Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #storia tag

Cavalieri, marinai e crociati

24 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

 

 

Viveva con sua madre in Cornovaglia:

un dì trasecolò nella boscaglia.

Nella boscaglia un dì, tra cerro e cerro

vide passare un uomo tutto ferro.

Morvàn pensò che fosse San Michele:

s'inginocchiò: Signore San Michele,

non mi far male, per l'amor di Dio!

Né mal fo io, né San Michel son io.

No: San Michele non poss'io chiamarmi:

cavalier, sì: son cavaliere d'armi.

Un Cavaliere? Ma che cosa è mai?

Guardami o figlio e che cos'è saprai.

Che è codesto lungo legno greve?

La lancia: ha sete, e dove giunge, beve.

Che è codesta di cui tu sei cinto?.

Spada, se hai vinto; croce se sei vinto.

Di che vesti? La veste è pesa e dura.

E' ferro. Figlio, questa è l'armatura.

E tu nascesti già così coperto?.

Rise e rispose il cavalier: No, certo.

E chi la pose, dunque, indosso a te?

Chi può. Chi può?. Ma, caro figlio, il re! (Giovanni Pascoli, Breus)

 

Attorno all’anno Mille la scala sociale prevedeva cavalieri, artigiani, commercianti, contadini e servi della gleba. Se i contadini erano costretti alle angherie, cioè a servire il feudatario in cambio di protezione, i servi della gleba erano poco più che schiavi, non potevano lasciare i terreni che coltivavano e venivano venduti con essi.

Raggiunto un minimo di pace e stabilità, cominciarono a diffondersi le coltivazioni introdotte dagli Arabi e tornarono ad essere usati alcuni vecchi sistemi di irrigazione e bonifica. Si produsse un po’ di più di quanto si consumasse e perciò ripartirono scambi e commerci. Tornò in auge una cosa quasi dimenticata: la moneta. Le strade furono nuovamente popolate da viaggiatori, le fiere si animarono di mercanti.

All’incrocio delle strade nascevano mercati, attorno ai mercati si raccoglievano artigiani e, pian piano, si formavano i borghi. Alcuni erano completamente nuovi, altri erano antiche città romane che risorgevano. Nei borghi vivevano i borghesi, cioè i commercianti e gli artigiani della lana, del ferro, del legno, del cuoio. Spesso in una stessa strada si radunavano coloro che praticavano lo stesso mestiere.

In Italia i primi centri abitati a diventar ricchi attraverso i commerci furono alcune città di mare, quelle che successivamente saranno dette repubbliche marinare: Venezia, Genova, Pisa, Amalfi, più altre più piccole, che commerciavano via mare stoffe, pietre preziose, spezie per insaporire e conservare i cibi. I mercanti delle repubbliche marinare andavano in Oriente a comprare merci e le rivendevano in Europa a caro prezzo. Con l’oro importato dall’Africa, con l’argento scavato nelle miniere di Spagna, Francia e Germania, vennero coniate nuove monete che cominciarono a circolare, sostituendo denari e bisanti arabi e bizantini. Nuove scoperte illuminarono questi secoli a torto considerati bui, fra queste la bussola.

I viaggiatori raccontavano storie meravigliose sui costumi dei popoli orientali, sulle ricchezze che si trovavano in quei paesi, sugli animali esotici che li popolavano. Raccontavano però anche dei luoghi che avevano conosciuto la passione e la morte di Gesù ora in mano agli infedeli, dei musulmani che uccidevano i pellegrini cristiani in Terrasanta. Si fece strada così l’idea di una riconquista di quei luoghi sacri e nacquero le Crociate. Al grido di “Dio lo vuole” furono compiuti parecchi misfatti.

Verso Gerusalemme partivano persone veramente spinte dalla fede. È da notare come persino anime devote e pie come la stessa santa Caterina da Siena incitassero alla guerra in nome di Dio. Partivano però anche cavalieri senza feudo, figli cadetti, gente qualsiasi che sperava in un ricco bottino. Si partiva soprattutto via mare e le repubbliche marinare si arricchirono ancor più con il trasporto dei Crociati, cioè quei combattenti che partivano per la Palestina con una croce rossa appuntata sul petto.

Gerusalemme fu conquistata ma la conquista durò poco e i musulmani si ripresero le terre dalle quali erano stati cacciati. Altre crociate furono organizzate da papi, imperatori, re, se ne ebbero sette nel giro di duecento anni. Ma turchi e Musulmani ebbero la meglio.

Le Crociate fallirono il loro scopo, che era quello di conquistare definitivamente la Palestina, ma aumentarono i traffici con l’Oriente e importarono da quelle terre nuovi sistemi di coltivazione dei campi e di lavorazione nelle officine.

Mostra altro

La minuscola carolina e la Chanson de Roland

27 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

La parola guerra deriva dal termine franco wërra. I Franchi furono i più famosi fra i popoli barbari. Solo i Franchi furono capaci di fermare gli Arabi, grazie a Carlo Martello, e formare un regno grande quasi quanto l’impero romano. Abitavano i territori dell’attuale Francia, erano di origine germanica e si erano mescolati ai primi abitanti di quella zona, cioè i Galli (sì, proprio quelli di Asterix e Obelix) e i romani. I Franchi erano stati fra i primi popoli barbari ad accettare il Cristianesimo e a parlare la lingua di Roma. I papi chiesero il loro aiuto contro i Longobardi che furono sconfitti dal nipote di Carlo Martello, il futuro Carlo Magno, così soprannominato perché fu un grande re che compì imprese memorabili. Era padrone della Francia e aveva tolto l’Italia ai Longobardi. I suoi eserciti, comandati da possenti guerrieri detti Paladini, si erano spinti molto lontano, rendendolo padrone delle terre che oggi si chiamano Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Svizzera, Austria. Dalla caduta dell’impero romano non si era più visto in Europa un dominio tanto vasto.

Carlo Magno (742- 814) era figlio di Pipino il breve e di Berta dal grande piede, la quale fu responsabile del matrimonio fra questi e la sfortunata Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Quando Carlo ripudiò la sposa in favore di Ildegarda, pare che la madre non l’abbia presa bene

Carlo era altissimo, robusto, forte, con naso lungo e ventre prominente a causa del gran bere e mangiare. Aveva occhi grandi e vivaci, voce chiara, amava le donne e la famiglia. La notte di Natale dell’anno 800, papa Leone III lo incoronò, a Roma, imperatore dei Romani. Il nuovo impero si chiamò Sacro Romano Impero, Romano perché prendeva il posto dell’impero di Roma, Sacro perché cristiano.

Il Sacro Romano Impero era diviso in tanti feudi. Le grandi strade erano poco frequentate e infestate di briganti, si coniavano poche monete, il commercio languiva. Molto si era dimenticato dell’arte di coltivare la terra, costruire canali per irrigarla e drenare l’acqua nelle paludi. I campi inaridivano e s’inselvatichivano. Le città venivano abbandonate e ne sorgevano di nuove dove la terra era più sfruttabile. L’Europa era un mare di foreste e steppe.

Come sviluppo del castrum, cioè dell’accampamento romano fortificato, in posizione strategica ed elevata ben difendibile, sorsero castelli, atti a ospitare una guarnigione con il castellano e la sua famiglia. Attorno al castello crebbero interi borghi, abitati da coloro che servivano il signore e ne ottenevano in cambio protezione. Durante gli assedi ci si poteva ritirare dentro le mura e resistere a lungo.

I signori del feudo si chiamavano feudatari, cioè uomini liberi che davano aiuto militare in cambio di una ricompensa ed erano vassalli dell’imperatore. Se il feudo era grande, veniva suddiviso fra altri castellani, detti valvassori, che rispondevano al feudatario maggiore. Al di sotto dei valvassori potevano esserci i valvassini. Vassalli, valvassori e valvassini erano i nobili, detti cavalieri perché avevano il permesso di combattere a cavallo.

Sebbene personalmente illetterato, Carlo dette impulso ad una riforma culturale in architettura, in filosofia, in letteratura, in poesia e nella religione. Si assistette a una vera e propria Rinascita carolingia. La riforma della Chiesa, in particolare, si proponeva di elevare il livello morale e la preparazione culturale del personale ecclesiastico. Carlo era ossessionato dall'idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale", avrebbe portato alla perdizione dell'anima. Carlo pretese di fissare i testi sacri e standardizzare la liturgia, imponendo gli usi romani, nonché di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse il latino classico. Si prescrisse a preti e monaci di dedicarsi allo studio del latino e all’istruzione dei giovani. In ogni angolo dell’impero sorsero delle scuole vicino alle chiese e alle abbazie. Neanche la grafia venne risparmiata, e fu unificata, entrando in uso corrente la “minuscola carolina”. Le lettere divennero regolari, legature e abbreviazioni vennero eliminate, furono introdotti la punteggiatura, a segnare le pause, e il punto interrogativo. Da quei caratteri derivarono quelli utilizzati dagli stampatori rinascimentali, che sono alla base degli odierni.

L'Impero resistette fin quando fu in vita il figlio di Carlo, Ludovico il Pio; fu poi diviso fra i suoi tre eredi, ma la portata delle riforme e la valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli successivi.

La Chanson de Roland, scritta intorno alla seconda metà dell’anno mille, appartiene al ciclo carolingio ed è considerata una delle opere più significative della letteratura medievale francese. Di natura epica, il poemetto anonimo trae spunto da un evento storico, la battaglia di Roncisvalle, del 778, quando la retroguardia di Carlo Magno, comandata dal prode paladino Rolando/Orlando, fu attaccata dai Baschi, nella riscrittura epica trasformati in saraceni, aiutati dal traditore Gano di Maganza. Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, facendolo solo quando si accascia morente.

 

 

Il conte Orlando giace sotto un pino,

verso la Spagna tiene volto il viso.

Di molte cose gli ritorna alla mente,

di tante terre quante ne prese il prode,

la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,

Carlomagno che l’allevò, suo signore;

non può impedirsi di sospirare e piangere.

Ma non si vuole dimenticare di sé,

confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:

«Vero Padre, che non hai mai mentito,

san Lazzaro da morte risuscitasti,

e Daniele dai leoni salvasti

a me l’anima salva da tutti i pericoli

dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».

Il guanto destro porge in pegno a Dio:

San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.

Sopra il braccio si tiene il capo chino,

le mani giunte è arrivato alla fine.

Dio gli manda il suo angelo Cherubino

e San Michele del mare del Pericolo;

insieme a loro viene lì san Gabriele,

portan del conte l’anima in paradiso.

Mostra altro

La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

Mostra altro

Ora et labora

2 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

 

 

A mano a mano che il numero dei Cristiani aumentava, cresceva anche l’importanza dei vescovi, cioè coloro che sorvegliavano la comunità, e dei preti, ovvero gli anziani. Mentre l’impero andava in rovina, la Chiesa diventava più potente e organizzata. Il Vescovo di Roma, il papa, ovvero il padre di tutti i Cristiani, distribuiva grano, convertiva i barbari e si serviva dei monaci. La parola monaco significa uomo che vive solo.

Mentre i barbari invadevano l’Italia, distruggendo e saccheggiando, un nobile romano, Benedetto da Norcia (480- 547), si ritirò in un luogo solitario, dove pregare Dio lontano dalle guerre. A Benedetto si unirono molti seguaci che vissero con lui sotto la regola del prega e lavora. I cardini della vita comunitaria erano l'obbligo di risiedere per sempre nello stesso monastero, la buona condotta morale, la pietà, l'obbedienza all'abate.

I monasteri sorsero in luoghi solitari, dove i monaci, oltre a pregare, dovevano darsi da fare per abbattere gli alberi, dissodare il terreno, seminare e mietere. Gli abitanti delle terre vicine accorrevano in cerca di protezione e di aiuto, perché questi luoghi erano come fortezze e i loro granai sfamavano in tempo di carestia o guerra.

Intorno ai monasteri si aprivano strade, sorgevano villaggi, venivano prosciugate paludi, terreni incolti venivano seminati, si costruivano scuole ed ospedali. I libri per le scuole erano scritti dagli amanuensi che copiavano e ricopiavano libri antichi.

La miniatura era l'immagine che decorava le lettere iniziali dei capitoli dei manoscritti. Alcuni monaci lavoravano nelle loro celle, altri nello scriptorium, dove trascrivevano i testi degli antichi autori sacri e profani e decoravano le preziose pagine dei codici, costosissime perché per la pergamena occorreva un intero gregge di pecore. Rosso minio, oro, argento, azzurro erano i colori più usati perquesta tecnica detta illuminazione.

Quando i Longobardi cacciarono i monaci, essi andarono in Francia, in Inghilterra e in Germania, dove fondarono nuovi monasteri. Tra tutti si distinse l’abbazia di Cluny, fondata in Borgogna all’inizio del secolo X.

Solo nel XIII secolo apparvero gli ordini mendicanti dei frati domenicani e francescani, fondati da Domenico Guzman e da San Francesco, più moderni, più dediti alla povertà e più attivi nel mondo rispetto ai monaci tradizionali.

 

Mostra altro

Giacinto Reale, "Avanguardia di morte..."

16 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #giacinto reale, #racconto, #storia

 

 

AVANGUARDIA DI MORTE...”

Racconti Brigatisti

Giacinto Reale

Ediz. La Testa di Ferro

 

Ho terminato in questi giorni la piacevole lettura del secondo libro di Giacinto Reale. Autentico appassionato di storia del Fascismo, lo scorso anno aveva dato alle stampe “Se non ci conoscete...” Racconti squadristi ambientati all'inizio dell'epoca fascista. Con questa seconda opera ha completato il ciclo storico del periodo: dalle origini, all'epilogo con i personaggi della Repubblica Sociale Italiana. La peculiarità che colpisce, sia nel primo che nel secondo libro, è che gli episodi sono pensati e costruiti attorno ad accadimenti reali, portando a conoscenza di chi legge, con estrema semplicità, e quasi da farlo sembrare casuale, avvenimenti importanti e fondamentali della storia dell'epoca.

Protagonisti di questa seconda serie di racconti sono cinque personaggi che si muovono e agiscono in cinque città diverse e che, seppur scaturiti dalla fantasia dell'autore, alternano le loro vicende, come dicevo si muovono in un contesto storico autentico, assistono a fatti accaduti in quei giorni, in quelle strade, si affiancano a personaggi di rilevante importanza storica, protagonisti delle vicende della RSI. Ad alcuni di loro l'autore ha voluto dare un vissuto da squadristi della prima ora, questo per sottolineare la continuità delle aspirazioni, dei sentimenti e degli ideali che, se sembravano sopiti durante gli anni del consenso, uscirono di nuovo allo scoperto come un nervo dolente, muovendo, in quei tragici giorni, giovani e meno giovani. Così conosciamo per primo Mario, “vecchio” squadrista della Randaccio, che, dopo aver combattuto ed esser stato ferito sul fronte greco-albanese, viene colto in quel nefasto 8 settembre a fare il libraio nella sua Milano e sente imperioso il desiderio di tornare a combattere e di rendersi utile alla Patria.

Giacinto Reale fin dalle prime righe sa unire nel dipanarsi della trama spunti personali che rendono i personaggi umani e vicini al comune sentire. Il cane, la moglie, un figlio, la mamma, il fidanzato, ognuno dei cinque protagonisti porta con sé sentimenti che li accomunano e ci accomunano, rendendoci partecipi della loro vita, delle loro scelte e tragicamente della loro morte. Ognuno dei cinque personaggi entrerà a far parte di un particolare reparto dell'esercito Repubblicano, così Mario diventa ardito della “Muti” di Franco Colombo, Luisa, che è il mio personaggio preferito, si trasforma da timida studentessa in coraggiosa Ausiliaria del SAF del Generale Piera Gatteschi Fondelli. Franco, romano, impiegato a Cinecittà, torna ad essere squadrista come altri due “vecchi” della vigilia, Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, nella guardia armata del PFR. Attraverso il personaggio di Federico ha voluto farci approfondire la conoscenza con la RSS “Mario Carità” e ha saputo restituire un volto quasi umano a un reparto dipinto troppo spesso come gratuitamente violento, nell'estorcere confessioni con le torture e mai citato per le importanti, pericolose e coraggiose operazioni di infiltrazione nelle bande partigiane. Infine ultimo personaggio è Giulio della GNR che, pur essendo genovese, non esprime troppa simpatia per la Decima del Principe Borghese, del quale apprezza invece il valido collaboratore Umberto Bardelli, definendolo “carismatico”. Un altro imperdonabile difetto è, sempre a mio avviso, la sua malcelata antipatia per l'alleato tedesco. Due peculiarità che lo rendono ai miei occhi meno simpatico degli altri protagonisti, ma che esprimono sicuramente il sentire di molti interpreti della storia di quei giorni.

Un bel libro pieno di citazioni storiche dei 600 giorni della RSI , di discorsi pronunciati alla popolazione in momenti cruciali e che i personaggi ascoltano insieme al popolo, nelle piazze, nelle strade. In tal modo non restano frutto di fantasia, non si muovono solo tra le pagine, ma escono, ci vengono incontro pieni di vita e, consapevolmente, vanno verso la morte rendendo omaggio a tutti gli Italiani che volontariamente e in anonimato scelsero di difendere la loro terra.

Detto così sembrerebbe facile, ma questo certosino lavoro è stato possibile solo grazie alla profonda conoscenza dell'autore di una materia articolata e difficile, poco conosciuta e poco studiata, grazie alla sensibilità e all'attenzione con cui sa scegliere ambienti, parole e descrizioni. Non resta che attendere il prossimo libro per vedere dove ci condurrà e sperare che sia il più presto possibile.

Mostra altro

Il coro di Ermengarda

6 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.

Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.

Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.

Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.

Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.

 

Sparsa le trecce morbide

Sull'affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S'innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una man leggiera

Sulla pupilla cerula

Stende l'estremo vel.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl'irrevocati dì;

Quando ancor cara, improvida

D'un avvenir mal fido,

Ebbra spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De' corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L'irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea repente, pallida

D'amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d'Aquisgrano!

Ove, deposta l'orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell'erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l'empia

Virtù d'amor fatica,

Discende il refrigerio

D'una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d'un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L'erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L'immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblio torna immortale

L'amor sopito, e l'anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com'era allor che improvida

D'un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

Mostra altro

Terribili guerrieri a cavallo

24 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Quattrocentodieci anni dopo la nascita di Cristo, una piccola schiera di barbari, i Visigoti, guidati dal re Alarico, dopo aver saccheggiato tutto l’impero d’Occidente, giunse alle porte di Roma. Dopo una lunga sosta, attaccarono. La scorreria fu breve e non recò gran danno ma creò un precedente. Roma non era più la padrona indiscussa del mondo, era una città ancora ricca ma sempre più indifesa. La via era aperta.

Così, dopo i Visigoti, scesero i ferocissimi Unni. Col naso schiacciato apposta dalle madri per entrare nell’elmo, con le gambe stortissime, brutti e letali, pare che emanassero un odore spaventoso, che indossassero per tutta la vita gli stessi abiti di pelo di topo, che inserissero carne cruda e putrefatta fra cavallo e corpo, che vivessero in sella, dove persino si cibavano, dormivano e defecavano. Saccheggiarono il Veneto ma tornarono indietro fermati dalla peste

Il papa Leone I riuscì a convincere il loro capo Attila (406-453), di cui era stato maestro quando questi era cresciuto alla corte ravennate. Attila era, infatti, uno dei principi barbari mandati all’imperatore di Roma come pegno di pace.

Gli abitanti del Veneto fuggirono dagli Unni rifugiandosi su un gruppo d’isolette deserte in mezzo alla laguna sulla costa del mare adriatico, fondando così Venezia.

Mostra altro

Confini e muraglie

2 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

 

Al di là dei confini dell’impero vivevano molti popoli che i Romani chiamavano barbari, cioè stranieri. Alcuni, come i Galli ed i Britanni, erano già stati conquistati da tempo ed erano entrati a far parte dell’impero. Altri non conoscevano le leggi di Roma, si facevano giustizia da soli in lunghe catene di delitti dette faide. Molti erano nomadi.

L’impero romano d’occidente, sempre più debole e povero, permise alle popolazioni barbare più civilizzate di stabilirsi entro i propri confini. In cambio di terre, gli stranieri diventavano soldati di Roma.

Contemporaneamente, in Cina fioriva un impero simile a quello romano, anche questo minacciato da popoli barbari, i Mongoli, piccoli cavalieri coraggiosi e feroci. Gli imperatori cinesi, per difendersi dai Mongoli, avevano fatto costruire una muraglia lunga duemila chilometri, a partire dal 215 a.C. circa. Ampliata in seguito sotto la dinastia Ming, la muraglia fu eretta per volere dell'imperatore Qin Shi Huang - lo stesso a cui si deve il cosiddetto Esercito di terracotta di Xi'an -, costò forse un milione di vite, ma non impedì l’ingresso dei Mongoli in Cina. Molte tribù mongole ve si stabilirono, ma altre furono ricacciate indietro, verso l’ovest e l’Europa.

I barbari dell’Europa si trovarono così a temere i barbari dell’Asia e cercarono rifugio nell’impero romano. Vi entrarono come invasori e non più come alleati.

Mostra altro

Il mondo bizantino

12 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #arte

 

L’impero romano era troppo grande per essere salvaguardato tutto. Per portare la capitale in un luogo più sicuro e più facile da difendere, l’imperatore Costantino decise di costruire una nuova città, al confine fra l’Europa e l’Asia, nel punto dove si congiungono il Mediterraneo e il Mar Nero. In suo onore la città fu chiamata Costantinopoli. Fu costruita sul luogo dove sorgeva un’altra piccola città chiamata Bisanzio, per questo Costantinopoli venne comunemente chiamata Bisanzio e i suoi abitanti Bizantini. Costantinopoli era facile da difendere perché protetta dal mare e dalle montagne.

A poco a poco, queste due parti dell’impero si staccarono completamente. Ognuna aveva un suo imperatore. L’Imperatore d’Oriente regnava a Costantinopoli, quello d’Occidente preferiva, alla poco difendibile Roma, la piccola Ravenna, che era stata fino ad allora una città affacciata sul mare e con un porto militare, circondata da paludi che la proteggevano dalle invasioni. Gli imperatori che vi abitarono la resero splendida di palazzi e chiese che ricordano lo stile di Costantinopoli, detto, appunto, bizantino.

L'arte bizantina si è sviluppata nell'arco di un millennio, tra il IV ed il XV secolo. Le caratteristiche più evidenti sono la religiosità, l’appiattimento e stilizzazione delle figure, volte a rendere un'astrazione soprannaturale. I corpi sono assolutamente bidimensionali e stereotipati, solo nei volti si nota uno sforzo verso il realismo, nonostante l'idealizzato ruolo spirituale sottolineato dalle aureole, dalla profusione d'oro nello sfondo, dalle maestose e ieratiche figure di santi e Cristi pantocratori. Non esiste prospettiva spaziale, tanto che i vari personaggi sono su un unico piano. Lo scopo principale è quello di descrivere le aspirazioni dell'uomo verso il divino.

Il mosaico ricoprì un'importanza fondamentale all'interno dell'arte bizantina, poiché l'utilizzo di tessere vitree policrome risultò essere uno strumento ideale per soddisfare le esigenze espressive. Uno degli elementi preminenti del mosaico bizantino fu la lirica della luce, attraverso la quale gli artisti proiettarono le loro immagini in una dimensione astratta, ancorandosi ad una realtà trascendente. Un capitolo di fondamentale importanza nell'ambito della pittura bizantina è costituito dalle icone.

Roma, intanto, era stata abbandonata dagli imperatori e dai ricchi signori, interi quartieri erano deserti. I monumenti cittadini subivano un inesorabile e irrimediabile degrado, tanto da alimentare già all’epoca il mito nostalgico dell'antichità classica.

Mostra altro

Civis romanus

26 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Civis romanus

Nell’impero romano c’erano tante città, alcune grandi come Roma, Alessandria, Antiochia, con moltissimi abitanti. Erano città commerciali, vi si vendeva, vi si comprava, vi si fabbricava di tutto. Ai loro porti approdavano navi cariche di merci, soprattutto grano, ai loro mercati giungevano carovane da paesi lontani. Le strade erano molte, comode, sicure e ben tenute, si poteva viaggiare con facilità da un capo all’altro dell’impero, tutti pagavano le tasse e c’erano sussidi per i plebei. A Roma ogni giorno affluivano nuovi poveri dalle campagne, poiché gli schiavi sostituivano il lavoro degli uomini liberi che si ritrovavano disoccupati.

Col passare del tempo, però, le spese statali divennero sempre più insostenibili, specialmente quelle per sorvegliare i confini, oltre i quali si trovavano numerose popolazioni barbariche che, sempre più spesso e con maggior forza, cercavano di penetrare nell’impero per saccheggiare. Stringevano, accerchiavano, s’infiltravano ovunque trovassero i confini scoperti.

Più l’apparato statale spendeva per difendersi, più tasse dovevano pagare i cittadini. Chi non pagava diventava schiavo dello stato e doveva lavorare gratis alla costruzione di ponti, strade e palazzi. Questo lavoro si chiamava angaria. Nell’età feudale le angarie diedero luogo ad abusi gravissimi da parte di privati, a carico soprattutto dei lavoratori agricoli; come tali, persistettero fino alla rivoluzione francese e in taluni paesi anche oltre.

Le popolazioni cominciavano a sentirsi oppresse e a non essere più contente di far parte dell’impero. Essere un civis romanus non era più motivo di orgoglio. Fino a quel momento la cittadinanza romana aveva consentito l'accesso alle cariche pubbliche e alle varie magistrature, la possibilità di votare e partecipare alle assemblee politiche, svariati vantaggi sul piano fiscale e il fatto di essere soggetto di diritto privato, ossia di essere giudicato secondo il diritto romano.

Le città presero lentamente a spopolarsi, la gente si rifugiava nelle campagne per sfuggire agli esattori. Molti plebei chiesero protezione ai ricchi e cominciarono lavorare gratis per loro, diventando servi della gleba, impegnati a non abbandonare mai le terre del padrone.

Circondato dai nemici, oppresso dalla povertà, l’impero romano era sul punto di affondare.

Mostra altro
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>