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Post con #miti e leggende tag

Il geco

7 Maggio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

- Hai risposto degnamente alla tua empia rivale: grande fu il pericolo per gli dèi dell'Olimpo, ma altrettanto grande la loro vittoria! - esclamò Minerva rivolta a Calliope - Ed ora, ti prego, parlami di Cererei desidero molto conoscere la sua storia! -

Allora Calliope cantò, accompagnandosi con la cetra.

«In Sicilia, non lontano dalle mura di Enna, c’è un lago chiamato Pergo: i cigni cantano su quelle acque profonde, un bosco fitto lo circonda e lo ripara dal sole, il terreno umido fa nascere fiori bellissimi. In questo luogo felice è sempre primavera ...

Un giorno Proserpina, la figlia di Cerere, dea del grano, si divertiva a cogliere gigli e viole sulle sponde del lago; riempiva di fiori il cesto e la veste sottile, gareggiando con le compagne a chi ne prendeva di più.

Plutone, dio dei morti, la vide, se ne innamorò e la rapi! Tutto accadde in un attimo: un nero cocchio, trainato da neri cavalli apparve all’improvviso in mezzo al lago; volava sull’acqua, fra vapori di zolfo ... Alla guida stava il terribile dio, con in pugno lo scettro di re: i capelli arruffati si agitavano intorno alla sua testa, come una nuvola minacciosa; il volto, che non conosce sorriso, era incorniciato da un’ispida barba. Subito fu nel prato, vicino a Proserpina.

- Salvami madre, salvami! - invocò la fanciulla, e cercò scampo nel bosco.

Ma la sua fuga fu breve: una grande mano scura si protese verso di lei, l’afferrò e la trascinò sul cocchio ... La veste leggera si ruppe e i fiori si sparsero per terra. Il dio incitò i cavalli, scosse le briglie scure sulle scure criniere e scagliò lo scettro in fondo al lago: subito la terra si aprì, il cocchio sprofondò nella voragine e scomparve!

Quando Cerere non vide tornare Proserpina, si mise a cercarla per terra e per mare, senza darsi pace né riposo. Era la sua unica figlia e aveva per lei un amore sconfinato. Accese due torce alle fiamme dell’Etna e facendosi luce con quelle, vagò nella notte scura ...

Al mattino, cercava ancora la sua bambina. La dea del grano era sfinita e aveva sete; vide una capanna dal tetto di paglia e bussò. Venne ad aprire una vecchia.

-  Datemi da bere e da mangiare, vi prego, in. nome degli dèi! - chiese umilmente Cerere.

E la buona donna, impietosita, le offerse una ciotola piena d’acqua e della polenta. Mentre la dea si rifocillava, un fanciullo cominciò a guardarla in modo insolente; poi si mise a ridere e disse, puntando il dito contro di lei:

- Com’è ingorda quella vecchia pezzente! -

Allora Cerere si adira: fissa l’insolente con occhi terribili e gli scaglia addosso la polenta, gridando:

-Maledetti coloro che non rispettano i deboli! Hanno il cuore di ghiaccio, non sono degni di essere uomini! -

Subito il volto del fanciullo si cosparge di chiazze, le braccia si trasformano in zampe, sul corpo spunta una lunga coda, la sua figura rimpicciolisce e si contorce. La buona donna, stordita dal prodigio, cerca di toccarlo, ma egli fugge sotto una pietra! Ormai è divenuto un piccolo rettile, così non può fare del male; è ripugnante alla vista e il sangue che gli scorre nelle vene è gelido, come il suo cuore. Si chiama geco ed è una lucertola che vive sui muri, nascondendosi nelle crepe ...

 

 

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I terremoti della Sicilia

5 Maggio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Ascoltammo in silenzio questo lungo racconto che scher­niva gli dèi e l’amato padre Giove. Quando la superba princi­pessa tacque, fu la volta di Calliope, la nostra cara sorella: a lei affidammo il compito di gareggiare per tutte.

Calliope raccolse le lunghe chiome in un tralcio d’edera e, con voce melodiosa, intonò questo canto:

Cerere, la dea della terra, fece agli uomini doni straordinari: insegnò loro a usare l'aratro, fece nascere il grano e i dolci frutti, stabili le leggi! Cerere è una dea molto potente e per celebrarla, narrerò come sua figlia divenne regina del­l'Averno: spero che il mio canto sia degno di lei. Prima, però, voglio terminare una storia di cui è stato detto solo l’inizio ...

«C’è una grande isola, la Sicilia. Essa posa sulle spalle del gigante Tifeo, che osò assalire la dimora degli dèi. Ci fu una terribile guerra, ma, infine, Giove, con l’aiuto degli altri immortali, sconfisse quel mostro e lo confinò nelle profondità della Terra.

Egli si agita e vuole alzarsi, ma il monte Peloro posa sulla sua mano destra, il Pachino sulla sinistra, Lilibeo gli compri­me la gamba e l’Etna gli grava sulla testa. Sdraiato sui fondo, Tifeo, inferocito, scaglia sabbia e vomita fiamme dalla bocca. Spesso cerca di liberarsi dal peso che lo opprime, vuol scrollar­si di dosso le città e le montagne; allora il suolo trema, si squarcia e la luce giunge nel profondo, fino al regno dei morti. Ecco perché i terremoti seminano dolore e rovina nella bella Sicilia ... »

 

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La fontana del cavallo e il dio Ammone

6 Aprile 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Minerva, seduta in mezzo alle nuvole, osservava felice la vittoria del fratello Perseo: ormai il giovane eroe non aveva più bisogno di aiuto...

«Finalmente posso concedermi un po’ di riposo!» pensò la dea.

Si tolse l’armatura e l’elmo, depose a terra la lancia e lo scudo e indossò una semplice tunica; poi, avvolta in una nuvola cava, volò leggera sul monte Elicona, dove vivevano le nove Muse.

Le Muse erano divinità figlie di Giove e proteggevano le arti: Calliope, la poesia epica; Clio, la storia; Erato, la poesia amorosa; Euterpe, la musica; Melpomene, la tragedia; Polimnia, il canto sacro; Talia, la commedia; Tersicore, la danza e Urania, l’astronomia.

-  Benvenuta, cara amica nostra - disse Erato, rivolta a Minerva, che si accomodava la veste scomposta dal rapido volo, - A che cosa dobbiamo la tua gradita visita? -

- Sono venuta qui - rispose la dea dagli occhi azzurri - perché ho saputo che Pegaso, il cavallo alato, colpendo con uno zoccolo la roccia dell'Elicona, ne ha fatto scaturire una fonte –

-  È vero! Ed è una fonte magnifica, sacra alle ninfe! Vuoi vederla? – domandò gentilmente Calliope.

-  Ne sarei felice. Ho visto nascere quel cavallo ... È balzato fuori dal sangue di Medusa: quando mio fratello Perseo ha tagliato la testa del mostro, io gli stavo accanto e guidavo la sua mano! -

Allora Talia condusse la dea vicino alla nuova fonte di acqua azzurra e purissima, che sgorgava in mezzo a una foresta secolare. Minerva si chinò a bere, poi sedette all’ombra di un albero. Si sentiva rinascere: solo le sue nove sorelle sapevano darle quella pace, quella celeste armonia...

- Com’è bello qui, come siete fortunate ... - diceva la dea, guardandosi intorno.

- Anche noi abbiamo le nostre amarezze, cara sorella!  - rispose Clio - Ascolta, voglio raccontarti una storia accaduta poco tempo fa.

«Non lontano da questi sacri luoghi, abitavano nove fanciulle, figlie di re. Erano molto ricche e belle: vestivano abiti neri e bianchi, adorni di lunghi strascichi, che mettevano in risalto la loro snella figura. Però erano anche molto sciocche e orgogliose, per questo osarono sfidarci:

-  Gareggiate con noi, o Muse, se ne avete il coraggio! Abbiamo una voce bellissima, conosciamo tutte le arti e siamo nove, come voi. Le ninfe dei fiumi saranno i giudici della gara: se vinciamo, voi ci lascerete la sacra fonte creata da Pegaso, altrimenti noi vi daremo le più belle terre del nostro regno! -

Accettammo la sfida e la gara incominciò. Le ninfe giurarono di essere arbitri imparziali e si accomodarono su sedili di pietra. Allora una delle sfidanti si staccò dalle altre, acconciò la bella veste bianca e nera, dispose armoniosamente il lungo strascico e, accompagnandosi con la cetra, iniziò a cantare così:

Tifeo era il capo dei Giganti, tremende creature con lunghe code di serpente al posto dei piedi. Aveva grandi ali e cento teste; dalle sue cento bocche uscivano grida spaventose! Voleva prendere il posto di Giove, perciò decise di scalare l’Olimpo ...

Gli immortali, alla sua vista, fuggirono in preda al terrore; arrestarono la loro corsa solo quando giunsero in Egitto! Ma Tifeo li raggiunse anche in quei luoghi lontani ed essi, per nascondersi, si trasformarono in animali: Giove prese l'aspetto di un ariete, il capo del gregge (per questo Ammone, il grande dio di Tebe, ha la testa adorna di corna ricurve!); Apollo divenne un corvo, Diana un gatto, Giunone una bianca giovenca, Venere un pesce, Apollo un ibis dalle grandi ali ... Tifeo, furioso, dava loro la caccia ed essi, tremando, cercavano rifugio in grotte profonde!

 

 

 

 

 

 

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I coralli

8 Marzo 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Perseo, dopo la trasformazione di Atlante, si rimise ai piedi i sandali alati, appese al fianco la spada con la quale aveva tagliato la testa di Medusa e volò di nuovo nell’aria limpida. Vedeva passare sotto di sé popoli, città, foreste, deserti ... Il mondo era bellissimo, visto dall’alto!

Infine giunse nella terra degli Etiopi; lì Nettuno, dio di tutte le acque, aveva ordinato che Andromeda, la figlia del re, pagasse con la vita l’oltraggio fatto da sua madre alle Nereidi, le belle ninfe del mare.

Perseo, dall’alto, vide la misera fanciulla legata nuda alla roccia, in riva al mare: il vento le agitava i capelli e i suoi grandi occhi erano pieni di lacrime.

Il giovane eroe ne rimase incantato e, per un attimo, si dimenticò di battere le ali che lo tenevano sospeso nel cielo: sbandò, annaspò nell’aria e alla fine si posò su una roccia, vicino alla bella prigioniera.

-  Come ti chiami? - le chiese - Come si chiama questa terra? Perché sei legata così? -

Andromeda taceva: avrebbe voluto coprirsi il volto con le mani; ma era legata, perciò poteva solo piangere e arrossire ... Perseo insisteva con le domande e la fanciulla non voleva che quel giovane dai sandali alati la credesse colpevole di qualche orrendo delitto; perciò, con un filo di voce, gli disse il suo nome e quello della sua terra. Poi cominciò a raccontare:

-  Fu l’amore di mia madre a condurmi alla rovinai Io, per lei, ero la fanciulla più bella del mondo, più bella anche delle ninfe del mare; così andava in giro vantandosi.

 Le Nereidi si offesero terribilmente e pregarono Nettuno di vendicarle … Un drago gigantesco cominciò a seminare morte e distruzione nel nostro regno. Mio padre, disperato, chiese consiglio agli indovini e da tutti ottenne la stessa risposta: l’orribile creatura sarebbe tornata negli abissi del mare, solo dopo avermi divorata! -

-  Ma allora … tu stai aspettando il mostro! E i tuoi genitori dove sono?  - gridò Perseo, incredulo.

La risposta si gela sulle labbra di Andromeda: le onde hanno cominciato a ribollire e in mezzo al mare è apparso il drago, orrendo e minaccioso. Il suo petto copre un gran tratto di acque e si dirige velocemente verso la riva. Andromeda ha ritrovato la voce e ora grida, spaventata.

Ed ecco il giovane dai sandali alati, dirle:

- Non è tempo di piangere! Io sono Perseo, figlio di Giove e di Danae. Ho vinto la Gorgone Medusa e posso volare nel cielo: qualunque fanciulla sarebbe orgogliosa di avermi per marito! Ora, con l'aiuto degli dèi, compirò una nuova, grande impresa, però a un patto: che tu sia mia sposa, se riesco a salvarti! -

Intanto il mostro, facendosi largo fra le onde con l'enorme petto, sta per giungere allo scoglio ... Allora Perseo lega alla cintura la bisaccia che contiene la testa di Medusa; poi, con uno slancio, vola in alto fra le nubi. La sua ombra si disegna sulla superficie del mare e il drago, inferocito, si avventa contro l’immaginario nemico …

È il momento giusto: il giovane eroe piomba dall’alto sulla belva e le trafigge il collo con la lunga spada!  Il mostro vomita sangue, mentre Perseo lo ferisce sul dorso incrostato di conchiglie, sulla testa coperta di squame, sulla coda appuntita ... Infine, un colpo netto, preciso, e la spada micidiale affonda nel cuore della belva!

Perseo guarda le sue mani sporche di sangue e, per lavarle, poggia la testa di Medusa su uno strato di morbidi ramoscelli che coprono la sabbia.

Ed ecco quegli arbusti, ancora freschi e vivi, si induriscono e si tingono di un rosso intenso: sono diventati coralli!

 

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Il monte Atlante

6 Marzo 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Dopo la trasformazione delle figlie di re Minia, tutti gli abitanti della Grecia temevano e veneravano il dio del vino; solo Acrisio, re di Argo, sosteneva che né Bacco, né Perseo, suo nipote, erano figli di Giove.

Acrisio aveva una grande opinione di sé: si era conquista­to da solo il trono e riteneva di essere il più forte e il più astuto fra tutti i re della Grecia; che bisogno aveva degli dèi?

«Forse gli dèi non esistono...» pensava.

Perciò non credeva che sua figlia Danae avesse avuto Per­seo proprio dal re dell’Olimpo. Perseo, quel bambino tanto pericoloso, che non doveva nascere.

Infatti un oracolo aveva predetto ad Acrisio che sarebbe stato ucciso da un nipote e il re, per sfuggire al suo destino, aveva fatto rinchiudere la figlia dentro una torre inaccessibi­le. Ma Giove, innamorato della fanciulla, si trasformò in una pioggia dorata, passò attraverso una fessura aperta nel muro e riuscì ugualmente a raggiungerla ... Così nacque Perseo.

Quando Acrisio seppe dell’accaduto, non ebbe un attimo di esitazione:

 

- Chiudete la madre e il figlio in una cassa e gettateli in mare! -  ordinò.

Ma Giove vegliava sui due naufraghi e, sospinta da un vento leggero, la cassa approdò nell'isola di Serifo. Polidecte, re dell'isola, salvò Danae e Perseo e li accolse nella sua reggia.

Il tempo passò e Perseo divenne un giovane forte e intelligente, Danae una donna bellissima. Polidecte era innamorato di lei e voleva sposarla, ma Danae, che viveva solo per il figlio, lo respingeva.

 

- Perseo è un ostacolo alla mia felicità, – pensava il re – devo liberarmi di lui!

 

Infine ebbe un’idea …

Come tutti i giovani, il figlio di Danae amava l’avventura e desiderava dar prova del suo coraggio, perciò un giorno Polidecte gli disse:

 

- So che non hai paura di nulla, ma certamente non ose­resti affrontare la Gorgone Medusa!-

 

- Se la tua è una sfida, o re - rispose Perseo - l’accetto senza esitare! Prima, però, dimmi: chi è questa donna che do­vrebbe farmi tanta paura?-

 

- Medusa non è più una donna, ma un tempo era una fanciulla bellissima, così bella che Nettuno, dio del mare, si inna­morò di lei e subito fu ricambiato con grande passione. I due innamorati, però, scelsero per incontrarsi il tempio di Miner­va, che sorgeva in una valle isolata e silenziosa ... Una notte la dea, scrutando la Terra dall’alto dell’Olimpo, si accorse che il suo tempio era stato profanato! Sdegnata, decise di vendicar­si dell'oltraggio subito ... Ma Nettuno era un dio, e lei non po­teva punirlo; allora rivolse tutta la sua ira contro Medusa e la trasformò in un terribile mostro, con la lingua penzolante, le zanne enormi, i serpenti al posto dei capelli, gli occhi di fuoco. Chiunque l'avesse guardata, sarebbe diventato di pietra! –

 

- Anche ora Medusa ha questo potere? - chiese Perseo, affascinato dalla storia - Certo! La sua casa è circondata da statue di roccia, che un tempo furono uomini e animali - esclamò Polidecte. Vuoi forse rinunciare alla sfida? Sapevo che la verità ti avreb­be sconvolto...

 

- Niente affatto! - rispose il giovane, senza esitare - Voglio partire subito! Non ho paura, anzi: ben presto ti porte­rò la testa di Medusa!-

 

Polidecte aveva raggiunto lo scopo: finalmente avrebbe sposato Danae! Quel presuntuoso non sarebbe certo tornato dalla sua folle impresa: nessuno poteva vincere Medusa.

Invece Perseo, con l’aiuto di Mercurio e Minerva, i suoi fratelli divini, realizzò il progetto straordinario e decapitò la Gorgone.

Ma anche recisa, l’orribile testa conservò il potere di pie­trificare chi la guardasse e i serpenti continuarono a sibilare e a sputare nero veleno.

Dal collo di quel mostro, però, insieme al sangue, uscì uno splendido cavallo alato: il giovane eroe lo chiamò Pegaso.

Ora, dopo la vittoria su Medusa, Perseo, felice e pieno di orgoglio, tornava a Serifo, volava leggero nell’aria, grazie ai sandali alati che gli aveva donato suo fratello Mercurio, e stringeva fra le mani una bisaccia, che racchiudeva la testa della terribile creatura.

Portato dal vento, Perseo vagò nel cielo immenso e, quan­do giunse il tramonto, si fermò nella regione dell'Esperia: era troppo pericoloso volare di notte, anche per un giovane eroe!

L’Espero era il regno di Atlante, un uomo gigantesco: ave­va mille greggi e sulla sua terra nascevano alberi lucenti, che davano frutti d’oro.

- O re - gli disse Perseo, quando fu davanti a lui - Io sono figlio di Giove e ho compiuto grandi imprese: se onori gli dei e apprezzi il coraggio, ti prego, fammi riposare nella tua casa!

 

Atlante lo guardò pieno di sospetto e subito la sua mente corse a un’antica profezia, che ammoniva:

«Un giorno giungerà nella terra dell'Espero uno dei figli di Giove e allora il tuo regno avrà fine ... Egli

ti toglierà i frutti degli alberi d'oro, e la vita!»

Per questo il potente re si rifiutò di ospitare Perseo. Ma il giovane, senza esitare, infilò la mano nella bisaccia e trasse fuori la terribile testa di Medusa ...

Ecco, allora, Atlante diventare un’enorme montagna: la barba e i capelli si trasformano in folti boschi, le spalle e le ma­ni sono rupi scoscese, la testa è la cima più alta, le ossa diven­gono massi.

Ora, ai confini del mondo, non esiste più il gigante padro­ne di mille greggi: al suo posto c’è una catena di monti, che ne conserva il nome e continua a sbarrare la strada a chi vuol av­venturarsi nella terra dove crescono i frutti d'oro...

 

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Laura Nuti, "Come le ciliegie"

19 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Come le ciliegie

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2018

 

Il delizioso Come le ciliegie, di Laura Nuti, edito da Marchetti e ben illustrato da Roberta Malasomma, mi ha riportato indietro nel tempo, mi sono rivista bambina, leggere con foga e meraviglia adattamenti di classici e riduzioni di opere immortali: il Kalevala, il Peer Gynt, le storie di Carlomagno e Berta dal grande piede, la Divina Commedia spiegata ai ragazzi, la mitologia greca. Questo libro ha il sapore (inimitabile) di ciò che leggevamo allora, con un piglio, però, moderno. Che cosa sono le fiabe se non miti e leggende rielaborati, che cosa c’è nella fiaba se non la struttura stessa di un singolo grande mito (come ci insegnano Propp e Joseph Campbell)? E non era forse un’operazione simile quella compiuta negli anni sessanta con le fiabe sonore e con le riduzioni dei classici per bambini?  

Sonnolenti pomeriggi d’estate, un giardino afoso, una nonna che culla una piccina mentre racconta – o meglio, fa raccontare dall’immaginario cane Argo -  alla sorellina più grande le meravigliose vicende degli eroi omerici, prima, durante e dopo la guerra di Troia, adattate a un palato infantile e odierno ma appetibili per tutti, perché le storie, si sa, quando sono belle, sono godibili a ogni età.

Storie come ciliegie, una tira l’altra. Storie succose, colorate, multiformi, tutte diverse ma concatenate. Storie di mostri chimere (ovvero puzzle), di cavalli alati, di guerrieri belli e coraggiosi, (ovvero fighi), di principesse affascinanti, ma anche di dei che più umani di così non si può, con tutti i nostri difetti: l’infedeltà, l’invidia, la gelosia, la rabbia.

Come afferma la stessa autrice nel saggio Narrare e leggere belle storie:

I “ racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumatureriferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo”; sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie). (Laura Nuti)

Ecco il valore di questo “ri-raccontare” miti e saghe conosciute, ecco il valore degli adattamenti e delle rivisitazioni. E l’immagine della nonna è la più azzeccata. Spetta alle generazioni più anziane, infatti, il compito di tramandare, di trasmettere la cultura, cioè il patrimonio comune delle conoscenze e delle storie, arricchendole di valori contemporanei, di novelli spunti, d’immagini  consone alla nuova epoca.

Ben vengano operazioni culturali così fresche e piacevoli. Se in libreria ci fossero meno Peppa Pig, meno Pija Masks, e più libri deliziosi come questo, resterebbe la speranza che il mondo, pur evolvendosi, mantenesse quelle conoscenze che fanno di noi ciò che siamo e che vorremmo continuare a essere in futuro.

 

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Il girasole e i pipistrelli

18 Febbraio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

Il girasole e i pipistrelliIl girasole e i pipistrelli

 

 

 

Anche la seconda storia era finita e ormai sulla città in festa calava la notte. Dalla finestra della casa di Minia, si vedevano brillare mille fiaccole.

 - Vi  ringrazio, figlie mie - disse il re - Ora però scendiamo in strada con gli altri, balliamo e onoriamo anche noi il grande dio del vino! Non possiamo più attendere ... –

- E Clizia? Non vuoi sapere quale fu la sua sorte? Hai ascoltato le tue figlie maggiori, caro padre; perché non vuoi sentire me, che sono la più piccola? - disse la terza sorella.

 

Re Minia aveva un debole per lei, come poteva deluderla! Così, con il cuore pieno di tristi presagi, il re si mise ad ascoltare anche la sua storia. E la figlia minore incominciò a narrare:

 

- Quando Clizia seppe della triste sorte dell'amica, si disperò e maledisse la sua gelosia. Avrebbe dato la vita per poter tornare indietro, ma ormai non c’era più modo di cambiare il destino e di sfuggire all’ira del Sole. Il dio, infatti, raccolse l’arbusto d’incenso, nato dal corpo della sua innamorata, lo strinse al cuore e si recò da Clizia.

 

- Ti maledico! - le disse - E non voglio più vederti: se ti guardo, provo un tremendo dolore, perché mi ricordi la felicità che ho perduto per sempre! -

 

Poi le volse le spalle e si allontanò, avvolto nel mantello scuro.

Clizia rimase sola con i sui rimpianti.

 

- Ho perduto la mia unica amica e il mio unico amore ...  - mormorava fra le lacrime, e si struggeva di dolore e d’amore, perché continuava ad amare il Sole, disperatamente.

 

Il dio, invece, passava alto nel cielo col suo carro di fuoco e volgeva la testa per non vedere la fanciulla; lei, desolata, lo seguiva con gli occhi, finché scompariva all’orizzonte.

 

- Perdonami! - diceva, alzando le braccia verso il Sole - Sono tanto infelice! Darei la vita per un tuo sguardo... -

 

Ma il dio, irato, non ascoltava quella preghiera.

Il tempo passava e l’amore di Clizia diventava sempre più forte. La fanciulla piangeva, deperiva, sfuggiva la compagnia degli altri; cercava solo luoghi deserti, lontani dalla città, dove né le case, né gli alberi potevano impedirle di guardare il Sole

Infine Clizia abbandonò la sua famiglia e fuggì in mezzo alla campagna.

Cercò un luogo brullo e solitario, completamente inondato di luce; lì si sedette e rimase ferma per giorni e giorni, con il viso rivolto verso il cielo. Non mangiava, non dormiva, piangeva soltanto e non si stancava di fissare il Sole che passava rapido sopra di lei, senza mai degnarla di uno sguardo.

Alla fine, i piedi della fanciulla cominciano ad aderire al suolo, il corpo magro diviene uno stelo sottile, il volto è un fiore giallo, simile a un gigantesco occhio ornato di ciglia dorate; e benché trattenuta dalla radice, Clizia continua sempre a seguire con lo sguardo il Sole, perché lo ama, anche se ormai è solo un fiore ...

 

- Allora il girasole, un tempo, era una giovinetta come te ... - disse Re Minia, commosso, quando la terza figlia smi­se di raccontare.

- Sì, padre mio, e ...  - fece per rispondere la fanciulla, ma non riuscì a terminate la frase.

 

Improvvisamente il suono roco e insistente dei tamburelli riempie la casa, un profumo fortissimo di vino e di mitra si diffonde ovunque, dai tetto cadono ghirlande di rose … Ma nessuno suona o sparge fiori e profumi: tutto è fatto da mani invisibili!

Poi i telai cominciano a divenire verdi, le stoffe a trasformarsi in pampini o in rose, i fili diventano tralci di vite, grappoli d’uva tingono di rosso la lana ancora da filare. Le mura della reggia tremano, le lampade si accendono; il palazzo è rischiarato dai bagliori di mille fiaccole e ovunque si odono ruggiti di belve feroci ...

Le sorelle corrono qua e là per la casa invasa dal fumo, si nascondono ora in un angolo ora in un altro per sfuggire ai fuochi e ai lampi; re Minia assiste alla scena e mormora, piangendo:

 

- Ecco, la vendetta del dio è giunta! Nessuno può salvare le mie povere figlie ... -

 

E mentre le tre fanciulle cercano un luogo dove nascondersi, il loro corpo rimpicciolisce; le gambe, che non hanno voluto danzare in onore di Bacco, quasi scompaiono; le dita, così abili a intrecciare fili, si allungano incredibilmente e una membrana, simile a stoffa sottile, le unisce e le imprigiona.

Le tre sorelle sono ormai strani uccelli neri: non hanno piume, ma volano ugualmente, sorrette da ali trasparenti; quando cercano di parlare, emettono una voce sommessa e sottile. Abitano in luoghi chiusi e riparati; detestano i rumori e la luce, perciò volano di notte. Gli antichi davano loro un nome che ricorda la tarda sera: “vespertili”, noi li chiamiamo pipistrelli

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L'incenso

29 Gennaio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

La figlia di Minia smise di parlare e di nuovo si sentirono canti e grida giungere dalla strada.

-  La tua storia è bellissima, mia cara - disse il padre, commosso dalla triste sorte di Piramo e Tisbe - Ma ora, ti prego, vai a onorare Bacco, insieme alle tue sorelle. Sento che anche la nostra casa sta per essere colpita dalla sventura! –

- Ma no, padre, non temere: qui siamo al sicuro, niente può farci del male! - risposero sorridendo le fanciulle - Rimani ancora con noi, abbiamo tante storie da raccontarti! Ascolta...

E la seconda figlia cominciò a narrare:

«Un giorno il Sole si innamorò di una bella principessa, di nome Leucotoe. Era così innamorato che, per poterla ammirare più a lungo, sorgeva presto e tardava a tramontare, perciò rendeva più lunghe le sere d’inverno.

Di notte i quattro cavalli del Sole si riposano dalle fatiche della giornata e pascolano nelle terre che si trovano agli estremi confini del mondo. Non si nutrono d’erba, ma d’ambrosia, il meraviglioso cibo degli dèi: chi ne mangia diventa immortale, perciò i cavalli del Sole sono sempre forti e giovani.

Mentre Piroente, Eoo, Etone e Flegetonte brucavano tranquilli il loro cibo divino, il Sole decise di incontrare la dolce Leucotoe ...

La fanciulla, figlia di Orcamo, un re dell’Oriente, era timida e schiva. Le sue compagne pensavano già alle nozze e facevano progetti per il futuro: un bravo marito, la casa, i figli ... Leucotoe, invece, sognava l’amore. Passava il giorno lavorando al telaio e, mentre la spola volava fra un filo e l’altro, anche i pensieri della fanciulla prendevano il volo e la sua mente si riempiva di immagini bellissime e vaghe, che le facevano battere il cuore. Non si era mai innamorata, ma sapeva, sentiva, che questo stava per accadere: colui che attendeva da sempre, era vicino...

Da qualche tempo Leucotoe faceva uno strano sogno: la sua stanza, a un tratto, si riempiva di una luce bellissima, che l’avvolgeva tutta. Si sentiva invadere da un calore meraviglioso e sconosciuto: era la perfetta felicità! Poi quel calore improvvisamente svaniva e la stanza diventava sempre più buia, sempre più fredda, sempre più desolata ... Leucotoe si svegliava piangendo, in preda al terrore.

Una notte aveva raccontato il sogno a sua madre Eurinome, che era accorsa per consolarla.

-  Non temere, figlia mia! - aveva detto la donna, abbracciandola - Tutte le fanciulle, quando pensano all’amore, sono piene di gioia, ma provano anche strani timori ... Non aver paura del futuro e confidati con me: anch’io sono stata giovane, posso capirti! Però, ti prego, non parlare di questo a tuo padre: per lui sei sempre una bambina e non vuole che tu pensi all’amore. Ha paura che qualcuno ti inganni. Farebbe qualunque cosa per difenderti, qualunque cosa!

 La fanciulla, rasserenata dalle parole di sua madre, aveva ripreso a tessere e a sognare.

Anche quella sera Leucotoe sedeva al telaio, al lume della luna, circondata da dodici ancelle; e il Sole, intanto, avvolto in un mantello scuro, si avvicinava alla casa della fanciulla ...

- Come posso restare solo con lei? - pensava il dio - Certo re Orcamo avrà ordinato alle ancelle di non lasciarla neppure un attimo ... È terribilmente geloso e orgoglioso! Come fare? Ecco, ho trovato! Prenderò l’aspetto di Eurinome: chi può sospettare di una madre? -

In un attimo si trasformò; quindi entrò nella stanza e si avvicinò a Leucotoe.

Da vicino, la fanciulla era ancora più bella, più dolce, più gentile ... Il Sole, tremante, la baciò, proprio come una madre può fare con la figlia. I capelli di Leucotoe avevano un profumo meraviglioso ...

-  Nessuno dei fiori che faccio nascere ha questa fragranza! - pensò il dio; poi disse, rivolto alle ancelle:

-  Uscite, vi prego! Ho bisogno di parlare con la mia figliola –

Le ancelle ubbidirono e in un attimo lasciarono la stanza. Per il Sole, quell’attimo fu lungo come un secolo! Appena Leucotoe rimase sola, la strana madre le sussurrò:

- Io sono colui che illumina la Terra, fa crescere il grano, crea le stagioni ... Ma tutto questo non vale il profumo dei tuoi capelli. Ti prego, credimi: sono innamorato di te! -

Per lo spavento, la fanciulla lanciò un grido e lasciò cadere la spola ... La paura la rendeva ancora più candida e bella.

Allora il Sole riprese l’aspetto consueto e si mostrò in tutto il suo splendore; subito i timori di Leucotoe svanirono: colui che aspettava era giunto, finalmente!

- Io ti conosco già – disse la fanciulla - Ti ho visto tante volte nei miei sogni, e ti amo da sempre!

Così, per qualche tempo, nessuno, sulla Terra o nel cielo, fu più felice del Sole e della sua Leucotoe ...

E come tutti gli innamorati, essi si curavano solo del loro amore, senza accorgersi di ciò che accadeva intorno.

Anche Clizia, l’amica più cara di Leucotoe, era da tempo innamorata del Sole, ma lui non l’aveva mai degnata di uno sguardo. Quando lei le confidò il suo segreto, Clizia si senti bruciare di dolore e di gelosia. In un momento di rabbia, andò da Orcamo e gli raccontò che la figlia, di notte, si incontrava col Sole.

- È un dio che si innamora facilmente, quello! - disse Clizia al re - E con la stessa facilità abbandona chi ha conquistato; poi si vanta delle sue imprese con gli dèi e con gli uomini! Ho visto piangere tante fanciulle e anch’io sono stata una sua vittima ... Ora tocca a Leucotoe perdere l’onore e subire l’ennesimo inganno! -

A quelle parole, re Orcamo si sconvolse: la sua unica figlia, la luce dei suoi occhi, insultata e ingannata! Era così fragile e innocente: sarebbe morta di dolore ... Tutti avrebbero riso di lei e del suo sciocco padre, che non aveva saputo difenderla!

- Devo salvarla, a ogni costo! - pensò, fuori di sé dal dolore - Devo nasconderla in un luogo dove il Sole non possa mai più raggiungerla!-

La mente del re cadde preda della follia ... Così chiamò le guardie e ordinò che la figlia fosse seppellita in una fossa profonda e poi coperta da un pesante mucchio di terra!

Tutto accadde in un attimo. Re Orcamo, sguainata la spada, trafisse Eurinome, che cercava di difendere la figlia; le ancelle, sbigottite, si nascosero negli angoli più remoti del palazzo; Leucotoe, mentre le guardie la trascinavano verso la fossa, ebbe solo il tempo di ricordare il suo antico sogno ... Ma fu un attimo: poi il freddo e il buio l’avvolsero per sempre.

Quando il Sole venne a sapere ciò che era accaduto, gridò di dolore, come impazzito: dopo la morte di suo figlio Fetonte, non aveva mai provato una pena così grande! Disperato, il dio trapassò con i raggi il mucchio di terra, raggiunse Leucotoe, l’abbracciò, cercò di riscaldare quel corpo gelido, ma invano: non riuscì a fare niente per strapparla alla morte! Allora cosparse di nettare la terra sotto la quale giaceva la fanciulla e disse, fra le lacrime:

- In questo modo riuscirò a portarti in cielo con me! -

Subito il corpo di Leucotoe, imbevuto di nettare, si discioglie in un liquido odoroso, che bagna la terra; poi, a poco a poco, un arbusto, l’incenso, mette radici e cresce, fino a raggiungere la luce del Sole.

Da allora, nelle cerimonie in onore del dio, i sacerdoti gettano nel fuoco rami d’incenso. Quando il calore della fiamma l’avvolge, l’arbusto ricorda gli abbracci appassionati del Sole e dalle sue ceneri si sprigiona ancora il profumo dei capelli di Leucotoe. Poi quella meravigliosa fragranza sale verso l’Olimpo, in cerca del dio innamorato ...»

 

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Le bacche nere del gelso

16 Gennaio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Bacco era un dio molto potente, ma non tutti amavano le sue feste rumorose e sfrenate ...

Minia, re della Beozia, aveva tre figlie. Erano giovani, belle e rispettose degli dèi, ma non sopportavano le danze, il vino e il clamore; così, quando nella città si festeggiava Bacco, esse stavano lontane dalla folla e lavoravano al telaio. Sedevano tranquille nella loro casa fresca e quieta, l’una accanto all’altra: la prima rendeva soffice la lana, la seconda torceva il filo e l’ultima tesseva.

La grande stanza dove lavoravano si affacciava sul giardino: le tre sorelle ascoltavano il cinguettio degli uccelli, respiravano l’aria profumata. Fuori, per le strade, le loro compagne cantavano e danzavano al suono dei tamburelli, con la testa cinta di ghirlande di fiori; le tre sorelle tessevano in silenzio e si sentivano felici. Spesso, quando la luce del giorno diventava più dolce e la fatica del lavoro si faceva sentire, ciascuna, a turno, raccontava una storia. Allora la stanchezza scompariva e il tempo passava veloce, perché quelle favole erano così belle, che spesso gli uccelli del giardino smettevano di cantare, per ascoltarle.

Re Minia amava molto queste figlie ed era in pena per loro: venerava Bacco, ma sapeva quanto fosse vendicativo con chi gli mancava di rispetto, e temeva la sua ira; così, ogni volta che in città si festeggiava il dio del vino, il padre, con tenerezza, esortava le tre fanciulle:

 

- Prendete tamburelli e fiaccole, mie care figlie! Sciogliete i capelli e adornateli di rose! Ascoltate, dalla strada giungono le voci delle vostre compagne: andate con loro, partecipate alla festa! Bacco è un dio potente, e io tremo per voi ... –

 

- Non chiederci questo, padre - rispondevano le sorelle - Non facciamo del male a nessuno: lavoriamo e raccontiamo favole, quale dio può volere la nostra rovina? -

 

Anche quella volta la città era adorna di fiaccole e risuonava di canti e di musica assordante. Come sempre, re Minia cercava di persuadere le figlie a lasciare il telaio e a scendere nelle strade, ma invano ...

 

- Scaccia i tuoi timori, caro padre! Senti come è fresca la sera e quieta la casa! Siedi vicino a noi, riposa, e ascolta questa bella storia - dissero le sorelle, e la più grande cominciò a raccontare:

«Nella lontana terra di Babilonia vivevano due giovani bellissimi, lui si chiamava Piramo, lei Tisbe. Abitavano in case vicine, così si conobbero e divennero amici.

Col tempo quell’amicizia si trasformò in un amore profondo e sicuramente sarebbero divenuti marito e moglie, se i loro genitori non fossero stati nemici.

Le famiglie si odiavano e fra loro correvano solo sgarbi e male parole; ma questo rancore non riusciva a distruggere l’affetto dei due giovani, che anzi cresceva ogni giorno di più, come un grande albero con radici profonde.

Il muro che divideva le loro case era solcato da una sottile fessura. Piramo e Tisbe la usavano per parlarsi: attraverso quel piccolo spiraglio, si confidavano i loro pensieri e si dicevano parole d’amore; spesso rimanevano in silenzio e ascoltavano il battito dei loro cuori ... Era bello poter essere vicini almeno in quel modo, ma non poteva bastare per sempre.

Così un giorno i due innamorati stabilirono di incontrarsi di nascosto.

 

- Aspetteremo la notte e poi usciremo di casa in silenzio: nessuno ci vedrà - disse Piramo.

- Sì! - rispose la fanciulla, senza esitare - Ci troveremo in aperta campagna, sotto il grande albero di gelso. Mi piace quell’albero: ha le bacche bianche e lucenti e cresce vicino a una fonte. È un luogo bellissimo per il nostro incontro! -

 

Tisbe aveva paura del buio e della notte, ma in quel momento non ricordava i suoi timori ...

I giovani innamorati attesero con ansia il calore della sera: sembrava che il sole non volesse mai andarsene, quel giorno! Finalmente il grande astro luminoso scese nel mare e dal mare emerse la notte …

Piano piano senza farsi sentire, Tisbe si alzò dai letto dove fingeva di dormire, si coprì i capelli con un velo (a Piramo piacevano tanto i suoi capelli, e la rugiada della notte non doveva sciuparli!); poi aprì la porta e usci nelle tenebre.

Il cielo, le strade, le case, tutto era scuro, minaccioso. Tisbe si sentì tremare le ginocchia e una gran paura la invase. Allora si mise a correre e corse, corse senza fermarsi mai, senza guardarsi in torno, finché non giunse al grande gelso; lì, sfinita, si rannicchiò ai piedi dell’albero, in attesa di Piramo.

Ed ecco, una leonessa con il muso rosso di sangue si avvicina alla fonte: ha da poco divorato un bue e ora vuole dissetarsi.

Tisbe la vede al lume della luna: è una belva enorme, forte, selvaggia! La fanciulla, terrorizzata, si alza di scatto e cerca riparo; scorge una grotta: corre a rifugiarsi e rimane nascosta in quella cavità oscura. Al buio, sente solo i battiti del suo cuore ...

Nella fuga, il velo le è caduto a terra. La leonessa, che dopo aver bevuto sta tornando nel bosco, lo vede e comincia a lacerarlo: le sue fauci sporche di sangue tingono di rosso la stoffa sottile. Poi la belva scompare e tutto torna quieto e silenzioso.

Intanto Piramo giunge alla fonte: vede nella polvere le impronte della leonessa e vicino il velo di Tisbe, macchiato di sangue!

 

- È colpa mia se sei morta! - grida disperato - Io ti ho spinto a uscire di casa e ad affrontare i pericoli della notte ... E non ero qui, a difenderti, quando avevi bisogno di aiuto! -

Il giovane raccoglie il velo e lo copre di baci, poi prende il pugnale che porta sempre con sé e sussurra fra le lacrime:

 -Ti ho lasciata sola nella campagna buia ma sarò sempre con te nel regno delle tenebre -

Così dicendo, si conficca la lama nel petto e cade a terra, morente.

Il sangue schizza in alto e bagna le foglie del gelso; anche le radici bevono quel giovane sangue e tingono di rosso i frutti dell’albero.

Ed ecco, Tisbe, ancora impaurita, esce dalla grotta e torna sotto il gelso per incontrare il suo innamorato. Che strano: le bacche hanno cambiato colore!

 

- Forse ho sbagliato, non è questa la pianta ... - pensa la fanciulla.

Mentre è nel dubbio, si guarda intorno … Poco lontano c’è un corpo morente, steso in una pozza di sangue!

Subito Tisbe lo riconosce, si slancia su di lui, lo abbraccia, piange, bacia quel viso che si fa gelido.

All’improvviso vede il velo stracciato, il pugnale e capisce ciò che è accaduto:

 

- Ti sei ucciso per stare sempre con me e io non voglio lasciarti: neppure la morte potrà spezzare l’amore che ci ha uniti! Perciò chiedo, come ultima preghiera, che i nostri genitori ci facciano riposare in un’unica tomba. E tu, albero, fai che i tuoi frutti rossi divengano scuri e siano sempre a lutto, in. ricordo di questo grande dolore! -

E dopo aver detto tali parole, senza esitare Tisbe si trafigge il petto col pugnale, ancora caldo del sangue del suo innamorato.

La triste preghiera, però, raggiunge gli dèi e tocca il cuore dei genitori: ora il colore delle bacche di gelso è nero e i due giovani riposano in un’unica tomba».

 

 

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I delfini

15 Dicembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

Quando la madre di Narciso conobbe la triste sorte del figlio, si ricordò delle parole di Tiresia e capì che nascondevano una grande verità; allora, a tutti quelli che vennero per consolarla, parlò della misteriosa profezia e dello straordinario indovino.

Così Tiresia divenne famoso e molti andavano da lui per consultarlo e chiedere consigli.

Era vecchio e cieco, ma proprio per questo possedeva una grande sapienza: sapeva leggere il significato dei sogni, comprendeva il linguaggio degli uccelli e conosceva il futuro. Lo stormire delle foglie, il mormorio dei ruscelli, il sibilo del vento, tutta la natura parlava a Tiresia e gli mostrava segreti straordinari e invisibili agli altri.

Tiresia non si faceva ingannare dalle apparenze e guardava dritto nel cuore degli uomini: spesso vedeva orgoglio, violenza, sete di denaro e di potere...  Allora il vecchio saggio raccomandava di tenere a freno quelle passioni:

 

- Solo chi ama e rispetta i suoi simili, onora e venera anche gli dèi! - ammoniva con fare severo.

 

Gli dèi erano molto potenti: aiutavano e proteggevano tutti gli uomini, ma punivano senza pietà quelli che non avevano rispetto per i propri simili e si approfittavano della debolezza degli altri. Bacco, il dio della vite e dell'uva, si dimostrava particolarmente inflessibile.

Bacco era proprio come il vino: sapeva dare allegria e calore, ma poteva anche sconvolgere la mente e condurre alla rovina.

 

- Siate onesti e generosi, per rispetto a questo dio! Non provocate mai la sua ira! - raccomandava Tiresia a chi era avido di ricchezze e di potere.

 

A volte, per dare più forza alle sue parole, raccontava la storia di Acete e dei marinai trasformati in delfini.

«Acete era un uomo molto povero e per vivere faceva il pescatore. Quel mestiere era tutta la sua ricchezza. Anche il padre era stato pescatore e prima di morire gli aveva detto, indicandogli l’immensa distesa azzurra:

 

- Qui ho trascorso tutta la mia esistenza: dal mare ho avuto serenità e pace … Ora tu prenderai il mio posto; non permettere mai che in un luogo tanto bello vengano commesse ingiustizie e malvagità! -

 

Acete era molto intelligente e amava l’avventura; così abbandonò il mestiere di pescatore e divenne marinaio. Imparò a manovrare il timone delle navi e a riconoscere le costellazioni, studiò i venti e i porti dove le navi possono attraccare con facilità; col tempo, grazie al suo coraggio e alla sua abilità, divenne nostromo.

Un giorno, per caso, mentre navigava alla volta di Delo, approdò alla spiaggia di Chio e si fermò a dormire sulla sabbia fresca. Al mattino, quando l’aurora cominciava appena a rosseggiare, si alzò e disse ai suoi compagni di andare a rifornirsi di acqua per il viaggio.

Acete stava scrutando l’orizzonte, quando i marinai tornarono.

 

- Guarda cosa abbiamo preso! - gridò uno di loro.

 

Trascinavano lungo la spiaggia un fanciullo dal viso gentile e delicato: barcollava e sembrava stordito dal sonno e dalla fatica.

 

- L’abbiamo trovato in mezzo a un campo. Dormiva, sembrava ubriaco. Ha i sandali consumati, come se avesse camminato per ore e ore. Guarda le sue vesti preziose, il suo aspetto nobile: è sicuramente figlio di qualche re! Portiamolo con noi: potremo venderlo al mercato degli schiavi e fare un ricco guadagno …

 

Acete guarda il fanciullo: i suoi occhi, velati di stanchezza, sono verdi come i pampini dell’uva e brillano di una luce intensa e misteriosa. Il nostromo sente un brivido corrergli lungo la schiena e uno strano timore lo invade:

-      No, compagni - risponde con voce tremante – questo fanciullo non è come noi, non è un comune mortale ... Osservatelo bene ...  Sento che è cosi: lasciamolo andare, o sarà la nostra rovina!

Quindi, rivolto al prigioniero, si inginocchia ai suoi piedi e lo supplica:

-      Abbi pietà ... Perdonaci e assistici nel nostro lavoro, chiunque tu sia!  -

-      Se preghi per noi, perdi il tuo tempo: non ci faremo sfuggire questa occasione! -  gridano i marinai.

Così dicendo, afferrano il fanciullo e lo trascinano verso la stiva.

Allora Acete si piazza sulla passerella che conduce dentro la nave e cerca di chiudere l’entrata: un pugno lo raggiunge in pieno volto e lo fa cadere a terra, privo di sensi!

Il prigioniero, in quel momento, si scuote dal suo torpore e chiede:

-  Dove sono, marinai? Dove volete portarmi? C’era una festa in onore di Bacco ... Tutta la città brillava, illuminata da mille fiaccole; in cielo, solo la falce curva e sottile della luna nascente; al dio piace quella luna ... La gente beveva vino e cantava per le strade ... Ho bevuto e danzato anch'io per tutta la notte, poi mi sono perduto nella campagna: non sono di Chio e non conosco bene quei luoghi ... Vi prego, abbiate pietà di me! Aiutatemi a tornare nella mia terra! –

-   Non avere paura - risponde uno dei compagni di Acete - Indicaci dove vuoi andare e noi ti condurremo là! –

-   La mia patria è Nasso - dice il fanciullo - Portatemi a casa e non ve ne pentirete -

I marinai allora giurano per Nettuno e per tutti gli altri dèi che faranno ciò che lui chiede; poi soccorrono Acete e gli ordinano di sciogliere le vele e di riprendere il mare.

Il nostromo non pensa più alla violenza subita. È felice: il fanciullo misterioso è salvo! Gli dèi hanno toccato il cuore dei marinai e nessuna rovina si abbatterà su di loro o sulla nave ...

Nasso è a destra, e Acete mette le vele per andare in quella direzione.

-  Sciocco, che fai! - gli sussurrano i compagni - Non penserai di dargli retta sul serio: abbiamo promesso solo per tenerlo buono! -

Acete capisce che ogni speranza è perduta.

-    Siete pazzi! - grida - Io non voglio guidare questa nave maledetta! -

Allora i marinai si mettono a inveire contro di lui, lo cacciano dalle vele e un altro prende il suo posto.

Il nostromo si nasconde dietro un mucchio di corde, vicino al prigioniero: deve proteggere quel fanciullo! O forse, senza saperlo, cerca protezione da lui …

Il caldo è cocente e il sole brucia le placide onde. Nasso si allontana sempre di più mentre la nave punta in un’altra direzione. Il prigioniero è silenzioso e guarda il mare ...

«Forse piange!» pensa Acete, e lo fissa attentamente.

No, non piange: nei suoi occhi la stanchezza è scomparsa e ora vi brilla una fiamma verde, luminosa e sinistra … Sta per accadere qualcosa di terribile?

Ed ecco, il fanciullo si rivolge ai suoi rapitori e dice:

-   Questa non è la terra dove vi avevo chiesto di andare! Perché, voi così grandi e forti, vi prendete gioco di me che sono debole? Perché vi divertite a ingannare chi non può difendersi? -

I marinai ridono a quelle parole, ma presto il riso si gelerà nelle loro gole ...

Improvvisamente la nave si ferma in mezzo al mare, come se fosse approdata a una spiaggia! I marinai, stupiti, si curvano sui remi, ma invano ...

Ed ecco, tralci di vite avvolgono la chiglia, si insinuano dovunque e addobbano le vele e i remi con le loro grandi foglie. Ora una luce accecante avvolge il prigioniero: non è più un fanciullo impaurito, ma un dio terribile! Ha la fronte cinta di grappoli d’uva e un rosso mantello gli copre le spalle; agita un bastone ornato di pampini e ai suoi piedi stanno accucciate tigri, lirici e feroci leopardi ... Guarda i marinai con occhi di fiamma: essi finalmente comprendono, e tremano dal terrore.

-  Ecco chi avete ingannato e insultato, scellerati: me, Bacco, figlio di Giove! -tuona il dio con voce piena d’ira - Voi non avete avuto pietà della mia debolezza e io non ne avrò della vostra! Coloro che mi venerano si ubriacano di vino e danzano senza posa nelle strade e nei campi; voi, che siete ubriachi di orgoglio e avete sete di denaro e ricchezze, danzerete in eterno in mezzo all’acqua, per le vie del mare … -

La paura sconvolge i marinai, che invano cercano scampo. Uno vuol lanciarsi fra le onde, ma il suo corpo comincia a diventare scuro e a incurvarsi; un altro si volta a guardare il compagno e intanto il viso si allarga, le narici si appiattiscono, la pelle è dura e coriacea. Qualcuno, mentre cerca di muovere i remi bloccati, vede le proprie mani contrarsi e guizzare indietro: ormai sono pinne! Altri vorrebbero allungare verso le funi, braccia che non hanno più...

Quando si slanciano in acqua con uno scatto, all’estremità del loro lungo corpo, spunta una coda a forma di falce, curva e sottile come la luna nascente.

I marinai non sono più uomini ma delfini, pesci d’argento che si tuffano levando al cielo alti spruzzi, poi riemergono e tornano sott’acqua, come se danzassero, ubriachi, al ritmo di una eterna musica ...

 

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