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Dall’Isonzo a Mladà Boleslaw di Italo Maffei

9 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

L’Associazione Carsoetrincee propone questo memoriale di Italo Maffei, ufficiale modenese nella Grande Guerra. Il suo scritto è stato ristampato dopo la prima edizione del 1968 uscita a tiratura molto limitata; sicché ora gli appassionati possono accostarsi a un memoriale pressoché sconosciuto. Maffei fu impegnato sul medio Isonzo, sull’altopiano di Asiago e sul Carso; si distinse, infine, sulla Bainsizza nell’agosto del 1917.

Ufficiale e uomo di trincea, ci affascina con uno stile per nulla inferiore a Carlo Salsa e al suo notissimo Trincee. Il racconto di Maffei aggiunge una nota di vivacità o passione in ogni evento del logorante stare nelle prime linee. Tante cose parlano di morte, ma la distruzione è talmente costante da investire tutto, il paesaggio, i vivi e anche i caduti in un certo senso riavvicinati ai vivi da un comune patire senza fine:

 

È tutto un caos di cose morte, ma terribilmente vive e presenti che ci avvolge (..) Ci sono qua e là dei morti insepolti e anch’essi vivono una loro vita terribile nelle tragiche pose, supini, arrovesciati,  aggomitolati, protesi taluni, ancora in uno slancio felino (..) altri ancora maciullati, coi volti che pare che ridano biecamente e minaccino”.

 

La vicinanza del nemico impone vigilanza, estrema attenzione verso i subordinati, riposo minimo. Con il suo stile vivo l’autore ci trasmette questa tensione, vivacizzata dal rapporto franco con l’attendente Balestri, abbastanza simile al Benvenuto attendente di Mario Muccini, altro notevole  memorialista che ci ha lasciato lo splendido Ed ora, andiamo!. Ma sono tanti i temi affrontati; il rapporto con i civili improntato a non poca affabilità, il confronto con gli ufficiali superiori, la scarsa cura per le vite dei soldati che emerge in certi episodi. Il reparto di Maffei, ad esempio, rimane in attesa per quattro giorni per un’azione più volte rimandata e poi sospesa, esposto ai tiri nemici, perdendo uomini e vigore.

Serviva, poi, bombardare intensamente il nemico e procedere all’assalto, nella frettolosa convinzione che le difese fossero piegate? Maffei osserva un giorno un bombardamento con il suo capitano; i tiri sono micidiali e apparentemente precisi. Ma il seguente attacco cozza contro reticolati integri e le Schwarzlose dominano facilmente. Lo vede bene il disastro da lontano, il Maffei. Gli attacchi come quello erano destinati allo scacco, lo si notava vedendo i reticolati in piedi. Senza bombarde (armi decisive successivamente davanti a Gorizia nell’agosto del 1916), spiega in un altro momento e con efficacia a un superiore di buon senso, è inutile attaccare. Attacchi simili fanno eroi, non vittorie.

E sulla Bainsizza Maffei c’è ancora, pieno di energia, pronto all’undicesima offensiva che con uno spiegamento colossale di mezzi avrebbe dovuto spezzare in profondità il nemico. Il memorialista ci offre il suo drammatico punto di vista di comandante quasi sempre in prima linea in quella fase; ci parla di coraggio estremo e quasi spavaldo (a tratti sembra di leggere pagine di Ernst Jünger), avanzate mal coordinate, ufficiali inferiori costretti a prendersi fin troppe responsabilità, sacrifici fatti da poche truppe logore e senza armi pesanti.

Un memoriale intenso; parla di soldati e soprattutto di rapporti tra persone (in particolare durante la prigionia del giovane ufficiale modenese), senza dimenticare l’etica del dovere e della responsabilità.

Da leggere con cura, infine, dopo aver apprezzato le tante fotografie, le appendici all’edizione, specialmente le memorie difensive presentate alle autorità al rientro in Italia, ricche di energiche puntualizzazioni da parte dell’autore sugli scontri sulla Bainsizza.

 

 

 

 

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L’armata tradita di Heinrich Gerlach

7 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

L'armata tradita è un romanzo di Heinrich Gerlach, pubblicato nel 1956 da Garzanti.

L’autore è uno tra i pochi sopravvissuti dei tedeschi presi prigionieri dai russi sul fronte orientale. Scrisse le sue memorie in prigionia nel 1944-45, ma nel 1949 il manoscritto gli venne sottratto dai carcerieri. Tornato in patria solo nel 1950, l’autore ricostruì l’opera tra il 1951 e il 1956, naturalmente con immensa fatica; rinacque così il testo che in forma di romanzo narra un grande dramma militare e umano. Seguendo la vecchia edizione Garzanti, diamo gli elementi della vicenda storica; circa 270 mila tedeschi restano intrappolati nella città nel novembre del 1942. Saranno progressivamente decimati soprattutto dal freddo e dalla fame, oltre che dai soldati sovietici. Circa 90 mila verranno imprigionati a fine gennaio del 1943 e solo poche migliaia torneranno a casa dopo la fine  della guerra.

Il romanzo è corale; i protagonisti sono sottufficiali e ufficiali tedeschi costretti a fare i conti con ordini sempre più assurdi in una situazione senza via di uscita. Alcuni reparti hanno persino avuto ordine di entrare nella sacca autointrappolandosi, non essendo per il comando accettabile alcun arretramento. Ma comunque il morale resta alto.  Inizialmente infatti si spera nei rinforzi; Hitler non può abbandonare un’intera armata. Arriveranno le truppe corazzate di Manstein, si ripetono i soldati. Vi saranno opportuni rifornimenti dal cielo, sperano. Ma Manstein non giunge e i rifornimenti sono limitati, mancando aerei adeguati. Le condizioni di vita peggiorano di settimana in settimana; eppure Hitler invita le truppe accerchiate a confidare in lui. Gerlach mostra un’ampia tipologia di reazioni davanti al vicino collasso dell’armata; chi ostenta apertamente le convinzioni antinaziste, chi riflette criticamente su una vita di compromessi e quieto vivere, chi cerca fino all’ultimo una medaglia, chi ripropone fanaticamente gli ordini di Berlino che impongono la lotta a oltranza. C’è del miracoloso in questa resistenza sempre più disperata; si formano battaglioni composti da cucinieri, da autisti, dal personale delle retrovie, mandati in linea con scarsa preparazione. Si riesce a procrastinare il crollo, sacrificando altri uomini  stremati. Mentre i russi penetrano nelle difese sempre più scarne, ai sopravvissuti non resta che tornare a sentirsi semplicemente uomini, animati da solidarietà e umanità, rigettando i valori del nazismo. Ma è comunque  significativo, in uno degli episodi descritti, che l’urlo “Heil Hitler” si elevi ancora in uno degli ultimi fortini tedeschi, segno che molti non rinnegavano il regime che li stava sacrificando.

Il libro fa sentire l’odore degli ospedali zeppi di feriti, la sofferenza fisica di uomini sempre più affamati e oppressi dal gelo, l’angoscia di essere chiusi da un accerchiamento micidiale. Due frasi di Hitler restano impresse; “Potete fondarvi su di me come su una roccia” (da uno dei tanti messaggi mandati da Berlino all’armata) e poi un’altra, pronunciata dopo la fine dell’assedio: “Gli uomini di Stalingrado devono essere morti”. Chi aveva perso nella grande battaglia di Stalingrado, infatti, non poteva che essere morto per non poter raccontare lo svolgimento di una disfatta e per essere utilizzabile come eroe nella propaganda di regime. Per essa Stalingrado era come le Termopili e la Germania si poneva come baluardo occidentale contro il pericolo sovietico. La resa o la ritirata non erano accettabili, nemmeno davanti all’imminenza del disastro. La massa dei caduti di Stalingrado serviva a creare un possente mito patriottico buono per motivare una rinnovata volontà di combattere contro il nemico ideologico. Irrazionalità e paranoia erano ormai di casa a Berlino e infatti pochi dei capi conoscevano realmente la situazione nei punti peggiori del fronte, ma senza problemi promettevano interventi del tutto irrealizzabili per mancanza di risorse.

Gerlach, uno dei superstiti di questi eventi, ha cercato di raccontare tutto questo, ossia l’olocausto di un’armata voluto dal suo capo supremo.

 

 

 

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L’uomo è forte di Corrado Alvaro

8 Agosto 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

L’uomo è forte è un romanzo di Corrado Alvaro, pubblicato nel 1938 da Bompiani. Il libro dovette passare attraverso le forche caudine della censura di regime che chiese inizialmente la soppressione di venti pagine; successivamente le richieste si fecero ben più limitate. Alvaro dovette sopprimere circa venti righe e specificare in un’avvertenza che la vicenda era ambientata in Russia e così il libro venne finalmente pubblicato. Ma in effetti il romanzo potrebbe essere ambientato in qualunque regime totalitario, fascista o comunista, tanto è vero che le autorità tedesche non ne autorizzarono la diffusione in Germania. Ho preso queste informazioni da una cadente edizione Garzanti del 1966, trovata per caso in libreria.

La vicenda vede protagonista l’ingegner Dale che rientra nel suo paese dopo un periodo all’estero; nel frattempo si era risolta una dura guerra civile e il nuovo regime poteva garantire pace e sicurezza. Appena arrivato, Dale viene accolto da un’amica, Barbara. Si capisce ben presto che sicurezza e pace hanno un prezzo altissimo; non c’è vera libertà, si vive nel disagio di essere colti in fallo, di destare sospetti e dubbi in chi ha il potere. Perfino un qualunque lavoratore che aiuta i due giovani a portare i bagagli fuori dalla stazione, sembra implicitamente condizionare la coppia; chiunque ha il potere di segnalare, denunciare, far arrestare. Il regime in questione è di tipo totalitario; non si accontenta genericamente di sottomissione e obbedienza, ma vuole entrare nell’anima delle persone, imporre valori e credenze con la sua capacità di pressione. Alla fine il cittadino deve sentirsi pienamente realizzato nell’obbedienza e addirittura considerare come suo dovere il denunciare ogni atto anche banale di eterodossia. Dale ha una personalità forte; non intende sottomettersi, anche se di fronte ha un regime che lo spia e che in generale crea una cappa di angoscia su tutti i cittadini. Ciascuno può pensare che in una stanza di albergo ci siano dei microfoni; oppure si può temere di essere seguiti per strada. Dale è vissuto all’estero, ha abbastanza denaro, fa acquisti che gli altri non possono permettersi; perciò non può che essere considerato sospetto. Il regime solo lentamente rende esplicito il suo volto feroce; ha forza ed efficacia sulle menti delle persone. La stessa Barbara ne è la prova; sente, infatti, in certi momenti, venerazione per  l’autorità che è una sorta di Divinità cui non si deve nascondere nulla. Si tratta di un tipo di autorità che inoltre ha bisogno di nemici. Non basta aver imposto il proprio credo con le armi; la continua sorveglianza sulle persone deve essere giustificata dalla presenza nociva di uomini dissenzienti. Senza nemici non si può mobilitare la società intorno a dei valori e tenere alta la tensione etica; quei valori sono quelli funzionali al benessere dello stato, spiega la propaganda, ma sono minacciati da una piccola minoranza che tutti devono contribuire a individuare. Il nemico è necessario. Il totalitarismo genera soggezione, ma ha anche gli  strumenti per ottenere una convinta adesione, poiché sa convincere che lo stato viene prima dei sentimenti e dell’amicizia. L’unica etica è quella dettata dall’alto.

Un romanzo di grande impatto, scritto con un linguaggio efficace e raffinato, dall’atmosfera kafkiana, per certi aspetti da accostare al successivo 1984 di Orwell. L’unico limite del romanzo è probabilmente il finale frettoloso, ma è un libro che merita di essere riscoperto.

 

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Le memorie di Gaetano Filastò

2 Agosto 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

 

 

 

 

Gaetano Filastò, nato a Santo  Stefano, Reggio Calabria, nel 1889, ha lasciato una serie di osservazioni sulla sua esperienza militare nella grande guerra. Quando nell’ottobre 1916 cade vicino a Lokvica sul Carso, se ne va uno dei tanti soldati italiani; maestro elementare, operava come assistente di Sanità della Brigata Brescia. Il diario che abbiamo letto è costituito dalle lettere che il giovane spediva in particolare al fratello. Di idee socialiste, ma fieramente interventista, partecipa fin dall’inizio allo sforzo bellico. Le sue note sono vivaci e sentite; vi è tutto l’animo di un giovane convinto della necessità della guerra vissuta con sensibilità risorgimentale. Sul Carso svolge compiti delicatissimi; non partecipa agli assalti ma assiste i feriti, aiuta nel recupero di quelli rimasti fuori dalle trincee, rischia molte volte la vita. Sopporta le intemperie alla meglio come gli altri fanti, ammalandosi a sua volta in certi casi. Ecco cosa scrive di un momento drammatico:

 

Pare che le condizioni del capitano si siano aggravate ... il dottor Gioffrè ... prende una estrema decisione, gli leva la fascia dal capo, scopre la ferita, estrae con delicatezza il proiettile, lo conserva e poi rifà diligentemente la fasciatura. Più tardi pare che il capitano si sia un pochino rimesso”.

 

Le insegne della Croce Rossa non bastano a tutelare gli ospedali dalle bombe.

Mette un’enorme partecipazione emotiva nello sforzo bellico; incita i compagni, raccoglie testimonianze sui recenti combattimenti, si accalora e inveisce contro il nemico davanti ai tremendi fatti del Monte San Michele dove i gas fanno strage di tanti compagni e amici. Gioisce per la presa di Gorizia.

Ma ha visto troppi morti in un anno. Ormai la sua quotidianità è cercare di schivare la morte che con ordigni sempre più micidiali lo cerca. Lo spettacolo della disumanizzazione crescente lo affligge, ma non rinnega il suo interventismo del 1915 e la forte avversione per il militarismo tedesco.

L’edizione Nordpress è molto curata; le note percorrono fatti e battaglie in base ai dettagli dei diari del 20° reggimento fanteria, correggendo in qualche caso Filastò che riporta quanto sentito dai feriti nei combattimenti.

Il diario regala momenti di introspezione, di forte passione patriottica, di sincero cameratismo. Poco fortunato nei rapporti con i superiori, tiene sempre davanti a sé il sentimento del dovere. Dove bisogna esserci, Filastò c’è, senza compromessi. D’altronde il giovane ha già conosciuto eventi terribili; il terremoto di Messina del 1908 ha colpito anche la sua famiglia. Unica nota negativa per chi legge, è l’ossessivo intervento della censura che ha eliminato molte frasi dello scritto.

La sua stessa morte è all’insegna della sventura; mentre il suo reparto ormai si appresta a lasciare le prime linee, in una giornata priva di grandi eventi, il giovane maestro viene colpito. Perdite Truppa 1 ucciso, 8 feriti, recita il diario reggimentale nel giorno del 14 ottobre 1916. È l’unico caduto della giornata del reggimento.

 

 

 

 

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Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern

16 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

Con Storia di Tönle Mario Rigoni Stern ci fa percorrere una vicenda tra storia e romanzo; il protagonista è un uomo che incarna la cultura e la mentalità della gente della zona di Asiago, tra fine Ottocento e primi anni della Grande Guerra.

Tönle è un archetipo; rappresenta uno dei tanti uomini che vivevano sul confine, una persona semplice e laboriosa, senza tenerezze particolari per l’uno o l’altro dei due nemici storici, ossia l’Austria e l’Italia. Vive arrangiandosi; ex suddito asburgico, ex soldato di quell’impero, era diventato italiano quando dopo il 1866 il Regno d’Italia si era allargato fino ai suoi paesi. È contrabbandiere, ma capace di fare il pastore e il contadino, oltre ad altri mestieri. Come tanti di quelle parti, viaggia, si sposta per lunghi mesi, torna a casa per ripartire appena possibile.

Non è solo la necessità a spingerlo dall’altipiano alle città dell’impero. È un fatto di cultura e di istinti. È un abito mentale a guidare i suoi spostamenti:

 

Come c’erano forze che lo spingevano ad andare in primavera, così c’erano quelle che lo facevano tornare alla fine dell’autunno; forze superiori a ogni volontà” .

 

Una certa irrequietezza da viaggiatore si accompagna quindi al piacere di percorrere le proprie contrade, descritte a menadito; infatti protagonista del libro è anche l’amore per il paesaggio insieme alla cultura locale.

Ecco che la guerra del '15-18 fa a pezzi il suo mondo, impone leggi, mette reticolati, crea nuovi obblighi. La vita di Tönle va in frantumi; lui parla anche tedesco ma non si sente tedesco e nemmeno italiano. Subisce come una violenza il non avere la libertà di muoversi. Ma la guerra, i militari e soprattutto lo stato sono ormai pervasivi; nessuno può stare ai margini del conflitto senza essere sospettato di essere una spia.

Lo scontro tra Tönle e gli apparati statali è quello tra un vaso di terracotta e uno di ferro. Con la Grande Guerra lo stato dilagò nella società; tutto fu asservito allo sforzo bellico, dall’economia alla stampa.

Non c’è più spazio per gli uomini di confine, per persone difficili da controllare, non incasellabili, partecipi di più culture, a loro agio ad Asiago come a Praga. Per i Tönle non c’è più posto.

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STORIA DI UN UOMO INUTILE di Maksim Gor’kij (1868 – 1936)

10 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

Maksim Gor'kij nelle gerarchie letterarie occupa un posto senz'altro alle spalle dei vari Cechov e Tolstoj, suoi contemporanei. Eppure questo libro poco noto, letto nell'edizione UTET, mi fa dire che lo scrittore meriterebbe maggiore attenzione.

Gli aspetti salienti sono letterari ma anche storici e politici e lasciano per certi aspetti sbalordito chi legge.

Il protagonista è Evsej, un ragazzo cresciuto in campagna tra molti stenti, nella Russia zarista scossa dai tremiti rivoluzionari. Orfano, capisce ben presto che l'unica via di salvezza per lui, debole e solo, è sottomettersi ai più forti. Davanti al cugino prepotente o agli adulti arroganti, pensa solo a piegarsi per evitare guai peggiori. In fondo, come gli spiega una conoscente dei bassifondi di Mosca, la vita è un posto dove qualcuno ti impartisce ordini, ti dice cosa fare e dove andare. Tutto qui.

In città trova una specie di grande Suburra; costretto a lavorare come informatore della polizia, vede vizio e violenza dovunque. Il regime lotta contro i sovversivi e lo fa con poliziotti non certo irreprensibili, ma dediti al bere e al gioco. In questo clima fatto di doppiezza e cinismo, l'informatore ha la sensazione che sia tutto sbagliato. È ancora giovanissimo e nessuno gli ha dato una formazione; ha una generica intuizione del bene e del male. Non si dovrebbe vivere per fare del male, pensa, mentre compie pedinamenti o si finge amico di persone che dovrà far arrestare. Da bambino, nel suo villaggio, durante un incendio la gente dimenticò i reciproci dissapori e gioiosamente partecipò allo spegnimento del fuoco. Ci vuole un pericolo per avvicinare le persone? È possibile un mondo diverso come raccontano i rivoluzionari che lui fa incarcerare?

Il ragazzo però non ha avuto nessun adulto che lo abbia indirizzato e fatto maturare; non gli resta che fare il suo lavoro, piegarsi come sempre per evitare conseguenze peggiori, pur con un travaglio interiore in crescita.

C'è però un lato storico-politico ancora più interessante. L'opera proietta la sua ombra sul futuro per parecchi aspetti. Tra i colleghi del giovane, quasi tutti malconci, fanatici, viziosi, quello che impressiona è uno dei capi, un uomo di modesta estrazione, figlio di contadini. Ha un odio sociale per i nobili, i ricchi, gli istruiti; è spregiudicato e spietato. Soffia sul fuoco delle tensioni sociali, favorisce con i suoi agenti i disordini per dimostrare al popolo che la libertà è omicidio e anarchia. Opera quindi sul piano di una sorta di destabilizzazione stabilizzante; il caos alla fine favorirà il ritorno al poco amato ma rassicurante ordine e questa è una tattica usata anche in tempi per noi abbastanza recenti.

Inoltre ha un'utopia delirante, espressa con parole feroci: "Le città andrebbero distrutte. E tutto il superfluo, tutto ciò che impedisce di vivere con semplicità, come vivono le capre e i galli, tutto questo vada pure al diavolo!".

La sua chimera ruralista sarà parte del progetto del sanguinario dittatore Pol Pot.

Lo stesso poliziotto prevede la fine del regime zarista ma afferma che il popolo continuerà a patire la fame: "Il nuovo sistema di governo li distruggerà: le persone tranquille creperanno di fame e i ribelli marciranno in prigione".

Pensando a quanto accadrà nell'Unione Sovietica, le sue parole appaiono profetiche.

Tutto questo, incredibilmente, venne scritto in un romanzo pubblicato nel 1908.

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LA STRADA di Cormac McCarthy

7 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

Lo scrittore Cormac McCarthy ci offre un intenso e direi attuale romanzo.

All'indomani di una distruzione immane (forse nucleare), il mondo è ridotto a pura desolazione; i sopravvissuti si aggirano impauriti e affamati, pronti a uccidersi e anche a mangiarsi.

Padre e figlio, protagonisti del libro, si muovono a piedi verso Sud, verso l'oceano; cercano cibo, un clima più decente, una via di fuga dai tanti pericoli. Intorno ci sono le macerie di città vuote, supermercati saccheggiati, auto piene di cadaveri. Un'aria fredda e piena di cenere opprime i pochi vivi.

Il senso di angoscia è accentuato dall'assenza di nomi; le città e le persone sembrano non averli più. Ora c'è solo un grande nulla, un vuoto di senso, un indistinto squallore in cui nemmeno i due protagonisti hanno un nome. Per il poeta Rilke l'uomo è superiore a ogni specie perché ha la parola e può nominare le cose dando sostanza e stabilità al mondo. Ora tutto invece è precario, l'uomo innanzitutto. Viaggiano tra mille peripezie, a piedi come viandanti di epoche lontane, in una modernità di cui restano solo le ormai inutili strutture materiali che cingono un degrado totale, come enormi carcasse di metallo e cemento.

È un libro denso di immagini cupe e di sogni atroci; non esistono autorità, si è all'homo homini lupus; le peggiori visioni degli antichi profeti trovano conferma nell'Apocalisse che i sopravvissuti subiscono. Eppure vanno avanti, spingendo un​ carrello di supermercato con qualche coperta e un po' di cibo; se troveranno altri "buoni" come loro forse ci sarà ancora un futuro. Per ora si è al capezzale dell'umanità. Noi siamo i buoni, noi portiamo il fuoco, ripete il ragazzino cercando l'assenso del padre, in una involontaria allusione al mito di Prometeo che portò civiltà e tecnica tra gli uomini. Sono loro due la riserva etica di un mondo senza luce, precipitato in una specie di età della pietra dove chi ha un accendino o una pistola può sopravvivere più di altri. Ma servono anche speranza e solidarietà tra gli uomini, per andare oltre un individualismo infecondo. La vicenda scorre su binari tristi, ma forse resta qualche residua possibilità di salvezza dato che c'è ancora un bambino che si fa raccontare le favole dal genitore e crede che si possa uscire dalla desolazione. La distruzione dei luoghi potrebbe non aver annientato i cuori di tutti. Cercando altre persone perbene, come vorrebbe fare il bambino e recuperando il senso della comunità, qualcosa potrà risorgere. Resta il pensiero che l'individualismo selvaggio del mondo descritto nel libro abbia qualche legame con l'individualismo diffuso nei tempi moderni, nei quali il consumismo costante è la colonna sonora del vivere. Non a caso gli affamati e sofferenti protagonisti del libro spingono un carrello di supermercato, residuo rumoroso dell'epoca dello spendere incontrollato. Peraltro il romanzo​ è incentrato principalmente sul rapporto padre-figlio e sul bisogno di sopravvivere, lasciando sullo sfondo l'approfondimento delle cause della catastrofe in cui sono precipitati.

La parte finale del romanzo lascia comunque trasparire qualche lieve segno di luce, anche se l'aria fredda e sporca efficacemente descritta in tante pagine non induce all'ottimismo.

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UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

19 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

Uno dei tanti è il nuovo libro della Grande Guerra proposto dal Comitato Pro Chiesa di Plave; si tratta dei ricordi lasciati dall’ufficiale senese Adolfo Baiocchi, impegnato sul Carso durante il conflitto.

Nelle sue memorie, per fare un rapido confronto con gli altri libri proposti negli anni scorsi dal Comitato, non troviamo l’ironia demolitoria di Giuseppe Personeni e del suo La guerra vista da un idiota; quella di Baiocchi è opera diversa anche da E ora, andiamo! di Mario Muccini che aveva saputo affiancare mirabilmente protesta dell’uomo e senso del dovere del soldato.

Il giovane senese, classe 1895, ci propone invece una intensa poesia del dolore ricca di sensibilità umana, con una spiccata attenzione per la sofferenza in trincea, regalandoci una serie di immagini molto forti in cui i corpi degli uomini sono al centro. Vediamo le uniformi delle sentinelle che gocciolano di umidità nelle notti sul Carso, i cadaveri distesi a terra “come in piazza d’armi” davanti ai reticolati nemici, gli assalitori austriaci che bruciano come torce per l’azione micidiale dei lanciafiamme. La prosa si fa dura e scabra, raggiungendo il suo acme in due episodi indelebili. Il primo è il racconto dell’attesa davanti alla trincea nemica dopo uno sfortunato assalto. Il soldato, bloccato a terra, costretto ad aspettare l’oscurità per rientrare, deve stare vicino al reticolato che annulla ogni speranza di successo e di gloria con il suo insuperabile groviglio di fili:

A molti, quelle tremende ore di attesa sconvolgono il cervello. Si alzano, ridono di un riso largo, osceno; oppure si mettono a cantare ma per breve tempo: una pallottola o una bomba a mano, fanno tacere per sempre quei disgraziati”.

L’altro episodio (forse un unicum nella letteratura della Grande Guerra) è la particolareggiata descrizione, davvero terrificante, degli effetti del gas sul proprio corpo che l’autore subì durante un attacco.

L’attenzione di Baiocchi è anche per i civili, sia per quelli di “casa” che per quelli delle terre occupate nell’avanzata. Ha parole severe per chi accompagna con sorrisi e regali i soldati che in stazione si preparano a partire per il fronte: “Non si applaude chi marcia verso la morte”. La sensibilità dell’ufficiale si esprime poi in considerazioni meste davanti a una abitazione devastata a Ronchi: “Nulla è più triste di queste abitazioni disfatte … è l’uomo schiantato in ciò che ha di più caro: nella famiglia, nel focolare”.

Poiché l’opera si sviluppa nel racconto di vari episodi, anche molto diversi tra loro, non è facile trovare un minimo comune denominatore ai testi. Tra gli altri, il capitolo Caccia va in direzione opposta rispetto alla sensibilità umana che l’autore esprime in molte altre pagine. È un capitolo terribile e spietato che fa respirare l’orrore del conflitto dove uccidere era normalità, obbligo, necessità. Caccia è infatti dedicato al cecchinaggio e andrebbe letto parallelamente ad altri passi che troviamo nel nostro Emilio Lussu e in Ernst Jünger (Nelle tempeste d’acciaio e Boschetto 125).

Probabilmente la ricchezza dell’opera sta nell’offrire spunti interessanti in grande quantità su aspetti non sempre diffusamente studiati. Perciò Uno dei tanti getta luce o invoglia a leggere ancora su molti temi come il colera, il cecchinaggio, le pallottole dum dum, l’uso dei lanciafiamme, gli ospedali militari, le fucilazioni. Questo aspetto generale è stato pienamente colto dai curatori che a ogni capitolo fanno seguire una puntuale scheda di approfondimento, intrecciando le testimonianze di Baiocchi con quelle di altri soldati e scrittori (non solo della Grande Guerra) come, tra gli altri, Fritz Weber, Andreas Latzko, Arturo Marpicati, Paolo Monelli, Sven Hassel.

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I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

17 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

I duellanti è un breve romanzo di Conrad dove si illustra una lunga quanto immotivata contesa tra due ufficiali francesi, al tempo di Napoleone; per ben 15 anni i due rivali si affrontano e i duelli proseguono anche dopo la caduta del Bonaparte. L'origine del contrasto resta oscura; le parole silenzio e reticenza, vengono spesso associate al fatto.

Ricorriamo alle categorie machiavelliane per focalizzare alcuni aspetti. Per Machiavelli gli uomini politici si dividono in impetuosi e rispettivi. Feraud è il più rissoso tra i due; pugnace, iroso e intrepido, sembra incarnare il tipo dell'impetuoso. È lui a provocare il primo duello contro D'Hubert. Anno dopo anno, sempre Feraud vuole che si rinnovi lo scontro non appena ritrova il suo avversario, anch’egli in parte oscuramente attratto dal bisogno di battersi. Intanto le truppe di Francia combattono e vincono in mezza Europa, fino al disastro in Russia, cui i due ufficiali prendono parte, peraltro aiutandosi nei momenti più drammatici. Torniamo a Feraud. Come giustifica la sua incontenibile foga contro un rivale che molti commilitoni stimano? D'Hubert, sostiene, non ha mai amato Napoleone perciò è un dovere eliminarlo. In realtà Feraud lo detesta perché culturalmente e caratterialmente troppo diverso da lui: lo considera un damerino, abile a ingraziarsi i superiori, ma inferiore a lui per capacità e coraggio. D'Hubert invece è in realtà un uomo posato, fiducioso nei suoi mezzi, lucido anche sotto il fuoco nemico tanto da essere soprannominato dai suoi compagni “stratega”; è quindi un rispettivo. Fa il suo dovere ma senza la veemenza del rivale. Con un po’ di fortuna non paga dazio al ritorno della monarchia dopo Waterloo, mentre l’altro va quasi a cercarsi i guai e resta tenacemente bonapartista, pagando conseguenze dure ma non durissime grazie al segreto intervento dello stesso D'Hubert presso il ministro di polizia. Anche da esiliato continuerà a seccare il rivale con le sue esigenze bellicose, ora che l'Europa finalmente imboccava una strada di pace. Resta quindi un impetuoso in un momento in cui il suo carattere non è più richiesto dai tempi, iniziando un mesto tramonto.

I tempi delle armi per lui sono finiti, anche se cocciutamente non vuole cambiare. Il rispettivo
invece prosegue la sua carriera, anche se ciò non significa liberarsi del meno fortunato rivale. Sul punto di sposarsi, sente verso l'altro un misto di rabbia e affetto dopo tanti anni vissuti insieme nella gloria napoleonica. Alla fine, dopo l’ultimo duello, ammette di apprezzarlo perché gli ha fatto capire l’importanza della famiglia e dell’amore, di contro alla futilità del concetto di onore per il quale si è pronti a morire.

Anche oggi esistono naturalmente i Feraud con la loro capacità di assillare e tormentare. A che cosa servono? I Feraud di ieri e oggi con la loro aggressività ci aiutano a capire il valore della serenità e della pace. È l’unico dono che possono offrire, peraltro senza volerlo.

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ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di Israel Singer

1 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di  Israel Singer

Ho preso questo romanzo perché sono appassionato di Grande Guerra e di letteratura ebraica dell'Europa orientale. Il fratello dell'autore, Isaak, fu Nobel per la letteratura nel 1978.

Il protagonista dell’opera, il giovane Lerner, si muove nella Varsavia abbandonata dai russi e occupata dai tedeschi durante il primo conflitto mondiale; il mondo della città è quello dei bassifondi resi ancora più cupi e disperati dalla guerra. Vediamo disertori, prostitute, prigionieri di guerra, lavoratori coatti, occupanti tedeschi che affamano e opprimono nei cantieri della città in cui una umanità litigiosa si accalca. Sono scenari durissimi che fanno pensare alla Varsavia dei primi anni 40.

Lerner per resistere sa che deve opporre acciaio all'acciaio; ossia deve trovare in sé forze enormi per resistere alla violenza quotidiana. Solo la sua umanità e il suo carattere gli danno risorse. Sembra un Barry Lindon che passa di peripezia in peripezia, ma senza opportunismo e furbizia. Sia nel cantiere organizzato dai tedeschi, sia nella comunità dove il giovane, con l'aiuto di un ricco amico ebreo, cerca di offrire una risposta ai bisogni della popolazione (vittima di malattie e povertà), tutti litigano e fanno il proprio interesse. Lerner capisce che solo il pugno di ferro può obbligare la gente a piegare il proprio bieco e meschino individualismo. Quasi nessuno infatti si salva tra i tanti personaggi, devastati dalla nullità morale imposta dalla guerra e dalle sue conseguenze. Pur essendo una fase politicamente feconda, con la Rivoluzione Russa sul punto di scoppiare, i dibattiti tra i personaggi sono ideologicamente molto semplici. Tutto è visto dal basso, in modo istintivo, viscerale, con disperazione ed entusiasmo che si avvicendano. Lo stesso protagonista non ha una impostazione politica approfondita; la sua umanità e la sua tempra sono quanto viene evidenziato. Perciò il romanzo si legge rapidamente, facendosi apprezzare per il ritmo e l’intensità più che per i contenuti; è soprattutto un grande romanzo di azione, impreziosito da pagine iniziali di grande impatto in cui il lettore ha l’impressione di accompagnare Lerner nel caos delle strade di Varsavia. La forza drammatica del racconto si accompagna quindi a una grande agilità narrativa e di intreccio. Questo aspetto può forse deludere chi si aspettava un romanzo più profondo.

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