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Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern

16 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

Con Storia di Tönle Mario Rigoni Stern ci fa percorrere una vicenda tra storia e romanzo; il protagonista è un uomo che incarna la cultura e la mentalità della gente della zona di Asiago, tra fine Ottocento e primi anni della Grande Guerra.

Tönle è un archetipo; rappresenta uno dei tanti uomini che vivevano sul confine, una persona semplice e laboriosa, senza tenerezze particolari per l’uno o l’altro dei due nemici storici, ossia l’Austria e l’Italia. Vive arrangiandosi; ex suddito asburgico, ex soldato di quell’impero, era diventato italiano quando dopo il 1866 il Regno d’Italia si era allargato fino ai suoi paesi. È contrabbandiere, ma capace di fare il pastore e il contadino, oltre ad altri mestieri. Come tanti di quelle parti, viaggia, si sposta per lunghi mesi, torna a casa per ripartire appena possibile.

Non è solo la necessità a spingerlo dall’altipiano alle città dell’impero. È un fatto di cultura e di istinti. È un abito mentale a guidare i suoi spostamenti:

 

Come c’erano forze che lo spingevano ad andare in primavera, così c’erano quelle che lo facevano tornare alla fine dell’autunno; forze superiori a ogni volontà” .

 

Una certa irrequietezza da viaggiatore si accompagna quindi al piacere di percorrere le proprie contrade, descritte a menadito; infatti protagonista del libro è anche l’amore per il paesaggio insieme alla cultura locale.

Ecco che la guerra del '15-18 fa a pezzi il suo mondo, impone leggi, mette reticolati, crea nuovi obblighi. La vita di Tönle va in frantumi; lui parla anche tedesco ma non si sente tedesco e nemmeno italiano. Subisce come una violenza il non avere la libertà di muoversi. Ma la guerra, i militari e soprattutto lo stato sono ormai pervasivi; nessuno può stare ai margini del conflitto senza essere sospettato di essere una spia.

Lo scontro tra Tönle e gli apparati statali è quello tra un vaso di terracotta e uno di ferro. Con la Grande Guerra lo stato dilagò nella società; tutto fu asservito allo sforzo bellico, dall’economia alla stampa.

Non c’è più spazio per gli uomini di confine, per persone difficili da controllare, non incasellabili, partecipi di più culture, a loro agio ad Asiago come a Praga. Per i Tönle non c’è più posto.

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STORIA DI UN UOMO INUTILE di Maksim Gor’kij (1868 – 1936)

10 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

Maksim Gor'kij nelle gerarchie letterarie occupa un posto senz'altro alle spalle dei vari Cechov e Tolstoj, suoi contemporanei. Eppure questo libro poco noto, letto nell'edizione UTET, mi fa dire che lo scrittore meriterebbe maggiore attenzione.

Gli aspetti salienti sono letterari ma anche storici e politici e lasciano per certi aspetti sbalordito chi legge.

Il protagonista è Evsej, un ragazzo cresciuto in campagna tra molti stenti, nella Russia zarista scossa dai tremiti rivoluzionari. Orfano, capisce ben presto che l'unica via di salvezza per lui, debole e solo, è sottomettersi ai più forti. Davanti al cugino prepotente o agli adulti arroganti, pensa solo a piegarsi per evitare guai peggiori. In fondo, come gli spiega una conoscente dei bassifondi di Mosca, la vita è un posto dove qualcuno ti impartisce ordini, ti dice cosa fare e dove andare. Tutto qui.

In città trova una specie di grande Suburra; costretto a lavorare come informatore della polizia, vede vizio e violenza dovunque. Il regime lotta contro i sovversivi e lo fa con poliziotti non certo irreprensibili, ma dediti al bere e al gioco. In questo clima fatto di doppiezza e cinismo, l'informatore ha la sensazione che sia tutto sbagliato. È ancora giovanissimo e nessuno gli ha dato una formazione; ha una generica intuizione del bene e del male. Non si dovrebbe vivere per fare del male, pensa, mentre compie pedinamenti o si finge amico di persone che dovrà far arrestare. Da bambino, nel suo villaggio, durante un incendio la gente dimenticò i reciproci dissapori e gioiosamente partecipò allo spegnimento del fuoco. Ci vuole un pericolo per avvicinare le persone? È possibile un mondo diverso come raccontano i rivoluzionari che lui fa incarcerare?

Il ragazzo però non ha avuto nessun adulto che lo abbia indirizzato e fatto maturare; non gli resta che fare il suo lavoro, piegarsi come sempre per evitare conseguenze peggiori, pur con un travaglio interiore in crescita.

C'è però un lato storico-politico ancora più interessante. L'opera proietta la sua ombra sul futuro per parecchi aspetti. Tra i colleghi del giovane, quasi tutti malconci, fanatici, viziosi, quello che impressiona è uno dei capi, un uomo di modesta estrazione, figlio di contadini. Ha un odio sociale per i nobili, i ricchi, gli istruiti; è spregiudicato e spietato. Soffia sul fuoco delle tensioni sociali, favorisce con i suoi agenti i disordini per dimostrare al popolo che la libertà è omicidio e anarchia. Opera quindi sul piano di una sorta di destabilizzazione stabilizzante; il caos alla fine favorirà il ritorno al poco amato ma rassicurante ordine e questa è una tattica usata anche in tempi per noi abbastanza recenti.

Inoltre ha un'utopia delirante, espressa con parole feroci: "Le città andrebbero distrutte. E tutto il superfluo, tutto ciò che impedisce di vivere con semplicità, come vivono le capre e i galli, tutto questo vada pure al diavolo!".

La sua chimera ruralista sarà parte del progetto del sanguinario dittatore Pol Pot.

Lo stesso poliziotto prevede la fine del regime zarista ma afferma che il popolo continuerà a patire la fame: "Il nuovo sistema di governo li distruggerà: le persone tranquille creperanno di fame e i ribelli marciranno in prigione".

Pensando a quanto accadrà nell'Unione Sovietica, le sue parole appaiono profetiche.

Tutto questo, incredibilmente, venne scritto in un romanzo pubblicato nel 1908.

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LA STRADA di Cormac McCarthy

7 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

Lo scrittore Cormac McCarthy ci offre un intenso e direi attuale romanzo.

All'indomani di una distruzione immane (forse nucleare), il mondo è ridotto a pura desolazione; i sopravvissuti si aggirano impauriti e affamati, pronti a uccidersi e anche a mangiarsi.

Padre e figlio, protagonisti del libro, si muovono a piedi verso Sud, verso l'oceano; cercano cibo, un clima più decente, una via di fuga dai tanti pericoli. Intorno ci sono le macerie di città vuote, supermercati saccheggiati, auto piene di cadaveri. Un'aria fredda e piena di cenere opprime i pochi vivi.

Il senso di angoscia è accentuato dall'assenza di nomi; le città e le persone sembrano non averli più. Ora c'è solo un grande nulla, un vuoto di senso, un indistinto squallore in cui nemmeno i due protagonisti hanno un nome. Per il poeta Rilke l'uomo è superiore a ogni specie perché ha la parola e può nominare le cose dando sostanza e stabilità al mondo. Ora tutto invece è precario, l'uomo innanzitutto. Viaggiano tra mille peripezie, a piedi come viandanti di epoche lontane, in una modernità di cui restano solo le ormai inutili strutture materiali che cingono un degrado totale, come enormi carcasse di metallo e cemento.

È un libro denso di immagini cupe e di sogni atroci; non esistono autorità, si è all'homo homini lupus; le peggiori visioni degli antichi profeti trovano conferma nell'Apocalisse che i sopravvissuti subiscono. Eppure vanno avanti, spingendo un​ carrello di supermercato con qualche coperta e un po' di cibo; se troveranno altri "buoni" come loro forse ci sarà ancora un futuro. Per ora si è al capezzale dell'umanità. Noi siamo i buoni, noi portiamo il fuoco, ripete il ragazzino cercando l'assenso del padre, in una involontaria allusione al mito di Prometeo che portò civiltà e tecnica tra gli uomini. Sono loro due la riserva etica di un mondo senza luce, precipitato in una specie di età della pietra dove chi ha un accendino o una pistola può sopravvivere più di altri. Ma servono anche speranza e solidarietà tra gli uomini, per andare oltre un individualismo infecondo. La vicenda scorre su binari tristi, ma forse resta qualche residua possibilità di salvezza dato che c'è ancora un bambino che si fa raccontare le favole dal genitore e crede che si possa uscire dalla desolazione. La distruzione dei luoghi potrebbe non aver annientato i cuori di tutti. Cercando altre persone perbene, come vorrebbe fare il bambino e recuperando il senso della comunità, qualcosa potrà risorgere. Resta il pensiero che l'individualismo selvaggio del mondo descritto nel libro abbia qualche legame con l'individualismo diffuso nei tempi moderni, nei quali il consumismo costante è la colonna sonora del vivere. Non a caso gli affamati e sofferenti protagonisti del libro spingono un carrello di supermercato, residuo rumoroso dell'epoca dello spendere incontrollato. Peraltro il romanzo​ è incentrato principalmente sul rapporto padre-figlio e sul bisogno di sopravvivere, lasciando sullo sfondo l'approfondimento delle cause della catastrofe in cui sono precipitati.

La parte finale del romanzo lascia comunque trasparire qualche lieve segno di luce, anche se l'aria fredda e sporca efficacemente descritta in tante pagine non induce all'ottimismo.

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UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

19 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

Uno dei tanti è il nuovo libro della Grande Guerra proposto dal Comitato Pro Chiesa di Plave; si tratta dei ricordi lasciati dall’ufficiale senese Adolfo Baiocchi, impegnato sul Carso durante il conflitto.

Nelle sue memorie, per fare un rapido confronto con gli altri libri proposti negli anni scorsi dal Comitato, non troviamo l’ironia demolitoria di Giuseppe Personeni e del suo La guerra vista da un idiota; quella di Baiocchi è opera diversa anche da E ora, andiamo! di Mario Muccini che aveva saputo affiancare mirabilmente protesta dell’uomo e senso del dovere del soldato.

Il giovane senese, classe 1895, ci propone invece una intensa poesia del dolore ricca di sensibilità umana, con una spiccata attenzione per la sofferenza in trincea, regalandoci una serie di immagini molto forti in cui i corpi degli uomini sono al centro. Vediamo le uniformi delle sentinelle che gocciolano di umidità nelle notti sul Carso, i cadaveri distesi a terra “come in piazza d’armi” davanti ai reticolati nemici, gli assalitori austriaci che bruciano come torce per l’azione micidiale dei lanciafiamme. La prosa si fa dura e scabra, raggiungendo il suo acme in due episodi indelebili. Il primo è il racconto dell’attesa davanti alla trincea nemica dopo uno sfortunato assalto. Il soldato, bloccato a terra, costretto ad aspettare l’oscurità per rientrare, deve stare vicino al reticolato che annulla ogni speranza di successo e di gloria con il suo insuperabile groviglio di fili:

A molti, quelle tremende ore di attesa sconvolgono il cervello. Si alzano, ridono di un riso largo, osceno; oppure si mettono a cantare ma per breve tempo: una pallottola o una bomba a mano, fanno tacere per sempre quei disgraziati”.

L’altro episodio (forse un unicum nella letteratura della Grande Guerra) è la particolareggiata descrizione, davvero terrificante, degli effetti del gas sul proprio corpo che l’autore subì durante un attacco.

L’attenzione di Baiocchi è anche per i civili, sia per quelli di “casa” che per quelli delle terre occupate nell’avanzata. Ha parole severe per chi accompagna con sorrisi e regali i soldati che in stazione si preparano a partire per il fronte: “Non si applaude chi marcia verso la morte”. La sensibilità dell’ufficiale si esprime poi in considerazioni meste davanti a una abitazione devastata a Ronchi: “Nulla è più triste di queste abitazioni disfatte … è l’uomo schiantato in ciò che ha di più caro: nella famiglia, nel focolare”.

Poiché l’opera si sviluppa nel racconto di vari episodi, anche molto diversi tra loro, non è facile trovare un minimo comune denominatore ai testi. Tra gli altri, il capitolo Caccia va in direzione opposta rispetto alla sensibilità umana che l’autore esprime in molte altre pagine. È un capitolo terribile e spietato che fa respirare l’orrore del conflitto dove uccidere era normalità, obbligo, necessità. Caccia è infatti dedicato al cecchinaggio e andrebbe letto parallelamente ad altri passi che troviamo nel nostro Emilio Lussu e in Ernst Jünger (Nelle tempeste d’acciaio e Boschetto 125).

Probabilmente la ricchezza dell’opera sta nell’offrire spunti interessanti in grande quantità su aspetti non sempre diffusamente studiati. Perciò Uno dei tanti getta luce o invoglia a leggere ancora su molti temi come il colera, il cecchinaggio, le pallottole dum dum, l’uso dei lanciafiamme, gli ospedali militari, le fucilazioni. Questo aspetto generale è stato pienamente colto dai curatori che a ogni capitolo fanno seguire una puntuale scheda di approfondimento, intrecciando le testimonianze di Baiocchi con quelle di altri soldati e scrittori (non solo della Grande Guerra) come, tra gli altri, Fritz Weber, Andreas Latzko, Arturo Marpicati, Paolo Monelli, Sven Hassel.

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I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

17 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

I duellanti è un breve romanzo di Conrad dove si illustra una lunga quanto immotivata contesa tra due ufficiali francesi, al tempo di Napoleone; per ben 15 anni i due rivali si affrontano e i duelli proseguono anche dopo la caduta del Bonaparte. L'origine del contrasto resta oscura; le parole silenzio e reticenza, vengono spesso associate al fatto.

Ricorriamo alle categorie machiavelliane per focalizzare alcuni aspetti. Per Machiavelli gli uomini politici si dividono in impetuosi e rispettivi. Feraud è il più rissoso tra i due; pugnace, iroso e intrepido, sembra incarnare il tipo dell'impetuoso. È lui a provocare il primo duello contro D'Hubert. Anno dopo anno, sempre Feraud vuole che si rinnovi lo scontro non appena ritrova il suo avversario, anch’egli in parte oscuramente attratto dal bisogno di battersi. Intanto le truppe di Francia combattono e vincono in mezza Europa, fino al disastro in Russia, cui i due ufficiali prendono parte, peraltro aiutandosi nei momenti più drammatici. Torniamo a Feraud. Come giustifica la sua incontenibile foga contro un rivale che molti commilitoni stimano? D'Hubert, sostiene, non ha mai amato Napoleone perciò è un dovere eliminarlo. In realtà Feraud lo detesta perché culturalmente e caratterialmente troppo diverso da lui: lo considera un damerino, abile a ingraziarsi i superiori, ma inferiore a lui per capacità e coraggio. D'Hubert invece è in realtà un uomo posato, fiducioso nei suoi mezzi, lucido anche sotto il fuoco nemico tanto da essere soprannominato dai suoi compagni “stratega”; è quindi un rispettivo. Fa il suo dovere ma senza la veemenza del rivale. Con un po’ di fortuna non paga dazio al ritorno della monarchia dopo Waterloo, mentre l’altro va quasi a cercarsi i guai e resta tenacemente bonapartista, pagando conseguenze dure ma non durissime grazie al segreto intervento dello stesso D'Hubert presso il ministro di polizia. Anche da esiliato continuerà a seccare il rivale con le sue esigenze bellicose, ora che l'Europa finalmente imboccava una strada di pace. Resta quindi un impetuoso in un momento in cui il suo carattere non è più richiesto dai tempi, iniziando un mesto tramonto.

I tempi delle armi per lui sono finiti, anche se cocciutamente non vuole cambiare. Il rispettivo
invece prosegue la sua carriera, anche se ciò non significa liberarsi del meno fortunato rivale. Sul punto di sposarsi, sente verso l'altro un misto di rabbia e affetto dopo tanti anni vissuti insieme nella gloria napoleonica. Alla fine, dopo l’ultimo duello, ammette di apprezzarlo perché gli ha fatto capire l’importanza della famiglia e dell’amore, di contro alla futilità del concetto di onore per il quale si è pronti a morire.

Anche oggi esistono naturalmente i Feraud con la loro capacità di assillare e tormentare. A che cosa servono? I Feraud di ieri e oggi con la loro aggressività ci aiutano a capire il valore della serenità e della pace. È l’unico dono che possono offrire, peraltro senza volerlo.

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ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di Israel Singer

1 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di  Israel Singer

Ho preso questo romanzo perché sono appassionato di Grande Guerra e di letteratura ebraica dell'Europa orientale. Il fratello dell'autore, Isaak, fu Nobel per la letteratura nel 1978.

Il protagonista dell’opera, il giovane Lerner, si muove nella Varsavia abbandonata dai russi e occupata dai tedeschi durante il primo conflitto mondiale; il mondo della città è quello dei bassifondi resi ancora più cupi e disperati dalla guerra. Vediamo disertori, prostitute, prigionieri di guerra, lavoratori coatti, occupanti tedeschi che affamano e opprimono nei cantieri della città in cui una umanità litigiosa si accalca. Sono scenari durissimi che fanno pensare alla Varsavia dei primi anni 40.

Lerner per resistere sa che deve opporre acciaio all'acciaio; ossia deve trovare in sé forze enormi per resistere alla violenza quotidiana. Solo la sua umanità e il suo carattere gli danno risorse. Sembra un Barry Lindon che passa di peripezia in peripezia, ma senza opportunismo e furbizia. Sia nel cantiere organizzato dai tedeschi, sia nella comunità dove il giovane, con l'aiuto di un ricco amico ebreo, cerca di offrire una risposta ai bisogni della popolazione (vittima di malattie e povertà), tutti litigano e fanno il proprio interesse. Lerner capisce che solo il pugno di ferro può obbligare la gente a piegare il proprio bieco e meschino individualismo. Quasi nessuno infatti si salva tra i tanti personaggi, devastati dalla nullità morale imposta dalla guerra e dalle sue conseguenze. Pur essendo una fase politicamente feconda, con la Rivoluzione Russa sul punto di scoppiare, i dibattiti tra i personaggi sono ideologicamente molto semplici. Tutto è visto dal basso, in modo istintivo, viscerale, con disperazione ed entusiasmo che si avvicendano. Lo stesso protagonista non ha una impostazione politica approfondita; la sua umanità e la sua tempra sono quanto viene evidenziato. Perciò il romanzo si legge rapidamente, facendosi apprezzare per il ritmo e l’intensità più che per i contenuti; è soprattutto un grande romanzo di azione, impreziosito da pagine iniziali di grande impatto in cui il lettore ha l’impressione di accompagnare Lerner nel caos delle strade di Varsavia. La forza drammatica del racconto si accompagna quindi a una grande agilità narrativa e di intreccio. Questo aspetto può forse deludere chi si aspettava un romanzo più profondo.

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IL SOGNO DEL GIOVANE ZAR di Tolstoj

29 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL SOGNO DEL GIOVANE ZAR di Tolstoj

Il sogno del giovane zar è un racconto scritto nel 1894 e accantonato dopo la delusione dell'autore per i primi passi del nuovo zar Nicola II, ancora legato all'autoritarismo.

Il sovrano, protagonista del testo, dopo una dura giornata di lavoro passata con i ministri e i collaboratori, si concede un po' di riposo. Si addormenta e in sogno trova un personaggio che lo conduce in vari luoghi del suo regno. Questo misterioso accompagnatore sembra un Virgilio, ma potrebbe essere lo stesso Dio. Dovunque trovano dolore e iniquità; soldati che devono uccidere, famiglie distrutte dall'alcol dalla cui vendita lo stato guadagna, giudici che condannano a pene severe ad esempio per un furto di poca paglia, giovani strappati alle famiglie per fare i soldati mentre i ricchi rampolli riescono a farsi esentare. Soprattutto vedono tanta corruzione. Il giovane zar è sconcertato; eppure il suo accompagnatore gli ricorda che tutto viene dalle leggi che lui firma.

Che fare allora? Il sovrano è animato dalle migliori intenzioni e non crede di essere causa di tanto male. Ama il suo popolo, afferma e allora vorrebbe reagire a quanto visto nella desolante ricognizione nel suo regno. Al risveglio si confida con un dignitario e con la zarina.
Riceve dal primo dei consigli rassicuranti e pieni di piaggeria; lo zar è virtuoso e troppo buono. Deve governare come sempre, senza curarsi di eventuali danni che saranno accidentali. Chi è povero è egli stesso responsabile della sua situazione. La zarina, invece, colpita dalla gravità delle preoccupazioni del marito, vuole che condivida il peso delle responsabilità di governo con altri soggetti.
Ma c'è un terzo suggerimento che viene dalla voce di chi l’ha accompagnato nel sogno. Lo zar deve ricordarsi di essere un uomo. Fallibile, precario, simile ai suoi sudditi. Domani potrà essere il suo ultimo giorno. I doveri verso gli altri, gli viene spiegato, sono innanzitutto etici con richiami alla sfera religiosa.

È un racconto molto denso; i riferimenti a fatti reali sono vari e non sempre ben accostati. Si parla anche di deportazioni e persecuzioni verso le minoranze religiose, di una sentenza di morte verso un soldato che aveva colpito un superiore dopo una grave offesa, dei danni della cattiva istruzione pubblica.

Il racconto termina con l’invito ad aspettare un cinquantennio per sapere quale fra le tre strade suggerite sarà fatta propria dal monarca. La prima è quella dell’assolutismo irresponsabile, incapace di emendarsi davanti alle storture della società; la seconda propone riforme costituzionali, parlando di condividere il potere con i rappresentanti del popolo, limitando i poteri del sovrano; la terza è quella potenzialmente rivoluzionaria. Questa consiste nel ricordarsi che il possesso del potere è un momento e che anche chi lo detiene è un momento in quanto essere effimero come tutti. Invece i doveri dell'uomo verso l'uomo sono eterni.

Resta un testo attuale; ogni giovane re, premier, magnate dovrebbe riflettere su quale via seguire prima di mettere una firma in calce a un documento.

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LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

14 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

Il protagonista della novella, Gosto Bombichi, lascia questa lettera alla moglie, dopo una drammatica riflessione sulla sua vita:

Ho perduto: pago. Non piangere, cara. Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non voglio. Del resto, t'assicuro che non ne vale proprio la pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del sole.”.

Ha perso molti soldi al gioco, al Circolo dei buoni Amici; i creditori gli hanno dato solo ventiquattro ore di tempo per saldare il debito. È notte fonda e Gosto ha fatto il suo sconsolante bilancio sulla situazione. La vita lo ha sempre nauseato e non trova appigli morali o pratici a sorreggerlo. La moglie tedesca è per lui una persona distante; alla fine nemmeno le lascia il biglietto che annuncia la terribile decisione. Ma ai condannati spetta un ultimo desiderio; il suo sarà quello di vedere la levata del sole. Esce da casa nella tenebra, dopo aver preso la rivoltella. Intende raggiungere un posto dove gustarsi questo evento naturale; sarà uno spettacolo grandioso oppure una cosa da poco, amplificata da tanti poeti e poetucoli? Gosto vuole soddisfare questa curiosità prima di spararsi. L'ambiente cittadino immerso nell’oscurità provoca variegate sensazioni in lui; disgusto e schifo davanti a certi passanti, senso di ristoro grazie alla frescura dell'aria e alla bellezza del cielo stellato. Lentamente si avvia verso la periferia, controllando di avere sempre con sé l'arma. Le strade sono sporche e bagnate; si insozza nel fango. Ormai non c'è più nessuno in giro. È stanco e allora si appoggia a una pietra attendendo che il sole sorga.

Ma cosa significa la levata del sole? Ogni giorno nasce il sole; ogni giorno si apre una possibilità nuova. Forse Gosto, nonostante si premuri di vedere se la pistola è sempre nella sua tasca, si augura che quell'evento gli porti forza e fiducia, orientandolo ad affrontare i problemi e non a fuggirli.

Per la scrittrice Hanna Arendt l'uomo ha il potere di iniziare (un’azione, un discorso, un progetto) e questa facoltà gli viene da quell'inizio che è stato la sua nascita. Ogni giorno l’uomo può intraprendere e creare. La levata del sole darà forza anche al disperato Gosto? Nella triste periferia in cui si trova, dopo qualche ora finalmente la luce arriva, timidamente, quasi scusandosi col mondo ancora in riposo. Poi però si fa decisa e salutare:

Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del sole”.

Gosto, appoggiato alla pietra e vinto dalla fatica, in quel momento rappresenta l’umanità sofferente, bisognosa di fede, di infinito, di coraggio per affrontare la vita. Avrà saputo ricevere quanto probabilmente sperava vedendo, per la prima volta, la levata del sole?

Ecco il testo:

“Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso, dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al sonno”.

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LA POSTA di Federico De Roberto

1 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA POSTA di Federico De Roberto

I protagonisti della novella sono il tenente Malvini e il soldato siciliano Cirino Valastro; operano nella stessa unità e sono parte di un battaglione che si sta addestrando prima di entrare in linea e combattere.

Tra i due si crea un rapporto abbastanza forte, nonostante le differenze culturali; in molti reparti la vita in comune e la condivisione dei pericoli accorciava infatti le distanze gerarchiche.

Valastro non sa leggere e scrivere; si rivolge al tenente perché gli legga le lettere che arrivano da casa e poi gli chiederà anche di scrivere le risposte. All'ufficiale si apre un mondo molto vivace; nelle missive si parla di affari di famiglia, terre da coltivare, boschi, una mula da curare, frutti e cibi locali. La parte spassosa è quella in cui Malvini cerca di decifrare le tante espressioni in siciliano. D’altronde, come già notato nella novella La paura, De Roberto è sempre attento a evidenziare la specifica provenienza regionale degli uomini attraverso la parlata.

Il soldato diventa particolarmente caro al superiore dato che si fa apprezzare per impegno e disciplina. Gli altri lavorano con gli attrezzi leggeri, lui vuole quelli più pesanti che sa come maneggiare. L’abitudine alla fatica lo avvantaggia. È tra i migliori tiratori. Merita anche una ricompensa per una coraggiosa azione notturna. Il suo spirito è solo offuscato dalla nostalgia di casa. Malvini lo stima, anche se ciò che sente per lui non è un sentimento univoco; all’ammirazione per la costanza si affianca la consapevolezza dell’ingenuità e “della grande umiltà del poveretto”.

Ma perché Valastro è instancabile e supera i compagni per disciplina e sacrificio? “Ignorando la storia, i confini le ragioni della patria, si rassegnava più degli altri alla necessità che lo aveva divelto dall’isola remota”.

È analfabeta, ignorante e quindi prende la vita al fronte come un fatto di necessità. A ciò che è necessario non si fa resistenza, ma ci adegua con durezza, in attesa che le cose cambino.
Quando però le lettere iniziano a portare cattive notizie, Malvini teme di affliggerlo. Istintivamente non se la sente di dargli sofferenza; comincia allora a raccontargli bugie mentre gli legge le lettere. Le menzogne si accumulano. Che fare, d’altronde? Un grande attacco è prossimo ed è meglio che il ragazzo sia in forma e concentrato. Perciò nulla gli dice della morte della sua mula, di varie questioni spiacevoli, della perdita della speranza di sposare una giovane delle sue parti. Un soldato deve restare sereno nel momento in cui si sta preparando un assalto che potrebbe essere l’ultimo. Così il giovane, ignaro delle cose grandi, resta ignaro anche di quanto succede a casa sua.

Su Malvini e le sue bugie e omissioni sorgono inevitabilmente alcune domande. Ha agito così, come sembrerebbe all’inizio, solo per una sollecitudine affettuosa verso il ragazzo? Non aveva diritto Valastro di sapere ogni cosa, oppure bene ha fatto il superiore a esercitare una benevola censura? Il soldato che deve uscire dalla trincea e affrontare il nemico deve essere sereno, si spiega nel testo.

Ma poiché, nel caso del soldato siciliano, il massimo impegno al fronte coincide con la massima ignoranza e delle cose che riguardano la storia e la politica (non avendo potuto studiare) e di ciò che succede a casa sua, emerge un’altra considerazione. Il tenente, su un piano di minore o maggiore consapevolezza, forse fa parte anche lui, a livello basso, di un sistema più ampio di sorveglianza sullo spirito degli uomini che setaccia preventivamente ciò che si può conoscere, in vista del miglior rendimento al fronte: “Il soldato … doveva avere l’animo sgombro per affrontare serenamente la morte”.

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Valentino Appoloni, "La ferocia"

4 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #valentino appoloni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia"

La ferocia

Valentino Appoloni

pp 240

ilmiolibro.it

Valentino Appoloni è esperto e appassionato della Prima Guerra mondiale. Ha letto tutta la diaristica sull’argomento ed è, infatti, in forma di diario che scrive il suo romanzo, La ferocia, quasi un’ossessione per lui. Dedicato a un familiare morto in guerra, ambientato sul Carso, racconta una sanguinosa ed estenuante guerra di trincea popolata da personaggi teatrali: gli ufficiali in contrasto fra loro, Robusti, Avanzi, Dimari, Bandanera, vecchi e giovani a confronto, e i soldati, Filosofo, Guerriero, Imboscato e tutti gli altri, ognuno a rappresentare un diverso tipo umano. Le loro vicende scorrono veloci e sono raccontate con un linguaggio paratattico ma elegante. I paesaggi cambiano rapidamente e hanno anche aspetti drammatici e romantici: cimiteri sventrati, case diroccate, chiese abbandonate. Il tempo atmosferico accompagna l’umore delle truppe. A farla da padrone è, ovviamente, l’azione bellica serratissima ma descritta in modo asettico, lucido, che solo a tratti lascia trapelare un poco di pathos.

La ferocia è ciò che permette agli uomini di sopravvivere, agli ufficiali opportunisti e arrivisti di agire per il bene della battaglia, sacrificando i più deboli pur di vincere.

La vita di trincea è terribile: i piedi stanno ammollo e s’infettano, i parassiti, il freddo e la sete tormentano, il nemico è sempre in agguato, la morte è all’ordine del giorno. Ma stare nelle retrovie sarebbe peggio, là non ci sarebbe più dignità, là è il regno degli imboscati e dei vili.

Fuori della trincea non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà.” (pag 162)

Sorregge solo il pensiero del rispetto verso se stessi e della responsabilità che lega agli altri. Fonte di consolazione è la cultura: il protagonista, l’unico a non avere un nome, si affida a ragionamenti filosofici e letterari, razionalizza ciò che vede attraverso la sua erudizione umanistica, per tenere sotto controllo la realtà, per non cadere nel panico e soccombere, per non porsi incessantemente domande sul senso della carneficina in atto dove “la differenza non è tra morti e vivi, ma tra morti e non ancora morti”. Quando una promozione aumenterà i suoi oneri, sensi di colpa e disagio etico lo attanaglieranno ad ogni scelta.

Difficile capire il senso della contrapposizione “patria, dovere, Italia” verso “pane e pace”, laddove le parole si svuotano di significato, diventano retorica in bocca ad ufficiali che si fanno vivi dalle retrovie solo per parlare in pubblico. Quello che resta di tali parole è un simulacro vuoto che, pian piano, si riempie di cadaveri, marionette disarticolate, bambole sventrate, “Eppure erano stati uomini”. Si cerca di dare ancora un senso a valori quale l’onore, il rispetto del nemico ma la ferocia annulla tutto, disumanizza.

Esiste davvero una città, un mucchio di terra, pietre, case, che valga tante vite?

Ciò che ci piace di Appoloni è proprio la bellezza delle parole semplici (“Ma Dio è troppo paziente e buono) che rispecchia l’agghiacciante semplicità della situazione: “Noi e loro spararsi e procurarsi a vicenda il massimo danno per vincere prima. Questa semplicità bisogna accoglierla.

La prima e la terza persona si alternano, con inserimenti di lettere e racconti, uno, in particolare, L’Imboscato, vale da solo tutta la narrazione.

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