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UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

19 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

Uno dei tanti è il nuovo libro della Grande Guerra proposto dal Comitato Pro Chiesa di Plave; si tratta dei ricordi lasciati dall’ufficiale senese Adolfo Baiocchi, impegnato sul Carso durante il conflitto.

Nelle sue memorie, per fare un rapido confronto con gli altri libri proposti negli anni scorsi dal Comitato, non troviamo l’ironia demolitoria di Giuseppe Personeni e del suo La guerra vista da un idiota; quella di Baiocchi è opera diversa anche da E ora, andiamo! di Mario Muccini che aveva saputo affiancare mirabilmente protesta dell’uomo e senso del dovere del soldato.

Il giovane senese, classe 1895, ci propone invece una intensa poesia del dolore ricca di sensibilità umana, con una spiccata attenzione per la sofferenza in trincea, regalandoci una serie di immagini molto forti in cui i corpi degli uomini sono al centro. Vediamo le uniformi delle sentinelle che gocciolano di umidità nelle notti sul Carso, i cadaveri distesi a terra “come in piazza d’armi” davanti ai reticolati nemici, gli assalitori austriaci che bruciano come torce per l’azione micidiale dei lanciafiamme. La prosa si fa dura e scabra, raggiungendo il suo acme in due episodi indelebili. Il primo è il racconto dell’attesa davanti alla trincea nemica dopo uno sfortunato assalto. Il soldato, bloccato a terra, costretto ad aspettare l’oscurità per rientrare, deve stare vicino al reticolato che annulla ogni speranza di successo e di gloria con il suo insuperabile groviglio di fili:

A molti, quelle tremende ore di attesa sconvolgono il cervello. Si alzano, ridono di un riso largo, osceno; oppure si mettono a cantare ma per breve tempo: una pallottola o una bomba a mano, fanno tacere per sempre quei disgraziati”.

L’altro episodio (forse un unicum nella letteratura della Grande Guerra) è la particolareggiata descrizione, davvero terrificante, degli effetti del gas sul proprio corpo che l’autore subì durante un attacco.

L’attenzione di Baiocchi è anche per i civili, sia per quelli di “casa” che per quelli delle terre occupate nell’avanzata. Ha parole severe per chi accompagna con sorrisi e regali i soldati che in stazione si preparano a partire per il fronte: “Non si applaude chi marcia verso la morte”. La sensibilità dell’ufficiale si esprime poi in considerazioni meste davanti a una abitazione devastata a Ronchi: “Nulla è più triste di queste abitazioni disfatte … è l’uomo schiantato in ciò che ha di più caro: nella famiglia, nel focolare”.

Poiché l’opera si sviluppa nel racconto di vari episodi, anche molto diversi tra loro, non è facile trovare un minimo comune denominatore ai testi. Tra gli altri, il capitolo Caccia va in direzione opposta rispetto alla sensibilità umana che l’autore esprime in molte altre pagine. È un capitolo terribile e spietato che fa respirare l’orrore del conflitto dove uccidere era normalità, obbligo, necessità. Caccia è infatti dedicato al cecchinaggio e andrebbe letto parallelamente ad altri passi che troviamo nel nostro Emilio Lussu e in Ernst Jünger (Nelle tempeste d’acciaio e Boschetto 125).

Probabilmente la ricchezza dell’opera sta nell’offrire spunti interessanti in grande quantità su aspetti non sempre diffusamente studiati. Perciò Uno dei tanti getta luce o invoglia a leggere ancora su molti temi come il colera, il cecchinaggio, le pallottole dum dum, l’uso dei lanciafiamme, gli ospedali militari, le fucilazioni. Questo aspetto generale è stato pienamente colto dai curatori che a ogni capitolo fanno seguire una puntuale scheda di approfondimento, intrecciando le testimonianze di Baiocchi con quelle di altri soldati e scrittori (non solo della Grande Guerra) come, tra gli altri, Fritz Weber, Andreas Latzko, Arturo Marpicati, Paolo Monelli, Sven Hassel.

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I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

17 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

I DUELLANTI di JOSEPH CONRAD

I duellanti è un breve romanzo di Conrad dove si illustra una lunga quanto immotivata contesa tra due ufficiali francesi, al tempo di Napoleone; per ben 15 anni i due rivali si affrontano e i duelli proseguono anche dopo la caduta del Bonaparte. L'origine del contrasto resta oscura; le parole silenzio e reticenza, vengono spesso associate al fatto.

Ricorriamo alle categorie machiavelliane per focalizzare alcuni aspetti. Per Machiavelli gli uomini politici si dividono in impetuosi e rispettivi. Feraud è il più rissoso tra i due; pugnace, iroso e intrepido, sembra incarnare il tipo dell'impetuoso. È lui a provocare il primo duello contro D'Hubert. Anno dopo anno, sempre Feraud vuole che si rinnovi lo scontro non appena ritrova il suo avversario, anch’egli in parte oscuramente attratto dal bisogno di battersi. Intanto le truppe di Francia combattono e vincono in mezza Europa, fino al disastro in Russia, cui i due ufficiali prendono parte, peraltro aiutandosi nei momenti più drammatici. Torniamo a Feraud. Come giustifica la sua incontenibile foga contro un rivale che molti commilitoni stimano? D'Hubert, sostiene, non ha mai amato Napoleone perciò è un dovere eliminarlo. In realtà Feraud lo detesta perché culturalmente e caratterialmente troppo diverso da lui: lo considera un damerino, abile a ingraziarsi i superiori, ma inferiore a lui per capacità e coraggio. D'Hubert invece è in realtà un uomo posato, fiducioso nei suoi mezzi, lucido anche sotto il fuoco nemico tanto da essere soprannominato dai suoi compagni “stratega”; è quindi un rispettivo. Fa il suo dovere ma senza la veemenza del rivale. Con un po’ di fortuna non paga dazio al ritorno della monarchia dopo Waterloo, mentre l’altro va quasi a cercarsi i guai e resta tenacemente bonapartista, pagando conseguenze dure ma non durissime grazie al segreto intervento dello stesso D'Hubert presso il ministro di polizia. Anche da esiliato continuerà a seccare il rivale con le sue esigenze bellicose, ora che l'Europa finalmente imboccava una strada di pace. Resta quindi un impetuoso in un momento in cui il suo carattere non è più richiesto dai tempi, iniziando un mesto tramonto.

I tempi delle armi per lui sono finiti, anche se cocciutamente non vuole cambiare. Il rispettivo
invece prosegue la sua carriera, anche se ciò non significa liberarsi del meno fortunato rivale. Sul punto di sposarsi, sente verso l'altro un misto di rabbia e affetto dopo tanti anni vissuti insieme nella gloria napoleonica. Alla fine, dopo l’ultimo duello, ammette di apprezzarlo perché gli ha fatto capire l’importanza della famiglia e dell’amore, di contro alla futilità del concetto di onore per il quale si è pronti a morire.

Anche oggi esistono naturalmente i Feraud con la loro capacità di assillare e tormentare. A che cosa servono? I Feraud di ieri e oggi con la loro aggressività ci aiutano a capire il valore della serenità e della pace. È l’unico dono che possono offrire, peraltro senza volerlo.

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ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di Israel Singer

1 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

ACCIAIO CONTRO ACCIAIO di  Israel Singer

Ho preso questo romanzo perché sono appassionato di Grande Guerra e di letteratura ebraica dell'Europa orientale. Il fratello dell'autore, Isaak, fu Nobel per la letteratura nel 1978.

Il protagonista dell’opera, il giovane Lerner, si muove nella Varsavia abbandonata dai russi e occupata dai tedeschi durante il primo conflitto mondiale; il mondo della città è quello dei bassifondi resi ancora più cupi e disperati dalla guerra. Vediamo disertori, prostitute, prigionieri di guerra, lavoratori coatti, occupanti tedeschi che affamano e opprimono nei cantieri della città in cui una umanità litigiosa si accalca. Sono scenari durissimi che fanno pensare alla Varsavia dei primi anni 40.

Lerner per resistere sa che deve opporre acciaio all'acciaio; ossia deve trovare in sé forze enormi per resistere alla violenza quotidiana. Solo la sua umanità e il suo carattere gli danno risorse. Sembra un Barry Lindon che passa di peripezia in peripezia, ma senza opportunismo e furbizia. Sia nel cantiere organizzato dai tedeschi, sia nella comunità dove il giovane, con l'aiuto di un ricco amico ebreo, cerca di offrire una risposta ai bisogni della popolazione (vittima di malattie e povertà), tutti litigano e fanno il proprio interesse. Lerner capisce che solo il pugno di ferro può obbligare la gente a piegare il proprio bieco e meschino individualismo. Quasi nessuno infatti si salva tra i tanti personaggi, devastati dalla nullità morale imposta dalla guerra e dalle sue conseguenze. Pur essendo una fase politicamente feconda, con la Rivoluzione Russa sul punto di scoppiare, i dibattiti tra i personaggi sono ideologicamente molto semplici. Tutto è visto dal basso, in modo istintivo, viscerale, con disperazione ed entusiasmo che si avvicendano. Lo stesso protagonista non ha una impostazione politica approfondita; la sua umanità e la sua tempra sono quanto viene evidenziato. Perciò il romanzo si legge rapidamente, facendosi apprezzare per il ritmo e l’intensità più che per i contenuti; è soprattutto un grande romanzo di azione, impreziosito da pagine iniziali di grande impatto in cui il lettore ha l’impressione di accompagnare Lerner nel caos delle strade di Varsavia. La forza drammatica del racconto si accompagna quindi a una grande agilità narrativa e di intreccio. Questo aspetto può forse deludere chi si aspettava un romanzo più profondo.

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IL SOGNO DEL GIOVANE ZAR di Tolstoj

29 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL SOGNO DEL GIOVANE ZAR di Tolstoj

Il sogno del giovane zar è un racconto scritto nel 1894 e accantonato dopo la delusione dell'autore per i primi passi del nuovo zar Nicola II, ancora legato all'autoritarismo.

Il sovrano, protagonista del testo, dopo una dura giornata di lavoro passata con i ministri e i collaboratori, si concede un po' di riposo. Si addormenta e in sogno trova un personaggio che lo conduce in vari luoghi del suo regno. Questo misterioso accompagnatore sembra un Virgilio, ma potrebbe essere lo stesso Dio. Dovunque trovano dolore e iniquità; soldati che devono uccidere, famiglie distrutte dall'alcol dalla cui vendita lo stato guadagna, giudici che condannano a pene severe ad esempio per un furto di poca paglia, giovani strappati alle famiglie per fare i soldati mentre i ricchi rampolli riescono a farsi esentare. Soprattutto vedono tanta corruzione. Il giovane zar è sconcertato; eppure il suo accompagnatore gli ricorda che tutto viene dalle leggi che lui firma.

Che fare allora? Il sovrano è animato dalle migliori intenzioni e non crede di essere causa di tanto male. Ama il suo popolo, afferma e allora vorrebbe reagire a quanto visto nella desolante ricognizione nel suo regno. Al risveglio si confida con un dignitario e con la zarina.
Riceve dal primo dei consigli rassicuranti e pieni di piaggeria; lo zar è virtuoso e troppo buono. Deve governare come sempre, senza curarsi di eventuali danni che saranno accidentali. Chi è povero è egli stesso responsabile della sua situazione. La zarina, invece, colpita dalla gravità delle preoccupazioni del marito, vuole che condivida il peso delle responsabilità di governo con altri soggetti.
Ma c'è un terzo suggerimento che viene dalla voce di chi l’ha accompagnato nel sogno. Lo zar deve ricordarsi di essere un uomo. Fallibile, precario, simile ai suoi sudditi. Domani potrà essere il suo ultimo giorno. I doveri verso gli altri, gli viene spiegato, sono innanzitutto etici con richiami alla sfera religiosa.

È un racconto molto denso; i riferimenti a fatti reali sono vari e non sempre ben accostati. Si parla anche di deportazioni e persecuzioni verso le minoranze religiose, di una sentenza di morte verso un soldato che aveva colpito un superiore dopo una grave offesa, dei danni della cattiva istruzione pubblica.

Il racconto termina con l’invito ad aspettare un cinquantennio per sapere quale fra le tre strade suggerite sarà fatta propria dal monarca. La prima è quella dell’assolutismo irresponsabile, incapace di emendarsi davanti alle storture della società; la seconda propone riforme costituzionali, parlando di condividere il potere con i rappresentanti del popolo, limitando i poteri del sovrano; la terza è quella potenzialmente rivoluzionaria. Questa consiste nel ricordarsi che il possesso del potere è un momento e che anche chi lo detiene è un momento in quanto essere effimero come tutti. Invece i doveri dell'uomo verso l'uomo sono eterni.

Resta un testo attuale; ogni giovane re, premier, magnate dovrebbe riflettere su quale via seguire prima di mettere una firma in calce a un documento.

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LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

14 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

Il protagonista della novella, Gosto Bombichi, lascia questa lettera alla moglie, dopo una drammatica riflessione sulla sua vita:

Ho perduto: pago. Non piangere, cara. Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non voglio. Del resto, t'assicuro che non ne vale proprio la pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del sole.”.

Ha perso molti soldi al gioco, al Circolo dei buoni Amici; i creditori gli hanno dato solo ventiquattro ore di tempo per saldare il debito. È notte fonda e Gosto ha fatto il suo sconsolante bilancio sulla situazione. La vita lo ha sempre nauseato e non trova appigli morali o pratici a sorreggerlo. La moglie tedesca è per lui una persona distante; alla fine nemmeno le lascia il biglietto che annuncia la terribile decisione. Ma ai condannati spetta un ultimo desiderio; il suo sarà quello di vedere la levata del sole. Esce da casa nella tenebra, dopo aver preso la rivoltella. Intende raggiungere un posto dove gustarsi questo evento naturale; sarà uno spettacolo grandioso oppure una cosa da poco, amplificata da tanti poeti e poetucoli? Gosto vuole soddisfare questa curiosità prima di spararsi. L'ambiente cittadino immerso nell’oscurità provoca variegate sensazioni in lui; disgusto e schifo davanti a certi passanti, senso di ristoro grazie alla frescura dell'aria e alla bellezza del cielo stellato. Lentamente si avvia verso la periferia, controllando di avere sempre con sé l'arma. Le strade sono sporche e bagnate; si insozza nel fango. Ormai non c'è più nessuno in giro. È stanco e allora si appoggia a una pietra attendendo che il sole sorga.

Ma cosa significa la levata del sole? Ogni giorno nasce il sole; ogni giorno si apre una possibilità nuova. Forse Gosto, nonostante si premuri di vedere se la pistola è sempre nella sua tasca, si augura che quell'evento gli porti forza e fiducia, orientandolo ad affrontare i problemi e non a fuggirli.

Per la scrittrice Hanna Arendt l'uomo ha il potere di iniziare (un’azione, un discorso, un progetto) e questa facoltà gli viene da quell'inizio che è stato la sua nascita. Ogni giorno l’uomo può intraprendere e creare. La levata del sole darà forza anche al disperato Gosto? Nella triste periferia in cui si trova, dopo qualche ora finalmente la luce arriva, timidamente, quasi scusandosi col mondo ancora in riposo. Poi però si fa decisa e salutare:

Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del sole”.

Gosto, appoggiato alla pietra e vinto dalla fatica, in quel momento rappresenta l’umanità sofferente, bisognosa di fede, di infinito, di coraggio per affrontare la vita. Avrà saputo ricevere quanto probabilmente sperava vedendo, per la prima volta, la levata del sole?

Ecco il testo:

“Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso, dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al sonno”.

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LA POSTA di Federico De Roberto

1 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA POSTA di Federico De Roberto

I protagonisti della novella sono il tenente Malvini e il soldato siciliano Cirino Valastro; operano nella stessa unità e sono parte di un battaglione che si sta addestrando prima di entrare in linea e combattere.

Tra i due si crea un rapporto abbastanza forte, nonostante le differenze culturali; in molti reparti la vita in comune e la condivisione dei pericoli accorciava infatti le distanze gerarchiche.

Valastro non sa leggere e scrivere; si rivolge al tenente perché gli legga le lettere che arrivano da casa e poi gli chiederà anche di scrivere le risposte. All'ufficiale si apre un mondo molto vivace; nelle missive si parla di affari di famiglia, terre da coltivare, boschi, una mula da curare, frutti e cibi locali. La parte spassosa è quella in cui Malvini cerca di decifrare le tante espressioni in siciliano. D’altronde, come già notato nella novella La paura, De Roberto è sempre attento a evidenziare la specifica provenienza regionale degli uomini attraverso la parlata.

Il soldato diventa particolarmente caro al superiore dato che si fa apprezzare per impegno e disciplina. Gli altri lavorano con gli attrezzi leggeri, lui vuole quelli più pesanti che sa come maneggiare. L’abitudine alla fatica lo avvantaggia. È tra i migliori tiratori. Merita anche una ricompensa per una coraggiosa azione notturna. Il suo spirito è solo offuscato dalla nostalgia di casa. Malvini lo stima, anche se ciò che sente per lui non è un sentimento univoco; all’ammirazione per la costanza si affianca la consapevolezza dell’ingenuità e “della grande umiltà del poveretto”.

Ma perché Valastro è instancabile e supera i compagni per disciplina e sacrificio? “Ignorando la storia, i confini le ragioni della patria, si rassegnava più degli altri alla necessità che lo aveva divelto dall’isola remota”.

È analfabeta, ignorante e quindi prende la vita al fronte come un fatto di necessità. A ciò che è necessario non si fa resistenza, ma ci adegua con durezza, in attesa che le cose cambino.
Quando però le lettere iniziano a portare cattive notizie, Malvini teme di affliggerlo. Istintivamente non se la sente di dargli sofferenza; comincia allora a raccontargli bugie mentre gli legge le lettere. Le menzogne si accumulano. Che fare, d’altronde? Un grande attacco è prossimo ed è meglio che il ragazzo sia in forma e concentrato. Perciò nulla gli dice della morte della sua mula, di varie questioni spiacevoli, della perdita della speranza di sposare una giovane delle sue parti. Un soldato deve restare sereno nel momento in cui si sta preparando un assalto che potrebbe essere l’ultimo. Così il giovane, ignaro delle cose grandi, resta ignaro anche di quanto succede a casa sua.

Su Malvini e le sue bugie e omissioni sorgono inevitabilmente alcune domande. Ha agito così, come sembrerebbe all’inizio, solo per una sollecitudine affettuosa verso il ragazzo? Non aveva diritto Valastro di sapere ogni cosa, oppure bene ha fatto il superiore a esercitare una benevola censura? Il soldato che deve uscire dalla trincea e affrontare il nemico deve essere sereno, si spiega nel testo.

Ma poiché, nel caso del soldato siciliano, il massimo impegno al fronte coincide con la massima ignoranza e delle cose che riguardano la storia e la politica (non avendo potuto studiare) e di ciò che succede a casa sua, emerge un’altra considerazione. Il tenente, su un piano di minore o maggiore consapevolezza, forse fa parte anche lui, a livello basso, di un sistema più ampio di sorveglianza sullo spirito degli uomini che setaccia preventivamente ciò che si può conoscere, in vista del miglior rendimento al fronte: “Il soldato … doveva avere l’animo sgombro per affrontare serenamente la morte”.

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Valentino Appoloni, "La ferocia"

4 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #valentino appoloni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia"

La ferocia

Valentino Appoloni

pp 240

ilmiolibro.it

Valentino Appoloni è esperto e appassionato della Prima Guerra mondiale. Ha letto tutta la diaristica sull’argomento ed è, infatti, in forma di diario che scrive il suo romanzo, La ferocia, quasi un’ossessione per lui. Dedicato a un familiare morto in guerra, ambientato sul Carso, racconta una sanguinosa ed estenuante guerra di trincea popolata da personaggi teatrali: gli ufficiali in contrasto fra loro, Robusti, Avanzi, Dimari, Bandanera, vecchi e giovani a confronto, e i soldati, Filosofo, Guerriero, Imboscato e tutti gli altri, ognuno a rappresentare un diverso tipo umano. Le loro vicende scorrono veloci e sono raccontate con un linguaggio paratattico ma elegante. I paesaggi cambiano rapidamente e hanno anche aspetti drammatici e romantici: cimiteri sventrati, case diroccate, chiese abbandonate. Il tempo atmosferico accompagna l’umore delle truppe. A farla da padrone è, ovviamente, l’azione bellica serratissima ma descritta in modo asettico, lucido, che solo a tratti lascia trapelare un poco di pathos.

La ferocia è ciò che permette agli uomini di sopravvivere, agli ufficiali opportunisti e arrivisti di agire per il bene della battaglia, sacrificando i più deboli pur di vincere.

La vita di trincea è terribile: i piedi stanno ammollo e s’infettano, i parassiti, il freddo e la sete tormentano, il nemico è sempre in agguato, la morte è all’ordine del giorno. Ma stare nelle retrovie sarebbe peggio, là non ci sarebbe più dignità, là è il regno degli imboscati e dei vili.

Fuori della trincea non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà.” (pag 162)

Sorregge solo il pensiero del rispetto verso se stessi e della responsabilità che lega agli altri. Fonte di consolazione è la cultura: il protagonista, l’unico a non avere un nome, si affida a ragionamenti filosofici e letterari, razionalizza ciò che vede attraverso la sua erudizione umanistica, per tenere sotto controllo la realtà, per non cadere nel panico e soccombere, per non porsi incessantemente domande sul senso della carneficina in atto dove “la differenza non è tra morti e vivi, ma tra morti e non ancora morti”. Quando una promozione aumenterà i suoi oneri, sensi di colpa e disagio etico lo attanaglieranno ad ogni scelta.

Difficile capire il senso della contrapposizione “patria, dovere, Italia” verso “pane e pace”, laddove le parole si svuotano di significato, diventano retorica in bocca ad ufficiali che si fanno vivi dalle retrovie solo per parlare in pubblico. Quello che resta di tali parole è un simulacro vuoto che, pian piano, si riempie di cadaveri, marionette disarticolate, bambole sventrate, “Eppure erano stati uomini”. Si cerca di dare ancora un senso a valori quale l’onore, il rispetto del nemico ma la ferocia annulla tutto, disumanizza.

Esiste davvero una città, un mucchio di terra, pietre, case, che valga tante vite?

Ciò che ci piace di Appoloni è proprio la bellezza delle parole semplici (“Ma Dio è troppo paziente e buono) che rispecchia l’agghiacciante semplicità della situazione: “Noi e loro spararsi e procurarsi a vicenda il massimo danno per vincere prima. Questa semplicità bisogna accoglierla.

La prima e la terza persona si alternano, con inserimenti di lettere e racconti, uno, in particolare, L’Imboscato, vale da solo tutta la narrazione.

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L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

27 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

Questa è una novella all'altezza del miglior De Roberto, letta nell'edizione Garzanti; è il De Roberto che pur non avendo servito nella Grande Guerra si dimostra ottimo scrittore di cose militari.
I protagonisti sono due ufficiali e l'ambiente è quello della guerra in montagna. La neve ha costretto italiani e austriaci ad arretrare alla ricerca di posti più riparati. Gli ultimi attacchi invernali del regio esercito non hanno prodotto risultati; anzi, una compagnia, guidata dal capitano Colombo e in possesso solo di armi leggere, è sparita senza lasciare tracce dopo un assalto quasi suicida.

L’inverno passa e quando il tempo migliora, il capitano Tancredi manda pattuglie verso le linee nemiche; i parenti dei soldati scomparsi e soprattutto la moglie di Colombo fanno pressione per avere notizie sui loro cari. Tutti morti? Oppure ci saranno dei prigionieri? Servono risposte.

Qui il mistero si fa gradualmente più fitto; il reparto sparito tra le fredde rocce, l'individuazione di un soldato impigliato nei vecchi reticolati, l'insuccesso di ogni pattuglia mandata a recuperarlo accrescono l'interesse per la vicenda. Chi è quel soldato? Bloccato da mesi, irrigidito dal gelo, sembra racchiudere la soluzione al mistero. Ma gli uomini che devono riprendere quel corpo falliscono e si nascondono dietro a laconiche giustificazioni; è pericoloso intervenire perché c'è una mina vicina, sostengono con poca convinzione. Tancredi, pur avendo ottenuto una sospirata licenza, decide di andare a vedere di persona conducendo pochi uomini; è suo dovere farlo.

Qui c'è la parte più emozionante; sembrano pagine tratte da un diario di guerra. L'ufficiale si muove nella nebbia, sfida i cecchini, raggiunge il corpo martoriato dai colpi e dal freddo; il recupero riesce con grande fatica. Non c’è nessuna mina. Si trattava proprio del capitano Colombo che guidò lo sfortunato assalto alla trincea austriaca; i commilitoni che lo conobbero raccontano del suo valore e dell'amore per la giovane moglie, più volte ribadito in modo appassionante.

Proprio Tancredi si assume l'onere di andare a Roma a riferire la tragica notizia alla donna. Non vorrebbe farlo; è molto a disagio e allora si fa accompagnare dall'amico Laurana, un imboscato piuttosto sfacciato. Davanti alla vedova, una contessa, il disagio diventa sconcerto; la donna non mostra dolore. In realtà voleva conoscere in modo sicuro la sorte del marito per avviare le pratiche per avere la pensione.

Laurana si offre di aiutarla a reperire la documentazione.

Più tardi, al ritorno al fronte, Tancredi apprenderà che l'amico e la contessa stanno per sposarsi.
È una novella amara; il divario tra fronte e Paese è enorme. Uomini di trincea da una parte e imboscati e civili dall'altra appaiono separati da una distanza fisica e morale incolmabile; sono due mondi che usano linguaggi diversi e che anzi non si parlano. Su tutto domina la figura del capitano Colombo, con il suo corpo martoriato, quasi "cristico", offeso dai colpi nemici e dalla corona di spine dei reticolati: “ … il braccio destro disteso e la pistola ancora spianata; il capo eretto e la mascella fracassata … le palpebre chiuse, l’uniforme lacera … pareva un’opera di scultura, un simulacro intagliato nella pietra e nel legno”. Sembra già di vedere uno dei monumenti ai caduti che nel dopoguerra saranno costruiti in ogni paese.

Ma il suo sacrificio non è capito da chi lo aspetta a casa; è un'icona di sofferenza che però lontano dal fronte non suscita interesse o emozione. Tancredi invece è turbato da quella fine e ne apprezza la statura morale. L'unico vero e intenso “dialogo” dello stesso capitano Tancredi è infatti quello virtuale con la salma del commilitone caduto che egli stesso ha fisicamente staccato dal luogo di morte; è la sola persona che ha voglia di conoscere meglio, attraverso le testimonianze di chi gli era accanto in guerra. Tutto concorre nella novella, in definitiva, a fare dei combattenti una categoria morale diversa da chi non ha mai visto il fronte e l’inumanità delle sofferenze che affratellano i soldati.

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IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

25 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

In questa novella il vecchio Maràbito cede il suo terreno al mercante Maltese; in cambio avrà un vitalizio che l'acquirente spera naturalmente di breve durata. L'anziano dice, per rassicurare l'avido interlocutore, che dopo la vendita andrà nella sua casa in paese aspettando la morte. E aggiunge di voler lasciare il podere non per pigrizia ma perché stanco e fiducioso che altri più forti di lui lo lavoreranno meglio.

In poche frasi c'è quasi tutto il protagonista della vicenda, con la sua moralità e la sua schiettezza. Il mercante Maltese spera di ripetere l'affare di qualche anno prima quando un altro vecchio morì appena sei mesi dopo aver firmato un contratto simile. Spera quindi che il contraente anche stavolta muoia presto.

Maràbito non chiede più nulla alla vita; ha già dato tutto e gli basta quanto avuto.

Il tempo passa e l’uomo fatica a vivere senza le sue attività. La noia lo assale.

Soffre in silenzio quando viene a sapere che il nuovo proprietario amministra male il terreno. Ma non protesta; il suo ruolo è solo quello di attendere la morte nel suo alloggio, circondato dalle donne del vicinato che gli sono solidali perché detestano il cinico Maltese.

Gli anni scorrono, il vecchio ancora vive e il mercante gli paga il vitalizio con crescente rabbia, scoprendo di aver fatto male i suoi calcoli. Accade poi però che proprio Maltese muoia improvvisamente. Sono passati oltre cinque anni in cui il vecchio è diventato ottantenne e sta abbastanza bene. Quando una malattia sembra stroncarlo, le cure stregonesche di una delle donne lo salvano. È molto a disagio; accusato in modo strampalato dalla vedova del mercante che gli rinfaccia di essere ancora vivo, crede suo malgrado di essere uno strumento di vendetta dell'altro anziano morto poco dopo la firma del contratto.

Ora è lo scaltro notaio Zagàra a prendersi il podere e i relativi oneri; il vecchio non può durare a lungo, pensa. Invece fa in tempo a morire lui, mentre si festeggia il compleanno di Maràbito, ora addirittura centenario.

Tutti quindi scommettono frettolosamente sulla prossima fine del protagonista, associato a una morte che non arriva. Lui stesso soffre quando sopravvive ai più giovani. Gli sembra di essere un peso. Avete il vizio di campare a lungo, gli diceva il notaio facendolo irritare. In mezzo alle furbizie di tanti che non lo rispettano, lui brilla per equilibrio, coerenza, dignità. Ha sempre lavorato, è stato un emigrato, ha dato tutto; nella sua moralità non trova spazio ciò che non è meritato. A un certo punto, infatti, vorrebbe non ricevere più vitalizi, avendo avuto dopo tanti anni nel complesso ben più del valore della proprietà. Sembra il vincitore, dato che alla fine si riprende il podere dopo la morte del notaio. Eppure lo troviamo triste mentre da centenario guarda le nuvole stando nel suo terreno.

Non ci sono vincitori nella novella. Vince l'assurdo; chi voleva vivere muore, chi è stanco di campare continua a dover sopportare l'afa della vita. L'eternità senza la giovinezza è un fardello durissimo, come insegna la figura mitologica di Titone. Perciò più che il cinismo che domina la vicenda ambientata in un paesino siciliano, colpisce il lato enigmatico dell'esistenza. Si può essere beffati dalla morte che arriva inattesa, ma anche dalla vita che si aggrappa a chi non la vorrebbe più e diventa una condanna.

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DUE MORTI di Federico De Roberto

16 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

DUE MORTI di Federico De Roberto

Si tratta di un racconto scritto nel 1920 dall’autore del noto romanzo I viceré. Siamo senz’altro al di sotto come forza narrativa rispetto alla novella La Paura, già affrontata in questo blog. Comunque gli spunti stimolanti non mancano; il contesto è ancora quello della Grande Guerra. Un cappellano militare narra al suo interlocutore due casi drammatici della sua esperienza nel conflitto.

Due soldati, fra i tanti che dovette assistere, gli sono rimasti particolarmente impressi. Uno era un soldato del reparto Sanità; apprezzato dai colleghi e dai superiori, coraggioso e altruista, la sua malattia rattrista tutti. Il decorso non lascia molte speranze. A lui si contrappone un sergente degli Arditi; portato in ospedale dopo essere stato rilasciato dal nemico nell’ambito di uno scambio di prigionieri, si presenta subito nel modo peggiore. Urla, grida, strepita, protesta. La serenità con cui il giovane infermiere affronta la sua sorte cozza con l’agitazione incontenibile dell’altro; perché tanta foga? Il sergente grida la sua colpa; fu catturato mentre si era rifugiato in un tunnel anziché dare manforte a un reparto in prima linea che da otto ore resisteva al nemico. Confessa a gran voce e chiede di essere processato e fucilato. Con i suoi modi non fa altro che accrescere la sua solitudine; solo il cappellano tenta un dialogo con lui. Quando i due muoiono, sostanzialmente insieme, le differenze di trattamento sono ancora più evidenti. I colleghi dell’infermiere lo portano al cimitero; nella commozione generale, la bara viene ornata di fiori. Nessun amico o familiare accompagna invece l’altro feretro.

Il sergente commise una grave colpa; quel misfatto sembra giustificare la freddezza del trattamento. Perfino l’infermiere, già malato, lo aveva giudicato severamente, chiedendosi cosa ci aveva guadagnato col suo egoismo, ora che era prossimo alla fine.

Può un solo fatto negativo segnare una vita e soprattutto vincolare il giudizio degli altri? Nella novella sembra proprio di sì. Probabilmente il sergente compì degli atti di valore nella sua via di soldato; di questo però non rimane traccia. Essendo un Ardito, prendeva parte ad azioni spericolate; le missioni di questo reparto d’assalto richiedevano spesso un prezzo altissimo come perdite.

Quel soldato probabilmente avrà fatto il suo dovere fino al giorno in cui preferì cercare di salvarsi anziché andare ad assistere i commilitoni in difficoltà. Eppure quel solo episodio offusca una carriera e una vita; non si pensa a fucilarlo dato che la morte appare già molto vicina. Disprezzo e ostilità nell’ospedale accompagnano le sue ultime ore e sono già un castigo che l’uomo accetta e sente di meritare.

Nessuno lo considera una vittima di una tragedia come la guerra in cui le debolezze umane erano catalogate sbrigativamente come vigliaccheria. La bara dell’infermiere come detto viene onorata; a quella del sergente, spetta solo il tricolore, appoggiato sopra ad essa solo per ragioni di prassi: “ .. quando la nuda bara fu introdotta nel carro, gli artiglieri vi distesero, come prescritto, il simbolo della Patria, il tricolore. Senza distinzione di colpe e di meriti, senza sceverare i buoni dai cattivi, la Patria accoglie tutte le sue creature nel suo grembo materno”.

Quella bandiera messa sul feretro come si faceva con ogni caduto, come atto dovuto, ristabilisce un po’ di equilibrio. Per una volta, un atto di forma, porta un po’ di giustizia. Una sola macchia non può e non deve compromettere una vita.

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