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Post con #recensioni tag

Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"

21 Giugno 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #eva pratesi, #recensioni, #radioblog, #vignette e illustrazioni

 

 

Illustrazione di Eva Pratesi

 

Eccoci pronti per il secondo appuntamento con RadioBlog - Voce agli scrittori. Questo mese scopriamo Franco Piol con il suo libro Tana libera tutti , ambientato a Roma nel dopoguerra.

Vi ricordo che, durante la lettura, potrete partecipare lasciando commenti sul libro o domande che vi piacerebbe porre all’autore con il quale faremo una chiacchierata tra un mese circa.

Intanto vi leggo un piccolo estratto delle prime pagine del libro dove conosceremo subito i dubbi ed i tormenti della bella Adelaide, segnata profondamente dalle vicende della guerra, che si trova a dover rendere conto al figlio Giannino di una scomoda realtà, specie in quei tempi.

Accompagnerà la lettura un’illustrazione della brava Eva Pratesi che coglie il momento in cui madre e figlio si confrontano.

E mi raccomando, cari scrittori, se volete anche voi essere protagonisti di questo spazio scrivetemi!Buon ascolto e buona lettura.

 

Musica: http://www.bensound.com

 

Per conoscere meglio il mondo delle illustrazioni di Eva Pratesi: http://www.geographicnovel.com

Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"
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Guido Mina di sospiro, "Sottovento e sopravvento"

19 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Sottovento e sopravvento

Guido Mina di Sospiro

 

Ponte alle Grazie, 2017

pp 198

14,90

 

Lo stereotipo de la bella e la bestia “sperduti nell’azzurro mare” in questo romanzo multistrato, suo malgrado avvincente.

In Sottovento e sopravvento, di Guido Mina di Sospiro, ci sono i classici elementi della storia di avventure - la mappa del tesoro, l’indizio cifrato, il cattivo che mette in pericolo i buoni, il naufragio, l’isola del tesoro – il tutto, però, complicato dallo stile non banale e dal non facile sostrato metafisico e alchemico. Senza fare spoiler, possiamo solo dire che, alla fine, il tesoro si rivela dapprima l’oro degli alchimisti, poi la pietra filosofale stessa, condensata in un concetto assoluto: la congiunzione degli estremi altro non è che l’amore, quello che riesce a unire il diverso, la bella e la bestia, il maschile e il femminile, l’intelletto e la natura, ed è capace di restituire ai protagonisti il senso di sé e della vita, di andare oltre la presenza fisica dell’altro, di farsi talmente infinito ed immenso da permettere la possibilità di altri amori collaterali.

I personaggi principali sono Chris e Marisol. Lui è il buon selvaggio, l’uomo rude irlandese, forzuto e puzzolente, nato con un difetto fisico, una gobba da far invidia a Leopardi e a Quasimodo, e con un animo semplice ma dolce e risoluto. A causa di quella gobba di cui non si è mai lamentato, pensa che la vita, Dio o chi per lui, gli debba un risarcimento che infine otterrà. È religioso e terreno insieme, prega Dio e accetta la realtà per quella che è, traendone il meglio. È un cercatore ma si rende conto che, comunque, tutto è caso, e le cose migliori sono quelle capitategli accidentalmente, come i figli. In effetti, se ci pensiamo, per quanto ci affanniamo a programmare, a studiare, a lavorare, a farci una posizione, tutti gli eventi davvero importanti della nostra vita sono occorsi per caso (o per congiunzione astrale) e sarebbe bastato un piccolo scarto per far andare tutto nella direzione opposta.

 

Può darsi, ma il fatto è che solo le cose che ho trovato accidentalmente m’hanno dato gioia nella mia vita. I miei bambini; tu; e ora persino Dio. Non l’avevo mai trovato nella Bibbia, e neanche in chiesa, per quanto lo avessi cercato. L’ho trovato sul vulcano, durante l’eruzione” (pag 176)

 

Poi c’è Marisol/Ruth, cubana trapiantata a sua insaputa a New York, tutta razionalità, scienza, filosofia e matematica.

 

Nel pensiero”, dice, “ci sguazzavo, me ne imbevevo, lo respiravo e assimilavo come se fosse ossigeno” (pag 40).

 

È alla ricerca dell’algoritmo capace di eludere i paradossi che sono “l’ultimo baluardo della non scienza”. Non riuscendo a confermarlo, diventa acatalettica, cioè dubbiosa di tutto, e di conseguenza depressa e abbattuta, per giungere infine alla scoperta di essere fatta di mare e di sole anche lei. Scopre che si può pensare in modo irrazionale, che possono esistere più dimensioni e più realtà parallele dove il tempo scorre in maniera diversa, che potrebbero esserci strani e misteriosi dei a muovere gli eventi creando congiunzioni astrali a nostro favore o sfavore.

Quando l’irrazionalità irlandese incontra la razionalità newyorkese, è in grado di smantellarla e far riemergere il sostrato sudamericano caraibico, cosicché Marisol si accorge che c’è un iperuranio nel quale gli opposti si attraggono e confluiscono sopra e sotto vento, dove gli dei del nord e del sud lavorano insieme, dove il tempo si annulla in un eterno presente, senza inizio né fine. Scopre, soprattutto, che la vita è bella e vale la pena viverla senza ragionarci troppo sopra.

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101 ragioni per non leggere il libro “101 modi per riconoscere il tuo Principe Azzurro”

14 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Mi sono innamorata della Federica Bosco dei romanzi. Empatica, attenta ai personaggi, innovativa nei finali. In particolare Innamorata di un angelo e Il mio angelo segreto mi colpirono parecchio. Sì, è vero, si trattava di storie che parlavano di adolescenti – e forse ad adolescenti dirette – però mi avevano rapita, malgrado avessi più di vent’anni e i brufoli da quattordicenne mi fossero passati da un po’; alla fine del primo libro, di quel Pat un po’ dolce e un po’ tenebroso mi innamorai anche io. Nel secondo libro, piansi a lungo per lui e per lei e per quell’amore che non poteva avvenire. Ecco perché qualche giorno fa, alla ricerca di una lettura un po’ meno pesante delle ultime, mi sono illuminata vedendo il nome della Bosco.

Io non amo stereotipi né luoghi comuni, a maggior ragione se associati all’amore; forse già dal titolo avrei dovuto capire che il libro ne sarebbe stato pieno zeppo. Che mi aspettavo?

101 modi per riconoscere il tuo principe azzurro (senza dover baciare tutti i rospi) è probabilmente entrato nella rosa dei libri più brutti che io abbia mai letto. Sono una lettrice onnivora, generalmente finisco tutto quello che inizio. Di rado abbandono un libro a metà. Non mi pare corretto. Verso l’autore, sì, ma anche verso chi l’ha letto dandone una buona opinione. Poi io ho l’animo buono: anche quando un testo non mi ha convinta – non appieno, almeno – voglio sempre trovare un motivo perché venga letto. Che sia per l’uso interessante delle parole, per qualche analogia divertente, per la punteggiatura impeccabile... non mi accontento se non lo “salvo” almeno un pochino.

Questo non ho potuto. L’ho piantato in asso a metà.

Quindi voglio sottolineare che la mia recensione riguarda la prima metà del testo, la parte di testo che sono riuscita a leggere prima che un buco nero inghiottisse la mia pazienza.

La Bosco fa sostanzialmente una lunga lista di “tipi da evitare”, esortando noi donne, le principesse, a cercare il principe azzurro. Ma sì, sapete quale? L’uomo perfetto, quello che si ricorda compleanni e anniversari, che non russa e non puzza, che ti chiama quando vorresti essere chiamata e non ti chiama quando hai la sindrome premestruale; l’uomo che dorme accanto a te, che non guarda film porno – giammai! – e che si finge morto se tu parli del tuo peso.

Noi principesse, dice la Bosco, incappiamo spesso in brutti a cattivi ceffi. Ecco, dopo aver letto questo libro, saremo tutte salve.

Dai consigli più scontati – “Se è sposato” – ai più sciocchi – “Se guarda troppi film porno” o “Se non vuole dormire con te” – la Bosco si dimostra una donna noiosa che vorrebbe un uomo perfetto, che non esca mai dalle righe che lei ha diligentemente tracciato. Un uomo barboso che fa sempre quello che la sua compagna vorrebbe, senza se e senza ma.

Ora, ci sta se mi dici che bisogna evitare gli uomini sposati o violenti o prepotenti – e ci credo, non pensavo nemmeno servisse un libro così strutturato per capirlo – ma come fai a dirmi che devi lasciarlo se non vuole dormire con te fin dai primi appuntamenti? Uno può anche voler riservare quella parte di intimità per il futuro della coppia, se mai ci sarà. Mica dal secondo appuntamento si può dormire abbracciati a cucchiaio come nelle migliori pubblicità di deodoranti, eh. Che consiglio sciocco. Io ad esempio soffro di insonnia. Come potrei dormire con uno sconosciuto – perché questo sarebbe, dopo due appuntamenti – così, senza nessun problema? Mi girerei e rigirerei nel letto per ore, facendo passare a lui tutta la voglia di vivere e di rivedermi. Ora io ho preso l’insonnia, ma ci sono almeno un milione di altre ragioni valide per non voler dormire insieme all’inizio di una relazione. Che la Bosco dica che è una cosa carinissima a prescindere offende un poco la mia intelligenza... macché!

 

Non mi ricordo di aver mai letto che il Principe, dopo aver sedotto Biancaneve, se ne saltasse in groppa nel suo cavallo bianco nella notte per raggiungere il castello da solo, perciò se non se la sente, molto probabilmente riesce a dedicarsi a te solo per un tempo breve.”

 

Un Principe, ragazze. Delle favole. Favole che non esistono e che vengono raccontate alle bambine sotto i dieci anni affinché prendano sonno.

Anche la storia del peso. Signori, siamo noi donne quelle ad essere super extra preoccupate del proprio peso. Ne parliamo continuamente, lamentandoci di quel grissino che ci ha fatto prendere mezzo grammo. Mettiamo che io passi due ore a lamentarmi di avere due chili in più e che il mio uomo, dopo aver ascoltato con grande pazienza tutti quei vaneggiamenti, mi faccia notare che quei due chili si potrebbero perdere facendo una camminata ogni giorno all’alba per venti giorni... sarebbe un insensibile? Andrebbe lasciato perché non mi ha abbracciata per dirmi che quei due chili sono belli, dolci e morbidosi? Perché non mi ha detto quanto impazzisca per quei due chili? Perché non mi ha proposto di correre con me e di mangiare anche lui solo insalata per tre mesi, tre settimane e tre giorni?

Io non mi sono mai considerata una principessa. Ho un carattere scostante, un umore spesso altalenante, un equilibrio psico-fisico molto poco stabile... potrei mai io – proprio io –, io che sono spesso cinica anche verso me stessa e un po’ insensibile, parlare del principe azzurro?

Che il principe azzurro non esista l’ho capito più o meno a sette anni. Non vedo perché alcune donne dovrebbero cercarlo da adulte. Non so, è quasi un’idea malsana, almeno secondo me.

Ragazze, se posso darvi un consiglio io, be’... state insieme a lui se gli occhi vi diventano lucidi e il cuore batte forte, anche se a volte non chiama. Anche se non vuole ancora presentarvi la mamma.

Se state insieme da un mese e mezzo, poi, amatelo anche:

“Se d’estate vuole fare vacanze separate”, “Se ti porta fuori solo il mercoledì” – che sarebbe, secondo un’amica dell’autrice, il giorno delle “donne brutte” –, “Se preferisce il suo lavoro”, “Se è troppo competitivo”.

D’altronde ognuno ha il suo modo di affrontare la vita.

Poi, riguardo il punto 37, se sua mamma lo chiama più di sette volte al giorno a voi che importa? Non siete costrette a sentire.

Non fidatevi dei luoghi comuni trovati nel libro come: “Gli uomini sono semplici, a volte dicono le cose senza pensare e senza il vero intento di ferire, quindi se lui ti ha detto che sei un po’ ingrassata, ma non intendeva altro che questo, informalo che per te non è piacevole che lui te lo faccia notare, perché lo sai benissimo da sola, e che saresti contenta se lui ti sostenesse magari stando a dieta insieme o andando a correre la domenica mattina” – che poi, veramente abbiamo bisogno che lui stia a dieta con noi?

Certo, prendendo in esame altri punti, se è sempre ubriaco, se ti ruba i soldi, se ti tratta male di fronte agli altri e se non ti rispetta forse non è quello giusto. Be’, anche se è capo di una setta, anche se credo sia meno frequente, in effetti...

Se poi fa sesso con la tua migliore amica o con tua sorella – punto 23 – forse nemmeno l’amica e la sorella sono il top, no?

Va be’, detto questo, siamo giunti alla metà che ho letto e su cui posso dare un parere. Quindi, passo e chiudo.

Ah, aspettate. Leggetelo se siete insicure, se pensate di essere principesse incomprese, se pensate di avere bisogno di una relazione con un uomo perfetto, se pensate di essere perfette voi. E auguri, soprattutto.

 

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Parte un nuovo progetto: radioblog, ovvero le nostre audioletture!

11 Giugno 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #recensioni, #radioblog

 

 

Un saluto a tutti voi. Come sicuramente la quasi totalità dei frequentatori di questo blog, sono una grandissima appassionata di lettura e, come molti appassionati di lettura, mi piace, al termine di un libro, poterne discutere con altri lettori o addirittura, cosa non sempre facile, direttamente con chi ha scritto quel libro!

Purtroppo la frenesia della vita quotidiana non sempre ci consente di poterci ritrovare tutti insieme in un luogo fisico, magari una bella libreria, un rilassante caffè, a discutere amabilmente dei nostri testi preferiti ed è proprio per questo che la mia idea sarebbe quella di creare virtualmente questo luogo, di dare vita ad un angolo dove ci scambieremo idee, impressioni, opinioni su ciò che abbiamo letto.

La mia idea sarebbe di scegliere ogni mese o ogni due mesi un libro di scrittori che si stanno affacciando nel panorama letterario italiano, i cosiddetti scrittori emergenti.

Io vi farò una breve presentazione del libro e vi leggerò qualche brano che ritengo possa farvene respirare l’atmosfera e farvi nascere la curiosità di leggerlo.

A quel punto entrerete in gioco voi: servendovi dello spazio che avremo a disposizione nel blog potrete fare domande, commenti, osservazioni sulla lettura da condividere con gli altri e potrete fare tutte le domande che vi piacerebbe fare a chi quel libro l’ha scritto.

Dopo un mese circa infatti faremo una chiacchierata con lo scrittore che costituirà il coronamento della nostra esperienza di lettura ed io cercherò di fare in modo che tutte le richieste, quesiti e dubbi che emergeranno abbiano una riposta e vengano condivisi con l’autore.

Detto questo vorrei sapere prima di tutto se questo progetto vi interessa, vi stimola, se lo trovate utile e, naturalmente, se avete, idee, spunti, riflessioni, fatevi avanti!!

Scrivete a chiara1312@gmail.com

 

 

Iniziamo subito con L'Uomo del sorriso, di Patrizia Poli, Marchetti Editore

 

Musica: http://www.bensound.com

 

 

 

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Ella M. Scarlett, "L'albero della vita"

9 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #fantasy

 

 

L’albero della vita - La Genesi

Ella M. Scarlett

 

Genesis Publishing

 

In origine il giardino venne creato per ospitare l’uomo e la donna: quella bizzarra mescolanza di carne e spirito che Dio aveva creato di fronte agli occhi attoniti della stirpe celeste.”

 

Tra passato e presente, mentre la realtà si mescola alla fantasia, i nostri occhi si perdono in vicende antiche e recenti, conosciute e sconosciute.

Eva è lontana dall’Eden, nello spazio e nel tempo; ora è una ragazza condannata a vivere per sempre, nei secoli dei secoli, lontana dal suo Adam, nella speranza di incontrarlo, di riunirsi al suo ish. I suoi sigilli si sono rotti, ecco perché ricorda tutto. Vive una vita simile a quella delle ragazze mortali, normali – quelle che non hanno mangiato una mela scatenando le ire del Signore – però è incompleta, infelice. Lui è la metà della sua mela, il suo senso. Lo ama profondamente, con un’urgenza fuori dal comune. Lo ama perché sono stati creati insieme e insieme sono stati puniti e condannati. Lo ama ma non può abbracciarlo, assaporarne l’odore. Lo cerca, soffre.

Fino al giorno in cui lo vede. È Adam, benché arrogante e strafottente. Lei è la sua ishà. Ma i sigilli di lui sono saldi, ancora integri. Ecco perché non la riconosce. Nel frattempo, mentre lei cerca disperatamente di avvicinarlo, una lotta imperversa. Bene e male. Inferi e Paradiso.

Gli arcangeli e il loro eterno bisogno di servire il Padre.

Lucifiel e la rabbia verso gli umani, la voglia di ucciderli.

Lilith, prima moglie di Adam, e la sua brama di vendetta.

Una lotta che dura da secoli, che per secoli potrebbe durare.

In questa storia, malvagità, vendetta, dolore; anche amore, però, e lealtà.

Regno Celeste e Inferi in guerra.

Chi riuscirà a vincere? A che prezzo?

Arcangeli saggi, demoni urlanti.

E abbiamo il Padre, così amareggiato da una lotta tra fratelli. Così triste per l’arroganza umana. Così saggio e un po’ annoiato. Così poco presente nella vita degli uomini, ma per giusta causa. Così perfetto seppur, è evidente, nell’imperfezione.

 

Il Signore era ferito e addolorato a causa sua, a causa della loro lotta e delle perdite che questa aveva provocato. E, anche se aveva ottenuto tutto ciò che pensava di volere da sempre, in quel momento Lucifiel avrebbe dato la propria vita per poter tornare indietro e cancellare ogni cosa.”

 

Lucifiel è carico di rabbia, è pronto a distruggere quelli che sono i suoi stessi fratelli. Odia gli umani, li disprezza; non capisce perché il Padre li ami così, di un sentimento profondo e autentico. Lui, quegli ingrati, li ucciderebbe. Ma è capace di provare rimorso? Che prezzo ha la sua battaglia?

Morte e vita. Cattivi presagi e speranza. Male e bene.

 

 

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Marco Saverio Loperfido, "Memorie di un bugiardo"

8 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Memorie di un bugiardo

Marco Saverio Loperfido

 

Annulli Editori, 2017

pp 225

13,00

 

Chissà perché, leggendo Memorie di un bugiardo di Marco Saverio Loperfido, mi è venuto in mente Il cimitero di Praga, forse per l’atmosfera strana e cupa. Ma qui Praga non c’entra, qui è Venezia che giganteggia e rappresenta la parte più riuscita dell’opera.

Nella seconda metà dell’Ottocento un truffatore sbarca il lunario spacciando penne, a suo dire appartenute a personaggi famosi. Così facendo viene in contatto con molte figure rappresentative della cultura del tempo, da Melville a Wagner, da Dumas a Nietzsche a Dostoevskij etc. Loperfido è laureato in filosofia e si sente che in questo libro ha riversato molte delle proprie conoscenze. La trama artificiosa e similpicaresca è fin troppo un pretesto per spaziare in campo intellettuale, a scapito della scorrevolezza.

Il protagonista è un amorale che s’imbeve di nichilismo grazie alle sue frequentazioni culturali. La sua vita è un’immersione nella cultura, suo malgrado. C’è, però, un alter ego, il debole prete Gioacchino, che vive per interposta persona e probabilmente non esiste nemmeno. Egli si comporta come una sorta di Bignami della letteratura. Chiuso nella sua stanza, legge al posto del protagonista e riassume per lui, assorbendo avidamente, attraverso narrazioni scritte ed orali, una realtà che la sua condizione claustrale gli impedisce di vivere. Ma è tutto un gioco di specchi, narratore e prete si odiano come possono odiarsi due differenti parti di una stessa persona, quella intellettuale e quella pratica, quella che vive e quella che contempla. Così come nel precedente romanzo di Loperfido, i due protagonisti lentamente si avvicinano fino a confluire, fino a chiamarsi con lo stesso nome, fino a scrivere l’uno la storia dell’altro.

Ma, ripetiamo, il personaggio più riuscito non è il protagonista, né il suo riflesso clericale, né alcuna delle tante figure in cui si imbatte, bensì la città che fa da sfondo, da culla e da cornice, alle vicende, fra calli umide e lo sciacquio delle onde lungo le banchine.

 

Venezia è l’unico luogo al mondo per il quale io riesca a provare la stessa cosa che provo per la musica. In queste calli sembra che aleggi sempre una musica, non credete? Venezia è un silenzioso ma incessante concerto a cielo aperto. Visitare Venezia è come calarsi dentro a una sinfonia.” (pag 191)

 

La città è magica e fantasmagorica, può illuderci e farci vedere quello che non è, creando sosia, riflessi, “false verità”, “falsi amici” e “claude glass”, per tornare al precedente romanzo dell’autore. Senza dimenticare che tutto è narrato, appunto, da un bugiardo.

 

Per chi vive a Venezia questo è abbastanza normale e inconsciamente lo sappiamo tutti: la città sull’acqua può, in un istante e grazie ai suoi riflessi, diventare magicamente un vaneggiamento sotto il cielo traslucido.” (pag 68)

 

Così due personaggi finiscono per chiamarsi con lo stesso nome, così un manoscritto compare, scompare e poi viene riscritto da capo, così una prostituta è smerciata per fidanzata. “Forse anche i fiori, pensai, non sono altro che ingannatori di api”. (pag 115) E nella natura umana, anche nella più elevata, si nasconde sempre quella animale.

 

 

 

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Lina Maria Ugolini, "Fuad delle farfalle"

4 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Fuad è una ragazza speciale, è dolce, ed è immensamente forte, benché abbia solo sedici anni. Le farfalle la cercano, volano attorno a lei, le fanno dono della loro leggiadria. Lei le tocca, senza rovinare le ali fini e preziose, e sembra dialogare con loro. Ha l’animo libero, Fuad, è come un soffio di vento impossibile da imbrigliare in regole, convenzioni, restrizioni. Ha vissuto già una vita dura. Ha conosciuto la malvagità umana, quella che porta oscurità e male – male puro e perverso – tuttavia non si è arresa. Lontana dalla sua mamma e tradita da suo padre e dai suoi fratelli, vive con la berbera Kanica. Kanica è saggia, sa sempre cosa dire. Ha tre lune, in fronte, ognuna di esse rappresenta un amore. Pazientemente, si siede con la giovane e le rivela la potenza di quegli amori. Si sofferma sull’ultimo, quello per Naghib, il vecchio con un solo dente e un buffo naso con il quale odorava di tutto. Il loro fu un amore esploso violentemente ma impossibile da attuare, e forse per questo ancor più doloroso. Ora il vecchio Naghib riposa perpetuamente con quella che fu la sua sposa legittima; nelle memorie di Kanica, ormai quieto e denso di malinconia, giace quel sentimento che fu forte quanto il vento che soffia durante una tempesta. Fuad non sa dove sia la sua mamma, ma ben presto sa che è viva. Maisa è viva, la ama, la attende. Sarà difficile raggiungerla, ma Fuad intraprende un percorso per unirsi a quella donna che combatte per rendere il destino delle donne musulmane meno duro, crudo.

 

«Sono Maisa, il mio nome vuol dire Colei che avanza con passo fiero, colei che non ha paura di nessuno. Lotto da anni per difendere i diritti dei deboli, dei bambini, delle yazide e di tutte le donne. Combatto perché le donne possano sciogliere al vento i propri capelli, studiare, imparare dai libri per migliorare questa nostra terra. […] Noi non siamo nate solo per unirci in matrimonio e servire gli uomini, ma per essere rispettate nell’amore. Sono brocche, le donne, i nostri fianchi conoscono il disegno elegante delle dune, la quiete dell’oasi. Siamo ceste, canestri, ghirlande di verità e mistero.»

 

Ma presto sorge un problema. Lo sceicco Omair vede in lei una sposa, malgrado la giovane età. È attratto da quella sua leggiadria, da quel suo rincorrere le farfalle. La sua giovinezza lo tenta, lui che di giovane non ha più nemmeno il cuore e l’animo. Sta per prenderla con la forza – e le grida di lei non lo scuotono – quando un misterioso uomo la salva.

È un tuareg, e l’indaco è il suo colore.

Ma soprattutto è Jamil, il suo amico d’infanzia. Ben presto i due si rendono conto che si possono perdere uno negli occhi dell’altro e che il contatto tra le loro mani genera qualcosa di più forte dell’elettricità. Si amano.

 

«Mi ami, Fuad?» le chiese di nuovo Jamil.

Fuad lo guardò e l’azzurro dei suoi occhi toccò la pelle di Jamil.

«Se l’amore è un fiore io ti amo perché sui fiori si posano le farfalle. Se l’amore è il cielo ti amerò solo se le mie farfalle potranno volare.»

 

Sarà difficile. Sono in cammino e gli ostacoli sono dietro l’angolo. C’è guerra, disperazione, c’è restrizione. C’è repressione.

In questa storia che si legge con un groppo in gola, c’è coraggio, forza – la forza delle donne.

Donne che non possono esistere, se non per i bisogni dell’uomo; donne che vengono maltrattate, umiliate, violentate, uccise; donne delle quali il parere non vale.

Donne che potrebbero vivere al pari degli uomini ma che non possono farlo, relegate in un angolo e defraudate della propria dignità. Donne senza un’identità.

Donne che combattono, impavide e forti. Donne come Maisa, combattenti nate. Senza timore, sfida le leggi del suo popolo. Mette la sua vita a disposizione affinché le cose cambino, affinché le donne possano essere come gli uomini, possano essere libere.

Si parla anche di uomini: si sa, chi non si conforma alle regole non ha buona vita, in certe parti del mondo.

 

Ab aveva imparato a non rispondere a suo padre, la musica rappresentava il suo mondo, un mondo dove essere libero. Si sentiva una donna sigillata in un corpo inopportuno. Era questo dolore che la sua voce cantava, il lamento di una prigioniera chiusa in una torre alta fino alle nuvole, un canto che negli anni aveva cessato d’essere tormento per accogliere il languore della rassegnazione.

 

C’è anche molta saggezza, in questo testo che odora di mistero, di comprensione, di verità.

L’amore di Jamil per Fuad va oltre ogni credenza musulmana. È puro, vero. È un amore dolce che si nutre di dialogo, di occhi negli occhi e di mani che si stringono con forza. È un amore che odora di per sempre e di giuramenti non ancora pronunciati. È la sua sposa pur non essendolo, non ancora.

 

«Un giorno dovrai giacere con una donna» gli aveva detto una volta il beduino Gedin «ti stringerai al suo corpo e lei al tuo. Ricorda però che devi essere ciò che sei, senza inganno, perché non basta essere nudi per mostrarsi nudi. Amerai veramente solo se saprai chi sei ed è questo segreto che dovrai confessare nell’estasi del tuo cuore, così che la tua donna confesserà a te il suo amore e questo amore diventerà nettare di vita per entrambi.»

 

È crudo, è vero, è una fiaba fatta di realtà.

È la storia di una combattente, Fuad, una combattente che amava le farfalle.

 

 

 

 

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Miriam Bruni, "Credere nell'attesa"

3 Giugno 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Da Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis

Caro Malacoda - è il diavolo Berlicche che scrive al nipote imbranato per addestrarlo al male-, se tenti gli uomini al piacere non fai nulla di utile per noi, in quanto soddisfi anche il nostro Nemico, poiché il piacere fa parte della sua creazione; tenta invece l’uomo all’aridità, all’apatia, portalo adagio adagio nel deserto, e quando è nel deserto impediscigli di pregare: allora avrai vinto anche l’ultima battaglia.

 

E inizio da qui a parlare di questo libro/scrigno, Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni. Un qui molto lontano e ancestrale, com’è solo la preghiera, e il brano di Lewis la dice lunga, seppur implicitamente, sull’origine e motivazioni del pregare. Il deserto è sempre dietro la porta di casa, né l’abitudine a sgranare rosari immunizza da quell’aridità: ci vuole un cuore pulsante e un digiuno che graffia perché consapevole di potersi placare solo in quel dire e ribadire a Lui la nostra fiducia – da pag. 5

 

Solo Tu, solo Tu mi vedi intera e sai

lenire l'incomprensione amara, che ci

 

rode e a tratti ci sbrana. Non credessi

all'invisibile, Signore, una fossa avrei

 

scavata, quante volte, a seppellirmi

viva. Ma sei tu l'Oltre che vado cercando.

 

Che sento, che vedo, è a Te che io chiedo

protezione profonda, l'incursione del Bene

 

nelle mie piazze, e la pace tua dolce

sulle mie pene. E un poco di luce, quel

 

tanto che basta per avanzare senza

troppa paura e a sera renderti ogni mia

 

cosa, sia essa gaia e fiduciosa, oppure

triste e polverosa. Che vita vien fuori,

 

sarai Tu a dirlo, alla mia fronte

imperlata di Cielo, e alle mie mani

 

tese a raccogliere del tuo splendore

l'eterna manna, mio Redentore.

 

Si dice che la poesia non preghi ma faccia pregare, eppure in questo libro, tra queste pagina, sembra di cogliere l’hic et nunc in cui s’aggruma una sofferenza tra le più acute che l’autrice spande sul foglio affinché, alchemicamente, attraverso i segni che ribolliranno sul bianco, si trasformi nella meta più ambita: la speranza. È un filo sottilissimo a separare questa dall’illusione: il rischio è di adagiarsi troppo nell’attesa di tempi migliori e crogiolarsi non attivandosi, o di scattare troppo in avanti sostenuti da una visione che non appartiene al presente.

È necessario quindi rimanere ben radicati alla realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, perché la speranza sia sempre più credibile e si concretizzi in un ventaglio di possibilità. Una strada tutta in salita: è sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione (Charles Peguy)

Ecco che “vedo” Miriam chiamare per nome il suo dolore e, pensosa ma ritta, affrontarlo … - da pag. 59

 

E' agosto e ho iniziato la chemio.

Nello sforzo costante alla pazienza

le mie labbra sono chiuse.

Devi guardarmi

come una muta nube, madre.

Agli uccelli di cui odo il suono

cerco di dare un nome,

come col verso delle bestie

di fattoria o di cortile. Ma qual è

il verbo dei cortei celesti?

E' da sola che lo imparo,

nella pace che mi coglie

se li guardo, come quando

sul finire del fuoco puntualmente

mi ristoro di brace

 

e ancora – da pag. 12

 

Spoliazione

 

Dei due massimi emblemi

del femminile: capelli e seno;

caduti entrambi in una

manciata di settimane.

 

Ma resto donna e a tratti

mi assale una pena

che mi schiude e poi richiude

come il sogno che non si fa

 

reale. Fossi di pietra, ora,

non sentirei dolore

per le miriadi di cellule

programmate a morire.

 

Non sentirei pesantezze,

fastidi, nausee, timori.

Ma nemmeno questa musica

o le vostre preghiere.

 

Ma faremmo un torto a questo bel libro, alla sua autrice, se non mostrassimo anche il “lato rosato” delle sue parole. Rosata com’è la quiete, una modalità altra di essere felici. In essa non si soffre più la resistenza, l’assenza di fatica nella vita normale è inedia, ma nella quiete diventa l’attimo più vicino all’infinito – da pag. 62

 

Le foglie d'ottobre

cominciano a cadere, sì,

a scricchiolare

sotto le suole, mentre noi

di felicità

fatichiamo anche solo

a parlare. Invece

del cielo

gli stormi d'uccelli

fan piste di ghiaccio

su cui eseguire

-beati e veloci -coreografie

da lasciare estasiati.

Ancora la calura

non raggiunge

i piani alti.

Si irradia mansueta

la sera e San Luca

è una torta illuminata.

Sono tornate

le rondini

a graffiare la luna,

a suonare

i tasti del cielo

-spensierate.

 

E ancora – da pag. 35

 

Per chi può volare alto

il pervinca

è un aperto nascondiglio,

non li puoi vedere in cielo,

ti accontenti

dei rubini tra le spighe verde-luce,

delle api a crogiolarsi,

strofinarsi

dentro i fiori. Per chi è povero

di sogni realizzati è ricchissima

miniera la natura; le colline

a inizio giugno

ricoperte da criniere

e le nubi a incoronare

l'orizzonte così belle che vi affondi

con la mano della mente,

mentre foglie, fili d'erba

e petali leggeri, tutto ti ricorda

che da un vento

di carezze tu nascevi.

 

Ciò che barra il cammino è sempre la paura - s’incarna, stravolge, sa come sradicare i piedi dal reale - così la strada si biforca: da una parte la disperazione, quello stare nel deserto che è fissità e attesa dell’ineluttabile di cui parla il vecchio diavolo Berlicche; l’altra… l’altra esige un colpo di reni per approdare al coraggio della vita e della sua difesa estrema: e la preghiera, qui, non è l’auspicio di una maggiore energia che ci faccia approdare al coraggio di cui sopra, ma è già quel colpo di reni.

E termino con una breve poesia che, a mio avviso, appartiene a tutti noi, a me che mi diletto di poesia sino a scriverne più o meno indegnamente – da pag. 9

 

Sono loro ad ordinare

“Fammi fiume, fammi pane”.

 

Sono loro, le parole

a farsi vive, necessarie.

 

E quanto siano necessarie e salvifiche a Miriam, a tutti noi che continuiamo a proteggere la parte migliore, l’essenza, quella, forse, più vicina all’anima, lo spiega ancora e mirabilmente Shakespeare

 

Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra
bensì a un cuore troppo affranto l'ordine di schiantarsi.

 

 

 

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“Dillo tu a mammà” di Pierpaolo Mandetta: l’amore è sempre una faccenda di famiglia

19 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

"Sono sul treno che mi trascina al Sud dopo tre anni di assenza. Una volta non avrei visto l’ora di tornare alle melanzane imbottite di mamma, ai cavolfiori sott’olio della vicina. Ai muratori sudati e senza maglietta, agli anziani che giocano a carte sui tavolini di plastica, nei bar ancora pieni di fumo. Ai gatti randagi sui muretti, ai segnali stradali sbiaditi. A parlare con la panettiera che già a diciotto anni mi chiedeva quando mi sarei sposato. Al caffè a ottanta centesimi, al profumo notturno di forno acceso. Alla brezza che sa di temporale, al vento che soffia dalle masserie e sa di fieno. Ai turisti senza fronzoli, alle pagliette messe di fretta, al trucco che non serve, ai mojito a mezzanotte. Ai baci sotto la luna, alle risate in macchina con i finestrini aperti, ai pianti trattenuti davanti ai treni che vorremmo perdere."

 

Samuele è su un treno che lo porta al Sud, dalla sua famiglia. Vive da anni a Milano ma adesso deve tornare. L’amore è sempre una faccenda di famiglia e lui si sta per sposare. Deve annunciarlo a mammà, deve sputare il rospo con quelli che sono sangue del suo sangue e deve farlo subito. Saranno presto fiori d’arancio, ma non pronuncerà il “sì, lo voglio” dinanzi all’algida e spietata trentenne milanese che è al suo fianco sul treno – la stessa che lo sopporta e lo supporta da anni –, pronta ad accompagnarlo in quel viaggio all’insegna delle rivelazioni, bensì con Gilberto, suo compagno e uomo del suo cuore. È proprio lui che ha insistito affinché Samuele andasse dalla sua famiglia. L’appoggio della propria casa, quella in cui si nasce e si cresce, è fondamentale per ogni passo quotidiano, figurarsi quando ci si lega finché morte non ci separi. Ma non è semplice, e Samuele lo sa. È invaso dal terrore, dall’inquietudine; i suoi non sanno che è gay. Non è facile, nella realtà di un piccolo paese, essere se stessi. Dire ciò che si pensa e quel che si prova. Mostrarsi senza fronzoli né bugie. È per veri impavidi, la verità, quando le case di un borgo si contano nelle dita di una mano e si è – malgrado non lo si ammetta – molto, troppo interessati al parere dei suoi abitanti.

Scoprire il proprio cuore in un paesino di nemmeno duemila anime può essere doloroso, può portare conflitti e smarrimenti, può ferire. Può dilaniare. Samuele lo sa. Come reagiranno i suoi compaesani?

Lui, poi, non ha chiuso con i fantasmi del passato. È insicuro, bisognoso di attenzioni come un cucciolo ferito. Il passato gli ha fatto male, l’ha messo a dura prova, e lui non ha ancora preso un respiro di sollievo sul mondo. Tachicardico, perennemente avvolto da paturnie di ogni tipo, dipendente da calmanti e da mille altri stratagemmi per sentirsi al sicuro, al caldo, preservato dal gelo del mondo, è un uomo ancora un po’ bambino. È ironico e divertente, nei suoi eccessi di un’infanzia che ritorna.

 

"Dovevo pensarci io al cibo, lo sapevo. Vuoi capirlo che il riso mi rende stitico? Ho un equilibrio delicato, c’è già la colite spastica a darmi problemi, devo assumere fibre, non riso. Poi mi tocca prendere le pastiglie di erbe lassative, ma mi scombussolano l’organismo. Potevi fare un panino integrale con la frittata, come tutti."

 

È uno scrittore, adesso; il suo blog galoppa che è una meraviglia. La gente parla di lui, si affida ai suoi consigli, alle sue frasi che hanno una saggezza che ci si aspetterebbe da un vecchio sul letto di morte. Il mondo è suo. Tenace e caparbio, con le sue stesse forze è giunto all’apice. È un grande. Ma allora perché non sa essere felice? Perché non comprende il suo valore?

Claudia è al suo fianco, come sempre negli ultimi anni. Lo sprona con un po’ di forza, con veemenza, con foga. Sa che rispondergli con dolcezza alimenterebbe le sue paure, le sue angosce. Poi lei è una donna di città; è fredda e ambiziosa, si è presa ciò che voleva dalla vita. Ha carattere. È la persona giusta per Samuele: incontrandosi nel mezzo, entrambi sono capaci di diventare persone migliori.

 

"La sua missione è prevedere il meglio per se stessa, perciò parole come smarrimento o confusione le fanno alzare gli occhi al cielo fino a roteare le pupille verso il culo. È single da quando la conosco. Prova a suggerirle il rossetto più adatto alla sua carnagione, che piatto ordinare al ristorante o anche solo di non attraversare col rosso e ti spacca la faccia."

 

Tra una lamentela e l’altra, i due arrivano a Trentinara. Piccolo borgo del Sud, è immerso in quella che è un’aura di passato e di magia. Bloccato, congelato, qui il tempo sembra essersi fermato. E Samuele si ritrova a casa. In quella casa da cui era fuggito, la stessa che non lo ha protetto, agevolato, spronato, lasciato volare verso il mondo. La stessa che ama e odia, consapevole che l’amore e l’odio siano i motori dell’universo e certo che non per forza si escludano l’un l’altro.

C’è donna Luisa, sua madre, pratica e dolce di una dolcezza ruvida che non ha certo sapore di piagnistei né di carezze smielate sul capo; c’è Santina, la sorella con cui ha un rapporto pietoso, assente, indifferente; c’è suo padre, egoista e anche, perché no, un po’ grullo nei suoi tentativi maldestri di adattare il figlio ai suoi desideri; c’è sua nonna, una donnina con le spalle larghe e una avvedutezza che deriva un po’ dall’età e un po’ da un carattere forte, pratico, da matrona che sa risolvere ogni problema con un cenno della mano.

Ci sono loro, sì, il nucleo della sua famiglia. Ma ci sono molte altre persone, persino. L’amore è una faccenda di famiglia, ricordate? Samuele lo sa, e noi lo sappiamo con lui.

 

"Zia Cherubina. Ha cinquantasei anni ma ne dimostra centotrenta: chignon nero con ricrescita grigia impreziosito da una retina dorata, orecchini di topazio e vestaglia di chissà quale antenata ripescata da una capsula del tempo. Vedova. […] è una timorata di Dio. Non ha preso bene il fatto che, invece di bere birra con gli uomini davanti a una partita dell’Inter, io me li porti a letto."

 

Proprio quando Samuele riesce a confrontarsi con quelli che sono i suoi familiari, tirando fuori quella che è, per loro, una verità un po’ scomoda, le cose si complicano. Si mostrano dalla sua parte, questo un po’ lo sconvolge e un po’ lo stranisce. Le domande si affollano nella sua mente. È la cosa giusta? Sarò felice? Amo Gilberto?

Le persone, soprattutto nei periodi di calma piatta, amano soffrire, chiedersi se tutto va bene, rovinare il momento. È come se una forza disumana, proprio quando tutti i tasselli tornano al proprio posto, ci imponesse di non essere sereni, di non accontentarci. Perché la vita è rischio, è dolore, è corsa con il tempo e contro di esso. Chissà perché quando ci sentiamo così, è sempre il passato a farci visita.

Nel caso di Samuele, il passato ha il sapore agrodolce di un amore giovanile, quando tutto sembrava perfetto. Quando il primo amore torna a farci visita, il sapore delle lacrime è più salato. Nel suo caso, ha un nome. Peppe.

 

"Mi guarda, lo guardo. I suoi occhi, scolpiti nel faccione invecchiato dalle bugie e dai pomeriggi torridi a spalare calce sotto il sole, sono al contempo buzzurri e letterari. Mi raccontano una storia malinconica, che mi fa diventare malvagio e, subito dopo, intenerire. Lo odio e lo adoro."

 

È sempre lui – un uomo che ha imparato a soffrire e a risollevarsi – ma è confuso. Nella sua fragilità c’è la sua forza, è vero, ma ora è crollato. E nemmeno tutto il Valium del mondo può esimerlo dal prendere in mano la sua vita.

 

"Sento che la mia vita sta andando a rotoli. Là fuori c’è gente che arriva a fine mese con mille euro e due figli all’asilo, e io sono qui con il mio Valium, il collirio per la secchezza da bulbo oculare e una tachicardia che mi fa affogare in problemi di cui neppure conosco la natura."

 

È vero, è dolce, è umano e per questo è imperfetto. Ama. Del resto è un uomo del Sud e come tutti gli uomini del Sud è fatto di carne e di cuore. È istintivo. È passionale. È innamorato dell’idea dell’amore, di quel calore che ti ruba il sonno e che ti culla nel contempo.

Pierpaolo Mandetta ci catapulta nel suo mondo, nella sua fantasia densa di ironia e di verità – pungente quanto il freddo inverno –, in questa sua testa piena di comprensione, di saggezza, di umanità.

Tramite Samuele, ci fa ridere, ci accompagna, ci guida, mamma presente e premurosa, in quello che è un mondo che spesso è difficile. Quando si cresce, quando si buttano in un angolo gli abiti dell’adolescenza, be’, si perde un po’. Ci si sente spaesati. Si è adulti, sì, e le prime rughe attorno agli occhi lo dimostrano. I capelli bianchi sono lì per ricordarci che non abbiamo più quindici anni. Però non è facile prendere in mano la propria vita. Essere grandi richiede una forza immane, soprattutto in questo mondo che ci vuole così perfetti. Sempre all’altezza.

Ironia.

 

"«Mamma, secondo te qui c’è il wifi?» chiedo.

«Siamo a casa di zia Cherubina, Samue’. Qui ci stanno i crocifissi.»"

 

Convinzioni, più o meno deleterie.

 

"Crescendo, ho associato lo stare insieme alla sopportazione. Alle grida. Alle questioni in sospeso che non fanno dormire. Alla mancanza di rispetto. All’attesa che un altro giorno finisca in fretta. Non riuscivo proprio a collegarlo a un episodio felice."

 

Frammenti di vita, quella vera – dette tramite la voce di una vecchina che ne sa una più del diavolo.

 

"«Però una cosa l’ho detta, a mia nipote Vera, prima che se ne andava a studiare a Pisa» continua zia. «Una cosa tenevamo buona, noi che siamo nati settant’anni fa. Non potevamo fuggire dai problemi, come oggi, che pigli e cambi vita se una cosa non ti piace. Allora le ho detto: “Vedi che non ti devi difendere dalle cose brutte. Lascia che ti travolgano. Fatti scassare, piangi, goditi il dolore. È un privilegio, tesoro di zia, vuol dire che sei viva. Perché quando non ti succede niente, quando tutto fila liscio, o quando fai solo quello che hai deciso di fare, che hai da ricordare, poi? Non ti ricordi niente. Il dolore ci irrobustisce, ci migliora. Se non soffri, non puoi imparare a superare il dolore. Se soffri, poi non ti metti più paura.”»"

 

Lieto fine che però lascia una lacrima in sospeso negli occhi.

 

"Li guardo e li amo per la prima volta, di nuovo. Come si ama chi viene al mondo, chi è appena nato e lo si guarda con candore, senza filtri e pregiudizi. Sono perfetti così come sono e devo obbligarmi a fare i conti con i sentimenti che un saluto comporta."

 

Mandetta ci ruba, ci strega, ci trasporta in un universo che tutti abbiamo dentro – soprattutto noi, gente del Sud – ma che non sappiamo descrivere.

E ci ridona l’amore, quello nel quale tutti – anche i più cinici, i più freddi, quelli che si mettono le dita in gola quando vengono pronunciate le parole “matrimonio” e “per sempre” – credono. Quello che fa piangere e ridere e nuovamente piangere – consapevoli che in amore tutto è perfetto ed è permesso. Quello che fa pensare che, dai, in fondo va tutto bene. Quello che ci fa sentire talvolta ammaccati, è vero, ma vivi. Soprattutto vivi.

 

"L’amore. Credevo che se ne fosse andato. Partito. Espatriato. Che io non fossi la nazione giusta per la sua permanenza. […] E invece l’amore era in letargo. E adesso si è appena svegliato, sta sbadigliando, è vigile."

 

 

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Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern

16 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

Con Storia di Tönle Mario Rigoni Stern ci fa percorrere una vicenda tra storia e romanzo; il protagonista è un uomo che incarna la cultura e la mentalità della gente della zona di Asiago, tra fine Ottocento e primi anni della Grande Guerra.

Tönle è un archetipo; rappresenta uno dei tanti uomini che vivevano sul confine, una persona semplice e laboriosa, senza tenerezze particolari per l’uno o l’altro dei due nemici storici, ossia l’Austria e l’Italia. Vive arrangiandosi; ex suddito asburgico, ex soldato di quell’impero, era diventato italiano quando dopo il 1866 il Regno d’Italia si era allargato fino ai suoi paesi. È contrabbandiere, ma capace di fare il pastore e il contadino, oltre ad altri mestieri. Come tanti di quelle parti, viaggia, si sposta per lunghi mesi, torna a casa per ripartire appena possibile.

Non è solo la necessità a spingerlo dall’altipiano alle città dell’impero. È un fatto di cultura e di istinti. È un abito mentale a guidare i suoi spostamenti:

 

Come c’erano forze che lo spingevano ad andare in primavera, così c’erano quelle che lo facevano tornare alla fine dell’autunno; forze superiori a ogni volontà” .

 

Una certa irrequietezza da viaggiatore si accompagna quindi al piacere di percorrere le proprie contrade, descritte a menadito; infatti protagonista del libro è anche l’amore per il paesaggio insieme alla cultura locale.

Ecco che la guerra del '15-18 fa a pezzi il suo mondo, impone leggi, mette reticolati, crea nuovi obblighi. La vita di Tönle va in frantumi; lui parla anche tedesco ma non si sente tedesco e nemmeno italiano. Subisce come una violenza il non avere la libertà di muoversi. Ma la guerra, i militari e soprattutto lo stato sono ormai pervasivi; nessuno può stare ai margini del conflitto senza essere sospettato di essere una spia.

Lo scontro tra Tönle e gli apparati statali è quello tra un vaso di terracotta e uno di ferro. Con la Grande Guerra lo stato dilagò nella società; tutto fu asservito allo sforzo bellico, dall’economia alla stampa.

Non c’è più spazio per gli uomini di confine, per persone difficili da controllare, non incasellabili, partecipi di più culture, a loro agio ad Asiago come a Praga. Per i Tönle non c’è più posto.

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