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"La mummia 2017" e "A star is Born".

21 Settembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #cinema

"La mummia 2017" e "A star is Born"."La mummia 2017" e "A star is Born".

Mi è capitato di seguire due film:  La mummia 2017 di Alex Kurtzman e A Star is Born di Bradley Cooper. Entrambi, non solo remake, ma addirittura ultimi di una lunga catena di rifacimenti dello stesso soggetto.

Parto dal La mummia. Durante la visione credo di essermi resa conto, forse, di averlo già visto. Anche tenendo conto della mia età e della memoria labile, se mi è rimasto solo qualche “glimpse”, cioè qualche vago e sfuggente frammento, significa che non deve essermi piaciuto poi tanto neppure la prima volta. Diciamo che è un film che avrebbe tutte le caratteristiche per essere un’ottima pellicola: Tom Cruise nei panni del protagonista, una trama tutto sommato coerente, ottimi effetti speciali. Eppure… eppure non lascia niente, non scatena nessun tipo di coinvolgimento emotivo, nessuna paura, nessun divertimento. Tom Cruise fa il verso a se stesso, bello e agile ma con l’espressività di un manichino. Russel Crowe, che impersona l’antagonista,  - addirittura il dottor Jekyll redivivo - pur con la suadente voce di Luca Ward, è imbolsito e privo di qualunque fascino residuo. La protagonista femminile, Annabelle Wallis, è del tutto insignificante. Forse l’unica figura degna di nota è la principessa egiziana mummificata.

La prima parte gioca col mix divertimento/azione, nella tradizione di film mitici come All’inseguimento della pietra verde o Indiana Jones. La seconda parte vira sul gotico insulso in stile The librarian. Non ha nulla del divertimento, della vivacità e dell’ironia della versione di Stephen Sommers del 1999.

Insomma, una lunga scia di remake, dopo l’originale del 1932, di cui questo è il meno spassoso e avvincente. Pare che, infatti, abbia ricevuto una candidatura come peggior film, e Cruise come peggior attore. Il finale chiaramente aperto lascia supporre un sequel che non c’è mai stato visti gli incassi del botteghino, dopo tutti soldi spesi per gli effetti speciali e per girare le scene in assenza di gravità

Per quanto riguarda A star is born, remake del musical del 1937, per l’esordio alla regia di Bradley Cooper, che è anche il protagonista, il discorso è diverso. Sebbene si capisca che la storia è un pretesto per far brillare Lady Gaga, devo dire che la trama, pur semplice – un cantante alcolizzato scopre una giovane di talento, la sposa riamato ma non riesce a reggere il peso del successo di lei - coinvolge, e la cantante come attrice è bravissima, intensa, senza forzature né isterismi.

La Germanotta parte bruttina, “plain” dicono gli inglesi, cioè un misto fra poco attraente, insignificante e scialba, e finisce bellissima. Pare che abbia cantato l’ultima canzone  dopo aver saputo della morte di una cara amica e il risultato è, in effetti, commovente. Bradlay Cooper è credibile nei panni del marito alcolizzato e fragile.

La morale della storia credo sia l’abbastanza banale “bisogna essere se stessi per convincere” e “non basta il talento se non hai qualcosa di tuo da dire.”

Alla fine, senza eccedere, una lacrimetta l’ho spremuta.

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Achille Lauro, "16 Marzo"

8 Settembre 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Achille Lauro, "16 Marzo"

16 Marzo di Achille Lauro (Rizzoli Editore, 2020) è un'attesa di adorazione pagana, un'aspettativa di ritorno nell'intermezzo romantico che esalta la dichiarazione ostentata dei sentimenti. Una fastosa attrazione su inclinazioni impulsive, una trappola estetica in cui tutti le sensazioni umane sono mescolate, confuse, disorientate e trascinate dall'amore all'odio, nella verità estrema di ogni esperienza di vita spinta al di là da ogni distinzione della bellezza. Un delirio allegorico, un effetto appassionato di sorpresa, di straniamento e di sospensione, è questo lo scenario adatto che l'artista allestisce per il suo immaginario attraverso segni visivi e immagini simboliche. I testi, poeticamente esposti al verso libero, ispirati al carattere istintivo e puro della creazione artistica, racchiudono il disincanto passionale e teatrale della vita, nelle atmosfere fumose e decadenti delle illusioni e dei desideri. La libertà lunatica dell'autore, svincolata da regole convenzionali, guida la ricerca degli affetti, il bisogno vivo e universale dei rapporti reciproci ed esclusivi e  si nutre di tutte le sue ossessioni biografiche, contamina l'irrinunciabile, viziosa, sincera voglia di perdersi in inferni meravigliosi, in esaltazioni ed infatuazioni per la commedia umana, nella vertigine delle percezioni. Lo specchio profondo della miseria e dello sconforto è il riflesso dell'altra parte di sé, l'eterna maschera di chi, equilibrista dell'anima, si affida ad una disillusa ma quanto mai solenne recita, incline alle suggestioni dell'ambizione e della speranza, struggente e malinconicamente sognante. La lente deformante attraverso la quale Achille Lauro guarda alle colpe, agli errori e alle trasgressioni degli uomini intensifica la consapevolezza illimitata degli inganni, del disamore, della resa incondizionata all'idealizzazione della persona amata, che esiste solo come creazione nell'immaginazione, una trasposizione inconsapevole della presenza che stordisce e divora l'innocenza dell'anima. Achille Lauro padroneggia il mondo che attraversa con un'aspirazione inconfessata all'amore, alla disperata relazione con la felicità. Il libro “16 marzo” è uno sregolamento in stile biblico, un'intossicazione da troppa nostalgia, nella sacralità laica di risposte ultime ed indecifrabili. Un'ultima destinazione di un viaggio poetico che accompagna l'avventura di un eterno sopravvissuto, lucidamente abbandonato all'inevitabile spettacolo dei sensi. Le atmosfere surreali dei tormenti e i patimenti rivisitati dell'apocalisse si contendono il primato dell'interpretazione visionaria in cui il supplizio della carne e la leggerezza del cielo sono le espressioni diaboliche ed angeliche della stessa insistenza amorosa. L'artista seduce l'ordine di un culto estetico, è la presenza rarefatta nella composizione visiva ed artistica dell'immateriale, sa flirtare amabilmente con la malìa delle imprevedibilità e le contradditorietà delle invocazioni interiori, defunte preghiere mistiche ed infedeli incise sul fatalismo misterioso dell'equilibrio emotivo. Achille Lauro celebra e dimentica l'amore nell'eleganza del disprezzo, sostiene la sua icona alterando la creatura tra il talento e l'abisso nascosto nelle sue “letterarie” inquietudini e conquista il seguente omaggio poetico:

“L'inverno, noi andremo in un vagone rosa/con azzurri cuscini./Staremo bene. Dentro quei soffici cantucci/Ci son nidi di baci./Chiuderai gli occhi allora, per non vedere, fuori,/Torcersi le ombre oscure,/Arcigne e mostruose, nera plebe serale/Di lupi e di demoni./Ti sentirai sfiorare lievemente la guancia.../Un lieve bacio, simile a un ragno forsennato,/Ti correrà sul collo...Mi dirai: “Cerca qui!” chinando un poco il capo, - Ma ci vorrà del tempo per scovare la bestia/ Che viaggia senza posa....” (Sogno d'inverno - Arthur Rimbaud)  

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Amore mio,

amore mio che non conosco,

odiami,

perché è meglio il tuo veleno del tuo niente.

Odiami e fammi del male,

fallo prima che inizi io.

Io che morirò per te, ed è così che ti ucciderò.

Il Paradiso è davanti a noi

ma io ti mentirò di nuovo;

come se non fossi tu,

come se questo amore fosse nulla.

Ti mentirò di nuovo

come se di nuovo questo non fosse amore.

Come se non esistesse niente,

come se fossi sicuro che l'amore non muoia mai,

neanche davanti alle menzogne.

O, come se fossi certo che quel poco che ho da dare,

ti basterà.

 

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Siamo in un labirinto di siepe,

un labirinto a matita disegnato da te.

Tu sei la ragazza che si perde nel suo stesso labirinto,

ti pungerai con delle rose,

mangerai la mela del peccato,

farfalle ti aiuteranno a uscirne,

ma non basteranno.

Questa fiaba racconta di te che seguirai un gomitolo,

nessuno sa se esista davvero.......

 

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La testa cade libera da qualunque legame terrestre,

un miscuglio di leggerezza e fervore.

Il taglio geometrico oggi lo trovo troppo simmetrico.

Tu daresti una sforbiciata dritta, sinistra,

fermissima sopra l'orecchio destro.

La tua frangia divide perfettamente la fronte a metà:

una coordinata spaziale indispensabile per me,

la discriminante tra materiale e immateriale.

Mi hai chiesto tu di venire oggi stesso

ma io ancora non so come.

Quanto siamo diventati bravi con la finzione.

Acqua, fuoco,

voglio fare con te questo gioco.

 

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La paura di sbagliare.

Poi i nervi si consumano e diventi cattivo

e ti devi fare di sogni sintetici

ma è la dimensione ascetica della disciplina

ad affascinarmi

più dell'aspetto etico.

Sentire il punto in cui l'anima

è incollata al corpo.

Sentire che cede,

un leggero strappo,

stare lì con la mente in estasi

in quella zona di lacerazione.

Provo spesso questa sensazione:

febbrile, ma profondamente lucido,

fertile,

motivato.......

 

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….Sotto un tessuto di velluto blu notte,

il tuo colore preferito,

l'ineffabile parola,

la perfetta coincidenza di suono e segno.

Il primo verso inarticolato emesso da Dio.

Per me sarai sempre una poesia occasionale,

la storia cominciata dalla fine.....

 

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Faccio strani sogni di notte.

Sogno che il mondo è mio.

Sogno di poter arrivare dove voglio.

E' come se quella notte

fosse l'ultima che mi resta da vivere.

Amami, amore, perché

quella notte tutto sarà possibile.

 

 

 

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Federica Cabras, "I segreti di una culla vuota"

7 Settembre 2020 , Scritto da Fabiana Giaccu Con tag #fabiana giaccu, #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

I segreti di una culla vuota

Federica Cabras

 

Officina Milena,

pp. 240

Prezzo attuale 15,00

 

Ninna nanna mamma tienimi con te, nel tuo letto caldo, solo per un po'. Una ninna nanna io ti canterò e se ti addormenti mi addormenterò.”

 

Sono persuasa che conosciate tutti il resto di questa canzone. Personalmente me la cantava sempre la mia mamma e ancora oggi le sue parole risuonano nella mia mente.

Ma cosa accade quando una mamma non può più cantare questa ninna nanna al suo piccolino, morto in circostanze misteriose?

Teresa non è mai riuscita ad accettare la morte del suo piccolo Giorgio e non si darà pace fino a quando non troverà i colpevoli.

É proprio da questa ossessiva ricerca che la sua vita si intreccerà a quella di Beatrice Angelica Farris, 31 anni, protagonista di questo romanzo.

Bea lavora come editor per una casa editrice, ama il suo lavoro, ha una grande casa che divide con Lorenzo, avvocato in carriera e marito perfetto che la riempie di amore e attenzioni. Purtroppo quest’ultimo muore precocemente in un tragico incidente stradale.

I segreti di una culla vuota, della giovane scrittrice Federica Cabras, è un mix, a mio parere ben riuscito, tra il romanzo noir e quello drammatico. Ha un ritmo incalzante, è scorrevole, di facile e piacevole lettura ma, allo stesso tempo, si tratta di un libro molto profondo proprio per la delicatezza dei temi trattati.

Primo fra tutti il lutto, un sentimento che molti conosceranno personalmente e altri no, ma che la Cabras tratta in maniera così approfondita che il lettore non può fare a meno di farsi trasportare, fino ad immedesimarsi e toccare con mano il dolore dei personaggi, in particolare quello della giovane vedova Beatrice.

Sarà un cammino lungo e tortuoso quello che la vedrà impegnata a non impazzire di dolore e a ricostruirsi una vita, ma per poterlo fare dovrà risolvere alcune importanti questioni. Ad aiutarla ci sarà il suo amico e giornalista Samuele che riuscirà ad illuminarle la via in più occasioni.

Questo romanzo ti avvolge, ti assorbe e non ti fa mai sentire a tuo agio, infine ti insegna che non puoi mai sapere che cosa la vita ha in serbo per te ma soprattutto che non devi mai dare nulla per scontato, a partire dal suo finale.

 

Buona Lettura

 

F.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La terza Edizione di Paillettes sorridenti

6 Settembre 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #eventi

 

 

 

 

Abbiamo appreso dai social che sarà presente ad una sfilata sui generis?

Si tratta di un evento di beneficenza che dopo due edizioni a Grado, quest’anno è stato organizzato a Roma il 26 settembre.

 

Di cosa si tratta più nel dettaglio?

Paillettes sorridenti è una Serata di Gala che a cui prenderanno parte Imprenditori, Professionisti, Politici, Giornalisti e Campioni dello Sport, oltre ad alcuni rappresentanti del mondo dello spettacolo che sfileranno, saranno Modelli e Modelle per una sera.

 

Chi vestirà il suo Luxury brand?

Non voglio dare troppi dettagli, posso solo dire che mi sono prestata a questo gioco e sfilerò con un’amica, la splendida Carmen Di Pietro, ospite d’onore dell’evento, che ho coinvolto poiché il suo cuore è puro e ama i progetti di solidarietà.

 

Quindi è un progetto di solidarietà?

La sfilata ha un fine nobile e benefico. Raccogliere fondi per l’Ospedale Spallanzani di Roma, diretto dalla Dr.ssa Marta Branca, e l’Associazione Aihelpiu, che si occupa di fragilità nel senso più ampio del termine e collabora con il Carcere di Bollate e San Vittore.

 

Come sarà organizzata la serata?

L’evento è presentato da Tiziana Noia con Michele Cupito’. Per la regia di Paola Rizzotti. Momenti di cultura, un’asta di beneficenza, ma soprattutto un Edoardo Raspelli, mio caro amico, Modello d’eccezione per paillettes sorridenti. Un Edoardo Raspelli come non lo avete mai visto. Sfilerà con la splendida Francesca Bonaccorso, Miss senza trucco.

 

Sig.ra Diddi, la sua azienda è un punto di riferimento sul Territorio e sta portando avanti molti progetti solidali, dove trova le energie?

Quando si tratta di fare del bene sono sempre in prima fila e non sento neppure la stanchezza. Il mio Libro La stella più bella, Falco editore, ha raccolto fondi per la protezione civile a favore di tre ospedali toscani. Il prossimo libro in uscita a Dicembre con Aletti editore porterà avanti un altro progetto di solidarietà. Fare del bene riempie il cuore e contrasta l’egoismo.

 

Complimenti per tutto quello che fa, può essere soddisfatta?

Diciamo che mi sento bene , mio padre ha sempre fatto beneficenza, continuare mi fa sentire simile a Lui. Ho bisogno che lui sia orgoglioso di sua figlia, soprattutto adesso che non c’è più.

 

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Simone Manservisi, "L'alba dello scudetto"

5 Settembre 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

Simone Manservisi
L’alba dello scudetto
Ultrasport – pag. 160 – euro 15

Ho letto quasi tutto quel che Simone Manservisi ha scritto, ma devo dire che quando parla di calcio ha una marcia in più, pare di sentire la voce di certi telecronisti del passato - gente come Carosio e Martellini - che suo padre conoscerà molto bene, capaci di farti vivere una partita anche se non la vedevi. L’alba dello scudetto segue di alcuni anni il bel libro intervista Far West Lazio (ancora disponibile) e approfondisce i temi della Lazio leggendaria, oltre a narrare la biografia calcistica di Pier Paolo Manservisi, attaccante dai piedi buoni di Fiorentina, Napoli, Pisa e Lazio. Simone ha il vantaggio di essere figlio di cotanto padre, quindi ci racconta gli anni Settanta come se li avesse vissuti, per interposta persona, e lo fa parecchio bene. Leggo le pagine del libro e mi rivedo con mio padre nella curva dello Stadio Olimpico, ai tempi in cui una famiglia poteva vedere una partita in curva, tifare Inter contro la Lazio e contro la Roma, senza rischiare niente. Erano i tempi lontani d’un calcio romantico, arbitravano Lo Bello e Gonella, giocavano Mazzola, Rivera e Chinaglia, scrivevano giornalisti come Gianni Brera, parlavano in tv conduttori come Barenson e Valenti. Simone Manservisi approfondisce il mito d’una Lazio battagliera e trasgressiva, guidata da un allenatore paterno come Tommaso Maestrelli, spiega come è stato possibile vincere uno scudetto, indaga sui fatti accaduti come se fosse un film noir, spiega i retroscena e le incomprensioni, narra le scorribande fuori dal rettangolo di gioco. Pier Paolo Manservisi rappresenta l’eccezione in quella Lazio folle e irripetibile, giocatore disciplinato e determinato, soprattutto rispettoso delle regole. Tutti gli altri lo erano molto meno: Chinaglia, Wilson, Re Cecconi, D’Amico … alcuni giocatori dormivano con la pistola sotto il cuscino e destavano i colleghi (per giocare!) a colpi di fucile. Il libro racconta le vicissitudini della Lazio negli anni Settanta e Ottanta, corredato da foto d’epoca, da un intervista al padre e da testimonianze dirette. Si legge come un romanzo, anzi è proprio un romanzo, un bel romanzo calcistico, stile Azzurro tenebra di Arpino o Ultimo minuto di Pupi Avati (che è un film, ma fa lo stesso). Leggetelo, per un salutare tuffo nel passato, per (ri)scoprire un tempo che - ai giovani sembrerà impossibile - è esistito, non fa parte dei racconti dei vecchi, non è una storia uscita dal mondo delle fiabe.

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