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recensioni

Mariolina Riggi, "La lunga notte dell'anima"

9 Agosto 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Mariolina Riggi

La lunga notte dell’anima

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Mariolina Riggi è nata a San Cataldo (CL) dove attualmente vive. Laureata in materie umanistiche, ha lavorato presso l’amministrazione del suo comune occupandosi dei servizi culturali e della biblioteca con mansione di vicedirettore e poi direttore.

Appassionata di teatro, ha partecipato per circa un ventennio (dalla fine degli anni sessanta fino alla fine degli anni novanta) alle rappresentazioni a tema religioso della Settimana Santa Sancataldese nel ruolo di Maria.

Solo in tarda età ha iniziato a scrivere poesie e a partecipare a concorsi letterari con lusinghieri risultati

La lunga notte dell’anima è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che presenta una prefazione di Maria Sedita Migliore, un’introduzione a cura della stessa Autrice e una postfazione di Enzo Concardi.

La notte effettivamente è qualcosa che quotidianamente deve essere attraversato con il sonno e se non si sogna è simile alla morte e molti poeti hanno trattato nel loro lavoro questo argomento.

Ma c’è anche una valenza positiva della notte se è vero che la notte porta consiglio e come ha scritto Mario Luzi “la notte lava la mente”.

Notte è anche tenebra, ombra in contrapposizione alla luce, simbolo di vita e gioia; tuttavia nel Salmo 90 biblico, La protezione divina, che è una vera preghiera, è scritto: “Chi abita al riparo dell’Altissimo/ passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente”.

Quanto suddetto si collega con l’altro Salmo: “getta tutto su Dio e Lui ti sosterrà” e con quello: “Il Signore è alla mia destra e anche il mio corpo riposa al sicuro” a suggello della vittoria di Dio, dell’Essere e della Fede che è per San Paolo certezza della speranza.

La lunga notte dell’anima è la vita stessa, esistenza che si fa sempre più difficile nel suo arco temporale ma che con la Fede stessa può essere felice nonostante il male e il dolore perché come sempre nel ciclo dell’eterno ritorno avviene l’entrata in scena della luce, sia quella del sole, della luna o delle stelle a illuminare il cammino e i desideri degli uomini.

Non a caso scrive la poetessa di avere raccontato la sua notte buia in cui rischiamo di perderci, quando ad un certo punto della nostra vita dobbiamo fare i conti con i nostri fallimenti come in una selva oscura dantesca e fronteggiare le tre bestie: lussuria, superbia e avarizia. Aggiunge la Riggi che le tre bestie si possono vincere con le armi della bellezza risanatrice, cui fanno riferimento l’Etica e l’Estetica e che poi, con un’immagine molto bella si deve avere il coraggio di ricominciare supportati dalle virtù dalla speranza, la fede e l’amore.

Leggiamo la poesia eponima: “Lunga è la notte/ per l’anima che brancola nel buio,/ nella speranza di vedere spuntare l’alba.// Inquieta e trepidante nell’attesa,/ come candela nell’angolo di casa,/ dalla fiammella incerta e tremolante.// Unica luce di questa notte fonda,/ che alza il suo bagliore verso l’alto,/ verso quel cielo,/ quell’infinito intriso di mistero,/ in cerca di risposte confortanti.// E muta la parola nell’attesa/ in questa notte che non ha mai fine,/ spiando l’alba chiara del mattino/ che lentamente avanza su nel cielo,/ a dissolvere le tenebre notturne/ come l’amore dissolve la paura”… E “l’amore vince tutto” come ha scritto Virgilio, considerato poeta precristiano.

       Raffaele Piazza

Mariolina Riggi, La lunga notte dell’anima, prefazione di Marisa Sedita Migliore, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.84, isbn 979-12-81351-87-5.

 

 

      

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Angela Ragozzino, "Luce che resta - Ti cerco nei giorni"

8 Agosto 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia, #arte, #fotografia

 

 

 

 

 

 

Luce che resta – Ti cerco nei giorni

Angela Ragozzino

illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Fabio Recchia, Giovanni Conservo, Gustavo Delugan

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

È una soglia silenziosa che ogni libro di poesia attraversa prima di diventare dono: è la soglia della memoria. Luce che resta, ti cerco nei giorni nasce esattamente lì, nel punto in cui la parola non è più soltanto espressione, ma diventa gesto di cura, di fedeltà, di presenza. Con questo nuovo volume, Angela Ragozzino prosegue il suo cammino poetico all’interno della collana Parallelismo delle Arti, dopo Il colore dei ricordi (2022), Voci d’anima, d’arte e di natura (2023) e C’è ancora speranza (2025), e lo fa con un’intensità nuova, più raccolta, più verticale, segnata dal lutto e dalla gratitudine, dalla perdita e dalla luce che continua a filtrare.

La poesia di Angela Ragozzino  è sempre stata un luogo di ascolto: della natura, dei moti interiori, delle stagioni dell’anima. In questo libro, però, l’ascolto si fa più profondo, più intimo, perché rivolto a due presenze che non ci sono più e che pure continuano a vivere nella trama dei giorni: la madre Rosalba e l’amica Onorina. Il volume è dedicato a loro, e a loro è affidata la luce che resta, quella che non si spegne, quella che accompagna.

 

La voce e la visione: il Parallelismo delle Arti

Come nella tradizione della collana, la parola poetica dialoga con le opere d’arte: fotografie, sculture, dipinti diventano compagni di viaggio, specchi, risonanze. Il Parallelismo delle Arti non è un semplice accostamento estetico, ma un principio di lettura: la poesia illumina l’immagine, l’immagine approfondisce la poesia. Così il Mamma che non c’è di Gustavo Delugan, con le sue linee essenziali e il rosso che brucia, amplifica la lirica dedicata alla maternità negata; il Mater Panis dello stesso artista trasforma la meditazione sulla vita che nasce e risorge in un simbolo universale; le fotografie di Benedetto Scaravilli, Enrico Raimondo, Marica Raucci ed Elena Caruso accompagnano le stagioni interiori dell’autrice, come finestre aperte sul mondo naturale che tanto la ispira.

La poesia di Angela Ragozzino, già definita da Enzo Concardi come dotata di un “lirismo della natura” che richiama gli idilli leopardiani, trova qui una nuova dimensione: la natura non è più soltanto scenario, ma interlocutrice. È la rondine che torna e non trova il nido; è il mare di papaveri che ondeggia come un ricordo d’infanzia; è la rosa d’inverno che sboccia come promessa; è il raggio di luce che squarcia le nuvole e diventa segno di speranza. La natura accompagna il lutto, lo sostiene, lo trasfigura.

 

Il tema della perdita: una poesia che custodisce

Molte liriche del volume sono attraversate da un dolore composto, mai gridato, sempre affidato alla delicatezza delle immagini. In Tutto è silenzio, lo sguardo dell’autrice torna ai luoghi della madre: «E lo sguardo va dove sedevi Tu». In L’ultima estate, la malattia e il declino diventano un cammino condiviso, un ultimo tratto di strada percorso insieme. In Buon viaggio… Mamma! la stagione che scivola via coincide con la fine di una vita amata: «Scivola via l’estate… e son giorni di sole, e son giorni di nuvole grigie».

La poesia dedicata a Onorina è un commiato tenero, luminoso, fatto di ricordi estivi, di mare, di sorrisi: un’amicizia che ha reso meno solitarie le estati dell’autrice e che ora continua a vivere nella parola.

 

La natura come interlocutrice dell’anima

La natura, da sempre presente nella poesia di Angela Ragozzino, assume qui un ruolo nuovo: non è più soltanto scenario, ma interlocutrice. È la rondine che torna e non trova il nido; è il mare di papaveri che ondeggia come un ricordo d’infanzia; è la rosa d’inverno che sboccia come promessa; è il raggio di luce che squarcia le nuvole e diventa segno di speranza.

La natura accompagna il lutto, lo sostiene, lo trasfigura. È un ponte tra ciò che è stato e ciò che continua a essere. È la voce che consola, la presenza che non abbandona.

 

La luce come destino

Il titolo del volume è la sua chiave interpretativa: la luce che resta è ciò che sopravvive alla perdita, ciò che continua a guidare, ciò che non si spegne. La luce è presenza, è memoria, è fede. È la scintilla che «oggi brilla per me» (La scintilla), è la stella che «brilla solo per me» (Una stella per me), è il raggio che «riscalda il mio cuore» (Un raggio di luce).

In questo senso, la poesia di Angela Ragozzino si colloca nella tradizione di una lirica che non teme la semplicità, che non cerca artifici, che parla con immediatezza e sincerità. Come ha scritto Marcella Mellea, è una poesia «che va diritta al cuore e lo fa vibrare». E come ha osservato Nazario Pardini, è una poesia che custodisce «un legame atavico e un affetto tenace e profondo», soprattutto quando si tratta della figura materna.

 

Una poesia che diventa testimonianza

Il volume non è soltanto un omaggio affettivo: è anche un documento umano. Raccoglie stagioni, paesaggi, memorie familiari, tradizioni della terra capuana, figure del passato, momenti di vita quotidiana. È un libro che attraversa l’anno, dalla primavera delle rondini all’inverno delle nebbie, e che trasforma il tempo in un percorso spirituale.

La presenza degli artisti – Delugan, Conservo, Tessarolo, Iervolino, Scaravilli, Raimondo, Raucci, Recchia – arricchisce ulteriormente il volume, rendendolo un’opera corale, un dialogo di linguaggi che si incontrano nella stessa tensione verso la luce.

 

Conclusione

Luce che resta, ti cerco nei giorni è un libro che nasce dal dolore ma non vi si arrende. È un libro che cerca, che ricorda, che ringrazia. È un libro che custodisce la vita attraverso la poesia e l’arte, e che affida alla parola il compito di mantenere viva la presenza di chi non c’è più.

Angela Ragozzino conferma, con questa nuova raccolta, la sua voce limpida, essenziale, profondamente umana. Una voce che sa trasformare la memoria in luce, e la luce in cammino. Un cammino che questo volume, nella sua unità di poesia e arte, consegna ai lettori come testimonianza, come dono, come eredità.

La poesia diventa così un ponte verso il divino: non un divino astratto, lontano, irraggiungibile, ma un divino che si manifesta nella luce che filtra tra le nuvole, nel volo di una rondine, nel mare di papaveri, nel silenzio di una stanza che custodisce un’assenza. È un divino che si fa presenza discreta, che accompagna, che veglia, che consola.

E diventa anche un ponte verso chi non c’è più: verso la madre, verso l’amica, verso tutte le figure che hanno segnato la vita dell’autrice e che ora vivono nella dimensione della memoria e dello spirito. La poesia permette di continuare a parlare con loro, di ascoltarle, di sentirle vicine. Permette di trasformare la mancanza in presenza, il dolore in luce, la fine in continuità. In questo senso, Luce che resta, ti cerco nei giorni non è soltanto un libro: è un luogo. Un luogo in cui la parola diventa casa, rifugio, preghiera. Un luogo in cui la poesia si fa strumento di vita nuova, di comunione, di rinascita. Un luogo in cui la luce non si spegne, ma resta.

Michele Miano

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle “cose antiche”, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato varie raccolte di poesie.

 

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Angela Ragozzino, Luce che resta – Ti cerco nei giorni, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 80, isbn 979-12-81351-96-7.

 

 

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Vincenzo Zonno, "Un gatto a tre teste"

30 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Un gatto a tre teste

Vincenzo Zonno

Vocifuoriscena, 2026

 

La lince, il leopardo e il gatto. Tre felini che ci accompagnano nel mondo onirico di Vincenzo Zonno, che si fa vieppiù complicato man mano che ci addentriamo nella sua produzione, anno dopo anno.

I suoi romanzi diventano sempre meno narrativi, sempre più slegati, surreali, fra de Chirico e Borges. Per molti questo è un vantaggio, io non ne sono altrettanto sicura, e mi dispiace che il talento narrativo di Zonno non sia applicato a una scrittura più tradizionale.

L’immagine finale del protagonista in groppa a un maiale mi ha ricordato il Peer Gynt di Ibsen in una riduzione per ragazzi che ho letto da bambina, tanto per far capire il grado di irrealtà della storia.

Il protagonista si risveglia spesso in luoghi che non sapeva di aver raggiunto, per motivi che non ricorda. Scopriremo poi che fa uso di droghe. Insegue per tutto il romanzo (ma è un romanzo?) figure femminili molto amate che poi lo abbandonano.

Una pletora di personaggi bizzarri, di cui mi riesce difficile ricostruire significato, azioni e necessità nella “non-trama”. Di reale forse c’è il senso dell’amore perduto e l’affetto incondizionato per un gatto che, purtroppo, è destinato a morire.

Ogni capitolo è  un racconto a sé stante, come uno degli incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un libro, Un gatto a tre teste, di cui si può dire tutto, perché tanto tutto va bene.

Frammentato per indicare la scissione dell’anima umana?

Incomprensibile come la vita?

Irreale come i sogni di Calderón de la Barca?

Sapete, io non credo che una narrativa di questo genere punti a suscitare domande nel lettore. Perché le risposte non ci sarebbero comunque. Credo piuttosto che si autocompiaccia del puro narrare, del cucire le toppe di un disegno patchwork fatto di vecchi racconti, di appunti, di brani di diario, ma forse è solo una mia illazione.

Ammetto che certe ambientazioni siano suggestive. Come la casa con la finestra affacciata sull’interno della chiesa. Può essere uscita da un sogno dell’autore, dall’incipit di un altro romanzo, o da un racconto a parte, ma ha un suo fascino arcano.

Lo stesso dicasi per il cimitero dei clown. Zonno ci ha abituato a queste atmosfere circensi, ai pagliacci inquietanti come Pennywise o malinconici come Pierrot.

E poi foreste, città, affreschi che compaiono sul soffitto e predicono il futuro.

Insomma, Zonno o lo accetti com’è, con la sua bella scrittura e il suo significato indecifrabile, oppure lo rifiuti. Io, per questa volta, rimango fuori dal suo inarrestabile flusso di coscienza

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Pietro Nigro, "Dall'Idea all'Essere"

29 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Dall’Idea all’Essere. L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Non esiterei a definire questo breve trattato filosofico di Pietro Nigro - portante il titolo Dall’Idea all’Essere - come un tentativo utopistico di trarre la filosofia dalle secche nelle quali si è arenata, soprattutto dopo l’avvento delle scoperte della fisica quantistica riguardo i concetti di energia e di multi-universo. Il primo punto interessante di tale ipotesi si trova immediatamente nel sottotitolo del libro, che recita: L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere, dove risulta evidente l’operazione culturale tesa a unificare concezioni antiche e moderne, mediante interpretazioni diverse da quelle solidificate nei secoli dalla tradizionale Metafisica.

Ciò inizia ad essere sviluppato nel I capitolo, che l’autore chiama Il terzo luogo, ovvero una realtà a noi sconosciuta ma possibile in una visione prospettica: «La filosofia non ha preso in considerazione che oltre all’immanente e al trascendente potrebbe esserci una ‘civiltà avanzata’, il terzo luogo, che noi chiamiamo mistero: il dio ignoto. La filosofia ha affrontato concetti che vanno oltre l’immanente e il trascendente ed ha esplorato la natura del mistero e dell’ignoto anche se non sempre con la terminologia di dio sconosciuto o di civiltà avanzata. Alcune correnti filosofiche: la mistica, l’esistenzialismo e la filosofia del limite, hanno cercato di comprendere ciò che sfuggiva alla ragione e all’esperienza umana, pervenendo a concetti come l’inspiegabile, l’inconoscibile, il divino. Da sempre la filosofia ha riconosciuto i limiti della ragione umana e del linguaggio. Ma ciò che la nostra mente non è stata in grado di comprendere razionalmente e quindi di esprimere, ha preso il nome di ‘mistero’».

Abbiamo riportato per intero l’incipit del I capitolo poiché lo riteniamo nodale per gli sviluppi successivi della visione di Nigro: intanto dimostra il suo interesse per i fenomeni dell’irrazionale (o come li si voglia nominare) e giustifica anche la premessa del libro dedicata alle divinità egizie, in particolare ad Aton che, secondo l’autore, si manifestò sul Monte Sinai a Mosè col nome di «Io sono Colui che sono». Il nome di Aton sarebbe stato poi mutato in Dio e, mentre Aton venne dimenticato, tant’è vero che fallì il tentativo di introdurre in Egitto il monoteismo, altro destino ebbe il monoteismo di Mosè, giunto sino a noi e comunque anch’esso portatore del concetto di un Deus absconditus.

Nella prosecuzione del I capitolo Nigro passa in rassegna alcuni pensatori in relazione sempre alle dimensioni del mistero, «il terzo luogo», con certe digressioni interessanti. «Inconoscibile» fu la definizione di Ludwig Wittgenstein del limite riconosciuto alla ragione umana. Così Albert Camus e Jean-Paul Sartre si sono interessati del non-senso e dell’assurdo, oltre le spiegazioni della trascendenza e delle religioni. Anche Karl Jaspers ha scritto circa la filosofia del limite su problematiche come il mistero ultimo della realtà, dell’esistenza e della morte.

Con un salto indietro nella storia della filosofia, l’autore sostiene che già Aristotele aveva postulato un Essere in divenire, un Essere che si trasforma, per cui egli dimostra che anche oggi i principi filosofici classici possono costituire un valido strumento a sostegno della possibilità de «il terzo luogo». Verso la fine del capitolo Nigro ci sorprende ancora, associando in un certo tal modo la triade hegeliana (tesi-sintesi-antitesi) alla conoscenza della Verità: secondo lui «in tal modo viene raggiunto un livello superiore» e quindi un giorno la conosceremo. Poi prosegue: «Questo processo continua fino a determinare e realizzare la famosa frase di Gesù agli apostoli: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma per ora non sono alla vostra portata”». Ma il suo ragionamento si ferma qui e non riusciamo a capire se «il Regno dei Cieli» di Gesù possa essere identificato con il suo «terzo luogo». Nel discorso sulla filosofia l’autore attribuisce al pensiero umano un compito trasformativo, associandosi così all’undicesima Tesi su Feuerbach di Karl Marx (non citato): «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di cambiarlo».

Dopo l’incipit del I capitolo un altro punto nodale delle teorie di Pietro Nigro lo possiamo individuare più avanti, nel corso del II capitolo, che infatti sintetizza nel titolo gli argomenti trattati: Essere, divenire ed Energia: sintesi ontologica da Parmenide alla fisica contemporanea. Anche qui, come nel caso de «il terzo luogo», è opportuno citare la partenza dei suoi ragionamenti, che anticipa tutto il senso di essi: «La filosofia occidentale nasce da una tensione: da un lato l’idea che la realtà sia stabile, immutabile, eterna; dall’altro la percezione che tutto scorra, cambi, si trasformi. Parmenide ed Eraclito incarnano questa polarità. Per secoli la loro contrapposizione è stata interpretata come un conflitto insanabile: l’Essere contro il divenire, la permanenza contro il mutamento. Eppure, questa lettura dicotomica è figlia di un’epoca in cui la conoscenza era frammentata. Oggi, grazie alla fisica contemporanea, disponiamo di un concetto - l’energia - che permette di ripensare radicalmente il rapporto tra ciò che permane e ciò che cambia. Parmenide ed Eraclito non sono due visioni opposte, ma due descrizioni complementari della stessa realtà. L’Essere è la struttura energetica fondamentale dell’esistenza; il divenire è la trasformazione di tale energia». Egli ci informa che questa tesi ha trovato larghi apparentamenti in taluni filosofi come Spinoza, Bergson, Whithead, Severino, aprendo così la strada a quella che lui chiama la «metafisica dell’energia». […].

Enzo Concardi

 

Pietro Nigro, Dall’Idea all’Essere. L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-95-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA, II edizione

28 Luglio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA, II edizione

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Wanda Lombardi, scrittrice e poetessa è nata e vive a Morcone (Benevento), pittoresca cittadella dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Ha partecipato a concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Fa parte di Accademie e Associazioni Culturali. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia e volumi di narrativa e prosa e di teatro.

Preliminarmente è doveroso, considerata l’essenza del lavoro che prendiamo in considerazione in questa sede, affermare che il ruolo della critica letteraria è centrale e fondante per sugellare l’attività di ogni poeta nel panorama letterario odierno come nei tempi passati.

I giudizi su ogni singolo autore servono per determinarne l’identità e per inquadrarlo nel sistema e a questo proposito vanno incluse nel discorso le antologie nelle quali il poeta stesso è incluso e i premi vinti nei numerosi concorsi del circuito nazionali e internazionali.

Nel caso di Wanda Lombardi è significativa l’attenzione che la critica letteraria le ha riservato, tant’è che il volume oggetto di analisi in questa sede è già alla seconda edizione.

In Wanda Lombardi poesia e vita sono connesse in maniera strettissima e in questo binomio indissolubile l’autrice trova una forza potente per affermarsi nel panorama letterario anche per l’originalità della sua voce poetante.

Il volume è introdotto da una presentazione di Maria Rizzi centrata e ricca di acribia e la stessa Rizzi, rispetto al tema suddetto trattato e cioè quello del desiderio della poetessa di essere ricordata dai posteri, mette in rilievo che le opere della stessa Wanda sono state inserite presso biblioteche locali, nazionali e accademiche, a disposizione degli studenti, realizzando il suo desiderio di lasciare un tesoro non solo morale alle nuove generazioni.

A questo proposito viene in mente la metafora della poesia in bottiglia gettata nell’Oceano per approdare secondo una finalità misteriosa ad un lettore non casuale che ne possa trarre un segno del destino da leggere anche mel nome di colui che ha firmato sul foglietto la poesia stessa.

Riportiamo ora, a titolo esemplificativo, alcune poesie della Nostra tratte dal volume Araba fenice del 2025: «Il ricordo di giovani giorni/ tra tormenti taciuti/ e speranze arrugginite/ ha percorso l’intima fragilità/ del mio essere/ raggomitolato qual riccio/ e ad aculei vecchi congiunto/ per evitarne di nuovi/ più grossi a ferire./ Ho perso il conto degli anni vissuti/ nell’ombra, dei brandelli di sogni/ scappati col vento, e le paure, i silenzi/ strappavano lembi di volontà/ qual fogli macchiati./ Una strada era preclusa,/ lacerata contro le pareti dell’illusione/ e di nero tinteggiavano i muri/ le ore infiacchite/ qual candele consunte a contorcersi…» (Sogni nel vento).

Nella suddetta composizione è detto tout-court il dolore dell’io poetante attraverso immagini icastiche, in modo lucido, ma è un dolore sublimato e controllato nonché salvifico perché il solo fatto di scrivere fa bene e dicendo il peggio possibile con urgenza si può trovare pace come catarsi e non come sfogo.

E non a caso in altre poesie l’autrice si apre alla speranza e questo avviene spesso quando si affida e si rivolge con Fede al Signore Dio. «Dalla tua eterna, sublime dimora/ veglia su di noi, Signore,/ accendi la gioia nei cuori,/ allontana l’odio, la prepotenza,/ i rancori,/ guida l’uomo alla giustizia,/ rinvigorisci la fratellanza,/ a tutti concedi l’umiltà./ Dai pace ai popoli dell’Est… » (Per un futuro migliore).

In Musa, leggiamo: «Attingerò alla tua fonte, Musa,/ per trovare parole di seta/ e ricamare giorni grigi di sole./ Non abbandonarmi al buio destino/ che vide i migliori anni/ nel nulla rotolare/ e il cuore far naufragio/ in porti sconosciuti./ Riempi di luce la mia anima/ affinché io possa d’avorio/ vestire il mio canto/ e a te giungere con ali d’ippogrifo/ la tua voce per un attimo sia mia/ per cantare la bellezza del Creato/ e un senso dare alla malferma vita/ or che persi per sempre sono i sogni»; versi in bilico tra gioia e dolore intensi e sentiti che sottendono proprio il senso del titolo del libro Araba fenice da intendere come la realizzazione di un senso della vita gioioso e fiducioso nonostante le difficoltà perché la fenice è immagine di un uccello-simbolo che nonostante l’annientamento rinasce sempre dalle sue ceneri così come la Lombardi vince il dolore con la scrittura poetica. Quindi la salvezza, la possibilità di essere felici abitando poeticamente la terra, è possibile gettando tutto su Dio e praticando la scrittura poetica che per Borges proviene da quello che i Greci chiamavano Musa e gli ebrei e i cristiani chiamano Spirito Santo e gli psicoanalisti denominano come inconscio.

Per quanto riguarda le tematiche dei dualismi gioia-dolore, luce e ombra, bene e male pare opportuno esaminare la prefazione di Guido Miano al volume di poesie Oltre il tempo, intitolata Le problematiche dell’essere in Wanda Lombardi e in Emile Verhaeren. Come scrive il Nostro la problematica esistenziale presenta numerose sfaccettature degli aspetti positivi come anche negativi. In sintesi nel parallelismo tra la Lombardi e il poeta belga vissuto tra l’Ottocento e il Novecento si coglie in entrambi come elemento salvifico e salutare la luce, come emanazione di Dio, come cosa utile per trovare redenzione, pace e felicità per vincere l’alienazione e il dolore illuminandosi di immenso per dirla con Ungaretti, luce come metafora dell’essere e del bene.

Del resto il tema della luce è centrale anche in un altro poeta non a caso cattolico come Mario Luzi. Complessivamente composita e profonda è la visione del mondo di Wanda Lombardi che si esprime mirabilmente nel suo poiein nella consapevolezza che esso sia sempre un canto salutare.

Raffaele Piazza

      

           AA. VV., La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 128, isbn 979-12-81351-91-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Alfred Van Vogt, "La città immortale"

21 Luglio 2026 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

La città immortale di Alfred Van Vogt, pubblicato per la prima volta nel 1963, è un libro di fantascienza edito da Urania. 

L'incipit è veramente suggestivo: Jim Pendrakeun maturo veterano di guerra, che vive isolato e in maniera semplice, fa un ritrovamento straordinario. Per puro caso trova incastrato nella terra un motore dalla potenza mai vista. Dopo alcuni giorni in cui l'uomo, pieno di curiosità e di ingegno, non ha esitato a studiare il materiale trovato, ecco che arriva la prima scoperta.  

L'apparecchio è in grado di sviluppare un campo di forze incredibile, tanto che il braccio di Pendrake, in parte amputato durante la guerra, riprende a crescere. Inoltre, l'uomo scopre di avere ora una forza inaudita, senz'altro dovuta alla sua vicinanza con il motore.  

Quell'apparecchio conferisce senso alla vita modesta e solitaria del veterano: "Ma ora ecco il motore, sul pavimento della sua stalla, al sicuro da qualsiasi scoperta, fatta eccezione per il suono che si sprigionava dal legno nel suo campo di forza. Ora sembrava strano come avesse funzionato la sua mente. La determinazione a trasportare segretamente il motore nel suo cottage era stata come scegliere la vita invece della morte, come raccogliere velocemente una banconota da cento dollari per terra in una strada deserta, un gesto così automatico da non aver bisogno di logica. Sembrava naturale come la vita stessa". 

Inevitabilmente, uno strumento così potente non può non essere oggetto di interesse da parte di cerchie molto potenti. Qui si respira una qualche atmosfera vagamente western quando l'uomo è avvicinato da elementi poco raccomandabili; diventa lui stesso un investigatore, cercando di capire quali scienziati siano autori di quel motore. Lentamente si scivola tra fantascienza e distopia, quando la trama si fa molto fitta. 

La moglie di Pendrake viene rapita e lui stesso finisce in un'altra dimensione, come brillante dipendente di un'azienda, ma senza ricordare nulla di sé a parte gli ultimissimi anni. Ora è lui oggetto di interesse per via delle sue facoltà divenute prodigiose; lo stesso Presidente degli Stati Uniti vuole ricevere una trasfusione del suo sangue perché così potrà ringiovanire e proseguire la sua carriera politica. Non mancano accenni alla guerra fredda, allo spionaggio e c'è perfino un lungo soggiorno forzato sulla Luna; là esiste una colonia segreta e il protagonista e la moglie sono di fatto prigionieri di un cinico autocrate di origine preistorica, in un contesto sociale unico. Risulta molto intrigante proprio la parte sulla vita nella colonia lunare, dove scienza, tecnocrazia ed elementi barbarici coesistono. 

Pendrake è tirato per la giacchetta da varie forze e cerca, nonostante nella sua testa realtà, incubo e allucinazioni siano difficili da distinguere, di agire in base a principi umani, senza abusare dei suoi eccezionali poteri. 

Se la prima parte mette curiosità, il proseguimento dell'opera è in parte meno brillante; tanti episodi, fatti e personaggi si sovrappongono e la matassa si ingarbuglia e non sempre i dialoghi aiutano a dipanarla. La spiegazione deriva anche dal fatto che il romanzo risulta dall'unione di tre diversi racconti.  

Comunque è un romanzo interessante che fa riflettere sulle pervasive armi tecnologiche e sui rischi del loro impiego a favore di piccole élite. 

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"L'Odissea" di Nolan, due parole.

20 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #cinema, #classici

 

 

 

 

Ovvia giù, due parole bisogna pur dirle sull’Odissea di Nolan.

Le  due parole sono: Bello e Però.

Bello.

Bello, non si può dire altro. Al termine la sala ha applaudito e io con loro, tutto sommato appagata. Un film di quelli che prima si chiamavano colossal, fatto bene, girato bene, recitato bene. Molta azione, molti effetti speciali, l’Odissea è stata fra i primi fantasy della letteratura: mostri, maelstrom, sirene, ciclopi.

Anche pathos, se vuoi. Argo che scodinzola prima di morire, la serva che riconosce la cicatrice del padrone, il porcaro cieco che si accorge del ritorno del re, un po’ di nodo alla gola te lo fanno venire.

E le citazioni letterarie. Ulisse che parte verso l’occidente come Frodo che salpa per i Porti Grigi. “The face that launched a thousand ships” di Marlowe. Ti fanno capire che “la morte della civiltà”, di cui si parla a proposito di Troia, è anche la morte dei nostri valori, di una cultura stratificata che, se non significa più nulla per la gente, allora sta davvero scomparendo.

Però.

Non lo so, mi viene un po’ in mente il mio stesso processo creativo quando a  volte si è inceppato, quando mi sono ritrovata a “fare il compito” in un romanzo storico. Ora devo scrivere la scena di Polifemo perché mi serve per il prosieguo della trama e sforzarmi di darle un’interpretazione personale. Ora devo introdurre Calipso per spiegare come Ulisse ha perso altri sette anni.

Scene bellissime, come il Cavallo di Troia e la battaglia con i Proci, si alternano a scene “compito” come Circe che trasforma gli uomini in maiali perché, a suo dire, lo sono già. Sembra quasi che certi incontri con le creature mitologiche fossero inevitabili ma non interessassero veramente il regista perché il cuore del film è un altro, più personale, più umano.

Idee woke ce ne sono, è vero, ma non danno troppo fastidio, fanno parte di quella rilettura moderna di ogni remake che si rispetti.

Come chiave macroscopica c’è il senso di colpa. L’uomo ingegnoso che vede le conseguenze del suo ingegno. L’intelligenza che non va di pari passo col bene, non sempre. I popoli del mare che hanno dimenticato la legge di Zeus, sono loro, gli Achei. E questo è chiaro fin dall’inizio, e ripetuto scena dopo scena, forse con troppa insistenza.

Mi è mancato un quid, piccolo, infinitesimale e che non so descrivere a parole, qualcosa che mi facesse dire “questo splendido film (perché lo è) era proprio necessario, non se ne poteva fare a meno, e da oggi in poi penserò all’Odissea come non ci avevo mai pensato prima”.

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Floriano Romboli, "Alla scuola degli antichi"

17 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #floriano romboli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Alla scuola degli antichi. La permanente attualità dei classici: Lucrezio, Sallustio, Cicerone, Machiavelli

Floriano Romboli

 Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Il toscano Floriano Romboli - appassionato studioso delle nostre lettere, oltre che del patrimonio culturale ellenico-latino e critico letterario a tutto campo - nella lodevole e condivisibile convinzione della permanente attualità dei classici, come recita il sottotitolo di quest’opera, continua nel suo paziente lavoro divulgativo che ci conduce Alla scuola degli antichi, ultima fatica di tutta una serie di saggi dedicati alla scoperta e all’approfondimento del pensiero di quegli autori considerati a torto superati, ma che in realtà presentano tuttora aspetti di sorprendente attualità tematica. I testi di Romboli, frutto di studi e documentazioni ineccepibili, dimostrano l’ipotesi di partenza, sorretti da una logica stringente che riesce a mettere in evidenza - anche attraverso linguaggio e traduzioni rigorose e allo stesso tempo comprensibili non solo agli addetti ai lavori - l’esattezza di quanto viene affermato. Inoltre non vi è in lui alcun spirito partigiano - nel quale è facile ricadere quando si tratta di ideologie e visioni del mondo - in quanto mostra anche le contraddizioni noetiche insite nei sistemi filosofici di pensatori da lui apprezzati.

I saggi che occupano queste pagine - sei complessivamente - si possono suddividere in due blocchi: il primo raccoglie il pensiero di Lucrezio, Sallustio, Cicerone (autori latini), il secondo è dedicato al solo Machiavelli (pensiero rinascimentale), ma ripartito in tre saggi. Seguendo tale sequenza forniremo al lettore gli elementi essenziali per orientarsi nel cammino tracciato da Romboli. Il titolo completo del primo contributo è: L’uomo nella natura. Aspetti salienti e anticipazioni significative della visione lucreziana nel libro V del De rerum natura pubblicato nella rivista “Letteratura e pensiero” (fascicolo 9, gennaio-marzo 2024, pp. 138-161, Il Convivio Editore di Angelo Manitta). Tito Lucrezio Caro è stato un poeta e filosofo latino del I secolo a. C., autore del poema De rerum natura, traducibile come La natura delle cose. Si tratta di un’opera epico-didascalica in esametri, suddivisa in sei libri, scritta con il preciso intento di divulgare in latino la filosofia di Epicuro, ovvero di liberare l’uomo dalla paura della morte e degli dei, dimostrando attraverso la fisica atomistica che l’universo è regolato da leggi naturali e non da interventi divini. Si attribuisce al De rerum natura una grande forza espressiva del linguaggio e una rara elevatezza delle immagini. Sia Virgilio che Orazio, in modo diverso, subirono l’influenza di Lucrezio, anche se, nelle età successive, ci fu una specie di congiura del silenzio sul suo nome, dovuta specialmente al severo giudizio di Cicerone sull’epicureismo. Oltre a ciò Romboli ci invita a scoprire, nell’elogio degli enciclopedisti al De rerum natura, un aspetto della sua attualità con riferimento ai lumi della ragione ed egli cita anche Thomas Jefferson - terzo presidente americano e uno dei padri fondatori della nazione - come collezionista di varie edizioni del capolavoro lucreziano, i cui principi sarebbero entrati in parte nella Dichiarazione d’Indipendenza americana. E, non ultimo, è possibile un accostamento fra Lucrezio e l’esistenzialismo moderno, data la somiglianza delle tematiche angosciose e pessimistiche: pare che lo stesso Leopardi sia stato un profondo conoscitore del poeta latino. Il De rerum natura conobbe secoli di oscurità poiché venne riscoperto nella biblioteca dell’Abbazia di San Gallo, in Svizzera, dall’umanista e storico Poggio Bracciolini nel 1417 e fu ricopiato da Niccolò Niccoli, padre della scrittura umanistica minuscola corsiva.

Il secondo lavoro del nostro autore ci porta nel periodo repubblicano della storia romana, e precisamente disserta su: I conflitti politico-sociali e il destino di Roma nella riflessione storica di Sallustio, pubblicato ancora nella rivista “Letteratura e pensiero” (fascicolo 24, aprile-giugno 2025, pp. 185-210). Anche qui le fonti storiche a cui attinge Romboli sono ampie, comparate e argomentate, per cui citiamo quelle opere di Sallustio a cui egli fa riferimento, ovvero le monografie De Catilinae coniuratione e Bellum Iugurthinum (le prime due della storiografia latina) e le Historiae di tipo annalistico incompiute, scritte dopo il suo ritiro dalla vita politica attiva: grazie alla stesura di tali opere di carattere storico ottenne una grande fama come autore tra i più importanti del I secolo a.C. e di tutta la latinitas. La prima monografia tratta della congiura di Lucio Sergio Catilina e del moto che ne seguì nel 63-62 a.C. Sallustio auspica la fine del corrotto regime dei partiti e dedica ampio spazio ad una analisi psicologica introspettiva della inquietante figura di Catilina, definito un monstrum (una stranezza), un personaggio sinistro e affascinante allo stesso tempo. Sallustio ritiene che l’antica grandezza repubblicana debba essere garantita dall’integritas e dalla virtus dei cittadini e considera la ricchezza, il successo, il lusso come le cause della decadenza e le condizioni per cui possano insorgere tentativi di impadronirsi dello Stato. La seconda monografia storica narra la guerra combattuta dai Romani (111-105 a.C.) contro Giugurta, re di Numidia. Sallustio accusa di corruzione i generali aristocratici che, per incapacità e superbia, non furono in grado di concludere la guerra, vinta infine da Gaio Mario, l’homo novus di origine plebea. Delle Historiae restano solo dei frammenti, mentre il progetto iniziale prevedeva una narrazione storica di ampio respiro: dal 78 a.C. (anno della morte di Silla) fino al 67 a.C. (anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i pirati). Il quadro generale che si è potuto ricavare dai frammenti è improntato ad un marcato pessimismo circa le sorti della Repubblica romana, dovendo Sallustio assistere impotente alla sua agonia, essendo impensabili attese di riscatto dopo la morte di Cesare. [….].

Enzo Concardi

 

Floriano Romboli, Alla scuola degli antichi. La permanente attualità dei classici: Lucrezio, Sallustio, Cicerone, Machiavelli, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 120, isbn 979-12-81351-85-1, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Floriano Romboli (Pontedera, 1949) ha compiuto i suoi studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa ed è stato per tanti anni insegnante di materie letterarie e latino nei licei. Si è interessato alla cultura rinascimentale, studiando soprattutto l’epica del Tasso; è poi passato ad occuparsi della letteratura italiana ed europea fra Otto e Novecento, nonché di narrativa e poesia contemporanee. È stato docente di letteratura italiana presso la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) dell’Università di Pisa.

 

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Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"

13 Luglio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Maurizio Zanon

Poesie nascoste e poi ritrovate

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente risiede.

Nella prefazione a Poesie nascoste e poi ritrovate Enzo Concardi allude alla lunga e feconda testimonianza lirica del Nostro che ha pubblicato numerose raccolte di poesie, un’opera di narrativa e sul quale sono stati scritti numerosi saggi.

La silloge di liriche che prendiamo in considerazione in questa sede non è scandita in sezioni e tutte le sue poesie sono prive del riferimento del titolo e per questo è connotata da una forma che si potrebbe definire di poemetto anche per l’omogeneità dello stile e della forma.

Intrigante il nome stesso del volume che sottende come significato l’infinito enigma della poesia stessa nell’essere nascosta, cioè dal suo provenire nella sua genesi dalle profondità dall’inconscio per risalire fino alla superficie della coscienza; poi la poesia s’invera senza sforzo, nell’atto della scrittura emersa nella mente e trascritta anche per la fruizione da parte del lettore cultore nonché per lo studio e l’analisi del critico letterario.

L’allusione alle poesie nascoste fa anche pensare al fatto che molti poeti esitano prima di uscire allo scoperto con la pubblicazione di un libro e tengono le loro poesie stesse chiuse nel cassetto come per custodire gelosamente un’epifania privata della loro creatività o solipsistico esercizio di conoscenza senza avere il coraggio di farle leggere a qualcuno.

Il ritrovare i suddetti componimenti in un discorso di carattere generale può avvenire anche vari anni dopo la loro stesura e la totalità delle poesie stesse può divenire diario di bordo della vita nell’indagare e ricordare le occasioni che hanno generato ogni singola composizione.

Da notare che l’accezione poesie ritrovate si delinea nella famosa definizione del messaggio in bottiglia nella quale è sintetizzata la funzione della poesia nel suo essere gettata scritta su un foglio nel suo involucro di vetro nell’Oceano appunto poeticamente per arrivare spostata dalle onde su una spiaggia dove poter essere recuperata, aprendo la bottiglia ed estraendo il foglietto supporto cartaceo per il componimento che diventa per chi lo legge un messaggio del destino non casuale, qualcosa quasi di magico.

«Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». In questa concentrata poesia sono detti con efficacia i sogni stessi che sono secondo Freud espressioni di desideri e si sciolgono in placidi silenzi. E si fermano ad ogni contrarietà dell’anima e c’è da notare che fin dall’antichità l’uomo si è interrogato sul mistero dei sogni stessi e Shakespeare ha asserito che siamo tutti fatti della stoffa dei sogni.

Molto spesso protagonista è la natura espressa in forma elegiaca e rarefatta attraverso atmosfere suggestive nelle quali s’inseriscono multiformi specie animali e vegetali: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma scruta ascolta./ E raramente viene colta»;    «Nella penombra/ il merlo saltella/ e quatto quatto/ in mezzo a fronde d’albero/ il suo nascondiglio trova»; «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi di un’insolita primavera»; «L’acqua del mare/ si spegne sulla battigia:/ dentro la sabbia bagnata/ gli ultimi salini respiri».

Un variopinto caleidoscopio d’immagini anima questa raccolta di poesie fatta di composizioni brevi, leggere e icastiche sempre ben risolte che creano emozioni soavi nei fortunati lettori.

Raffaele Piazza

 

Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Salvatore Antonio Piras, "Il volo dell'aquila"

12 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni

 

 

 

Il volo dell’aquila

Salvatore Antonio Piras

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Il romanzo di Salvatore Antonio Piras, ambientato nella società egiziana cairota degli anni ottanta, ruota intorno alla figura del protagonista, il giovane sardo Claudio Frau, rimasto presto orfano di entrambi i genitori e affidato allo zio paterno - imprenditore edile italiano a Il Cairo - affinché impari l’arabo e possa guidare le maestranze del cantiere, a cui è stato assegnato un importante progetto proprio nella capitale egiziana. Gli altri personaggi che attraversano le trame narrative sono di contorno e tutti creati in funzione della definizione del temperamento, degli interessi culturali, del coraggio fisico e morale, del senso di umanità e giustizia del giovane Frau. Attraverso di lui possiamo conoscere spaccati di vita del popolo egiziano, le realtà archeologiche più note dell’Antico Egitto dei Faraoni, la presenza delle comunità cristiane copte in diaspora minoritaria in un mondo islamico integralista, i problemi di sopravvivenza di gran parte della megalopoli sorta sul delta del Nilo.

Claudio ha molto tempo libero in Egitto e, per apprendere la lingua araba, non sceglie un insegnamento prettamente scolastico, ma preferisce viaggiare seguendo la sua sete di conoscenza rivolta alla civiltà dei papiri e delle piramidi, ai monasteri, centri di spiritualità, di cui coglie il fascino, e mescolarsi alla gente comune del Cairo per essere considerato uno di loro, e ciò avviene anche attraverso travestimenti e lo spacciarsi per arabo col nome di Alì. Se ci mettiamo a seguirlo nei suoi vagabondaggi culturali e spirituali, scopriremo la sua indole di uomo amante della libertà, dell’indipendenza e dell’avventura, anche se conserva la nostalgia delle sue radici isolane, il ricordo del volto di Clara ovvero il grande amore lasciato in Sardegna, l’affetto per gli zii del Cairo che diverranno gradualmente le figure sostitutive dei genitori defunti.

Eccolo allora in perpetuo movimento fra i quartieri più poveri della città che lo ospita, spinto dalla passione per la storia egiziana, dalla frenesia conoscitiva insita nel suo temperamento. Verificata la situazione caotica del traffico preferisce spostarsi con una motocicletta veloce e potente, compagna di tante avventure. Inizia così a realizzare uno dei suoi sogni giovanili: vedere coi propri occhi le meraviglie e le testimonianze dell’Antico Egitto. Ed è così che si rende conto del fatto straordinario, per lui, che il Paese è ancora pieno di scavi, con tanti cantieri archeologici aperti, a significare delle realtà tutte da scoprire. Il Museo egizio, la Stele di Rosetta, Giza, le Piramidi, la città islamica con i suoi minareti e le sue moschee di cui rimane affascinato, Luxor… sono solo alcuni dei siti che Claudio potrà scoprire, sempre con lo stupore e la meraviglia che su di lui agiscono come uno stimolo profondo, così profondo da fargli dimenticare la sua sicurezza personale, correndo pericoli dovuti alla presenza di una religione islamica intollerante, che egli sfida in un diverbio “teologico” con un imam.

Qui l’autore presenta questa contrapposizione fra Cristianesimo e Islam, in modo netto e radicale, senza la possibilità di un dialogo. Contrasto che si verifica in sostanza, fra la visione razionale occidentale e quella fideistica orientale. Vi è anche un episodio, nella narrazione romanzata, di un tentativo di linciaggio da parte di alcuni fanatici versus religiosi e fedeli sul sagrato di una chiesa cristiana, salvati in extremis dall’intervento fisico deciso di Claudio. Tale fatto è perfettamente in linea con altri simili, di cui egli è protagonista, e che tendono a presentarlo come un cavaliere senza macchia e senza paura, difensore dei deboli, dei perseguitati, dei bambini poveri del Cairo.

Del resto Il volo dell’aquila è un romanzo nel quale le contraddizioni della realtà vengono fatte scoppiare intenzionalmente per dimostrarne l’esistenza, anche quando covano sotto la cenere e sembrano nascondersi. Le prime sono senz’altro quelle dei sentimenti del giovane Frau, spesso combattuto tra legami affettivi e sete d’avventura, che lo porterebbe a vivere una vita randagia in giro per il mondo, insieme all’amico irlandese Marcus, col quale condivide l’attrazione verso la spiritualità monacale copta e l’interesse per le civiltà antiche, e col quale vive alcune situazioni problematiche, risolte sempre dall’aiuto economico (prestito in denaro) o dalla forza e audacia di Claudio (lo libera da un gruppo di predoni  beduini che l’avevano rapito e lo salva dagli operai egiziani che volevano sopprimerlo, reo d’aver scoperto una truffa ai danni dell’impresa edile dello zio del Cairo).

Poi si fanno avanti i conflitti interiori – sottolineati dall’autore come profondi – tra l’amore lontano per Clara, la fidanzata sarda mai più vista, e Giulia, figlia dell’ambasciatore italiano al Cairo, l’ultimo e definitivo incontro amoroso di Claudio. Tra i due nasce un’attrazione fisica basata sulla bellezza di entrambi, che poi si trasformerà in amore vero, quando scopriranno, grazie alla lontananza, di essere innamorati e legati per la vita. Trascurabile è da considerarsi, invece, la breve ed effimera passione per Eloise, in realtà un inganno da lei tramato per ingelosire il fidanzato inglese John: i due si lasciano con reciproca ammirazione e rispetto, dopo aver consumato l’amore sotto una tenda e dopo un duello fra l’inglese e il sardo, vinto ovviamente dal giovane italiano, per rimanere nel cliché dell’invincibile.

Dei contrasti sociali ed economici dell’Egitto negli ultimi decenni del Novecento – ambito storico nel quale si svolgono le vicende del romanzo – abbiamo già accennato: il lettore potrà avvalersi soprattutto delle pagine dedicate alla descrizione sociologica degli scenari cairoti nelle estati afose e sempre affollate trascorse da Claudio nella megalopoli e, in particolare, di quelle parti dei capitoli in cui si racconta della fame e della povertà dei bambini e delle loro madri, di cui il protagonista diventa amico e benefattore. Come? Offrendo loro le focacce acquistate in un negozio, sempre lo stesso, ogni volta che si trovava a passare da quella parti: i bambini lo attendevano festosamente sapendo dell’arrivo di Alì, cioè della possibilità di far tacere i morsi della fame, anche se per poco tempo. Ma la presenza di Alì era ormai diventata un’abitudine per gli arabi ed ormai lo consideravano uno dei loro: spesso si soffermava per vivere il rito del caffè, irrinunciabile per qualsiasi ragione, o per lunghe partite scacchi che si risolvevano sempre con la sua vittoria, per cui era diventato una specie di idolo nel quartiere frequentato, fatto da cui era nata una venerazione, procurandogli un sacco di amici.

Infine non possiamo certamente dimenticare di approfondire le istanze di spiritualità del nostro protagonista, alle quali l’autore dedica molta attenzione, inserendolo in una specie di dibattito sulla fede cristiana in Occidente e in Oriente. Ciò avviene in occasione delle sue visite a diversi monasteri copti in zone montuose, dapprima guidato da Padre Macario, il quale gli racconta di visioni e di esperienze mistiche, come la rivisitazione nel presente dell’episodio del lavaggio dei piedi a Gesù. Le forti emozioni provate con i monaci eremiti suscitano in lui dolorosi ricordi dei genitori morti prematuramente. In un altro monastero Claudio si ferma anche per la notte e comunque riceve sempre un’ospitalità squisita: qui incontra Padre Shenuda, ovvero nientemeno che il Papa delle Chiese copte in Egitto. Oltre ad essere sensibile alla forte atmosfera di spiritualità che emanano questi ambienti deputati ad una visione di distacco dai beni terreni e dai piaceri materiali della vita, egli è facile alla commozione provocata dall’ascolto dei canti modulati in modo suggestivo dai cori dei monaci. Qui egli cessa di vestire il ruolo dell’eroe positivo, pronto ad intervenire in soccorso degli altri, per assumere un volto contemplativo, metafisico e quasi ieratico.

Per informare il lettore circa il tipo di dialogo, poi sorto tra Claudio e Padre Shenuda, eccone un breve stralcio: «Com’è la fede degli italiani?» chiese il Patriarca. A tale domanda il ragazzo si bloccò e si mise a riflettere. «Se debbo essere sincero Santità», disse poi esitante, «devo ammettere che il benessere ha allentato un po’ la tensione religiosa dei miei conterranei». «Non capisco figlio mio», disse il Patriarca. «Come è possibile che una cosa così bella, il benessere, come tu hai detto, che è dono del Signore, abbia condotto al rallentamento della tensione religiosa?». «Eppure è così Santità», disse il giovane. «Ho sentito molte volte mio padre che diceva che la fede andava scemando, che le chiese sono sempre più vuote». «È una cosa che non capisco proprio», disse papa Shenuda. «Avete la libertà di culto, nessuno vi perseguita e voi...».

Mentre quest’altro lacerto testimonia l’estasi di Claudio verso le melodie sacre: «Si dette inizio alla preghiera sotto forma di litanie cantate. Ancora una volta la magia del canto liturgico lo avvolse e lo commosse sino all’anima. Era un’invocazione accorata all’Altissimo affinché non si dimenticasse dei suoi figli dispersi nel mondo. Non capiva le parole, ma la dolcezza infinita del canto lo aveva rapito e gli era penetrato nei recessi più profondi del cuore». 

Il merito principale di Salvatore Piras sta nell’aver raccontato una vicenda edificante in un contesto di neo-realismo fantasioso, mirando a valori umani e sociali condivisi.

Enzo Concardi

 

Salvatore Antonio Piras, Il volo dell’aquila, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 160, isbn 979-12-81351-93-6, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Salvatore Antonio Piras è nato a Monti (SS) nel 1940 e vive a Tempio Pausania. Laureato in Lingua e Letteratura Francese, attualmente in pensione, ha lavorato come insegnante nelle scuole superiori, esperienza che ha influenzato il suo interesse per la storia in generale, ma soprattutto per quella sarda e per la narrativa.

 

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