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storia

La schiava che il sultano amò

1 Febbraio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Quella di Rosselana è una storia di schiavitù, passione, amore, intrighi, potere, sangue e poesia.

Donna di nation Rossa, giovane non bella ma grassiada”, aveva scritto di lei Pietro Bragadin in un rapporto diplomatico al governo di Venezia.

Sulle origini di questa donna tra verità e leggenda c’era solo l’imbarazzo della scelta, tutte ben confuse a partire dal nome: Roxolana, Roksa, Roksolana e in occidente Roxelana o “la Rosselana” per i suoi capelli rossi. Infine Hürrem Haseki Sulṭān o Khurrem Sulṭān, in turco la sultana ridente. Il suo vero nome pare fosse stato Alexandra Anastasia Lisowska, almeno prima di finire nell’harem di Costantinopoli.

Oltre che nativa della Russia, che allora neppure esisteva, una terra chamata Moscovia semmai, era stata avallata anche come ucraina, polacca, persiana, perfino come un’improbabile contessa italiana. Verosimilmente era ucraina, figlia di di Hawryło Lisowski, un prete ortodosso, nata a Rohatyn forse tra il 1502 e il 1506, quando gran parte dell’Ucraina faceva parte del Granducato di Lituania, confluito poi nella confederazione con la Polonia.

Confuse pure le notizie su come Rosselana fosse finita nell’harem di Costantinopoli: rapita dai tartari, venduta a mercanti genovesi e portata al mercato di schiavi della capitale turca, secondo la più probabile. Pare l’abbia poi comprata l’albanese Ibrahim Pascià, gran visir e cognato di Solimano il Magnifico e donata al vecchio Selim I, padre di Solimano. Costui, ormai troppo anziano per certe prestazioni, l’avrebbe ceduta al figlio quando la schiava aveva circa quindici anni. Insomma, nomi, paesi d’origine e rotte commerciali non aiutano a fare chiarezza.

Fatto sta che Solimano è attratto dalla sorridente Roksolana: i due diventano intimi, confidenti, infine amanti. Lui, quando è lontano da corte perché impegnato nelle frequenti campagne militari, si fida solo delle notizie da palazzo ricevute da lei. Non è solo amore, ma anche convenienza: ha bisogno di qualcuno di affidabile che gli fornisca informazioni sulla situazione a palazzo e sceglie l’amata.

Dell’harem in occidente si aveva, e ancora si ha, uno stereotipo lontano dal vero, vale a dire un luogo di perdizione con schiave licenziose e discinte pronte a soddisfare i sollazzi di sultani debosciati. Invece l’harem era per molti versi tutt’altro: si faceva politica, si pianificava il futuro, si intrigava, oltre che tutto il resto. Era governato dalle madri e dalle mogli dei sultani e le concubine educavano i propri figli progettando per loro un avvenire migliore, cosa che poteva accadere. Nell’impero ottomano perfino uno schiavetto genovese, prediletto di un sultano, da uomo diventerà capo della flotta turca, come la schiava ucraina diventerà sultana.

Un giorno scoppia un incendio nell’harem ubicato nel cosiddetto Palazzo Vecchio, una costruzione staccata dal Topkapi, letteralmente “Porta del Cannone”, che era invece quello da cui si governava l’impero. Rosselana si trasferisce al Topkapi in attesa che la struttura venga ripristinata, ma nell’harem non farà più ritorno. È diventata una “haseki”, cioè la concubina preferita del sultano, scalzando ogni altra donna dal suo cuore.

Solimano aveva già avuto chissà quanti figli, di sicuro il primogenito Sehzade Mustafà designato quale erede legittimo, figlio della sua prima moglie, Mahi Debran Gulbahar, chiamata anche Gyulbahar, o Mahidevran. Per ironia della sorte e per sottolineare una pratica consolidata, anche questa proveniva dal mercato degli schiavi di Costantinopoli, ma è il solo aspetto che le due donne hanno in comune.

Mahidevran è rosa dalla gelosia per l’ascesa della rivale dai capelli rossi. Tra loro scoppia un alterco, vengono alle mani e Rosselana ha la peggio. Interviene Solimano con il quale la ex schiava gioca d’astuzia e dapprima si rifiuta di mostrare le ferite; Solimano insiste e lei cede solo dopo una lunga manfrina. Mahidevran viene immediatamente allontanata da corte e lui prende Rosselana come moglie ufficiale forse nel 1534. La corte ottomana è contraria al matrimonio, ma il sultano fa quello che vuole.

In verità la tradizione voleva che le preferite dei sultani avessero sostanzialmente due ruoli mai sovrapposti: amante e madre dell’erede al trono. Dopo aver dato alla luce il maschio, cessavano di essere le favorite e dovevano andarsene da palazzo con il figlio per allevarlo fino a quando avrebbe preso il posto del padre. Non sarà così per Roksolana che resterà a corte nonostante sei maternità, prima a rompere la tradizione e con grande scandalo dei dignitari della Sublime Porta, ma non sono loro a comandare.

Come Hürrem Haseki Sulṭān, Rosselana si è insediata nel centro del potere dove intrighi e complotti non finiscono mai. Tra leggende e verità, sempre ben confuse, in Occidente sulla sua fama ci si atteneva al peggio, cioè più o meno quanta ne godeva pure tra i suoi. Era dipinta come spregiudicata, assetata di potere, dedita a ogni genere d’intrallazzo. Al contrario, altre fonti ne parlano come una persona impegnata in opere di bene, protettrice degli studiosi e della religione, una delle donne più istruite e colte del tempo: riceveva ambasciatori, intratteneva corrispondenze con sovrani, nobili e artisti di tutto il mondo. Un personaggio controverso, esattamente come la sua storia.

Secondo i nemici tra le sue vittime c’era stato Ibrāhīm Pascià, gran visir nominato da Solimano: era stato ucciso e le sue proprietà confiscate. Pare che Hürrem mal tollerasse l'influenza di Ibrahim sul sovrano e il suo appoggio per la successione al trono di Sehzade Mustafa, a sua volta messo a morte con l’aiuto di un altro gran visir, Rustem Pascià. Secondo voci più benevole, invece, Rosselana avrebbe scoperto un complotto di Mustafà contro il padre e il sultano non ci aveva pensato due volte a farlo strangolare, salvo poi vegliarne il corpo per giorni impedendo a chiunque di toccarlo. In realtà Solimano amava i figli tanto quanto la moglie, ma la questione della successione alla Sublime Porta, con eredi che tentavano di prendere anzitempo il posto dei padri ammazzandoli, stava diventando una situazione imbarazzante per la monarchia ottomana e qualcosa andava fatto. Decise per le spicce.

Per altro, in assenza di norme precise per regolare la successione, la legge del fratricidio inserita nel Kanunname, in pratica il codice delle leggi, sanciva che, con l’assenso dei dottori garanti della legge coranica, detti Ulema, il sultano potesse uccidere i propri parenti in modo da sbarazzarsi di possibili pretendenti. Insomma, pare valesse il detto nostrano “poca brigata, vita beata”.

Solimano e Rosselana violeranno un’altra legge della corte ottomana: la concubina, infatti, non avrebbe potuto avere più di un figlio maschio, ma Hürrem ne avrà ben cinque, più una femminuccia. Incapaci di spiegare come possa aver raggiunto tanto potere, i suoi contemporanei l'accuseranno addirittura di aver stregato il sultano.

Tristissima la sorte dei figli: l’ultimo maschio, Cihangir, muore di dolore per la sorte toccata al fratellastro Mustafà al quale evidentemente era molto legato; Mehmet di vaiolo, Abdallah e la piccola Mihrimah in tenera età. Rimangono Selim e Bayezid.

Quest’ultimo si comporta come se fosse già sul trono scavalcando il padre, dispone, comanda, riceve ambasciatori come se il sultano vero non contasse nulla. Ma la goccia che fa traboccare il vaso è quando tenta di far fuori il fratello Selim, l’ultimo nato e, pare, prediletto da Roksolana. Il tentativo fallisce e Bayezid con dodicimila armati si rifugia in Persia, un traditore per i suoi, a quel tempo in guerra con i persiani. Per lui le cose volgono presto al peggio perché i due imperi firmano la pace e Solimano impone come condizione che gli uomini di Bayezid vengano tutti uccisi. Lui e i suoi cinque figli gli sono invece consegnati e sarà il sultano in persona a ordinare l’esecuzione dell’intera famiglia nel 1561. Costo dell’operazione quattromila monete d’oro che lo shah persiano Tahmasp incassa a lavoro ultimato.

Nel frattempo Rosselana si è ammalata. Solimano non si allontana un solo giorno dal suo capezzale, ordina perfino il rogo di tutti gli strumenti musicali di corte per non disturbare la sua quiete, ma la sposa spira tra le sue braccia il 18 aprile del 1558. Viene inumata in un mausoleo decorato con scene del Paradiso Terrestre. Poco distante sarà eretto quello del marito ed entrambi annessi alla moschea che porterà il suo nome.

Dopo la morte di Roksolana, Solimano il Magnifico, che qualche pecca se l’era dovuta pur riconoscere, vivrà il resto dei suoi giorni distrutto dal dolore, in solitudine, triste, sempre più lontano dalla gestione del potere. Scriverà poesie dedicate all’amata. Morirà il 6 settembre 1566 durante l’assedio di Szigetvár in Ungheria. Aveva annunciato che quella sarebbe stata la sua ultima campagna militare e che non sarebbe tornato. Sarà di parola.

Nei secoli soprattutto l’aspetto amoroso di questa storia ha ispirato scrittori e artisti e pure lo scrivente, che artista non è mai stato e come scrittore è solo un dilettante, ha pensato di accennarne nel suo libro Il Signore di Notte, un giallo ambientato a Venezia nel 1605.

 

 

Gustavo Vitali

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Quando a Venezia ci si giocava la camicia

31 Gennaio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia

 

 

 

 

Dicono che tutto ebbe inizio nel 1172. Un capo mastro di origine bergamasca, tale Nicolò Barattieri, riesce a rizzare due enormi colonne trasportate dall’Oriente come bottino di guerra. Erano rimaste abbandonate per decenni sul molo di San Marco perché nessuno sapeva come fare.

A lavori conclusi alle loro sommità svetteranno le statue di San Totaro, cioè San Teodoro, e del leone alato di San Marco, segnando per sempre l’accesso all’area marciana per chi proveniva dal mare. Ci sarebbe stata anche una terza colonna, ma andò perduta nel fango della laguna durante le operazioni di scarico.

Il Barattieri si era già segnalato per la realizzazione della cella del campanile di San Marco mettendo in campo tutto un marchingegno di casse di legno mosse da carrucole che agevolarono il trasporto dei materiali sino alla cima della torre. Resterà nella storia anche per aver costruito il primo Ponte di Rialto, tutto in legno. Anche nel caso delle colonne impiegò un ingegnoso e complicato sistema di corde bagnate, paranchi e zeppe.

A lavoro ultimato ebbe pure il suo bravo tornaconto: ottenne dal doge Sebastiano Ziani che attorno alle colonne fosse decretata una zona franca dove praticare il gioco d’azzardo fino ad allora proibito ovunque nella Serenissima. Pare fossero molto di moda i dadi, tanto che entreranno a far parte dello stemma di famiglia, fino che un discendente dell’ingegnoso bergamasco deciderà di abiurarli come simboli di un deprecabile passato connesso con il vizio. Infatti, con il tempo il termine “barattieri” era finito per designare i gestori di banchi per il gioco d’azzardo, una consorteria regolata da norme fisse, tacitamente riconosciute e accettate dai biscazzieri, cioè i padroni delle bische.

Cosicché il malaffare prese a dilagare ovunque. Il gioco era per lo più favorito dal calendario veneziano che segnava un’infinità di feste, numerose ricorrenze di santi protettori di parrocchie e corporazioni, sagre e altro, una manna per i barattieri di ogni parte che piovevano in città per svuotare le tasche agli allocchi. Nel 1487 era stato poco saggiamente permesso il gioco in occasione delle feste nuziali e durante il lungo periodo del carnevale quando tutta la città indossava la “bauta”, cioè la maschera, anche bari e truffatori. Il doge Andrea Gritti lo aveva revocato, ma il danno era fatto. Le colonne di piazza San Marco erano oramai diventate il ritrovo della peggior feccia. Ma carte e dadi sbucavano dappertutto, per strada, nelle case e nei cosiddetti “Casin dei Nobili”, case da gioco contrabbandate per salotti da conversazione. Ci si rovinava anche nei “redutti”, ovvero bische clandestine, e più di un’attività nascondeva sotto vesti legali quella dell’azzardo. Biscazzieri per antonomasia erano i barbieri, poco importando loro dei pochi ducati di multa o di qualche settimana di carcere perché l’azzardo fruttava più del mestiere di “conzateste” o radere barbe. Famosa tra Rinascimento e Barocco la bisca nascosta nella bottega di barberia di Vicenzo Gobbo a San Stin nel sestiere di San Polo. Il Vincenzo era pure finito in carcere, ma la bisca aveva continuato a prosperare.

Giocatori, bari, biscazzieri, “tagliatori” e tutto il serraglio di prostituzione e lenoni connesso si beffava di guardie e zaffi, quando addirittura non venivano presi a botte e talvolta anche peggio. Alcuni bari godettero di grande fama, come Zuane Martini, detto “Balla” o “Balletta”, tanto noto che ho deciso di farne un personaggio del mio libro giallo Il Signore di Notte ambientato nella Venezia del 1605. Anche la bisca del Gobbo nel racconto diventa meta delle indagini.

L’insanabile piaga infestò in modo trasversale la società veneziana in ogni epoca e senza distinzione di rango. L’azzardo era nell’aria, compenetrato nella città stessa, amalgamato con i traffici commerciali e con gli arricchimenti, connesso alla storia di Venezia fin dai tempi più remoti e non solo dal 1172. Le sentenze degli Esecutori Contro la Bestemmia e quelle delle altre magistrature che li avevano preceduti per competenza in materia non incutevano alcun timore. Il male non era regredito d’un passo neppure di fronte alle più severe sentenze di bando, messa alla berlina e carcere.

L’elenco dei modi per buttar via soldi era davvero lungo: piastrelle, primiera, gilé col bresciano, trappola, stusso, cricca, minoreto, trentaun per forza, sequentia, chiamare, dar la cartaccia e banco fallito. Un gioco molto diffuso era la basseta, un vero flagello. Il proverbio veneziano “la matina una messeta, dopo pranzo una basseta e la sera una doneta”, cioè alla mattina la messa, al pomeriggio il gioco della “basseta” e la sera una donna, l’avrebbe detta lunga, ma c’era poco da ridere perché il gioco era una peste che divorava i pochi denari dei poveracci e interi patrimoni dei ricchi. Susciterà clamore la disavventura di un giovane patrizio che al gioco aveva perso ogni avere, perfino le fibbie d’oro che adornavano le sue calzature. Nel tentativo di rifarsi alla fine si era giocato pure la propria promessa sposa. Nessuno ha tramandato come si era chiusa la vicenda della poveretta.

Il gioco aveva pesato anche sulle casse dello stato. Tra il 1776 e il 1788 per rimpinguarle il governo aveva deciso di aprire le porte del patriziato a quaranta famiglie, vendendo il titolo per 100.000 ducati. In precedenza, tra il 1646 e il 1669, questa misura era già stata adottata con successo in altre due occasioni quando c’era stata la corsa per accaparrarselo. Questa volta non fu così: solo tredici famiglie furono disponibili a scucire la somma. Tra le ragioni di tanta disaffezione alcuni studiosi hanno individuato nel gioco del lotto la rovina di molte famiglie. Bersaglio di numerose proibizioni, come quella del 7 luglio 1603 con la quale il Consiglio dei Dieci aveva tentato di non “permetter alcuna sorte di Loti”, perché evidentemente ce n’era più di un tipo, era stato infine regolamentato dal governo nel 1734.

“Chi è causa del suo mal …” si potrebbe concludere. Invece, preferisco sottolineare la grandezza dell’antica Repubblica di Venezia, oltre undici secoli di gloria, retta in generale da governi avveduti, quando non geniali, da personaggi responsabili e quasi sempre all’altezza delle situazioni. Va bene! Qualche vizietto glielo possiamo concedere.

 

Gustavo Vitali

 

Per ulteriori informazioni sul libro giallo Il Signore di Notte contattare l'autore del libro: Gustavo Vitali – 335 5852431

 

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Prostitute e cortigiane nella Venezia del Rinascimento

30 Gennaio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Ho appena pubblicato il libro Il Signore di Notte, ambientato nella Venezia nel 1605, alle soglie del Barocco, un giallo fitto fitto, ma con l'aggiunta di brevi divagazioni storiche per contestualizzare il racconto nella sua epoca.

Ci sono anche riferimenti al secolo precedente, cioè il Rinascimento, un periodo per la Serenissima di grande splendore artistico e non solo, a discapito di altri ambiti dove erano cominciati i primi sintomi di quel declino sebbene ancora lungi da venire.

Una delle particolarità della società veneziana in ogni sua epoca, e in particolare durante il Cinquecento, è stato il gran numero di donne dedite alla prostituzione. Gli storici hanno giustificato questo fenomeno con la stessa connotazione di una città tutta orientata verso il commercio e con molti “foresti”, mercanti soprattutto, che vi si recavano per curare i propri affari. Si trattava per lo più di uomini soli … il resto potete immaginarlo.

A favore delle “femene publiche” ci si erano messi pure i costumi del tempo: le ragazze di buona famiglia, ma anche le figlie di comuni cittadini, vivevano sotto controllo dei genitori e godevano di ben poche libertà fino al giorno delle nozze. Quindi gli scapoli avevano rare occasioni di trovare compagnia femminile: circuire qualche poveraccia chiusa contro voglia in convento (casi come quello manzoniano della monaca di Monza e del “tristo” Egidio erano tutt’altro che eccezioni!) oppure darsi all’amore prezzolato.

Fatto sta che a metà del 1500 ne furono censite 11.654 in una città già popolosa di suo, passata dai 130.000 abitanti nel 1540 ai quasi 170.000 nel 1563, terza d’Europa dopo Parigi e Napoli che verso la fine del secolo ne contavano più di 200.000.

La prostituzione a Venezia era fortemente controllata dal governo a partire da dove ammessa e dove no. In pratica era stata confinata entro certi limiti toponomastici, o almeno così avrebbe dovuto esserlo. Per accalappiare i forestieri le meretrici fin dal XIV secolo avevano esercitato la professione nei dintorni di Rialto dove la presenza di mercanti e denaro era scontata. Nel 1421 il governo aveva deciso un giro di vite: le donne dedite al mestiere erano state relegate nel quartiere Castelleto, un vero e proprio ghetto vigilato dalle guardie e aperto dal mattino fino all’ultima campana della sera. Poi tutte a casa, pena la frusta.

Neanche mezzo secolo dopo il giro della prostituzione si era trasferito nelle case del patrizio Priamo Malipiero, sempre in zona Rialto, per poi dilagare un poco ovunque, tanto che dopo il decesso del nobiluomo gli eredi avevano chiesto sgravi fiscali: affittare alloggi alle prostitute rendeva oramai assai poco, visto che nel frattempo erano sparse in mezza città.

Se regolamentare la prostituzione aveva dato scarsi risultati, al contrario tassarla ne aveva dati di ottimi. Dalle imposte sull’amore prezzolato ogni anno pareva uscissero i soldi per allestire quattro galee e nel 1514 le meretrici erano state bersaglio di una pesante tassa straordinaria destinata a finanziare il dragaggio dei fondali dell’Arsenale.

Come detto pocanzi, un uomo solo aveva poche scelte per soddisfare certe voglie. Questo aveva determinato un ulteriore aspetto della società veneziana: l’omosessualità, tanto diffusa che al fenomeno si era fatta perfino una certa abitudine. Tuttavia, contro quello che era ritenuto un vero flagello, ancorché generato dagli stessi costumi che tagliavano i ponti verso rapporti eterosessuali fuori dal matrimonio, e sollecitate dall’incessante tuonare della Chiesa, le istituzioni ne avevano pensate di ogni, ma c’era stato anche dell’altro. Pareva che un bel giorno, tra omosessualità dilagante e nutrita concorrenza, i proventi delle prostitute avessero subito una forte contrazione, al contrario delle gabelle che erano rimaste intatte. Queste avevano sollevato un gran polverone e animate proteste a seguito delle quali il Consiglio dei Dieci, una delle tante magistrature dell’organigramma della Serenissima, era prontamente intervenuto. Ecco la sua “illuminata” delibera: facendo leva sulle attrattive più arrapanti della bellezza femminile, aveva imposto alle prostitute di esibirsi alle finestre di casa a seno scoperto o gambe nude per invogliare gli uomini alla loro frequentazione. Accertata una conseguenza: un ponte di Venezia aveva preso il nome di Ponte delle Tette.

Questo ponte esiste ancora oggi nella zona delle Carampane in contrada San Cassiano, dove era stato infine confinato il grosso della prostituzione sulla quale avevano continuato a piovere restrizioni. Carampane con il tempo diventerà anche l’epiteto per designare una donna avanti con l’età e dalla bellezza sfiorita: vecchia carampana!

Allora come oggi nella professione più antica del mondo si potevano individuare livelli d’ogni sorta: c’erano donne che rimediavano giusto un boccone, magari rischiando la morte per malattie orribili, e quelle che potevano permettersi paggi e servitori, tanto che tra le restrizioni di cui pocanzi una imponeva il divieto di assumere domestici minori di anni trenta. Per altro le limitazioni erano spesso allegramente disattese e senza nessun mal di testa da parte degli organi di controllo. La funzione sociale della prostituzione e il suo cospicuo gettito fiscale facevano chiudere un occhio al governo, anzi tutti e due. Probabilmente più per quest’ultimo motivo che non per il primo.

Un discorso a sé meritano le cortigiane, da non confondersi con le normali prostitute con le quali bastava pagare per entrare nel loro letto, anche a prezzi stracciati e squallore incluso. Al contrario le prime erano disponibili solo per persone di un certo rango e con le tasche ben provviste; per nulla scontato ottenerne i favori, perché queste dame non accettavano chiunque nelle proprie grazie. Erano spesso donne di buona educazione che sapevano intrattenere gli amanti, oltre che soddisfarne gli ardori. Spesso vantavano una cultura raffinata e tra loro non erano rari i talenti in ambito letterario e artistico. Frequentavano i salotti e gli uomini non disdegnavano affatto farsi accompagnare da loro in momenti conviviali. Erano definite “cortigiane honeste” per distinguerle dalle normali meretrici, dette “cortigiane di lume”.

Circa le prime, avevano avuto notorietà i componimenti di Pietro Aretino celebranti le lodi di Angela Dal Moro, alla quale era rimasto appiccicato il nomignolo di “zaffetta” perché figlia di uno “zaffo”. Gli zaffi erano gli informatori della polizia e questo tradisce le umili origini della donna dalle quali si era affrancata grazie al lavoro di cortigiana, ma anche con lo studio, abbinando profonde conoscenze d’arte, musica, letteratura ad attrattive fisiche, modi amatori raffinati ed eleganza. Aveva goduto di un fascino capace di suscitare forti emozioni negli uomini che la avvicinavano. D'altronde, senza fascino e tutto il resto non si poteva svolgere questa professione che poteva garantire agi e ricchezze, ma anche dolori, come per una sua collega della quale leggerete poco avanti.

Della Zaffetta era rimasto ammaliato il grande Tiziano che la ritrasse nuda, niente in confronto dell’ossessione avuta per lei dal collega Paris Bordon che la utilizzò come modella in un numero impressionante di opere. Il che è tutto dire per un pittore che aveva realizzato capolavori come la “Sacra Famiglia”, la “Sacra Conversazione”, il “Sant'Ambrogio” e una pala per la chiesa di Sant'Agostino a Crema.

Veronica Franco (1546 – 1591) di certo la più famosa, poetessa oltre che cortigiana d’alto rango. Su di lei si sono spesi fiumi di inchiostro e dedicati anche dei film. Appare anche nel recente documentario “Io sono Venezia”, più volte trasmesso sui canali RAI, una carrellata sulle origini e storia della Serenissima (vedi link). La foto a corredo di questo articolo rappresenta l’attrice che la interpreta.

La Franco, donna affascinante, bellissima, era diventata tanto conosciuta da essere richiesta perfino dai monarchi in visita al governo, come Enrico III di Francia che soggiornò a Venezia nel 1574. Il “Catalogo delle principali e più honorate cortigiane di Venezia”, un opuscolo del 1565 con nomi, indirizzi e tariffe delle donne dal letto facile più in vista, a suo proposito aveva annotato che un suo bacio sarebbe costato sei scudi, cinquanta il servizio completo.

Ovviamente non aveva potuto godere del rispetto dato alle donne “normali” e aveva dovuto farsi strada da sola. Aveva studiato da autodidatta e cercato i propri mecenati tra uomini colti ed entrando a far parte di circoli culturali. Dopo la pubblicazione e il successo dei suoi lavori letterari, aveva fondato un'istituzione caritatevole a favore delle cortigiane e dei loro figli.

Lasciata Venezia per sfuggire alla peste del 1575, aveva avuto un rientro amaro: i suoi beni erano stati saccheggiati. Per lo più nel 1580 era stata processata dall’Inquisizione per incantesimi, un’accusa comune per le cortigiane dell'epoca. Ne era uscita assolta. ma la sua vita non sarebbe tornata a essere quella di prima. Perse tutte le ricchezze, dopo la morte del suo ultimo benefattore, si ritrovò priva di sostegno finanziario. Dei suoi ultimi anni si sa poco.

Di questo mondo ora oscuro, ora sfavillante, dell’amore mercenario e dell’erotismo a tariffe variabili troveranno molto altro i lettori de’ “Il Signore di Notte”, un giallo con importanti risvolti storici.

Per ulteriori informazioni sul libro giallo Il Signore di Notte contattare l'autore del libro: 

 

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BERLINO ULTIMO ATTO di Heinz Rein (1906 – 1991)

30 Agosto 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il romanzo di Heinz racconta le ultime settimane di Berlino come capitale del Reich nazista, nell’aprile del 1945; i sovietici premono sulla città e si respira un clima da finis mundi. I cittadini vivono sotto i bombardamenti, fanno lunghe code per prendere un po’ di cibo, si muovono schiacciati tra gli assedianti e gli scherani del regime hitleriano, sempre pronti a trovare e punire oppositori veri o presunti.

La narrazione si incentra sul ruolo di alcuni cittadini che, pur nell’angoscia di quei giorni, aspirano a costruire un domani migliore; sono naturalmente degli oppositori del nazismo e appartengono alle forze politiche che in passato si sono infruttuosamente opposte a Hitler. A queste persone che tentano di sollecitare la popolazione a reagire, si aggiunge il soldato disertore Lassehn che rappresenta un giovane stanco della guerra e della propaganda, ma ingenuo e privo di formazione politica tanto da dover essere guidato dagli altri personaggi ben più maturi di lui. Si dovrà puntare su individui come lui per l’avvenire della Germania, sembra questo uno dei messaggi del libro, dato che il giovane ha la fermezza di contestare il regime per aver fatto credere a tutti che nazismo e nazione tedesca siano la medesima cosa.

È un romanzo appassionante e che sa emozionare, con meticolose descrizioni della città martoriata, ma l’opera ha non pochi limiti. Alcuni evitabili, legati alla traduzione che usa termini fuori posto e fuori tempo come sfangare, financo, zompo. Non ho apprezzato le lunghissime  filippiche messe in bocca ai personaggi molto critici verso il popolo che si è accodato al dittatore. Sono passi molto pesanti e ripetitivi, da opera scopertamente didascalica, figli di una insistita superiorità verso la massa pavida dei cittadini. Evidentemente lo stampo etico-politico dell'opera pubblicata nel 1947 giustificava questo; però a tratti sembra un romanzo ottocentesco con frequenti descrizioni di ambienti e persone, con finestre in cui si giudica con durezza la moralità o la mancanza di moralità delle masse, spezzando il ritmo narrativo.

L’arrivo dei russi è visto come il sospirato arrivo dei liberatori; c’è solo un debole accenno nel finale alle numerose violenze da loro compiute sulle donne dopo la vittoria. Perciò è un libro sicuramente da leggere, ma usando lo scudo della pazienza.

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DAVANTI A TRIESTE di Mario Puccini (1887-1957)

22 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

Il giovane sottotenente Mario Puccini, marchigiano di Senigallia, raggiunge il fronte nel 1916. Appena messo al comando di un plotone di soldati più esperti e più anziani di lui, cerca di trovare un colloquio con questi uomini semplici, obbligati alla guerra, diffidenti verso gli ufficiali. Nonostante la differenza di cultura (Puccini tiene nel suo zaino Foscolo, Leopardi, Dante), riesce con un insieme di bonomia e autorità a fare breccia tra loro che trovano in lui un consigliere oltre che un capo. La quotidianità del vivere insieme è pienamente esaltata nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti dei compagni; ma non si deve pensare a una prosa semplice e poco studiata. In realtà oltre a vari slanci lirici nelle descrizioni dei paesaggi, il linguaggio si apre a immagini vivissime, a tratti quasi di gusto futurista: " .. il cannone da campagna ciancia i suoi proiettili tra i denti e li caccia via ... Nei bagliori prodotti dai colpi in partenza, ti par vedere torsi di colossi muoversi tra masse di ferro incandescente".

Non mancano toni elegiaci come nel legame con la dolina carsica fatta attrezzare sotto i suoi ordini e poi lasciata con un velo di tristezza, tanto da tornarvi appena possibile e gustarne con esibita malinconia i cambiamenti intervenuti dopo che un altro reparto vi si era sistemato. E dovunque c'è un'attenzione somma al carattere genuino e popolano dei suoi subalterni, uomini capaci di ribellarsi se manca il tabacco, ma in buona parte disposti al sacrificio nei momenti delicati. Colpisce soprattutto la coralità (peraltro parziale) del racconto in cui i vari soldati, sollecitati dall'autore, danno le proprie impressioni.

Le azioni descritte sono quindi quelle vissute a livello principalmente di plotone, con le sofferenze patite nella quotidianità della guerra; è però una sofferenza resa meno aspra dalla collaborazione tra gli uomini, dal gusto della battuta facile, dallo sguardo di un paesaggio che non stanca; non ci sono particolari attacchi verso i superiori e anche la polemica verso gli imboscati non decolla mai. Oltretutto le operazioni cui Puccini prende parte, sono tutte concluse con dei successi tattici, per quanto sanguinosi.

Le particolarità dell'opera sono quindi legate allo stile e alla capacità di raccontare alternando la voce del memorialista e le voci dei vari soldati, costruendo in parte un racconto dal basso della guerra sul Carso, fatto piuttosto raro nella letteratura del periodo.

Mario Puccini, oggi poco noto, fu una personalità culturale poliedrica; figlio di un editore ed editore egli stesso, conobbe Ungaretti con cui ebbe un vivo scambio epistolare durante il conflitto. Scrisse romanzi, saggi, novelle. Fu anche uno studioso di letteratura spagnola.

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DIARIO DI GUERRA DI UN CADUTO SUL CARSO

11 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

È un libro breve quello del soldato Antonio Poli; poche pagine con notazioni semplici costituiscono il suo diario di guerra. D'altronde l'esperienza bellica è concentrata in un pugno di mesi; agli inizi del 1916 viene arruolato e destinato alla Brigata Salerno, a luglio è sull'Altopiano di Asiago, nel mese successivo il suo reparto si sposta sull'Isonzo.

La prosa è lineare e non ci sono grandi episodi, anche se il realtà il dramma è sempre a pochi metri da lui che ci racconta di bombardamenti riportando i nomi dei caduti, di un assalto, di qualche momento di pausa in cui può scrivere a casa, augurandosi di avere presto una licenza. Nel suo paese lo attendono la madre, la sorella e tre figli; lui ha già perso la moglie e perciò la partenza per la guerra, a 31 anni, è una vera iattura. Viene da chiedersi, quale necessità ci fosse per lo sforzo bellico generale di avere in prima linea un padre di tre figli, per giunta vedovo; un incarico nelle retrovie, lontano da fronte, lo avrebbe legittimamente salvato. Chissà, forse c’erano gli estremi per fare una richiesta specifica di questo tipo.

Ma nelle poche pagine del testo non c'è polemica o lamento, ma l'implicita accettazione del dovere. Le sue spoglie poterono tornare nel suo villaggio, insieme alle sue cose, tra cui il diario, grazie a un barelliere suo compaesano; il testo, fortunatamente recuperato, è stato custodito e poi pubblicato ad opera dei discendenti. C'è quindi, in questo senso, un finale positivo a una vicenda triste. L'immagine di lui, caduto sul Carso il 9 ottobre 1916, è quella di uno degli innumerevoli soldati di  semplice estrazione; i suoi genitori  erano stati emigrati in America Latina e lui lavorò come mugnaio prima della guerra. È uno dei tanti, partiti e mai più tornati, ma non per questo dimenticati.

 

 

                                                                                                                                                                                       

 

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Antonio Scurati, "Il rumore sordo della battaglia"

9 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia


 

 

 

Il rumore sordo della battaglia

Antonio Scurati

Bompiani , 2018

 

 

Il romanzo storico di Scurati è raccontato in prima persona dal protagonista, il giovane Sebastiano; è un esponente della piccola nobiltà, nato nel 1476 in un'Italia dove lo splendore delle corti avrebbe mostrato presto crepe politiche e militari tali da aprire la strada alle invasioni straniere. Quando il ragazzo, rimasto orfano del padre, caduto combattendo da cavaliere contro le picche svizzere nella battaglia di Morand, imbraccia le armi, la penisola subisce nel 1494 l'invasione di Carlo Ottavo; in questo periodo c'è l'incontro con Giovanni Dellanotte detto Malacarne, un misterioso e cupo mercenario, a capo di una setta (i Fratelli) di cui lentamente nella vicenda si spiegano le particolarità. Mentre la guerra infuria, il ragazzo si lega al feroce e carismatico condottiero; la sua setta ha come scopo la guerra combattuta a viso aperto, sfidando il nemico con armi bianche, da cavalieri, come nel Medioevo. Ma già appaiono armi come cannoni, colubrine, spingarde, archibugi che iniziano a cambiarne il volto; gli intrepidi cavalieri vengono abbattuti da lontano dalle nuove armi. Questo per Dellanotte è intollerabile; è un modo in cui il soldato riesce a ingannare la morte, vincendo in modo subdolo, senza onore, senza guardare negli occhi l'avversario. I Fratelli combattono invece diversamente, bramando di uccidere da vicino. Il Malacarne e i suoi passano da una compagine all'altra, ora sono con gli Spagnoli, ora con i Francesi, poi da soli. Appaiono come dei "luddisti della guerra"; le armi da fuoco vanno distrutte e anche quelli che le usano, chi lavora con la polvere pirica merita la morte, gli stessi artigiani e operai che fabbricano gli archibugi vengono trafitti senza remore. La loro è consapevolmente una lotta contro la storia, ma non importa, perché non amano la vita e sono voluttuosamente attratti dalla morte in battaglia insieme ai compagni. La morte tramite il ferro, non il fuoco, è l'unica misura della grandezza tragica cui il cavaliere deve tendere. Sono personaggi maledetti; non credono nella vita ultraterrena, quella terrena è accettata solo in quanto se ne auspica la fine in modo violento, in un'orgia di sangue. È un cupio dissolvi. Non importa vincere, ma morire nel modo giusto. Conta solo che ci sia una battaglia e che sia grande, spiega Giovanni Dellanotte. Il giovane aderisce a questa filosofia disperata, cercando un ruolo e una identità nel suo inquieto vivere, agitato da sogni in cui appare il padre che non ha mai conosciuto. Non c'è nulla di romantico nella loro impostazione antitecnologica; il loro "viva la morte" viene descritto, a un certo punto, come qualcosa di animalesco. Solo la condivisione  con i compagni di questo reiterato "abitare la battaglia" getta un filo di luce, quella dell'amicizia, su esistenze senza speranza. Improvvisamente il protagonista si stacca dai Fratelli, dopo l'ennesimo massacro; addirittura decide di diventare un archibugiere, tradendo lo spirito della Fratellanza; questa svolta non ci appare ben spiegata e approfondita, ma non sembra dettata da un ripensamento etico, dato che permane un fondo di disperata accettazione della vita da soldato. È uno dei punti deboli del libro. L'altro aspetto che lascia perplessi è l'insistere sulla fisicità, sulla carnalità, sugli istinti; sembra che l'autore senta il costante bisogno di convincerci che quella era un'epoca di brutalità e di conseguenza si deborda in fatto di descrizioni di violenze e di torture.

Invece le ambientazioni  delle battaglie sono superbe; si parla di eventi storici come la battaglia di Fornovo e quella di Pavia e di personaggi come i Borgia e i capitani di ventura dell'epoca.

Nel complesso un bel libro, in cui la luce del Rinascimento lascia posto alle brutture di guerre senza fine, in un mondo di diffusa corruzione.

 

 

 

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Un fante lassù. Uomini e vicende sul fronte italiano della grande guerra

17 Febbraio 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il libro di Gino Cornali (Tarka edizioni) è il memoriale di un ventenne che come molti coetanei allo scoppio della guerra del 1915 sente l'impulso di partire volontario. Le sirene del patriottismo suonano fortissime anche per lui che come altri universitari si presenta subito in caserma per combattere contro l'Austria. Divenuto ufficiale di complemento, combatte nei momenti più delicati sugli altipiani e sul Carso; è a Passo Buole durante la Strafexpedition, poi sul Carso come tenente comanda una compagnia. Pur nel dolore della vita di trincea e pur non mancando molti screzi con ufficiali più insipienti che capaci, permane in lui la convinzione di aver fatto la scelta giusta. Vive il trauma di Caporetto che ci consegna con immagini efficaci; provenendo da un periodo nelle retrovie, il suo viaggio di ritorno verso il fronte gli fa incontrare migliaia di uomini in disarmo, senza guida, incamminati lungo i binari, frammischiati ai civili, convinti di dover solo scappare.

Due sono gli aspetti che in generale restano impressi; innanzitutto la fratellanza con gli altri ufficiali mentre con i subalterni c'è spesso un rapporto di stima reciproca. È questo mondo di relazioni cameratesche che l'autore sente purtroppo di perdere quando arriva il congedo, mentre si trova a Lubiana a guerra ampiamente terminata. Le paure per l'avvenire, i dubbi sulla vita da civile, il timore di aver perso tempo al fronte mentre i furbi si imboscavano nei posti migliori, l'angoscia di perdere gli amici veri emergono in modo struggente. È la fine di un mondo per un giovane che dopo quattro anni in divisa sente di dover ricominciare tutto da capo, come se non avesse fatto nulla nei suoi  anni migliori, aggravato dal fardello della trincea che poco servirà lontano dalle armi. C'è lo smarrire un'identità, costruita nei pericoli della guerra che aveva creato rapporti intensissimi tra uomini che dovevano contare gli uni sugli altri, correndo gli stessi rischi. Relazioni irripetibili, quindi.

L'altro aspetto attiene al dopoguerra e alle prevedibili difficoltà di inserimento, già messe in conto da chi prevedeva disordini sociali e quindi bisogno di guide forti. Come gli spiega infatti un suo superiore, ci vuole un dittatore che costringa all'obbedienza un popolo capace di perdersi, pronto a reclamare concessioni sproporzionate: "Vinceremo senza dubbio gli austriaci; ma bisogna poi vincere anche noi stessi. Vincere la pace, dopo aver vinto la guerra; e non tradire i morti col frustrare la vittoria. Sarà necessario un governo forte che non abbia paura del sangue e delle barricate (..) meglio un dittatore".

Non resterà in effetti, a molti tornati dal fronte, che buttarsi tra le braccia di chi era pronto a valorizzare la generazione dei reduci, pieni di ferite fisiche e morali e soprattutto timorosi di non vedere un adeguato riconoscimento dopo il sacrificio compiuto per vincere. Il memoriale, edito nel 1934, termina non a caso inneggiando "al Fante dello Javorkec e di quota 144, colui che aveva guarito le nostre malinconie", ossia al Duce. Così l'ex studente volontario di guerra contro l'autoritarismo degli Imperi Centrali, finì come tanti altri, nella complessa situazione storica del tempo, per appoggiare il regime autoritario che esaltava il grande sacrificio compiuto al fronte.

Resta un'opera intensa, con molte pagine liriche, scritta da un ventenne che portò la divisa dal 1915 fino al settembre 1919, quando fu congedato col grado di capitano dopo che il conflitto era terminato da quasi un anno.

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Bei ricordi della “tolleranza repressiva”, come la chiamava Marcuse

31 Marzo 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #storia

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro – pubblicato nell’originale inglese da New English Review, tradotto in italiano da Patrizia Poli.

 

Il contesto: l’Italia durante gli anni di piombo nei secondi anni settanta.  

 

La situazione: dopo la seconda guerra mondiale, si era creata una tregua camuffata da pace; l’Italia era riuscita a rimanere nell’Occidente, ed era divenuta un membro della NATO. La sinistra italiana non poteva accettare questa realtà, né poteva farlo il blocco sovietico. Ma il boom economico degli anni cinquanta e sessanta aveva distrutto qualsiasi speranza realistica di una rivoluzione marxista. Con l’economia che peggiorava nei tardi anni sessanta, e poi con la crisi del petrolio, la sinistra, i sindacati di sinistra, e la sinistra extraparlamentare cercarono tutte di trarre vantaggio dalla situazione. A suon di picchetti, scioperi, dimostrazioni sempre più frequenti e tumultuose, edifici occupati, e di tutti i mezzi a loro disposizione, un certo numero d’italiani, ingenui ma duri, si persuasero che il destino dell’Italia fosse nelle loro mani piuttosto che in quelle delle due superpotenze e dei loro alleati. Perciò, fecero tutto quanto poterono per realizzare una rivoluzione marxista. I simpatizzanti dell’estrema sinistra – i radicali, quelli che tiravano bombe Molotov e facevano fuoco durante le dimostrazioni – e i terroristi in piena regola, decisero di prendere una scorciatoia, e si dettero alla lotta armata, trasformando le principali città della nazione in zona di guerra.

 

Tali convulsioni riaccesero la miccia, e cominciò così la “strategia della tensione” - con bombe presumibilmente esplose da agenti italiani (ma non necessariamente), i quali seguivano l’agenda delle organizzazioni straniere o dei governi che non comparivano (“stay-away-gornments”).

 

Logistica dell’autore: giusto nel mezzo di tutto ciò, da ragazzo, nel liceo più caldo di Milano.

 

Il nuovo anno scolastico poteva cominciare trionfalmente, con uno sciopero, seguito da un’assemblea generale.

 

Il liceo scientifico Leonardo da Vinci era dotato di quella che oggi è conosciuta come la sala dei congressi della provincia di Milano, un auditorio che accoglie cinquecentoventicinque ospiti ma, allora, con sedili più striminziti, di più.  Era sottoterra, proprio sotto la scuola. Gli attivisti politici lo avevano requisito, e trasformato nell’aula magna delle loro assemblee generali.

 

Io saltavo le assemblee ogni volta che le circostanze me lo permettevano, ma era prudente non saltarle tutte, poiché eravamo osservati dalla Psicopolizia (per usare il termine coniato da Orwell in 1984), e un saltatore seriale poteva essere un qualunquista o, peggio ancora, un apolitico, passi falsi entrambi.

 

I relatori alle assemblee avevano preso a cuore la massima latina repetita iuvant. Erano i leader o rappresentanti di vari gruppi di ultra sinistra, come Movimento Studentesco, Lotta Continua, Il Manifesto, Avanguardia Operaia e altri, oltre alla Federazione Italiana Giovani Comunisti.

 

Il primo oratore esprimeva sdegno per questo o quello (di solito qualcosa di molto topico, che interpretavano come una provocazione fascista o borghese),  quindi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. Dopo un applauso non proprio fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello (lo stesso argomento del suo predecessore), poi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. Dopo un applauso ancor meno fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello, (lo stesso argomento del suo predecessore / dei suoi predecessori), poi giurava sostegno a questo e quello, e terminava con un eccitante incitamento a combattere per tutti i compagni. Siccome c’erano diversi gruppi di ultra sinistra, ogni capo rappresentante sentiva che fosse suo dovere politico parlare, così il tutto andava avanti per ore.

 

Ogni tanto, un roboante “Lenin-Stalin-Mao-Ze-tung!” si frapponeva (per darci la sveglia?); suonava sia ideologicamente appropriato sia ritmicamente accattivante.

 

Se qualcuno fuori dei ranghi esprimeva un modicum di dissenso, gli o le veniva istantaneamente urlato “boo”, e gli o le veniva tolto dalla bocca il microfono altrettanto velocemente. Se qualcuno esprimeva dissenso effettivo, un accadimento molto ma molto più raro, che da solo valeva la partecipazione all’assemblea, veniva pestato a sangue. E perciò l’armonia regnava suprema nell’aula magna durante tali maratone di libertà di parola.

 

Quando questa particolare assemblea terminò, lasciai l’aula tutto anchilosato e, come se mi stesse aspettando, m’imbattei in Fletcher (un attivista di estrema sinistra che alla fine diventò un terrorista a tutti gli effetti e che, per ragioni che non capivo, visto che di certo non lo avevo mai incoraggiato, aveva deciso che mi avrebbe fatto da mentore in questioni rivoluzionarie). Avevo cercato di stargli lontano dopo la sua lezione sulle molteplici categorie umane che dovevano essere spazzate via per poter ottenere l’ideale società marxista senza classi, ma inciampare l’uno nell’altro di quando in quando sembrava inevitabile.

 

 “Ehi, compagno!” disse.  

 

 Ancora quell’appellativo. “Ehi, come stai?” risposi.

 

 “Sto bene – ma sono preoccupato.”

 

 “Oh, no! Per cosa?” chiesi, mostrandomi interessato.

 

“Può darsi che ci siano dei neofascisti nei gabinetti,” disse indicandoli. “Vai a controllare, compagno, e fammi sapere cos’hai scoperto.”  

 

“Vacci tu,” pensai, ma invece mi sentii dire: “Consideralo fatto,” e all’interno dei gabinetti marciai stoicamente.

  

Non si muoveva una foglia, e comunque a dire il vero non ce n’erano. I gabinetti erano piuttosto grandi. Mi sarei preso tutto il tempo per ispezionarli. Non avevo paura, ero piuttosto sul riflessivo, forse come risultato della stimolante assemblea alla quale avevo partecipato.

 

Nei gabinetti c’era puzza di urina e di quell’altra secrezione umana; inoltre, altra cosa prevedibile, non c’era traccia dei fantomatici neofascisti.

 

Quando uscii, trovai Fletcher esattamente dove lo avevo lasciato. “Allora?” mi chiese, ansiosamente. 

 

“Non c’è nessuno lì dentro,” dissi. “I neo fascisti se la sono squagliata. Che peccato, compagno.”

 

Mi riservò lo stesso sguardo dell’insegnante compiaciuto dei progressi del suo allievo.

 

Mentre tornavo a casa, a piedi, poiché i mezzi pubblici erano spesso inutilizzabili per via degli scioperi, fui fermato dalla polizia. Niente d’insolito in questo; succedeva tutti i giorni, a volte anche due volte al giorno.

 

La polizia e i carabinieri come categoria erano uno strano gruppo. Molti venivano dal mezzogiorno rurale e poverissimo, dove la scelta era fra arruolarsi o morire di fame. Avevano subito un acuto shock culturale mentre, nello stesso tempo, erano già traumatizzati. Esili, bassi, spaventati, confusi, e di solo pochi anni più grandi di noi, o in alcuni casi ragazzi come noi, ci odiavano perché, a differenza di loro, ci stavamo facendo una cultura (insomma, di tanto in tanto); perché non eravamo contadini; e perché parlavamo italiano senza il loro pesante accento, del quale erano diventati acutamente consapevoli, poiché a casa parlavano esclusivamente nel dialetto del loro paese d’origine, e di cui erano ora imbarazzati. Ci percepivano come esseri privilegiati di un altro universo, il che non faceva che fomentare il conflitto di classe e il razzismo. Ad esempio, il termine usato da molti settentrionali per definire i meridionali era terroni, termine tanto offensivo quanto nigger in America; i poliziotti e i carabinieri l’avevano sentito raramente o addirittura mai quando vivevano ancora nel mezzogiorno. 

 

E c’era di più, la cosa più importante di tutte – il sospetto strisciante che dovevano provare di essere dalla parte sbagliata delle barricate: anche loro erano proletari, forse erano i veri proletari ma, durante le dimostrazioni, dovevano sopportare la furia distruttiva di una moltitudine di militanti invasati, e per poche lire.

 

Nessuna meraviglia, quindi, se la polizia e i carabinieri erano abbattuti e attoniti allo stesso tempo. Non c’era possibilità che potessero contrastare ogni reato, e ciò comportava che la criminalità comune prosperava. E, - ci credereste? – non amavano affatto la gioventù. Si basavano sull’equazione: giovane maschio abile, capelli lunghi, blue jeans = più che sospetto. La cosa arrivava fino a ciò che oggi si chiama “profiling razziale”, un serio passo falso nel decalogo della correttezza politica. A quei tempi la correttezza politica significava che ti avrebbero sparato alle gambe invece che al petto, come gentile avvertimento che t’inducesse a desistere dalle tue attività. Tali attività potevano consistere nell’esprimere il tuo dissenso come professore d’università, investigare alcuni compagni-che-sbagliavano come giudice, o ficcare il naso dove non dovevi come giornalista. Molta di questa gente veniva gambizzata (sparata nelle gambe), mentre altrettanti venivano direttamente ammazzati.


Io, e decine di migliaia di altri ragazzi della mia età, subivamo il profiling razziale giornalmente. Ecco perché la polizia fermava me e la mia criniera ondulata, talvolta puntandomi una mitraglietta, chiedeva la mia carta d’identità, e poi mi faceva aspettare per una mezz’oretta. Inoltravano via radio i miei dati al quartier generale per vedere se ero o meno su qualche loro lista nera. Nel frattempo, mi prendevano in giro nel loro accento pittoresco, e parlavano fra loro in un dialetto per me misterioso, sperando che reagissi in qualche modo. Qualunque cosa avessi detto diversa da “Sì, signore” o “No, signore” avrebbe dato loro un pretesto per arrestarmi e trascinarmi fino alla più vicina stazione di polizia per accertamenti, ovvero ulteriori investigazioni. Ben addestrato dalla Psicopolizia dell’estrema sinistra, tuttavia, riuscivo sempre a rimanere calmo. Alcuni amici e mie conoscenze non erano altrettanto composti e, portati in qualche stazione, sperimentavano la loro parte di brutalità poliziesca, sebbene non avessero fatto alcunché.

 

Perché non mi tagliavo i capelli? Perché, in quel caso, i militanti dell’estrema sinistra mi avrebbero potuto scambiare per un neo-fascista, e mostrare ancor meno civiltà della polizia. I capelli corti erano un altro passo falso del decalogo. La scelta era fra essere vessato dalla polizia o finire col cranio fracassato. Era più sicuro sembrare un attivista di sinistra.

 

***

 

 

The context: Italy during the Years of Lead in the 1970s.

 

The situation: After WWII, a truce-camouflaged-as-peace had come into being; Italy had managed to remain within the West, and had become a member of NATO. The Italian Left could not accept this reality, nor could the Soviet Bloc. But the economic boom of the 1950s and of the 60s had thwarted any realistic hope for a Marxist revolution. With the economy worsening in the late 1960s, and then with the oil crisis, the Left, Leftist trade unions, and the extra-parliamentary Left all tried to take advantage of the situation. By dint of picket lines, strikes, ever-more frequent and tumultuous demonstrations, occupied buildings, and all the means at their disposal, a number of Italians, naïve but tough, became persuaded that Italy's destiny was in their hands rather than in those of the two superpowers and their accessory allies. Accordingly, they did all they could to bring about a Marxist revolution. Ultra-Left sympathizers—the radical ones among them, those who threw Molotov cocktails and fired guns during demonstrations—and full-blown terrorists decided to take a shortcut, and engaged in armed struggle, turning the country's major cities into a warzone.

 

Such convulsions reignited the fuse, and the "strategy of tension" began—with bombs going off presumably exploded by Italian agents (but not necessarily) carrying out the agenda of foreign organizations or stay-away governments. In other words: if no revolution had been so tenaciously and so stubbornly pursued, in all likelihood the Years of Lead would not have happened. Then, with the fall of the Berlin Wall and with the falling apart of the Soviet Union, the elements of friction would have gone missing altogether, as they did.

 

Logistics of the author: right in the midst of it all as a teenager in Milan's most hazardous high school.

 

 

The new academic year could now commence triumphantly, with a strike followed by a general assembly.

 

The Leonardo da Vinci High School was graced with what is now known as the Congress Hall of the Milan Province, an auditorium that accommodates five hundred and twenty-five guests but then, with skimpier seats, more. It was underground, right beneath the school. Political activists had possessed themselves of it, and turned it into the official great hall for their general assemblies.

 

I used to skip assemblies whenever circumstances allowed me to, but it was judicious not to skip them all, as we were being watched by the thought police, and a serial-skipper may well be an anythingarian or, worse yet, an apolitical element—faux pas both.

 

Read more in New English Review:

• The Insidious Bond Between Political Correctness and Intolerance

• The Battling, Baffling Watergate Editor

• Our Irrepressible Conflict

 

Speakers at the assemblies had taken the Latin maxim repetita iuvant (repeating does good) to heart. They were the leaders or representatives of various ultra-left groups, such as Students’ Movement, Continuous Struggle, The Manifest, Working Class Avant-Garde and others, as well as the Federation of Italian Communist Youth.

 

The first speaker would express outrage at this and that (usually something very topical, possibly what they interpreted as a fascist or bourgeois provocation), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. After not-so-thunderous applause, the next speaker would express outrage at this and that (the same topic as his predecessor), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. After even-less-thunderous applause, the next speaker would express outrage at this and that (the same topic as his predecessor[s]), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. As there was quite a number of ultra-left groups, each chief representative felt that it was his political duty to speak, so this went on for hours.

 

From time to time, a loud “Lenin-Stalin-Mao-Ze-dong!” would be interposed (as a wake-up call?); it sounded both ideologically appropriate and rhythmically fetching.

 

If somebody from outside the ranks expressed a modicum of dissent, he or she was instantly booed, with the microphone being removed from their lips just as quickly. If somebody expressed actual dissent, a far, far rarer occurrence which alone was worth attending the event for its entertainment value, he was beaten unconscious. That was why harmony reigned supreme in the great hall during these marathons of free speech.

 

As this particular assembly came to an end, I left the hall feeling stiff in the joints and, as if he were waiting for me, I stumbled upon Fletcher (an ultra-left activist who eventually turned into a full-fledged terrorist and who, for reasons I could not understand since I certainly had never encouraged him, had decided that he would be mentoring me in revolutionary matters), I’d been trying to stay away from him after his lecture about the many categories of human beings that needed to be swept away in order to achieve the ideal Marxist classless society, but bumping into each other from time to time seemed unavoidable.

 

“Hey, comrade!” he said.

 

That appellation, again. “Hey, how are you?” I replied.

 

“I’m good—but worried.”

 

“Oh no! About what?” I asked, looking concerned.

 

“There may be neo-fascists in the restrooms,” he pointed at them. “Go check them out, comrade, and let me know what you’ve found.”

 

"You’re quite welcome to go yourself," I thought—but heard myself say, “Consider it done,” and into the restrooms I did march.

 

Nothing stirred. The restrooms were sizable. I’d take my time to inspect them. I was not afraid, but in a meditative mood, perhaps as a result of the stimulating assembly I had just sat through.

 

In the restrooms it reeked of urine and of that other human excretion; also predictably, there was no trace of the phantasmal neo-fascists.

 

As I exited, I found Fletcher exactly where I’d left him. “So?” he asked, anxiously.

 

“There’s no one in there,” I said. “The neo-fascists got away. Too bad, comrade.”

 

He looked at me like a teacher pleased with his pupil’s progress.

 

On my way home on foot, as public transportation was so often unavailable due to strikes, I was stopped by the police. Nothing unusual in that; it happened every day, sometimes twice within the same day.

 

The police and carabinieri as a category were a funky lot. Most of them came from the rural and impoverished south, where their choice had been between enlisting and starving. They were undergoing acute culture shock while at the same time they were already shell-shocked. Skinny, short, frightened, in a daze and only a few years older than we were, or in some cases teenagers like us, they hated us because, unlike them, we were getting an education (well, on and off); because we were not peasants; and because we spoke Italian without their heavy accent, of which they had become acutely aware, since at home they spoke almost exclusively in the dialect from their town of origin, and by which they were embarrassed. They perceived us as privileged beings from another universe, which only fomented class conflict, and racism. For example, the word used by many northerners to call southern Italians was terroni, as offensive as the N-word in America; policemen and carabinieri had never heard it as much, or even at all when they were still living in the south.

 

And there was something else, which topped it all—the sneaking suspicion they must have felt that they were on the wrong side of the barricade: they too were proletarians, in fact they probably were the real proletarians but, during demonstrations, they had to endure the destructive wrath of a multitude of possessed militants, and for a pittance.

 

No wonder, then, if the police and carabinieri were overwhelmed and stupefied alike. There was no way that they could address every violation, which entailed that ordinary criminality thrived. And—wouldn’t you know it?—they didn’t like young people one bit. They went by the equation: young, able-bodied male, long hair, blue jeans = more than a suspect. That amounted to what today is called racial profiling, a very serious faux pas in the scale of political correctness. Back then political correctness meant that you’d be shot in the legs rather than in the chest as a polite warning to desist from your activities. Such activities could be voicing your dissent as a university professor, investigating some comrades-who-make-mistakes as a judge, or sticking your nose where it didn’t belong as a journalist. Many such people were gambizzati (“legged”, shot in the legs), while as many were killed outright.

 

Read more in New English Review:

• Skewed Projection in a Broken Mirror

• The Revolution of Evolution

• Days and Work (Part One)

 

I, and tens of thousands of other kids my age, experienced profiling on a daily basis. That was why the police stopped me and my mane of wavy hair, sometimes at gunpoint, asked for my ID, and then made me wait for about half an hour. They’d radio in my data to headquarters, and see whether or not I was on some black list of theirs. In the meantime, they would mock me in their colorful accents, and speak in dialect among themselves, which I couldn’t understand, hoping for some reaction from me. Anything I’d say other than “Yes, Sir,” or “No, Sir,” would prompt them to arrest me and whisk me to the nearest police station for accertamenti, further investigations. Well-schooled by the ultra-left thought police, however, I always managed to keep calm. Some friends and acquaintances of mine were not as collected and, taken to some station, they experienced their share of police brutality although they had done nothing.

 

Why didn’t I cut my hair short? In that case, ultra-left militants might have mistaken me for a neo-fascist and they would have shown less civility than the police. Short hair was yet another faux pas from the decalogue. The option was between being harassed by the police or ending up with a crushed skull. It was safer to look like a left-leaning activist.

 

 

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La letteratura incontra la moda con “La Diva Simonetta” a Siracusa

28 Febbraio 2019 , Scritto da Giovanna Strano Con tag #giovanna strano, #moda, #storia, #personaggi da conoscere, #pittura

La letteratura incontra la moda con “La Diva Simonetta” a Siracusa

 

 

 

 

Appuntamento culturale di rilievo a Siracusa con la presentazione del romanzo La Diva Simonetta – la sans par di Giovanna Strano, Aiep Editore. L’evento ha coniugato la presentazione dell’opera letteraria con la moda, abbinando al romanzo, incentrato sulla vera storia della Venere del Botticelli, un abito strepitoso realizzato dalla stilista Gisella Scibona, autrice di numerosi capi nell’ambito di Art Couture. Lo scenario della splendida Piazza Duomo ha fatto da coronamento a un evento magico, che ha incantato il pubblico coniugando vari linguaggi artistici. La voce dell’attore Francesco Di Lorenzo ha portato gli spettatori direttamente dentro il romanzo, coinvolgendo attraverso un’immersione totale nella narrazione.

L’ultima novità letteraria dell’ormai affermata scrittrice siracusana Giovanna Strano, nonché dirigente scolastico dell’Istituto “Antonello Gagini”, ha raccolto il consenso dei lettori a Milano, Bologna, Rimini, Torino e, per ultima, Siracusa nell’elegante cornice del Salone di Palazzo Vermexio. Si tratta del romanzo storico La Diva Simonetta – la sans par, AIEP Editore, pubblicato da qualche mese e già in vetta alle classifiche.

L’evento, patrocinato dal Comune di Siracusa e, in particolare, dall’Assessorato alla Cultura, è stato introdotto dall’Assessore alla Cultura Fabio Granata, dalla presidente dell’Associazione Fildis Elena Flavia Castagnino, dal docente e artista Nino Sicari e dalla stessa autrice.

L’opera è centrata sulle opere di Sandro Botticelli e ci svela, con uno stile coinvolgente e appassionante, i segreti della Primavera del Botticelli e degli altri capolavori del ‘400, narrando la storia, poco conosciuta, della splendida Simonetta Cattaneo Vespucci, immortalata nelle opere di Sandro Botticelli, del Ghirlandaio, di Benozzo Gozzoli e altri maestri.

La bellissima Simonetta diventa, attraverso i tempi, una musa immortale di bellezza. Lo scenario è la Firenze rinascimentale della seconda metà del ‘400, quella di Lorenzo de’ Medici, un’epoca storica singolare per la ricchezza culturale e l’effervescenza politica che connotano la fioritura dei Comuni e delle Signorie.

L’esuberanza artistica della società del tempo fa da coronamento a una storia vera, celata nei documenti del periodo sepolti in archivi e biblioteche, e velata in molte opere d’arte e nei componimenti letterari dei cantori del tempo, come Agnolo Poliziano, Tommaso Sardi, Bernando Pulci e lo stesso Lorenzo il Magnifico.

Simonetta è la musa ispiratrice del maestro Botticelli, al punto che il pittore esprimerà il desiderio di essere sepolto ai suoi piedi. E proprio l’avvenenza della giovane ne costituirà anche motivo di sventura, in quanto la renderà preda della malvagità e della cupidigia umana. Simonetta morirà nel 1476 all'età di soli ventitré anni. Gli artisti del tempo restituiscono al mondo una figura destinata a divenire immortale attraverso i tempi; per tutti noi resterà in eterno la sans par.

A coronamento dell’evento la docente e artista Angela Gallaro Goracci ha introdotto i lavori degli studenti nella realizzazione della copertina della pubblicazione.

 

 

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