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I Fotoromanzi Lancio

31 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

I Fotoromanzi Lancio

In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro per le case editrici proponendo l’idea pazza e innovativa di un fumetto che abbia foto al posto dei disegni. Solo la piccola casa editrice Novissima, consociata con la Rizzoli, accetta. Esce Sogno, un giornale di sedici pagine. I soggetti sono di Reda e di Luciana Peverelli, scrittrice di romanzi rosa. Dopo poco anche Arnoldo Mondadori pubblica un albo di fotoromanzi dal titolo Bolero (film). A questi due va aggiunto il precedente Grand Hotel, i cui romanzi, però, erano solo disegnati.

Siamo nel secondo dopoguerra, le storie sono semplici e sentimentali, tante ragazze sognano e imparano a leggere. Le prime narrazioni sono sequenze di film famosi o adattamenti di romanzi della letteratura “alta”, come i “Promessi Sposi” di Manzoni, “I miserabili” di Victor Hugò, o, addirittura, della Bibbia. Col passare del tempo, i soggetti si moltiplicano e, a interpretare i fotoromanzi, sono chiamati personaggi dello spettacolo, come Raffaella Carrà, Giuliano Gemma, Sofia Loren.

Ma sarà la casa Lancio, dopo aver rilevato “Sogno”, a dare l’impulso maggiore al genere. Negli anni sessanta nascono le più importanti testate di questa editrice che diventa sinonimo di fotoromanzo: a Sogno si aggiungono Letizia, Charme, Marina, Kolossal e molte altre.

Il decennio di massimo splendore è quello degli anni 70. Si vendono cinque milioni di fotoromanzi il mese, quindicimilioni di persone li leggono dal parrucchiere, nelle sale d’attesa dei medici, aspettando l’uscita in edicola o il prestito di un’amica.

La categoria che più viene catturata è quella delle tredicenni. Inesperte di sentimenti e di sesso, tutte noi avevamo un’amica appena più smaliziata che ci passava pacchi di fotoromanzi usati, con le pagine arricciate, con i cuori disegnati a penna sulle foto degli attori più belli. Li accoglievamo a braccia tese come un bene prezioso, li tenevano nascosti nelle nostre camerette, perché madri e nonne storcevano il naso di fronte a quelle foto dove un uomo e una donna non sposati comparivano in un letto, distesi l’uno accanto all’altro, con un lenzuolo a coprirli fino alla gola. Ma l’immagine lasciava intuire - e sognare - più di tante esplicite e prolungate scene di sesso nelle nostre fiction odierne, naturale evoluzione del genere.

Espressione della narrativa popolare, sogno allo stato cartaceo e fotografico, i fotoromanzi avevano trame coinvolgenti, avventurose e ricche di sentimenti facili. Le protagoniste erano eroine belle, gentili, con le quali potevano identificarsi ragazze comuni. La loro felicità era insidiata da rivali cattive, dall’eleganza accigliata, sempre predilette da future suocere intriganti. Tutto si risolveva, il lieto fine era assicurato, i cattivi venivano puniti, gli innamorati si sposavano.

Ma, soprattutto, quelli che ci facevano impazzire erano i protagonisti maschili, attori di cui tutte noi appendevamo il poster alla parete. Primo fra tutti lui, l’icona, il bellissimo, la quintessenza della virilità: Franco Gasparri. Occhi verdi, capelli neri, spalle poderose, il fotoromanzo della sua vita s’interromperà a trentadue anni, per una caduta dalla moto che lo costringerà su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 99.

Gli anni settanta, dicevamo, segnano il boom del fotoromanzo, creando miti adorati dalle adolescenti italiane: Katiuscia, Michela Roc, Franco Dani, Paola Pitti, le sorelle Claudia e Francesca Rivelli (Ornella Muti).

Dal nostro paese, il genere del fotoromanzo si diffonde in tutto il mondo, fino all’America Latina e l’India.

Ma dopo l’apice, la decadenza. La lettura dei fotoromanzi scema nella seconda metà degli anni ottanta, soppiantata da altre forme d’intrattenimento popolare, dalle telenovelas alle fiction, e sono questi nuovi generi, da allora in poi, a dirci cosa e come dobbiamo sognare.

I Fotoromanzi Lancio
I Fotoromanzi Lancio
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L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

30 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009

Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio

II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.

La cerimonia dei garofani

La cerimonia dei garofani

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Lies and fantasies

29 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Lies and fantasies

Lies and fantasies

It began with an itch on the spire of the nose. It was like a pinprick that spread in tingling waves. The meat was red, the skin stretched and then curled in crispy and woody knots.

Thirty-two and a half year had passed since Pinocchio was a wooden puppet no more, but every time he lied, his nose - the naughty thing jutting out of his head - still changed. It was always an unpleasant and embarrassing event. The last time the crime happened on the local Florence-Prato and Pinocchio had made the journey in the toilets waiting for it to pass. That day, he remembered, he had exaggerated the abilities of his dog.

But why did it happen here, in this cold evening of December, while he strutted into the new coat, mirroring himself in a display of Christmas decorations? He had not lied to anyone, he was alone with his thoughts. What exactly had he thought? He tried to remember.

So… he had observed a new computer model, beribboned like a gift package, then the little robot beside. Ah, now he remembered. He had compared it to a puppet. Here are the puppets of the third millennium, he had thought. Luckily now I am a man of flesh and blood.

He went back to look at the window. He saw a handsome and elegant man in his forties. He had changed a lot since his raids with Candlewick put havoc in the country and despair in father. The ancient structure of ash, on closer inspection, was kept in the joints, a bit hard for his age, and in the waves of the sculpted hair. But really what betrayed him was the nose. Undisciplined and pointed, ready to turn into wood at inopportune moments. Like now, with this icy sleet that cut the face.

He looked around. No one had noticed anything, thank goodness. It was late, the shops were closing. The last passers-by went home with the collar turned up against the wind. He pulled his hat over his eyes, and then entered a second vision cinema. In the dark, he waited for it to end.

Covering his nose with his hand, he asked for a ticket. The cashier raised her eyes; they were fixed and distracted together. She looked sad, her mouth full of crumbs. She was one with the counter behind which she hid her dinner. Pinocchio looked away, more and more uncomfortable, and even more tucked in his coat. The cold froze the bones.

He entered the dark room and sat in the last row. They gave a war film of the fifties. Next to him were two pensioners shivering and a middle-aged couple, who kissed in an illegal way.

He stretched his legs, tried to relax. The nose showed no signs of returning to normal, nay, in the chill of the room, it was the only still warm part of his body.

It was the curse of the fairy, he thought, the old turquoise whore that had been his mother. If she really loved him as he said, he would not have been troubled with the blackmail of goodness. Every good deed, a piece of wood less. He helped an old lady to cross in traffic? A finger less. He gave money to a beggar in the churchyard? instead of a wooden ear, he found soggy cartilage. To gain a whole body he had struggled the entire childhood, all the way up to the terrible, wonderful, day in which even his penis distilled a white pearl completely human. But the moment he altered reality of even a small difference, he had to run to hide the bulky fruit of his guilt.

Yet, at the window of the computer, Mr. Pinocchio had not told any of his usual lies. He had not inflated the power of the car, the acrobatics of his penis, the tits of his secretary. He had flattered no one, had not done artful compliments to ingratiate himself with his superiors. He could not understand where he could have been wrong.

However, he began to feel strangely good. The projection room was like a cozy womb. He was immersed in the lake of flashes that rained down from the screen and the heat was spreading from the nose to the rest of the body. He clutched the piece of wood between his fingers. It was like having in his hands a cup of hot coffee, a lit stove. He closed his eyes.

He saw a carpenter's shop, distant in time, with a soft floor covering of sawdust. An old man was carving a log. He hummed, cheerful.

"I'll make you eyes and you’ll see. I'll make you a mouth and you will speak. I'll give you a heart and you shall love. "

It was a desire, a gift of love, a magic formula.

Four long lashes had beaten amazed, one leg had jumped down and had approached, eager to rejoin the rest of the body.

"I'll call you Pinocchio."

The wooden puppet had smiled, round eyes had lit up with mischief. He was a funny puppet, terrible, very lively. Geppetto, his father, had loved him just because of his pranks.

The first years of his life were carefree, then came the awareness of diversity, the need for another look. The innumerable lies.

He told Mangiafoco that he was the son of a sultan. He sold the spelling-book to go to see the theater. Magic theater, full of masks, liar, fantastic, innocent. Candlewick was telling that they were not donkeys, but noble race horses, while they, worried, groped the hairy ears in the bleak amusement park of Toyland .

In that life he had brought paper dresses and flowery hats of bread crumbs, he had burned his feet, and he had made his father carve a brand new pair, he had learned to eat the skins and pan scum, he had conversed with Jiminy Cricket . And he was always with Candlewick.

Candlewick . Nose, eyes pitch dark, Candlewick actor, liar, only friend.

When Candlewick was released from jail, all in the country had turned their backs. Pinocchio first, because now rosy knees protruded from his trousers and all advised him to stay away from bad company. Think of studying, they told him, think of your father, think of yourself now that you're a real boy, that you no longer have the head of sawdust. So he moved to Florence and Candlewick had died of a drug overdose in the toilet of a bar.

That's where the point was.

The biggest lies he had said to himself. The lie was his desire to be seen as equal to others. Because equal is true, equal is beautiful. But he was not like the others. No, he was not a human being , he was a wooden puppet. He was not an engineer, he was an actor. He had to be on stage, along with the other puppets like him.

He loved the theater, he loved Candlewick and even the Cat and the Fox. He also loved the fairy, but only when she showed herself in the form of a shiny snail or a blue goat.

A blue light fell on him from the screen, which surrounded his hands with a halo. His fingers twitched and tingled. Pinocchio looked at them for a long time, amazed. Then he smiled.

They had returned of wood.

He came out of the cinema with creaking pace of his youth. He sang. "I'll give you a heart and you shall love."

He passed the cashier. They looked each other: a big happy wooden puppet, bundled up in a coat by Versace, and a middle-aged woman with an alluring blue shimmer in her hair.

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Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

28 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

Felice Fossati (1893 – 1964), nato da famiglia italiana a Romans, in Francia, studiò a Nancy e poi a Milano dopo il rientro nel nostro Paese con i genitori. Volontario in Libia, poi mandato sull’ Isonzo allo scoppio della Grande Guerra, nel 1919 torna finalmente a Milano, dopo un anno di prigionia in Austria.

Il diario (edito da Nordpress), piuttosto breve, inizia ripercorrendo l’addestramento del giovane militare. Dapprima viene mandato a Perugia, poi a Napoli; ha modo di apprezzare la maestosità delle città d’arte, ma anche di rimanere colpito dalle aree di degrado. Il testo contiene un riferimento al terribile terremoto di Messina di alcuni anni prima, in cui ci furono ben ottantamila morti. La scrittura è semplice, ordinata, precisa; impegnato in Libia contro i ribelli, si porta nello zaino Thérèse Raquin di Zola che si accinge a leggere per la quinta volta. I ritmi della vita militare nella colonia sono piuttosto lenti; le giornate sono animate dal Ghibli e dalle marce verso le postazioni interne da difendere dagli attacchi nemici. Ma gli scontri con la guerriglia sono poca cosa rispetto al fronte dell’Isonzo in cui Fossati viene mandato nel 1916. A Grado i soldati consumano del “buon pesce fritto”; ma nello stesso giorno, a San Canziano, vedono i segni della guerra, in particolare la chiesa scoperchiata in cui si sono rifugiati i pochi abitanti impauriti. Assalti alla baionetta, il fuoco delle mitragliatrici, bombardieri che dal cielo non danno tregua ai fanti sono il pane quotidiano. Sia da parte italiana che austriaca, gli attacchi sono condotti con la stessa folle temerarietà; le trincee si prendono e si perdono in pochi giorni. Nella zona di Doberdò, teatro di aspri scontri, furono presenti durante la guerra anche Mussolini e D’Annunzio. Lo scoramento davanti ai morti e ai feriti fa comunque apprezzare al giovane l’attitudine alla lotta del soldato italiano: “ … il soldato italiano nel corpo a corpo … è il migliore combattente, forse, perché più emotivo e facilmente eccitabile”. Emerge, larvata, la polemica verso gli imboscati che si trattengono nelle retrovie, lontano dalle trincee.

Nei pressi di San Giovanni di Duino, durante uno sfortunato assalto, nota: “ … molti nostri feriti giacevano vicino a feriti nemici, assistiti da due infermieri austriaci. Una parentesi di umanità nell’infuriare della guerra”. Ancora l’autore parla di azioni volte a prendere Trieste, ma in realtà la guerra resta statica e si continua a morire per conquistare pochi metri. Poi viene il disastro di Caporetto; Felice e il suo reparto ripiegano precipitosamente a Pozzuolo del Friuli dove offrono una dura resistenza al nemico, dopo che un’automobile con alcuni ufficiali è partita precipitosamente. Qui assiste al suicidio di due commilitoni: “ … il comandante la cavalleria e il nostro maggiore … quasi simultaneamente si puntarono la pistola alla tempia”. Fossati e i superstiti, rimasti senza munizioni, si devono arrendere. In Austria la prigionia si accompagna alla fame e alla noia, finché i prigionieri non ottengono il permesso di lavorare in una fattoria, dove Felice si lega a una donna ungherese. La notizia della fine della guerra arriva improvvisa. Si rientra finalmente in Italia e qui vengono inattese amarezze. I vinti di Caporetto sono oggetto di disprezzo e ciò ferisce chi ha fatto il proprio dovere. A Trieste e Pola alcuni civili insultano gli ex-prigionieri. In particolare i soldati devono subire un’umiliante inchiesta: “Evito di parlarne perché questa sorta di processo è il più vergognoso della nostra vita di combattenti”. In seguito a uno screzio con un ufficiale, Fossati viene trasferito in Sardegna.

Finalmente, alcuni mesi dopo, ottiene il congedo e l’11 settembre 1919 (la guerra è finita da quasi un anno) torna nella sua Milano, con ben poca nostalgia per la vita militare.

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Introduzione di Ida Verrei a "Quand'ero scemo"

27 Marzo 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #poli patrizia

 

 

 

“… Succede alle storie di andare a infilarsi nel sistema nervoso di chi le legge scuotendo i terminali. Così, mentre gli occhi scorrono una pagina, scorre in sovraimpressione la vita…” (Erri de Luca)

 

Ed è la vita che Patrizia Poli rappresenta in questa raccolta di dieci racconti, quella che spesso ci sfiora soltanto o che ci investe in tutta la sua inesorabilità.

Con una scrittura asciutta, essenziale ma anche irrequieta e visionaria, capace sempre di superare i confini del normale e del banale, regala emozioni forti in poche pagine, spesso in poche righe, riuscendo a disegnare figure pregnanti di umanità.

È una folla variegata di personaggi che popola le pagine del libro. Ombre, riflessi di una dimensione amara, eppure reale: uomini tristi o disperati; ragazze nel fiore degli anni già disilluse; mogli insoddisfatte e amareggiate, vittime o feroci carnefici; anziane donne dalla bellezza sfiorita, aggrappate ai  ricordi; vecchie bambine con la mente che si aggira tra i fantasmi; disabili alla ricerca di una collocazione in un mondo di “diversi”.

Ognuno di essi rappresenta l’Uomo, nella sua solitudine cosmica, nella perenne aspirazione al riscatto. P.P. spazia da un realismo vagamente romantico, al surreale, metafore delle angosce esistenziali e della dimensione onirica, dove l’assurdo diviene possibile, verosimile.

Come ne “L’inchiesta”, bellissimo affresco di una società contadina, dove viene introdotta, tra lo sconcerto generale,  una nuova gabella, la  “tassa sulla felicità”. E l’uomo è contento, aspetta con ansia l’inchiesta, “non sta più nella pelle al pensiero che presto, a giorni addirittura, qualcuno, per la prima volta in tutta la sua vita, gli avrebbe chiesto se era felice: Peer, sei felice? Sei felice Peer? Nessuno ti fa una domanda così bella, diretta…

Oppure  ne “La scelta”, storia di una monaca in crisi di vocazione, che si identifica con Licia, la vestale; vede e sente “cose che non avrebbe dovuto vedere né  sentire… le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo… La voce della superiora: “ il dubbio non ti è concesso…Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta… Alla rinuncia ci si abitua…”

O ancora, in “Quand’ero scemo”, monologo di un ragazzo Down, che subisce  un intervento al cranio, e si ritrova “normale” in un mondo di diversi che non riconosce:

 

“Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”. Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane…”

 

Ma in questa varietà di temi e di condizioni umane, l’autrice non indulge mai nel patetico, non lancia messaggi, non rivela intenzioni didascaliche o finalità sociologiche. Piuttosto ci fa riflettere sul concetto di “normalità”, ribaltandolo attraverso un’ottica particolare, una visione distorta, angolare.

Racconta semplicemente le diverse realtà (o fantasie), così come potrebbero narrarle gli stessi protagonisti. E lo fa con una sorta di levità, con distacco ironico, talvolta con umorismo sottile,  che strappa anche il sorriso.

Non è semplice riuscire a dare al racconto breve compiutezza e ottenere la suggestione dell’intreccio narrativo. Patrizia Poli raggiunge questi risultati e lascia nella  mente del lettore immagini indelebili.

 

                                                                                              Ida Verrei

 

 
 
 
 
 
 
 
 
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In giro per l'Italia: Frosolone

26 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Frosolone

Flaviano Testa, nel raccogliere l’invito fatto per raccontare delle nostre città e delle tradizioni che arricchiscono i paesi italiani, mi ha inviato delle fotografie da lui scattate personalmente per accompagnarci in una visita guidata per le vie di Frosolone, nel Molise. Frosolone è un piccolo centro, dal fascino singolare, che si stende mollemente ai piedi di una montagna suggestiva nella verde provincia di Isernia. E’ un antico borgo di memorie storiche e antichissime tradizioni, che offre al visitatore e al turista del nostro tempo la sensazione di rivivere, insieme ai luoghi e alla gente del paese, suggestioni non molto diverse da quelle che dovevano provare gli antichi fondatori del paesino. Flaviano, che ama la sua terra e conosce i segreti della fotografia, ha saputo cogliere gli angoli nascosti dei vicoli e, con occhio attento, è andato oltre le mura dei palazzi antichi, offrendoci così l’espressione laboriosa degli artigiani dei coltelli all’opera per le strade. E’, infatti, la forgiatura delle lame un’usanza antica che ancora viene praticata a Frosolone da maestri artigiani. (Franca Poli)

fotografie di FLAVIANO TESTA

In giro per l'Italia: Frosolone
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MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

25 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

Il racconto che abbiamo letto nell’edizione Garzanti risale al 1884. I temi espressi sono nettamente legati alla vita personale dello scrittore e ai suoi tormenti etico-religiosi.

Il protagonista della vicenda narrata ammette subito la sua pazzia, nonostante il responso dei medici sia diverso. Lo considerano “predisposto all’emotività”, ma “sano di mente”. La medicina del suo tempo lo giudica guaribile.

L’uomo parte da lontano per parlarci dei suoi disturbi. Ci narra due episodi della sua infanzia che lo hanno turbato. Nel primo la governante accusa con forza la balia di essersi appropriata di una zuccheriera. Basta questa scena per far sprofondare il bambino nell’agitazione; “ … tutto mi sembra doloroso … incomprensibile … e io nascondo la testa sotto la coperta”.

Un altro ricordo è quello del racconto della Passione di Cristo, fatto dalla zia. Il ragazzino non capisce il motivo di tanto accanirsi su un uomo buono: “Per quale motivo lo battevano? Lui aveva perdonato, ma quelli lo battevano. Faceva male? Zia, gli faceva male?”. Non c’è una risposta e il bambino singhiozza e sbatte la testa contro il muro.

Da adulto le cose sembrano migliorare. Il protagonista si sposa. Ha una famiglia, delle proprietà, un certo prestigio sociale e una carica pubblica. Si occupa razionalmente di aumentare le sue ricchezze; punta ad acquisire altre terre, non senza malizia e astuzia. Viaggiando però ritrova le sensazioni di tormento dell’infanzia. Dapprima, una notte, si sveglia spaventato e si chiede: “Per quale motivo sono in viaggio? Dove vado?”. Improvvisamente tutto quello che aveva in programma di fare si rivela insensato. I bisogni autentici sembrano essere altri.

Si arriva allora alla terribile notte di Arzamas, cittadina in cui l’uomo si ferma col suo servo, agognando riposo e serenità. Sono cose piccole ad angosciarlo subito: un rumore di passi, la macchia sulla guancia di un lavorante, la forma quadrata della stanzetta in cui si ritira. Il viaggiatore non dorme e si domanda: “Da cosa, dove scappo?”. Due domande profonde nel medesimo quesito. La paura che lo assale è quella della morte: “Tutto il mio essere sentiva la necessità, il diritto alla vita e nel contempo la morte che sopraggiungeva”.

Poco oltre aggiunge: “Non c’è niente nella vita, c’è invece la morte, ma non ci deve essere”. Cerca di pensare agli affari, agli acquisti, alla moglie, ma senza ricavarne conforto. Il vuoto della vita sembra portarlo a subire un profondo senso di orrore. A questo punto inizia a pregare, cosa che non faceva da una ventina d’anni e questo gli da un piccolo sollievo.

Quell’angoscia è sempre in agguato e per sfuggirle l’uomo si getta nel fare e nel correre: “Dovevo vivere senza fermarmi”. Conduce la sua esistenza come sempre, ma ora prega e va in chiesa. Riprende coraggio e ricomincia a viaggiare, diretto a Mosca. E’ di buon’umore quando si ferma a dormire in una locanda. Ancora una volta sono piccole cose a scatenare il dramma: un vecchio che tossisce in una stanza vicina, la fiamma della candela che illumina tra le altre cose un tavolo scrostato, la ristrettezza dell’ambiente. La notte è peggiore di quella di Arzamas; il viaggiatore prega e chiede ripetutamente a Dio le ragioni del suo turbamento.

Nella sua vita appare l’apatia: non si occupa più degli affari e la sua salute peggiora. L’unica manifestazione di vitalità è la caccia, ma durante una battuta si perde e prova un’angoscia cento volte più grande di quelle di Arzamas e di Mosca. Quando torna a casa, capisce che non avrebbe dovuto mettersi sullo stesso piano di Dio, interrogandolo riguardo ai suoi tormenti. Comincia a leggere la Bibbia, i Vangeli, le vite dei Santi. Sta cambiando anche nella sua interiorità, ma il percorso non è ancora completo.

Il protagonista sta per comprare un fondo a un prezzo fin troppo vantaggioso. Ma dopo aver parlato con una povera vecchia, capisce che il suo successo non può avvenire a spese degli altri. Anche i contadini devono vivere e meritano rispetto. La moglie non apprezza questa conversione che lui stesso definisce come l’inizio della sua pazzia. Poi si arriva alla svolta che coincide con la follia totale. L’uomo sta assistendo alla messa; improvvisamente gli portano la comunione. Gli viene quindi offerto il Corpo di Cristo, non è lui a chiederlo ed esso è come un dono inatteso (“improvvisamente mi portarono la comunione”). Troviamo quindi delle frasi piuttosto oscure, originate anche dalla presenza di alcuni mendicanti fuori dalla chiesa: “E improvvisamente mi divenne chiaro che tutto questo non doveva essere. Non solo non deve essere e non c’è, ma se non c’è, allora non c’è né morte né paura, e non c’è più in me il precedente sgretolamento, e ormai non ho più paura di niente”. Ora il tormentato cessa di essere tale; dona dei soldi ai poveri e torna a casa a piedi parlando con le altre persone.

Il percorso di crescita è stato molto lento e segnato da alcuni passaggi; la riscoperta della preghiera, il riavvicinamento alla chiesa e ai sacramenti, cose importanti ma non essenziali. Il cambiare luogo, il muoversi, lo spostarsi non giovano, come ci ricorda la saggezza di Orazio: caelum, non animun mutant qui trans mare currunt. La svolta c’è, invece, quando il protagonista rinuncia a un acquisto che avrebbe causato sofferenza ad altri. Questa è la vera follia; rinunciare al proprio interesse in favore di persone sconosciute e non in grado di ricambiare. La moglie non è d’accordo e ciò fa pensare ai contrasti che Tolstoj ebbe con la consorte nell’ambito delle sue scelte.

Il percorso si completa nel finale del racconto. La presenza dei poveri deve essere percepita come un’iniquità da eliminare; non bastano la preghiera e l’osservanza dei precetti. Ci vuole infatti azione concreta; il decidere di intervenire è in prospettiva una vittoria sulla povertà (così ci spieghiamo quel “non solo non deve essere e non c’è”). Quindi il ricco lascia i suoi rubli ai mendicanti e torna a casa a piedi, non in carrozza, “parlando col popolo”; è un segno di apertura, di voglia di parità. D’altronde Tolstoj nell’organizzare scuole per i figli dei contadini, si chiedeva cosa avesse lui da dare ai suoi servi, ma anche cosa avesse da imparare da loro. Per un certo periodo si accostò ai mestieri manuali, lavorando in età già matura presso un calzolaio.

L’autore sembra con questa storia dal sapore molto autobiografico, indicare un percorso agli uomini, dalla compiaciuta cura di sé alla scoperta degli altri attraverso il Vangelo e l’azione concreta (da non confondere con la mera elemosina o la paternalistica filantropia).

Un percorso di crescita e redenzione, nella consapevolezza di dover molto patire e fare prima di diventare veramente se stessi. Questa consapevolezza, fatta di preghiera, concretezza, impegno verso gli altri, coincide con una forma di follia. Solo un pazzo, d’altronde, rinuncerebbe a un vantaggio personale per non arrecare danno a un altro.

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In giro per l'Italia: Bari vecchia

24 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #giacinto reale

In giro per l'Italia: Bari vecchia

Giacinto Reale è un amico, un uomo colto e sensibile. La sua cultura si evince dai suoi articoli, la sua sensibilità la dimostra avendo raccolto il mio appello per parlare della sua città. Dalle sue parole traspare amore peri vicoli, per i muri, per le usanze, le tradizioni e la cucina di un luogo che ha lasciato oramai da tanti anni, ma che porta ancora nel cuore. Nel suo accompagnarci a spasso per Bari Vecchia, ha saputo cogliere odori e colori come solo il cuore “innamorato” di chi vi è nato e cresciuto avrebbe saputo fare. E’ un piacere avvicinarsi a luoghi sconosciuti quando tanta familiarità ci viene trasmessa dal nostro accompagnatore. Aspettiamo dunque il prossimo tour che l’amico Giacinto ci ha già promesso.(Franca Poli)

BARI VECCHIA

Fino a qualche (un bel po’, in verità) anno fa, avventurarsi per il dedalo di viuzze di “Bari vecchia” poteva essere un’avventura, per il rischio di perdersi tra stradine che giravano in tondo, e per la possibilità di essere oggetto delle attenzioni di qualche malandrino interessato alla borsa della vostra compagna o a un orologio da polso molto “appetitoso”. Ora la situazione è migliorata: sono bastati una bella imbiancatura generale alle mura, una discreta opera di dissuasione su qualche irriducibile malavitoso, un po’ di incentivi a bar, ristoranti, pub e locali che volessero lì iniziare l’attività. Il quartiere è così rinato a nuovo splendore (e i prezzi dei pochi appartamenti disponibili sono saliti di conseguenza) e “locali” e turisti si avventurano tra strade strette e tortuose per impedire al vento di mare di flagellare i passanti, case addossate le une alle altre per tenere al caldo la gente, archi che riparano dalle intemperie e ospitano edicole votive oggetto di culti secolari. Passeggiando, si è accompagnati dal chiacchierio delle donne che, davanti alla porta di casa, pelano patate, lavano pentole, preparano orecchiette che poi stenderanno al sole ad asciugare… Sedie e panchetti non mancano, e, se è estate e vi prende il coccolone, nessuno vi rifiuterà una sosta e un bicchiere d’acqua. Acqua che arriva fresca e buonissima dal “basso”, caratteristica casa a pianoterra, difesa da una porta che si sbarra solo a sera, quando “rientra” pure l’immaginetta di San Nicola (o anche il laicissimo ferro di cavallo) che vi è appesa e alla quale è affidata la protezione contro invidia e malocchio. A difendere l’intimità familiare, quando è necessario (nelle ore dedicate al riposino post prandium, per esempio) basta una porticina a vetri opachi o coperta da una tendina, sicuro riparo anche contro il maltempo, talora sovrastata da un balconcino con balaustre panciute, quasi barocche. Le inferriate di tali balconcini sono prudenzialmente spesso coperte da panni e da cartoni, che danno loro un’immagine vagamente spagnoleggiante, ma hanno lo scopo di impedire che qualche sguardo malizioso possa dalla strada indovinare le nascoste virtù delle bellezze meridionali che vi si affacciano. Dicevo delle immaginette “antimalocchio”… Ricordo di aver letto che, su una porta di via della Quercia, la stessa funzione è affidata ad una grezza testa di pietra coronata da un turbante che la fa sembrare, appunto, una ”cape du turchie” (“testa di turco”). L’immaginario popolare allude ad un turco malandrino che, chissà come e chissà perché, qui ebbe la testa mozzata dai fedeli cristiani, forse perché intenzionato a violare la sacra intimità domestica. Si è fatta quasi ora di pranzo, ed entro in uno di quei caratteristici locali di cui vi dicevo: orecchiette con le rape, braciola di cavallo e un buon vino locale mi accompagneranno ad un riposino indispensabile…prossimamente, però penso di tornarci, c’è ancora tanto da vedere e …da scrivere. (Giacinto Reale)

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Sacha Naspini, "Il gran diavolo"

23 Marzo 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Sacha Naspini, "Il gran diavolo"

Sacha Naspini

IL GRAN DIAVOLO
Giovanni dalle Bande Nere, l’ultimo capitano di ventu
ra

Rizzoli (collana Rizzoli Max)

I Signori della Guerra - Pag. 368 – € 12,90

Sacha Naspini spicca il volo verso la grande editoria confermando tutte le mie previsioni. Ogni tanto sono buon profeta, anche se non ho mai frequentato scuole di scrittura. Non mi è mai passato per la mente neppure l’idea di aprirne una, chiaro. Non penso di avere niente da insegnare. Luigi Bernardi - un uomo che ci manca molto - è stato il suo mentore (Naspini - che non è ingrato - gli dedica il libro), portandolo dal Foglio Letterario a Perdisa, consigliandolo a Elliot e infine proponendolo a Rizzoli.

Il suo nuovo lavoro è un romanzo storico e ci stupisce per la novità tematica, ma non più di tanto, perché Naspini ha un chiaro talento da sceneggiatore e ha sempre mostrato capacità di scrittura sugli argomenti più disparati. L’ingrato (Il Foglio) era una novella classica maremmana, I sassi (Il Foglio) un noir internazionale, I Cariolanti (Elliot) un lavoro vicino ad atmosfere horror, Le nostre assenze (Elliot) un doloroso romanzo di formazione, Cento per cento (PerdisaPop) un libro intervista sulla vita di un pugile, Noir Desire (PerdisaPop) un saggio narrativo sul famoso gruppo rock… Questo per dire che Sacha Naspini non è uno scrittore occasionale, non ha bisogno della molla che faccia scatenare il meccanismo narrativo, ma è capace di imbastire romanzi caratterizzati per scrittura asciutta e dura, operando come un vero e proprio contaminatore dei generi. Naspini fa letteratura usando i generi, cosa non facile, descrive caratteri ed emozioni, angosce umane e dubbi atroci, raccontando storie.

Vediamo Il Gran Diavolo, partendo dalla sinossi Rizzoli.

“I colpi d’artiglieria sovrastano il fracasso del metallo delle armature e le grida dei soldati all’attacco. Della guerra e della morte, però, non ha paura Giovanni: lui è un Medici, nelle sue vene scorre sangue nobile, ma combattivo e fiero, e ogni giorno affronta il nemico alla testa delle più feroci truppe mercenarie d’Italia, le Bande Nere. Il campo di battaglia è grigio, freddo, immerso nella nebbia, eppure i suoi uomini lo seguirebbero anche all’inferno. Tra questi marcia Niccolò, un giovane soprannominato il Serparo per l’inquietante abitudine di tenere tre o quattro serpenti avvolti intorno al braccio. Custode di una sapienza antica, si affida loro per conoscere il futuro. Perciò gli altri soldati lo tengono a distanza, ma presto conquisterà la fiducia del Capitano, riuscendo a penetrarne lo sguardo severo. E dove Giovanni lo avesse posato, là Niccolò si sarebbe fatto trovare, al suo fianco, in mezzo alla mischia. Sempre”. In questo romanzo storico, Sacha Naspini, con una lingua affilata che si misura con il dolore, il male, la morte, racconta di un’amicizia e di quello scorcio di Cinquecento che fu uno tra i momenti più tumultuosi della Storia d’Italia, quando ogni cosa stava cambiando, e tutti tradivano tutti. E lo fa attraverso un personaggio che incarna perfettamente il suo tempo, quel Gran Diavolo disposto a tutto per dominare la sorte e gli uomini. E continuare a combattere. Un esempio di stile: “Niccolò Durante aveva appena visto entrare suo padre nella chiesa. Adesso guardava la gente in adorazione e pensava al giorno in cui sarebbe toccato a lui immergersi in quella folla come un condottiero. Dalla cappella i canti arrivavano forti. Poi ecco che la calca si mosse davvero, spostando le persone come un’ondata. La statua di san Domenico apparve sulla soglia, sorretta a spalla da quattro uomini. E ricoperta da un immane nodo di serpenti luccicanti”.

Abbiamo avvicinato Sacha Naspini per due brevi domande.

Perché un romanzo storico?

È una mia passione, e da qualche parte doveva prima o poi trovare sfogo. Il “richiamo storico”, se così si può dire, permea quasi tutta la mia produzione - penso a I Cariolanti, Le nostre assenze, I sassi, L’ingrato… Raccontare la storia di Giovanni delle Bande Nere è stata comunque un’altra cosa. Ci spostiamo nel 1500, senza ganci con il presente. Una prova, soprattutto a livello di voce. Insomma, dovevo trovare la mia intonazione, sul narrato. E poi i dialoghi. Far parlare personaggi di cinque secoli fa rendendoli credibili e senza che risultino affettati, non è così semplice. Spero di esserci riuscito. Come spero che il romanzo di ambientazione storica resti nelle mie produzioni future – sembrerà strano, ma contribuisce a rendere più esatto il percorso che sento, come autore, sotto vari punti di vista.

Come ti senti dopo il grande salto con Rizzoli?

Sono curioso. È sicuramente un’occasione importante per raggiungere una nuova fascia di lettori. Per il momento, stiamo organizzando la promozione. Mi preparo a viaggiare un po’. E cerco di trovare il tempo per chiudere i romanzi nuovi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

22 Marzo 2014 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #cultura, #marcello de santis

PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

Qualcuno aveva l'opportunità di appuntare su pezzi di carta con un mozzicone di matita le impressioni e le paure che si sentivano e si subivano sul piroscafo, uno scriveva alla famiglia con tutti gli errori dovuti alla sua ignoranza:
... appena partì la nave cominciano a darci manciare... da grandi signori, pasta bianca come la schiuma che in Italia si trivava a cinquecento lire il chilo, carne di tutte le qualità, burro che all'Italia non si conosceva, caffè, zucchero, frutta e marmellata, insoma tutte cose che manciavano le signori, che all'Italia non si potevano manciare perché per manciare quei pasti doveva pagare a peso d'oro...

Nei momenti più brutti a gruppi si tenevano stretti, specie se il mare era arrabbiato, e si facevano coraggio cantando la canzone mamma mia dammi cento lire/ che in america voglio andar... era il costo del viaggio? non ha importanza, è la canzone in sé che conta. Una canzone riadattata da una ballata di tutt'altro argomento risalente all'anno1850 per gli emigranti del nord dell'Italia della seconda metà dell'ottocento; questi andavano nelle Americhe del sud. Adesso invece a partire per l'America (del Nord) sono i contadini meridionali, napoletani in particolare, siamo, come detto, nei primi decenni del '900, e la canzone opera di un autore di cui non si conosce il nome è diventata di tutti, sussurrata nelle lunghe giornate e nottate sui bastimenti.

Mamma mia, dammi cento lire
che in America voglio andar

Cento lire io te le do
ma in America no no no

Pena giunti in a
lto mare
bastimento si ribaltò



Questo era il succo della triste ballata dell'emigrante che è costretto ad andare per sopravvivere, ma anche col miraggio, nato chissà come, che laggiù si sarebbe diventati ricchi.

Mentre qui nel paese natio, ci sono altri poveracci ad aspettare la lettera dall'America, che poteva contenere denaro necessario - anche qui per sopravvivere; perché emigrare significava il più delle volte anche questo:separazione dalla moglie, dal padre anziano, dalla madre vecchia, dall'innamorato/a, dai figli; ma anche dalla terra dal paese dove si è nati, dagli odori di casa, dai sapori delle minestre a pranzo riscaldate la sera.

Voglio riportare qui delle note che mi ha comunicato il mio amico Salvatore Marchionne, un medico chirurgo napoletano ora in pensione, che vive a Napoli. Dopo aver letto la prima parte del mio saggio ha scritto sotto il saggio questo commento:

... la storia, quella vera ci ricorda che il popolo napoletano nel 1861 ebbe due sole possibilità: o diventare brigante, o emigrante. Nel 1860 era suddito di un regno ricco di opifici di fabbriche metal meccaniche di cultura e d'arte, poi però a causa di un vile re piemontese e del mercenario Garibaldi e della massoneria inglese, diventò l'anno successivo povero e senza beni che erano stati razziati dal vincitore. Molti furono trucidati e sciolti nella calce viva, centinaia di paesi rasi al suolo... e fu cosi che iniziò l'emigrazione verso l'America. Se non ci fosse stata l'unità d'Italia, sarebbe stato il Regno delle due Sicilie ad accogliere emigranti... Le canzoni avevano per argomento questo triste fenomeno che assumeva anno dopo anno proporzioni bibliche, ne nascevano una dopo l'altra, come vedremo appresso.

Poi dopo il viaggio faticoso pericoloso e pauroso, finalmente, l'America. New York e la Statua della Libertà che già si vedeva all'orizzonte... datemi i vostri poveri; eccoci, dicevano in cuore, siamo arrivati. Ma una volta giunti laggiù non sempre si trovava l'oro dei sogni; come dice un'altra canzone popolare, anche questa canticchiata sulle navi,

... trenta giorni di nave a vapore/ fino in America noi siamo arrivati/ fino in America noi siamo arrivati/ abbiam trovato né paglia né fieno/ abbiam dormito sul nudo e terreno/ come le bestie abbiam riposà... ma anche l'orgoglio di aver contribuito a qualcosa di positivo di cui andare fieri: ... e l'America l'è lunga e l'è larga/ l'è circondata da monti e da piani/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città.


Melania Mazzucco, Roma, 6 ottobre 1966, autrice del libro Vita che descrive le vicende del nonno emigrato in America nel 1903, ma anche le misere disastrose condizioni degli italiani che sbarcavano a New York e che erano oggetto - almeno per quei primi anni del secolo - dello sfruttamento sistematico delle maestranze locali. Per chi volesse approfondire notizie sul fenomeno, ma anche godersi la lettura di uno splendido libro d'amore,consiglio il libro Vita di Melania Mazzucco, che è uno dei più belli che ho letto, semplice nella scrittura,appassionante nell'argomento, doloroso nelle situazioni descritte.
Si può trovare a soli 10,90 euro nelle edizioni Rizzoli,
BUR biblioteca universale Rizzoli, 2010

Voglio riportare il pezzo in cui Melania Mazzucco descrive le visite mediche cui si viene sottoposti non appena si arriva, e la tassa da pagare per sbarcare, e la vergogna di denudarsi davanti a quegli sguardi talvolta e spesso irrisori...

... la prima cosa che gli tocca fare in America è calarsi le brache.... gli tocca mostrare i gioiellini penzolanti e l'inguine... lui nudo, in piedi, desolato e offeso... (e) quelli che soffocano risolini imbarazzati, tossicchiano, e aspettano...
... le brache di suo padre, gigantesche, antiquate e logore, tanto brutte che non se le metterebbe neanche un prete...
... il problema è che i dieci dollari necessari a sbarcare sua madre gli li ha cuciti proprio nelle mutande, perché non glieli rubassero di notte nel dormitori
o del piroscafo...

E' una delle fasi dell'avventura del ragazzo Diamante, che non si trova più i soldi, glieli hanno rubati, e allora con un segno sulla schiena lo spingono in un angolo tra quelli che con la prossima nave saranno rimpatriati; gli rimarrà negli occhi solo l'immagine di quei fabbricati - che vede dalla finestra aperta - che sfiorano il cielo; e quel mare; e quel sogno che svanisce appena nato. Ma poi il giovane riesce a passare, e allora non gli importa più della vergogna, del dolore, della paura di tornare dai suoi. E' finalmente in America.
Andiamo avanti.

... si trova in una stanza dalle pareti cieche, uno sgabuzzino ingombro di oggetti come il deposito di un rigattiere...
... mentre dilaga in lui una fame prepotente realizza di non essere a casa sua...
... neanche il puzzo che gli mozza il respiro... puzzo di scarpe vino e piscio stantio... lo investe una fetola puzzolentissima...

Diamante è partito dall'Italia per ritrovare una bambina che aveva viaggiato sullo stessa nave ma ora l'aveva perduta di vista, la bambina di nome Vita con la quale nel corso del romanzo il ragazzo intreccerà una tenera storia d'amore; ma lui adesso è qui in una
... casa tutta nera, fatiscente, decrepita, che sembra dover cadere da un momento all'altro... questa è l'America... canottiere lenzuola e pedalini umidi penzolanti da precari fili di ferro che tagliano il locale in due e gli schiaffeggiano il viso.

Ve lo racconterei tutto il libro, ma non mi è concesso in questa sede, mi resta solo consigliarvi la lettura; ché andrà a integrare in maniera massiccia questo molto breve saggio,
E' ora di tornare all'argomento del titolo, per chiudere il mio scritto.

partono 'e bastimenti
pe' terra assai luntane...
cantano a buodo
so' n
apulitane...

http://www.youtube.com/watch?v=mRtpc0qDg2g

Ma prima vorrei ricordare che E.A.Mario, molto colpito dal fenomeno dell'emigrazione, ne scrisse altre di canzoni sull'argomento, forse non poi famose come Santa Lucia luntana, ma importanti quanto quella; ad esempio la Mandulinta 'e ll'emigrante che dice tra l'altro: Quanta miglia ha fatto 'o bastimento!/ Sóngo giá tante ca nisciune 'e cconta./ Ma n'arpeggio doce porta 'o viento,/ na canzone, mentre 'a luna sponta. è la città dei mandolini che canta per loro, è Napoli che da buona mamma invia le sue canzoni col suo strumento principe; Si' tu ca t'avvicine/ a nuje, triste e luntane,/ quanno 'e ccanzone/ce parlano 'e te!

Faranno i soldi questi poveri emigranti? diventeranno ricchi? E famosi?
Se pensiamo che troviamo laggiù lontani dagli affetti più cari e dalla terra che per un meridionale è più preziosa della mamma- la nostalgia è tantissima e talvolta fa morire - più di un milione di nostri paesani; e non sempre e non tutti trovano l'oro che speravano, anzi per molti si parlava, nelle lettere che scrivevano, o nelle righe storte e piene di errori dei diari improvvisati, di "scannatoio".

Ma la storia ci dice che sì moltissimi dei nostri conterranei hanno dato lustro a quella terra assai luntana, in contrapposizione a quelli, e non sono stati pochi, che vennero rispediti al mittente per malattie e/o per altri motivi; molti dicevo, sono diventati sindaci di città, poliziotti in gamba, imprenditori importanti, cantanti famosi. Intanto in attesa di ciò lavoravano duramente per guadagnare soldi per tirare avanti la barca; ma anche soldi da mandare, in parte, ai parenti in Italia.
Scrivevano lettere piene di una nostalgia tutta napulitana; nostalgia che strappa le lacrime e stringe il cuore.
Ecco qualche una lettera scritta da New York piena di errori ma anche di tanta nostalgia.

“Caro Padre e Madre vi scrivo queste due righe per farvi sapere che io sto bene come pure la moglie e figli come spero che sara (senza accento) di voi due vi fascio (faccio) sapere che vi avevo scritto per natale ma poi mi sono cambiato (ha cambiato idea?, ha cambiato paese?). Sono tornato a stare a Novio’chi. Vi facio (con una c - faccio) sapere che qua in america va molto male perché non ci sta lavori io pure lavoro tre giorni la setimana (con una t - settimana) ce (c'è) da fare andare avanti perche e tutto cara (c'è da fare molòto per andare avanti ché qui è tutto caro). Vi faccio sapere che il 14 magio fano (con una n - fanno) la comugnione (comunione) anche due figli Ugo e Dante quando mi scrivete mi farete sapere come stano quelle de sunde america (forse parenti femmine emigrate in Sudamerica) e come gliva (e come se la passano - gli va) ma sento dala (con una l - dalla) gente che va male anche la (la senza accento -là). Tanti saluti a tutti i parenti e a quelli che domandano di me, tanti saluti la famiglia di mia moglie”

Nascono, come ho detto più sopra - altre canzoni che descrivono tutto questo.
I figli di Napoli partono, e il poeta assiste alle scene piene di lacrime e dolore sulle banchine del porto.

Molte sono le canzoni che accompagnarono quella povera gente che si imbarcava in cerca di fortuna, o quanto meno di un lavoro, che potesse permettere una vita migliore di quella che avevano nel loro paese. Sono talmente tante che richiederebbero una trattazione tutta e solo per esse, in un saggi a parte. Ma non possiamo non ricordare un'artista nata in un povero affollatissimo quartiere di Napoli, la Duchesca alla fine dell'ottocento (1996), una ragazza semplice che si chiamava Griselda Andreatini; ma a noi nota col nome d'arte Gilda Mignonnette. Si recò in Argentina una prima volta nel 1911 e poi di lì a quattro anni (1915) una seconda volta fino a che si trasferì definitivamente a New York nel 1924 (di là veniva in Italia per esibirsi di tanto in tanto)...



Gli emigrati d'America la ribattezzarono la regina degli emigranti, per la vicinanza della cantante ad essi, e per le molte canzoni che trattavano 'argomento dell'emigrazione; laggiù divenne in poco tempo la cantante napoletana più famosa degli Stati Uniti d'America. Cantava "E l'emigrante piange", "'A cartulina 'e Napule", "Mandulinata e l'emigrante", "Connola senza mamma", "Santa Lucia luntana".
Voglio qui riportare alcuni versi di una di esse "Connola senza mamma" scritta nel 1930 da Giuseppe Esposito e musicata da Gennaro Ciaravolo, musicista autodidatta, il cui primo, grande successo, fu, nel 1922, Mandulinata a Sorrento composta con la collaborazione di E.A.Mario.

Comm' 'e vapure scostano,
lassanno 'sta banchina,
turmiente e pene portano
luntano 'a Margellina'.
Nterr'â banchina chiagnono
'e mmamme'e ll'emigrante,
pe' chesto, 'nterr'a 'America,
só' triste tutte quante.

Meglio nu juorno ccá, Napulitano,
ca tutt' 'a vita p
rincepe luntano.
ll'America ch' 'e cchiamma,
luntana sta,
cònnola senza mamma,
ca nun po' d
à
felicità.

Traduciamo per che non è troppo addentro al dialetto napoletano: l'America che chiama questi figli di Napoli, sta lontana; ed è una culla senza mamma, che non potrà mai dare alcuna felicità.
Appena le navi partono, / lasciando questa banchina,/ tormenti e pene portano / lontano da Mergellina./ Sulla banchina piangono /le mamme degli emigranti, / per questo, in terra di America, / sono tristi tutti quanti.
Meglio un giorno qui, Napoletano,/ che tutta la vita principe lontano. / L'America che li chiama, / lontano sta, / Culla senza mamma, / che non può dare /felicità.
E più avanti il poeta prega, invoca quest'America lontana, dicendole, ti prego, America, culla senza mamma,. se Napoli li chiamo questi suoi figli, falli tornare... falli tornare... (connola senza mamma, falli turna', falli turna')

Eccola la canzone per la voce di Massimo Ranieri

http://www.youtube.com/watch?v=ZL4B7LJ3-e0

Nel 1927 Giuseppe De Luca scrive dei versi bellissimi musicati da Francesco Bongiovanni; e nasce la canzone 'A cartulina ìe napule: un emigrato riceve una cartolina di Napoli e piangendoci sopra lacrime amare non può non paragonarla all'America dei sogni di lui stesso e di tanti suoi compagni di avventura.



Vediamone alcuni versi:

Mm'è arrivata, stammatina,/ na cartulina:/ E' na veduta 'e Napule/ che mm'ha mannato mámmema... Se vede tutto Vommero,/ se vede Margellina,/ nu poco 'e cielo 'e Napule.../ 'ncopp'a 'sta cartulina!
E se vede pure 'o mare/ cu Marechiaro:/ Mme parla cchiù 'e na lettera/ 'sta cartulina 'e Napule!
Che gioja, stu Pusilleco,/ 'sta villa quant'è fina.../ Comm'è bello 'o Vesuvio.../ che bella cartulina!
E soffro mille spáseme,/'ncore tengo na spina/ quanno cunfronto 'Ameri
ca/ cu chesta cartulina!...

(m'è arriavata stamattina una cartolina, è una veduta di Napoli che mi ha mandato mamma, si vede il Vomero, Margellina... e un poco di cielo di Napoli... Si vede anche il mare con Marechiaro, mi dice più cose essa che una lettera... Che gioia vedere Posillippo, che bella villa... che bello il Vesuvio... che bella cartolina. E io soffro, ho in cuore una spina quando confronto questa america con la cartolina...)

Ma è' ancora Libero Bovio a commuoverci con i suoi versi che sempre il musicista Francesco Bongiovanni vestirà di una musica immortale.
Sta per arrivare Natale e stare lontani, specialmente in questi momenti è ancora più triste e chi scrive alla mamma a Napoli vorrebbe tanto sentire uno zampognaro. Prega la mamma di mettere a tavola anche il suo piatto, quando apparecchierà per il cenone, e facite, quann'è 'a sera d''a Vigilia, / comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io... come se con voi ci stessi anch'io.
Racconta e chiede tante cose, alla madre, che questa leggendo bagnerà con le sue lacrime: ché sì ha fatto i soldi, ma che non contano niente rispetto al paese che è stato costretto a lasciare, è vero, mo tengo quacche dollaro, e mme pare ca nun só' stato maje tanto pezzente...
Mia cara Madre, a vuje ve sonno comm'a na "Maria"./ cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'nc
roce!

E infine i versi dell'invocazione finale - che è un pianto dell'anima tutto napoletano - e che io credo siano tra i più belli della poesia napoletana, degni di quel grande poeta che risponde al nome di Libero Bovio:

Io no, nun torno...mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello: Só' emigrante!

E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane!...
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo '
e Napule,
comm'è amaro stu ppane!

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