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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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BERLINO ULTIMO ATTO di Heinz Rein (1906 – 1991)

30 Agosto 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il romanzo di Heinz racconta le ultime settimane di Berlino come capitale del Reich nazista, nell’aprile del 1945; i sovietici premono sulla città e si respira un clima da finis mundi. I cittadini vivono sotto i bombardamenti, fanno lunghe code per prendere un po’ di cibo, si muovono schiacciati tra gli assedianti e gli scherani del regime hitleriano, sempre pronti a trovare e punire oppositori veri o presunti.

La narrazione si incentra sul ruolo di alcuni cittadini che, pur nell’angoscia di quei giorni, aspirano a costruire un domani migliore; sono naturalmente degli oppositori del nazismo e appartengono alle forze politiche che in passato si sono infruttuosamente opposte a Hitler. A queste persone che tentano di sollecitare la popolazione a reagire, si aggiunge il soldato disertore Lassehn che rappresenta un giovane stanco della guerra e della propaganda, ma ingenuo e privo di formazione politica tanto da dover essere guidato dagli altri personaggi ben più maturi di lui. Si dovrà puntare su individui come lui per l’avvenire della Germania, sembra questo uno dei messaggi del libro, dato che il giovane ha la fermezza di contestare il regime per aver fatto credere a tutti che nazismo e nazione tedesca siano la medesima cosa.

È un romanzo appassionante e che sa emozionare, con meticolose descrizioni della città martoriata, ma l’opera ha non pochi limiti. Alcuni evitabili, legati alla traduzione che usa termini fuori posto e fuori tempo come sfangare, financo, zompo. Non ho apprezzato le lunghissime  filippiche messe in bocca ai personaggi molto critici verso il popolo che si è accodato al dittatore. Sono passi molto pesanti e ripetitivi, da opera scopertamente didascalica, figli di una insistita superiorità verso la massa pavida dei cittadini. Evidentemente lo stampo etico-politico dell'opera pubblicata nel 1947 giustificava questo; però a tratti sembra un romanzo ottocentesco con frequenti descrizioni di ambienti e persone, con finestre in cui si giudica con durezza la moralità o la mancanza di moralità delle masse, spezzando il ritmo narrativo.

L’arrivo dei russi è visto come il sospirato arrivo dei liberatori; c’è solo un debole accenno nel finale alle numerose violenze da loro compiute sulle donne dopo la vittoria. Perciò è un libro sicuramente da leggere, ma usando lo scudo della pazienza.

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DAVANTI A TRIESTE di Mario Puccini (1887-1957)

22 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

Il giovane sottotenente Mario Puccini, marchigiano di Senigallia, raggiunge il fronte nel 1916. Appena messo al comando di un plotone di soldati più esperti e più anziani di lui, cerca di trovare un colloquio con questi uomini semplici, obbligati alla guerra, diffidenti verso gli ufficiali. Nonostante la differenza di cultura (Puccini tiene nel suo zaino Foscolo, Leopardi, Dante), riesce con un insieme di bonomia e autorità a fare breccia tra loro che trovano in lui un consigliere oltre che un capo. La quotidianità del vivere insieme è pienamente esaltata nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti dei compagni; ma non si deve pensare a una prosa semplice e poco studiata. In realtà oltre a vari slanci lirici nelle descrizioni dei paesaggi, il linguaggio si apre a immagini vivissime, a tratti quasi di gusto futurista: " .. il cannone da campagna ciancia i suoi proiettili tra i denti e li caccia via ... Nei bagliori prodotti dai colpi in partenza, ti par vedere torsi di colossi muoversi tra masse di ferro incandescente".

Non mancano toni elegiaci come nel legame con la dolina carsica fatta attrezzare sotto i suoi ordini e poi lasciata con un velo di tristezza, tanto da tornarvi appena possibile e gustarne con esibita malinconia i cambiamenti intervenuti dopo che un altro reparto vi si era sistemato. E dovunque c'è un'attenzione somma al carattere genuino e popolano dei suoi subalterni, uomini capaci di ribellarsi se manca il tabacco, ma in buona parte disposti al sacrificio nei momenti delicati. Colpisce soprattutto la coralità (peraltro parziale) del racconto in cui i vari soldati, sollecitati dall'autore, danno le proprie impressioni.

Le azioni descritte sono quindi quelle vissute a livello principalmente di plotone, con le sofferenze patite nella quotidianità della guerra; è però una sofferenza resa meno aspra dalla collaborazione tra gli uomini, dal gusto della battuta facile, dallo sguardo di un paesaggio che non stanca; non ci sono particolari attacchi verso i superiori e anche la polemica verso gli imboscati non decolla mai. Oltretutto le operazioni cui Puccini prende parte, sono tutte concluse con dei successi tattici, per quanto sanguinosi.

Le particolarità dell'opera sono quindi legate allo stile e alla capacità di raccontare alternando la voce del memorialista e le voci dei vari soldati, costruendo in parte un racconto dal basso della guerra sul Carso, fatto piuttosto raro nella letteratura del periodo.

Mario Puccini, oggi poco noto, fu una personalità culturale poliedrica; figlio di un editore ed editore egli stesso, conobbe Ungaretti con cui ebbe un vivo scambio epistolare durante il conflitto. Scrisse romanzi, saggi, novelle. Fu anche uno studioso di letteratura spagnola.

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DIARIO DI GUERRA DI UN CADUTO SUL CARSO

11 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

È un libro breve quello del soldato Antonio Poli; poche pagine con notazioni semplici costituiscono il suo diario di guerra. D'altronde l'esperienza bellica è concentrata in un pugno di mesi; agli inizi del 1916 viene arruolato e destinato alla Brigata Salerno, a luglio è sull'Altopiano di Asiago, nel mese successivo il suo reparto si sposta sull'Isonzo.

La prosa è lineare e non ci sono grandi episodi, anche se il realtà il dramma è sempre a pochi metri da lui che ci racconta di bombardamenti riportando i nomi dei caduti, di un assalto, di qualche momento di pausa in cui può scrivere a casa, augurandosi di avere presto una licenza. Nel suo paese lo attendono la madre, la sorella e tre figli; lui ha già perso la moglie e perciò la partenza per la guerra, a 31 anni, è una vera iattura. Viene da chiedersi, quale necessità ci fosse per lo sforzo bellico generale di avere in prima linea un padre di tre figli, per giunta vedovo; un incarico nelle retrovie, lontano da fronte, lo avrebbe legittimamente salvato. Chissà, forse c’erano gli estremi per fare una richiesta specifica di questo tipo.

Ma nelle poche pagine del testo non c'è polemica o lamento, ma l'implicita accettazione del dovere. Le sue spoglie poterono tornare nel suo villaggio, insieme alle sue cose, tra cui il diario, grazie a un barelliere suo compaesano; il testo, fortunatamente recuperato, è stato custodito e poi pubblicato ad opera dei discendenti. C'è quindi, in questo senso, un finale positivo a una vicenda triste. L'immagine di lui, caduto sul Carso il 9 ottobre 1916, è quella di uno degli innumerevoli soldati di  semplice estrazione; i suoi genitori  erano stati emigrati in America Latina e lui lavorò come mugnaio prima della guerra. È uno dei tanti, partiti e mai più tornati, ma non per questo dimenticati.

 

 

                                                                                                                                                                                       

 

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Antonio Scurati, "Il rumore sordo della battaglia"

9 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia


 

 

 

Il rumore sordo della battaglia

Antonio Scurati

Bompiani , 2018

 

 

Il romanzo storico di Scurati è raccontato in prima persona dal protagonista, il giovane Sebastiano; è un esponente della piccola nobiltà, nato nel 1476 in un'Italia dove lo splendore delle corti avrebbe mostrato presto crepe politiche e militari tali da aprire la strada alle invasioni straniere. Quando il ragazzo, rimasto orfano del padre, caduto combattendo da cavaliere contro le picche svizzere nella battaglia di Morand, imbraccia le armi, la penisola subisce nel 1494 l'invasione di Carlo Ottavo; in questo periodo c'è l'incontro con Giovanni Dellanotte detto Malacarne, un misterioso e cupo mercenario, a capo di una setta (i Fratelli) di cui lentamente nella vicenda si spiegano le particolarità. Mentre la guerra infuria, il ragazzo si lega al feroce e carismatico condottiero; la sua setta ha come scopo la guerra combattuta a viso aperto, sfidando il nemico con armi bianche, da cavalieri, come nel Medioevo. Ma già appaiono armi come cannoni, colubrine, spingarde, archibugi che iniziano a cambiarne il volto; gli intrepidi cavalieri vengono abbattuti da lontano dalle nuove armi. Questo per Dellanotte è intollerabile; è un modo in cui il soldato riesce a ingannare la morte, vincendo in modo subdolo, senza onore, senza guardare negli occhi l'avversario. I Fratelli combattono invece diversamente, bramando di uccidere da vicino. Il Malacarne e i suoi passano da una compagine all'altra, ora sono con gli Spagnoli, ora con i Francesi, poi da soli. Appaiono come dei "luddisti della guerra"; le armi da fuoco vanno distrutte e anche quelli che le usano, chi lavora con la polvere pirica merita la morte, gli stessi artigiani e operai che fabbricano gli archibugi vengono trafitti senza remore. La loro è consapevolmente una lotta contro la storia, ma non importa, perché non amano la vita e sono voluttuosamente attratti dalla morte in battaglia insieme ai compagni. La morte tramite il ferro, non il fuoco, è l'unica misura della grandezza tragica cui il cavaliere deve tendere. Sono personaggi maledetti; non credono nella vita ultraterrena, quella terrena è accettata solo in quanto se ne auspica la fine in modo violento, in un'orgia di sangue. È un cupio dissolvi. Non importa vincere, ma morire nel modo giusto. Conta solo che ci sia una battaglia e che sia grande, spiega Giovanni Dellanotte. Il giovane aderisce a questa filosofia disperata, cercando un ruolo e una identità nel suo inquieto vivere, agitato da sogni in cui appare il padre che non ha mai conosciuto. Non c'è nulla di romantico nella loro impostazione antitecnologica; il loro "viva la morte" viene descritto, a un certo punto, come qualcosa di animalesco. Solo la condivisione  con i compagni di questo reiterato "abitare la battaglia" getta un filo di luce, quella dell'amicizia, su esistenze senza speranza. Improvvisamente il protagonista si stacca dai Fratelli, dopo l'ennesimo massacro; addirittura decide di diventare un archibugiere, tradendo lo spirito della Fratellanza; questa svolta non ci appare ben spiegata e approfondita, ma non sembra dettata da un ripensamento etico, dato che permane un fondo di disperata accettazione della vita da soldato. È uno dei punti deboli del libro. L'altro aspetto che lascia perplessi è l'insistere sulla fisicità, sulla carnalità, sugli istinti; sembra che l'autore senta il costante bisogno di convincerci che quella era un'epoca di brutalità e di conseguenza si deborda in fatto di descrizioni di violenze e di torture.

Invece le ambientazioni  delle battaglie sono superbe; si parla di eventi storici come la battaglia di Fornovo e quella di Pavia e di personaggi come i Borgia e i capitani di ventura dell'epoca.

Nel complesso un bel libro, in cui la luce del Rinascimento lascia posto alle brutture di guerre senza fine, in un mondo di diffusa corruzione.

 

 

 

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Un fante lassù. Uomini e vicende sul fronte italiano della grande guerra

17 Febbraio 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il libro di Gino Cornali (Tarka edizioni) è il memoriale di un ventenne che come molti coetanei allo scoppio della guerra del 1915 sente l'impulso di partire volontario. Le sirene del patriottismo suonano fortissime anche per lui che come altri universitari si presenta subito in caserma per combattere contro l'Austria. Divenuto ufficiale di complemento, combatte nei momenti più delicati sugli altipiani e sul Carso; è a Passo Buole durante la Strafexpedition, poi sul Carso come tenente comanda una compagnia. Pur nel dolore della vita di trincea e pur non mancando molti screzi con ufficiali più insipienti che capaci, permane in lui la convinzione di aver fatto la scelta giusta. Vive il trauma di Caporetto che ci consegna con immagini efficaci; provenendo da un periodo nelle retrovie, il suo viaggio di ritorno verso il fronte gli fa incontrare migliaia di uomini in disarmo, senza guida, incamminati lungo i binari, frammischiati ai civili, convinti di dover solo scappare.

Due sono gli aspetti che in generale restano impressi; innanzitutto la fratellanza con gli altri ufficiali mentre con i subalterni c'è spesso un rapporto di stima reciproca. È questo mondo di relazioni cameratesche che l'autore sente purtroppo di perdere quando arriva il congedo, mentre si trova a Lubiana a guerra ampiamente terminata. Le paure per l'avvenire, i dubbi sulla vita da civile, il timore di aver perso tempo al fronte mentre i furbi si imboscavano nei posti migliori, l'angoscia di perdere gli amici veri emergono in modo struggente. È la fine di un mondo per un giovane che dopo quattro anni in divisa sente di dover ricominciare tutto da capo, come se non avesse fatto nulla nei suoi  anni migliori, aggravato dal fardello della trincea che poco servirà lontano dalle armi. C'è lo smarrire un'identità, costruita nei pericoli della guerra che aveva creato rapporti intensissimi tra uomini che dovevano contare gli uni sugli altri, correndo gli stessi rischi. Relazioni irripetibili, quindi.

L'altro aspetto attiene al dopoguerra e alle prevedibili difficoltà di inserimento, già messe in conto da chi prevedeva disordini sociali e quindi bisogno di guide forti. Come gli spiega infatti un suo superiore, ci vuole un dittatore che costringa all'obbedienza un popolo capace di perdersi, pronto a reclamare concessioni sproporzionate: "Vinceremo senza dubbio gli austriaci; ma bisogna poi vincere anche noi stessi. Vincere la pace, dopo aver vinto la guerra; e non tradire i morti col frustrare la vittoria. Sarà necessario un governo forte che non abbia paura del sangue e delle barricate (..) meglio un dittatore".

Non resterà in effetti, a molti tornati dal fronte, che buttarsi tra le braccia di chi era pronto a valorizzare la generazione dei reduci, pieni di ferite fisiche e morali e soprattutto timorosi di non vedere un adeguato riconoscimento dopo il sacrificio compiuto per vincere. Il memoriale, edito nel 1934, termina non a caso inneggiando "al Fante dello Javorkec e di quota 144, colui che aveva guarito le nostre malinconie", ossia al Duce. Così l'ex studente volontario di guerra contro l'autoritarismo degli Imperi Centrali, finì come tanti altri, nella complessa situazione storica del tempo, per appoggiare il regime autoritario che esaltava il grande sacrificio compiuto al fronte.

Resta un'opera intensa, con molte pagine liriche, scritta da un ventenne che portò la divisa dal 1915 fino al settembre 1919, quando fu congedato col grado di capitano dopo che il conflitto era terminato da quasi un anno.

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Radio Blog: Dino Buzzati, "Barnabo delle montagne"

28 Gennaio 2019 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #valentino appoloni, #recensioni

 

"Si tratta di un breve romanzo di Dino Buzzati, pubblicato nel 1933 quando l’autore era ventisettenne [...] ci si muove davanti a scenari di grande suggestione, tra vette, crode, ghiaioni, foreste".

 

Oggi riscopriamo Barnabo delle montagne di DINO BUZZATI - Libri Mondadori e lo facciamo grazie ad una recensione scritta da Valentino Appoloni proprio per noi di signoradeifiltri.blog.

Buon ascolto!

 

A cura di Chiara Pugliese
Musica : Incompetech
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

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O LUNA, O LUNA TU ME LO DICEVI … di Angelo Malinverni

27 Gennaio 2019 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #recensioni

 

 

 

 

Angelo Malinverni, torinese, medico, classe 1877, ci ha lasciato un diario di guerra molto particolare che copre la sua esperienza al fronte dal 1915 al 1918 nell’alto Isonzo. Il titolo del libro ricorda l'ardita impresa degli alpini che presero il Monte Nero, guidati dal tenente Picco.

L’opera fu apprezzata da Marinetti che ne lodò l’ottimismo futurista e l’assenza di nostalgie deprimenti. C’è da chiedersi le ragioni del giudizio del celebre letterato; certamente il diario è vivace quanto a scrittura e terminologia, linguisticamente appare originale e fuori dai consueti  schemi espressivi. Malinverni chiama le nuvole “nubecole”,  gli shrapnel diventano “srapanelli”, parla di occhi “impeciati di sonno” e gli esempi di invenzione sono davvero molti.

Ma per il resto l’opera non fa (poco futuristicamente) sconti nel raccontare la sofferenza senza rimedio del combattente.

Non c’è esaltazione per la guerra, ma vivissima solidarietà verso i compagni, con pagine intensissime quando si narra di rapporti di amicizia recisi da qualche arma nemica.

Malinverni si sente pienamente partecipe dei disagi e dei pericoli della trincea; sta in prima linea e ha cultura militare oltre che coraggio, tanto da diventare addirittura aiutante maggiore nel battaglione, pur continuando a fare il medico. Una situazione decisamente particolare. Eccolo disegnare le postazioni nemiche, compilare il resoconto dei fatti d’arme da inviare ai superiori, suggerire un’azione per uscire da un momento di grave impasse o dipingere il paesaggio dato che è anche un pittore.

È un testo che spesso ci fa sorridere; come nel Diario di un imboscato di Attilio Frescura, il libro abbonda di battute, episodi spassosi, ironia.

Non si può comunque non pensare all’elenco dei tanti caduti del battaglione in cui il medico era diventato per i commilitoni una sorta di mascotte e di portafortuna, dato che, in mille azioni cui anch’egli aveva preso parte, l’esito era stato abbastanza felice per il reparto. I molti episodi del 1915 descrivono con efficacia le prime fasi della grande mattanza al fronte e danno l’idea del compito immane dei medici durante le battaglie: “.. passo da un ferito all’altro, al fioco lume d’un moccolo vagolante sostenuto dal cappellano ... Che fare di fronte ai feriti all’addome, votati a morte quasi certa, che bisognerebbe muovere, e qui non si possono tenere?”

Particolarmente intenso è il resoconto di una giornata passata a Gorizia allo scopo di procurarsi le bare per gli ufficiali amici morti, passando a stento tra le maglie della burocrazia e col pensiero sempre ai compagni perduti.

Esemplare, inoltre, quando descrive gli spostamenti notturni in montagna tra strapiombi e dirupi, con il rischio delle valanghe che obbligano a soccorsi temerari per cercare di salvare i soldati travolti.

Il dato di fondo, comunque, è che il tono leggero e a tratti scanzonato non riesce a distogliere dal dramma consumato sui monti del Carso, raccontato in modo indimenticabile.

Chi desidera procurarsi il libro, può scrivere all’Associazione Carsoetrincee (carsoetrincee@gmail.com) che ha curato la riedizione di ottimi diari e memoriali, tutti recensiti in questo blog.

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BÀRNABO DELLE MONTAGNE di Dino Buzzati

27 Novembre 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Si tratta di un breve romanzo di Dino Buzzati, pubblicato nel 1933 quando l’autore era ventisettenne.

La storia è ambientata in montagna e ha a che fare con vicende di guardaboschi, boscaioli, briganti; ci si muove davanti a scenari di grande suggestione, tra vette, crode, ghiaioni, foreste.

Il protagonista Bàrnabo emerge lentamente nel racconto in cui è centrale il vivere in mezzo a luoghi appartati, selvaggi, misteriosi. L’assurdo è parte della storia; una vecchia polveriera è posta tra le rocce, priva di chiara utilità dato che ormai è semivuota, ma alcuni uomini tra cui Bàrnabo sono messi di guardia, nel freddo delle solitudini di alta quota.

Il tempo passa lentamente, ma passa non senza far male: “Intanto viene giù la polvere (..) C’è n'è sui libri vecchi, sui cornicioni, sui mobili e dentro all’orologio a quattro quadranti che è in cima al campanile di San Nicola. Il campanaro tende qualche volta, di notte, le orecchie; gli pare che l’orologio ogni tanto si metta ad ansimare”.

Ci sono rare ma drammatiche incursioni di banditi che colpiscono e fuggono, ma di loro si sa pochissimo. Da dove vengono? Da oltre confine forse, ma risultano imprendibili, lasciando una scia di sangue dopo ogni scorribanda. Suoni misteriosi, indecifrabili, inquietanti riempiono le valli; questi posti sono la patria di Bàrnabo che solo qui può stare bene e si sente tenuto a riscattare un grave atto di viltà, tornando tra le montagne in cui è cresciuto dopo un periodo anonimo passato in campagna.

Buzzati, al suo primo romanzo, dimostra già di avere nella sua faretra le sue armi migliori; il mistero di vicende fuori da epoche precise, il senso dell’attesa, lo scorrere lento delle cose che lascia ferite sull’anima.

Sono però armi ancora grezze, testate senza convincere del tutto e lo stesso finale lascia qualche dubbio. Comunque la strada verso il capolavoro di qualche anno dopo, Il deserto dei tartari, è già tracciata.

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Matteo Giancotti, "Paesaggi del trauma"

14 Novembre 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia, #cultura, #recensioni

 

 

 

 

Il bellissimo saggio di Giancotti, edito da Bompiani, offre un’indagine sul rapporto tra uomo e natura nei contesti di guerra, esaminando la letteratura nata dall’esperienza vissuta. Lo studio si svolge tra Grande Guerra e Resistenza, con un capitolo dedicato ai più recenti orrori nell’ex Jugoslavia attraverso l’esame di un romanzo del francese  Mathias Énard.

Come vede il soldato il paesaggio che lo circonda? Innanzitutto, in generale il paesaggio risulta dalla relazione tra gli uomini (e le idee delle loro comunità) e natura. Il militare nella Grande Guerra vede luoghi straziati e piagati dalle armi inumane che devastano il corpo stesso del fante. Inoltre strade, trincee, gallerie, ripari piegano l’ambiente ai bisogni militari facendo della natura una vittima della violenza umana. L’ambiente, così martoriato, non offre consolazione, bellezza, riposo per gli occhi. Nella memorialistica si insiste infatti sulla sofferenza del soldato imprigionato in un contesto funzionale ai combattimenti e quindi alla distruzione; la frattura con il paesaggio è piena, anche se non mancano dei distinguo tra i vari autori. I luoghi sono zone di guerra e di morte; il vivo rigoglio delle piante sembra non poter più  tornare.

I testi che Giancotti segue sono in particolare quelli di Comisso, Serra, Lussu,  Sbarbaro, Marinetti, D’Annunzio; ci sono sensibilità differenti che portano naturalmente a declinazioni diverse del tema. Un Ungaretti si specchia nel territorio devastato; un Comisso, legato a un’idea della guerra come avventura giovanile, attraverso i positivi ricordi dell’infanzia supera il trauma di vedere il suo Veneto distrutto e saccheggiato dagli austriaci dopo Caporetto, Marinetti invece da futurista si inebria davanti a un paesaggio animato da razzi, bagliori, esplosioni di ogni tipo.

Con la letteratura sorta dalla Resistenza, si ha invece una parziale ricomposizione tra uomo e ambiente; nasce infatti la figura del partigiano che non è imprigionato in una trincea, ma si muove tra boschi e campi, col dinamismo di chi vive come ribelle. Chi combatte per la libertà contro il nazifascismo, si rifugia sulle montagne che spesso sono parte della sua biografia personale. Si vive nella natura, il rapporto è più a misura d’uomo dato che le bande sono piccole e hanno molto spazio a disposizione, inoltre il legame fisico con i propri luoghi accentua il lato patriottico di una guerra che fu anche lotta contro lo straniero. La natura è amica o addirittura madre per certi memorialisti. I testi affrontati nel saggio sono principalmente quelli di Fenoglio, Calvino, Fortini, Caproni, Zanzotto, Meneghello, Cecchinel.

Naturalmente il trauma della violenza vissuta non sempre permette questa riconciliazione tra uomo e paesaggio.

Ad esempio, nel luogo in cui un compagno è caduto ucciso dai tedeschi, sembra permanere in alcuni testi una traccia di dolore indelebile che rende impossibile staccare la bellezza della natura dall’orrore della morte. La permanenza di quanto avvenuto può impedire il godimento del paesaggio se la ferita della violenza non si è rimarginata nel ricordo di chi la visse durante la Resistenza.

Come superare tutto ciò? Per Pavese non resta che affidarsi ai tempi lunghi della natura stessa; lo scorrere del tempo, il susseguirsi delle stagioni, il rinnovarsi delle generazioni porterà un domani al riassorbire dei traumi nel grande ed eterno flusso di tutte le cose.

Un libro davvero bello quello di Giancotti; il pregio più grande è che stimola a leggere i tanti autori citati, tra i quali troviamo memorialisti, ma anche poeti e romanzieri che con la parola scritta hanno testimoniato il dolore di momenti terribili.

 

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La marcia di Radetzky di Joseph Roth

5 Settembre 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

1932

 

Parlare di questo libro significa innanzitutto parlare di un bel romanzo, ricco di sensibilità per la storia e gli uomini, grondante di attenzione psicologica per personaggi vittime di drammi che vanno oltre la loro contingente vicenda individuale. Il romanzo copre tre generazioni della famiglia austriaca dei Trotta, gente di modesta origine, nobilitata dopo che un giovane sottotenente salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe a Solferino, nel 1859. Da allora la corte di Vienna regala attenzione e protezione ai Trotta; il figlio del sottotenente diventa un ligio funzionario di stato, mentre il nipote Joseph è destinato alla carriera militare. La vita di quest’ultimo è ossessionata da due ritratti; quello del nonno eroe e quello del vecchio sovrano che da oltre mezzo secolo governa l'Austria-Ungheria. Il passato graffia il presente, lo rallenta, mentre l’avvenire non ha il colore della speranza semplicemente perché non ci può essere avvenire per i protagonisti del libro, vecchi o giovani che siano, in quanto troppo legati a ciò che fu un tempo.

I due ritratti a volte si sovrappongono nella mente del ragazzo, come se fossero la stessa individualità; sono ritratti di personalità forti che mettono in soggezione e impongono al modesto nipote aneliti non alla sua portata. Sente di non poter avere una vita propria; può solo cercare di emulare il coraggio del suo avo, ripetendone gli slanci. La crisi dell’impero si accompagna al tramonto dei Trotta, come se per una legge segreta dovessero seguire lo stesso percorso. Ci si avvicina alla Grande Guerra e Roth sembra descrivere un grande teatro dove i vari attori fingono che ci sia ancora un domani ignorando mille crepe; tensioni sociali, spinte nazionalistiche interne, scarso senso dello stato. A tratti qualche squarcio di consapevolezza si apre; i giovani militari si annoiano in periodo di pace ma pensano che una guerra sarebbe il collasso per la monarchia, il vecchio imperatore si muove carico di troppi anni godendosi cerimonie e parate piene solo di apparenza e in fondo nessuno ha voglia di morire per una cosa vecchia come l’impero.

Joseph, pieno di incertezza e tormentato da troppe contraddizioni, pensa spesso di lasciare l’esercito e di vestire panni borghesi, accontentandosi di una vita senza squilli di tromba ma più libera da concetti come l’onore. Le piccole esigenze individuali scavano tunnel nella coscienza di uomini normali, non all’altezza di sfide poste da un’epoca di grandi trasformazioni. Tutto gronda di passato mentre il futuro appare come una battaglia dove le vecchie armi non servono più a nulla; ciò che è stato costituisce una zavorra, non una risorsa. Il nuovo mondo avrà leggi nuove e terribili.

Si cerca di sopravvivere, mentendo a se stessi, come fa l’imperatore che in fondo non crede di essere così vecchio. Il giovane Joseph, cresciuto all’insegna dei valori tradizionali, sensibile al punto da togliere il ritratto di Francesco Giuseppe da una bettola piena di sporcizia, non ha la stoffa dell’eroe, eppure quello è il suo destino, scritto sul libro di famiglia.

Il fascino del romanzo sta nella descrizione di questo lento crollo. Roth ci appassiona soffermandosi sui mille scricchiolii, osservando come un medico i sintomi di una malattia morale e politica; c’è tutta la bellezza della decadenza di un mondo che aveva una cifra etica di spessore. Infatti, prima della guerra scoppiata nel 1914, i ritmi erano diversi, la vita di ogni singolo godeva di più rispetto,  la morte non era ancora un fatto di massa tale da rendere irrilevante ogni morte individuale. Se qualcuno veniva meno, il suo posto non veniva subito occupato da un altro; gli uomini non erano fungibili come gli oggetti. Roth ci regala un inno alla lentezza, così attuale nella frenesia di oggi:

Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione”.

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