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storia

Pierluigi Curcio, "Milone"

27 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Milone

Pierluigi Curcio

 

Amazon, 2021

pp 279

 

 

Pierluigi Curcio torna al romanzo storico, la sua specialità, con Milone, ambientato nel VI secolo a. c., fra Grecia e Magna Grecia. Milone di Kroton era un giovane lottatore, vincitore di molti giochi, fra i quali quelli olimpici. Bello, fortissimo, irruente, coraggioso, formidabile nella lotta, fu anche il condottiero che permise a Kroton, Crotone, di sconfiggere la rivale Sybaris. Genero di Pitagora, simpatizzante delle sue dottrine o, comunque, attratto nell’orbita del potente suocero, ne seguì gli insegnamenti e la politica e ne fu suo malgrado influenzato.

Il romanzo si basa molto sui dialoghi, non sempre però riusciti, non sempre scorrevoli o di immediata comprensione per l’avanzare della trama. Curcio riprende tutti gli eventi storici rielaborandoli in modo fedele ma personale. Ciò che costituisce l’attrattiva di questo testo è l’approfondimento della psicologia del protagonista.

Milone è un personaggio romantico, avvolto da un manto di malinconia e di furore a causa della perdita di Aura, l’amatissima prima moglie. Aura e Milone sono cresciuti insieme, condividono ideali e complicità, insieme all’irruenza profonda di un primo amore destinato a rimanere l’unico. Il giovane ama anche lo sport, non è immune dal fascino della vittoria olimpica, ma il suo sogno è vivere una vita serena accanto alla sua donna. Tuttavia il destino decreterà altrimenti. Aura gli verrà strappata, Milone troverà fama e gloria ma precipiterà in un gorgo di disperazione, autodistruzione e sete di vendetta.

Tutto ciò che farà sarà compiuto per colmare un vuoto incolmabile. A nulla varrà il suo diventare quasi un semidio, novello Heracles incarnato, a nulla varranno onori e vittorie se la vita che dovrà vivere andrà contro la sua stessa natura e volontà, se il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere lo strazierà fino al termine dei suoi giorni, fino a quando, vecchio e debole, sfiderà gli dei in un’ultima smargiassata che si concluderà nelle fauci di un lupo con lo stesso sguardo della morte.

Anche le vittorie sui sibariti, il suo diventare sacerdote di Hera e seguire le dottrine di Pitagora, padre della sua seconda – e detestata – moglie, saranno frutto del senso del dovere e del rispetto per Kroton, la sua città, la città di Aura e della giovinezza. Non saranno ideali o aspirazioni a guidarlo, ma il bisogno di fare ciò che va fatto e di espiare colpe e disonore, perché, a volte, la vita che vorremmo non è quella che il fato, o gli dei, prendendosi gioco di noi, ci riservano.

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Paolo Seno, "Dove la sorte ti ha voluto chiamare"

17 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Dove la sorte ti ha voluto chiamare

Paolo Seno

 

Tralerighe Libri, 2020

pp 354

18,00

 

Saggio storico travestito da romanzo, che risente del difetto comune alla maggior parte della narrativa di questo genere, ovvero la didascalizzazione eccessiva dei dialoghi. Per il resto, un documento di notevole interesse atto a riannodare le vicende della Grande Guerra, non solo quelle note, fatte di trincee fangose e montagne innevate, ma la vita di tutti i giorni, i bombardamenti, l’esodo da Venezia, i profughi, le malefatte del generale Cadorna che usò migliaia di giovani italiani come carne da macello, mandandoli a morte certa e reprimendo qualsiasi timore o dissenso con l’immediata fucilazione.

Nel 1997 Paolo Seno acquista in un negozio di numismatica un pacco di quindici cartoline di uno sconosciuto soldato, Nino Astolfoni, sottotenente del 228° reggimento di fanteria. Un incontro casuale ma quasi predestinato, fatale.  Da sempre appassionato della prima guerra mondiale e incuriosito dall’ignoto ufficiale, l’autore approfondisce con accurati studi in archivio la biografia di questo personaggio e di alcuni suoi amici e commilitoni. S’imbatte poi nel pronipote di Nino, che oggi vive a Boston, e insieme a lui ricostruisce l’esistenza militare e borghese di questo sottotenente caduto come tanti sul Colombara.

Alto un metro e ottanta, non bello ma comunque piacente, Nino Astolfoni non era solo un soldato, ma anche un giornalista de La Gazzetta di Venezia, un giovane imbevuto di ideali repubblicani, una mente per certi versi controcorrente, un artista di talento che firmava i suoi disegni col nome “Ofi”. Disegnatore dal tratto preraffaellita, se non fosse morto avrebbe prodotto opere di pregio specialmente nel campo della grafica e dell’illustrazione, guarda caso il settore prediletto dall’autore. Sì, se non fosse morto in una guerra sciagurata, si sarebbe sposato, avrebbe avuto figli e nipoti, avrebbe contribuito al bene comune, così come tutti gli altri giovani di cui si narrano le vicende in questo libro, simile alla diaristica di guerra ma diverso per struttura e intenti.

Parte consistente, e affascinante, è occupata dalle descrizioni di Venezia, città natale dell’autore, con le sue atmosfere lagunari e i suoi sempiterni monumenti. E poi le montagne, il Colombara, i boschi, le malghe, i prati, la bellezza indifferente della natura a contrasto con l’orrore delle trincee, nelle lettere alla madre e alla sorella l’animo di poeta (oltre che di artista) di Nino sa coglierne tutta la magnificenza che quieta e pacifica lo spirito fra tanta desolazione. L’ultima lettera prima della morte in combattimento è la più struggente, velata di tristezza, forse presaga della tragedia. 

A narrare in prima persona è l’attendente di Nino, che ne ricorda con nostalgia il valore come ufficiale esploratore in avanscoperta, in pratica un “aspirante suicida” proprio malgrado. A lui fa da contraltare Ina, la sorella di Nino, che ne tratteggia l'aspetto umano e quotidiano. Non manca un tocco di rimpianto e romanticismo nella figura di Lina Rosso, pittrice e crocerossina, probabile “morosa” di Nino.

Un romanzo biografico per addetti ai lavori, per chi ama sviscerare un’epoca in ogni suo aspetto, non solo bellico, cercando anche di sfrondare gli eventi da certe sovrastrutture, da certi orpelli retorici prodotti dal successivo regime fascista.

Le lettere riportate nel testo risultano spesso più scorrevoli e coinvolgenti delle stesse parti romanzate, e la seconda porzione del testo, che se ne avvale a piene mani, è la più avvincente e schietta perché, se all’inizio si è letto con distacco si finisce poi per affezionarci a Nino, alla sua gioventù sprecata, alla sua fiducia, al suo senso del dovere, alla sua anima elegiaca che gli permetteva di ritagliarsi un’isola di buon umore e poesia pur nella violenza della guerra.

Alla fine, di là dal saggio storico e dalla diaristica, rimane un senso struggente di malinconia come se avessimo perduto qualcuno che ormai conosciamo bene.

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Giovanna Strano, "Lo specchio delle stelle"

6 Giugno 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Lo specchio delle stelle

Giovanna Strano

 

Nuova Ipsa Editore

pp 213

18,00

 

Giovanna Strano torna al romanzo storico con Lo specchio delle stelle. Qui non si tratta dell’autobiografia di un artista famoso, come Van Gogh o Modigliani, o della modella di Botticelli, ma di un particolare periodo, non molto conosciuto, e di riferimenti alchemici, esoterici e religiosi.

Il luogo è la Sicilia - il romanzo ha il patrocinio della Regione – i personaggi sono i sovrani di Trinacria, Federico III di Svevia ed Eleonora d’Angiò, oltre al templare Ruggero di Flor e al medico alchimista Arnaldo da Villanova.

Fra castelli, segrete, eresie catare, si giunge alla scoperta e decifrazione di un antico misterioso manufatto, sorta di sacro Graal – ma forse è proprio il Graal stesso – un papiro scritto di pugno da Gesù in persona, dove si cela il mistero dell’universo creato. Gli opposti si contrappongono come nel catarismo, la luce e il buio, il bene e il male, Dio e Satana, ma uno solo – scopriremo - è Colui che ha voluto e immaginato tutto, colui nel quale la coniunctio oppositorum si realizzerà.

La corte di Federico III (com’era stata quella del più noto Federico II) è un luogo aperto e tollerante, dove persino l’eresia catara viene accolta e non rinnegata, dove è sempre accesa la fiamma della conoscenza e della cultura. Federico è un uomo di onore e di grande curiosità intellettuale, sua moglie Eleonora una donna illuminata, sostenitrice del progresso e dell’emancipazione femminile. Sposatala per dovere dinastico, Federico s’innamora di lei e con lei ha nove figli, e questo mette in crisi il precedente rapporto con Sibilla Sormella.  

Federico crede nell’amicizia e nella lealtà ma perde i suoi due amici, Ruggero, comandante templare degli Almogavari, megadux dell’imperatore bizantino, e Arnaldo, per colpa di tradimenti.

Arnaldo da Villanova, la cui tomba è stata scoperta nel 1969 nel castello di Montalbano Elicona, - paese crogiolo di religioni diverse e che ospita addirittura due chiese catare - è una singolare figura di medico, una via di mezzo fra un mago e uno scienziato, indagatore dei misteri della natura e dell’alchimia, vicino allo spiritualismo francescano. Viene fatto coincidere con il segreto dell’Argimusco, altopiano siciliano dove si ergono pietre erose dal vento – quasi megaliti naturali, usato come osservatorio astronomico fin dall’antichità.

Personaggio a se stante e onnipresente, la bella terra di Sicilia, il soffio caldo e sensuale dello scirocco, il barbaglio del mare, l’incandescenza del sole e i profumi di piante mediterranee ed erbe medicinali.

Al di là dell’intento filosofico esoterico o della ricostruzione storica, è ben disegnata la psicologia dei personaggi e ben sviscerato il sentimento d’amore, quello che nasce “nonostante”, fra Maria e Ruggero, e soprattutto fra Eleonora e Federico. Amori non scontati, non predestinati, non voluti ma che si sprigionano e crescono fino a travolgere il presente e riscrivere il passato. Maria vedrà morire Ruggero, Federico abbandonerà la madre dei suoi cinque figli per una donna che gli è stata data in moglie solo per convenienza. La Strano è una storica, ma l’amore la affascina, sentimento trascendente, prepotente, quasi religioso e filosofico.

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IL COLONNELLO CHABERT

13 Maggio 2021 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il colonnello Chabert è un breve romanzo di Balzac del 1832. Si narra la vicenda di un ufficiale che combatte a Eylau sotto il comando di Napoleone; nella mischia, dopo la celebre carica di Murat contro i Russi, viene ferito e travolto dagli squadroni di cavalleria francese che rientravano dopo l’attacco risolutore.

Per l’esercito e per lo stato è morto da eroe, come tanti altri caduti in quella battaglia sanguinosissima.

In realtà è ferito seriamente ma vivo; quando dopo alcuni anni, nel 1817, riesce a tornare a Parigi, il suo mondo non esiste più. Sia in politica che nella vita privata, la realtà è profondamente cambiata. L’amato Napoleone è in esilio, è tornata la dinastia dei Borboni che perseguita i bonapartisti,  la moglie si è legittimamente risposata in quanto si credeva vedova. La donna ha avuto una buona eredità che Napoleone aveva fatto incrementare in omaggio al suo compianto colonnello. L’arrivo dell’ufficiale non è una buona notizia per lei: quanto ha creato in quegli anni rischia di vacillare e allora è opportuno che l’atto di morte del marito non venga invalidato. Lui è costretto a farsi rappresentare da un avvocato che cerca di dipanare la matassa di una situazione grottesca; avrebbe tutti i motivi per far valere le sue ragioni, ma viene fatto sentire come un oggetto ingombrante e una fonte di disagio. Il manifesto della freddezza umana raggiunge il suo culmine nella gretta figura della consorte e come sempre Balzac sa dipingere bene i peggiori vizi dell’animo umano. Infatti al colonnello si chiede una sola cosa; di non esistere, di rinunciare alla sua identità, di tornare nel suo passato con la sua frusta divisa, le datate decorazioni, il suo retaggio di ricordi napoleonici lontani e inutili ora che si vive in piena Restaurazione.

Per non compromettere la serenità altrui, si accontenterà allora di essere un vivo che cammina ancora ma che deve recitare la parte del defunto, vivendo senza mezzi; in fondo per tutti sarebbe stato meglio che lui fosse rimasto a terra sul campo di battaglia, coperto di una gloria che a nessuno interessa, utile solo per aver generato una buona pensione a favore della “vedova”.

Vengono in mente personaggi spregevoli come quelli costruiti dal nostro Verga. Ma è con un altro siciliano che l’avvicinamento è più pertinente, ossia con Pirandello, autore del fu-Mattia Pascal e dell’Enrico IV. Se per alcuni protagonisti delle sue opere, la perdita della propria identità e della propria riconoscibilità nel mondo era, per certi versi, un rifugio dal contatto doloroso con la realtà, nel caso di Balzac il quadro è meno grottesco e ben più tragico. Il colonnello galleggia tra vita e morte; viene rifiutato e fatto scivolare ai margini, costretto dagli altri ad adattarsi a un vivere minimo, vivo per se stesso ma morto per la società.

Rimane però nel breve romanzo, una figura positiva; l’avvocato dello sfortunato protagonista agisce non solo da avvocato, ma anche da amico. Prova disgusto per la corruzione morale di Parigi, ripromettendosi di lasciare la città dove potere, arrivismo e grettezza creano un’aria malsana e ipocrita. Un personaggio come lui impedisce che la vicenda scivoli su un piano di totale pessimismo. 

 

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Lorenzo Beccati, "Il pescatore di Lenin"

10 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il pescatore di Lenin

Lorenzo Beccati

 

Oligo Editore, 2021

pp 236

16,90

 

Un romanzo molto bello, scritto benissimo, Il pescatore di Lenin, di Lorenzo Beccati, scrittore, doppiatore e autore televisivo Mediased.

Per una volta non partirò dalla trama ma dallo stile, elegante e letterario quanto dovrebbe essere quello di tutti i libri pubblicati, anche se purtroppo, ormai, questa è invece una rarità. Un linguaggio semplice ma raffinato, condito da poetiche e inusuali similitudini, per cui il muro della facciata era così bianco che veniva voglia, per dargli un po’ di colore, di “pizzicarlo”, come fanno le donne vanitose o innamorate sulle gote per levarsi il pallore, o le parole si smorzarono e strisciarono via come serpi, o, ancora, gli occhi accesi come lampare.

La storia, romanzata e di fantasia, si basa sull’assunto che Vladimir Il’ic Ul’janov, ovvero Lenin, sia stato per breve tempo a Capri, prima della rivoluzione russa. A Capri, infatti, nel 1909 c’è una scuola politica, vi vengono addestrati quelli che formeranno la futura dirigenza del partito, ma ora si mescolano con indolenza ai turisti e non disdegnano la vita comoda come i ricchi. Lenin si trova a Capri con un obiettivo preciso e segreto, che verrà svelato solo nel finale e che non posso rivelare. La trama si basa sull’espediente del manoscritto ritrovato – il libro nel libro – e narra dell’amicizia fra Lenin e Antò ‘o Muto, un pescatore dell’isola.

Lenin non è ancora quello che tutti conosciamo, l’uomo spietato, determinato e feroce della Rivoluzione d’ottobre, ma una personalità tutto sommato galante e rispettosa. Accade spesso che certe figure storiche, se prese singolarmente e fuori contesto, dimostrino lati teneri e umani che, sebbene sorprendenti, coesistono con l’immagine pubblica. L’amico Antò incarna, invece, il proletario ingenuo, il buon selvaggio, l’umile che il credo marxista voleva vendicare e liberare. La borghesia dell’isola è, al contrario, cattiva, prepotente e viziosa, con quell’arroganza che solo i soldi e l’abitudine a sottomettere e comandare danno.

I due si legano di amicizia spontanea e profonda.  L’uno diventa il paladino dell’altro. Antò fa da guida a Lenin in una Capri romantica, da dagherrotipo dei primi del novecento, che diventa protagonista, con il suo mare, i suoi barbagli di sole sull’acqua, i suoi Faraglioni, le sue ville e la profumata macchia mediterranea. Antò è una figura tragica e cristologica nella sua ingenuità infantile, nel suo “puro” e quasi incolpevole desiderio di catarsi, nel suo credere che la rivoluzione sia la panacea per tutti i mali e le ingiustizie del mondo. Ed è, per il bolscevico e uomo di partito Lenin, una sorta di coscienza che lo mette di fronte a quello che dovrebbe essere lo spirito più autentico dei suoi ideali. Uno spirito senza compromessi, votato solo alla causa. Ma, nella pratica politica, il compromesso esiste e, come afferma Lenin, “il nemico va conosciuto per poterlo combattere”.

Alla fine il cerchio si chiude, i tasselli s’incastrano. In bocca rimane un sapore antico e buono, salato come il mare della grotta Azzurra o, forse, come le lacrime di un emigrante.

 

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La signora e la strega

29 Marzo 2021 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

La signora e la strega
 
In conclusione, tutte queste cose provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile […] non c’è da stupirsi se tra coloro che sono infetti dall’eresia delle streghe ci sono più donne che uomini […] E sia benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello!”
(Malleus maleficarum, I parte, questione VI)
 
Seduta al bar in piazza San Domenico, guardo con distacco le persone che camminano davanti alle tombe dei glossatori o alla colonna medievale di Guido Reni e penso che forse non tutti sanno che un giorno del 1498 in questa stessa piazza fu bruciata sul rogo Gentile Budrioli, anche detta la “strega enormissima” proprio per la sua vasta cultura. Bologna fu teatro di storie poco conosciute, una città, anzi un paesone, che ti accoglie con il suo buon odore di manicaretti artigianali e con un immenso tesoro artistico non sempre manifesto a una prima occhiata, ma che merita di essere scoperto. Fermarsi un attimo in ascolto su questa piazza, dunque, è un po' prestare attenzione a ciò che la città ha da raccontare. Passeggiando sotto le due torri, lungo i portici, in un centro così immutato, si può rivivere un'epoca, si può sentire rimbombare sotto le volte il ticchettio dei tacchi o il fruscio dello strascico dei lunghi abiti di due donne che diventarono amiche, pur se diverse, legate dalla passione per l'esoterismo e l'indipendenza: Ginevra Sforza e Gentile Budrioli.
La prima, fu moglie di Sante Bentivoglio, molto più anziano di lei e poi, alla morte di questi, del cugino Giovanni II. Una moglie per due signori di Bologna, assolutamente poco ben vista in città e dalla Chiesa. Figlia illegittima di Alessandro, signore di Pesaro, la bella Ginevra era la tipica donna del tempo, ricca, viziata e coinvolta dalle, sempre poco chiare, trame di potere. Con Giovanni ebbe un rapporto molto intenso di complicità assoluta, gli diede sedici figli, alcuni dei quali però morirono in tenera età. Dal temperamento forte e insolito, capace di trattare con il giusto distacco anche le questioni più difficili, divenne consigliera fidata del marito negli affari politici e di famiglia. Ginevra era però anche curiosa, aperta e attratta da esoterismo, alchimia e altre pratiche ritenute poco adatte a una signora par suo e che, dunque, teneva gelosamente segrete per non incorrere nelle ritorsioni dell'Inquisizione. Va detto che Bologna non ha mai troppo amato questa donna, considerata vanitosa quando non viziosa, si vociferava di una relazione amorosa con Giovanni già prima delle sue seconde nozze. Era ritenuta un'ambiziosa arrivista che, con troppa disinvoltura, ostentava lusso e bellezza. Tant'è che il giorno del suo primo matrimonio con Sante Bentivoglio, il vescovo sbarrò la porta di San Petronio per impedirle di entrare con abiti giudicati troppo sfarzosi, e costringendola a ripiegare su un'altra chiesa per la celebrazione delle nozze.
E Gentile Budrioli chi era? Una ragazza molto bella oltre che intelligente. Con lunghi capelli castani, lo sguardo mite e sincero. Una donna buona, ma con la pretesa di potersi esprimere liberamente, di fare ciò per cui si sentiva ispirata, senza nessun veto. Oltre che moglie e madre, era molto colta e, nel tempo, era diventata astrologa, erborista e guaritrice. Era di certo una mente brillante, ma anche spontanea al punto da esporre al marito le sue aspirazioni, sperando almeno nella sua di comprensione. Apro una parentesi, Gentile era ricca di famiglia, il marito, il notaio Alessandro Cimieri, aveva beneficiato della sua dote, di ben 500 ducati, per farsi strada fra i notabili della città, ma questi mal sopportava le qualità della moglie e le viveva come un affronto personale, tanto da diventare, in seguito, uno dei suoi principali accusatori. Gentile intendeva, a ogni costo, approfondire i suoi studi, quindi anche contro il volere del suo sposo, decise di frequentare, nel convento dei Francescani, l'amico Frate Silvestro, per apprendere da lui ogni segreto sull'arte e l'uso delle erbe officinali. I Francescani erano da sempre custodi del segreto di curare con le erbe e Gentile, attenta e appassionata, imparò, ben presto e bene, come guarire le persone. Inoltre, prima che le fosse impedito definitivamente dal marito, per un periodo, aveva frequentato presso l'Università di Bologna, le lezioni di Astrologia del professore Scipione Manfredi. Per farla breve questa donna dimostrò ben presto la sua vera natura, la volontà di precorrere i tempi, disposta a esporsi e a rischiare per raggiungere le mete prefissate. I suoi comportamenti furono giudicati inappropriati: intollerabili per l'ignoranza dilagante della ricca borghesia, disdicevoli per la Chiesa che metteva ogni impegno nel sopraffare, reprimere e tenere il popolo (le donne soprattutto) in condizioni di ignoranza e inferiorità; doti quelle di Gentile che furono disapprovate da tutti, non ultimo, dalle sue stesse coetanee, figlie di buona famiglia come lei che, al contrario, aspettavano solo di fare il matrimonio giusto. Diventata esperta iniziò, anche fuori dal convento, a mettere le sue capacità a disposizione di tutti, la gente la considerava una guaritrice migliore dei medici e in molti si rivolgevano a lei. Era capace di curare dolori fisici, ma poiché, come detto in precedenza, era una donna di grande empatia e sensibilità, riusciva a dare sollievo anche alle pene interiori di chi le si avvicinava. Fu così che la sua fama di curatrice di corpo e anima si diffuse a Bologna di strada in strada, di vicolo in vicolo, di bocca in bocca fino a giungere all'orecchio di Ginevra Sforza. La sua decantata perizia ne aveva attirato dapprima la curiosità, ma furono le sue doti umane a instaurare le basi di un'amicizia sincera. La signora di Bologna volle Gentile come dama di compagnia che accettò di buon grado, le due donne trascorrevano pomeriggi a passeggiare per il centro e a chiacchierare, scoprendo ogni giorno affinità di uguali passioni e interessi. Gentile e Ginevra, le cui storie così diverse, si erano intrecciate. Il loro incontro aveva cambiato la vita di entrambe: una riuscì ad apprendere nozioni in materie che da sempre l'avevano affascinata, l'altra era entrata a far parte dell'entourage dei Signori della città.
Ginevra aveva provveduto alla sistemazione in convento per due delle figlie di Gentile, mentre uno dei suoi quattro figli maschi divenne notaio a corte. La signora, sempre più conquistata dalle capacità dell'amica, le affidò alcuni parenti ammalati: in particolare, le chiese aiuto per la figlia Laura, sposata con il marchese Giovanni Gonzaga, e Laura, grazie alle sue cure, guarì. Tuttavia, fra i nobili cortigiani bolognesi, si cominciò a guardare Gentile con sospetto, di anno in anno sempre più potente, e a vociferare che con le stesse erbe con cui riusciva a sanare le persone, le facesse anche morire, o peggio ancora, creasse loro dei problemi per poi prendersi il merito di averle curate. Intorno a loro, molti cominciarono a malignare e a intravedere, nello stretto rapporto di confidenza fra le due amiche, l'opera del diavolo, e da lì il passo fu breve, iniziarono a descriverlo come pericoloso e a raccontare di notti trascorse a officiare riti di “magia nera”. In ultimo, l'aver destinato, da parte di Ginevra, una generosa dote per la terza figlia di Gentile, fu causa di non poco malcontento, dicerie e invidia, fra coloro che ormai vedevano essere due donne a influenzare le decisioni di Giovanni Bentivoglio: una Signora poco amata e una strega.
 
Le maldicenze tuttavia si concentrarono principalmente su Gentile che, agli occhi della gente, continuava a comportarsi in modo anomalo, a fare di tutto per uscire dal percorso consentito a una vita femminile, per emergere e distaccarsi dall'ombra del marito. Gentile era anche tenuta sotto stretta osservazione dalla Chiesa per le sue frequentazioni in convento e le pratiche curative che dispensava ormai senza nascondersi.
 
A Bologna il Tribunale dell'Inquisizione lavorava, e parecchio, da più di due secoli, insediatosi presso il convento di San Domenico, fin dal 1233, era uno dei più solerti e spietati. Gentile, per seguire le sue passioni, era finita dentro le mura di quello stesso convento, proprio in bocca al nemico giurato delle donne, il cui corpo era considerato materia favorita dal diavolo. Le streghe a Bologna non furono diverse da tutte le streghe condannate e arse vive in ogni altro luogo durante i secoli. Subivano processi sommari con prove inventate, venivano condannate ed eliminate dopo confessioni strappate sotto terribili torture; si trattava principalmente di levatrici, astrologhe, erboriste e, ovviamente, prostitute.
Le accuse di stregoneria conservate nel Fondo dell’Inquisizione dell’Archivio di Stato di Modena (ASM) riguardano essenzialmente donne ritenute pericolose agli occhi della comunità in cui vivevano.
 
..La macchina della paura verso le donne non è mai morta, – spiega lo storico Adriano Prosperi, esperto di Inquisizione – la dominanza maschile sull’universo nella nostra cultura ha portato con sé un margine di paura nei confronti dell’indomabile differenza naturale e culturale delle donne, delle escluse (...)”.
 
Innumerevoli sono le vicende trattate, troppe per poterle ricordare tutte. La persecuzione fu spietata e durò nei secoli ancora fino al 1600. Per brevità cito qui solo alcuni emblematici casi: nel 1293, Franceschina fu condannata come strega per avere fatto innamorare di sé il ricco bottegaio Corvino. Nel 1295 vennero condotte al rogo due astrologhe, Morba e Medina. Nel 1373, Giacoma fu giudicata per aver curato una donna, da tempo ammalata, con pratiche di erboristeria. Uno degli ultimi episodi che si ricorda, e siamo già nel XVII secolo, è quello di Margherita Sarti, astrologa e prostituta che, una volta trascinata in piazza, fu linciata dalla folla per giorni e morì dopo una lunga agonia.
Tornando al caso di Gentile Budrioli, va però detto che, con ogni probabilità, a decretarne la fine fu proprio la sua volontà di partecipare alla politica cittadina. I Bentivoglio, negli anni, avevano dovuto sopportare diverse congiure da parte di famiglie bolognesi concorrenti che bramavano il potere, come i Malvezzi e i Marescotti, e fu anche la vicinanza a queste famiglie che contribuì alla rovina di Gentile. Fra maldicenze da un lato e fatti più o meno chiari dall'altro, la corte riuscì a influenzare l'opinione di Giovanni II su di lei, a farla apparire sia strumento del diavolo che dei suoi oppositori; la sfortuna dei Bentivoglio, dunque, era causata dalla sua presenza, dai suoi oscuri malefici e la sorte di Gentile divenne quella di capro espiatorio.
Il potere temporale della Chiesa in quel periodo costituiva una minaccia costante per il governo della città. Innocenzo VIII era un Papa per niente bonario e tranquillo, essendo veemente persecutore del filosofo modenese Pico della Mirandola e relatore della bolla papale che vide all'opera nella “caccia alle streghe” i feroci inquisitori tedeschi Kramer e Sprenger e che, dopo aver blandamente condannato la politica del predecessore Sisto V, nominò in Spagna Grande Inquisitore, nientemeno che Tomas Torquemada. Consultando alcuni documenti conservati nell’Archiginnasio di Bologna, si possono trovare richieste di finanziamento, da parte della Chiesa, per “l’allargamento della sala delle torture” e per il rinnovo degli strumenti di supplizio per gli interrogatori. Questa tremenda macchina di persecuzione veniva alimentata confiscando ai condannati i beni che possedevano e che finivano equamente suddivisi fra la Chiesa e il Comune di Bologna, che dal canto suo incentivava, nei periodi di crisi, l’attività di inquisizione.
Era successo che uno dei figli di Giovanni II si fosse gravemente ammalato e che la moglie volesse affidarlo per le cure alla sua amica Gentile, purtroppo il bambino morì in pochi giorni e quella fu l'occasione giusta per trarre vantaggio dall'accaduto e sbarazzarsi della scomoda presenza di Gentile, entrata in un gioco più grande di lei. La Corte l'accusò di avere, in combutta col diavolo, “guastato” il bambino. Così, convinto da eventi personali e dall'opportunità di un riavvicinamento al Papa, per siglare una sorta di tregua nella lotta al dominio della città, il Signore di Bologna intravide nella consegna di Gentile alla Santa Inquisizione la sua via di salvezza. Ginevra, pur tentando con tutte le sue forze, per non mettere a rischio la sua stessa vita, non poté risparmiare all'amica una tremenda sorte.
È Leandro Alberti (1479-1552) importante storico, domenicano, teologo e filosofo di Bologna che, nel suo “Historiae”, dedica alcune pagine alla vicenda di Gentile Budrioli, alla sua condanna al rogo e ai dettagli dell'esecuzione. Quanto alla Inquisizione l'Autore aveva voce in capitolo essendo stato istituito egli stesso Inquisitore intorno al 1533.
Per Gentile, donna istruita, appartenente a una famiglia in vista, fu montato un processo in grande stile, con l’accusa di stregoneria più vasta e completa possibile, ovviamente gli atti del processo sono andati per lo più dispersi.
 
"La graziosa brunetta passeggiava per Bologna con vesti di seta e di velluto, con orecchini preziosi, braccialetti d’oro e perle al collo e tra i capelli. In più aveva un servitore che la precedeva e due damigelle che la seguivano, sempre…”
 
(Dagli atti del processo di Gentile Budrioli, 1498)
 
La casa di Gentile nel torresotto di Porta Nova, venne perquisita una prima volta e furono trovate le prove della sua stregoneria: un diavolo di piombo, tracce di sangue, ampolle piene di liquidi, mantelli e abiti ricoperti di diavoli dipinti. A una seconda perquisizione, quando lei era già rinchiusa nelle sale di tortura, saltarono fuori, manco a dirlo, le prove definitive e inconfutabili della sua alleanza col diavolo: libri di negromanzia, un altare con le immagini di Lucifero, dodici sacchetti contenenti ciascuno polvere di organi umani con i quali bastava che lei toccasse il corrispondente organo di qualcuno per farlo ammalare o morire. C’era chi giurava che Gentile fosse in grado di predire cosa sarebbe accaduto, solo guardando le stelle. Ginevra Bentivoglio, la signora di Bologna che, durante l'inchiesta fu sfiorata dai sospetti ma troppo in alto per venire colpita, si chiuse in un silenzioso riserbo. Ed ecco con un coup de théâtre, uscire allo scoperto anche il marito di Gentile che testimoniò con dovizia di particolari contro di lei, dichiarando che prima lo aveva tradito, poi lo aveva sottoposto a un incantesimo per fargli perdere l’intelletto. Una serva di Gentile confermò che la sua Signora parlava con il diavolo e le aveva insegnato una malìa per far innamorare un uomo. La povera Gentile fu torturata a lungo fino a crollare e, allo stremo di ogni resistenza fisica e psicologica, confessò ben vent'anni di attività occulte: “72 congiungimenti carnali con spiriti demoniaci”, ammise di aver rubato ossa al cimitero e di aver profanato simboli religiosi. Confessò dunque tutto quello che c'era da confessare pur di porre fine al suo supplizio, chiedendo in cambio solo di salutare i suoi figli per l'ultima volta.
I condannati erano portati, dopo il processo, dal convento di Piazza San Domenico a Piazza VIII Agosto, in genere su un carro, in mezzo alla folla delirante, con il boia e un frate che cantilenava liturgie. Il tragitto non era breve: dalla camera delle torture si passava attraverso piazza Cavour ei proseguiva verso piazza Maggiore, dove si assisteva alla prima Messa. Sul carro con lo sventurato di turno c'erano i membri dell’Arciconfraternita della Morte, braccio della confraternita di Santa Maria della Vita, sita tra via Clavature e via Pescherie, uomini vestiti con un saio e un cappuccio che lasciava intravedere solo gli occhi e, per incutere più terrore, un teschio all'altezza della bocca. Finita la Messa si ripartiva per Piazza VIII Agosto dove la celebrazione della seconda Messa era l'introduzione al rogo.
 
Era il 14 luglio del 1498 quando si diede seguito alla condanna di Gentile, ma nel suo caso fu scelta come scena dell'esecuzione la piazza davanti al convento di San Domenico, proprio dove aveva appreso le sue nozioni, dove aveva avuto inizio la sua storia. Fu eretta una piattaforma con un palo alto sei metri sulla quale, ormai priva di forze, Gentile venne legata con una catena di ferro e con un cappio intorno al collo. I giorni di tortura e umiliazione, il processo, la condanna, non avevano potuto cancellare del tutto, dal viso diafano, la sua conturbante bellezza. Il boia, mastro Giacomo, aveva cosparso i vestiti di pece, mischiata con polvere da sparo, così come la legna posta sotto i suoi piedi, e quando il fuoco venne appiccato la folla accorsa in massa, rimase terrorizzata dalle violente fiammate, dai botti, credendo che fosse il diavolo a causarli mentre saliva dagli Inferi a prendersi l'anima della sua serva prediletta. Il fumo denso e acre si alzava dalle fascine, riempiendole i polmoni, il cappio le si stringeva sempre di più al collo e la sventurata spirò ancor prima che il corpo fosse lambito dalle fiamme. In breve tempo “l'enormissima strega” si tramutò in un gran falò e presto fu cenere che il vento disperdeva su questa bella piazza.
Nonostante la morte di Gentile, le sfortune dei Bentivoglio non conobbero fine, la famiglia continuò a subire congiure da più parti, Ginevra, legata indissolubilmente in un vero e proprio sodalizio col marito, seguì la sua sorte continuando a consigliarlo su quali strategie intraprendere e su quali oppositori eliminare. Alla fine, è risaputo, la città di Bologna venne ripresa dal Papato. Giovanni trovò rifugio a Milano, ma Ginevra non si arrese subito. Coraggiosa e indomita fino all'ultimo, mise insieme un esercito con due dei suoi figli e combatté al loro fianco per riprendere il controllo della città. Sconfitti in battaglia a Casalecchio, le fu comminato l'esilio, lei non si allontanò troppo da Bologna riparando a Parma, dai Signori Pallavicino, in casa di un'amica, ma pagò la sua disobbedienza e l'insubordinazione armata con la scomunica. Il Papa Giulio II, vincitore, si era insediato proprio nella dimora dei vecchi signori a Bentivoglio, dove Ginevra chiese più volte, di essere ricevuta senza ottenerne nessuna possibilità, né perdono, né clemenza. Morì esule nel 1507 e il suo corpo fu sepolto in una fossa comune vicino a Busseto.
Una storia popolare racconta che, il giorno del rogo Ginevra, sentendosi in colpa per aver permesso che la sua amica fosse barattata con la ragion di stato, vagasse senza meta intorno alla casa di Gentile, tappandosi le orecchie per non sentire le urla della folla inferocita, annusando l'odore acre del fumo che si spandeva per le vie del centro. Se questo è vero sicuramente avrà pianto a lungo e avrà atteso di vedere volare nell'aria le ceneri della sua compagna. Ceneri grigie, polvere sottile, che a ben guardare non si sono ancora totalmente disperse e continuano a volare qua intorno, davanti ai miei occhi... ma forse è soltanto smog.
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Cortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo Moderno

24 Marzo 2021 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #storia

Cortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo ModernoCortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo Moderno

 

Di Guido Mina di Sospiro

tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; pubblicato nell’originale nella New English Review dell’aprile 2021

 

“Gli esseri umani sono buoni.”—Jean Jacques Rousseau.

“Gli esseri umani sono buoni.” —Detto diffuso fra i cannibali.

 

Graham Hancock e Juan Carlos Sánchez Clemares hanno dato alle stampe due trilogie sulla conquista del Messico, rispettivamente: La guerra degli dei, il romanzo epico sulla conquista spagnola del Messico, che consiste in La notte del serpente (volume 1); Il ritorno del serpente (volume due); La profezia del serpente piumato (volume 3); e Cronicas de un Conquistador, che consiste in Un nuevo Mundo (volume 1); Mexico – Tenochtitlan (volume 2); Un mundo nuevo (volume 3). Nell’insieme, la trilogia di Hancock annovera 1476 pagine, mentre quella di Sánchez Clemares 1811. Sono due lavori colossali e “monumentali”, nell’etimologia originale, che deriva da monere, latino per “ricordare”. Queste due grandi opere sono un memento non solo di una conquista trionfale, e di una delle più incredibili serie di imprese militari nella storia, ma della nascita del mondo moderno, per ragioni che spiegherò entro breve.

Fin dal tempo di Impronte degli dei sono un avido lettore di Graham Hancock. Con tale libro ha essenzialmente inventato un nuovo genere letterario: la saggistica narrativa. È stato fra i primi ad avere l’idea di scrivere saggistica con la tecnica della narrativa (avvincente, veloce).  Come risultato ha prodotto un libro appassionante, e poi vari altri. Non solo ha adottato la tecnica del romanzo, ma molti, e io fra questi, pensano che sarebbe un romanziere eccezionale e, in effetti, lo è. La premessa della trilogia de La guerra degli dei è la creazione di due personaggi immaginari sul vivido sfondo di personaggi e avvenimenti storici: Tozi, una giovinetta locale dotata di poteri magici che cerca di salvare coloro che ama; e Pepillo, un orfano spagnolo che viene preso sotto l’ala di Hérnan Cortés, e impara come si diventa un conquistatore. Un’altra particolarità dell’interpretazione di Hancock della conquista è la magia: entra nella testa dell’imperatore azteco Montezuma e ci resta fino a che non viene ucciso, mostrando al lettore quanto la religione, qualcuno potrebbe definirla idolatria, abbia avuto a che fare con la caduta dell’Impero Azteco (sebbene “Mexica” sia la parola giusta, che userò da qui in avanti.)   

A causa dell’interesse di Hancock per l’esoterismo, c’è molta magia nella sua trilogia: quella di Moctezuma e quella di Tozi, oltre a lunghe escursioni nella mente di Cortés, che è ritratto come molto devoto a San Pietro. È importante che il lettore contemporaneo si renda conto che la religione ha caratterizzato sia l’Impero Mexica sia l’Impero spagnolo; la sua influenza è stata pervasiva in entrambi, dettando sia credenze sia azioni. Ma le due religioni erano straordinariamente differenti, cosa che ha esacerbato lo scontro di culture.

Nonostante tali lunghe digressioni nella magia, ciò che più di tutto mi è piaciuto sono le battaglie. Hancock si dimostra maestro nel descriverle, e ce ne sono molte; in tutte, gli Spagnoli sono assurdamente sfavoriti e tuttavia… Mi chiedo, ad esempio, quale altro avanzo di esercito della storia, assediato, affamato e sfinito, sarebbe stato capace di vincere la battaglia di Otumba, e subito dopo l’ecatombe della Noche Triste? Confesso di essere tornato di recente a questa trilogia proprio per rileggere le scene di battaglia che sono rese in maniera superba.

Un’altra caratteristica dell’opera è il ritratto che gradualmente emerge di Cortés di un Ulisse in carne e ossa: furbo, audace, astuto, spericolato, sicuro di sé, versatile (politropos), e così carismatico che, cinque secoli dopo gli avvenimenti, il suo carisma trasuda dalle pagine di entrambi i romanzi. Per fare un esempio: molti di voi hanno sentito parlare dell’ordine dato da Cortés di bruciare tutte le navi – che è parente del bruciare i propri ponti, nel senso militare di tagliarsi intenzionalmente la possibilità di ritirata – per obbligare i suoi uomini a sopravvivere per mezzo della conquista, sebbene non avesse idea di ciò che aspettava lui e loro. In realtà ha fatto di più: ha riunito i suoi capitani e ha detto loro che c’era un “broma” nelle navi, un tarlo che stava divorando tutto il legno. Era meglio smantellare le navi e tenere il legno che poteva essere salvato per costruire una città, per inciso La Villa Rica de la Vera Cruz, l’odierna Veracruz. E le navi furono debitamente smantellate. Come se non bastasse, in castigliano la parola “broma” significa anche “scherzo”. 

In Cronicas de un Conquistador, Sánchez Clemares ricorre a un unico personaggio – Diego de la Vega Hurtado y de Velasco – un mercenario, di antica e illustre nobiltà ma squattrinato che, dopo essersi distinto come grande combattente in Italia, finisce a Cuba, e s’imbarca su una delle navi della flotta di Cortés. Siccome Diego ha studiato, ma non è certo uno scrittore, nemmeno nella più fervida immaginazione, Sánchez Clemares non compie l’errore di farlo scrivere fluentemente e in modo accattivante, poiché sta soltanto compilando una cronaca, priva di velleità letterarie. Se ciò è stilisticamente appropriato, inevitabilmente rallenta la narrazione. Lo scritto procede lemme lemme senza gli abili crescendo e decrescendo, in intensità e ritmo, riscontrabili nella trilogia di Hancock. Ma il colpo  magistrale che Sánchez Clemares mette a segno è che molto gradualmente, quasi impercettibilmente, rende la prosa di Diego sempre più scorrevole e avvincente, così che alla fine del volume 2 è del tutto appassionante: l’iniziale (e voluto) tirare avanti si trasforma in un inarrestabile telos narrativo. La ricchezza di dettagli sui Mexica è stupefacente e, come nell’opera di Hancock, gli eventi narrati sono storicamente accurati, così come le ambientazioni e tutti i personaggi coinvolti, a parte i due creati da Hancock e quello di Sánchez Clemares, come spiegato. 

E che dire del linguaggio utilizzato da Sánchez Clemares? Un castigliano antico, a tratti aulico, con coniugazioni e consecutio temporum insoliti per i miei occhi e orecchi ma, oh, graditissimi. Il che fornisce ancora più credibilità alla storia: ci si sente come se si fosse tra i conquistadores, ad ascoltarli mentre tramano la prossima mossa – o il prossimo tradimento. Non erano santi, ma la loro avidità per l’oro e sete di fama erano uguali alla loro fede religiosa, e fin dal principio il clero fu dalla parte dei nativi, proteggendoli dagli abusi, con grande dispiacere degli spietati conquistadores.  

Dei molti conquistadores descritti oltre Cortés, tutti storicamente accurati, quello che più colpisce – tostissimo e senza scrupoli – è Pedro de Alvarado, le cui gesta, incluse quelle dopo la Conquista del Messico, che il lettore interessato dovrà cercare altrove, sembrano ugualmente irrealizzabili. Meriterebbe un romanzo a parte.

I Mexica erano convinti che gli spagnoli fossero dèi (teules), e alcune delle loro straordinarie imprese militari suggeriscono che fossero per lo meno … titani. Per inciso, dalle lunghe conversazioni che ho avuto con l’uomo della medicina della tribù Miccosukee in Florida, e con uno sciamano dei Navajos in Arizona, è emerso il fatto che a tutt’oggi essi considerano gli italiani e gli spagnoli diversi dal resto degli europei, gente speciale, favorita dagli dei. E i Mexica avevano molte profezie che presagivano l’arrivo dei conquistadores. Detto ciò, a quei tempi l’esercito spagnolo era probabilmente il più disciplinato e ben addestrato al mondo, e l’acciaio spagnolo era il più forte.

Entrambe le trilogie chiariscono che i Mexica erano conquistadores quanto gli spagnoli. Le nazioni che i primi avevano conquistato – e dalle quali esigevano un pesante tributo di prodotti agricoli, metalli, gemme, piume (che consideravano di gran valore), schiavi, così come gente da usare nei loro sacrifici e poi mangiare – tutte senza riserva li odiavano. Varie nazioni si allearono prontamente con Cortés contro i Mexica e, dopo la Noche Triste, mentre Cortés era intento a riprendersi Tenochtitlan, ambasciatori dei Mexica cercarono di persuadere i loro vicini ad allearsi con loro contro gli spagnoli, ma per la maggior parte invano.

Inoltre, le donne, di solito figlie di importanti dignitari, che venivano date in moglie come dono a conquistadores di alto rango, erano subito più felici fra gli spagnoli, poiché la condizione della donna fra i Mexica e le altre nazioni era terribile. Tali matrimoni misti, che iniziarono senza indugi, portarono al mestizaje (meticciaggio), cioè la mescolanza razziale e culturale degli amerindi con gli spagnoli che dette inizio al mondo moderno. Gli inglesi, invece, erano razzisti, e non ebbero mai intenzione di stanziarsi nelle proprie colonie. Ma gli spagnoli si stanziarono prontamente nel Nuovo Mondo, e immediatamente si sposarono con donne locali.

I sacrifici umani e la conseguente antropofagia, una costante allora tra i Mexica e tutte le nazioni che ruotavano attorno al loro impero, erano scioccanti per gli spagnoli, e continuano a esserlo per la nostra sensibilità moderna, al punto che per lungo tempo sono stati del tutto negati dagli storici ben pensanti. Ben prima della conquista del Messico, i padri fondatori della Cristianità avevano deciso di spiegare il sacrificio estremo di Cristo – la sua morte sulla croce per la redenzione dell’umanità – nei termini più scioccanti e abominevoli che potessero immaginare: il cibarsi rituale della carne di Cristo e il bere il suo sangue durante la Santa Comunione (che, nella cristianità pre-ecclesiastica, aveva presumibilmente più a che fare con l’agàpe o, più intrigante ancora, con ciò che il mio co-autore Joscelyn Godwin e io descriviamo nel nostro romanzo Forbidden Fruits). Chiaramente l’antropofagia fu considerata già a quei tempi come il più aberrante di tutti i comportamenti umani, che l’umanità peccatrice e immeritevole aveva inflitto al suo Salvatore. E questi cattolicissimi conquistadores giunsero in quello che è l’attuale Messico per scoprire con orrore che ogni nazione contro la quale combattevano si dedicava cronicamente all’antropofagia. Non ebbero dubbi: era opera del Diavolo. Persino quando alcune di queste nazioni divennero alleate degli spagnoli, non smisero di sacrificare esseri umani e mangiarli. Verso al fine della conquista, quando Cortés e il suo esercito stavano assediando Tenochtitlan con tale successo che nessun cibo poteva raggiungere i Mexica dentro la città, gli spagnoli si chiesero come potessero i loro nemici continuare a combattere così ferocemente per mesi. Come si scoprì, mangiavano tutte le vittime che trovavano: ottime proteine di grande valore nutritivo. 

Nel suo libro Los Invencibles de América, Jesús A. Rojo Pinilla sostiene che, lungi dal commettere genocidio contro i Mexica, Cortés e i suoi conquistadores li salvarono da un olocausto autoinflitto. Non conoscendo l’allevamento degli animali, i Mexica e i loro vicini si stavano mangiando l’un l’altro fin quasi all’estinzione. Non solo commettevano decine di migliaia di sacrifici umani ogni anno per motivi religiosi, e come conseguenza mangiavano le cosce delle vittime sacrificali, ma la loro antropofagia era diffusa per la scarsità di cibo. Il canone occidentale contemporaneo, ancora oggi strenuo difensore e propagatore della Leyenda Negra (la propaganda britannico/americana – e anche italiana [basta pensare a I promessi sposi] – che demonizza la Spagna e tutto ciò che è spagnolo), alla luce di prove storiche e archeologiche c’insegna l’opposto: che il Messico pre-colombiano era il Giardino delle Delizie e che i conquistadores procedettero allo sterminio. Il test del DNA sulla popolazione messicana contemporanea rivela però che il 30% è di pura discendenza Maya o Mexica; il 60% meticcio; e solo il 10 % bianco. Se il presunto olocausto avesse avuto luogo, il DNA dei messicani contemporanei non indicherebbe una schiacciante discendenza bianca? 

Ma il concetto di buon selvaggio è sopravvissuto fino a oggi; anzi, non potrebbe essere più di moda. In una visione del mondo distintamente manichea, ci viene insegnato che i nativi erano sempre i buoni, e gli invasori europei sempre i cattivi: una squisita e inequivocabile dicotomia. Jean- Jacques Rousseau ha scritto: Le principe de toute morale (…) est que l’homme est un être naturellement bon, aimant la justice et l’ordre: qu’il n’y a point de perversité originelle dans le cœur humain (…). (Il principio di tutta la morale [...] è che l’uomo è un essere naturalmente buono, amante della giustizia e dell’ordine; e nel cuore umano non c’è perversione intrinseca). 

Forse Julius Evola non aveva torto quando definì l’Illuminismo, Oscurantismo: prendi un’idea (un ideale) e trasformala in un dogma, ignorando ogni evidnza contraria. Questo non è accaduto solo con l’ovviamente erroneo concetto del buon selvaggio. Molte sono state le idee (gli ideali) inventate durante la cosiddetta Età dell’Illuminismo che si sono trasformate rapidamente in dogmi (quando tali idee hanno come sostenitore la ghigliottina, vi stupireste di quanto velocemente vengano adottate), sui quali si basa la società contemporanea. Non avevano e non hanno alcuna rispondenza nella realtà, ma da quando ciò è stato un requisito per un dogma? Indipendentemente da ciò, Il Discorso sulla Diseguaglianza di Rousseau e il suo Contratto Sociale sono i fondamenti del moderno pensiero sociale e politico. Rousseau divenne il membro più famoso della Société des amis del la Constitution, La Società degli amici della Costituzione, rinominata la Società dei Giacobini. Il periodo in cui essa fu all’apice include il Regno del Terrore, durante il quale più di diecimila persone furono messe a morte in Francia, molto spesso per “crimini politici”.

Così l’ammiratore del buon selvaggio, il difensore della bontà intrinseca dell’uomo incorrotto, è anche la mente dietro la macchina assassina votata all’eliminazione di ogni dissenso. Quella, ci viene detto da storici entusiasti, è stata l’Età dell’Illuminismo.

Bene, il buon selvaggio, cinque secoli fa, in quello che è l’attuale Messico, mangiava i suoi simili umani con trasporto. Portavano le vittime sacrificali sulla cima di una piramide, strappavano loro il cuore, che gettavano su un braciere, impalavano la testa oppure la lasciavano rotolare lungo i gradini, si tenevano le braccia e le gambe, che mangiavano, e gettavano via il resto. Si formavano fiumi di sangue che non seccavano mai.

Sia Hancock sia Sánchez Clemares raccontano dei recinti da ingrasso in cui venivano rinchiusi bambini e giovani vergini, per essere ingrassati e alla fine mangiati. L’incubo immaginato dai fratelli Grimm in Hänsel e Gretel veniva attuato su scala industriale dai Mexica. L’allevamento degli animali (come il concetto della ruota, o una metallurgia capace di produrre l’acciaio) non è mai venuto in mente ai Mexica: era più semplice e veloce mangiare la gente. Ciò non era limitato a un occasionale sacrificio ai loro déi sanguinari, era una pratica comune, un fenomeno pervasivo. Sembra caratterizzare le Americhe: con l’eccezione dei contemporanei Stati Uniti e del Canada, dal Messico odierno fino al Cile, l’antropofagia era un stile di vita (?) o, piuttosto, una graduale autoeliminazione. 

Entrambe le triologie sono magistrali; quella di Hancock sembra a prima vista la migliore, ma quella di Sánchez Clemares diventa altrettanto convincente e, poi, straordinaria. Come collega scrittore, non so come siano riusciti a… vivere mentre scrivevano le loro rispettive 1476 e 1811 pagine, visto che normalmente un romanziere vive col fiato sospeso e la mente militarmente occupata da trama, struttura, dialoghi e riflessioni fino a che la prima stesura non è finita. Tanto di cappello a entrambi: le trilogie mi sono piaciute immensamente. 

 

Cortés vs. the Anthropophagi: Two Trilogies about the Conquest of Mexico and the Coming into Being of The Modern World

 

by Guido Mina di Sospiro

 

Human beings are good.—Jean-Jacques Rousseau

Human beings are good.—A popular saying among cannibals

 

Graham Hancock and Juan Carlos Sánchez Clemares have authored two trilogies about the conquest of Mexico; respectively: War God: The Epic Novel of the Spanish Conquest of Mexico, which consists of Nights of the Witch (volume 1); Return of the Plumed Serpent (volume 2); Night of Sorrows (volume 3); and Crónicas de un Conquistador, which consists of Un nuevo mundo (volume 1); México-Tenochtitlan (volume 2); Un mundo nuevo (volume 3).

Cumulatively, Hancock’s trilogy numbers 1,476 pages, while Sánchez Clemares’s, 1,811. They are two colossal and monumental works, “monumental” in the original etymology that derives from monere, Latin for “to remind”. These two great works are a reminder not only of a successful conquest, and of one of the most incredible series of military feats in recorded history, but of the coming into being of the modern world, for reasons that will be explained shortly.

Ever since the now classic Fingerprints of the Gods I have been a keen reader of Graham Hancock. With that book he essentially invented a new literary genre: narrative nonfiction. He was among the first to have the idea of writing nonfiction with the technique of (engaging, fast-paced) fiction. As a result, he produced a page-turner, and several more after it. Not only did he adopt the technique of novel-writing, but many, and I among them, felt that, if he tried his hand at it, he would be a terrific novelist—and so he is. The premise for the War God trilogy is the creation of two fictional characters amidst the vivid background of historical characters and occurrences: Tozi, a local young girl with magical gifts who tries to save those she loves; and Pepillo, a Spanish orphan who is taken under the wing of Hérnan Cortés, and learns what it takes to be a conquistador. Another peculiarity of Hancock’s interpretation of the conquest is magic: he enters the head of Aztec Emperor Montezuma and stays inside it until he is killed, showing the reader how much religion, or some may call it idolatry, had to do with the fall of the Aztec Empire (though “Mexica” is the correct word, which I shall be using henceforth).

Indeed, because of Hancock’s interest in esoterica, there is a lot of pertinent magic in his trilogy: Moctezuma’s and Tozi’s, as well lengthy explorations of the mind of Cortés, who is depicted as being very devoted to Saint Peter. It is important for the contemporary reader to appreciate that religion featured very prominently in both the Mexica and the Spanish Empire; its influence was all-pervasive for both, thus dictating beliefs and actions alike. But the two religions were strikingly different from one another, which exacerbated the clash of cultures.

Despite such lengthy digressions into “magic”, what I enjoyed above all were the battles.[1] Hancock proves to be a master at describing them, and there are many; in all of them the odds were absurdly against the Spaniards, and yet… I wonder, for example, what other beleaguered, hungry, thirsty and exhausted remnant of an army in recorded history would have been able to win the Battle of Otumba, and right after the hecatomb of the Noche Triste? I confess to having gone back to this trilogy recently specifically to reread the battle scenes, which are superbly rendered.

Another characteristic of the work is the portrait that gradually emerges of Cortés as an Odysseus in the flesh: cunning, fearless, astute, risk-taking, overflowing with confidence and versatility (polytropos), and so charismatic that, five centuries after the facts, his charisma exudes from the pages of both novels. To give an example: most of you have heard about Cortés’s order to burn all ships — which is akin to burning one’s bridges, in the military sense of cutting off one’s own retreat intentionally — to force his men to survive through conquest, though he had no idea what he and they may have to face. He actually did better than that: he gathered his captains and told them that there was a broma in the ships, an insect that was eating away all the wood. It was better to dismantle the ships and keep what wood could be salvaged to build a city, incidentally, La Villa Rica de la Vera Cruz, today’s Veracruz. And the ships were duly dismantled. In addition to that, in Castilian the word broma also means “joke”.

In Cronicas de un Conquistador, Sánchez Clemares resorts to a single fictional character — Diego de la Vega Hurtado y de Velasco — a professional soldier from ancient and illustrious nobility, but penniless, who, after distinguishing himself as a great warrior in Italy, ends up in Cuba, and boards one of the ships of Cortés’s fleet. Being Diego well-schooled, but not a writer by any stretch of the imagination, Sánchez Clemares does not incur the mistake of making Diego write flowingly and engagingly, as the latter is merely compiling a chronicle, devoid of literary velleities. While this is stylistically appropriate, it inevitably slows down the pace. The writing chugs along without the artful crescendi and decrescendi in intensity and pace to be found in Hancock’s trilogy. But the magisterial thing that Sánchez Clemares pulls off is that he very gradually, almost imperceptibly renders Diego’s prose increasingly flowing and engaging, so much so that by the end of volume 2 it is no less than riveting: the initial (and deliberate) chugging along morphs into an unstoppable narrative thrust. The wealth of details about the Mexica and all the other nations is stunning and, much as in Hancock’s work, the events narrated are historically accurate, as are the settings and all characters involved except for the two created by Hancock and the one by Sánchez Clemares, as mentioned.

And what to say of the language Sánchez Clemares employs? An ancient, at times archaic Castilian, with conjugations and sequences of tenses unusual for my eyes and ears but, oh, so wonderful. This lends even more credibility to the story: one feels as if he were among the conquistadores, listening in as they plot the next move—or the next betrayal. They were no saints, but their greed for gold and thirst for fame were equal to their religious faith, and from the start the clergy was on the side of the natives, protecting them from abuse, much to the chagrin of the more ruthless conquistadores.

Of the many conquistadores described other than Cortés, all historically accurate, the most striking — ruthless and badass — is Pedro de Alvarado, whose deeds, including those after the Conquest of Mexico, which the interested reader will have to find elsewhere, seem equally impossible to achieve. He deserves a novel of his own.

The Mexica were convinced that the Spaniards were gods (teules), and some of their inconceivable military accomplishments would suggest that they were at least… titans. Incidentally, from long conversations I have had with the bundle-carrier of the Miccosukee nation of Florida and with a shaman from the Navajos, in Arizona, the reality has surfaced that to this day they consider Italians and Spaniards different from the rest of the Europeans, special people at least favored by the gods. And the Mexica had many prophecies vaticinating the arrival of the conquistadores. That said, the Spanish army back then was probably the most disciplined and well-trained in the world, and Spanish steel was the strongest.

Both trilogies make clear that the Mexica were conquistadores as much as the Spaniards. The nations the former had conquered — and from which they exacted a heavy tribute of agricultural produce, metals, gems, feathers (which they considered very valuable), slaves as well as people to use in their sacrifices and then eat — all unreservedly hated them. Various nations readily allied themselves with Cortés against the Mexica and, after the Noche Triste, when Cortés was intent on recapturing Tenochtitlan, Mexica ambassadors tried to persuade their neighbors to strike an alliance with them against the Spaniards, but mostly in vain.

Moreover, the women, usually daughters of important dignitaries who were given as gifts to high-ranking conquistadores to become their wives, were immediately happier among the Spaniards, as the condition of a woman among the Mexica and the other nations was dreadful. Such intermarrying, which got underway in earnest, led to the mestizaje, the racial and cultural mixing of Amerindians with Spaniards that began the modern world. The English, on the other hand, were racist, and never really intended to settle down in their colonies. But the Spaniards readily settled in the New World, and readily married local women.

The human sacrifices and the subsequent anthropophagy, a constant accompaniment to life then among the Mexica and all the nations around their empire, were most shocking to the Spaniards, and continue to be so for our modern sensibility, to the point that for a long time they were outright denied by bien pensant historians. Well before the conquest of Mexico, the founding fathers of Christianity had decided to explain Christ’s ultimate sacrifice — his death on the cross for the redemption of humankind — in the most shocking and abominable terms they could think of: the ritual eating of Christ’s flesh and drinking of his blood during the Holy Communion (which, in pre-ecclesiastical Christianity, was presumably more about agape or, more tantalizingly, what my co-author Joscelyn Godwin and I describe in our novel Forbidden Fruits). Clearly anthropophagy was singled out as early as then as the most extreme and aberrant of all possible human behaviors, which sinful and undeserving humankind had meted out to their Savior. And these very Catholic conquistadores arrived in what today is Mexico to discover to their horror that every nation they fought against chronically engaged in anthropophagy. There was no doubt in their mind: it was the work of the devil. Even when some of these native nations became allies of the Spaniards they could not stop sacrificing humans and eating them. Toward the end of the conquest, when Cortés and his army were besieging Tenochtitlan so successfully that no food could reach the Mexica inside the city, the Spaniards wondered how could their enemies keep on fighting so fiercely for months. As it transpired, they were eating all the casualties they could find, be they their enemies or their own soldiers: good protein there, and plenty of nutritional value.

In his book Los Invencibles de América, Jesús Á. Rojo Pinilla maintains that, far from committing genocide against the Mexica, Cortés and his conquistadores saved them from a self-inflected holocaust. Animal husbandry being unknown to the Mexica, they and their neighbors were essentially eating each other to the brink of extinction. Not only did they commit tens of thousands of humans sacrifices every year for religious motivations, and thereafter ate the thighs of the sacrificial victims, but their anthropophagy was widespread because of the scarcity of food. The contemporary western canon, still a staunch supporter and propagator of the Leyenda Negra (the British/American propaganda that demonizes Spain and all things Spanish), in the face of historical and archeological evidence teaches us the opposite: that pre-Columbian Mexico was the Garden of Earthly Delights and that the conquistadors proceeded to exterminate everyone. DNA testing on contemporary Mexican population reveals that 30% of them are of pure Mexica or Maya descent; 60%, mestizo; and only 10%, white. If the alleged holocaust had in fact taken place, wouldn’t the DNA of contemporary Mexicans indicate an overwhelmingly white descent?

But the concept of the bon sauvage has survived to this day; indeed, it could not be more in vogue. In a distinctly Manichean worldview, we are taught that the natives were always good, and the European invaders always ruthless and cruel: heroes and villains, how delightfully unequivocal. Jean-Jacques Rousseau wrote: Le principe de toute morale (...) est que l’homme est un être naturellement bon, aimant la justice et l’ordre ; qu’il n’y a point de perversité originelle dans le cœur humain (…) (The principle of all morality [...] is that man is a naturally good being, a lover of justice and order; that there is no original perversity in the human heart [...].) 

Julius Evola was on to something when he called the Enlightenment, Obscurantism: take an idea(l) and turn it into a dogma, regardless of all the evidence against it. That did not happen exclusively with the ostensibly flawed concept of the bon sauvage. Many were the idea(l)s invented during the so-called Age of Enlightenment that turned quickly into dogmas (when such idea[l]s have a guillotine as their enforcer, you’d be surprised at how quickly they get adopted), and upon which contemporary societies still hinge. They had and have no correspondence to reality, but since when has that been a requirement for a dogma? Regardless of that, Rousseau’s Discourse on Inequality and The Social Contract are the foundations of modern social and political thought. He became the most famous member of the Société des amis de la Constitution, the Society of the Friends of the Constitution, renamed the Society of the Jacobins. The period in which it was at its most effective includes the Reign of Terror, during which well over ten thousand people were executed in France, most often for “political crimes”.

So the admirer of the bon suavage, the advocate of the inherent goodness of uncorrupted man, is also the mind behind a killing machine bent on eliminating any dissenter. That, we are told by enthusiastic historians, was the Age of Enlightenment.

Well, the bon sauvage, five centuries ago in what is Mexico today, ate his fellow humans with abandon. They took the people to be sacrificed at the top of a pyramid, ripped out their heart, which they tossed on a brazier, either impaled their head or let it roll down the steps, kept their legs and arms, which they ate, and threw away the rest. Rivers of blood thus formed, and never dried up.

Both Hancock and Sánchez Clemares write of the fattening pens in which children and young virgins were kept, there to be fattened and eventually eaten. The nightmare imagined by the Brothers Grimm in Hansel and Gretel was carried out on an industrial scale among the Mexica. Animal husbandry (much like the concept of the wheel, or a metallurgy capable of producing steel) never occurred to the Mexica: it was more expedient to eat people. This was not limited to the occasional sacrifice to their bloodthirsty gods; it was an ongoing, all-pervading phenomenon. It does seem to characterize the Americas: with the exception of contemporary USA and Canada, from contemporary Mexico all the way down to Chile anthropophagy was a way of life (?), or rather, of gradual self-annihilation.

Both trilogies are superb; Hancock’s seems at first the better one, but Sánchez Clemares becomes just as good, and then, incredibly good. As a fellow writer, I don’t know how they managed to… live while they wrote their respective 1,476 and 1,811 pages, as normally a novelist lives with bated breath and his mind militarily occupied by plot, structure, dialogues and thoughts until the first draft is done. Hats off to both: I enjoyed the trilogies immensely.

 

 

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La schiava che il sultano amò

1 Febbraio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Quella di Rosselana è una storia di schiavitù, passione, amore, intrighi, potere, sangue e poesia.

Donna di nation Rossa, giovane non bella ma grassiada”, aveva scritto di lei Pietro Bragadin in un rapporto diplomatico al governo di Venezia.

Sulle origini di questa donna tra verità e leggenda c’era solo l’imbarazzo della scelta, tutte ben confuse a partire dal nome: Roxolana, Roksa, Roksolana e in occidente Roxelana o “la Rosselana” per i suoi capelli rossi. Infine Hürrem Haseki Sulṭān o Khurrem Sulṭān, in turco la sultana ridente. Il suo vero nome pare fosse stato Alexandra Anastasia Lisowska, almeno prima di finire nell’harem di Costantinopoli.

Oltre che nativa della Russia, che allora neppure esisteva, una terra chamata Moscovia semmai, era stata avallata anche come ucraina, polacca, persiana, perfino come un’improbabile contessa italiana. Verosimilmente era ucraina, figlia di di Hawryło Lisowski, un prete ortodosso, nata a Rohatyn forse tra il 1502 e il 1506, quando gran parte dell’Ucraina faceva parte del Granducato di Lituania, confluito poi nella confederazione con la Polonia.

Confuse pure le notizie su come Rosselana fosse finita nell’harem di Costantinopoli: rapita dai tartari, venduta a mercanti genovesi e portata al mercato di schiavi della capitale turca, secondo la più probabile. Pare l’abbia poi comprata l’albanese Ibrahim Pascià, gran visir e cognato di Solimano il Magnifico e donata al vecchio Selim I, padre di Solimano. Costui, ormai troppo anziano per certe prestazioni, l’avrebbe ceduta al figlio quando la schiava aveva circa quindici anni. Insomma, nomi, paesi d’origine e rotte commerciali non aiutano a fare chiarezza.

Fatto sta che Solimano è attratto dalla sorridente Roksolana: i due diventano intimi, confidenti, infine amanti. Lui, quando è lontano da corte perché impegnato nelle frequenti campagne militari, si fida solo delle notizie da palazzo ricevute da lei. Non è solo amore, ma anche convenienza: ha bisogno di qualcuno di affidabile che gli fornisca informazioni sulla situazione a palazzo e sceglie l’amata.

Dell’harem in occidente si aveva, e ancora si ha, uno stereotipo lontano dal vero, vale a dire un luogo di perdizione con schiave licenziose e discinte pronte a soddisfare i sollazzi di sultani debosciati. Invece l’harem era per molti versi tutt’altro: si faceva politica, si pianificava il futuro, si intrigava, oltre che tutto il resto. Era governato dalle madri e dalle mogli dei sultani e le concubine educavano i propri figli progettando per loro un avvenire migliore, cosa che poteva accadere. Nell’impero ottomano perfino uno schiavetto genovese, prediletto di un sultano, da uomo diventerà capo della flotta turca, come la schiava ucraina diventerà sultana.

Un giorno scoppia un incendio nell’harem ubicato nel cosiddetto Palazzo Vecchio, una costruzione staccata dal Topkapi, letteralmente “Porta del Cannone”, che era invece quello da cui si governava l’impero. Rosselana si trasferisce al Topkapi in attesa che la struttura venga ripristinata, ma nell’harem non farà più ritorno. È diventata una “haseki”, cioè la concubina preferita del sultano, scalzando ogni altra donna dal suo cuore.

Solimano aveva già avuto chissà quanti figli, di sicuro il primogenito Sehzade Mustafà designato quale erede legittimo, figlio della sua prima moglie, Mahi Debran Gulbahar, chiamata anche Gyulbahar, o Mahidevran. Per ironia della sorte e per sottolineare una pratica consolidata, anche questa proveniva dal mercato degli schiavi di Costantinopoli, ma è il solo aspetto che le due donne hanno in comune.

Mahidevran è rosa dalla gelosia per l’ascesa della rivale dai capelli rossi. Tra loro scoppia un alterco, vengono alle mani e Rosselana ha la peggio. Interviene Solimano con il quale la ex schiava gioca d’astuzia e dapprima si rifiuta di mostrare le ferite; Solimano insiste e lei cede solo dopo una lunga manfrina. Mahidevran viene immediatamente allontanata da corte e lui prende Rosselana come moglie ufficiale forse nel 1534. La corte ottomana è contraria al matrimonio, ma il sultano fa quello che vuole.

In verità la tradizione voleva che le preferite dei sultani avessero sostanzialmente due ruoli mai sovrapposti: amante e madre dell’erede al trono. Dopo aver dato alla luce il maschio, cessavano di essere le favorite e dovevano andarsene da palazzo con il figlio per allevarlo fino a quando avrebbe preso il posto del padre. Non sarà così per Roksolana che resterà a corte nonostante sei maternità, prima a rompere la tradizione e con grande scandalo dei dignitari della Sublime Porta, ma non sono loro a comandare.

Come Hürrem Haseki Sulṭān, Rosselana si è insediata nel centro del potere dove intrighi e complotti non finiscono mai. Tra leggende e verità, sempre ben confuse, in Occidente sulla sua fama ci si atteneva al peggio, cioè più o meno quanta ne godeva pure tra i suoi. Era dipinta come spregiudicata, assetata di potere, dedita a ogni genere d’intrallazzo. Al contrario, altre fonti ne parlano come una persona impegnata in opere di bene, protettrice degli studiosi e della religione, una delle donne più istruite e colte del tempo: riceveva ambasciatori, intratteneva corrispondenze con sovrani, nobili e artisti di tutto il mondo. Un personaggio controverso, esattamente come la sua storia.

Secondo i nemici tra le sue vittime c’era stato Ibrāhīm Pascià, gran visir nominato da Solimano: era stato ucciso e le sue proprietà confiscate. Pare che Hürrem mal tollerasse l'influenza di Ibrahim sul sovrano e il suo appoggio per la successione al trono di Sehzade Mustafa, a sua volta messo a morte con l’aiuto di un altro gran visir, Rustem Pascià. Secondo voci più benevole, invece, Rosselana avrebbe scoperto un complotto di Mustafà contro il padre e il sultano non ci aveva pensato due volte a farlo strangolare, salvo poi vegliarne il corpo per giorni impedendo a chiunque di toccarlo. In realtà Solimano amava i figli tanto quanto la moglie, ma la questione della successione alla Sublime Porta, con eredi che tentavano di prendere anzitempo il posto dei padri ammazzandoli, stava diventando una situazione imbarazzante per la monarchia ottomana e qualcosa andava fatto. Decise per le spicce.

Per altro, in assenza di norme precise per regolare la successione, la legge del fratricidio inserita nel Kanunname, in pratica il codice delle leggi, sanciva che, con l’assenso dei dottori garanti della legge coranica, detti Ulema, il sultano potesse uccidere i propri parenti in modo da sbarazzarsi di possibili pretendenti. Insomma, pare valesse il detto nostrano “poca brigata, vita beata”.

Solimano e Rosselana violeranno un’altra legge della corte ottomana: la concubina, infatti, non avrebbe potuto avere più di un figlio maschio, ma Hürrem ne avrà ben cinque, più una femminuccia. Incapaci di spiegare come possa aver raggiunto tanto potere, i suoi contemporanei l'accuseranno addirittura di aver stregato il sultano.

Tristissima la sorte dei figli: l’ultimo maschio, Cihangir, muore di dolore per la sorte toccata al fratellastro Mustafà al quale evidentemente era molto legato; Mehmet di vaiolo, Abdallah e la piccola Mihrimah in tenera età. Rimangono Selim e Bayezid.

Quest’ultimo si comporta come se fosse già sul trono scavalcando il padre, dispone, comanda, riceve ambasciatori come se il sultano vero non contasse nulla. Ma la goccia che fa traboccare il vaso è quando tenta di far fuori il fratello Selim, l’ultimo nato e, pare, prediletto da Roksolana. Il tentativo fallisce e Bayezid con dodicimila armati si rifugia in Persia, un traditore per i suoi, a quel tempo in guerra con i persiani. Per lui le cose volgono presto al peggio perché i due imperi firmano la pace e Solimano impone come condizione che gli uomini di Bayezid vengano tutti uccisi. Lui e i suoi cinque figli gli sono invece consegnati e sarà il sultano in persona a ordinare l’esecuzione dell’intera famiglia nel 1561. Costo dell’operazione quattromila monete d’oro che lo shah persiano Tahmasp incassa a lavoro ultimato.

Nel frattempo Rosselana si è ammalata. Solimano non si allontana un solo giorno dal suo capezzale, ordina perfino il rogo di tutti gli strumenti musicali di corte per non disturbare la sua quiete, ma la sposa spira tra le sue braccia il 18 aprile del 1558. Viene inumata in un mausoleo decorato con scene del Paradiso Terrestre. Poco distante sarà eretto quello del marito ed entrambi annessi alla moschea che porterà il suo nome.

Dopo la morte di Roksolana, Solimano il Magnifico, che qualche pecca se l’era dovuta pur riconoscere, vivrà il resto dei suoi giorni distrutto dal dolore, in solitudine, triste, sempre più lontano dalla gestione del potere. Scriverà poesie dedicate all’amata. Morirà il 6 settembre 1566 durante l’assedio di Szigetvár in Ungheria. Aveva annunciato che quella sarebbe stata la sua ultima campagna militare e che non sarebbe tornato. Sarà di parola.

Nei secoli soprattutto l’aspetto amoroso di questa storia ha ispirato scrittori e artisti e pure lo scrivente, che artista non è mai stato e come scrittore è solo un dilettante, ha pensato di accennarne nel suo libro Il Signore di Notte, un giallo ambientato a Venezia nel 1605.

 

 

Gustavo Vitali

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Quando a Venezia ci si giocava la camicia

31 Gennaio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia

 

 

 

 

Dicono che tutto ebbe inizio nel 1172. Un capo mastro di origine bergamasca, tale Nicolò Barattieri, riesce a rizzare due enormi colonne trasportate dall’Oriente come bottino di guerra. Erano rimaste abbandonate per decenni sul molo di San Marco perché nessuno sapeva come fare.

A lavori conclusi alle loro sommità svetteranno le statue di San Totaro, cioè San Teodoro, e del leone alato di San Marco, segnando per sempre l’accesso all’area marciana per chi proveniva dal mare. Ci sarebbe stata anche una terza colonna, ma andò perduta nel fango della laguna durante le operazioni di scarico.

Il Barattieri si era già segnalato per la realizzazione della cella del campanile di San Marco mettendo in campo tutto un marchingegno di casse di legno mosse da carrucole che agevolarono il trasporto dei materiali sino alla cima della torre. Resterà nella storia anche per aver costruito il primo Ponte di Rialto, tutto in legno. Anche nel caso delle colonne impiegò un ingegnoso e complicato sistema di corde bagnate, paranchi e zeppe.

A lavoro ultimato ebbe pure il suo bravo tornaconto: ottenne dal doge Sebastiano Ziani che attorno alle colonne fosse decretata una zona franca dove praticare il gioco d’azzardo fino ad allora proibito ovunque nella Serenissima. Pare fossero molto di moda i dadi, tanto che entreranno a far parte dello stemma di famiglia, fino che un discendente dell’ingegnoso bergamasco deciderà di abiurarli come simboli di un deprecabile passato connesso con il vizio. Infatti, con il tempo il termine “barattieri” era finito per designare i gestori di banchi per il gioco d’azzardo, una consorteria regolata da norme fisse, tacitamente riconosciute e accettate dai biscazzieri, cioè i padroni delle bische.

Cosicché il malaffare prese a dilagare ovunque. Il gioco era per lo più favorito dal calendario veneziano che segnava un’infinità di feste, numerose ricorrenze di santi protettori di parrocchie e corporazioni, sagre e altro, una manna per i barattieri di ogni parte che piovevano in città per svuotare le tasche agli allocchi. Nel 1487 era stato poco saggiamente permesso il gioco in occasione delle feste nuziali e durante il lungo periodo del carnevale quando tutta la città indossava la “bauta”, cioè la maschera, anche bari e truffatori. Il doge Andrea Gritti lo aveva revocato, ma il danno era fatto. Le colonne di piazza San Marco erano oramai diventate il ritrovo della peggior feccia. Ma carte e dadi sbucavano dappertutto, per strada, nelle case e nei cosiddetti “Casin dei Nobili”, case da gioco contrabbandate per salotti da conversazione. Ci si rovinava anche nei “redutti”, ovvero bische clandestine, e più di un’attività nascondeva sotto vesti legali quella dell’azzardo. Biscazzieri per antonomasia erano i barbieri, poco importando loro dei pochi ducati di multa o di qualche settimana di carcere perché l’azzardo fruttava più del mestiere di “conzateste” o radere barbe. Famosa tra Rinascimento e Barocco la bisca nascosta nella bottega di barberia di Vicenzo Gobbo a San Stin nel sestiere di San Polo. Il Vincenzo era pure finito in carcere, ma la bisca aveva continuato a prosperare.

Giocatori, bari, biscazzieri, “tagliatori” e tutto il serraglio di prostituzione e lenoni connesso si beffava di guardie e zaffi, quando addirittura non venivano presi a botte e talvolta anche peggio. Alcuni bari godettero di grande fama, come Zuane Martini, detto “Balla” o “Balletta”, tanto noto che ho deciso di farne un personaggio del mio libro giallo Il Signore di Notte ambientato nella Venezia del 1605. Anche la bisca del Gobbo nel racconto diventa meta delle indagini.

L’insanabile piaga infestò in modo trasversale la società veneziana in ogni epoca e senza distinzione di rango. L’azzardo era nell’aria, compenetrato nella città stessa, amalgamato con i traffici commerciali e con gli arricchimenti, connesso alla storia di Venezia fin dai tempi più remoti e non solo dal 1172. Le sentenze degli Esecutori Contro la Bestemmia e quelle delle altre magistrature che li avevano preceduti per competenza in materia non incutevano alcun timore. Il male non era regredito d’un passo neppure di fronte alle più severe sentenze di bando, messa alla berlina e carcere.

L’elenco dei modi per buttar via soldi era davvero lungo: piastrelle, primiera, gilé col bresciano, trappola, stusso, cricca, minoreto, trentaun per forza, sequentia, chiamare, dar la cartaccia e banco fallito. Un gioco molto diffuso era la basseta, un vero flagello. Il proverbio veneziano “la matina una messeta, dopo pranzo una basseta e la sera una doneta”, cioè alla mattina la messa, al pomeriggio il gioco della “basseta” e la sera una donna, l’avrebbe detta lunga, ma c’era poco da ridere perché il gioco era una peste che divorava i pochi denari dei poveracci e interi patrimoni dei ricchi. Susciterà clamore la disavventura di un giovane patrizio che al gioco aveva perso ogni avere, perfino le fibbie d’oro che adornavano le sue calzature. Nel tentativo di rifarsi alla fine si era giocato pure la propria promessa sposa. Nessuno ha tramandato come si era chiusa la vicenda della poveretta.

Il gioco aveva pesato anche sulle casse dello stato. Tra il 1776 e il 1788 per rimpinguarle il governo aveva deciso di aprire le porte del patriziato a quaranta famiglie, vendendo il titolo per 100.000 ducati. In precedenza, tra il 1646 e il 1669, questa misura era già stata adottata con successo in altre due occasioni quando c’era stata la corsa per accaparrarselo. Questa volta non fu così: solo tredici famiglie furono disponibili a scucire la somma. Tra le ragioni di tanta disaffezione alcuni studiosi hanno individuato nel gioco del lotto la rovina di molte famiglie. Bersaglio di numerose proibizioni, come quella del 7 luglio 1603 con la quale il Consiglio dei Dieci aveva tentato di non “permetter alcuna sorte di Loti”, perché evidentemente ce n’era più di un tipo, era stato infine regolamentato dal governo nel 1734.

“Chi è causa del suo mal …” si potrebbe concludere. Invece, preferisco sottolineare la grandezza dell’antica Repubblica di Venezia, oltre undici secoli di gloria, retta in generale da governi avveduti, quando non geniali, da personaggi responsabili e quasi sempre all’altezza delle situazioni. Va bene! Qualche vizietto glielo possiamo concedere.

 

Gustavo Vitali

 

Per ulteriori informazioni sul libro giallo Il Signore di Notte contattare l'autore del libro: Gustavo Vitali – 335 5852431

 

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Prostitute e cortigiane nella Venezia del Rinascimento

30 Gennaio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Ho appena pubblicato il libro Il Signore di Notte, ambientato nella Venezia nel 1605, alle soglie del Barocco, un giallo fitto fitto, ma con l'aggiunta di brevi divagazioni storiche per contestualizzare il racconto nella sua epoca.

Ci sono anche riferimenti al secolo precedente, cioè il Rinascimento, un periodo per la Serenissima di grande splendore artistico e non solo, a discapito di altri ambiti dove erano cominciati i primi sintomi di quel declino sebbene ancora lungi da venire.

Una delle particolarità della società veneziana in ogni sua epoca, e in particolare durante il Cinquecento, è stato il gran numero di donne dedite alla prostituzione. Gli storici hanno giustificato questo fenomeno con la stessa connotazione di una città tutta orientata verso il commercio e con molti “foresti”, mercanti soprattutto, che vi si recavano per curare i propri affari. Si trattava per lo più di uomini soli … il resto potete immaginarlo.

A favore delle “femene publiche” ci si erano messi pure i costumi del tempo: le ragazze di buona famiglia, ma anche le figlie di comuni cittadini, vivevano sotto controllo dei genitori e godevano di ben poche libertà fino al giorno delle nozze. Quindi gli scapoli avevano rare occasioni di trovare compagnia femminile: circuire qualche poveraccia chiusa contro voglia in convento (casi come quello manzoniano della monaca di Monza e del “tristo” Egidio erano tutt’altro che eccezioni!) oppure darsi all’amore prezzolato.

Fatto sta che a metà del 1500 ne furono censite 11.654 in una città già popolosa di suo, passata dai 130.000 abitanti nel 1540 ai quasi 170.000 nel 1563, terza d’Europa dopo Parigi e Napoli che verso la fine del secolo ne contavano più di 200.000.

La prostituzione a Venezia era fortemente controllata dal governo a partire da dove ammessa e dove no. In pratica era stata confinata entro certi limiti toponomastici, o almeno così avrebbe dovuto esserlo. Per accalappiare i forestieri le meretrici fin dal XIV secolo avevano esercitato la professione nei dintorni di Rialto dove la presenza di mercanti e denaro era scontata. Nel 1421 il governo aveva deciso un giro di vite: le donne dedite al mestiere erano state relegate nel quartiere Castelleto, un vero e proprio ghetto vigilato dalle guardie e aperto dal mattino fino all’ultima campana della sera. Poi tutte a casa, pena la frusta.

Neanche mezzo secolo dopo il giro della prostituzione si era trasferito nelle case del patrizio Priamo Malipiero, sempre in zona Rialto, per poi dilagare un poco ovunque, tanto che dopo il decesso del nobiluomo gli eredi avevano chiesto sgravi fiscali: affittare alloggi alle prostitute rendeva oramai assai poco, visto che nel frattempo erano sparse in mezza città.

Se regolamentare la prostituzione aveva dato scarsi risultati, al contrario tassarla ne aveva dati di ottimi. Dalle imposte sull’amore prezzolato ogni anno pareva uscissero i soldi per allestire quattro galee e nel 1514 le meretrici erano state bersaglio di una pesante tassa straordinaria destinata a finanziare il dragaggio dei fondali dell’Arsenale.

Come detto pocanzi, un uomo solo aveva poche scelte per soddisfare certe voglie. Questo aveva determinato un ulteriore aspetto della società veneziana: l’omosessualità, tanto diffusa che al fenomeno si era fatta perfino una certa abitudine. Tuttavia, contro quello che era ritenuto un vero flagello, ancorché generato dagli stessi costumi che tagliavano i ponti verso rapporti eterosessuali fuori dal matrimonio, e sollecitate dall’incessante tuonare della Chiesa, le istituzioni ne avevano pensate di ogni, ma c’era stato anche dell’altro. Pareva che un bel giorno, tra omosessualità dilagante e nutrita concorrenza, i proventi delle prostitute avessero subito una forte contrazione, al contrario delle gabelle che erano rimaste intatte. Queste avevano sollevato un gran polverone e animate proteste a seguito delle quali il Consiglio dei Dieci, una delle tante magistrature dell’organigramma della Serenissima, era prontamente intervenuto. Ecco la sua “illuminata” delibera: facendo leva sulle attrattive più arrapanti della bellezza femminile, aveva imposto alle prostitute di esibirsi alle finestre di casa a seno scoperto o gambe nude per invogliare gli uomini alla loro frequentazione. Accertata una conseguenza: un ponte di Venezia aveva preso il nome di Ponte delle Tette.

Questo ponte esiste ancora oggi nella zona delle Carampane in contrada San Cassiano, dove era stato infine confinato il grosso della prostituzione sulla quale avevano continuato a piovere restrizioni. Carampane con il tempo diventerà anche l’epiteto per designare una donna avanti con l’età e dalla bellezza sfiorita: vecchia carampana!

Allora come oggi nella professione più antica del mondo si potevano individuare livelli d’ogni sorta: c’erano donne che rimediavano giusto un boccone, magari rischiando la morte per malattie orribili, e quelle che potevano permettersi paggi e servitori, tanto che tra le restrizioni di cui pocanzi una imponeva il divieto di assumere domestici minori di anni trenta. Per altro le limitazioni erano spesso allegramente disattese e senza nessun mal di testa da parte degli organi di controllo. La funzione sociale della prostituzione e il suo cospicuo gettito fiscale facevano chiudere un occhio al governo, anzi tutti e due. Probabilmente più per quest’ultimo motivo che non per il primo.

Un discorso a sé meritano le cortigiane, da non confondersi con le normali prostitute con le quali bastava pagare per entrare nel loro letto, anche a prezzi stracciati e squallore incluso. Al contrario le prime erano disponibili solo per persone di un certo rango e con le tasche ben provviste; per nulla scontato ottenerne i favori, perché queste dame non accettavano chiunque nelle proprie grazie. Erano spesso donne di buona educazione che sapevano intrattenere gli amanti, oltre che soddisfarne gli ardori. Spesso vantavano una cultura raffinata e tra loro non erano rari i talenti in ambito letterario e artistico. Frequentavano i salotti e gli uomini non disdegnavano affatto farsi accompagnare da loro in momenti conviviali. Erano definite “cortigiane honeste” per distinguerle dalle normali meretrici, dette “cortigiane di lume”.

Circa le prime, avevano avuto notorietà i componimenti di Pietro Aretino celebranti le lodi di Angela Dal Moro, alla quale era rimasto appiccicato il nomignolo di “zaffetta” perché figlia di uno “zaffo”. Gli zaffi erano gli informatori della polizia e questo tradisce le umili origini della donna dalle quali si era affrancata grazie al lavoro di cortigiana, ma anche con lo studio, abbinando profonde conoscenze d’arte, musica, letteratura ad attrattive fisiche, modi amatori raffinati ed eleganza. Aveva goduto di un fascino capace di suscitare forti emozioni negli uomini che la avvicinavano. D'altronde, senza fascino e tutto il resto non si poteva svolgere questa professione che poteva garantire agi e ricchezze, ma anche dolori, come per una sua collega della quale leggerete poco avanti.

Della Zaffetta era rimasto ammaliato il grande Tiziano che la ritrasse nuda, niente in confronto dell’ossessione avuta per lei dal collega Paris Bordon che la utilizzò come modella in un numero impressionante di opere. Il che è tutto dire per un pittore che aveva realizzato capolavori come la “Sacra Famiglia”, la “Sacra Conversazione”, il “Sant'Ambrogio” e una pala per la chiesa di Sant'Agostino a Crema.

Veronica Franco (1546 – 1591) di certo la più famosa, poetessa oltre che cortigiana d’alto rango. Su di lei si sono spesi fiumi di inchiostro e dedicati anche dei film. Appare anche nel recente documentario “Io sono Venezia”, più volte trasmesso sui canali RAI, una carrellata sulle origini e storia della Serenissima (vedi link). La foto a corredo di questo articolo rappresenta l’attrice che la interpreta.

La Franco, donna affascinante, bellissima, era diventata tanto conosciuta da essere richiesta perfino dai monarchi in visita al governo, come Enrico III di Francia che soggiornò a Venezia nel 1574. Il “Catalogo delle principali e più honorate cortigiane di Venezia”, un opuscolo del 1565 con nomi, indirizzi e tariffe delle donne dal letto facile più in vista, a suo proposito aveva annotato che un suo bacio sarebbe costato sei scudi, cinquanta il servizio completo.

Ovviamente non aveva potuto godere del rispetto dato alle donne “normali” e aveva dovuto farsi strada da sola. Aveva studiato da autodidatta e cercato i propri mecenati tra uomini colti ed entrando a far parte di circoli culturali. Dopo la pubblicazione e il successo dei suoi lavori letterari, aveva fondato un'istituzione caritatevole a favore delle cortigiane e dei loro figli.

Lasciata Venezia per sfuggire alla peste del 1575, aveva avuto un rientro amaro: i suoi beni erano stati saccheggiati. Per lo più nel 1580 era stata processata dall’Inquisizione per incantesimi, un’accusa comune per le cortigiane dell'epoca. Ne era uscita assolta. ma la sua vita non sarebbe tornata a essere quella di prima. Perse tutte le ricchezze, dopo la morte del suo ultimo benefattore, si ritrovò priva di sostegno finanziario. Dei suoi ultimi anni si sa poco.

Di questo mondo ora oscuro, ora sfavillante, dell’amore mercenario e dell’erotismo a tariffe variabili troveranno molto altro i lettori de’ “Il Signore di Notte”, un giallo con importanti risvolti storici.

Per ulteriori informazioni sul libro giallo Il Signore di Notte contattare l'autore del libro: 

 

Gustavo Vitali – 335 5852431

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