ponti era un’arte magica conosciuta solo da pochi, che si chiamavano, appunto, pontefici; il loro capo era detto Pontefice massimo ed era anche il responsabile di tutti i sacerdoti che pregavano gli dei.

Gli abitanti di Roma si dividevano in patrizi e plebei. I patrizi discendevano dai primi abitanti che si erano accaparrati i bottini di guerra e perciò erano più ricchi. I plebei erano i discendenti degli abitanti dei villaggi conquistati. Scarseggiavano, però, le donne con cui procreare.

La leggenda narra di come Romolo, per procurare le donne ai suoi coloni, organizzasse pubblici giochi e invitasse i Sabini ad assistervi. I romani rapirono le donne sabine. Tarpea, figlia di un romano, aprì la porta all’invasore. I romani la schiacciarono sotto i loro scudi e dettero il suo nome alla rupe dalla quale venivano precipitati i condannati a morte.

Livio sostiene che non vi fu violenza sessuale. Al contrario, Romolo offrì alle fanciulle libera scelta e promise loro pieni diritti civili e di proprietà. Egli stesso trovò la moglie Ersilia tra queste fanciulle.

Per vendicare l’onta, Tito Tazio, re dei Sabini, dichiarò la guerra e marciò su Roma. Le donne sabine, però, s’interposero.

«Da una parte supplicavano i mariti (i Romani) e dall'altra i padri (i Sabini). Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri. [...] Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non sono di vostro gradimento, rivolgete contro di noi l'ira; noi siamo la causa della guerra, noi siamo responsabili delle ferite e dei morti sia dei mariti sia dei genitori. Meglio morire piuttosto che vivere senza uno di voi due, o vedove o orfane. »

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.)

Così Romolo persuase Tazio a fondere il regno sabino con quello romano.

Dopo un lungo regno, Romolo fu rapito in cielo e venerato come Quirino.

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La Roma quadrata

27 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende, #personaggi

La Roma quadrata

In mezzo fra i Greci e gli Etruschi, gli antichi abitanti dell’Italia facevano i contadini e i pastori. I più vicini agli Etruschi si chiamavano Latini e il loro paese si chiamava Lazio, era una terra di montagne, colline, boschi e pianure fertili. Fiumi e torrenti scendevano a valle ma poi si fermavano, impaludandosi e trovando il percorso verso il mare bloccato da dune di sabbia. Le zone, allora, diventavano acquitrini pieni di zanzare e la malaria proliferava. Le popolazioni vivevano in collina e scendevano in pianura solo per pascolare il bestiame.

Verso nord il confine era segnato dal fiume Tevere. Era un fiume largo e profondo, con pochi guadi. Al di là del Tevere risiedevano gli Etruschi. I Latini portavano sulle rive del Tevere lana, pecore e grano, gli Etruschi armi, vasi e sale. Lentamente i villaggi rurali fra il Tevere e il golfo di Napoli si unirono in poche città stato, fra le quali Albalonga. Quella fondata sul colle palatino prese il nome di Roma.

Roma era un villaggio di capanne rotonde, col tetto aperto nel mezzo per far uscire il fumo del focolare. Tutt’intorno c’era un muro di grosse pietre. Nel muro si aprivano delle porte, fra cui una, dalla quale passavano i mercanti che portavano il bestiame al pascolo in pianura. All’alba, tutto il villaggio risuonava dei muggiti delle mucche, perciò la porta era detta Mugonia. Era una Roma semplice, realistica, contadina e popolaresca.

Narra la leggenda che Romolo e Remo, discendenti da Enea, nipoti del re di Albalonga, figli di Rea Silvia e del dio Marte, vengono rapiti da fratello del nonno che dà ordine di farli uccidere. Ma chi ha l'incarico di ucciderli li abbandona in una cesta sulla riva del Tevere, così come, in modi diversi, accade per Mosè, per Biancaneve e per tutte le mitologie poi derubricate a fiaba. I bambini piangono perché hanno fame, una lupa li allatta e diventa la loro madre. I fratelli crescono, puniscono lo zio usurpatore - come vorrebbe fare Giasone senza però riuscirci - e fondano una nuova città, appunto Roma, pare che sia Romolo stesso a tracciarne il solco con l'aratro. Subito i gemelli litigano per il possesso della nuova città e, come Caino ed Abele, Romolo uccide Remo.

Corre l'anno 753 a. c., Romolo diventa il primo re di Roma, tutti gli avvenimenti vengono computati ab urbe condita.

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