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recensioni

Paquito Catanzaro, "L'aritmetica del noi"

18 Settembre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Paquito Catanzaro
L’aritmetica del noi
Homo Scrivens – Pag. 185 – Euro 15

www.homoscrivens.it

 

Paquito Catanzaro è uno scrittore che leggo volentieri, leggero ma non superficiale, affronta i grandi temi esistenziali con il sorriso sulle labbra conferendo ai suoi personaggi il tono scanzonato della commedia all’italiana. In questo romanzo ci porta nel mondo del calcio femminile, settore in sviluppo anche a Napoli dove esiste una squadra piuttosto seguita che annovera tra le sue fila piccole campionesse. Il personaggio di fantasia di Catanzaro si chiama Marta, è il centravanti cannoniere della Napoli Women (una via di mezzo tra Goldoni e Popadinova), in lotta con la Juventus per la conquista del tricolore, combattuta tra l’amore per il suo uomo (oltre a un figlio che proprio non vuole) e la passione per il calcio, in un momento cruciale della sua carriera. Il protagonista maschile è il giornalista Hugo Sanchez Bottino, che per colpa della passione del padre si trova a dover portare il nome del più grande attaccante messicano degli anni Ottanta anche se non ama il calcio. Il cronista si districa tra eventi culturali che vedono partecipazioni ridotte, scrive articoli sulle pagine letterarie dell’Eco di Napoli, segue scrittrici alle prime armi. Non vado oltre con la trama, ricca di colpi di scena, incentrata su una storia d’amore complessa e sui possibili scenari che si aprono dopo una lite furibonda, portata avanti con dialoghi intensi e credibili come se fosse una sceneggiatura cinematografica. Le parti calcistiche della storia sono scritte con competenza, così come le sequenze ambientate nel mondo della letteratura - due passioni dell’autore - e l’uso della prima persona aiuta a immedesimarsi nella voce narrante, percorrendo insieme al protagonista le sue vicissitudini. Tra i personaggi di contorno incontriamo Luis Vinicio, ‘o lione dell’area di rigore, grande centravanti dell’Inter di Herrera e ottimo allenatore degli anni Ottanta, che Catanzaro conosce bene per aver scritto la sua autobiografia. Un romanzo che si legge con rapidità, scritto con stile fluido e scorrevole, fuori dalle mode, originale e vero, ambientato in una realtà contemporanea mai artefatta. Homo Scrivens è un buon editore partenopeo che pubblica solo dieci libri all’anno di narrativa, scelti con cura e passione. Paquito Catanzaro - giornalista culturale come il suo personaggio, noto per il blog Il lettore medio - è uno degli autori di punta; di lui consigliamo Due di picche (2020) e Otto e un quarto (2019), oltre al calcisticamente irrinunciabile Il Leone di Belo Horizonte (2021). Cominciate da L’aritmetica del noi, intanto. Non ve ne pentirete.

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Matthew McConaughey, "Greenlights"

17 Settembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #personaggi da conoscere, #cinema

 

 

 

 

Non mi interessano particolarmente le autobiografie, tantomeno di gente bella, ricca, famosa che, immagino io, non avrà granché da dirmi. Se non mi avessero messo la pulce nell'orecchio con i principi dello Stoicismo che il buon Matthew segue e applica, non avrei mai immaginato di leggerlo. E invece adesso lo sto pure consigliando. Trentacinque anni di aneddoti, sfide, cadute, attese, riflessioni e introspezione incollate da diverse foto dell'epoca e parecchi "adesivi da paraurti" come li chiama lui, cioè quei motti, frasi che contengono verità e consigli utili a vivere. Una vita trascorsa in una famiglia di sani valori cristiani anche se tra padre e madre ogni tanto il salotto buono si trasformava in un ring e i rituali di crescita avvenivano con risse degne di un saloon (per me le scene più esilaranti) ma anche una vita da bravo ragazzo americano fatta di pochi agi e molta azione. La filosofia dell'attore è semplice: la vita è come una mappa cittadina, piena di semafori rossi a cui DEVI fermarti. Chiamala pandemia, disoccupazione, lutto in famiglia, tutti noi abbiamo vissuto momenti, più o meno lunghi, in cui il traffico si è bloccato. Ma tutti i semafori rossi hanno un pregio: prima o poi diventano verdi. E la transizione avviene col tempo, che però, come ci insegnano i fisici, non è una costante, per cui se quello dell'orologio tarda troppo, possiamo noi ribaltare la situazione prima scorgendo il lato buono, rendendo l'attesa attiva (un po' come quando ascolti una musica o rifai mentalmente la lista della spesa in attesa che scatti il colore del via), creandoci degli obiettivi. Tutto ma NON vittimizzarci, compiangerci (piangere sì però), rimpiangere. L'attesa costruttiva fa sì che sia il bersaglio a colpire noi. Per cui desiderare in maniera sincera, ma soprattutto viaggiare, seguire l'istinto e l'intuito, provare, fallire, capire quando ci si sta allontanando da ciò che si è. Cercare di restare fedeli a noi stessi il più possibile, accettare quando ce ne allontaniamo, perdonarci, girare la barra di quanto basta e riprendere la via. Tutto qui? Sì, un tutto che però non è per nulla facile, richiede dedizione, umiltà, coraggio come lo stesso autore sottolinea. Ciò che ne viene è una vita degna di essere vissuta e raccontata anche nelle sue parti più meschine e luride, un viaggio gratificante di amore per sé stessi.

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Paolo Parrini, "Dentro tutte le cose c'è amore"

6 Settembre 2021 , Scritto da rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il nuovo libro di Paolo Parrini Dentro tutte le cose c'è amore” (Puntoacapo Editrice, 2021) racchiude la materia della memoria, tanto cara all'autore, il continuo stato di provvisorietà e di tumulto interiore alimentato dal senso d'inafferrabile malinconia offuscata tra le righe e nell'ombra dei versi. I testi orientano e governano i luoghi e gli odori collegati ai ricordi, i correlativi oggettivi della natura, l'aspetto somatico dei sentimenti, ispirando l'universale miracolo dell'amore, la declinazione poetica di ogni più viva felicità lungo il cammino delle relazioni umane, nell'intimità degli incontri, nell'essenza delle invocazioni, nell'obbedienza nobile all'ascolto di parole coniugate alla saggezza. Il poeta difende il limite degli scenari spontanei, impressi nelle sue poesie, contempla la devozione alle emozioni mediando l'arte elegiaca con la generosa comprensione degli accadimenti della realtà, decantando la fiducia in un sorriso, ritrovando gli accordi inespressi dell'immaginario sognato e desiderato. L'alchimia degli elementi esistenziali rende unica e indissolubile ogni corrispondenza altruista, trasforma il significato spirituale del tempo, intreccia il mantenimento benevolo nei legami, dilatando il confine di ogni spazio esiliato, la considerazione della coscienza, l'infinita osservazione della reciprocità. La poesia di Paolo Parrini, innamorata dell'attesa, realizza sapientemente la sostanza di ogni piccola, grande previsione empatica, districando la cifra del dolore nella premessa del sentire, modellando l'architettura intimista di ogni distacco nel risveglio della quotidianità, nella gioia di “un filo d'erba” nel paesaggio, rispettato come elemento di riflessione e di consolazione. La perseveranza e la fedeltà al proprio cuore scolpiscono la materia dell'autore, imprimono il suo punto di vista, ricavano l'umanissimo significato delle preghiere pagane rivolte alla vita, confermano l'alleanza con le dinamiche sensibili, mutando la desolazione di ogni sofferenza in risveglio caritatevole. Il poeta è testimone dell'influenza rigeneratrice della propria anima, preserva l'integrità delle espressioni nello stile evoluto in equilibrio con l'esigenza di un indirizzo purificatore, nella vocazione di una identificazione e di un confronto ricambiato con il lettore, dedicando alla purezza di ogni risorsa percettiva l'attraversamento di ogni avversità mediante l'amore. L'amore quindi come esortazione alla cura e all'evoluzione di sé, dono di attenzione profonda al proprio esistere, dialogo nelle azioni e dolcezza nei gesti, voce e silenzio. L'altruismo poetico di Paolo Parrini rafforza l'entusiasmo e la gratitudine, salvaguarda lo svolgersi coraggioso delle separazioni, ripara le offese, accresce la limpidezza della linfa vitale, genera l'identità delle proprie intuizioni. “Dentro tutte le cose c'è amore” è un benefico sortilegio d'amore, avvolge l'universo biografico in un'aura protettiva, disegna la prospettiva struggente della commozione, adattata nella resilienza dei conflitti, adegua la dimensione intima di ogni piccola morte alla rinascita di ogni inclinazione nostalgica, superando il vuoto delle solitudini, nel vero significato della speranza, nelle parole di Pablo Neruda: "Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

 

Non so se fu una corda

o tutte le morti che avevi già vissuto.

Forse morire è cosa leggera

quando si spegne il sole

in un sorriso stanco.

Ma certo resta dentro

un brivido tremendo,

un foglio di giornale portato via dal vento.

 

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La goccia

Scivolo dal cielo alla terra,

nata in un'immensa nube,

brividi nella caduta,

su questa terra dolorosa

e fragile muore il mio tempo breve.

 

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Frammenti siamo

d'uno stesso dolore,

la felicità ci appare a tratti.

Lampeggia.

Come un faro nel buio.

 

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In questa mattina

che si lamenta il cielo

e la pioggia ferisce il viso,

c'è un'armonia che splende

in quelle vecchie mani.

L'amore inciso

sulla polvere degli anni.

 

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Pietre su pietre

si sommano i giorni,

si sfrangiano ruote

sulla strada in salita.

Dov'era la notte

il buio si squarcia

in atomi di stelle.

 

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Su una piazza sconosciuta

hai scolpito cicatrici nuove

ora ti guardi indietro

per scoprire nei volti

un sorriso solo tuo.

 

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È quando il respiro si fa fondo

che il mondo tace e s'attarda

ad ascoltare da finestre

il limitare scosceso di parole

smesse, smania e alba.

E mi addolcisco anch'io.

 

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In una stanza a raccontare

l'amore che non torna,

tra i fumi della nebbia

e il rosso del vino

d'un dolore da curare.

 

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Sopra la mia strada

sei il sasso che rimbalza,

la provincia allegra, il ritorno

dal bosco alla sera. Altri

saranno i carnevali del tuo cuore

che il cielo chiude, in una morsa stretta.

 

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Tito Pioli, "Per dire sole dico Oggipolenta"

13 Agosto 2021 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

Tito Pioli

Per dire Sole dico Oggipolenta

 

collana «formelunghe»

 Del Vecchio Editore, Bracciano (Roma), 2021

 pp. 192

 € 18,00

 

 

Un romanzo coraggioso, dalla fantasia ica(u)stica, si spinge avanti in un futuro non lontano, per descrivere un’Italia allo sbando: infatti la nostra penisola, in preda a un’invasione economica “sferrata” dalla Cina, si crogiola suina in un’ignoranza dilagante che, pur vergognosa, è ormai assurta nella vita di tutti (giovani e adulti) a simbolo d’appartenenza nazionale e, dunque, a motivo d’orgoglio collettivo. Intanto la violenza si eleva, per vie telematiche, ad abitudine giornaliera, capace d’aizzare nell’animo d’ognuno gli istinti, per così dire, più distopici e deformi; ecco ad esempio che cosa ci racconta, in proposito, uno fra i personaggi femminili, più rappresentativi dell’intero libro: “[…] avevo creato un lavoro sulla morte, quello era il vero motore della società, mica l’amore mica le amicizie mica lo sport o i libri, la morte era il vero motore e quindi io Nicla ho cominciato facendo un sito con solo video di uomini squartati, di donne che si picchiano, di bambini picchiati, di incidenti mortali, di decapitati, fu un eccezionale successo e cominciavo a incassare con le pubblicità.

La pubblicità è il metro del successo.

Planetario”.

A combattere con tenacia e visionarietà estreme la cancerosa deriva –sia morale che intellettiva– del mondo e dell’umanità, è il protagonista Berto Pinto, un professore ribelle che, nel dipanarsi di pagine e capitoli, si muove di continuo fra rutilanti spunti o, meglio, sputi narrativi in faccia a un Paese che ha dimenticato la propria lingua, addirittura, e che riesce solo a scimmiottare, ormai, l’inglese abbaiante degl’innumerevoli brani rap in arrivo da oltreoceano. E se, in un simile scenario, l’unico “valore” superstite è il calcio di serie A, allora bisogna sfruttarlo opportunamente, questo “nobilissimo” ideale del pallone, per obbligare gli italiani ad acquisire una maggior consapevolezza di sé: “[Io Berto] ho incontrato l’imprenditore cinese Zhao Shuping perché […] un tempo gli avevo insegnato a parlare italiano e allora con lui abbiamo fatto una santa alleanza […] Così lui, che aveva quasi tutte le squadre di calcio italiano, ha detto: «Io ho una idea, io sono cinese, sono geniale come voi italiani», e ha detto: «Insegniamo allo stadio a parlare italiano agli italiani».

«Sì,» –ho detto io– «gli fai questo ricatto agli italiani: o imparate a parlare italiano […] oppure non vi faccio più vedere le partite» […] A San Siro è stato il debutto […] il grande imprenditore Zhao Shuping […] ha urlato alla folla: «Cari tifosi italiani, oggi prima lezione di italiano, saranno dieci lezioni in tutti gli stadi italiani e voi dovete rispondere urlando, se imparate, ancora calcio, se non imparate, calcio nel culo» […] O calcio o calcio nel culo era una scelta senza via d’uscita […] «Prima lezione,» –urlava Zhao Shuping– «aeroplano, si dice aeroplano…», e tutto lo stadio urlava: «Aeroplano, non aereoplano». […] La terza lezione la tenni io, […] ero felice al microfono, davanti a ottantamila studenti, non mi era mai capitato.

«Il congiuntivo. È importante che tu abbia superato l’esame e non: è importante che tu hai superato l’esame», e il popolo a gran voce rispondeva e urlava: «È importante che tu abbia superato l’esame», diamine, ora gli italiani sapevano il congiuntivo […]”.

E ricordare il proprio idioma naturale è sempre una cura formidabile e miracolosa: non per nulla è in grado di ridonare – con minuzia – identità e autocoscienza alla gente nel suo complesso come ai singoli individui, rendendo tutti meno vulnerabili alle storture assortite, e fra l’altro necrofile, della “ticnologia” moderna (sì, la stessa che ci sta pian piano deprivando – anche nella realtà, purtroppo – di ogni buona e proficua “inibizione” culturale o scolastica o spirituale e che ha dannosamente guarito, dal complesso “d’interiorità”, perfino gli artisti. Ma, per fortuna, non Tito Pioli).

 

Pietro Pancamo

(pietro.pancamo@alice.it; pipancam@tin.it)

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Valeria Biotti, "Frida Kahlo"

6 Agosto 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Valeria Biotti
Frida Kahlo
Diarkos, 2021

 Euro 17 - pag. 215

 

Valeria Biotti sceglie un modo originale per raccontare Frida e la sua arte, da giornalista ma pure da autrice teatrale, perché mette in scena la vita dell’artista come se fosse una sceneggiatura non consequenziale, tra salti temporali, ricordi, vita corrente, amori, dolori, passioni e capolavori artistici. Vive meno di cinquant’anni la messicana Frida, figlia della rivoluzione messicana, come amava dire, barando sulla data di nascita (1910 e non 1907)), donna rivoluzionaria e ribelle, innovatrice e anticonvenzionale, di grande talento e personalità, nonostante la malattia che l’accompagnò per la sua breve vita. Valeria Biotti mette in primo piano l’evento più importante che segnò i giorni della pittrice ribelle, quando Frida aveva solo otto anni: un grave incidente di autobus contro un tram, colonna vertebrale spezzata, collo del femore distrutto, costole in frantumi, non bastarono trenta operazioni per rimetterla in sesto. I dolori l’accompagnarono per tutta la vita, lei sfruttò l’immobilità forzata per leggere libri sul movimento comunista e per dipingere, affinando la sua arte e migliorando la sua cultura. Comunismo e pittura furono le cose più importanti della sua vita, oltre all’amore per il pittore Diego Rivera, che la protesse e la fece conoscere al grande pubblico, oltre a sposarla, cosa che non vietò a Frida di avere diverse storie extraconiugali (che il marito contraccambiava). Amanti famosi per Frida, come il poeta André Breton e il rivoluzionario russo Lev Trockij, come pare non mancassero le donne nella sua collezione di amori fedifraghi (Rosa Rolando, Chavela Vargas …). Frida non ebbe figli e fu il suo cruccio maggiore, lottò da femminista ante litteram per l’emancipazione; la sua vita intensa e la pittura intimista che raccontava i suoi dolori, al tempo stesso surrealista, pure se non voleva ammetterlo, hanno ispirato registi e scrittori, non ultima Valeria Biotti, che narra la vita dell’artista come se fosse un film. Un libro ottimo, diverso da tutti gli altri, che in appendice cita una corposa bibliografia dove poter attingere notizie ulteriori.

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Pierluigi Curcio, "Milone"

27 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Milone

Pierluigi Curcio

 

Amazon, 2021

pp 279

 

 

Pierluigi Curcio torna al romanzo storico, la sua specialità, con Milone, ambientato nel VI secolo a. c., fra Grecia e Magna Grecia. Milone di Kroton era un giovane lottatore, vincitore di molti giochi, fra i quali quelli olimpici. Bello, fortissimo, irruente, coraggioso, formidabile nella lotta, fu anche il condottiero che permise a Kroton, Crotone, di sconfiggere la rivale Sybaris. Genero di Pitagora, simpatizzante delle sue dottrine o, comunque, attratto nell’orbita del potente suocero, ne seguì gli insegnamenti e la politica e ne fu suo malgrado influenzato.

Il romanzo si basa molto sui dialoghi, non sempre però riusciti, non sempre scorrevoli o di immediata comprensione per l’avanzare della trama. Curcio riprende tutti gli eventi storici rielaborandoli in modo fedele ma personale. Ciò che costituisce l’attrattiva di questo testo è l’approfondimento della psicologia del protagonista.

Milone è un personaggio romantico, avvolto da un manto di malinconia e di furore a causa della perdita di Aura, l’amatissima prima moglie. Aura e Milone sono cresciuti insieme, condividono ideali e complicità, insieme all’irruenza profonda di un primo amore destinato a rimanere l’unico. Il giovane ama anche lo sport, non è immune dal fascino della vittoria olimpica, ma il suo sogno è vivere una vita serena accanto alla sua donna. Tuttavia il destino decreterà altrimenti. Aura gli verrà strappata, Milone troverà fama e gloria ma precipiterà in un gorgo di disperazione, autodistruzione e sete di vendetta.

Tutto ciò che farà sarà compiuto per colmare un vuoto incolmabile. A nulla varrà il suo diventare quasi un semidio, novello Heracles incarnato, a nulla varranno onori e vittorie se la vita che dovrà vivere andrà contro la sua stessa natura e volontà, se il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere lo strazierà fino al termine dei suoi giorni, fino a quando, vecchio e debole, sfiderà gli dei in un’ultima smargiassata che si concluderà nelle fauci di un lupo con lo stesso sguardo della morte.

Anche le vittorie sui sibariti, il suo diventare sacerdote di Hera e seguire le dottrine di Pitagora, padre della sua seconda – e detestata – moglie, saranno frutto del senso del dovere e del rispetto per Kroton, la sua città, la città di Aura e della giovinezza. Non saranno ideali o aspirazioni a guidarlo, ma il bisogno di fare ciò che va fatto e di espiare colpe e disonore, perché, a volte, la vita che vorremmo non è quella che il fato, o gli dei, prendendosi gioco di noi, ci riservano.

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"The Baron and The Harpsichord" di Guerrilla Metropolitana

21 Luglio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

 

Abbiamo deciso di non perderci neppure un video di questo intraprendente autore italiano che vive a Londra, perché i suoi lavori ci ricordano il passato, tempi eroici che ci vedevano impazzire per le sequenze più truci di un film di Joe D’Amato (penso a Buio omega e Antropophagus), per i film cannibalici di Lenzi (Cannibal ferox, Mangiati vivi!) e Deodato (Cannibal holocaust), per le frattaglie oltre ogni limite ammannite da cuochi non sopraffini (ma efficaci) come Mattei e Fragasso. Erano gli anni Settanta e Ottanta, eravamo molto più giovani, tanto tempo è passato, ci siamo trovati - per caso o per destino, non so - a scriver libri su vecchi ricordi, stupendoci che fossero quasi tutti giovani gli avidi lettori. Non solo, ci rendevamo conto che registi esordienti si gettavano nell’impresa di rinnovare la trasgressione perduta, quella che noi scrittori nostalgici, cercavamo di recuperare su carta, senza riuscirci. Guerrilla Metropolitana usa la macchina da presa, fa quasi tutto da solo, scrive e sceneggia, monta (con Peter Frank), fotografa, inventa, fa rivivere un passato che credevamo perduto. Il suo terzo lavoro è un cortometraggio horror sperimentale che il regista definisce girato in stile barocco, intitolato The Baron and The Harpsichord (Il Barone e il clavicembalo), spietato e senza redenzione, agghiacciante e crudele. Protagonista un ricco mad doctor - forse non è neppure un medico, è soltanto un pazzo, arrogante nella sua ricchezza esibita dal volante di un’auto di lusso - che rapisce soggetti deboli, handicappati, psichicamente labili, esegue esperimenti efferati, massacra, amputa parti vitali, uccide. Il forte ha la meglio sul debole, ancora una volta, sembra dire il regista. Come nei precedenti lavori, Guerrilla Metropolitana usa il genere, mostra gesta crudeli per compiere un discorso sociale, di taglio surrealista. Fotografia luminosa, come se fosse un quadro espressionista, effetti speciali crudeli, recitazione sopra le righe, sceneggiatura muta, che racconta con la forza delle immagini. Guerrilla Metropolitana realizza la sua storia con la collaborazione del montatore Peter Frank, entrambi sono attori in ruoli secondari del breve filmato, un vero e proprio apologo sulla crudeltà umana. Il regista confida: “Il mio film vuol essere scomodo e politicamente scorretto. Voglio raccontare storie di disfunzionalità sociale, sfruttando e manipolando le immagini per portare lo spettatore a conoscere realtà agghiaccianti che spesso vengono rimosse, se non del tutto ignorate, illudendoci che siano lontane dalla nostra vita quotidiana”. A mio parere ci riesce bene. Vi lascio il link al video per verificare.  

https://www.youtube.com/watch?v=actfIPfMC5Q

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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Paolo Seno, "Dove la sorte ti ha voluto chiamare"

17 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Dove la sorte ti ha voluto chiamare

Paolo Seno

 

Tralerighe Libri, 2020

pp 354

18,00

 

Saggio storico travestito da romanzo, che risente del difetto comune alla maggior parte della narrativa di questo genere, ovvero la didascalizzazione eccessiva dei dialoghi. Per il resto, un documento di notevole interesse atto a riannodare le vicende della Grande Guerra, non solo quelle note, fatte di trincee fangose e montagne innevate, ma la vita di tutti i giorni, i bombardamenti, l’esodo da Venezia, i profughi, le malefatte del generale Cadorna che usò migliaia di giovani italiani come carne da macello, mandandoli a morte certa e reprimendo qualsiasi timore o dissenso con l’immediata fucilazione.

Nel 1997 Paolo Seno acquista in un negozio di numismatica un pacco di quindici cartoline di uno sconosciuto soldato, Nino Astolfoni, sottotenente del 228° reggimento di fanteria. Un incontro casuale ma quasi predestinato, fatale.  Da sempre appassionato della prima guerra mondiale e incuriosito dall’ignoto ufficiale, l’autore approfondisce con accurati studi in archivio la biografia di questo personaggio e di alcuni suoi amici e commilitoni. S’imbatte poi nel pronipote di Nino, che oggi vive a Boston, e insieme a lui ricostruisce l’esistenza militare e borghese di questo sottotenente caduto come tanti sul Colombara.

Alto un metro e ottanta, non bello ma comunque piacente, Nino Astolfoni non era solo un soldato, ma anche un giornalista de La Gazzetta di Venezia, un giovane imbevuto di ideali repubblicani, una mente per certi versi controcorrente, un artista di talento che firmava i suoi disegni col nome “Ofi”. Disegnatore dal tratto preraffaellita, se non fosse morto avrebbe prodotto opere di pregio specialmente nel campo della grafica e dell’illustrazione, guarda caso il settore prediletto dall’autore. Sì, se non fosse morto in una guerra sciagurata, si sarebbe sposato, avrebbe avuto figli e nipoti, avrebbe contribuito al bene comune, così come tutti gli altri giovani di cui si narrano le vicende in questo libro, simile alla diaristica di guerra ma diverso per struttura e intenti.

Parte consistente, e affascinante, è occupata dalle descrizioni di Venezia, città natale dell’autore, con le sue atmosfere lagunari e i suoi sempiterni monumenti. E poi le montagne, il Colombara, i boschi, le malghe, i prati, la bellezza indifferente della natura a contrasto con l’orrore delle trincee, nelle lettere alla madre e alla sorella l’animo di poeta (oltre che di artista) di Nino sa coglierne tutta la magnificenza che quieta e pacifica lo spirito fra tanta desolazione. L’ultima lettera prima della morte in combattimento è la più struggente, velata di tristezza, forse presaga della tragedia. 

A narrare in prima persona è l’attendente di Nino, che ne ricorda con nostalgia il valore come ufficiale esploratore in avanscoperta, in pratica un “aspirante suicida” proprio malgrado. A lui fa da contraltare Ina, la sorella di Nino, che ne tratteggia l'aspetto umano e quotidiano. Non manca un tocco di rimpianto e romanticismo nella figura di Lina Rosso, pittrice e crocerossina, probabile “morosa” di Nino.

Un romanzo biografico per addetti ai lavori, per chi ama sviscerare un’epoca in ogni suo aspetto, non solo bellico, cercando anche di sfrondare gli eventi da certe sovrastrutture, da certi orpelli retorici prodotti dal successivo regime fascista.

Le lettere riportate nel testo risultano spesso più scorrevoli e coinvolgenti delle stesse parti romanzate, e la seconda porzione del testo, che se ne avvale a piene mani, è la più avvincente e schietta perché, se all’inizio si è letto con distacco si finisce poi per affezionarci a Nino, alla sua gioventù sprecata, alla sua fiducia, al suo senso del dovere, alla sua anima elegiaca che gli permetteva di ritagliarsi un’isola di buon umore e poesia pur nella violenza della guerra.

Alla fine, di là dal saggio storico e dalla diaristica, rimane un senso struggente di malinconia come se avessimo perduto qualcuno che ormai conosciamo bene.

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Natalia Guerrieri, "Non muoiono le api"

16 Luglio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Natalia Guerrieri
Non muoiono le api
Euro 14,90 – Pa. 464 - Moscabiancaedizioni

www.moscabiancaedizioni.it

 

 

Il romanzo di esordio di Natalia Guerrieri è una storia tra distopia e fantascienza, ambientata un mondo provato da pandemie, inquinamento e cambiamenti climatici, in cui le api sono quasi estinte. Un brano tratto da un testo che alterna dialoghi rapidi ed essenziali a parti molto lertterarie: Odio la capitale, con questi palazzi tutti uguali, colate di asfalto e cemento. Non c’è un albero. Mio padre aveva detto che il governo avrebbe costruito parchi e aree verdi. Io però vedo soltanto materia inorganica, che immagazzina e trasmette calore. Leggiamo dall’introduzione di Nicoletta Vallorani: “Nel mondo non troppo futuro di Non muoiono le api, Nuvola è l’entità padrona, che fornisce diagnosi mediche e scodella informazioni. La si usa per ordinare cibi, seguire lezioni, raccogliere dati, lavorare, convocare a riunioni, comprare qualunque cosa e partecipare a competizioni […]. È quietamente invasiva e impercettibilmente tiranna. Pilota tutto, ma con strategie invisibili. Rende schiavi gli utenti, convincendoli di essere padroni”.  L’autrice si ispira alla realtà contemporanea, ai momenti vissuti durante la pandemia e racconta un mondo (non troppo lontano dal nostro) dove gli uomini hanno quasi dimenticato la guerra ma anche il valore del contatto: ogni sapere è accessibile online ma il rapporto con l’esterno, sempre più ostile, è limitato. Nonostante ciò, molti vivono nel privilegio del benessere economico e di una relativa sicurezza personale che anestetizza le coscienze. Non muoiono le api è un romanzo a tre voci: quella di Anna e della sua giovane figlia Andrea, che vivono in una bella casa col giardino visitato dalle poche api superstiti, e quella dell’aspirante giornalista Leonard. La loro bolla di serenità scoppia quando, all’improvviso, un nemico sconosciuto si rivela con un attacco hacker che getta nel pericolo l’intero Paese. La popolazione adulta viene coinvolta in un misterioso conflitto: madre e figlia vengono separate - Anna finisce reclutata in un centro di mobilitazione per entrare nell’esercito e Andrea è costretta a lasciare la casa e nascondersi con la nonna - mentre Leonard scoprirà a proprie spese il vero significato della conoscenza. Un romanzo che affronta temi attuali come il capitalismo imperante, l’emergenza salute e clima, la perdita del contatto umano e della memoria storica, il dramma dell’immigrazione e della disparità sociale. Un esordio narrativo che promette bene per una scrittrice (buon per lei) nata nel 1991, buona conoscitrice del mondo in cui vive, soprattutto capace di raccontarlo con abilità e destrezza.  (Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi).

 

 

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Leonardo Manetti, "Il poeta contadino"

6 Luglio 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il poeta contadino di Leonardo Manetti (Nulla die Edizioni, 2021) è un’opera poetica impressionista, delinea il tenero equilibrio delle pennellate di un paesaggio interiore, nel quadro delle stagioni vitali, segna il valore dell’ospitalità congedando una familiarità di sentimenti e un lirismo puro, autentico. I versi fendono il terreno della vita, proiettano la radice delle passioni, colgono la distesa interiore del tempo, conservano l’integra natura della sincerità riempiendo di bellezza e di spontaneità il calice dello spirito e del suo territorio. Il poeta ricerca il dettaglio evocativo della sua terra, descrive la schiettezza delle emozioni coltivando gli aromi tenaci delle parole e i sapori immutabili delle sensazioni. Leonardo Manetti pone il suo sguardo sulla vivacità e sul calore di ogni gesto quotidiano, osservando la continua partecipazione comunicativa dell’uomo con la forza generatrice, delineando una vera e propria geografia del cuore, distribuendo ogni risorsa nostalgica nella strada dell’armonia, nell’intima unione degli scenari magici dell’esistenza contadina. La tradizione del poeta contadino rivive nella testimonianza dell’autobiografia, distilla la fedeltà dell’amore, rende omaggio alla confidenza dell’ambiente in cui è nata, coniuga il connubio fra la forza espressiva della vocazione, la creatività e il lavoro dell’uomo. La vitalità dei testi incarna l’energia dell’immaginazione, rivela l’origine della necessità umana alla comprensione, relaziona il codice della riflessione alla delicatezza dei pensieri. Leonardo Manetti ascolta il carattere conviviale dei desideri, la semplicità dei sogni e la ricchezza della speranza, osserva i filari del silenzio, respira il vento, guarda con attenzione e dedizione al mondo intorno a lui oltre ogni orizzonte d’infinito. La poesia è un inno alla spontaneità, una voce modulata sull’ispirazione suggestiva della realtà, esalta il temperamento esclusivo della sfera affettiva, sorprendendo l’istinto estetico di ogni miracolo umano. Il poeta coglie con coraggio la facoltà celebrativa dei luoghi, idealizza la percezione dei quieti colori della natura, esorta l’umanità a interrogarsi sul senso provvisorio dell’esistenza, ad abbracciare l’essenza dei valori espansivi e genuini degli uomini, diffondendo il germoglio delle parole e le promesse ampie e ininterrotte, in direzione di un vento propizio di libertà. Coltiva gli elementi nutritivi del sogno, invita a sostenere una memoria integra, istintiva, a valutare la circostanza favorevole della serenità e della innocenza esistenziale. “Il poeta contadino” è un viaggio nelle radici, compiuto per fendere i crinali della Toscana, nell’entroterra dell’anima, nella vicinanza congiunta al dono dell’emotività attraverso i dialoghi con i ricordi, amplifica il panorama lirico della sensibilità, riflettendo negli occhi degli altri il limpido conforto a un’elegia che suggerisce l’ebbrezza di felicità, adagiata sul fondo di una lunga giornata riflessa nell’arcobaleno.

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Fermarsi

 

Sento il mio respiro,

leggero è il mio corpo,

imparo a decifrarlo,

a distinguerne i suoni incantanti.

 

Un fiore mi saluta,

dondola nel vento,

lieve il suo fruscio

accarezza la mia pelle.

 

Un albero mi guarda

sembra dirmi qualcosa,

protegge il mio sorriso

mentre racconta la sua storia.

 

Ogni cosa è così bella,

basta avere la pazienza

di fermarsi e osservare,

di fermarsi e ascoltare.

 

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La poesia è

 

Poesia è l’odore dell’erba tagliata.

Poesia è la farfalla che si posa su un fiore.

Poesia è il sorriso di una persona cara.

Poesia è lo sguardo tra due innamorati.

 

Poesia è fare la maglia accanto a un camino acceso.

Poesia è sentire il risveglio della natura.

Poesia è vedere lo scorrere delle stagioni.

Poesia è cogliere la bellezza di ogni istante.

 

Poesia è leggere le tue parole.

Poesia è osservare le montagne con i tuoi occhi.

Poesia è pensarti qui mentre sei lontana.

Poesia è ascoltare il battito del mio cuore per te.

 

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Semino parole

 

Domande prive di risposte,

frasi piene di interrogativi,

affermazioni senza punti esclamativi,

solo con puntini di sospensione.

 

Coltivo campi di parole

seminando lettere d’amore,

forse di cento semi

almeno uno diventerà pianta!

 

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Debolezze

 

Non sfogo quanto mi deprime,

modesto nelle mie possibilità,

schivo nel parlare,

punisco le mie fragilità.

Pieno di forza e potenza,

misero di perdoni e accettazioni,

cerco me stesso

amandomi nelle deficienze.

 

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Ti cerco

 

Cerco mongolfiere

per volare

e averti vicino

tra le stelle.

 

La luce espande

la tua vita,

e io ti guardo

nell’infinito.

 

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Dissesti

 

L’acqua che scorre

ha la memoria nelle sue gocce,

è come se fosse un ponte

tra l’uomo e la natura,

e il fiume avanza inesorabile

in un letto senza casa.

 

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Ti sogno, Primavera

 

Tu sei una spiga di grano

che sorge all’alba.

Tu sei un fiore di ciliegio

che cade al tramonto.

Sogno il tuo frutto maturo

tutto il giorno,

vedo acerba la tua frutta.

nel buio della notte.

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