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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Lo Scienzianesimo

30 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Entrarono nel covo, dove altre persone – circa una decina - erano intente a discutere intorno ad un tavolo. In particolare, un individuo dal cipiglio determinato stava disegnando su un foglio, illustrando qualcosa agli altri, proferendo le seguenti parole:

«...poi tornate indietro per la giungla, assicuratevi di avere le cipolle in tasca, calatevi tra le iene: cesseranno di ridere e cominceranno a piangere – questo aumenterà il vostro Punteggio di Cattiveria. Nello schermo seguente...»

A questo punto fu interrotto da un altro soggetto posto al suo fianco, che gli batté sulla spalla fissando Naziale e Crispin. Il Comandante, un po' infastidito, si girò verso di lui, poi seguì il suo sguardo e trasalì tossendo:

«Oh, eccovi, scusate, stavo spiegando un... un piano...» si schiarì la gola, nel contempo sottraendo il foglio alla loro vista.

«Ma passiamo ad altro. Il Tenente è qui con noi, con un nuovo amico» - la decina di persone si voltò verso gli ultimi entrati e colpì sonoramente il pavimento con il piede sinistro (uno di loro pestò così forte che si sbilanciò e cadde in avanti) - «è solo il loro modo di salutare» mormorò Naziale a Crispin, che era indietreggiato verso l'uscita. Subito dopo, il Comandante si lanciò in un discorso.

«Per ora possiamo introdurre nuovi adepti senza remore. Come sapete, i nostri Sensori Riprogrammanti neutralizzano i nanocerebrochip proteggendoci. Sappiate anche questo però: il Governo Centrale ha emanato nuove direttive e i chip diventeranno a) obbligatori e b) non si potranno più spegnere – dovremo quindi elaborare una nuova tecnica. Si sta parzialmente ripetendo quello che era accaduto un secolo fa, quando i costruttori di telefoni cellulari resero le batterie non più estraibili, evidentemente in accordo con esigenze di intelligence della Comunità Internazionale»

«Ricordatevi: la popolazione è sempre più propensa a fare quel che Governo le impone, perché, come nell'antichità, vi è ormai identificazione tra potere e fede. La differenza è che la fede del presente non è più rivolta alla religione e alle sue divinità, concentrate a loro volta in un sovrano. Ma alla sua antica nemica: la Scienza. Abbandonate le superstizioni e le irrazionalità del passato, la Scienza è diventata la religione del presente. La Scienza è la nuova religione. Questo è il paradosso a cui siamo giunti. Possiamo chiamare la religione del presente: Scienzianesimo. Cos'è? Perché è una fede? Perché il cittadino comune, dopo secoli, ha finalmente imparato a riconoscere la Scienza come unica fonte possibile di conoscenza oggettiva. Ma, nonostante ciò, non ha ancora imparato a conoscere la Scienza. Dà quindi per scontato che il metodo sperimentale sia accuratamente applicato e i risultati comunicati da fonti istituzionali siano attendibili. In conseguenza di ciò, chiunque critichi tali conclusioni diventa anti-scientifico: non per il merito di quelle critiche, ma perché contraddicono la Grande Chiesa della Scienza – ovvero, il complesso delle forze dominanti, che mediante i media e comunicazioni ministeriali, etichetta quelle critiche come oscurantiste, medievali, superstiziose, irrazionali. Ecco, quindi, che la Scienza dominante diventa dogma, non più Scienza. Perché?

Lo sappiamo perché. Perché il metodo sperimentale viene utilizzato come specchietto per le allodole: nella realtà, sempre più frequentemente gli esperimenti e i loro risultati vengono deformati per raggiungere le conclusioni utili all'industria o parte di essa – utili a chi quegli esperimenti ha finanziato. Gli effetti negativi di un prodotto nascosti, le qualità amplificate oltremisura. Di conseguenza, se c'è qualcosa di antiscientifico è il non considerare che la Scienza (o, quindi, presunta tale) non è avulsa da interessi economici che possono deformarne intenti, metodologie e risultati. Se si vuole, fuor di teoria e astrazione, valutare il sistema Scienza, vanno valutati anche il sistema più grande in cui opera e la sua relazione con esso.»

Dopo aver fissato fino a quel momento un copione immaginario sul soffitto, sulle pareti e sul pavimento della stanza, finalmente il Comandante tornò con lo sguardo sulla tavolata, compiaciuto del proprio discorso, pronto a ricevere gli applausi dei suoi Compagni di Ribellione. Ma vi era silenzio, a parte un lieve chiacchiericcio. Vide una coppia di loro che si stava apparentemente sfidando a tris su un minicomputer polpastrellare, un altro membro che dormiva con la guancia appoggiata al braccio e una bolla che gli usciva dalla narice dentro alla quale si notava una ragazza bionda, un altro ancora che fissava nel vuoto sfidando il vuoto a ricambiare lo sguardo, altri due che ridacchiavano sommessamente raccontandosi qualche avventura della sera prima.

«Insomma, vogliamo fare i seri?» reagì il Comandante con voce un po' stridula, mentre la sua mano colpiva sonoramente il ripiano in legno.

«Capitano, siamo con  lei. È solo che abbiamo già sentito lo stesso discorso dozzine di volte» spiegò uno di loro.

«Capisco» borbottò il capitano paonazzo, massaggiandosi il palmo che aveva appena usato  percussivamente quanto dolorosamente. «Ma potevate almeno farmi fare una bella figura davanti al figlio di Pyotr». Gli astanti si girarono a guardare Crispin, colti di sorpresa, un'espressione di stupore sui loro volti, a parte l'addormentato, che continuava a russare raucamente.

«Baciami le spalle, Sheila» biascicò, per completezza.

 

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Margherita Musella, "Ho sognato di correre"

29 Aprile 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #margherita musella, #recensioni

 

 

 

 

 

Ho sognato di correre

Margherita Musella

Ars Artium Editrice, 2018

pp 203

15,00

 

Le protagoniste di Ho sognato di correre, di Margherita Musella (con prefazione di Federica Cabras), sono due: Serena e Marigiò. No, sono cinque. No, invece, la protagonista è una sola: Margherita stessa, con i suoi affanni e le sue gioie.

Un libro scritto nell’arco di sette anni, che racchiude esperienze di vita vissuta, racconti, testimonianze e ricordi.

L’autrice si spalma su più personaggi che riflettono varie fasi della sua vita. Spicca il rapporto con l’anziana maestra, che altri non è se non la compianta Stefania Petiti, la quale ci ha lasciato testimonianza del suo amore per la scuola e per i bambini. Un filo la unisce alla contemporanea Marigiò, supplente precaria, sempre in bilico fra l’entusiasmo del contatto con i piccoli e la paura di non farcela, il senso d’inadeguatezza. I bambini sono una sfida esaltante e faticosa, sono la luce e il buio, il futuro e l'amore. Marigiò vuole trarre da ognuno tutto il bene possibile, anche se a volte le riesce difficile rapportarsi con la realtà complessa di quelli più sfortunati.

Poi ci sono Serena, affermata professionista, e la materna e affettuosa Stella, già presente in altri romanzi della Musella. A parte Stefania, figura, come abbiamo detto, reale, le altre donne sono tutte sfaccettature della medesima persona, l’autrice stessa, e trovano un onnipresente antagonista nel marito, personalità ingombrante, che provoca tenerezza e dolore insieme. Questi uomini hanno nature complesse e fragili, e sottopongono le loro compagne a tensione costante, in un vortice di amore malato e possessivo. Vittime e carnefici si mescolano, le sfumature diventano evanescenti, a metà fra complicità e dipendenza.  

Ancora di salvezza, come sempre, la fiducia nella bontà dell'Universo, nella benevolenza divina, e, soprattutto, nell’amicizia e solidarietà femminili. Ma chi ha letto tutti i romanzi della Musella, si accorge che, con il passare degli anni, ella fatica sempre più a mantenere quell’atteggiamento positivo e spensierato dei primi tempi, quello che risolveva tutto con una risata e con tanta fede nel prossimo. Il prossimo non è sempre buono e dolce come lo si vorrebbe, le persone feriscono, tradiscono, fanno improvvisi e incomprensibili voltafaccia, dicono le cose come stanno, non hanno speranze. Oppure si ammalano e muoiono. Allora le protagoniste della Musella fanno i conti con sempre più momenti di sconforto e tristezza, sentono avvicinarsi la vecchiaia, sfiorano la morte che le annichilisceÈ il tempo che scorre inesorabile per tutti, quello che ruba l’incoscienza e il sorriso. Ma la volontà di andare avanti è comunque tenace, lo spirito è indomito.

Molto bello il capitolo Io, il vento, vero e proprio racconto a se stante, dove, sulla la forza e il coraggio di vivere e mettersi in gioco, soffia la brezza della poesia.

 

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Le sottocatacombe

28 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ascoltava il rombare del Sottobolide in lontananza, mentre se ne stava seduto in una poltrona. Pensava a sua Madre, a sua Nonna, a Pyotr, al perché Naziale l'avesse coinvolto in quest'avventura pericolosa. Se fossero stati presi, cosa sarebbe successo? Sarebbero stati gattabuiati per quanto? O c'era qualcosa di peggio, in serbo? Non lo sapeva. Non conosceva il serbo.

Sentì il mezzo fermarsi, ma non spegnersi. Ripartì. Gli sembrava s'inclinasse. Stava salendo. Vi era un rumore metallico. Forse era una rampa. Sentì qualcosa che si chiudeva, con un boato, dietro di loro. Seguiva attentamente il racconto dei suoni, chiedendosi cosa significassero, tendendo orecchie  peraltro già piuttosto estroverse. Seguì un sibilo lungo e continuo, e poi il Sottobolide partì fulmineamente imboccando chiaramente un percorso in ripida discesa. Scatto che rovesciò la comoda poltrona su cui sedeva mandandolo a gambe all'aria.

Naziale lo chiamò. Egli uscì dalla Torre Mobile e poi dal sottobolide.

«Dove siamo?»

«Più in basso di dove tu sia mai stato.»

Si guardava intorno, scrutando quell'ambiente cavernoso, spoglio, misterioso.

Il vecchio arzillo lo condusse attraverso un varco e si trovò all'improvviso in una vasta grotta intermittente di luci, persone, movimenti, trilli, scalpiccii – piramidi di schermi si stagliavano presso ogni parete, e monitor lungo le file di bancali con strane, mai viste tastiere nere di gomma, dotate di una striscia variopinta obliqua in un angolo. Varie persone si affaccendavano attorno ad esse, scambiandosi osservazioni, occhiate ed esclamazioni. Sui tavoli c'erano custodie colorate da cui spuntavano strani oggetti semi-rettangolari con due buchi nel mezzo, alcuni dei quali erano o venivano infilati in delle specie di scatole dotate di pulsantiera, che una volta attivate muovevano delle sporgenze rotanti all'interno dei due fori – un filo collegava tali bizzarri strumenti alla tastiera, e sugli schermi apparivano strane immagini dal rozzo e approssimativo disegno.

«Ho capito» mormorò Crispin argutamente «Siamo nel covo dei ribelli e questa è tecnologia avanzata per raggiungere e fondere i circuiti dell'Impero a distanza, torcere il suo oppressivo apparato di controllo ipnoinformatico, devastare il sistema»

«Sagace, molto sagace» commentò Naziale scrutandolo «Ma no, questi sono solo antichi home computer e videogiochi con cui amiamo divertirci»

«Certo, è quello che ho detto» replicò il figlio di Pyotr annuendo con serietà.

«Sai, è un convegno per appassionati di hardware preistorico – anche questa è una forma di ribellione: un rifiuto di utilizzare la tecnologia moderna programmata per seguirci, controllarci, raccogliere informazioni su di noi – come i nostri cerebronanochip» concluse con un occhiolino.

Crispin aprì una grossa O con la bocca e gli occhi si sgranarono come due uova sode attorno alle pupille «Ho dimenticato di spegnerlo! Sanno dove siamo!»

«Non preoccuparti, questo luogo è isolato, e dei particolari sensori hanno già individuato e spento il tuo chip mentre entravi»

«Tenente!» furono interrotti da uno dei giocatori. «L'aspettavamo. Venga nel covo segreto» e li precedette oltre una tendina di perline.

«Tenente?»

«Sì, è diminutivo di “nullatenente”». E lo seguirono.

 

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Lombriconi in forma di rosa

27 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Si apre come un’aurora Piombino, dietro le spirali del Cornia, gonfio di alberi splendidi come fiori, biancheggiante città che attende il futuro, forma incerta come una nebulosa, nella nebbia d’un indistinto presente. Come in un film di Pasolini, solo che le Borgate più non ci sono, restano i Lombriconi, antichi palazzi color giallo mattone, con le persiane verdi scolorite da tempo, salmastro e incuria, da neocapitalismo incolto che non è più tale. Resta il ricordo del Rio Salivoli, il canale del Vallone, dove ragazzini tiravano calci a un pallone, futuri giocatori con maglie gialloverdi o nerazzurre. Come in un film di Pasolini, Mamma Roma o La Ricotta, non saprei, passano silenti da questa campagna cittadina, le antiche strade che corrono verso il mare. Pini marittimi svettanti, pitosfori, invecchiati lecci, insolite acacie, oleandri, palme ammalate dalle chiome incappucciate, che circondano questo litorale, una disperata vitalità da non poter comunicare, che non è la morte peggiore, quel che nega la speranza in fondo è solo non essere compreso.   

I sogni del mattino a primavera, cantano monotone le tortore, s’odono grilli e passeracci, mentre quel sole antico splende su panni tesi ad asciugare, tra  palazzoni sul mare, edificati a misura d’operaio; un autobus corre verso il niente, incontro a una giornata sempre uguale, fresca, assolata, tiepida a tratti, il mare leviga la costa rocciosa, immutabile, sgretolando una terra che profuma di sudore e pianto. Una disperata vitalità è quel che resta, nel niente che circonda il mio presente, un telefono che suona, sempre, irriverente, momento eternamente uguale, che consente l’attesa informe d’un istante, irripetibile, che non ti raggiunge. E i panni tesi da un terrazzo all’altro, orrore borghese di triste povertà, sono forse l’unico motivo per comporre poesia dal niente, tentativo di affacciarsi al mare, dalle case popolari di quel golfo, che vissero tempi di perduto acciaio, verso stagioni nuove, turismo senza fumo, dimenticando le troppe ciminiere, i palazzi anneriti, ormai distanti.

Popolo dei Lombriconi, che fai vivere un canyon naturale del Rio Salivoli, in odore di mare. Popolo vituperato da scrittori di successo con i tuoi panni tesi alle finestre, dovrai accontentarti del mio canto che profuma di ricordi, merende anni settanta, giovani calciatori tra primule e glicini in fiore, mentre un televisore in bianco e nero, alle cinque d’ogni pomeriggio, diffonde una musica perduta. Popolo che sottende una curva di dolore tra palazzi uguali alle storie passate, sogni e pini, lecci e acacie, rumore d’acqua sorgiva, mentre le tortore intonano un lugubre canto. Questo non è luogo da noir, cari scrittori, qui scorre poesia in forma di rosa, diventa tempo perduto, sui ciottoli smussati del Rio Salivoli, si perde e si confonde, rapida e silente, in una storia antica che diventa mare.

 

 

 

Il titolo è una voluta citazione di Poesia in forma di rosa di Pier Paolo Pasolini

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Telegiornali Oculari e Fasci Lampionari

26 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

I Telegiornali Oculari e i Fasci Lampionari veicolavano la notizia che dietro la disinformazione anti-inoculanale si nascondevano interferenze nemiche atte a erodere la fiducia del cittadino nelle Istituzioni. La fonte di queste ingerenze che minacciavano la stabilità e la salute sociali era stata localizzata su Marte, nello Stato denominato NovoVodka. Il cittadino doveva quindi stare all'erta, non farsi influenzare, o meglio infettare, dalla continua propaganda che si propagava come un virus, insinuandosi tra le crepe della Vera Informazione a Norma di Legge e colando nel cervello a formare una mistura cognitiva che confondeva o addirittura sostituiva la residente miscela di nozioni approvate, subdolamente riprogrammando gli schemi cerebrali. Non poteva esserci che una programmazione, quella di origine ufficiale, sanzionata dal Ministero del Libero Arbitrio – il quale aveva istituito una apposita Commissione per filtrare le Cattive Notiziacce Infondate (CNI), e difendere la popolazione dal rischio di diventare un gregge belante in mano al nemico. Ma la legge era legge, e il gregge era gregge. La Commissione, quindi, doveva fungere da cane pastore e ricondurre i poveri ovini nel recinto imperiale. Distribuivano anche spillette e adesivi con diciture come “Noi beliamo solo per l'Impero!” e “Gregge sì, ma con oculatezza!” e “Licenza di belare (per il nostro Imperatore)” e “Non fermerete noi individui, perché uniti siamo gregge!”. Vi era anche un Ufficio in cui si poteva denunciare chi non si atteneva all'Informazione Certificata di Origine Controllata, nel qual caso il denunziante assumeva il ruolo di “belatore”.

Pensava a tutto ciò, Crispin, mentre viaggiava sui marciapiedi mobili, osservando i soliti capannelli di gente impegnata ad assorbire informazioni attraverso le luci arancioni che accompagnavano le vie e costellavano i parchi dalla vegetazione floscia e annerita. Arrivò presso uno degli Ascensori per l'Interno, così si chiamavano le cabine che conducevano nelle Città Sotterranee. Si racconta che originariamente il termine “Interno” fosse differente per quanto riguarda una delle sue consonanti, ma che ciò fu cambiato dopo attenti studi di marketing. Entrò e selezionò il livello desiderato.

Vide scorrere luci, forme e ombre attraverso le vetrate, finché, sussultando, l'ascensore si fermò, e con un cigolio che sembrò un lungo guaito si aprì. Il figlio di Pyotr si affacciò nel variopinto squallore del mondo di sotto. Metteva tristezza e allegria contemporaneamente. Camminò lungo quelle vie sconnesse, decadenti e colorate, come abbandonate da lungo tempo, osservato od ignorato da sguardi spenti e braccia bighellonanti. Là sotto erano stipate le orde spinte fuori dal mercato del lavoro dalla nuova manodopera robotica nonché da quella migrante e che ora vivevano di quasi niente, di un sussidio più che magro denutrito, tenuto il più possibilmente basso per limitare il perenne gonfiarsi del debito pubblico – fenomeno consentito solo al centro dell'Impero – a SuperHamburger – da una parte vampirizzando le colonie, dall'altra ricorrendo alla vendita di Buoni Imperiali all'estero, ben sapendo che non li avrebbero mai restituiti: ad un sollecito del creditore, avrebbero semplicemente ricordato a quest'ultimo quale fosse l'ammontare della loro spesa militare, e come questa spesa militare poteva eventualmente essere utilizzata. Non era il caso di farli arrabbiare.

 

Trovò Naziale che l'aspettava con la sua Sottomobile, nel luogo concordato.

«Fila nella botola» gli disse «Non devi vedere dove andiamo».

 

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PEDALANDO IN BICICLETTA BAMBINO RITORNERÒ' E IL MONDO SALVERÒ'

25 Aprile 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #il mondo intorno a noi

PEDALANDO IN BICICLETTA BAMBINO RITORNERÒ' E IL MONDO SALVERÒ'PEDALANDO IN BICICLETTA BAMBINO RITORNERÒ' E IL MONDO SALVERÒ'

 

 

 

Mario e Tony erano seduti al solito bar per la loro abituale chiacchierata artistica.
 

- Mario, in tv giorni fa ho sentito parlare che il cinema è in crisi.
 

- Sì, ho visto anch'io quel programma, è una tematica complessa che abbraccia diverse questioni.
 

- Secondo me, questa esagerata modernità planetaria comporta dei cambiamenti ai quali non siamo abituati, dovremo prenderci maggiore confidenza oppure saperci convivere e anche il mondo del cinema non sfugge a questi nuovi scenari.
 

- Che possiamo farci se il progresso avanza ma le menti no?
 

- Io dico che può essere un bene.
 

- In che senso?
 

- Ti sei accorto che per le strade, sopratutto nelle grandi città, girano molte più biciclette?
 

- E' normale, non serve la patente, non paghi bollo e assicurazione, né fai il pieno di carburante e poi pedalare fa anche bene alla salute.
 

- Tony, c'è anche un altro particolare che ti sfugge.
 

- Quale?
 

- E' inconscio.
 

- Parliamo di Salvador Dalì?
 

- In un certo senso sì, ti ricordo che l'artista spagnolo ha disegnato il marchio di una famosissima caramella.
 

- E quindi?
 

- Caramella=bambino, la relazione con la bicicletta è che in sella alla due ruote a pedali si ritorna bambini, alzi la mano a chi non farebbe piacere.
 

- Perché dobbiamo ritornare bambini?
 

- Tony, ma è lapalissiano, bisogna ritornare bambini per essere di nuovo felici e, a tal proposito, voglio parlarti di un genio felice.
 

- E chi è ?
 

- Si chiama Gianluca Sada.
 

- Non lo conosco.
 

- Tranquillo, non sei il solo ma in futuro diventerà celebre.
 

- E' un attore?
 

- No è un inventore.
 

- E che avrebbe inventato?
 

- Una bicicletta, la Sada bike.
 

- Lo sapevo! Troppa arte ti ha fatto perdere fra le dolci e ammalianti grinfie della fantasia!
 

- Guarda che è una bicicletta rivoluzionaria!
 

- Avanti popolo alla riscossa!
 

- Ecco, bravo, la riscossa delle biciclette, e torneremo tutti bambini, inquineremo di meno e salveremo il pianeta, ti piace come idea?
 

- Se tornassi bambino riandrei a scuola.
 

- Se ti fa piacere, con la fantasia puoi fare tutto quello che vuoi. Per esempio, Gianluca Sada, grazie al suo talento e a una fervida immaginazione, ha inventato una bicicletta quasi da fantascienza, vuoi vederla in foto?
 

- Certamente, ma fammi prendere il caffè prima che si freddi.
 

- Eccola, che te ne pare?
 

- Ehi! Ma le ruote non hanno i raggi, e dov'è la forcella? Ma scusa, per caso vola?
 

- No, devi solo pedalare e, ti dirò di più, oltre essere realizzata in un materiale leggero stando sotto i 10 kg, è molto resistente, è pieghevole, puoi richiuderla in uno spazio ridotto e metterla in una sorta di zainetto personalizzato con il quale prendere il bus o la metro, il gioco è fatto.
 

- Mi piace questo gioco, ti confesso che la trovo anche molto bella, ha un certo non so che di belle epoque.
 

- Lo vedi che tornare indietro nel tempo ha qualche lato positivo?
 

- Pensi che dovremmo andare tutti in bicicletta?
 

- Perché no? Io penso che verrà il momento che l'umanità dovrà fare un passo avanti e due passi indietro, in questo modo ci godremo di più la terra e fermeremo le lancette dell'orologio che segnano la fine del mondo.
 

- A che ora è ?
 

- Tony! Era solo una canzone, devi essere ottimista!
 

- Se pedaliamo lo saremo?
 

- Possiamo sempre provare, ora andiamo al cinema?
 

- A vedere cosa?
 

- Tempi moderni.
 

- Ma è un vecchio film di Chaplin ed è pure in bianco e nero!
 

- Ma allora sei testardo, ti ho appena detto che con la fantasia puoi tutto, anche vedere a colori un film in bianco e nero, che è anche molto bello e istruttivo.
 

- Il film?
 

- Sì.
 

- Mi hai convinto andiamo... a che ora è la fine del mondo?
 

- Tony!... Era solo una canzone.

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Morte!

24 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

“Pasta con il tonno. Riso con il tonno. Ecco la prima cosa che mi viene in mente quanto penso a nonna” scribacchiò vagamente mesto sul suo schiacciatasti da letto. Pallida come cera rappresa, con la bocca aperta, contorta. Aveva sentito la voce di suo cugino, quello più giovane, che si crepava in qualche sillaba, mentre fingeva disinvoltura. Quell'esperienza comune cementificava la consanguineità dei presenti, gli ricordava che – finché venivano risparmiati – non avevano null'altro che loro stessi a ricordare e possedere un'origine comune – non avrebbero avuto nessun altro a sostenere con certezza, nella cattiva sorte, fortunati di non esser stati diroccati dalle faide che colpivano altre famiglie.

I figli di nonna avevano completato il loro percorso di orfanitudine iniziato 55 anni prima. Lo zio Solingo se n'era tornato a casa, vuota, senza moglie, senza figli – vuota, ma solcata dagli spettri della morte. L'aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio, opposta a quella degli altri, ed ebbe l'impressione che stesse per rompersi, frantumarsi in pochi, grossi pezzi. O accartocciarsi. Gli era sembrato fragile e vulnerabile come qualcuno che ha perso l'ultima barriera, l'ultima difesa contro la morte. Non c'era più sua madre. Ora era lui, erano loro, ad essere ufficialmente in lizza. Gli era sembrato si allontanasse come indeciso se raccogliersi in sé stesso, appallottolarsi come un riccio, per non essere divorato dalla notte, sotto impassibili lampioni elettrici. Crispin aveva sbirciato la propria madre, a letto, con l'abat-jour accesa, gli occhi socchiusi – come se contemplassero, spossati, amaramente sollevati, la nuova condizione – l'accadimento che era stato annunciato come imminente da almeno un mese, e a cui quel mese – e nessun altro lasso di tempo – poteva preparare. Occhi socchiusi, troppo emotivamente stremati perché l'angoscia fosse dominante, persi nella fine di un'agonia, in cui si è cullati dai flutti dello stordimento, dopo la battaglia, al crepuscolo. Occhi tra il ghermire ricordi e il corteggiare l'incoscienza. Infilanti la testa nel dell'oblìo l'oblò. Almeno per qualche ora.

 

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Intervista a Marco Giorgini

23 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #intervista, #recensioni

 

 

Marco Giorgini
Il Mistero della Statuetta Egizia

KULT Virtual Press

- distribuito da Amazon

ISBN: 978-1797955780 - 289 pagine

 

Modena, anni ’80. In una sera di giugno tre amici quattordicenni (Matteo, Giulio e Alex) scorgono, in un’area buia chiusa al pubblico dell’Orto Botanico, due stranieri intenti a estrarre oggetti da grossi vasi, osservati, tra le ombre, da Anubi. Quando l’operazione termina, Matteo nota un oggetto caduto e lo raccoglie: è una statuetta egizia.

Nei giorni successivi i tre ragazzi provano a capire cosa hanno davvero visto e che cos’è quella statuetta, cercando informazioni prima in biblioteca e poi ai Musei Civici, e scoprendo man mano i posti in cui gli stranieri e Anubi si nascondono, ma rischiando sempre più spesso di essere catturati. 

Marco Giorgini, nato a Modena nel 1971, lavora nel campo della linguistica computazionale. Per hobby sviluppa videogiochi e gestisce una delle più antiche e-zine italiane, KULT Underground. Da sempre appassionato lettore, si è dilettato negli anni a scrivere racconti. Nel 2006 ha curato l’antologia L’Ombra del Duomo (Larcher Editore).

Il Mistero della Statuetta Egizia è il suo primo romanzo per ragazzi.

Abbiamo incontrato l’autore per avere la sua interpretazione autentica del romanzo e gli abbiamo rivolto alcune domande.

 

 

Perché un giallo per ragazzi?

 

Faccio solo una piccola ma doverosa premessa: in questo caso la definizione giallo per ragazzi è veicolata da quella Mondadori anni Ottanta, dove per giallo si intende un’avventura con un qualche risvolto investigativo e non necessariamente una storia gialla classica. Ho scelto di scriverne uno perché questo tipo di romanzi erano le mie letture preferite quando ho iniziato a leggere (sono convinto che abbiano contribuito seriamente alla mia passione per i libri) e volevo, da un lato, scrivere qualcosa che potesse mostrare questo tipo di storie a mio nipote, e dall’altro volevo provare a scrivere qualcosa per il me di allora - per quanto contorto questo possa sembrare. Un mix di sfide, questa seconda cosa, che partono da ma sarò in grado di ideare, come trama e struttura, una storia del genere? per arrivare a ma riuscirò a ricreare la sensazione di lettura che amavo a quel tempo?. Non so se ci sono riuscito qualitativamente (non spetta certo a me dirlo) ma sono contento di essere almeno riuscito ad avere quel libro che avevo in mente finito e leggibile e, almeno per me, davvero molto simile a come volevo che fosse.

 

 

Ci sono antecedenti importanti a questa tua impresa letteraria?

 

Impresa letteraria suona più grande di quello che sicuramente è, ma se con questa domanda intendi se c’è una ispirazione chiara per questo libro, la risposta è sì. Ho cercato di scrivere (pur adattandolo al contesto italiano e agli anni Ottanta) qualcosa che richiamasse i libri per ragazzi di Robert Arthur, autore de I Tre Investigatori (che da noi venivano pubblicati indicando Alfred Hitchcock come scrittore - mentre il suo ruolo era solo quello di presentatore, e tra l’altro solo come finzione). Se invece mi chiedi se autori che (di norma) scrivono opere di genere o mainstream hanno proposto anche opere per ragazzi, sì, questo, per quel che mi sembra, sta diventando sempre più comune. La letteratura per ragazzi sembra interessare tanti scrittori (sia internazionali, come Patterson o Grisham, sia locali, come Lucarelli - ma credo di poter anche citare Antonino Genovese, che dici? - e sto volutamente non citando figure più classiche) e non è più strano che qualcuno esca dalla sua comfort zone per raccontare qualcosa (probabilmente) per i figli dei lettori abituali.

 

Ci parli della tua attività editoriale digitale?

 

Per dare una idea più chiara di cosa faccio, mi permetto di continuare a parlare ancora un attimo de Il Mistero della Statuetta Egizia. Questo libro esce infatti sotto il marchio KULT Virtual Press - casa editrice digitale che negli anni ha pubblicato tutti gli e-book realizzati con e per KULT Underground, fanzine digitale nata nel lontanissimo 1994 e ancora attiva anche se con una quantità e una tipologia di articoli diversa da quella degli albori. Queste due realtà digitali sono quelle che mi vedono come fondatore e attore (con modalità e compagni differenti) ed è grazie a queste che ho avuto modo di farmi le ossa negli anni, lavorando e sperimentando nel passaggio da meccanismi di scrittura/lettura digitale dedicata a figure più tecniche (di quel periodo storico in cui web voleva dire computer e i cellulari servivano solo per telefonare) a quelli attuali (comunque in trasformazione) dove il libro digitale ha strumenti straordinari e perfetti di fruizione adatti a tutti (dal lettore con e-paper, allo smartphone o al tablet) e la lettura sul web non ha più un luogo fisico di fruizione preferenziale. Per questo motivo KULT Underground continua a esistere e pubblicare (nato come programma distribuito su floppy disk prima DOS e poi Windows, si è trasformato negli anni in un sito/portale web - forse non agile come altre realtà ma in grado ugualmente di essere fruito e letto) mentre KULT Virtual Press ha formalmente smesso di proporre cose nuove (Il Mistero è una eccezione e un cortocircuito insieme) perché Amazon (e i suoi equivalenti) hanno finalmente reso gli e-book dei libri digitali - e creare libri digitali fuori dalle librerie digitali è una scelta artistica che non siamo più sicuri di riuscire a fare nel modo corretto - noi che negli anni abbiamo comunque aggiornato più volte formati e meccanismi ma che non possiamo in questo caso competere con la realtà d’uso di questa evoluzione. Quindi Il Mistero della Statuetta Egizia è sì un e-book KULT Virtual Press, ma è distribuito da Amazon - da dove è possibile farlo arrivare, senza tecnicismi, sui supporti dove sarà possibile e facile leggerlo. Non può né vuole essere una scelta necessariamente plausibile per il futuro di KULT Virtual Press, perché va contro alcuni degli aspetti che sono alla base della sua nascita, ma è chiaramente un ulteriore esperimento per una realtà che ha visto la storia delle pubblicazioni digitali dagli albori e che può quindi permettersi qualche altro percorso in un periodo diversamente di stasi.

 

Come si inserisce questo libro nel quadro della tua produzione.

 

Una domanda a cui faccio fatica a dare una risposta. Negli anni la mia è stata principalmente un’attività letteraria nell’ambito della dimensione del racconto (con tante cose proposte solo per il web e alcune invece pubblicate su carta - dalla fanzine all’antologia - o in e-book, dove è possibile creare volumi anche solo con storie brevi). Ma mentre scrivevo racconti ho man mano anche buttato giù un po’ di materiale pensato per un respiro più ampio (romanzo breve / romanzo) su cui ho poi lavorato in tempi diversi trasformando alcune di queste idee in scalette complete. La prima di queste che poi è diventata un romanzo era di genere brillante (credo che il termine ufficiale sia humour ma secondo me è fuorviante) e anche la seconda, ideata e scritta però a quattro mani, è in qualche modo tra quell’ambito e il mainstream. Tra le cose successive pronte per la scrittura una era Il Mistero della Statuetta Egizia e le altre due sono un altro romanzo per ragazzi (ambientato alla fine degli anni novanta) e un romanzo di fantascienza (contemporaneo). Tra queste tre la scelta di procedere prima con Il Mistero rispetto alle altre due è più collegata ad alcune idee su progetti correlati (cross-mediali potremmo dire) che a un vero percorso legato a una continuità di scrittura. Intendo, non sto solo cercando di trasformare idee in libri, ma di creare occasioni per costruirci intorno anche altro. Come ti è capitato con quanto ha realizzato Simone su alcune delle tue opere – ma nel mio caso l’ambito che mi interessa di più è (forse) quello dei giochi d’avventura digitali. Non è detto che questo tipo di passaggio o di contaminazione accada, ma direi che quello che mi sta mettendo in fila le cose da scrivere è cosa altro posso potenzialmente realizzare sopra a una mia singola idea.

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$$$ - Un funerale per Pyotr

22 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

 

Quindi, stanca e provata, si era ritirata nel focolare del proprio caminetto domestico, o qualcosa del genere. Quello era il paradiso per lei. Lei in casa, e tutto il mondo fuori. E su questo era d'accordo con suo figlio. Con il quale si stava recando al funerale di Pyotr. Era un funerale in contumacia, ma, dopo un certo tempo dalla sparizione, era obbligatorio celebrarlo. Era un modo con cui lo Stato metteva le mani avanti. Lo trovava di buon auspicio. Così, nel caso lo si trovasse poi effettivamente vivo, per ragioni burocratiche occorreva necessariamente sopprimerlo per non creare problemi formali con le carte e con lo status ormai ufficializzato di deceduto. Naturalmente, allo Stato non spiaceva seppellirlo e cominciare a drenarlo di energie varie ed eventuali. E tanto i costi di tutta la faccenda pompofunebre ricadevano sulle fragili spalle dell'eventuale famiglia.

Quindi erano stati costretti a procedere con un cambiamento di status da vivente a un po' meno vivente. Del resto, non era la prima volta che Pyotr moriva. Non c'era nulla di cui spaventarsi.

Si ricordava, per esempio, che in un'occasione, mentre erano in qualche prato, forse per un pic nic, il cielo era stato squarciato da un temporale, e un improvviso lampo aveva ghermito lo scalpo di suo padre, elettrizzandolo, e rizzandogli sulla testa, saettante, il vistoso riporto.

Pyotr tentava spasmodicamente di sottrarsi al fulmine tirando con forza il ciuffo verso il basso, ci aveva provato ancora e ancora, ma invano – mentre il figlio si agitava alla sua sinistra senza poter intervenire, e la moglie, dall'altro lato, piuttosto seccata esclamava: «Ci mancava solo questo!».

Insomma, apparentemente morì. Ma fortunatamente l'evoluzione della Bioelettronica unita agli sviluppi del Videoludicismo Medico, avevano fornito l'organismo umano di una possibilità di vita in più, prima del definitivo Game Over. Spesero però una davvero ingente quantità di gettoni d'oro - da inserire rigorosamente in vecchi cassoni da bar di Pac Man, Galaga e Space Invaders - per acquisire quella vita in più, difatti la vita era davvero molto cara, ed erano più che altro i Ricchi a potersela permettere – soprattutto in seguito alla totale privatizzazione della Sanità -  per quanto la Lotteria di Fine Anno (chiamata anche Lotteria di Fine Vita) e le Slot Machine negli atri degli ospedali, fruttassero a volte quella felice vincita a qualche fortunato poveraccio. Di certo fruttavano begli introiti statali nel primo caso, e, nel secondo, ulteriori raggruzzolamenti per l'$$$, la $ocietà di $peculazione $anitaria - «Vieni da noi! Speculiamo sulla tua salute!» era il loro famoso slogan, accompagnato da un orecchiabile jingle, a metà strada tra una canzone natalizia e un inno funebre. Erano davvero fortunati a vivere in una società così evoluta. E dire che avrebbero potuto nascere in altre epoche buie, quando la Sanità era ancora pubblica e quindi infima. L'avevano scampata bella!

Durante la cerimonia, a cui presenziarono solo loro, forse perché non avevano diffuso l'evento, tennero entrambi un breve discorso, con l'oratore di turno sul pulpito e l'ascoltatore esattamente di fronte, qualche gradino più in basso, ma a un passo, per poi scambiarsi. La Madre ricordò il romanticismo di Pyotr richiamando l'occasione in cui egli la approcciò e la intrattenne parlando delle spazionavi belliche marziane che s'eran ancorate appena fuori alla stratosfera nonché della delicata situazione cosmopolitica universale in generale. Crispin volle ricordare quando, invece, Pyotr aveva dimostrato il proprio patriottismo, durante il servizio militare, non unendosi agli altri soldati che correvano a festeggiare il comandante con grida di giubilo, presso il cannone laser, com'era appropriato uso gerarchico dopo un botto ben riuscito, ma indugiando invece presso l'arma fumante per orinarci sopra con profusione abbondante.

A casa Crispin trovò il coraggio di tentare di sottrarre il ferro da stiro alla madre, la quale reagì esclamando: «Ehi, non sono ancora invalida!» mentre si massaggiava una mano dolorante e si appoggiava alla parete perché una delle gambe le cedeva. Vide anche una rotula passare. E il radio del suo polso sembrava trasmettere qualcosa, sfrigolando. Sembrava una canzone. E il ritornello diceva: “Mandateci in pensione”.

Ma il periodo lugubre non era ancora finito.

 

Continua...

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Enrico Terrinoni, "Oltre abita il silenzio"

21 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Enrico Terrinoni
Oltre abita il silenzio – Tradurre la letteratura
Il saggiatore, 2019

– Euro 24 – pag. 220

 

Fare l’editore riserva tante sorprese, molti rodimenti interiori, parecchie delusioni, ma – di tanto in tanto – ti accorgi anche di aver seminato bene durante questi vent’anni di onesta attività, ché incontri sulla tua strada vecchi compagni di viaggio realizzati professionalmente partendo da un sogno cominciato proprio con Il Foglio Letterario. Enrico Terrinoni è uno di questi. Il suo primo libro (aveva 28 anni) è Del parlare oscuro. Temi e tecniche occulte nell’Ulisse di James Joyce, uscito nel 2004 per le nostre piccole edizioni, al tempo davvero underground. Tu pensa che adesso il buon Terrinoni è ordinario di letteratura inglese all’Università per stranieri di Perugia, dopo una laurea con lode a Roma e un dottorato in Irlanda, a Dublino (dove altrimenti?), patria di Joyce. Adesso Terrinoni è un nome importante della traduzione italiana, tra i più validi e preparati studiosi dell’opera di Joyce, di cui ha tradotto niente meno che l’Ulisse (2012), oltre a Lettere e Saggi (2016), curando anche le prime versioni dei Dubliners. Terrinoni sta lavorando a Finnegans Wake, opera complessa che lo vede impegnato (con Fabio Pedone) a realizzare la traduzione definitiva in italiano, primo nella storia una volta ultimato il progetto. Terrinoni è un esperto di traduzione anglofona, sulle orme di Pavese e Pivano, ha tradotto anche Edgar Lee Masters e l’immortale Antologia di Spoon River (2018), capace di ispirare un gran disco di Fabrizio De André, senza dimenticare Alasdair Gray e Oscar Wilde con il suo Principe felice. Fatte queste considerazioni, diciamo che nessuno meglio di lui poteva dare alle stampe un saggio interessante e documentato - che si legge come un romanzo - su come tradurre la letteratura. Uno studio fatto sul campo, un atto d’amore nei confronti della letteratura di lingua inglese (sul solco così ben tracciato da Cesare Pavese) e soprattutto una venerazione per James Joyce, autore conosciuto e tradotto, spingendosi verso uno studio della parola che non ha confini, affrontando con successo la complessità che diventa testo narrativo. “Ogni testo è un’ombra, un riflesso. Come il sangue, scorre, e quando se ne ferma la circolazione, il testo come il corpo morto cade. Allora, nel tradurre bisogna mettere in campo strategia creative, non di emulazione, consapevoli che l’immateriale non sopporta le prigioni della forma”, dice Terrinoni. E noi, modesti traduttori di ispanici, dopo aver reso in italiano la complessità di Guillermo Cabrera Infante, non possiamo che condividere.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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