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ALCYONE 2000, quaderni di poesia e di studi letterari

31 Ottobre 2022 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia, #saggi

 

 

 

 

ALCYONE 2000

Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022

 

La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude.

La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza.

Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica, che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.

 

* * *

 

A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’“eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.

Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un uomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.

Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in francese, inglese, lituano, polacco, portoghese, romeno, russo, spagnolo ed anche giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.

Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nell'apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.

 

* * *

 

Passiamo ora ad un’altra sezione del vol. 15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.

 

* * *

 

Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferita è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.

Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo.  C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.

 

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Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

 

 

 

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.

 

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Lidia Yuknavitch, "La cronologia dell'acqua"

20 Ottobre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La cronologia dell'acqua 

Lidia Yuknavitch

Nottetempo Edizioni, 2022

 

 

Inizio questo libro con i primi due capitoli che spaccano. Intensissimi per il contenuto, un aborto spontaneo al nono mese, scrittura opulenta, un pizzico di olistica che non guasta mai. Poi l'autofiction continua, l'infanzia col padre padrone, la sorella grande che abbandona la casa appena può, pare ci fossero molestie, la madre con la gamba corta succube del marito, lei che annega metaforicamente e non, tutto ciò nelle acque clorate della piscina. Perché è la cronologia del prezioso liquido, non dimentichiamolo. E quindi piscina lì, piscina quando traslocano in Florida, il padre che non vuole che studi, e poi l'acqua diventa quella delle docce dove ammira i corpi delle atlete, la saliva dei baci ambosessi in cui, ancora minorenne, si prodiga con una sessualità promiscua e violenta che manco Moana quando aveva il doppio degli anni, e poi la piscina dell'Università a cui approda per borsa di studio sportiva e dove si fa buttare fuori in due anni perché più che partecipare a orge sempre strafatta e in iperalcolemia non fa. Questa vita al limite viene minuziosamente descritta fino ai 30 anni quando, in questa vita devastata e sprecata Ken Kasey, mica pizza e fichi, di tutto il collettivo con cui scrive riconosce il talento da scrittrice solo in lei, e glielo dice pure senza infilarle dentro nessun organo dei suoi. Miracolo. Scopriamo poi che il primo racconto con cui lei si fa notare si intitola "la cronologia dell'acqua", e tutto mi fa pensare che fossero i primi due notevoli capitoli a cui poi viene aggiunto tutto questo pippone. Ma quando a metà libro lei invita la sua scrittrice feticcio alle 4:30 del mattino a schiaffeggiarle la patafiolla squirtando come un idrante, no raga, io mi sono arresa e mi sono chiesta "ma che cavolo sto leggendo? Ma questa sarebbe una scrittrice di talento?" Un elenco di umori corporali rilasciati a ogni pagina, una storia inesistente, l'ennesima, posso dirlo?, storia che con la scusa di universalizzare il proprio vissuto  ammira il proprio ombelico peraltro pieno di lanetta puzzolente. Ma anche basta di scrittori che producono grazie alle loro nevrosi. Ma basta di gente che ci fa credere che vivere per raccontarla sia sprecare la vita per poi miracolosamente scoprirsi talentuosi e ripercorrere i folli anni del prima. Ma basta proprio parlare di sé in un afflato narcisistico a spirale. Macchissenefrega di quello che hai fatto o del fatto che quando lo hai fatto non capivi nulla perché eri ottusa da sostanze psicotrope? Ma che plusvalore mi da questa scappata di casa? Ma chi lo dice che i suoi libri valgono, addirittura ha una cattedra negli USA dove insegna scrittura. Ah beh. Figuriamoci. Comunque mollato a 2/3. E non mi è piaciuto a parte i primi capitoli, nel caso non mi fossi spiegata bene.

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Joseph Pontus, "Alla linea"

15 Ottobre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Alla Linea 

Joseph Pontus

Bompiani, 2022

 

Joseph Ponthus, scomparso a 42 anni per tumore, due anni dopo avere conosciuto il successo con il suo unico libro, Alla linea, una specie di romanzo in versi sciolti, o un poema sulla vita in fabbrica. Umanista, educatore sociale, attivista politico, questo gigante dal pelo fulvo decide di trasferirsi in Bretagna per amore della moglie. Lì però resta disoccupato mesi non trovando lavori nel suo campo e decide, pur di fare qualcosa e portare a casa uno stipendio, di affidarsi all'agenzia interinale che gli propone solo lavori temporanei presso lo stabilimento del pesce e il mattatoio, a parte una fugace e grottesca incursione di pochi giorni nella scolatura del tofu, operazione tanto specifica e deprivata di senso da costituire un mantra per tutto il tempo in cui la svolge. Allo stabilimento del pesce si svuotano casse di pesci e se ne fanno bastoncini, prima delle feste arrivano i crostacei e molluschi nobili; al mattatoio si spostano con enorme fatica fisica quarti di manzo e di bue. La storia che Ponthus ci racconta è tutta nei gesti ripetitivi alla linea di produzione, da cui il titolo, i guasti al nastro trasportatore, le chiamate all'ultimo minuto dell'agenzia che ti prenota per due giorni o due mesi, ma che gliene frega a loro, gli interinali come i disoccupati devono esistere per i momenti storici di sovrapproduzione. È una legge del mercato. E allora c'è la rivincita degli operai che si intascano il cibo più caro e prelibato senza farsi vedere come indennizzo, le macchine che possono mutilarti a vita se non stai attento, gli scioperi di quelli a tempo indeterminato perché gli interinali, se si uniscono, perdono il diritto di chiamata. Ma se non si cambiano le cose è per colpa loro, li accusano, che non hanno il coraggio di scioperare. Si scopre un micromondo, che per la maggior parte di noi è sparito da un secolo, fatto di precarietà, assenza di diritti, turni rispettati grazie al passaggio in auto dei colleghi, fine settimana di recupero della stanchezza. In ogni capitolo però riluce una inattesa leggerezza di chi non vuole piangersi addosso, che sa che tutto è temporaneo e il presente va comunque goduto. Ogni giorno ci riserva la possibilità di sorridere, a volte ridere, con calembour, canzoni o poesie modificate sul tema della fabbrica, battute di spirito autoironiche, citazioni filosofiche, a volte. Ponthus non decide di resistere, non si oppone a qualcosa più grande di lui ma decide di Esistere con tutto ciò che ha, con tutto ciò che è, scrivendo furiosamente fino a notte fonda pur sapendo che pagherà il debito di sonno il lunedì mattina, cucinando e cenando con la moglie, passeggiando per le spiagge, lasciando la testimonianza di un mondo operaio defraudato e proletario che persiste nel cuore della civilissima Europa. Un grande insegnamento per chi fa parte della nostra generazione, uno spaccato insolito ma poi più prevedibile di quanto si pensi in questa nostra società in declino che ci sta spremendo fino all'ultima goccia sulla linea della fabbrica neoliberista.

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Tre poesie di Bernardo Risino

10 Ottobre 2022 , Scritto da Bernartdo Risino Con tag #bernardo risino, #poesia

 

 

 
 
 
SOGGETTIVA
 

A Milano

le mattine d’estate sono fresche

nelle case assonnate;

fuori già ci si ubriaca

di sole e di smog.

Ogni giorno pare sempre lo stesso,

quasi fosse il metronomo a battere il tempo.

Si esce, si compra il giornale,

si beve caffè e si mangia una brioche:

è abitudine saggia,

l’organismo ha bisogno di forze.

Siamo contenti all’inizio del giorno,

sorridiamo.

Nuvole veleggiano lente

in attesa di essere pioggia.

Poi, nel giorno,

riempiamo di vuote parole i minuti

e i minuti riempiono le ore

e così la fatica di vivere

si fa più pesante.

Il lavoro ci illude

e scherma ogni nostra paura.

Ci caliamo nel vortice scuro

di un abisso spietato.

Ci illudiamo.

In Sicilia

se ne stanno le genti a godersi la vita:

c’è chi mangia granite di mandorla

e chi legge il giornale

al profumo di un gelsomino

o di un aspro e perenne limone.

Ma nei campi assolati i braccianti

si spezzano la schiena e le ossa

per offrire ai mercati primizie.

Qualcuno, talvolta, se c’è un funerale

e il morto era giovane e sano,

di nascosto si tocca i coglioni.

A Noto, in Sicilia, il sole d’estate

è un maglio che schianta ogni forza

e il Corso una ruga nel tempo

che divide il paese in due parti.

A Noto quand’ero ragazzo

e sognavo Milano, dicevo:

“La gente è diversa,

son diversi i paesi e le case.

Sarà come su un altro pianeta.”

M’illudevo.

Siamo corpi in un fiume melmoso

che alla foce si sperde

nel mare infinito del nulla.

MIO PADRE

Mio padre era giovane quando il fato
ha estratto il suo numero a sorte.
Ero un ragazzo,
e la boria degli anni più verdi
frenava ogni forma di dialogo
confinando nel silenzio
ogni parola,
ogni gesto d’affetto.
Ricordo una volta, era giugno,
mi chiese di accompagnarlo
a comprare la frutta da un contadino.
Guidava con calma,
sentivo che voleva parlarmi.
Lasciammo la strada statale
per una trazzera:
ai lati muretti a secco e
alberi d’ulivo a perdita d’occhio.
A un tratto accostò all’ombra
di un solitario carrubo.
Io me ne stavo in silenzio:
l’estate pulsava tra campi assolati
e cicale impazzite.
Mio padre prese il pacchetto e
mi offrì una sigaretta.
“Non fumo,” mentii.
Con calma ritrasse la mano,
ne sfilò una, l’accese.
Fumava e taceva,
ogni tanto tossiva.
“C’è caldo,” gli dissi
per rompere il ghiaccio.
“Hai ragione,” mi fece
buttando fuori il suo fumo.
Sentivo lo sforzo
di dire parole concise,
per chiedere conto
del mio essere assente,
dei miei malumori,
dei colpi di testa.
Ma tacque.
Partimmo che il caldo pesava
sui nostri volti delusi.
Passarono mesi, lui se ne andò.
Io ero lontano e sono tornato
e l’ho visto sul letto
dove, giovane e forte,
aveva goduto.
Ho scrutato il suo volto di marmo
e vi ho colto come un’ombra,
una sorta di muto tormento
solo a me noto.
Non ho pianto
davanti ai parenti schierati.
Poi, di ritorno dal cimitero,
ho preso la macchina
e ho guidato verso la spiaggia
dove, quand’ero bambino,
mi aveva insegnato a nuotare.
Mi sono seduto e ho guardato
le placide onde del mare:
Il ritmo lento e ossessivo
ha sciolto quel grumo
che mi trascinavo da un pezzo 
come un peso segreto,
e i miei occhi si sono velati.
il pianto non era
che la percezione
di un vuoto che dilagava
in ogni mia parte sensibile,
un vuoto che il tempo ha domato,
che a volte ritorna,
e, quando si espande,
nonostante la mia vita abbia fatto il suo corso,
vorrei tornare a quegli anni
e stringere forte mio padre,
e parlargli.

LE DONNE DI TEHERAN

Marciano unite tenendosi per mano
urlando forte perché dia loro ascolto
chi esercita il potere con violenza,
chi si comporta da despota e tiranno.
Le donne di Teheran hanno capito
che è giunto il momento di volare,
di far sentire forte agli aguzzini
che i cuori sono stanchi di subire.
In un abbraccio che sa di libertà
percorrono un sentiero di dolore
che porterà a nuova dignità,
a progredire, a reclamare onore.
Le donne di Teheran prendono il volo
hanno capito che il potere è inerme,
che il loro gesto cambierà la storia,
che ogni dittatura ha una scadenza.
Gridano il nome di Amini Mahsa
uccisa solo perché dal velo nero
spuntava una ciocca di capelli,

oltraggio sommo per biechi assassini

L’hanno finita picchiandola a morte,
l’hanno finita a forza di botte,
senza sapere che da quella morte
migliaia di donne sarebbero risorte.

La polizia morale, ossimoro mortale,
pretende che ogni donna sia silente,
che viva occultata in vesti nere,
che ubbidisca senza tante storie.
In none di un Dio crudele e sadico,
incancreniti nel loro pregiudizio,
pensano che il corpo della donna
alimenti il peccato e spanda il vizio.

Che indossino l’hijab
che coprano le forme,
che viaggino mai sole,
che non ballino e non cantino
che non ridano in pubblico,
che siano ombre
nascoste nelle tenebre,
gridano i carcerieri
dietro le loro barbe nere.

Le donne di Teheran lottano in massa
con i capelli al vento quasi da aliene,
vogliono uscire dal nuovo Medioevo,
vogliono alfine spezzare le catene.

E mentre i cecchini sparano dai tetti

E uccidono persone come cacciagione
E mentre i cecchini sparano dai tetti
e uccidono persone come cacciagione,
urlano con voce roca al mondo intero
che nessuna di loro teme la morte
e hanno solo un gesto da mostrare:
bruciare il velo nero e poi danzare.

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Adriana Deminicis, "Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino"

8 Ottobre 2022 , Scritto da Maria Elena Mignosi Picone Con tag #maria elena mignosi picone, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino

Adriana Deminicis

Guido Milano Editore, 2022

 

 

In questo libro dal titolo Da un Poemetto alla Luna. I fiori di Gelsomino l’autrice Adriana Deminicis prende l’avvio dalla considerazione dell’atteggiamento umano consistente nella diffidenza verso il suo simile, nella chiusura, che lo porta a innalzare muri, a chiudere frontiere. L’autrice lamenta anche nei propri riguardi l'incomprensione che trova nel condividere i suoi pensieri, e la conseguente emarginazione da parte degli altri. Ella disapprova pure l’educazione a norme rigide, con pregiudizi che rendono sordi agli aneliti di limpidezza, di magnanimità, di lungimiranza. Questa atmosfera pesante ha provocato in lei quasi una malattia sentendosi emarginata, malattia da cui si augura la guarigione.

Auspica dunque un cambiamento nella visione delle cose e nel comportamento degli uomini tra di loro, che è improntato appunto oggi ad individualismo, indifferenza, incomprensione.

Con sorpresa allora sono proprio le piante o la contemplazione del cielo a ispirare pensieri e sentimenti che aprono alla speranza: «…la Luna alla Sera risveglia in me antiche miscellanze, / anche il profumo dei fiori, / anche le meravigliose piante con il loro cuore / così delicato e attento mi vengono a parlare, / mi fanno sentire la loro calda presenza, / rassicurante, un cibo che nutre / e rende lieti di speranza…» (Frammenti di esistere).

Ed è da qui che la poetessa intravede un miglioramento: «…presto arriverà il cambiamento / … simbolo massimo / di Libertà e di Armonia / con l’Amore a guidar la rotta» (ivi). Allora è la Luna e il fiore del Gelsomino in particolare che suscitano in lei una sequela di pensieri e di ispirazioni. «… / Luna argentea così buona e amica /…/ il mio pensier si eleva immenso / raggiunge vette elevate dove la Luce Bianca / di guarigione non è mai stanca...» (La Luna e la Vita, Venere e l’Amore). Così comincia a «…nutrir un pensiero di cambiamento, / non più soggetto a limiti, / mi liberavo di una memoria fatta di impedimenti, / pregiudizi… le mie affermazioni / cominciavano ad andare verso luoghi fioriti…» (ivi).

Ecco i fiori. Ecco il gelsomino. Alla luna, da lei chiamata «la Regina della Luce», si affianca il gelsomino che «…alla Sera veniva a profumare / il Viale» e che «…simboleggiava un amore Eterno, / che si faceva sentire…/ per onorare tutti quegli sguardi / che da tempo avevano cercato un Amore vero» (Il Gelsomino alla Sera veniva a profumare il Viale).

Luna e Gelsomino allora li possiamo pensare come il simbolo, la Luna della Luce, ovvero della Verità, della Giustizia, invece il Gelsomino come il sentimento che può scorrere come fluido a unire gli uomini, e cioè l’Amore. Solo così la felicità potrà brillare negli occhi di tutti. Luna: «Saggezza Eterna, Intelligenza che viene ad illuminare» (Luna).

Inoltre Adriana Deminicis nella contemplazione della luna e nel godimento del profumo del gelsomino, sente una immedesimazione di sé con l’Universo. «…tutto di me era presente nell’Universo, / tutto dell’Universo mi accompagnava…» (Poesia d’Amore. La Luna Rossa). È il microcosmo che si fonde col macrocosmo. Del resto tutti gli elementi sono sia nell’uomo che nell’Universo. Sono costituiti della stessa sostanza. Il pensiero dell’autrice ora spazia nel Tutto. E il Tutto, che è l’Universo, è ricco di Amore: «… C’è tanto Amore nell’Universo, / … l’Amore ha radici profondissime, / ogni rosa che nasce ne rappresenta il Simbolo, / simbolo lieto di un Amore senza fine…» (Guardavo il Cielo).

È un’opera deliziosa questo “Poemetto alla Luna. II fiori di Gelsomino” di Adriana Deminicis, un’opera che quasi ci fa sentire la freschezza delle piante, il profumo dei fiori, ci mette in comunicazione con la natura e con l’Universo intero. Un’opera di ampio respiro che esprime l’anelito a distaccarsi dal mondo dove domina il male che altro non è se non la mancanza di amore. E l’amore lo possiamo attingere alla Luna, al Gelsomino. Presenze stupende che esprimono purezza anche con il loro biancore.

Dal mondo caotico e malvagio la poetessa trova uno spiraglio di speranza: un mondo di amore cui la natura ci introduce.

Si avverte anche in questo anelito alla vita senza più tristezza, senza più affanni, quasi il presagio della vita futura, dell’aldilà. Forse è insito nella natura umana il concetto del Paradiso, dove sarà asciugata ogni lacrima, dove non ci sarà più né pianto né dolore, ma solo luce, amore e felicità.

Maria Elena Mignosi Picone

 

Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Chiara Maggi, "La ragazza dei fiori"

7 Ottobre 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni

 

 

 

 

La ragazza dei fiori di Chiara Maggi (CTL Livorno, 2022 pp. 458 € 21.50) è un fantasioso romanzo di formazione che coinvolge il lettore oltre la consistenza sensibile delle fitte pagine, nel potere miracoloso delle emozioni e converte le passioni e le sofferenze della vita nella descrizione psicologico-intimista delle vicende esistenziali. Chiara Maggi dona profondità narrativa alla sua storia attraverso i sentimenti e un'intensa maturità espositiva. Il suo esordio letterario è una dichiarazione luminosa e positiva del mondo interiore, un filtro tenero e generoso delle atmosfere sentimentali, influenzate dal cammino spirituale della propria vocazione. La ragazza dei fiori è un itinerario dolce e toccante intorno alla percezione dell'incertezza e dell'insicurezza emotiva della protagonista. Chiara è una ragazza bisognosa d'amore, in cerca di un suo personale riconoscimento alla propria appartenenza, che avverte la necessità di superare la debolezza delle difficoltà e nella modulazione del passaggio dall'infanzia all'età adulta intona il confine della sua timidezza, comprende la variazione del dolore come limpido strumento per la saggezza. La trama del libro dispiega l'effetto consapevole e potente del calore della vicinanza, la riflessione umana della protagonista Chiara, tra contrasti impulsivi e conseguenze infelici, occasioni fortuite e incontri inattesi, concentra l'evoluzione fortunata e determinata dell'esperienza, l'intreccio imprevedibile e inaspettato degli avvenimenti descritti. L'importante e indispensabile confronto con gli altri personaggi che interagiscono con la protagonista, lascia intravedere il riflesso dei contenuti relazionali, l'espressione della propria realizzazione. L'autrice affonda nella qualità letteraria della scrittura romanzata, il destino imprevisto del vissuto, la sequenza riflessiva del legame introspettivo. Confessa, con una romantica e delicata voce narrante, il disagio crudele delle assenze subite, la malinconia sfumata delle mancanze, la difficoltà delle carenze affettive. Restituisce, contro il timore dell'abbandono, la coraggiosa resistenza nell'affrontare la realtà, nell'incoraggiare la vitalità della speranza, il sostegno delle aspettative. “La ragazza dei fiori” plasma il desiderio universale della rinascita, insito in ognuno di noi, identifica l'attesa fiduciosa delle proprie aspirazioni, realizza la convinzione fiduciosa della necessità favorevole di ogni cambiamento, accoglie, nella proiezione romanzesca degli ideali, la libertà di scegliere una seconda possibilità per superare lo smarrimento delle esitazioni, sciogliere l'amarezza delle delusioni e sollevare il valore della condivisione. La purezza del cuore di Chiara incanta il significato autentico delle parole, sprigiona l'essenza responsabile della volontà, allontana le fragilità. Chiara Maggi assiste e difende l'equilibrio eterno dell'anima, la corrispondenza del perdono, la comunione con gli altri, la partecipazione alla felicità, la promessa della presenza. Schiude l'infinita simbologia dei fiori con il segreto salvifico dell'altruismo, sprigiona la serenità nella direzione della seguente frase: “L'anima ha il profumo dei fiori”.

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

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Ritorna "L'isola delle Lepri"!

6 Ottobre 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli

 

 

 
 
Con una seconda veste grafica, nonché nuova edizione, torna L'ISOLA DELLE LEPRI!
Quale migliore occasione per chi non lo avesse ancora letto?
 

 

 
Ritorna "L'isola delle Lepri"!
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Il desiderio di Geppetto

5 Ottobre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Le Marionette odiano i Burattini e viceversa.

I Peluche odiano le Paperelle di Gomma, tale sentimento è reciproco. 

I Manichini odiano gli Spaventapasseri, un odio vicendevole. 

Le Bambole odiano le Bambole Gonfiabili, un'accanita ostilità decisamente ricambiata. 

Io, invece, strano ma vero, non essendo il loro "giocattolo", li odio praticamente tutti, tra l’altro siamo in guerra. Se la globalizzazione umana risultava una chimera, figuriamoci adesso, visto che le fazioni provavano già avversione in tempi non sospetti. Gli schieramenti, negli ultimi mesi, hanno deciso però di fare una tregua temporanea e di coalizzarsi contro il genere umano. 

Mi trovo barricato in un avamposto militare assieme a un nugolo di soldati con le armi pronte e con la necessità di mantenere un costante stato di allerta, difatti i nemici potrebbero arrivare da un momento all'altro. 

E pensare che, fino a non molto tempo fa, i miei giorni scorrevano tranquilli in una mensola in legno, finché una notte, quella "mezza sega" di Geppetto espresse un desiderio che disgraziatamente venne male interpretato. La stronza della Fata Turchina, calcando un po' troppo con la bacchetta, donò la vita sia me che a miliardi di altri inanimati. 

«Fatina, cosa diavolo hai combinato?»

Queste furono le ultime parole di quello stolto falegname prima di crollare terra, colpito da un infarto.

 

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La collezionista

4 Ottobre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

Era una collezionista di qualsiasi cosa, aveva iniziato fin da piccola collezionando tappi. Manco a farlo apposta, Il collezionista di ossa era il suo film preferito.

Un'autentica mania ma, Beatrice, mia moglie, era fatta così.

Penso che amasse di più la sua collezione di cappelli. Cappelli di paglia, cappelli da cowboy, cappelli lavorati a maglia e persino alcuni fez acquistati durante le nostre vacanze in Marocco, in un bazar affollato di Marrakech.

La "collezionista" è deceduta l'anno scorso, lasciandomi tutte le collezioni. Seduto sul divano, tra le mani tengo stretta una vecchia fotografia trovata in un cassetto. Questa foto gliela scattai io, ritrae Beatrice che orgogliosamente indica con l'indice della mano destra le sue adorate lattine riposte su uno scaffale.

Indossando un sombrero e affranto dalla malinconia, i ricordi mi fanno compagnia.

 

Nota dell'autore: La collezionista ha partecipato in un altro portale letterario a un laboratorio di scrittura creativa intitolato LA FOTOGRAFIA avente come tema: "Hai trovato una vecchia foto nel cassetto. Pensieri e ricordi."

 

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Erika

3 Ottobre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

«Cazzo, non posso salvarti se non vuoi essere salvata!» urlò una voce maschile dall'altra parte della cornetta.

La linea telefonica crepitò, Erika in tono apatico rispose che stava attraversando un periodo difficile.

Erika chiuse gli occhi e sospirò, stringendosi la giacca intorno alle spalle. Non voleva morire. No, semplicemente desiderava non esistere affatto.

«Papà, prestami dei soldi!» supplicò la ragazza. 

Clic.

Il tintinnio delle restanti monetine rilasciate dalla cabina telefonica coprirono l'intera imprecazione, monetine che finirono per essere accozzate con delle sgualcite banconote. Quel denaraccio lo ritenne sufficiente per potersi permettere una dose da Khaled, uno spacciatore ben mimetizzato in un angolo lugubre della stazione di Messina Centrale.

***

L'ago le perforò la pelle del braccio sinistro pieno di buchi per entrare in una vena, il confortante intorpidimento dovuto all'eroina riuscì a placare la sgradevole iperattività. Erika, adagiandosi al muro della stazione ferroviaria cominciò ad ondeggiare ed ebbe la sensazione di sentirsi risucchiata in un vortice intriso di luci psichedeliche e cacofonici suoni, fino a scivolare nell'oblio oltre che sul marciapiede

 

 

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