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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Gordiano Lupi commemora Luciano Martino

31 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Breve nota biografica (Fonte: Roberto Poppi - Dizionario dei registi italiani, Gremese):

Fratello del regista Sergio e figlio di Gennaro Righelli, esordì nel cinema giovanissimo, sia come assistente (L'arte di arrangiarsi, La romana) sia, soprattutto, come soggettista e sceneggiatore (La donna più bella del mondo, La finestra sul luna park, Giovani mariti, La nipote Sabella, Carosello di canzoni, Il colosso di Rodi, Caccia all'uomo, La ragazza in vetrina, Saffo venere di Lesbo, I ragazzi dei Parioli, La scimitarra del saraceno, I pirati della costa, Il vecchio testamento, Il giustiziere dei mari, I mongoli, Duello nella Sila, Le avventure di Mary Read, La leggenda di Fra' Diavolo, Il demonio, Ursus nella terra di fuoco, L'invincibile cavaliere mascherato, La pupa, ecc.), attività che continuò a esercitare anche quando cominciò a produrre film (nel 1962). Fra questi, numerosissimi, si ricordano, oltre a tutti quelli diretti dal fratello e da lui stesso: Il dolce corpo di Deborah, Tony Arzenta, L'uomo senza memoria, Zorro, L'insegnante, La poliziotta fa carriera, Roma a mano armata, Il grande attacco, Concorde affaire 79, La guerra del ferro, Fotografando Patrizia, Impiegati, Festa di laurea, Scandalosa Gilda, Le foto di Gioia e molti altri.Nel 1964 ha esordito nella regia firmando un film avventuroso in collaborazione con Mino Loy (Le spie uccidono a Beirut) e negli anni seguenti, pur privilegiando la produzione e la sceneggiatura, ha direto altri film: Furia a Marrakesh (1965), Flashman (1966), La vergine, il toro, il capricorno (1974), Nel giardino delle rose (1989) - che gode di ottima critica - e In camera mia (1992). Ha firmato i primi tre film (girati in collaborazione) con gli pseudonimi Martin Donan e J. Lee Donan. Per ricordarlo degnamente, siamo andati a rivedere Giovannona Coscialunga disonorata con onore, uno dei film da lui prodotti - e diretti dal fratello Sergio - che ha contribuito al lancio di Edwige Fenech e al successo della commedia sexy.

Sergio Martino contribuisce al lancio della commedia sexy perché realizza, nel 1973, una pellicola che fa da apripista al genere e da modello per futuri film come Giovannona Coscialunga disonorata con onore. Si tratta di uno dei ruoli più importanti ricoperti da Edwige Fenech, attrice molto valorizzata da Martino, all’interno di una pellicola - manifesto della commedia scollacciata. Se è diventato un cult movie parte del merito va anche a Paolo Villaggio che ne Il secondo tragico Fantozzi (1976) lo cita come film preferito e lo paragona alla Corazzata Potëmkin (1926) (definita “una cagata pazzesca”). Edwige Fenech, dopo questo film, diventa l’incontrastata dominatrice della commedia sexy, genere nel quale si esibirà nelle caratterizzazioni più varie con brillanti risultati.

Giovannona Coscialunga disonorata con onore è scritto e sceneggiato da Francesco Milizia, Carlo Veo, Tito Carpi e Franco Mercuri. La fotografia è di Stelvio Massi, il montaggio di Attilio Vincioni, mentre aiuto regista è Michele Massimo Tarantini. Le scenografie sono di Giovanni Natalucci e le musiche di Guido e Maurizio De Angelis. Produce Luciano Martino. Interpreti: Edwige Fenech, Pippo Franco, Gigi Ballista, Vittorio Caprioli, Danika La Loggia, Francesca Romana Coluzzi, Riccardo Garrone, Adriana Facchetti e Vincenzo Crocitti. Pippo Franco è il segretario del commendator La Neve (Ballista) ed è sua l’idea di far passare la prostituta Cocò (Fenech) per la moglie dell’industriale. Lo stratagemma dovrebbe servire a intenerire l’onorevole Pedicò (Caprioli), sensibile alle bellezze femminili, e a evitare dure sanzioni per l’inquinamento prodotto dalla industria di formaggi. Da qui si dipana la farsa con Edwige Fenech prorompente prostituta volgare e sguaiata che si ingegna per concupire l’onorevole. Il problema è quando parla… Per Mereghetti si tratta di “una commedia degli equivoci dall’umorismo greve e chiassoso dove la Fenech doppiata in marchigiano non fa vedere quasi niente, Pippo Franco è sguaiato come al solito e la comicità si riduce ai soliti va e vieni dalle stanze sbagliate”. Mereghetti si scandalizza pure che il Ministero del Turismo e dello Spettacolo abbia dato un contributo a un film come questo.

A mio parere è una stroncatura eccessiva perché Giovannona Coscialunga è una dignitosa commedia sexy, forse una delle migliori di questo periodo. Si ride molto e lo si fa ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione. Non mi pare poco. Un nuovo pretore arriva al piccolo paese siciliano di Roccapizzo, un fantasioso comune alle pendici dell’Etna, ed è lui che mette nei guai l’industria del formaggio Straccolone. Nell’ufficio dell’azienda si respira un’aria pesante e il commendator La Noce, coinvolto nello scandalo del fiume inquinato, medita l’espatrio. Pippo Franco è un irresistibile segretario balbuziente, che si esprime al meglio della sua comicità romanesca ed è attratto dalle belle donne. Le prime inquadrature lo vedono intento a scrutare le cosce all’impiegata della ditta che indossa conturbanti minigonne. Sin da subito la pubblicità indiretta si spreca, come costume del periodo sono frequenti le inquadrature su pacchetti di sigarette Astor, acqua Pejo e Uliveto, J&B (immancabile) e Fernet Branca, veri e propri sponsor del film. Pippo Franco ha l’idea di chiedere aiuto all’onorevole Pedicò (Caprioli), classico democristiano tutto casa e chiesa che ha per moglie la statuaria Francesca Romana Coluzzi. Il segretario scopre, con l’aiuto di un prete in odore di omosessualità, che l’onorevole ha una passione segreta: le belle mogli degli altri. Pippo Franco cerca una ragazza disponibile a recitare la parte della signora La Noce, visto che la vera moglie del commendatore è brutta e timorata di Dio. Dopo una ricerca tramite agenzia che lo porta a contattare un transessuale, decide di fare da solo e con la sua Fiat Cinquecento scassata rimorchia la Fenech nella zona dove battono le mignotte. Pippo Franco di fronte a cotanta grazia...

La prima cosa che lo attrae è il sedere della ragazza che lo fa inchiodare di colpo per tentare un approccio. Stupendo il dialogo. Pippo Franco: “Co… co… come te chiami?” (è balbuziente). Fenech: “Ma che fai sfotti? Me chiamo Cocò!”. Pippo Franco la istruisce, la veste come finta moglie del commendatore e quando le prende le misure si accorge che sono: 98 - 98 - 110, mentre la camera inquadra il seno della Fenech dall’alto lui esclama: “Quasi quasi mando affanculo tutto!”. Quando l’accompagna al treno per la Sicilia si accorge che la ragazza parla un pesante dialetto ciociaro e si esprime come una burina. “Ma questa parla sempre così?” fa il commendatore. “No, pure peggio” risponde il segretario. Nella cabina Cocò completa l’opera e scambia un orinale per una tazza da caffè. Ma ormai il piano è partito e sul treno c’è pure l’onorevole con la sua bruttissima segretaria zitella che ha un debole per il commendatore. Durante la cena Cocò non parla perché dice che ha fatto un fioretto a San Rocco e dovrebbe sedurre l’onorevole, ma fa piedino alla segretaria che pensa a un’insidia da parte di La Noce. Da qui parte la commedia degli equivoci. Sul treno recita una piccola parte da conduttore anche il caratterista Vincenzo Crocitti, che diventa matto per via dei continui cambi di cuccette che sono la molla della comicità. Pippo Franco e la Fenech fingono di fare l’amore per sconvolgere l’onorevole e alla fine si convincono così bene che finiscono a letto insieme.

La Fenech si presenta in tutto il suo splendore e lui esclama: “Ammazzate che pompelmi e che belle cosce!”. E lei in ciociaro: “Nun è pe’ fa la superba, ma a lu paese me chiamano Giovannona Coscialunga!”. Alla stazione di Battipaglia sale anche un omosessuale e l’onorevole Pedicò entra nella sua cabina invece che in quella di Cocò. Il gay arpiona la gamba dell’onorevole e non se lo vuole far scappare. In tempi di politically correct scene come questa si beccherebbero la qualifica di omofobe e non potrebbero essere girate. Il commendator La Noce finisce nella cuccetta della segretaria zitella dell’onorevole, mentre Pippo Franco e la Fenech se la spassano perché in fondo Cocò è innamorata di lui. La situazione di caos ricorda molto le comiche del cinema muto e la pochade, ma è il sale dell’umorismo. La farsa raggiunge il suo apice quando entrano in campo anche il protettore di Cocò e la vera moglie del commendatore. Il pappa estorce a Pippo Franco la confessione a suon di ceffoni, quindi si allea con la moglie di La Noce e parte alla ricerca della sua donna. Robertuzzo è un Riccardo Garrone molto bravo, che ricordiamo attore di molti film con Tinto Brass e che per l’occasione veste la maschera di un bullo di periferia che parla ciociaro sbagliando tutti i congiuntivi. Intanto Cocò impara a dire l’essenziale con frasi numerate che il commendatore le fa memorizzare. La finta coppia è pronta per l’invito a pranzo alla villa dell’onorevole. La parte conclusiva si consuma proprio a casa Pedicò, dove tra piscina e camere assistiamo a un nuovo tourbillon di scambi di letti e situazioni paradossali. Il commendatore se la dice con la moglie dell’onorevole, ci gioca a tennis, le accarezza una gamba dopo che si è infortunata e quando è notte cerca di entrare in camera sua. L’onorevole tenta di drogare La Noce con il caffè, ma addormenta Cocò e non riesce ad approfittare di lei. La segretaria zitella intanto muore dalla rabbia ed è gelosa del commendatore.

Una commedia degli equivoci tra uomini e donne che passano da una stanza all’altra ma nessuno combina niente. Intanto c’è Pippo Franco che ha avuto un guasto alla sua Fiat 500 e deve fare l’autostop per raggiungere Roccapizzo. Prima incontra un pazzo uscito dal manicomio, che è quasi del tutto cieco e guida come un folle mentre ride isterico. Quando il pazzo lo scarica ottiene un passaggio da un carro funebre e si sdraia in mezzo ai fiori al posto del morto. Pippo Franco arriva alla villa e a questo punto comincia la comica finale con lui che cade in acqua ma non sa nuotare e tutti gli altri che lo seguono tra sganassoni e spinte. Robertuzzo e la vera moglie del commendatore sono arrivati sul luogo del misfatto e la frittata è completa. Mogli e amanti si prendono a botte in un finale da torte in faccia che il regista gira a velocità innaturale per rendere l’idea della comica. Finiscono tutti all’ospedale e Robertuzzo ricatta il commendator La Noce e l’onorevole Pedicò. Alla fine il protettore di Cocò diventa manager dell’industria di formaggio, l’onorevole risolve tutti i problemi legati all’inquinamento e il commendator La Noce è contento perché ha trovato un vero segretario.

Pippo Franco corona il suo sogno d’amore con Edwige Fenech e si mette a fare il pappa della ragazza per sbarcare il lunario. Solo che non ha proprio il fisico da protettore e quando porta Cocò in una zona che non è la sua viene massacrato di botte da un gigantesco Franceschino (Nello Pazzafini). “’A Franceschi’, nun me mena’…”, implora. Ma il ceffone arriva lo stesso e lo stende. “Ma almeno glielo hai preso il numero di targa?” chiede a Cocò. Il film termina qui e a tratti pare un Pretty Woman (1990) all’incontrario, pure in questa pellicola la ragazza di strada si innamora, ma finisce per tornare a fare la mignotta ed è proprio il suo ragazzo che ce la porta. Il film non è per niente volgare, si tratta di una farsa divertente e piacevole, una commedia degli equivoci secondo lo schema classico della commedia all’italiana, condita con una spruzzatina di sesso. Gli attori sono molto bravi. Pippo Franco è in gran forma e Vittorio Caprioli è un professionista di grande livello. La Fenech è molto sensuale e non si limita alla sola presenza scenica. Bene anche Gigi Ballista, sempre molto credibile. Il titolo del film doveva essere Un grosso affare per un piccolo industriale, ma siccome andavano di moda i titoli lunghi (tipo Mimì metallurgico, ferito nell’onore) si pensò a questa sorta di titolo-parodia. In realtà è proprio il titolo volgare che ha prodotto tanti giudizi negativi da parte dei critici dal palato fine, ma al tempo stesso è sempre merito del titolo se lo ricordiamo come un film simbolo di un’epoca. La pellicola si avvale di un Pippo Franco al massimo delle sue capacità e come era già capitato per Quel gran pezzo dell’Ubalda… è soprattutto su di lui che si appunta la responsabilità di far ridere. Ricordiamo alcune battute simbolo. Commendatore: “Ma non dire cose arcane!”. Pippo Franco: “Ar cane? E chi gli ha detto niente ar cane?”. Due mogli all’aeroporto. Prima moglie: “Ma tu quando fai l’amore ci parli con tuo marito?”. Seconda moglie: “Se mi telefona…”. Pippo Franco a Cocò: “La cosa rimanga tra noi, come dicono i francesi entreneuse…”. Pippo Franco che si becca una scarica di multe: “Vigile Mastofi, vigile Mastofi… ma sto’ fijo de ’na mignotta c’ha le penne all’arrabbiata!”. Protettore: “Dove sta’ Cocò?”. Pippo Franco: “Se dice dove sta’ Zazà!”. Concordiamo con Michele Giordano che ha visto un film “ben costruito, anche se appesantito da un eccesso di rocambole finale e basato su battute spesso stantie”. Come abbiamo già detto Pippo Franco è ottimo e in bocca sua freddure da barzelletta volgare diventano divertenti. Pure se la componente comica è prevalente, le grazie della Fenech vengono mostrate con abbondanza e proprio per questo motivo possiamo dire che con Giovannona Coscialunga comincia la commedia erotica italiana. Tra l’altro è interessante notare che in molte commedie del periodo c’è la figura dell’onorevole un po’ intrallazzone a cui piacciono le donne. Citiamo Lando Buzzanca nella parte dell’onorevole Puppis (in odore di omosessualità) nell’ottimo All’onorevole piacciono le donne (1972), che costò anche qualche problema di censura al regista Lucio Fulci, perché ispirato a un vero personaggio politico. In tempi successivi lo stesso Vittorio Caprioli si ripeterà con L’Affittacamere (1976), film diretto dal geniale Nando Cicero, impersonando l’onorevole Vincenzi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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L'inchiesta

30 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Si sparse la voce che stavano arrivando quelli dell’inchiesta e subito la strada principale, la piazza, la chiesa e la bottega di mastro Scoldig, formicolarono di gente che entrava ed usciva, che si raggruppava, che indugiava sugli usci, come a dover dire ancora un’ultima cosa, come ad attendere un ulteriore ragguaglio. Mastro Scoldig stesso si recò fino all’isba della Baba Iaga, ma non ne fece parola ad anima
viva. Ce n’erano state tante d’inchieste, pensava rimasticando le poche parole attinte a costo di due galline dalla decrepita saggezza della Baba; Varbad di Valgelata era stata raggiunta da un’infinità di funzionari governativi, che avevano sfidato i rigori dell’inverno boreale, le zanne dei lupi, le buie gole del Passo del Vento, pur di far domande alla popolazione.
Chiedevano di tutto, dalla salute, ai raccolti, al numero di lupi avvistati, alla gradazione annuale della birra, e poi studiavano, catalogavano, tassavano. Funzionari zelanti imperversavano in su ed in giù, agitando cartellette che riflettevano la neve, che catturavano la fiamma delle candele sui davanzali, che assorbivano il riverbero dei caminetti, che brillavano insieme ai fuochi degli gnomi, che illuminavano la notte artica, le casupole fumose, il torrente algido su cui le ragazzine disegnavano ragnatele di ghiaccio con le lame dei pattini.
Ma un’inchiesta come quella che s’attendeva faceva palpitare di paura il petto di mastro Scoldig il falegname. Questa volta non s’andava ad indagare sul formaggio, sul pane cotto a legna, sulle visite in chiesa, stavolta i funzionari avrebbero chiesto ad ognuno, né più né meno, se era felice. Erano queste le voci incredibili giunte dai paesi dove l’inchiesta era già arrivata.
Affrettando il passo giù per il sentiero, Mastro Scoldig si grattò preoccupato la grossa testa lanosa. La Baba Iaga non gli aveva saputo dire quanto avrebbe pesato la quota di felicità del capofamiglia. Lui, fra tronchi da segare e assi da piallare, a dire il vero non s’era mai sentito né felice né infelice, non s’era nemmeno mai fatto quella singolare domanda.

Rincasando, Solveig si annodò il fazzoletto sotto la gola perché stava riprendendo a nevicare. Mastro Scoldig il falegname non c’era, le avevano detto che era uscito presto, che si era inerpicato su per il sentiero della collina senza dire dove andava.
Era stato un giorno cupo, il sole non s’era dato neppure la pena di levarsi, trattenendosi tutto il tempo a sonnecchiare sul bordo dell’orizzonte, e i lumi nelle case erano rimasti sempre accesi. I primi fiocchi le volteggiarono sul naso intirizzito e si sfarinarono ai suoi piedi.
La slitta di Peer passò tintinnando. Un suono malinconico, che indugiò nell’aria accompagnato dal bramito delle renne, familiare come il suono della propria voce.
Solveig camminò a testa bassa fino alla porta di casa, senza mai guardare dentro le finestre illuminate, senza ascoltare le risa, le voci dei bambini, le ninnananne cantate dalle madri.
Era stata da Mastro Scoldig per rivendere la culla, perché era di legno buono, con i soldi si poteva comprare un po’ di burro. La culla non serviva più, il bambino era morto tre notti prima.
La moglie di mastro Scoldig aveva parlato dell’inchiesta, ormai tutti non parlavano d’altro. Ma cosa avrebbe detto lei, Solveig dalle lunghe trecce, come la chiamava Ugric, cosa avrebbe mai potuto rispondere alle domande del funzionario?
Adesso la slitta era nel cortile, il cugino Peer stava già scaricando le fascine. Le chiese come stava, le sorrise col fiato che si rapprendeva in nuvole gelate attorno alla bocca.
La febbre che aveva ucciso il bambino, gli rispose brusca, le aveva procurato una grande spossatezza, come se qualcuno fosse aggrappato alle sue budella e la spingesse giù. Poi entrò in casa, rapida. La nonna aveva messo a scaldare la birra sulla stufa ed ora rammendava una calza. La sua faccia era una macchia d’ombre grinzose nell’angolo accanto al fuoco. Ogni inverno s’avvicinava di più alla stufa, s’ingobbiva fin quasi a fondersi col tubo fuligginoso, fino ad entrare, seggiola e tutto, nel canto fra la piastra rovente e il muro, dove prima – Solveig l’avrebbe giurato – non sarebbe stata neppure la spalliera della seggiola. Sua nonna era fatta della stessa pasta degli elfi, sfuggente e buia come loro.
Solveig la informò che quel che si doveva fare era stato fatto, poi cominciò a pelare le rape. Le calò nell’acqua insieme alla cipolla e alle erbette e le salò con qualche lacrima segreta. Curva sul paiolo, con la faccia contro il muro per non farsi vedere dalla nonna, rifletté che l’ultimo legame con suo marito se n’era andato tre notti prima. Il figlio di Ugric era morto di febbre, come morto era suo padre, quando la punta della lama che stava forgiando gli si era conficcata nello stomaco. L’aveva trovato lei, suo marito Ugric – Ugric il forte, Ugric il fabbro – steso davanti al fuoco che ribolliva nella fucina, col pezzo ancora da finire, con la vita ancora tutta da vivere.
“Me ne vado, Solveig dalle lunghe trecce”, le aveva detto, chiamandola col nome datole un mattino di disgelo, in cui era sceso dalle montagne carico di arnesi, “me ne vado, ma tu hai ancora il nostro bambino e così non ci lasciamo davvero."
Che cosa poteva rispondere lei alle domande incalzanti del funzionario, ora che invero nulla di lui restava?

Peer cominciò ad accatastare la legna accanto alla stufa, guardando le mani di Solveig, sua cugina, bianche e lisce anche dopo tanti lavori di casa. Erano mani di fata, le stesse mani che arrotolavano le palle di neve e gliele tiravano sul collo, quando la nonna li prendeva tutti e due per le orecchie arrossate dal vento e li riportava in casa a pedate.
C’era questa faccenda dell’inchiesta, di cui aveva sentito parlare all’osteria, dove mastro Scoldig, dopo tre boccali di birra, si era sporto verso di lui e, in tutta segretezza, gli aveva confidato d’aver parlato con la Baba Iaga, per saperne un po’ di più su questa nuova tassa, ché poi, alla fine, di questo si trattava, no? Sempre di soldi, e lui, povero falegname che aveva passato tutta la vita in mezzo alla segatura, che cosa ne capiva della felicità?
Poi era crollato sul tavolo e si era messo a russare. Allora Peer si era affrettato a riprendere la strada di casa, per quella smania che sempre a sera lo afferrava di tornare da lei, di ritrovare la sua voce bassa e dolce, il suo modo di voltare gli occhi dall’altra parte quando lui la guardava, che pure questo di lei gli piaceva.
Chissà se Solveig aveva sentito parlare dell’inchiesta? Da quando il bambino era morto, non le si poteva rivolgere nemmeno la parola da quanto era ombrosa.
Invece lui non stava più nella pelle al pensiero che presto, a giorni addirittura, qualcuno, per la prima volta in tutta la sua vita, gli avrebbe chiesto se era felice.
“Peer, sei felice? Sei felice, Peer?”
Nessuno ti fa una domanda così, bella, diretta. Non gliela aveva fatta mai Solveig, quando mugolava nel soppalco abbrancata a quell’orso sceso dalle montagne per rubarle il cuore che, se non ci fosse stato lui, avrebbe potuto essere suo. Non glielo chiedeva la nonna, cuor d’oro, sì, ma tutta persa nelle sue ombre, con l’occhio distante, già avviato sui sentieri d’un altro mondo. Non glielo chiedevano gli amici mai, all’osteria o sulla strada, perché ognuno aveva qualcosa da fare, gli affanni suoi, ed a nessuno veniva in mente di farti una domanda così.
Ma finalmente ora qualcuno gliela avrebbe fatta la domanda, e, dopo, avrebbe pure ascoltato la risposta, non come quando la gente ti chiede come stai senza aspettarsi che tu dica qualcosa. Il funzionario avrebbe teso l’orecchio, avrebbe raccolto le sue parole, le avrebbe annotate premurosamente, avrebbe riempito di crocette le caselline del foglio e poi chissà, altro che tassa, dall’inchiesta sarebbe uscita una soluzione, qualcosa di buono per tutti, te l’avrebbero mandata davvero la felicità, magari per posta, o appesa al collo ingioiellato di una renna.
Sei felice Peer, questo gli avrebbero chiesto e lui non aspettava altro per rispondere che, diamine, no che non era felice, non si ricordava nemmeno più cosa fosse la felicità, dall’ultima volta che lei gli aveva sorriso, che gli aveva tirato una palla di neve con quelle sue mani di fata. Anche se c’era un buon fuoco dalla nonna e la birra schiumava bollente sul fuoco, non si poteva essere felici nella stessa casa dove Solveig, la sua Solveig dagli occhi sempre umidi, piangeva per un orso sceso dallemontagne.

Dal suo cantuccio d’ombra, gli occhi semiciechi della nonna seguivano la zuppa che fumava sul fuoco e quella sua nipote che la allungava con le lacrime. Non aveva bisogno di cartelle fosforescenti per conoscere ciò che avevano nel cuore i nipoti. Era vecchia e la madre di sua madre aveva sangue elfo nelle vene.
Il figlio di Ugric, povera anima, ora danzava con gli gnomi, misera fiammella di fuoco fatuo sulla palude, ma questo a Solveig non andava detto, lei preferiva credere in una nuova stella accesa nel cielo dal popolo della foresta.
E come sciogliere il dolore di quegli altri occhi fedeli, come confortarli, come aiutarli a combattere gli spettri di Ugric il fabbro e di suo figlio?
A giorni quelli dell’inchiesta sulla felicità sarebbero arrivati in paese. Forse, con un po’ di fortuna, si sarebbero dimenticati di lei, vecchio cantuccio d’aria senza forme, mucchio d’ossa e cenci.
O, magari, ce l’avrebbe fatta morire prima che la scovassero.

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emozioni fotografiche di Adriana Pedicini

29 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #fotografia

Invio una foto scattata di pomeriggio due giorni orsono, non sono una esperta né ho una macchina fotografica di grande valore. Mi piace tuttavia fermare "nel tempo" gli istanti.

Complimenti per l'iniziativa

Adriana

la Dormiente del Sannio (massiccio Taburno-Camposauro)

la Dormiente del Sannio (massiccio Taburno-Camposauro)

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Il campo di mais

28 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Aguzzando la vista, Henry Main riusciva persino a vedere i polli che beccavano intorno al fienile. Una fattoria isolata, di fango, paglia e pezzi di latta, dopo un’ora di campi sterminati, deserti come la sua vita, dopo una ricerca estenuante fin quasi a consumare tutta la benzina.
La sorvolò per la terza volta, a quota sempre più bassa, il gran sole delle pianure che arroventava la carlinga, mentre la fusoliera si copriva di cipria dorata e i polli laggiù sbattevano le ali allegri.
Gli uomini come lui, erano tutti nei campi di mais, a lavorare chini, le schiene zuppe di sudore, le maniche arrotolate sugli avambracci bruniti. A casa erano rimaste le donne.
Si slacciò il collo della camicia, perché era come starci in mezzo, al sole, grande e giallo al pari di un campo di mais.
Il primo ragazzino sbucò fuori e si fermò sulla porta. Le fessure degli occhi puntarono inquiete l’aereo che ormai da troppo tempo volava sulla sua casa. Gridò qualcosa.
Ecco, pensò Main, adesso usciranno.
E, infatti, uno dopo l’altro, vennero fuori anche gli altri. Due bambini con i piedi nudi, un vecchio col dito alzato, una bambina con le trecce sfatte, una donna con un neonato attaccato al seno. Tutti col naso all’insù, gli occhi sgranati, il palmo candido delle mani tese verso di lui, come se lo chiamassero, come se lo aspettassero per cena.
Scese ancora più giù, quasi a sfiorare il tetto con l’ala, quasi a cogliere le parole sulle loro bocche, gli avambracci che tremavano nello sforzo di reggere la cloche. Ormai riusciva a sentirli.
“Madre de dios!” La donna si fece il segno della croce, il seno scivolò via e il poppante prese a strillare.
Henry Main aveva il sole negli occhi, ma poteva ancora virare, poteva evitarli, poteva risparmiare la casa.
Ma non sarebbe stato giusto. No, per niente.
Tutta la vita aveva atteso, era suo diritto, un suo sacrosanto diritto.
Lo avevano rifiutato, deriso, abbandonato, quando invece una donna come quella, bella a quel modo, avrebbe dovuto allattarlo, cullarlo con amore, oppure stringergli le gambe intorno ai fianchi, partorirgli dei bambini, come succedeva agli altri, a tutti gli altri che arrivavano sempre prima, che avevano sempre una marcia in più. Tranne che con l’aereo, però, l’aereo era il suo riscatto, nessun altro sapeva compiere certi avvitamenti, certe virate, certe picchiate che strappavano grida d’ammirazione alla folla.
Poi, però, ogni volta l’aereo tornava a terra, il tetto si sollevava con quel rumore che era il rumore della sconfitta, e la sua vita ridiventava un’unica, immensa, sterile, distesa di macerie e solitudine.
Henry John Albert Main voleva farla finita, ma non sarebbe morto senza una famiglia, solo come un cane, no, non era giusto.
Ruotò e si capovolse sopra di loro. Li vide spalancare gli occhi, li sentì urlare e provò gioia, soddisfazione. Schiacciò la cloche verso il basso, felice delle grida, felice del sole, dei polli, del fienile, felice di tutto.
Precipitò avvitandosi lentamente su se stesso, puntando quel seno di madre, su cui, finalmente, stava calando, con amore, con infinito amore.

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Adriana Pedicini EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI

27 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.

È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.

Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.

E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.

Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.

In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.

Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.

Quali sono le manifestazioni dell’eros?

Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.

Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)

Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)

Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)

A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;

Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).

Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)

*costellazione delle Pleiadi

Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)

Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.

Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)

Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.

Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)

Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)

In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.

Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)

Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:

chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno

e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge

eros nella lotta invincibile

I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.

Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)

Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.

a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)

Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.

Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)

Adriana Pedicini

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Il vento libero

26 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

A risvegliare l’attenzione di Oliver fu l’incresparsi di particelle nel vento. Il vento dell’ovest che stava rinforzando.
Nel suo stato attuale, la concentrazione che riusciva a raggiungere era poca, ma gli bastò per sentire la mano che spargeva i fiori e per annusare un gentile profumo di donna. Radunò attorno a sé la propria coscienza e attraversò la tenebra per poter cogliere gli occhi, l’ovale del viso e il colore dei capelli. Captò anche le vibrazioni della voce.
A pity… neglected… here…
Gli sembrò che quelli che prima chiamava anni non fossero mai passati.

“What a pity that everything is so neglected here…”
Margaret aveva parlato a voce alta, mentre depositava i fiori di campo, investita da una folata di vento freddo.
Stava pensando a Jordan. Lo vedeva seduto sulla poltrona di cuoio dell’ufficio di Londra, col nodo allentato della cravatta, con un baffo di Dior numero 57 all’angolo delle labbra. Aveva già smesso di sorridere, aveva assunto la sua aria professionale, proprio per affidarle quell’incarico.
“Begin from the beginning, Margie.”
Le aveva ordinato di parlare con i vecchi, con le mogli disperate, con i figli spaventati. Era un grande nel suo mestiere. Sapeva scovare la notizia anche là dove non c’era niente da raccontare. Sapeva costruirci intorno tutto un mondo.
Adesso voleva, anzi pretendeva, un articolo sull’occupazione della miniera di Crescent. I minatori si erano ribellati al padrone, lottavano per lo stipendio, per turni di lavoro più sopportabili. Ma questo a Jordan non interessava. Lui voleva una cronaca cattiva, fabbricata sul dolore della gente, senza umanità, senza rispetto, senza compassione. Sperava in uno scontro con la polizia, negli spari e nel sangue.
Jordan, oltre che il suo amante, era anche il suo datore di lavoro e lei aveva buttato un paio di vestiti nello zaino ed era salita in macchina controvoglia. Autostrada verso nord, poi viuzze di campagna, circondate da prati ben curati e staccionate.
Dentro, un senso di nausea che non era solo colpa delle curve.
Avrebbe dovuto recarsi subito alla miniera, ma dietro il suo bed and breakfast aveva visto un fiume, con un salice sulla riva e dei cigni che navigavano in superficie. Vicino al fiume c’era una chiesa ed accanto alla chiesa nove lapidi coperte da muschio umido. Aveva raccolto fiori di campo ed era entrata nel piccolo cimitero. Non sapeva perché, ma distribuire fiori sulle tombe dimenticate la faceva sentire bene.
Jordan aveva smesso da tempo di mandarle i fiori, ed anche di parlare di matrimonio.
Perché lui non era pronto.
Perché i suoi figli non erano pronti.
Perché sua moglie era depressa.
And you, Margie, I mean, your personality… It is so unusual…
Significava che lei era incapace di stare alle regole, era ribelle, anarchica. Come i minatori di Crescent, come l’eroe sepolto sotto la lapide davanti alla quale sostava in quel momento.

Oliver assaporò quel sottile sentore di foglie umide che proveniva dalla donna. Attraverso le nebbie del tempo, la voce di lei lo riportava fino a Magdalen.
Magdalen aveva un corpo più robusto, più legato alla loro terra, ed i capelli erano più grossi e neri.
La rivide d’estate, al tramonto, prendere in braccio il loro bambino, che aveva posto a dormire sul fieno, mentre loro due lavoravano nei campi. La rivide discinta fra le stoppie calde a mezzogiorno, con le braccia forti e fiere, le cosce sudate ed impudiche.
Magdalen aveva rifiutato la benda e non aveva gridato quando una rosa di sangue le era scoppiata sul corsetto, all’altezza del cuore.

Margaret guardò l’orologio. Faceva più freddo a causa del vento, ma il buio era ancora lontano. Era quell’ora particolare, subito prima del tramonto, quando i colori si stemperano e gli ultimi uccelli si alzano in volo.
Doveva telefonare in redazione, sistemare la roba in albergo, farsi una doccia. Doveva organizzare il lavoro per il giorno dopo.
Invece sedette sulla lapide dell’eroe, strinse lo zaino fra le ginocchia, respirò.
Che cos’è la vita, si chiese. La vita è vivere, direbbe Jordan, poi cambierebbe subito discorso.

Magdalen non aveva gridato ma Oliver si, agghiacciato all’idea di averla uccisa lui la sua donna, perché non era stato capace di tollerare il giogo che altri invece sopportavano. Magdalen lo amava, condivideva il suo desiderio di libertà, era pronta a seguirlo fino alla morte.
Perdonami, aveva gridato prima che loro sparassero ancora, ma lei era già morta e non aveva avuto il tempo di perdonarlo.
Li avevano separati. Magdalen seppellita a nord, sugli altipiani dove era nata. Lui qui. Il loro bambino scomparso, perduto.
Adesso c’era questa donna vicina che profumava di foglie e vibrava nell’etere come Magdalen, questa donna gentile che aveva portato dei fiori.
Sentiva gli steli recisi cominciare già a morire, sentiva la luce impallidire nella sera, sentiva il peso sul cuore della donna.
Forse Magdalen era lì, era tornata per dirgli che lo perdonava.

Margaret si alzò, accomodandosi lo zaino sulla spalla. Raccolse un fiore che era stato portato via dal vento e lo posò vicino all’iscrizione sulla vecchia lapide.


Oliver Conroy
Fucilato
Il dì 11 Novembre
Dell’anno 1892
Ribelle


“Ribelle”, mormorò Margaret, “un altro ribelle.” Cercò di trattenere i capelli sollevati da una raffica.
L’indomani, decise, avrebbe intervistato i minatori, raccolto le loro proteste, parlato col sindaco, con il pastore e col padrone della miniera. Non avrebbe pubblicato nemmeno una foto scandalistica, non avrebbe mai più scritto un solo pettegolezzo.
E, al ritorno, avrebbe detto a Jordan che non ci teneva nemmeno lei a sposarlo.
Mentre attraversava il cancelletto cigolante, si chiese ancora che cosa fosse per lei la vita. “La vita è il vento dell’ovest che mi ghiaccia il viso”, si disse, “il vento libero".

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Il bastone e la conchiglia

24 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Mentre chinava il capo, le conchiglie che teneva appese al cappello tintinnarono. Suono familiare come il suo stesso respiro. I piedi gonfi, coperti di vesciche sanguinanti, gli urlarono che era l’ora di fermarsi. Una lunga tappa quel giorno, per fortuna quasi tutta in pianura.
Sedette su una roccia, si appoggiò al bastone. “Fratello mio nodoso”, gli disse, “anche oggi è stata dura”. Si era abituato a parlare da solo, a non sentire i dolori, le ossa rotte. Si era abituato al sole a picco, al caldo e al gelo, alla pioggia battente. Anche per tutto quel giorno aveva piovuto, dolcemente e lentamente, senza freddo e senza vento, una pioggia fine e inesorabile che gli aveva intriso il feltro del mantello. Ora la pioggia era cessata e l’aria diventava a ogni istante più fresca.
Bevve alcuni sorsi d’acqua dalla zucca. Gesti divenuti meccanici, ripetuti ininterrottamente da quando aveva preso la via Franchigena, su su fino al terribile passaggio dei Pirenei, ed al raduno di Ponte la Reina, con gli altri pellegrini insieme ai quali, poi, aveva percorso i sentieri assolati della pianura. Erano in tanti a fare lo stesso cammino, trovando riparo nei monasteri. Lui era partito in primavera, marciando tutta l’estate, e ora, in autunno, era quasi giunto alla fine del suo viaggio. Un viaggio intrapreso nell’anno di grazia 1369, per compiere il suo dovere verso Nostro Signore Gesù, per mettere alla prova la sua resistenza, e per… per qualcosa che ancora non riusciva a definire. Forse era la voce di suo padre che gli rinfacciava la sua incapacità di essere un buon fabbro. “Sii almeno un buon cristiano, parti per questo viaggio, levati dai coglioni, tanto qui non servi a nulla.”
Chi tornava indietro, parlava di una piazza immensa, affollata di gente, di una cattedrale maestosa. “Santiago è come una casa, il suo atrio può accogliere centinaia di noi. Lì Dio ci è vicino, possiamo sentire il suo alito, la sua potenza.”
Alzò lo sguardo, come richiamato da qualcosa, forse un rumore, un frullo d’ali. Sbatté le palpebre. Chiuse gli occhi e li riaprì. Lassù, dove fino a un attimo prima vedeva solo il cielo che imbruniva, gli era parso di scorgere qualcuno, affacciato a un ponte che ora non c’era più. “Non c’è perché non c’è mai stato, Jacopo. Sei stanco, hai bisogno di dormire.”

****


John guardò giù dal cavalcavia dell’autostrada. Non sapeva nemmeno perché aveva fermato il camper sulla corsia d’emergenza ed era sceso senza il giubbotto fosforescente. Si aggrappò al parapetto e si sporse. Sua moglie, dall’abitacolo del camper, gridò: “What are you doing, what’s wrong?” Udì la voce di lei farsi stridula, impaurita, forse temendo un gesto folle da parte sua, un improvviso raptus suicida. Ma lui non ci pensava neppure a buttarsi.
Giù solo lattine, bottiglie di plastica, fogliacci sparsi nell’intrico di rovi. Eppure John si sentiva calamitato come se da là qualcuno lo chiamasse, come se, sotto il cavalcavia di un'autostrada spagnola, ci fosse il senso della sua vita. Proprio lì, si disse, passava l’antico sentiero dei pellegrini in marcia verso Santiago de Compostela.
****


Raggomitolato nel mantello umido, Jacopo si distese sull’erba. Era solo sul sentiero ben segnato dai tanti piedi che lo avevano calpestato negli anni, solo come desiderava essere in quell’ultimo tratto che lo avvicinava alla meta. “Cammina, cammina, Jacopo, ti sei perso nei meandri del tuo cuore, ma poi ti sei ritrovato”. Forse, si disse, non era un incapace fannullone come diceva suo padre, forse, semplicemente, Dio non voleva che lui diventasse un fabbro. Magari aveva qualcos’altro in serbo per lui. Doveva dormire, perché lo attendeva un giorno importante. L’indomani si sarebbe alzato all’alba, avrebbe mangiato il suo pane, e percorso l’ultimo tratto del cammino. Con forza, con coraggio, con fiducia, come se camminasse non verso Santiago, ma verso il futuro.

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