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storia

Roberto Mistretta, "Rosario Livatino - L'uomo, il giudice, il credente"

25 Settembre 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia, #persoanggi da conoscere

 

 

 

 

Roberto Mistretta
Rosario Livatino - L’uomo, il giudice, il credente
Edizioni Paoline - Pag. 440 - Euro 22

 

Dopo l’ottimo libro su don Ferdinando Di Noto e la sua battaglia in favore dei bambini, Edizioni Paoline affida a Roberto Mistretta un lavoro altrettanto importante - direi quasi indispensabile - sulla figura del giudice Rosario Livatino, già pubblicato sette anni fa, ma rivisto e ampliato dopo la beatificazione di un uomo definito martire di giustizia e della fede. Roberto Mistretta è scrittore conosciuto per i piacevoli romanzi gialli che vedono protagonista il pacioso commissario Bonanno (Premio Tedeschi, 2019), ma anche di racconti per bambini e saggi divulgativi a tema sociale. Rosario Livatino è un personaggio che affascina lo scrittore siciliano, perché è un uomo coraggioso e indomito, appassionato difensore della legalità, profondo conoscitore del diritto e della società, sorretto da una fede forte, convinto che il suo unico compito fosse quello di servire lo Stato. Livatino, il giudice ragazzino, ha compiuto il suo dovere fino in fondo, contro tutto e tutti, questo libro gliene dà merito, sin dalla presentazione evangelica, scritta da monsignor Russotto, che lo definisce l’uomo delle Beatitudini, un giudice santo pur se profondamente uomo, un coraggioso eroe del Vangelo e della giustizia. Mistretta prosegue sul solco tracciato dalla fede, perché avvisa il lettore che il suo libro - oggi più di sette anni fa - è dedicato soprattutto a chi crede nel Vangelo e si propone di mettere in evidenza l’umanità e la profonda spiritualità del giudice ragazzino. Prima di cominciare a scrivere su Livatino, l’autore si reca in pellegrinaggio ad Agrigento e sosta in raccoglimento davanti alla camicia intrisa del suo sangue, quella che indossava il giorno del martirio. Il libro è dedicato a un Beato, a un giudice integerrimo, eroe della fede, servitore dello Stato, che pone sempre Dio e la legge al centro del suo lavoro. Trentotto anni ancora da compiere, il più giovane magistrato ucciso in Italia, il primo a essere dichiarato Beato. Il libro si sviluppa in cinque parti: L’uomo e il magistrato, Le agende specchio dell’anima, Sangue innocente, La vita oltre la morte: i miracoli, Interventi pubblici di Rosario Livatino. Mistretta racconta vita e opere di un uomo cresciuto a pane e diritto, destinato a compiere grandi cose sin dai tempi del liceo e di una doppia laurea, magistrato zelante e meticoloso che indaga su uomini intoccabili e pericolosi, su potenti mafiosi che ne decretano la condanna a morte. Livatino era un uomo schivo, non si lasciava intervistare, non amava la ribalta, neppure le fotografie, preferiva lavorare con passione (persino in ferie!) e compiere il suo dovere senza esibire successi e impegno. Il giudice ragazzino, dopo la morte si è meritato gli onori di un film girato da Alessandro di Robilant tra Comitini, Naro e Agrigento, per narrare la vita e la figura di un magistrato ucciso da quella mafia che aveva cercato di combattere. Mistretta racconta il metodo di lavoro, approfondisce l’uso delle agende che contengono elementi importanti per ricostruire il suo pensiero e il lato umano di un personaggio che soffriva un grande senso di isolamento, cercando rifugio nella fede in Dio. Terribile il capitolo intitolato Quel cornuto lo dobbiamo ammazzare, dove da buon scrittore di thriller l’autore ricostruisce l’organizzazione dell’omicidio e l’agguato a un uomo indifeso, vittima sacrificale di un sistema corrotto. Cosa vi ho fatto, picciotti? Ha appena il tempo di sussurrare il giudice ragazzino, finito da cinque colpi di pistola. Tieni, pezzo di merda! È la terribile risposta che accompagna gli spari. Mitra e pistola, poi un colpo in pieno volto. Mistretta racconta tutto, con stile piano e suadente, grazie a capitoli brevi e testimonianze, con umile partecipazione alla vita di un Beato, di un futuro Santo. Non mancano le parole dei pentiti e i miracoli compiuti, ma anche se non credete al soprannaturale e se non avete fede, il più grande miracolo di quest’uomo è aver affrontato la vita come la morte, convinto di fare il proprio dovere e di servire lo Stato fino in fondo. Leggete questo libro e approfondite la sua esistenza. Vi sarà utile.

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Lucia Paoli, "Tu mar es mi amar"

17 Agosto 2022 , Scritto da Maria Gisella Catuogno Con tag #maria gisella catuogno, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Tu mar es mi amar

Lucia Paoli

Edizioni Il Foglio, 2022

 

È in libreria Tu mar es mi amar di Lucia Paoli, Ed. Il Foglio Letteraio, un denso saggio storico, ricchissimo di documenti, tratti da archivi nazionali ed esteri, soprattutto spagnoli, che ci trasporta nel Mare Toscano della seconda metà del Cinquecento – e dunque nel Canale di Piombino – dove si scontrano, si intrecciano, più di rado si tollerano reciprocamente gli appetiti di tre protagonisti: gli Appiani, signori di Piombino dal XIV° secolo, i Medici, in emergente ascesa, e gli spagnoli, con la loro ingombrante presenza sulla Penisola sancita dalla pace di Cateau Cambresis del 1559.

La Spagna ha infatti il possesso diretto della Sardegna, di Napoli e della Sicilia, indiretto dei rimanenti stati italiani, ad accezione della gloriosa Repubblica di Venezia, che può permettersi una fiera indipendenza politica e culturale, mentre anche Genova, ‘la Superba’, è costretta a sostenere la Spagna, se non altro per gli ingenti prestiti che i suoi banchieri le hanno concesso.

A movimentare lo scenario è poi la creazione, per volontà di Filippo II° di Spagna, nel 1557, col Trattato di Londra, dello Stato dei Presìdi, come appannaggio dei viceré spagnoli di Napoli: il possesso di Orbetello, Porto Ercole, Porto S. Stefano e Talamone, cui più tardi si aggiunge Porto Longone, è un’acquisizione preziosa, che permette loro il controllo delle rotte marittime dal sud verso la Liguria, da cui si irradiano anche le vie terrestri dirette a Milano e al nord, verso le Fiandre, endemico teatro di guerra per la Spagna.

Anche la ‘libera’ signoria di Piombino deve accettare un presidio spagnolo, che al contempo costituisce la difesa militare della città ma pure un pesante condizionamento alla sua autonomia. In tali complicati rapporti si inserisce la politica di Cosimo I° e dei suoi successori, molto interessati al controllo del Mare Toscano e delle isole che lo costellano: e se non è possibile ai fiorentini il possesso di tutta l’Elba, che spetta alla signoria piombinese, così come di Pianosa e di Montecristo, la concessione dello sfruttamento delle miniere di ferro nel Riese e l’edificazione della città fortezza di Portoferraio, Cosmopoli, baluardo invincibile per i Turchi, li risarciscono degli insuccessi.

In tale quadro generale, il lavoro della storica elbana, vissuta a Firenze, si concentra fin dal primo ‘Libro’ sulla politica degli Appiani, che si devono confrontare con amici/nemici più forti e (pre)potenti di loro, come vasi di coccio costretti a viaggiare con vasi di ferro, avrebbe detto Manzoni.

Nell’ultimo mezzo secolo del loro governo, forse per stanchezza, forse per incapacità, i signori di Piombino preferiscono abitare nelle proprietà toscane, consegnano la città al consiglio degli Anziani –  che si appoggiano agli antichi Statuti, in una sorta di regime monarchico-repubblicano – riscuotono le rendite senza avere impegni amministrativi, si affidano alla difesa militare spagnola e, per la tutela del mare, alla flotta medicea – di cui Jacopo VI del resto, fu ammiraglio – oltre che alle  piazzeforti di Portoferraio e di Livorno.

Quest’ultima è in piena espansione: libera, accogliente, approdo di merci provenienti da ogni angolo del mondo, vero emporio mediterraneo, è davvero una ‘città delle nazioni’ che stupisce, insieme a tutta la spregiudicata politica medicea, gli spagnoli. Ma l’ammiraglio appianeo ha una preoccupazione: non avendo eredi legittimi pensa di legittimare presso l’imperatore il figlio Alessandro, nato da Oriettina Fieschi, genovese come la moglie Virginia e di lei parente; ci riesce e Alessandro diventa signore di Piombino: il suo matrimonio con Isabel de Mendoça, figlia dell’ ambasciatore spagnolo a Genova, sembra rafforzarne  potere e prestigio.

Se il primo Libro è concentrato sulla geografia che fa da sfondo alle complicate vicende ispanico-medicee-appianee, gettando luce sugli interessi economici e strategici dei protagonisti, il secondo è invece tutto dedicato alla figura di Alessandro I Appiani e alla sua breve ma intensa signoria, attenta ai bisogni della popolazione, al controllo delle pretese delle famiglie abbienti (e filospagnole), ‘laica’ nell’accogliere stranieri e perciò sostanzialmente invisa a pochi ma potenti personaggi ribelli.

La  congiura contro Alessandro  e il terribile assassinio che ne consegue sono analizzati nei dettagli, non solo nelle cause e conseguenze, ma anche nella ricostruzione della fisionomia dei personaggi che vi ruotano attorno, a cominciare da Don Felix D’Aragon, capo del presidio spagnolo piombinese, responsabile morale del delitto e forse spinto ad esso dalla brama di possesso per la Spagna del Canale, l’Elba e Piombino. La ‘damnatio memoria’ dello sfortunato signore appianeo, dipinto dalle fonti tradizionali come dissoluto, libertino e inviso al popolo, si è mitigata nei secoli, ma appare ancora incredibilmente presente in testi che si suppongono attendibili.

Alle due Isabelle, madre e figlia, è infine dedicato il terzo e ultimo libro, che le valorizza per il loro profilo umano e per l’impegno istituzionale profuso: la prima, sebbene sospettata da alcuni di essere complice dell’omicidio del marito, riesce a convincere della propria innocenza e con lei, a lungo reggente per il figlio Cosimo, il futuro Jacopo VII, la signoria piombinese si trasforma in principato, per volere dell’imperatore, e Isabel, vedova volitiva, istruita e capace, diventa ‘la principessa’ per antonomasia; alla morte precoce del figlio, lotterà con le unghie e con i denti per la successione di Isabella, contro pretendenti di rami collaterali degli Appiani, seguendo personalmente la lunga ed estenuante causa ereditaria di fronte alla corte imperiale di Praga.

La seconda Isabella, andata in sposa a dodici anni allo zio materno, George de Mendoça, conte di Binasco, ottiene Piombino in seguito alle forti pressioni spagnole presso l’imperatore. Sette anni dopo, principessa e vedova, si sente indipendente come la madre: chiede e ottiene la protezione dei Medici e si prepara a un secondo matrimonio, con il duca di Bracciano, Paolo Orsini. Le nozze, celebrate a Piombino nel 1621, saranno seguite da un soggiorno degli sposi a Marciana, all’Isola d’Elba.

Ma intanto è cominciata la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) e il comune bisogno di denaro spinge l’imperatore ad affidare alla Spagna l’incarico di sciogliere il nodo della successione del principato. Per la corona spagnola è arrivato il momento tanto atteso: il possesso dell’agognato Canale. Dopo varie vicissitudini, lo stato sarà offerto per un milione di fiorini al principe di Venosa, Niccolò Ludovisi e avrà fine la lunga e disperata lotta degli Appiani per Piombino.

L’Appendice che segue ai tre Libri, dal titolo “Allargando gli orizzonti” getta infine un fascio di luce sulla politica marittima di Ferdinando I de’ Medici, più spregiudicata di quella dei suoi predecessori, che lo porta ‘da Livorno al Brasile’, nell’intento, non di rado frustrato, di nuove ed ardimentose esperienze, che gli assicurino fama e ricchezza.

“Tu mar es mi amar” è dunque un testo ricco e stimolante, destinato ai cultori della storia, che tra l’altro vi troveranno un’immensa messe di documenti, tra cui lettere, relazioni di ministri e funzionari spagnoli – molti dei quali provenienti dagli archivi di Simancas, Siviglia, Lisbona – ma appetibile anche per ‘non addetti ai lavori’, che, a prescindere dalla documentazione proposta, lo potranno leggere come una narrazione piana e avvincente delle complicate, e spesso sconosciute, vicende che hanno interessato la nostra geografia piombinese ed elbana, che il Canale di Piombino, fatalmente, ieri come oggi, divide e unisce.

Maria Gisella Catuogno

 

 

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Valentina Fontan, "Nel segno del destino"

27 Aprile 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel segno del destino

Valentina Fontan

Literary Romance, 2022

 

Rispetto a Il prezzo della felicità, Valentina Fontan appare molto maturata come autrice di romanzi storici a tutti gli effetti. Nel segno del destino mescola le vicende di personaggi inventati con quelle di altri realmente esistiti.

Lorenzo e Greta sono due giovani innamorati. Lei, pia e dolce, avrebbe voluto ritirarsi in convento, ma è costretta a sposare il vecchio e sgradevole promesso sposo della defunta sorella. Lorenzo è un soldato romano che finirà per essere la guardia del corpo di Martin Lutero, il noto riformatore tedesco. Praticamente, Lorenzo sarà “l’ombra” onnipresente che ci permetterà di conoscere da vicino le vicende della vita di Martin Lutero.

Lutero dette inizio al protestantesimo, condannando la vendita delle indulgenze e sostenendo che chiunque può interpretare le Sacre Scritture senza bisogno di intermediari. Le sue famose 95 tesi segnarono il principio dello scisma della chiesa protestante da quella cattolica. La Fontan ripercorre tutti i principali avvenimenti della vita del monaco, dalla scomunica, al rogo della bolla papale, alla traduzione in tedesco della Bibbia etc. Ne esce una figura di uomo convinto delle proprie idee, impavido, capace di sfidare tutto e tutti e alla ricerca di una spiritualità autentica ma, soprattutto, di pace interiore.

Fra Martino e Lorenzo si instaura un cameratismo, a fasi alterne di odio e amore, che si approfondisce di giorno in giorno e che mi ha ricordato, per libera associazione mentale, quello scanzonato ma emozionante fra Merlin e Arthur nella serie televisiva Merlin.

Il percorso di Greta, invece, s'intreccia con le vicende di Katharina Bora, la suora divenuta poi moglie di Lutero, fra fughe rocambolesche dal convento, letture segrete e ricongiungimenti sempre rimandati. È interessante, quindi, questo chiasmo stabilito dall’autrice fra le due coppie di amanti, quelli di fantasia e quelli storicamente esistiti.   

Si sente il lavoro imponente di ricerca e studio dietro la stesura del romanzo. La maggior parte dello sviluppo è affidato al dialogo più che all’azione o alle descrizioni. Come nel precedente testo della Fontan, anche qui i personaggi, tutti indistintamente, tendono ad avere una certa qual “bizzosità” di fondo, comunque giustificata dalle diatribe e liti storiche.

All’autrice va il merito di aver riportato in auge una personalità basilare per la cultura occidentale, ma controversa e forse ultimamente un po’ accantonata.

 

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Pierluigi Curcio, "Milone"

27 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Milone

Pierluigi Curcio

 

Amazon, 2021

pp 279

 

 

Pierluigi Curcio torna al romanzo storico, la sua specialità, con Milone, ambientato nel VI secolo a. c., fra Grecia e Magna Grecia. Milone di Kroton era un giovane lottatore, vincitore di molti giochi, fra i quali quelli olimpici. Bello, fortissimo, irruente, coraggioso, formidabile nella lotta, fu anche il condottiero che permise a Kroton, Crotone, di sconfiggere la rivale Sybaris. Genero di Pitagora, simpatizzante delle sue dottrine o, comunque, attratto nell’orbita del potente suocero, ne seguì gli insegnamenti e la politica e ne fu suo malgrado influenzato.

Il romanzo si basa molto sui dialoghi, non sempre però riusciti, non sempre scorrevoli o di immediata comprensione per l’avanzare della trama. Curcio riprende tutti gli eventi storici rielaborandoli in modo fedele ma personale. Ciò che costituisce l’attrattiva di questo testo è l’approfondimento della psicologia del protagonista.

Milone è un personaggio romantico, avvolto da un manto di malinconia e di furore a causa della perdita di Aura, l’amatissima prima moglie. Aura e Milone sono cresciuti insieme, condividono ideali e complicità, insieme all’irruenza profonda di un primo amore destinato a rimanere l’unico. Il giovane ama anche lo sport, non è immune dal fascino della vittoria olimpica, ma il suo sogno è vivere una vita serena accanto alla sua donna. Tuttavia il destino decreterà altrimenti. Aura gli verrà strappata, Milone troverà fama e gloria ma precipiterà in un gorgo di disperazione, autodistruzione e sete di vendetta.

Tutto ciò che farà sarà compiuto per colmare un vuoto incolmabile. A nulla varrà il suo diventare quasi un semidio, novello Heracles incarnato, a nulla varranno onori e vittorie se la vita che dovrà vivere andrà contro la sua stessa natura e volontà, se il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere lo strazierà fino al termine dei suoi giorni, fino a quando, vecchio e debole, sfiderà gli dei in un’ultima smargiassata che si concluderà nelle fauci di un lupo con lo stesso sguardo della morte.

Anche le vittorie sui sibariti, il suo diventare sacerdote di Hera e seguire le dottrine di Pitagora, padre della sua seconda – e detestata – moglie, saranno frutto del senso del dovere e del rispetto per Kroton, la sua città, la città di Aura e della giovinezza. Non saranno ideali o aspirazioni a guidarlo, ma il bisogno di fare ciò che va fatto e di espiare colpe e disonore, perché, a volte, la vita che vorremmo non è quella che il fato, o gli dei, prendendosi gioco di noi, ci riservano.

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Paolo Seno, "Dove la sorte ti ha voluto chiamare"

17 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Dove la sorte ti ha voluto chiamare

Paolo Seno

 

Tralerighe Libri, 2020

pp 354

18,00

 

Saggio storico travestito da romanzo, che risente del difetto comune alla maggior parte della narrativa di questo genere, ovvero la didascalizzazione eccessiva dei dialoghi. Per il resto, un documento di notevole interesse atto a riannodare le vicende della Grande Guerra, non solo quelle note, fatte di trincee fangose e montagne innevate, ma la vita di tutti i giorni, i bombardamenti, l’esodo da Venezia, i profughi, le malefatte del generale Cadorna che usò migliaia di giovani italiani come carne da macello, mandandoli a morte certa e reprimendo qualsiasi timore o dissenso con l’immediata fucilazione.

Nel 1997 Paolo Seno acquista in un negozio di numismatica un pacco di quindici cartoline di uno sconosciuto soldato, Nino Astolfoni, sottotenente del 228° reggimento di fanteria. Un incontro casuale ma quasi predestinato, fatale.  Da sempre appassionato della prima guerra mondiale e incuriosito dall’ignoto ufficiale, l’autore approfondisce con accurati studi in archivio la biografia di questo personaggio e di alcuni suoi amici e commilitoni. S’imbatte poi nel pronipote di Nino, che oggi vive a Boston, e insieme a lui ricostruisce l’esistenza militare e borghese di questo sottotenente caduto come tanti sul Colombara.

Alto un metro e ottanta, non bello ma comunque piacente, Nino Astolfoni non era solo un soldato, ma anche un giornalista de La Gazzetta di Venezia, un giovane imbevuto di ideali repubblicani, una mente per certi versi controcorrente, un artista di talento che firmava i suoi disegni col nome “Ofi”. Disegnatore dal tratto preraffaellita, se non fosse morto avrebbe prodotto opere di pregio specialmente nel campo della grafica e dell’illustrazione, guarda caso il settore prediletto dall’autore. Sì, se non fosse morto in una guerra sciagurata, si sarebbe sposato, avrebbe avuto figli e nipoti, avrebbe contribuito al bene comune, così come tutti gli altri giovani di cui si narrano le vicende in questo libro, simile alla diaristica di guerra ma diverso per struttura e intenti.

Parte consistente, e affascinante, è occupata dalle descrizioni di Venezia, città natale dell’autore, con le sue atmosfere lagunari e i suoi sempiterni monumenti. E poi le montagne, il Colombara, i boschi, le malghe, i prati, la bellezza indifferente della natura a contrasto con l’orrore delle trincee, nelle lettere alla madre e alla sorella l’animo di poeta (oltre che di artista) di Nino sa coglierne tutta la magnificenza che quieta e pacifica lo spirito fra tanta desolazione. L’ultima lettera prima della morte in combattimento è la più struggente, velata di tristezza, forse presaga della tragedia. 

A narrare in prima persona è l’attendente di Nino, che ne ricorda con nostalgia il valore come ufficiale esploratore in avanscoperta, in pratica un “aspirante suicida” proprio malgrado. A lui fa da contraltare Ina, la sorella di Nino, che ne tratteggia l'aspetto umano e quotidiano. Non manca un tocco di rimpianto e romanticismo nella figura di Lina Rosso, pittrice e crocerossina, probabile “morosa” di Nino.

Un romanzo biografico per addetti ai lavori, per chi ama sviscerare un’epoca in ogni suo aspetto, non solo bellico, cercando anche di sfrondare gli eventi da certe sovrastrutture, da certi orpelli retorici prodotti dal successivo regime fascista.

Le lettere riportate nel testo risultano spesso più scorrevoli e coinvolgenti delle stesse parti romanzate, e la seconda porzione del testo, che se ne avvale a piene mani, è la più avvincente e schietta perché, se all’inizio si è letto con distacco si finisce poi per affezionarci a Nino, alla sua gioventù sprecata, alla sua fiducia, al suo senso del dovere, alla sua anima elegiaca che gli permetteva di ritagliarsi un’isola di buon umore e poesia pur nella violenza della guerra.

Alla fine, di là dal saggio storico e dalla diaristica, rimane un senso struggente di malinconia come se avessimo perduto qualcuno che ormai conosciamo bene.

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Giovanna Strano, "Lo specchio delle stelle"

6 Giugno 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Lo specchio delle stelle

Giovanna Strano

 

Nuova Ipsa Editore

pp 213

18,00

 

Giovanna Strano torna al romanzo storico con Lo specchio delle stelle. Qui non si tratta dell’autobiografia di un artista famoso, come Van Gogh o Modigliani, o della modella di Botticelli, ma di un particolare periodo, non molto conosciuto, e di riferimenti alchemici, esoterici e religiosi.

Il luogo è la Sicilia - il romanzo ha il patrocinio della Regione – i personaggi sono i sovrani di Trinacria, Federico III di Svevia ed Eleonora d’Angiò, oltre al templare Ruggero di Flor e al medico alchimista Arnaldo da Villanova.

Fra castelli, segrete, eresie catare, si giunge alla scoperta e decifrazione di un antico misterioso manufatto, sorta di sacro Graal – ma forse è proprio il Graal stesso – un papiro scritto di pugno da Gesù in persona, dove si cela il mistero dell’universo creato. Gli opposti si contrappongono come nel catarismo, la luce e il buio, il bene e il male, Dio e Satana, ma uno solo – scopriremo - è Colui che ha voluto e immaginato tutto, colui nel quale la coniunctio oppositorum si realizzerà.

La corte di Federico III (com’era stata quella del più noto Federico II) è un luogo aperto e tollerante, dove persino l’eresia catara viene accolta e non rinnegata, dove è sempre accesa la fiamma della conoscenza e della cultura. Federico è un uomo di onore e di grande curiosità intellettuale, sua moglie Eleonora una donna illuminata, sostenitrice del progresso e dell’emancipazione femminile. Sposatala per dovere dinastico, Federico s’innamora di lei e con lei ha nove figli, e questo mette in crisi il precedente rapporto con Sibilla Sormella.  

Federico crede nell’amicizia e nella lealtà ma perde i suoi due amici, Ruggero, comandante templare degli Almogavari, megadux dell’imperatore bizantino, e Arnaldo, per colpa di tradimenti.

Arnaldo da Villanova, la cui tomba è stata scoperta nel 1969 nel castello di Montalbano Elicona, - paese crogiolo di religioni diverse e che ospita addirittura due chiese catare - è una singolare figura di medico, una via di mezzo fra un mago e uno scienziato, indagatore dei misteri della natura e dell’alchimia, vicino allo spiritualismo francescano. Viene fatto coincidere con il segreto dell’Argimusco, altopiano siciliano dove si ergono pietre erose dal vento – quasi megaliti naturali, usato come osservatorio astronomico fin dall’antichità.

Personaggio a se stante e onnipresente, la bella terra di Sicilia, il soffio caldo e sensuale dello scirocco, il barbaglio del mare, l’incandescenza del sole e i profumi di piante mediterranee ed erbe medicinali.

Al di là dell’intento filosofico esoterico o della ricostruzione storica, è ben disegnata la psicologia dei personaggi e ben sviscerato il sentimento d’amore, quello che nasce “nonostante”, fra Maria e Ruggero, e soprattutto fra Eleonora e Federico. Amori non scontati, non predestinati, non voluti ma che si sprigionano e crescono fino a travolgere il presente e riscrivere il passato. Maria vedrà morire Ruggero, Federico abbandonerà la madre dei suoi cinque figli per una donna che gli è stata data in moglie solo per convenienza. La Strano è una storica, ma l’amore la affascina, sentimento trascendente, prepotente, quasi religioso e filosofico.

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IL COLONNELLO CHABERT

13 Maggio 2021 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il colonnello Chabert è un breve romanzo di Balzac del 1832. Si narra la vicenda di un ufficiale che combatte a Eylau sotto il comando di Napoleone; nella mischia, dopo la celebre carica di Murat contro i Russi, viene ferito e travolto dagli squadroni di cavalleria francese che rientravano dopo l’attacco risolutore.

Per l’esercito e per lo stato è morto da eroe, come tanti altri caduti in quella battaglia sanguinosissima.

In realtà è ferito seriamente ma vivo; quando dopo alcuni anni, nel 1817, riesce a tornare a Parigi, il suo mondo non esiste più. Sia in politica che nella vita privata, la realtà è profondamente cambiata. L’amato Napoleone è in esilio, è tornata la dinastia dei Borboni che perseguita i bonapartisti,  la moglie si è legittimamente risposata in quanto si credeva vedova. La donna ha avuto una buona eredità che Napoleone aveva fatto incrementare in omaggio al suo compianto colonnello. L’arrivo dell’ufficiale non è una buona notizia per lei: quanto ha creato in quegli anni rischia di vacillare e allora è opportuno che l’atto di morte del marito non venga invalidato. Lui è costretto a farsi rappresentare da un avvocato che cerca di dipanare la matassa di una situazione grottesca; avrebbe tutti i motivi per far valere le sue ragioni, ma viene fatto sentire come un oggetto ingombrante e una fonte di disagio. Il manifesto della freddezza umana raggiunge il suo culmine nella gretta figura della consorte e come sempre Balzac sa dipingere bene i peggiori vizi dell’animo umano. Infatti al colonnello si chiede una sola cosa; di non esistere, di rinunciare alla sua identità, di tornare nel suo passato con la sua frusta divisa, le datate decorazioni, il suo retaggio di ricordi napoleonici lontani e inutili ora che si vive in piena Restaurazione.

Per non compromettere la serenità altrui, si accontenterà allora di essere un vivo che cammina ancora ma che deve recitare la parte del defunto, vivendo senza mezzi; in fondo per tutti sarebbe stato meglio che lui fosse rimasto a terra sul campo di battaglia, coperto di una gloria che a nessuno interessa, utile solo per aver generato una buona pensione a favore della “vedova”.

Vengono in mente personaggi spregevoli come quelli costruiti dal nostro Verga. Ma è con un altro siciliano che l’avvicinamento è più pertinente, ossia con Pirandello, autore del fu-Mattia Pascal e dell’Enrico IV. Se per alcuni protagonisti delle sue opere, la perdita della propria identità e della propria riconoscibilità nel mondo era, per certi versi, un rifugio dal contatto doloroso con la realtà, nel caso di Balzac il quadro è meno grottesco e ben più tragico. Il colonnello galleggia tra vita e morte; viene rifiutato e fatto scivolare ai margini, costretto dagli altri ad adattarsi a un vivere minimo, vivo per se stesso ma morto per la società.

Rimane però nel breve romanzo, una figura positiva; l’avvocato dello sfortunato protagonista agisce non solo da avvocato, ma anche da amico. Prova disgusto per la corruzione morale di Parigi, ripromettendosi di lasciare la città dove potere, arrivismo e grettezza creano un’aria malsana e ipocrita. Un personaggio come lui impedisce che la vicenda scivoli su un piano di totale pessimismo. 

 

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Lorenzo Beccati, "Il pescatore di Lenin"

10 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il pescatore di Lenin

Lorenzo Beccati

 

Oligo Editore, 2021

pp 236

16,90

 

Un romanzo molto bello, scritto benissimo, Il pescatore di Lenin, di Lorenzo Beccati, scrittore, doppiatore e autore televisivo Mediased.

Per una volta non partirò dalla trama ma dallo stile, elegante e letterario quanto dovrebbe essere quello di tutti i libri pubblicati, anche se purtroppo, ormai, questa è invece una rarità. Un linguaggio semplice ma raffinato, condito da poetiche e inusuali similitudini, per cui il muro della facciata era così bianco che veniva voglia, per dargli un po’ di colore, di “pizzicarlo”, come fanno le donne vanitose o innamorate sulle gote per levarsi il pallore, o le parole si smorzarono e strisciarono via come serpi, o, ancora, gli occhi accesi come lampare.

La storia, romanzata e di fantasia, si basa sull’assunto che Vladimir Il’ic Ul’janov, ovvero Lenin, sia stato per breve tempo a Capri, prima della rivoluzione russa. A Capri, infatti, nel 1909 c’è una scuola politica, vi vengono addestrati quelli che formeranno la futura dirigenza del partito, ma ora si mescolano con indolenza ai turisti e non disdegnano la vita comoda come i ricchi. Lenin si trova a Capri con un obiettivo preciso e segreto, che verrà svelato solo nel finale e che non posso rivelare. La trama si basa sull’espediente del manoscritto ritrovato – il libro nel libro – e narra dell’amicizia fra Lenin e Antò ‘o Muto, un pescatore dell’isola.

Lenin non è ancora quello che tutti conosciamo, l’uomo spietato, determinato e feroce della Rivoluzione d’ottobre, ma una personalità tutto sommato galante e rispettosa. Accade spesso che certe figure storiche, se prese singolarmente e fuori contesto, dimostrino lati teneri e umani che, sebbene sorprendenti, coesistono con l’immagine pubblica. L’amico Antò incarna, invece, il proletario ingenuo, il buon selvaggio, l’umile che il credo marxista voleva vendicare e liberare. La borghesia dell’isola è, al contrario, cattiva, prepotente e viziosa, con quell’arroganza che solo i soldi e l’abitudine a sottomettere e comandare danno.

I due si legano di amicizia spontanea e profonda.  L’uno diventa il paladino dell’altro. Antò fa da guida a Lenin in una Capri romantica, da dagherrotipo dei primi del novecento, che diventa protagonista, con il suo mare, i suoi barbagli di sole sull’acqua, i suoi Faraglioni, le sue ville e la profumata macchia mediterranea. Antò è una figura tragica e cristologica nella sua ingenuità infantile, nel suo “puro” e quasi incolpevole desiderio di catarsi, nel suo credere che la rivoluzione sia la panacea per tutti i mali e le ingiustizie del mondo. Ed è, per il bolscevico e uomo di partito Lenin, una sorta di coscienza che lo mette di fronte a quello che dovrebbe essere lo spirito più autentico dei suoi ideali. Uno spirito senza compromessi, votato solo alla causa. Ma, nella pratica politica, il compromesso esiste e, come afferma Lenin, “il nemico va conosciuto per poterlo combattere”.

Alla fine il cerchio si chiude, i tasselli s’incastrano. In bocca rimane un sapore antico e buono, salato come il mare della grotta Azzurra o, forse, come le lacrime di un emigrante.

 

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La signora e la strega

29 Marzo 2021 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

La signora e la strega
 
In conclusione, tutte queste cose provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile […] non c’è da stupirsi se tra coloro che sono infetti dall’eresia delle streghe ci sono più donne che uomini […] E sia benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello!”
(Malleus maleficarum, I parte, questione VI)
 
Seduta al bar in piazza San Domenico, guardo con distacco le persone che camminano davanti alle tombe dei glossatori o alla colonna medievale di Guido Reni e penso che forse non tutti sanno che un giorno del 1498 in questa stessa piazza fu bruciata sul rogo Gentile Budrioli, anche detta la “strega enormissima” proprio per la sua vasta cultura. Bologna fu teatro di storie poco conosciute, una città, anzi un paesone, che ti accoglie con il suo buon odore di manicaretti artigianali e con un immenso tesoro artistico non sempre manifesto a una prima occhiata, ma che merita di essere scoperto. Fermarsi un attimo in ascolto su questa piazza, dunque, è un po' prestare attenzione a ciò che la città ha da raccontare. Passeggiando sotto le due torri, lungo i portici, in un centro così immutato, si può rivivere un'epoca, si può sentire rimbombare sotto le volte il ticchettio dei tacchi o il fruscio dello strascico dei lunghi abiti di due donne che diventarono amiche, pur se diverse, legate dalla passione per l'esoterismo e l'indipendenza: Ginevra Sforza e Gentile Budrioli.
La prima, fu moglie di Sante Bentivoglio, molto più anziano di lei e poi, alla morte di questi, del cugino Giovanni II. Una moglie per due signori di Bologna, assolutamente poco ben vista in città e dalla Chiesa. Figlia illegittima di Alessandro, signore di Pesaro, la bella Ginevra era la tipica donna del tempo, ricca, viziata e coinvolta dalle, sempre poco chiare, trame di potere. Con Giovanni ebbe un rapporto molto intenso di complicità assoluta, gli diede sedici figli, alcuni dei quali però morirono in tenera età. Dal temperamento forte e insolito, capace di trattare con il giusto distacco anche le questioni più difficili, divenne consigliera fidata del marito negli affari politici e di famiglia. Ginevra era però anche curiosa, aperta e attratta da esoterismo, alchimia e altre pratiche ritenute poco adatte a una signora par suo e che, dunque, teneva gelosamente segrete per non incorrere nelle ritorsioni dell'Inquisizione. Va detto che Bologna non ha mai troppo amato questa donna, considerata vanitosa quando non viziosa, si vociferava di una relazione amorosa con Giovanni già prima delle sue seconde nozze. Era ritenuta un'ambiziosa arrivista che, con troppa disinvoltura, ostentava lusso e bellezza. Tant'è che il giorno del suo primo matrimonio con Sante Bentivoglio, il vescovo sbarrò la porta di San Petronio per impedirle di entrare con abiti giudicati troppo sfarzosi, e costringendola a ripiegare su un'altra chiesa per la celebrazione delle nozze.
E Gentile Budrioli chi era? Una ragazza molto bella oltre che intelligente. Con lunghi capelli castani, lo sguardo mite e sincero. Una donna buona, ma con la pretesa di potersi esprimere liberamente, di fare ciò per cui si sentiva ispirata, senza nessun veto. Oltre che moglie e madre, era molto colta e, nel tempo, era diventata astrologa, erborista e guaritrice. Era di certo una mente brillante, ma anche spontanea al punto da esporre al marito le sue aspirazioni, sperando almeno nella sua di comprensione. Apro una parentesi, Gentile era ricca di famiglia, il marito, il notaio Alessandro Cimieri, aveva beneficiato della sua dote, di ben 500 ducati, per farsi strada fra i notabili della città, ma questi mal sopportava le qualità della moglie e le viveva come un affronto personale, tanto da diventare, in seguito, uno dei suoi principali accusatori. Gentile intendeva, a ogni costo, approfondire i suoi studi, quindi anche contro il volere del suo sposo, decise di frequentare, nel convento dei Francescani, l'amico Frate Silvestro, per apprendere da lui ogni segreto sull'arte e l'uso delle erbe officinali. I Francescani erano da sempre custodi del segreto di curare con le erbe e Gentile, attenta e appassionata, imparò, ben presto e bene, come guarire le persone. Inoltre, prima che le fosse impedito definitivamente dal marito, per un periodo, aveva frequentato presso l'Università di Bologna, le lezioni di Astrologia del professore Scipione Manfredi. Per farla breve questa donna dimostrò ben presto la sua vera natura, la volontà di precorrere i tempi, disposta a esporsi e a rischiare per raggiungere le mete prefissate. I suoi comportamenti furono giudicati inappropriati: intollerabili per l'ignoranza dilagante della ricca borghesia, disdicevoli per la Chiesa che metteva ogni impegno nel sopraffare, reprimere e tenere il popolo (le donne soprattutto) in condizioni di ignoranza e inferiorità; doti quelle di Gentile che furono disapprovate da tutti, non ultimo, dalle sue stesse coetanee, figlie di buona famiglia come lei che, al contrario, aspettavano solo di fare il matrimonio giusto. Diventata esperta iniziò, anche fuori dal convento, a mettere le sue capacità a disposizione di tutti, la gente la considerava una guaritrice migliore dei medici e in molti si rivolgevano a lei. Era capace di curare dolori fisici, ma poiché, come detto in precedenza, era una donna di grande empatia e sensibilità, riusciva a dare sollievo anche alle pene interiori di chi le si avvicinava. Fu così che la sua fama di curatrice di corpo e anima si diffuse a Bologna di strada in strada, di vicolo in vicolo, di bocca in bocca fino a giungere all'orecchio di Ginevra Sforza. La sua decantata perizia ne aveva attirato dapprima la curiosità, ma furono le sue doti umane a instaurare le basi di un'amicizia sincera. La signora di Bologna volle Gentile come dama di compagnia che accettò di buon grado, le due donne trascorrevano pomeriggi a passeggiare per il centro e a chiacchierare, scoprendo ogni giorno affinità di uguali passioni e interessi. Gentile e Ginevra, le cui storie così diverse, si erano intrecciate. Il loro incontro aveva cambiato la vita di entrambe: una riuscì ad apprendere nozioni in materie che da sempre l'avevano affascinata, l'altra era entrata a far parte dell'entourage dei Signori della città.
Ginevra aveva provveduto alla sistemazione in convento per due delle figlie di Gentile, mentre uno dei suoi quattro figli maschi divenne notaio a corte. La signora, sempre più conquistata dalle capacità dell'amica, le affidò alcuni parenti ammalati: in particolare, le chiese aiuto per la figlia Laura, sposata con il marchese Giovanni Gonzaga, e Laura, grazie alle sue cure, guarì. Tuttavia, fra i nobili cortigiani bolognesi, si cominciò a guardare Gentile con sospetto, di anno in anno sempre più potente, e a vociferare che con le stesse erbe con cui riusciva a sanare le persone, le facesse anche morire, o peggio ancora, creasse loro dei problemi per poi prendersi il merito di averle curate. Intorno a loro, molti cominciarono a malignare e a intravedere, nello stretto rapporto di confidenza fra le due amiche, l'opera del diavolo, e da lì il passo fu breve, iniziarono a descriverlo come pericoloso e a raccontare di notti trascorse a officiare riti di “magia nera”. In ultimo, l'aver destinato, da parte di Ginevra, una generosa dote per la terza figlia di Gentile, fu causa di non poco malcontento, dicerie e invidia, fra coloro che ormai vedevano essere due donne a influenzare le decisioni di Giovanni Bentivoglio: una Signora poco amata e una strega.
 
Le maldicenze tuttavia si concentrarono principalmente su Gentile che, agli occhi della gente, continuava a comportarsi in modo anomalo, a fare di tutto per uscire dal percorso consentito a una vita femminile, per emergere e distaccarsi dall'ombra del marito. Gentile era anche tenuta sotto stretta osservazione dalla Chiesa per le sue frequentazioni in convento e le pratiche curative che dispensava ormai senza nascondersi.
 
A Bologna il Tribunale dell'Inquisizione lavorava, e parecchio, da più di due secoli, insediatosi presso il convento di San Domenico, fin dal 1233, era uno dei più solerti e spietati. Gentile, per seguire le sue passioni, era finita dentro le mura di quello stesso convento, proprio in bocca al nemico giurato delle donne, il cui corpo era considerato materia favorita dal diavolo. Le streghe a Bologna non furono diverse da tutte le streghe condannate e arse vive in ogni altro luogo durante i secoli. Subivano processi sommari con prove inventate, venivano condannate ed eliminate dopo confessioni strappate sotto terribili torture; si trattava principalmente di levatrici, astrologhe, erboriste e, ovviamente, prostitute.
Le accuse di stregoneria conservate nel Fondo dell’Inquisizione dell’Archivio di Stato di Modena (ASM) riguardano essenzialmente donne ritenute pericolose agli occhi della comunità in cui vivevano.
 
..La macchina della paura verso le donne non è mai morta, – spiega lo storico Adriano Prosperi, esperto di Inquisizione – la dominanza maschile sull’universo nella nostra cultura ha portato con sé un margine di paura nei confronti dell’indomabile differenza naturale e culturale delle donne, delle escluse (...)”.
 
Innumerevoli sono le vicende trattate, troppe per poterle ricordare tutte. La persecuzione fu spietata e durò nei secoli ancora fino al 1600. Per brevità cito qui solo alcuni emblematici casi: nel 1293, Franceschina fu condannata come strega per avere fatto innamorare di sé il ricco bottegaio Corvino. Nel 1295 vennero condotte al rogo due astrologhe, Morba e Medina. Nel 1373, Giacoma fu giudicata per aver curato una donna, da tempo ammalata, con pratiche di erboristeria. Uno degli ultimi episodi che si ricorda, e siamo già nel XVII secolo, è quello di Margherita Sarti, astrologa e prostituta che, una volta trascinata in piazza, fu linciata dalla folla per giorni e morì dopo una lunga agonia.
Tornando al caso di Gentile Budrioli, va però detto che, con ogni probabilità, a decretarne la fine fu proprio la sua volontà di partecipare alla politica cittadina. I Bentivoglio, negli anni, avevano dovuto sopportare diverse congiure da parte di famiglie bolognesi concorrenti che bramavano il potere, come i Malvezzi e i Marescotti, e fu anche la vicinanza a queste famiglie che contribuì alla rovina di Gentile. Fra maldicenze da un lato e fatti più o meno chiari dall'altro, la corte riuscì a influenzare l'opinione di Giovanni II su di lei, a farla apparire sia strumento del diavolo che dei suoi oppositori; la sfortuna dei Bentivoglio, dunque, era causata dalla sua presenza, dai suoi oscuri malefici e la sorte di Gentile divenne quella di capro espiatorio.
Il potere temporale della Chiesa in quel periodo costituiva una minaccia costante per il governo della città. Innocenzo VIII era un Papa per niente bonario e tranquillo, essendo veemente persecutore del filosofo modenese Pico della Mirandola e relatore della bolla papale che vide all'opera nella “caccia alle streghe” i feroci inquisitori tedeschi Kramer e Sprenger e che, dopo aver blandamente condannato la politica del predecessore Sisto V, nominò in Spagna Grande Inquisitore, nientemeno che Tomas Torquemada. Consultando alcuni documenti conservati nell’Archiginnasio di Bologna, si possono trovare richieste di finanziamento, da parte della Chiesa, per “l’allargamento della sala delle torture” e per il rinnovo degli strumenti di supplizio per gli interrogatori. Questa tremenda macchina di persecuzione veniva alimentata confiscando ai condannati i beni che possedevano e che finivano equamente suddivisi fra la Chiesa e il Comune di Bologna, che dal canto suo incentivava, nei periodi di crisi, l’attività di inquisizione.
Era successo che uno dei figli di Giovanni II si fosse gravemente ammalato e che la moglie volesse affidarlo per le cure alla sua amica Gentile, purtroppo il bambino morì in pochi giorni e quella fu l'occasione giusta per trarre vantaggio dall'accaduto e sbarazzarsi della scomoda presenza di Gentile, entrata in un gioco più grande di lei. La Corte l'accusò di avere, in combutta col diavolo, “guastato” il bambino. Così, convinto da eventi personali e dall'opportunità di un riavvicinamento al Papa, per siglare una sorta di tregua nella lotta al dominio della città, il Signore di Bologna intravide nella consegna di Gentile alla Santa Inquisizione la sua via di salvezza. Ginevra, pur tentando con tutte le sue forze, per non mettere a rischio la sua stessa vita, non poté risparmiare all'amica una tremenda sorte.
È Leandro Alberti (1479-1552) importante storico, domenicano, teologo e filosofo di Bologna che, nel suo “Historiae”, dedica alcune pagine alla vicenda di Gentile Budrioli, alla sua condanna al rogo e ai dettagli dell'esecuzione. Quanto alla Inquisizione l'Autore aveva voce in capitolo essendo stato istituito egli stesso Inquisitore intorno al 1533.
Per Gentile, donna istruita, appartenente a una famiglia in vista, fu montato un processo in grande stile, con l’accusa di stregoneria più vasta e completa possibile, ovviamente gli atti del processo sono andati per lo più dispersi.
 
"La graziosa brunetta passeggiava per Bologna con vesti di seta e di velluto, con orecchini preziosi, braccialetti d’oro e perle al collo e tra i capelli. In più aveva un servitore che la precedeva e due damigelle che la seguivano, sempre…”
 
(Dagli atti del processo di Gentile Budrioli, 1498)
 
La casa di Gentile nel torresotto di Porta Nova, venne perquisita una prima volta e furono trovate le prove della sua stregoneria: un diavolo di piombo, tracce di sangue, ampolle piene di liquidi, mantelli e abiti ricoperti di diavoli dipinti. A una seconda perquisizione, quando lei era già rinchiusa nelle sale di tortura, saltarono fuori, manco a dirlo, le prove definitive e inconfutabili della sua alleanza col diavolo: libri di negromanzia, un altare con le immagini di Lucifero, dodici sacchetti contenenti ciascuno polvere di organi umani con i quali bastava che lei toccasse il corrispondente organo di qualcuno per farlo ammalare o morire. C’era chi giurava che Gentile fosse in grado di predire cosa sarebbe accaduto, solo guardando le stelle. Ginevra Bentivoglio, la signora di Bologna che, durante l'inchiesta fu sfiorata dai sospetti ma troppo in alto per venire colpita, si chiuse in un silenzioso riserbo. Ed ecco con un coup de théâtre, uscire allo scoperto anche il marito di Gentile che testimoniò con dovizia di particolari contro di lei, dichiarando che prima lo aveva tradito, poi lo aveva sottoposto a un incantesimo per fargli perdere l’intelletto. Una serva di Gentile confermò che la sua Signora parlava con il diavolo e le aveva insegnato una malìa per far innamorare un uomo. La povera Gentile fu torturata a lungo fino a crollare e, allo stremo di ogni resistenza fisica e psicologica, confessò ben vent'anni di attività occulte: “72 congiungimenti carnali con spiriti demoniaci”, ammise di aver rubato ossa al cimitero e di aver profanato simboli religiosi. Confessò dunque tutto quello che c'era da confessare pur di porre fine al suo supplizio, chiedendo in cambio solo di salutare i suoi figli per l'ultima volta.
I condannati erano portati, dopo il processo, dal convento di Piazza San Domenico a Piazza VIII Agosto, in genere su un carro, in mezzo alla folla delirante, con il boia e un frate che cantilenava liturgie. Il tragitto non era breve: dalla camera delle torture si passava attraverso piazza Cavour ei proseguiva verso piazza Maggiore, dove si assisteva alla prima Messa. Sul carro con lo sventurato di turno c'erano i membri dell’Arciconfraternita della Morte, braccio della confraternita di Santa Maria della Vita, sita tra via Clavature e via Pescherie, uomini vestiti con un saio e un cappuccio che lasciava intravedere solo gli occhi e, per incutere più terrore, un teschio all'altezza della bocca. Finita la Messa si ripartiva per Piazza VIII Agosto dove la celebrazione della seconda Messa era l'introduzione al rogo.
 
Era il 14 luglio del 1498 quando si diede seguito alla condanna di Gentile, ma nel suo caso fu scelta come scena dell'esecuzione la piazza davanti al convento di San Domenico, proprio dove aveva appreso le sue nozioni, dove aveva avuto inizio la sua storia. Fu eretta una piattaforma con un palo alto sei metri sulla quale, ormai priva di forze, Gentile venne legata con una catena di ferro e con un cappio intorno al collo. I giorni di tortura e umiliazione, il processo, la condanna, non avevano potuto cancellare del tutto, dal viso diafano, la sua conturbante bellezza. Il boia, mastro Giacomo, aveva cosparso i vestiti di pece, mischiata con polvere da sparo, così come la legna posta sotto i suoi piedi, e quando il fuoco venne appiccato la folla accorsa in massa, rimase terrorizzata dalle violente fiammate, dai botti, credendo che fosse il diavolo a causarli mentre saliva dagli Inferi a prendersi l'anima della sua serva prediletta. Il fumo denso e acre si alzava dalle fascine, riempiendole i polmoni, il cappio le si stringeva sempre di più al collo e la sventurata spirò ancor prima che il corpo fosse lambito dalle fiamme. In breve tempo “l'enormissima strega” si tramutò in un gran falò e presto fu cenere che il vento disperdeva su questa bella piazza.
Nonostante la morte di Gentile, le sfortune dei Bentivoglio non conobbero fine, la famiglia continuò a subire congiure da più parti, Ginevra, legata indissolubilmente in un vero e proprio sodalizio col marito, seguì la sua sorte continuando a consigliarlo su quali strategie intraprendere e su quali oppositori eliminare. Alla fine, è risaputo, la città di Bologna venne ripresa dal Papato. Giovanni trovò rifugio a Milano, ma Ginevra non si arrese subito. Coraggiosa e indomita fino all'ultimo, mise insieme un esercito con due dei suoi figli e combatté al loro fianco per riprendere il controllo della città. Sconfitti in battaglia a Casalecchio, le fu comminato l'esilio, lei non si allontanò troppo da Bologna riparando a Parma, dai Signori Pallavicino, in casa di un'amica, ma pagò la sua disobbedienza e l'insubordinazione armata con la scomunica. Il Papa Giulio II, vincitore, si era insediato proprio nella dimora dei vecchi signori a Bentivoglio, dove Ginevra chiese più volte, di essere ricevuta senza ottenerne nessuna possibilità, né perdono, né clemenza. Morì esule nel 1507 e il suo corpo fu sepolto in una fossa comune vicino a Busseto.
Una storia popolare racconta che, il giorno del rogo Ginevra, sentendosi in colpa per aver permesso che la sua amica fosse barattata con la ragion di stato, vagasse senza meta intorno alla casa di Gentile, tappandosi le orecchie per non sentire le urla della folla inferocita, annusando l'odore acre del fumo che si spandeva per le vie del centro. Se questo è vero sicuramente avrà pianto a lungo e avrà atteso di vedere volare nell'aria le ceneri della sua compagna. Ceneri grigie, polvere sottile, che a ben guardare non si sono ancora totalmente disperse e continuano a volare qua intorno, davanti ai miei occhi... ma forse è soltanto smog.
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Cortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo Moderno

24 Marzo 2021 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #storia

Cortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo ModernoCortés contro gli Antropofagi: due trilogie sulla Conquista del Messico e l’avvento del Mondo Moderno

 

Di Guido Mina di Sospiro

tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; pubblicato nell’originale nella New English Review dell’aprile 2021

 

“Gli esseri umani sono buoni.”—Jean Jacques Rousseau.

“Gli esseri umani sono buoni.” —Detto diffuso fra i cannibali.

 

Graham Hancock e Juan Carlos Sánchez Clemares hanno dato alle stampe due trilogie sulla conquista del Messico, rispettivamente: La guerra degli dei, il romanzo epico sulla conquista spagnola del Messico, che consiste in La notte del serpente (volume 1); Il ritorno del serpente (volume due); La profezia del serpente piumato (volume 3); e Cronicas de un Conquistador, che consiste in Un nuevo Mundo (volume 1); Mexico – Tenochtitlan (volume 2); Un mundo nuevo (volume 3). Nell’insieme, la trilogia di Hancock annovera 1476 pagine, mentre quella di Sánchez Clemares 1811. Sono due lavori colossali e “monumentali”, nell’etimologia originale, che deriva da monere, latino per “ricordare”. Queste due grandi opere sono un memento non solo di una conquista trionfale, e di una delle più incredibili serie di imprese militari nella storia, ma della nascita del mondo moderno, per ragioni che spiegherò entro breve.

Fin dal tempo di Impronte degli dei sono un avido lettore di Graham Hancock. Con tale libro ha essenzialmente inventato un nuovo genere letterario: la saggistica narrativa. È stato fra i primi ad avere l’idea di scrivere saggistica con la tecnica della narrativa (avvincente, veloce).  Come risultato ha prodotto un libro appassionante, e poi vari altri. Non solo ha adottato la tecnica del romanzo, ma molti, e io fra questi, pensano che sarebbe un romanziere eccezionale e, in effetti, lo è. La premessa della trilogia de La guerra degli dei è la creazione di due personaggi immaginari sul vivido sfondo di personaggi e avvenimenti storici: Tozi, una giovinetta locale dotata di poteri magici che cerca di salvare coloro che ama; e Pepillo, un orfano spagnolo che viene preso sotto l’ala di Hérnan Cortés, e impara come si diventa un conquistatore. Un’altra particolarità dell’interpretazione di Hancock della conquista è la magia: entra nella testa dell’imperatore azteco Montezuma e ci resta fino a che non viene ucciso, mostrando al lettore quanto la religione, qualcuno potrebbe definirla idolatria, abbia avuto a che fare con la caduta dell’Impero Azteco (sebbene “Mexica” sia la parola giusta, che userò da qui in avanti.)   

A causa dell’interesse di Hancock per l’esoterismo, c’è molta magia nella sua trilogia: quella di Moctezuma e quella di Tozi, oltre a lunghe escursioni nella mente di Cortés, che è ritratto come molto devoto a San Pietro. È importante che il lettore contemporaneo si renda conto che la religione ha caratterizzato sia l’Impero Mexica sia l’Impero spagnolo; la sua influenza è stata pervasiva in entrambi, dettando sia credenze sia azioni. Ma le due religioni erano straordinariamente differenti, cosa che ha esacerbato lo scontro di culture.

Nonostante tali lunghe digressioni nella magia, ciò che più di tutto mi è piaciuto sono le battaglie. Hancock si dimostra maestro nel descriverle, e ce ne sono molte; in tutte, gli Spagnoli sono assurdamente sfavoriti e tuttavia… Mi chiedo, ad esempio, quale altro avanzo di esercito della storia, assediato, affamato e sfinito, sarebbe stato capace di vincere la battaglia di Otumba, e subito dopo l’ecatombe della Noche Triste? Confesso di essere tornato di recente a questa trilogia proprio per rileggere le scene di battaglia che sono rese in maniera superba.

Un’altra caratteristica dell’opera è il ritratto che gradualmente emerge di Cortés di un Ulisse in carne e ossa: furbo, audace, astuto, spericolato, sicuro di sé, versatile (politropos), e così carismatico che, cinque secoli dopo gli avvenimenti, il suo carisma trasuda dalle pagine di entrambi i romanzi. Per fare un esempio: molti di voi hanno sentito parlare dell’ordine dato da Cortés di bruciare tutte le navi – che è parente del bruciare i propri ponti, nel senso militare di tagliarsi intenzionalmente la possibilità di ritirata – per obbligare i suoi uomini a sopravvivere per mezzo della conquista, sebbene non avesse idea di ciò che aspettava lui e loro. In realtà ha fatto di più: ha riunito i suoi capitani e ha detto loro che c’era un “broma” nelle navi, un tarlo che stava divorando tutto il legno. Era meglio smantellare le navi e tenere il legno che poteva essere salvato per costruire una città, per inciso La Villa Rica de la Vera Cruz, l’odierna Veracruz. E le navi furono debitamente smantellate. Come se non bastasse, in castigliano la parola “broma” significa anche “scherzo”. 

In Cronicas de un Conquistador, Sánchez Clemares ricorre a un unico personaggio – Diego de la Vega Hurtado y de Velasco – un mercenario, di antica e illustre nobiltà ma squattrinato che, dopo essersi distinto come grande combattente in Italia, finisce a Cuba, e s’imbarca su una delle navi della flotta di Cortés. Siccome Diego ha studiato, ma non è certo uno scrittore, nemmeno nella più fervida immaginazione, Sánchez Clemares non compie l’errore di farlo scrivere fluentemente e in modo accattivante, poiché sta soltanto compilando una cronaca, priva di velleità letterarie. Se ciò è stilisticamente appropriato, inevitabilmente rallenta la narrazione. Lo scritto procede lemme lemme senza gli abili crescendo e decrescendo, in intensità e ritmo, riscontrabili nella trilogia di Hancock. Ma il colpo  magistrale che Sánchez Clemares mette a segno è che molto gradualmente, quasi impercettibilmente, rende la prosa di Diego sempre più scorrevole e avvincente, così che alla fine del volume 2 è del tutto appassionante: l’iniziale (e voluto) tirare avanti si trasforma in un inarrestabile telos narrativo. La ricchezza di dettagli sui Mexica è stupefacente e, come nell’opera di Hancock, gli eventi narrati sono storicamente accurati, così come le ambientazioni e tutti i personaggi coinvolti, a parte i due creati da Hancock e quello di Sánchez Clemares, come spiegato. 

E che dire del linguaggio utilizzato da Sánchez Clemares? Un castigliano antico, a tratti aulico, con coniugazioni e consecutio temporum insoliti per i miei occhi e orecchi ma, oh, graditissimi. Il che fornisce ancora più credibilità alla storia: ci si sente come se si fosse tra i conquistadores, ad ascoltarli mentre tramano la prossima mossa – o il prossimo tradimento. Non erano santi, ma la loro avidità per l’oro e sete di fama erano uguali alla loro fede religiosa, e fin dal principio il clero fu dalla parte dei nativi, proteggendoli dagli abusi, con grande dispiacere degli spietati conquistadores.  

Dei molti conquistadores descritti oltre Cortés, tutti storicamente accurati, quello che più colpisce – tostissimo e senza scrupoli – è Pedro de Alvarado, le cui gesta, incluse quelle dopo la Conquista del Messico, che il lettore interessato dovrà cercare altrove, sembrano ugualmente irrealizzabili. Meriterebbe un romanzo a parte.

I Mexica erano convinti che gli spagnoli fossero dèi (teules), e alcune delle loro straordinarie imprese militari suggeriscono che fossero per lo meno … titani. Per inciso, dalle lunghe conversazioni che ho avuto con l’uomo della medicina della tribù Miccosukee in Florida, e con uno sciamano dei Navajos in Arizona, è emerso il fatto che a tutt’oggi essi considerano gli italiani e gli spagnoli diversi dal resto degli europei, gente speciale, favorita dagli dei. E i Mexica avevano molte profezie che presagivano l’arrivo dei conquistadores. Detto ciò, a quei tempi l’esercito spagnolo era probabilmente il più disciplinato e ben addestrato al mondo, e l’acciaio spagnolo era il più forte.

Entrambe le trilogie chiariscono che i Mexica erano conquistadores quanto gli spagnoli. Le nazioni che i primi avevano conquistato – e dalle quali esigevano un pesante tributo di prodotti agricoli, metalli, gemme, piume (che consideravano di gran valore), schiavi, così come gente da usare nei loro sacrifici e poi mangiare – tutte senza riserva li odiavano. Varie nazioni si allearono prontamente con Cortés contro i Mexica e, dopo la Noche Triste, mentre Cortés era intento a riprendersi Tenochtitlan, ambasciatori dei Mexica cercarono di persuadere i loro vicini ad allearsi con loro contro gli spagnoli, ma per la maggior parte invano.

Inoltre, le donne, di solito figlie di importanti dignitari, che venivano date in moglie come dono a conquistadores di alto rango, erano subito più felici fra gli spagnoli, poiché la condizione della donna fra i Mexica e le altre nazioni era terribile. Tali matrimoni misti, che iniziarono senza indugi, portarono al mestizaje (meticciaggio), cioè la mescolanza razziale e culturale degli amerindi con gli spagnoli che dette inizio al mondo moderno. Gli inglesi, invece, erano razzisti, e non ebbero mai intenzione di stanziarsi nelle proprie colonie. Ma gli spagnoli si stanziarono prontamente nel Nuovo Mondo, e immediatamente si sposarono con donne locali.

I sacrifici umani e la conseguente antropofagia, una costante allora tra i Mexica e tutte le nazioni che ruotavano attorno al loro impero, erano scioccanti per gli spagnoli, e continuano a esserlo per la nostra sensibilità moderna, al punto che per lungo tempo sono stati del tutto negati dagli storici ben pensanti. Ben prima della conquista del Messico, i padri fondatori della Cristianità avevano deciso di spiegare il sacrificio estremo di Cristo – la sua morte sulla croce per la redenzione dell’umanità – nei termini più scioccanti e abominevoli che potessero immaginare: il cibarsi rituale della carne di Cristo e il bere il suo sangue durante la Santa Comunione (che, nella cristianità pre-ecclesiastica, aveva presumibilmente più a che fare con l’agàpe o, più intrigante ancora, con ciò che il mio co-autore Joscelyn Godwin e io descriviamo nel nostro romanzo Forbidden Fruits). Chiaramente l’antropofagia fu considerata già a quei tempi come il più aberrante di tutti i comportamenti umani, che l’umanità peccatrice e immeritevole aveva inflitto al suo Salvatore. E questi cattolicissimi conquistadores giunsero in quello che è l’attuale Messico per scoprire con orrore che ogni nazione contro la quale combattevano si dedicava cronicamente all’antropofagia. Non ebbero dubbi: era opera del Diavolo. Persino quando alcune di queste nazioni divennero alleate degli spagnoli, non smisero di sacrificare esseri umani e mangiarli. Verso al fine della conquista, quando Cortés e il suo esercito stavano assediando Tenochtitlan con tale successo che nessun cibo poteva raggiungere i Mexica dentro la città, gli spagnoli si chiesero come potessero i loro nemici continuare a combattere così ferocemente per mesi. Come si scoprì, mangiavano tutte le vittime che trovavano: ottime proteine di grande valore nutritivo. 

Nel suo libro Los Invencibles de América, Jesús A. Rojo Pinilla sostiene che, lungi dal commettere genocidio contro i Mexica, Cortés e i suoi conquistadores li salvarono da un olocausto autoinflitto. Non conoscendo l’allevamento degli animali, i Mexica e i loro vicini si stavano mangiando l’un l’altro fin quasi all’estinzione. Non solo commettevano decine di migliaia di sacrifici umani ogni anno per motivi religiosi, e come conseguenza mangiavano le cosce delle vittime sacrificali, ma la loro antropofagia era diffusa per la scarsità di cibo. Il canone occidentale contemporaneo, ancora oggi strenuo difensore e propagatore della Leyenda Negra (la propaganda britannico/americana – e anche italiana [basta pensare a I promessi sposi] – che demonizza la Spagna e tutto ciò che è spagnolo), alla luce di prove storiche e archeologiche c’insegna l’opposto: che il Messico pre-colombiano era il Giardino delle Delizie e che i conquistadores procedettero allo sterminio. Il test del DNA sulla popolazione messicana contemporanea rivela però che il 30% è di pura discendenza Maya o Mexica; il 60% meticcio; e solo il 10 % bianco. Se il presunto olocausto avesse avuto luogo, il DNA dei messicani contemporanei non indicherebbe una schiacciante discendenza bianca? 

Ma il concetto di buon selvaggio è sopravvissuto fino a oggi; anzi, non potrebbe essere più di moda. In una visione del mondo distintamente manichea, ci viene insegnato che i nativi erano sempre i buoni, e gli invasori europei sempre i cattivi: una squisita e inequivocabile dicotomia. Jean- Jacques Rousseau ha scritto: Le principe de toute morale (…) est que l’homme est un être naturellement bon, aimant la justice et l’ordre: qu’il n’y a point de perversité originelle dans le cœur humain (…). (Il principio di tutta la morale [...] è che l’uomo è un essere naturalmente buono, amante della giustizia e dell’ordine; e nel cuore umano non c’è perversione intrinseca). 

Forse Julius Evola non aveva torto quando definì l’Illuminismo, Oscurantismo: prendi un’idea (un ideale) e trasformala in un dogma, ignorando ogni evidnza contraria. Questo non è accaduto solo con l’ovviamente erroneo concetto del buon selvaggio. Molte sono state le idee (gli ideali) inventate durante la cosiddetta Età dell’Illuminismo che si sono trasformate rapidamente in dogmi (quando tali idee hanno come sostenitore la ghigliottina, vi stupireste di quanto velocemente vengano adottate), sui quali si basa la società contemporanea. Non avevano e non hanno alcuna rispondenza nella realtà, ma da quando ciò è stato un requisito per un dogma? Indipendentemente da ciò, Il Discorso sulla Diseguaglianza di Rousseau e il suo Contratto Sociale sono i fondamenti del moderno pensiero sociale e politico. Rousseau divenne il membro più famoso della Société des amis del la Constitution, La Società degli amici della Costituzione, rinominata la Società dei Giacobini. Il periodo in cui essa fu all’apice include il Regno del Terrore, durante il quale più di diecimila persone furono messe a morte in Francia, molto spesso per “crimini politici”.

Così l’ammiratore del buon selvaggio, il difensore della bontà intrinseca dell’uomo incorrotto, è anche la mente dietro la macchina assassina votata all’eliminazione di ogni dissenso. Quella, ci viene detto da storici entusiasti, è stata l’Età dell’Illuminismo.

Bene, il buon selvaggio, cinque secoli fa, in quello che è l’attuale Messico, mangiava i suoi simili umani con trasporto. Portavano le vittime sacrificali sulla cima di una piramide, strappavano loro il cuore, che gettavano su un braciere, impalavano la testa oppure la lasciavano rotolare lungo i gradini, si tenevano le braccia e le gambe, che mangiavano, e gettavano via il resto. Si formavano fiumi di sangue che non seccavano mai.

Sia Hancock sia Sánchez Clemares raccontano dei recinti da ingrasso in cui venivano rinchiusi bambini e giovani vergini, per essere ingrassati e alla fine mangiati. L’incubo immaginato dai fratelli Grimm in Hänsel e Gretel veniva attuato su scala industriale dai Mexica. L’allevamento degli animali (come il concetto della ruota, o una metallurgia capace di produrre l’acciaio) non è mai venuto in mente ai Mexica: era più semplice e veloce mangiare la gente. Ciò non era limitato a un occasionale sacrificio ai loro déi sanguinari, era una pratica comune, un fenomeno pervasivo. Sembra caratterizzare le Americhe: con l’eccezione dei contemporanei Stati Uniti e del Canada, dal Messico odierno fino al Cile, l’antropofagia era un stile di vita (?) o, piuttosto, una graduale autoeliminazione. 

Entrambe le triologie sono magistrali; quella di Hancock sembra a prima vista la migliore, ma quella di Sánchez Clemares diventa altrettanto convincente e, poi, straordinaria. Come collega scrittore, non so come siano riusciti a… vivere mentre scrivevano le loro rispettive 1476 e 1811 pagine, visto che normalmente un romanziere vive col fiato sospeso e la mente militarmente occupata da trama, struttura, dialoghi e riflessioni fino a che la prima stesura non è finita. Tanto di cappello a entrambi: le trilogie mi sono piaciute immensamente. 

 

Cortés vs. the Anthropophagi: Two Trilogies about the Conquest of Mexico and the Coming into Being of The Modern World

 

by Guido Mina di Sospiro

 

Human beings are good.—Jean-Jacques Rousseau

Human beings are good.—A popular saying among cannibals

 

Graham Hancock and Juan Carlos Sánchez Clemares have authored two trilogies about the conquest of Mexico; respectively: War God: The Epic Novel of the Spanish Conquest of Mexico, which consists of Nights of the Witch (volume 1); Return of the Plumed Serpent (volume 2); Night of Sorrows (volume 3); and Crónicas de un Conquistador, which consists of Un nuevo mundo (volume 1); México-Tenochtitlan (volume 2); Un mundo nuevo (volume 3).

Cumulatively, Hancock’s trilogy numbers 1,476 pages, while Sánchez Clemares’s, 1,811. They are two colossal and monumental works, “monumental” in the original etymology that derives from monere, Latin for “to remind”. These two great works are a reminder not only of a successful conquest, and of one of the most incredible series of military feats in recorded history, but of the coming into being of the modern world, for reasons that will be explained shortly.

Ever since the now classic Fingerprints of the Gods I have been a keen reader of Graham Hancock. With that book he essentially invented a new literary genre: narrative nonfiction. He was among the first to have the idea of writing nonfiction with the technique of (engaging, fast-paced) fiction. As a result, he produced a page-turner, and several more after it. Not only did he adopt the technique of novel-writing, but many, and I among them, felt that, if he tried his hand at it, he would be a terrific novelist—and so he is. The premise for the War God trilogy is the creation of two fictional characters amidst the vivid background of historical characters and occurrences: Tozi, a local young girl with magical gifts who tries to save those she loves; and Pepillo, a Spanish orphan who is taken under the wing of Hérnan Cortés, and learns what it takes to be a conquistador. Another peculiarity of Hancock’s interpretation of the conquest is magic: he enters the head of Aztec Emperor Montezuma and stays inside it until he is killed, showing the reader how much religion, or some may call it idolatry, had to do with the fall of the Aztec Empire (though “Mexica” is the correct word, which I shall be using henceforth).

Indeed, because of Hancock’s interest in esoterica, there is a lot of pertinent magic in his trilogy: Moctezuma’s and Tozi’s, as well lengthy explorations of the mind of Cortés, who is depicted as being very devoted to Saint Peter. It is important for the contemporary reader to appreciate that religion featured very prominently in both the Mexica and the Spanish Empire; its influence was all-pervasive for both, thus dictating beliefs and actions alike. But the two religions were strikingly different from one another, which exacerbated the clash of cultures.

Despite such lengthy digressions into “magic”, what I enjoyed above all were the battles.[1] Hancock proves to be a master at describing them, and there are many; in all of them the odds were absurdly against the Spaniards, and yet… I wonder, for example, what other beleaguered, hungry, thirsty and exhausted remnant of an army in recorded history would have been able to win the Battle of Otumba, and right after the hecatomb of the Noche Triste? I confess to having gone back to this trilogy recently specifically to reread the battle scenes, which are superbly rendered.

Another characteristic of the work is the portrait that gradually emerges of Cortés as an Odysseus in the flesh: cunning, fearless, astute, risk-taking, overflowing with confidence and versatility (polytropos), and so charismatic that, five centuries after the facts, his charisma exudes from the pages of both novels. To give an example: most of you have heard about Cortés’s order to burn all ships — which is akin to burning one’s bridges, in the military sense of cutting off one’s own retreat intentionally — to force his men to survive through conquest, though he had no idea what he and they may have to face. He actually did better than that: he gathered his captains and told them that there was a broma in the ships, an insect that was eating away all the wood. It was better to dismantle the ships and keep what wood could be salvaged to build a city, incidentally, La Villa Rica de la Vera Cruz, today’s Veracruz. And the ships were duly dismantled. In addition to that, in Castilian the word broma also means “joke”.

In Cronicas de un Conquistador, Sánchez Clemares resorts to a single fictional character — Diego de la Vega Hurtado y de Velasco — a professional soldier from ancient and illustrious nobility, but penniless, who, after distinguishing himself as a great warrior in Italy, ends up in Cuba, and boards one of the ships of Cortés’s fleet. Being Diego well-schooled, but not a writer by any stretch of the imagination, Sánchez Clemares does not incur the mistake of making Diego write flowingly and engagingly, as the latter is merely compiling a chronicle, devoid of literary velleities. While this is stylistically appropriate, it inevitably slows down the pace. The writing chugs along without the artful crescendi and decrescendi in intensity and pace to be found in Hancock’s trilogy. But the magisterial thing that Sánchez Clemares pulls off is that he very gradually, almost imperceptibly renders Diego’s prose increasingly flowing and engaging, so much so that by the end of volume 2 it is no less than riveting: the initial (and deliberate) chugging along morphs into an unstoppable narrative thrust. The wealth of details about the Mexica and all the other nations is stunning and, much as in Hancock’s work, the events narrated are historically accurate, as are the settings and all characters involved except for the two created by Hancock and the one by Sánchez Clemares, as mentioned.

And what to say of the language Sánchez Clemares employs? An ancient, at times archaic Castilian, with conjugations and sequences of tenses unusual for my eyes and ears but, oh, so wonderful. This lends even more credibility to the story: one feels as if he were among the conquistadores, listening in as they plot the next move—or the next betrayal. They were no saints, but their greed for gold and thirst for fame were equal to their religious faith, and from the start the clergy was on the side of the natives, protecting them from abuse, much to the chagrin of the more ruthless conquistadores.

Of the many conquistadores described other than Cortés, all historically accurate, the most striking — ruthless and badass — is Pedro de Alvarado, whose deeds, including those after the Conquest of Mexico, which the interested reader will have to find elsewhere, seem equally impossible to achieve. He deserves a novel of his own.

The Mexica were convinced that the Spaniards were gods (teules), and some of their inconceivable military accomplishments would suggest that they were at least… titans. Incidentally, from long conversations I have had with the bundle-carrier of the Miccosukee nation of Florida and with a shaman from the Navajos, in Arizona, the reality has surfaced that to this day they consider Italians and Spaniards different from the rest of the Europeans, special people at least favored by the gods. And the Mexica had many prophecies vaticinating the arrival of the conquistadores. That said, the Spanish army back then was probably the most disciplined and well-trained in the world, and Spanish steel was the strongest.

Both trilogies make clear that the Mexica were conquistadores as much as the Spaniards. The nations the former had conquered — and from which they exacted a heavy tribute of agricultural produce, metals, gems, feathers (which they considered very valuable), slaves as well as people to use in their sacrifices and then eat — all unreservedly hated them. Various nations readily allied themselves with Cortés against the Mexica and, after the Noche Triste, when Cortés was intent on recapturing Tenochtitlan, Mexica ambassadors tried to persuade their neighbors to strike an alliance with them against the Spaniards, but mostly in vain.

Moreover, the women, usually daughters of important dignitaries who were given as gifts to high-ranking conquistadores to become their wives, were immediately happier among the Spaniards, as the condition of a woman among the Mexica and the other nations was dreadful. Such intermarrying, which got underway in earnest, led to the mestizaje, the racial and cultural mixing of Amerindians with Spaniards that began the modern world. The English, on the other hand, were racist, and never really intended to settle down in their colonies. But the Spaniards readily settled in the New World, and readily married local women.

The human sacrifices and the subsequent anthropophagy, a constant accompaniment to life then among the Mexica and all the nations around their empire, were most shocking to the Spaniards, and continue to be so for our modern sensibility, to the point that for a long time they were outright denied by bien pensant historians. Well before the conquest of Mexico, the founding fathers of Christianity had decided to explain Christ’s ultimate sacrifice — his death on the cross for the redemption of humankind — in the most shocking and abominable terms they could think of: the ritual eating of Christ’s flesh and drinking of his blood during the Holy Communion (which, in pre-ecclesiastical Christianity, was presumably more about agape or, more tantalizingly, what my co-author Joscelyn Godwin and I describe in our novel Forbidden Fruits). Clearly anthropophagy was singled out as early as then as the most extreme and aberrant of all possible human behaviors, which sinful and undeserving humankind had meted out to their Savior. And these very Catholic conquistadores arrived in what today is Mexico to discover to their horror that every nation they fought against chronically engaged in anthropophagy. There was no doubt in their mind: it was the work of the devil. Even when some of these native nations became allies of the Spaniards they could not stop sacrificing humans and eating them. Toward the end of the conquest, when Cortés and his army were besieging Tenochtitlan so successfully that no food could reach the Mexica inside the city, the Spaniards wondered how could their enemies keep on fighting so fiercely for months. As it transpired, they were eating all the casualties they could find, be they their enemies or their own soldiers: good protein there, and plenty of nutritional value.

In his book Los Invencibles de América, Jesús Á. Rojo Pinilla maintains that, far from committing genocide against the Mexica, Cortés and his conquistadores saved them from a self-inflected holocaust. Animal husbandry being unknown to the Mexica, they and their neighbors were essentially eating each other to the brink of extinction. Not only did they commit tens of thousands of humans sacrifices every year for religious motivations, and thereafter ate the thighs of the sacrificial victims, but their anthropophagy was widespread because of the scarcity of food. The contemporary western canon, still a staunch supporter and propagator of the Leyenda Negra (the British/American propaganda that demonizes Spain and all things Spanish), in the face of historical and archeological evidence teaches us the opposite: that pre-Columbian Mexico was the Garden of Earthly Delights and that the conquistadors proceeded to exterminate everyone. DNA testing on contemporary Mexican population reveals that 30% of them are of pure Mexica or Maya descent; 60%, mestizo; and only 10%, white. If the alleged holocaust had in fact taken place, wouldn’t the DNA of contemporary Mexicans indicate an overwhelmingly white descent?

But the concept of the bon sauvage has survived to this day; indeed, it could not be more in vogue. In a distinctly Manichean worldview, we are taught that the natives were always good, and the European invaders always ruthless and cruel: heroes and villains, how delightfully unequivocal. Jean-Jacques Rousseau wrote: Le principe de toute morale (...) est que l’homme est un être naturellement bon, aimant la justice et l’ordre ; qu’il n’y a point de perversité originelle dans le cœur humain (…) (The principle of all morality [...] is that man is a naturally good being, a lover of justice and order; that there is no original perversity in the human heart [...].) 

Julius Evola was on to something when he called the Enlightenment, Obscurantism: take an idea(l) and turn it into a dogma, regardless of all the evidence against it. That did not happen exclusively with the ostensibly flawed concept of the bon sauvage. Many were the idea(l)s invented during the so-called Age of Enlightenment that turned quickly into dogmas (when such idea[l]s have a guillotine as their enforcer, you’d be surprised at how quickly they get adopted), and upon which contemporary societies still hinge. They had and have no correspondence to reality, but since when has that been a requirement for a dogma? Regardless of that, Rousseau’s Discourse on Inequality and The Social Contract are the foundations of modern social and political thought. He became the most famous member of the Société des amis de la Constitution, the Society of the Friends of the Constitution, renamed the Society of the Jacobins. The period in which it was at its most effective includes the Reign of Terror, during which well over ten thousand people were executed in France, most often for “political crimes”.

So the admirer of the bon suavage, the advocate of the inherent goodness of uncorrupted man, is also the mind behind a killing machine bent on eliminating any dissenter. That, we are told by enthusiastic historians, was the Age of Enlightenment.

Well, the bon sauvage, five centuries ago in what is Mexico today, ate his fellow humans with abandon. They took the people to be sacrificed at the top of a pyramid, ripped out their heart, which they tossed on a brazier, either impaled their head or let it roll down the steps, kept their legs and arms, which they ate, and threw away the rest. Rivers of blood thus formed, and never dried up.

Both Hancock and Sánchez Clemares write of the fattening pens in which children and young virgins were kept, there to be fattened and eventually eaten. The nightmare imagined by the Brothers Grimm in Hansel and Gretel was carried out on an industrial scale among the Mexica. Animal husbandry (much like the concept of the wheel, or a metallurgy capable of producing steel) never occurred to the Mexica: it was more expedient to eat people. This was not limited to the occasional sacrifice to their bloodthirsty gods; it was an ongoing, all-pervading phenomenon. It does seem to characterize the Americas: with the exception of contemporary USA and Canada, from contemporary Mexico all the way down to Chile anthropophagy was a way of life (?), or rather, of gradual self-annihilation.

Both trilogies are superb; Hancock’s seems at first the better one, but Sánchez Clemares becomes just as good, and then, incredibly good. As a fellow writer, I don’t know how they managed to… live while they wrote their respective 1,476 and 1,811 pages, as normally a novelist lives with bated breath and his mind militarily occupied by plot, structure, dialogues and thoughts until the first draft is done. Hats off to both: I enjoyed the trilogies immensely.

 

 

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