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Post con #fantascienza tag

La fantascemenza

12 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #fantascienza

 

 

 

 

Jules Verne: avrebbero potuto esporre in un museo il suo cadavere senza averlo imbalsamato, giacché, dato il suo stile di scrittura, è perfettamente chiaro che era già impagliato in vita: si sarà quindi conservato splendidamente. E' una cosa che si è chiarita nel tentativo di rileggere 20.000 Piaghe Sotto i Mari, uno o due anni fa, e trovando uno stile rigido, stridente come gesso sulla lavagna, la stessa lavagna su cui sembra scrivere didatticamente le sue osservazioni e misurazioni scientifiche che costellano ansiogenamente il libro, rendendolo una pesante lezione scolastica, piena di pedanterie a base di leghe, nodi, latitudini, longitudini e quant'altro. Viene salvato solo dalle invenzioni romanzesche, dall'intuizione sottomarina, il sogno di poter vivere autarchicamente sotto le onde, al di fuori della giurisdizione delle leggi umane, nascosto e imprendibile, il fascino oscuro del Capitano Nemo e un paio di gite nelle foreste di alghe: ma a ciò si accede solamente con dura fatica e il puntello dell'ostinazione a rompere il ghiaccio che incrosta le parole. E quindi, addio 20.000 Beghe Sotto i Mari: state bene lì dove state. E lì rimarrete.
In definitiva, ho un ricordo migliore di Viaggio al Centro della Terra, ma forse proprio perché è - e rimarrà - solo un ricordo, non sfregiato da un tentativo di verifica pratica. Qualche teoria strampalata di un secolo, un secolo e mezzo fa ipotizzava che la terra fosse cava. Verne, quindi, la riempie di preistoria preservata, un mondo nel mondo, rimasto ad un grado di sviluppo mesozoico, con tanto di lucertoloni giganti e vegetazione esoticamente ancestrale, cresciuta non si sa come. Ciò porta ad Arthur Conan Doyle e al suo mondo perduto, di mezzo secolo dopo, che insieme al precedente, costituisce l'archetipo delle storie di preistoria-che-arriva-nell'età-moderna (o così ho letto).
La differenza tra Conan Doyle e Jules Verne, è che il primo è coinvolgente e a tratti persino divertente, e forte di un razionalismo che non sfocia però nel linguaggio arido di Verne, per quanto rimanga piuttosto asciutto - oltre a ciò affiora persino un po' di calore umano, qua e là. Ma seguendo la coda dei dinosauri arriviamo in Russia, presso casa Bulgakov che - se famoso per il postumo Il Maestro e Margherita - è anche autore di una parodia fantascientifica a base di dinosauri distruttivi fatti rinascere attraverso una cova artificiale che porterà subbuglio e salmonella in Russia: Le Uova Fatali.

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THE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE

21 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema, #fantascienza

 

 

 

Regia di Matt Reeves

Premetto che sono alquanto allergica alle trilogie soprattutto se me le diluiscono in 6 anni perché tendo a dimenticare gli episodi precedenti. A costo di attirarmi pomodori marci e altre amenità, inoltre, ritengo il film del '68 con Charlton Heston tutto fuorché un capolavoro, più nel dettaglio la trovo una bellissima idea distopica messa giù in maniera imbarazzante (un esempio su tutti: prendi una navicella, atterri su un altro pianeta e trovi scimmie che parlano inglese perfettamente come te e non ti viene un dubbio? No, dico, passi il confine col Messico e non capisci nulla più quando la gente apre bocca ma su un altro pianeta parlano la lingua di Shakespeare, cioè, un astronauta qualche domandina dovrebbe porsela, ma vabbè, diciamo che occorre sospensione dell'incredulità). Veniamo però al terzo e ultimo capitolo della saga che ho visto recentemente. Non ci metterei la mano sul fuoco per i vaghi ricordi che ho degli altri due ma direi che qui l'approfondimento psicologico ha avuto la meglio sull'intreccio. La guerra più che tra due popoli è tra due capi: Cesare e il Colonnello. I due però superano la visione manichea di buono e cattivo offrendo personaggi spigolosi, pieni di contraddizioni, difetti, personaggi confusi, che cedono troppo all'emotività (Cesare) o alla razionalità (Colonnello). Ognuno di loro ha la sua personale idea di come salvare il proprio popolo e vincere la guerra e, ovviamente, entrambe si riveleranno assai difettose. Ho apprezzato l'introduzione nella sceneggiatura di uno snodo che finalmente risolve una domanda lasciata in sospeso dal primo film con Heston (che cronologicamente segue) ovvero: perché i primati parlano ma gli umani no?!?!! Grazie a questa idea si spiega l'anomalia del film del '68. Apprezzabile anche l'idea di introdurre Nova, una bambina che fa da ponte tra le due specie ma che purtroppo resta lettera morta non essendo questa figura presente nel fim originale. Mi lascia perplessa l'omaggio evidentissimo all'altro Colonnello di coppoliana memoria, Kurtz, tanto che, se mai avessimo dubbi sulla citazione, ci viene suggerito con il gioco di parole "ape - pocalypse now" scritto in un tunnel. Sarà pure che nei decenni ormai è diventato un archetipo ma mi sembra che venga citato un po’ troppo negli ultimi tempi e non sempre a proposito.

Sottotracce: evidente quella ecologica, palesemente enunciata da Harrelson, della Natura che si rivolta all'uomo che cerca di dominarla. Meno evidente quella politica (sempre che non me la sia sognata) del "non vi combattiamo per odio ma perché siete più numerosi e intelligenti e se vi lasciamo ci sopraffate". In ogni caso la fine è nota per cui se davvero quest’ultima è presente è il regista non la vede bene per gli americani e l'Occidente in genere.

In complesso fantascienza buona con spunti etici ma sono altri quelli che mi fanno impazzire.

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Superterrestre

12 Maggio 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Questo è per te, Madre Terra. Il mio ultimo saluto.

Il saluto gonfio d'amore d'un figlio che è costretto ad abbandonarti per sempre.

Più la distanza si accresce e più sento le mie forze venire meno. Quel nutrimento che traevo da te mi viene rapidamente a mancare. Presto sarò niente più di un misero corpo esanime con un buffo mantello rosso appeso al collo, costretto a galleggiare in eterno tra le tenebre abissali dell'universo, senza poter neppure godere del conforto di una decomposizione che consumi e annichilisca.

Sto uscendo dalla tua orbita ormai, con la mia possente schiena ho sfondato le invisibili barriere celesti di mesosfera e atmosfera esterna che ti avvolgono e nell'infrangerle ho provocato un orribile frastuono ultrasonico, che però solo le mie orecchie hanno potuto percepire, mentre tutto intorno al mio corpo, ricoperto solamente della consueta tuta blu attillata quanto una seconda pelle, si accendeva un'aureola composta da un intenso fuoco azzurrino.

Manca poco. Mi sento già in debito d'ossigeno. Tra non molto l'immortale morirà. Perché tutta la mia forza sovrumana, i miei superpoteri, la mia invulnerabilità cessano all'infuori del pianeta Terra.

Scagliato verso la notte siderale che avvolge l'intero cosmo dal colpo finale sferratomi in pieno petto dall'ultimo dei miei acerrimi nemici, Doomsday.

Più risolutivo di un'intera montagna di kryptonite: spedirmi lontano dall'unico luogo dell'universo che mi rendesse pressoché invincibile. E ora che non sono più a contatto con te, Madre mia, mi viene a mancare il nutrimento principale per ogni mia fibra: i raggi del sole filtrati attraverso le coltri di ossigeno e di azoto che ti circondano. Quelle radiazioni che tu, Madre, immagazzini nel tuo ventre, per far germogliare i fiori e inverdire le piante, maturare i frutti, riscaldare le acque. Quella stessa energia che alimentava la mia potenza.

Ora che la forza inerziale continua a farmi arretrare nello spazio illimitato ancora e ancora e ancora, fino a ritrovarmi lontano migliaia di miglia da te, posso abbracciarti tutta con un solo sguardo e spegnermi con la tua smisurata bellezza a bruciarmi nel fondo delle pupille.

Mi riempiono gli occhi i baluginanti riverberi verdeacqua, turchese, cobalto delle immense distese equoree che per la gran parte ti rivestono. È la tua parte uterina quella, lì dove la vita è stata coltivata e si è sviluppata, sinché qualche pesce temerario un bel giorno non si decise ad appoggiare una pinna contro la placida rena allo scopo di cercare fortuna per le terre emerse.

La vita ricca e rigogliosa che ti esplode sopra e dentro, fino a confondersi con te in un tutt'uno. Questa vita che hai condiviso con me, tuo figlio adottivo, proprio come fai con la moltitudine di tuoi figli naturali, da quando ricaddi incapsulato contro la tua crosta, esattamente come essa ti piovve addosso miliardi di anni fa - un misterioso dono dal cielo - nascosta nel cuore di un meteorite in minuscole forme monocellulari che in te trovarono l'ambiente più accogliente per brulicare e prosperare sin da subito.

Fuggivo da un mondo freddo e adamantino per giungere in questo giardino incantato, dove spiccare i sugosi frutti che spontaneamente si offrono dagli sporgenti rami degli alberi e dove tuffarsi tra le fresche acque d'un torrente.

Quanto rincresce doverti dire addio proprio ora che arriva la primavera, quando Proserpina – racconta il mito – torna a soggiornare presso la casa materna, e una luce morbida invade e intiepidisce ogni tuo angolo, suscitando nuovi boccioli come il volo allegro delle rondini che ritornano al nido.

Mi mancherai, Madre dalle sorgenti inesauribili, dai flutti pescosi, dai deserti riarsi dal sole, dalle distese di ghiaccio, dalle vette elevatissime e dalle voragini profonde, popolata di predatori e prede, di vittime e carnefici, di vermi che in fondo alla catena alimentare banchettano delle carcasse di chi ci stava in cima, spazzata dal vento, dilavata dalle piogge, sconquassata dai terremoti, baciata da improvvisi rasserenamenti che consentono la ripartenza di tutto. Io ti venero!

Con l'amore di un figlio adottivo, che in quanto tale serba nel suo cuore ancora maggior gratitudine di quella riservatati da un terrestre, che tende a dare per scontata la generosità con la quale chiunque accudisci, basta solo che ti venga a domandare soccorso e sostentamento.

Adesso che io sparisco nel nulla e non potrò più farlo, non scordare di proteggere, tra tutte le altre, anche quelle tue creature così simili a me nelle fattezze, ma tanto più deboli per forza fisica e per il rispetto che ti recano.

Ti sfruttano ogni giorno più che possono, ti imbrattano, ti impoveriscono e bistrattano come tanti mocciosi troppo viziati, ma tu non ci badare. Sono solo dei poveri piccoli balordi. Sono una schiatta di infelici e sprovveduti.

Spendi la tua inesauribile prodigalità – te ne prego - anche per quei miseri che si credono tuoi padroni, ma altro non sono che la tua prole più reietta. Io ora non posso più vegliare su di loro. Io ora sono solo più materia alla deriva.

 

 

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LA STRADA di Cormac McCarthy

7 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

Lo scrittore Cormac McCarthy ci offre un intenso e direi attuale romanzo.

All'indomani di una distruzione immane (forse nucleare), il mondo è ridotto a pura desolazione; i sopravvissuti si aggirano impauriti e affamati, pronti a uccidersi e anche a mangiarsi.

Padre e figlio, protagonisti del libro, si muovono a piedi verso Sud, verso l'oceano; cercano cibo, un clima più decente, una via di fuga dai tanti pericoli. Intorno ci sono le macerie di città vuote, supermercati saccheggiati, auto piene di cadaveri. Un'aria fredda e piena di cenere opprime i pochi vivi.

Il senso di angoscia è accentuato dall'assenza di nomi; le città e le persone sembrano non averli più. Ora c'è solo un grande nulla, un vuoto di senso, un indistinto squallore in cui nemmeno i due protagonisti hanno un nome. Per il poeta Rilke l'uomo è superiore a ogni specie perché ha la parola e può nominare le cose dando sostanza e stabilità al mondo. Ora tutto invece è precario, l'uomo innanzitutto. Viaggiano tra mille peripezie, a piedi come viandanti di epoche lontane, in una modernità di cui restano solo le ormai inutili strutture materiali che cingono un degrado totale, come enormi carcasse di metallo e cemento.

È un libro denso di immagini cupe e di sogni atroci; non esistono autorità, si è all'homo homini lupus; le peggiori visioni degli antichi profeti trovano conferma nell'Apocalisse che i sopravvissuti subiscono. Eppure vanno avanti, spingendo un​ carrello di supermercato con qualche coperta e un po' di cibo; se troveranno altri "buoni" come loro forse ci sarà ancora un futuro. Per ora si è al capezzale dell'umanità. Noi siamo i buoni, noi portiamo il fuoco, ripete il ragazzino cercando l'assenso del padre, in una involontaria allusione al mito di Prometeo che portò civiltà e tecnica tra gli uomini. Sono loro due la riserva etica di un mondo senza luce, precipitato in una specie di età della pietra dove chi ha un accendino o una pistola può sopravvivere più di altri. Ma servono anche speranza e solidarietà tra gli uomini, per andare oltre un individualismo infecondo. La vicenda scorre su binari tristi, ma forse resta qualche residua possibilità di salvezza dato che c'è ancora un bambino che si fa raccontare le favole dal genitore e crede che si possa uscire dalla desolazione. La distruzione dei luoghi potrebbe non aver annientato i cuori di tutti. Cercando altre persone perbene, come vorrebbe fare il bambino e recuperando il senso della comunità, qualcosa potrà risorgere. Resta il pensiero che l'individualismo selvaggio del mondo descritto nel libro abbia qualche legame con l'individualismo diffuso nei tempi moderni, nei quali il consumismo costante è la colonna sonora del vivere. Non a caso gli affamati e sofferenti protagonisti del libro spingono un carrello di supermercato, residuo rumoroso dell'epoca dello spendere incontrollato. Peraltro il romanzo​ è incentrato principalmente sul rapporto padre-figlio e sul bisogno di sopravvivere, lasciando sullo sfondo l'approfondimento delle cause della catastrofe in cui sono precipitati.

La parte finale del romanzo lascia comunque trasparire qualche lieve segno di luce, anche se l'aria fredda e sporca efficacemente descritta in tante pagine non induce all'ottimismo.

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NATO: the Age of Russia – un'interpretazione di Avengers: the Age of Ultron [2015]

30 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Avengers: the Age of Ultron è una chiassosa storiella piena di effetti speciali, costumi e calzamaglie il cui scopo è quello di educare subliminalmente i ragazzini, e non solo, sulla situazione geopolitica mondiale.

La Comunità Internazionale [gli Avengers] deve salvare il mondo un'altra volta. Il complesso Militare-Industriale [Tony Stark, alias Iron Man] ha sbadatamente creato una nuova, potente ed ostile entità [ovvero una forza, un'arma], mentre tentava di utilizzare risorse rubate al nemico. Il suo nome è Isis [Ultron]. Gli anti-americani, i critici dell'Occidente e della Comunità Internazionale [sempre Ultron] accusano gli Avengers di essere i veri distruttori, il vero ostacolo alla pace mondiale. Ciò sembra confermato dall'alleanza di Ultron con due superstiti dall'Europa orientale [guerra del Kosovo/Serbia], i cui genitori sono stati uccisi dalle bombe costruite da Tony Stark. Ma no, non può essere. Capitan America [il volto idealizzato dell'America], infatti, si preoccupa costantemente dei civili e costantemente li salva e li protegge.

Nonostante ciò, inizia egli stesso a dubitare della natura positiva degli Avengers e del loro effetto sul mondo: che abbiano ragione i loro critici? Come se non bastasse, l'Incredibile Hulk va fuori controllo e distrugge elementi architettonici di una città americana, insieme ad Iron Man, nel tentativo di fermarlo, e, persino, ferisce lievemente alcuni civili: ma la colpa, ovviamente, è dei nemici che hanno manipolato la sua mente. Ciò contribuisce ad alimentare dissidi interni agli stessi Avengers: c'è una crisi [i componenti della Comunità Internazionale non vanno sempre d'accordo].

Alla fine, la Russia [anch'essa rappresentata da Ultron] solleva un'intera città dell'est europeo nel cielo con tutti i suoi cittadini [l'annessione della Crimea/la questione Ucraina] ed è pronta a lasciarla precipitare sulla terra, distruggendola e sterminando l'intera popolazione umana – Ultron dice di voler la pace, ma, evidentemente, non vede differenza tra pace e totale distruzione: quindi, in definitiva, gli Avengers [USA/NATO/Comunità Internazionale] sono davvero i Buoni, e i loro critici e avversari sono i Cattivi – che possono nascondersi persino dietro speciose motivazioni pacifiste.

Mai fidarsi di un pacifista!

Trionfo finale: gli Avengers si ricompattono e distruggono Ultron e i suoi tirapiedi, salvano tutti i cittadini e riportano delicatamente la città sulla terra, esattamente dove era stata sottratta.

Come al solito, siamo dalla parte giusta della Storia.

Molti spettatori si sono chiesti se Scarlet Johansson desiderasse consumare un rapporto completo con il dottor Bruce Banner nelle fattezze dell'incredibile Hulk.

 

 

 

NATO: the Age of Russia - an interpretation of Avengers: the Age of Ultron [2015]

 

Avengers: the Age of Ultron is a boisterous subliminal little story designed to educate the kids, but not only them, on international politics.

The International Community [The Avengers] must save the world once again. The Military-Industrial Complex [Tony Stark, a.k.a. Iron Man] headlessy created a new, powerful and hostile entity [=force, weapon], while trying to use resources stolen from the enemy. His name is Isis [Ultron]. The anti-americans, the critics of the West and of the International Community [Ultron] accuse The Avengers of being the real destroyers, the real obstacle to world peace. This seems confirmed by Ultron's alliance with two east-european survivors [Kosovo/Serbian war], whose parents were killed by Tony Stark's bombs. But no.
Captain America costantly worries about civilians and costantly protects them and saves them.

In spite of that, he begins himself to doubt The Avengers' nature and effect on the world.
Moreover, the Incredible Hulk spins out of control and destroys architecture elements of a city [along with Iron Man trying to stop him] and even slighty wounds some civilians: but the fault is the enemy's, of course, who manipulated his mind. Now there are contrasts and rifts among The Avengers. There's a crisis. [The International Community's members don't always agree].

Eventually, Russia [Ultron] lifts an entire eastern Europe town in the sky [Crimea's annexation/the Ukrainian issue], with all its citizens, and he's ready to drop it on the Earth, destroying it and killing all the human population: he wants to bring peace, but he sees no difference between peace and total destruction: so, The Avengers [International Community/NATO/USA] really are the Good Ones, and their critics and opponents are the Bad Ones - who can hide themselves even behind the specious pacifist justification.

Never trust a pacifist!

Final triumph: The Avengers unite again and destroy Ultron and its minions, save all the citizens and bring back the city to its place on Earth, and very delicately put it back exactly where it belongs.

As usual, we are on the right side of History.

Many spectators wondered if Scarlett Johansson's character [Romanoff] wanted to have sexual intercourse with dr. Bruce Banner while he's the Incredible Hulk.

 

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Invasion of the Body Snatchers [1978]: cavolfiori dall'iperspazio

2 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Trama.

Dei cavolfiori dallo spazio profondo sviluppano cloni di umani, allo scopo di rimpiazzare questi ultimi, mentre Donald Sutherland cerca di incastrare un ristorante sostenendo che un cappero trovato in cucina sia in realtà popò di topo.

L'invasione si diffonde molto velocemente.

 

 

Leonard Nimoy, a.k.a. Dr Spock , cerca di contenerla organizzando sessioni di terapia di coppia. Jeff Goldblum e sua moglie la combattono con bagni di fango. Mentre Brooke Adams opta per il preoccuparsi moltissimo e muovere le pupille in maniera inquietante.

Riuscirà il nostro manipolo di eroi a sconfiggere gli alieni?

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Significato

 

Le relazioni umane sono diventate così alienate che noi stessi siamo alieni l'uno all'altro. Questo concetto è rappresentato letteralmente: gli alieni sostituiscono gli umani. Questi alieni sono freddi ed indifferenti. Sono l'oggettificazione fantascientifica dei concetti espressi dal Dr Spock ("entriamo ed usciamo dalle relazioni come se non significassero nulla"). All'invasione del distacco alieno è giustapposto e opposto il calore umano della coppia protagonista, formata da Sutherland e Adams, che verso la fine, in particolare, dichiara effusivamente le proprie inclinazioni sentimentali.
Ma la freddezza aliena incombe su di loro

 

 

 

Leonard regge il cappero

Leonard regge il cappero

Titolo italianoTerrore dallo spazio profondo
Anno1978
GenereFantascienza
RegistaPhilip Kaufman
Voto in asterischi o stelletteBellino!
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Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"

19 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"

Nessun cactus da queste parti

Mirko Tondi

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 144

12,00

Mi disse che aveva per la testa un’idea sensazionale, davvero un portento; a dire il vero non c’entrava molto con Conrad, ma poteva considerala la sua personale risalita del fiume dopo un tuffo nella follia umana: un romanzo noir umoristico ambientato nel futuro. Cosa? Ma che stava tentando di dirmi? Forse che aveva mescolato i generi e dissacrato roba alla Chandler, alla Hammet, alla Spillane per farne un minestrone di risate e veicoli fluttuanti nell’aria?” (pag 110)

Se mai c’è stata, nella metanarrativa, un’autodefinizione della propria opera, questa di Mirko Tondi sul suo romanzo distopico Nessun cactus da queste parti, ne è l’esempio più fulgido. L’opera è esilarante, scritta molto bene, un rompicapo di specchi e rimandi a smontare e rimontare generi letterari, dalla fantascienza al noir.

Il protagonista si chiama Conrad, ma il suo nome arriverà solo alla fine e sarà un nome carico di significati letterari. Di professione fa il detective, proprio quello tradizionale con impermeabile, Borsalino e pistola infilata nel retro dei pantaloni. Vive, però, non nella Chicago degli anni trenta, ma a Porto Rens, ovvero ciò in cui si trasformerà New Orleans nel futuro, una città putrida e derelitta, via di mezzo fra Gotham City e la Los Angeles di Blade Runner. In esattamente cento anni da oggi i mutamenti climatici avranno sommerso le terre, le guerre ridisegnato la geopolitica del pianeta, la droga sarà diventata legale e la malavita avrà preso ufficialmente il posto della politica. L’aria di Porto Rens è sporca, il Mississippi è una fogna a cielo aperto, la gente vive di espedienti, la tecnologia è ritornata a livelli preindustriali.

Tutto è visto con uno sguardo sarcastico e deformante. Il noir e la fantascienza si mescolano: da una parte bassifondi, detective alcolizzati e dark ladies, dall’altra viaggi nel tempo e realtà post tecnologiche.

Il protagonista indaga su un ladro di nomi che si sposta fra presente (cioè futuro) e passato, è innamorato di una donna che lo ha lasciato, non ha amici ed è alcolizzato. Forse la parte più riuscita del libro è proprio la rappresentazione, realistica e ironica insieme, della personalità di un alcolista, del suo amore- odio per la bottiglia, degli effetti dell’alcol sul suo corpo e della lotta per disintossicarsi. Mi viene in mente, a questo proposito, Shantaram di Gregory David Roberts. Oltre ciò, colpisce senz’altro la resa del mondo futuro, tratteggiata con stile divertente ma non scevra di competenze storiche, geografiche, climatiche, musicali e intellettuali.

Oltre alla mescolanza di generi, spicca l’interesse dell’autore per la Letteratura, quella con la Elle maiuscola, in particolare il Bardo, cioè Shakespeare, a riprova dell’importanza fondamentale della parola. Per certe religioni è il nome, il Verbo, a dare sostanza e realtà alle cose, e il ladro inseguito dal drago di Porto Rens è, appunto, un ladro di nomi. Nel futuro, anche la toponomastica subisce una trasformazione che, da vezzo modaiolo, va di pari passo con l’alterazione fisica, con il degrado e l’imbruttimento delle località.

Il libro ha il difetto di avere una trama bislacca e di concludersi in modo affrettato ma siamo sicuri che ciò non faccia parte del gioco di straniamento, spiazzamento e ribaltamento dei cliché? Mirko Tondi è appassionato di narrativa e poesia e sembra da una parte inchinarsi alla letteratura e dall’altra sbeffeggiarla, mescolandola ad altri mezzi, come la musica, il cinema di genere, il fumetto; pratica, questa, molto in voga fra i giovani autori, in una commistione fra alto e basso che personalmente trovo interessante e vicina al mio modo di sentire e d’intendere la cultura

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Una lotta all'ultimo sangue

28 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantascienza

Una lotta all'ultimo sangue

The Hunger Games

di Susanne Collins

Mondadori, 2008

14,90

Ciò che crea un fenomeno editoriale è la novità del soggetto. Il discorso vale per i monaci assassini di Eco, per i vampiri “vegetariani” della Meyer, per la stirpe del sangreal di Dan Brown, o per il bondage sadomaso della James. Tutto quello che viene dopo è nella scia, è imitazione dell’originale.

Con Hunger Games, di Susanne Collins, si apre una stagione di reality show adolescenziale all’ultimo sangue, ma il suo essere capostipite di un nuovo genere, sta nella crudeltà dell’argomento trattato che t’inchioda dalla prima all’ultima pagina.

Katniss Evergreen è un’adolescente del Distretto 12, nel continente postapocalittico di Panem, un Nord America inselvatichito e imbarbarito, dove coesistono scienza raffinatissima e medioevo. Come punizione per un’antica ribellione verso la ricca e nullafacente capitale, i vari distretti devono offrire annualmente un sacrificio umano. In un reality show, che tutti sono obbligati a seguire, ogni distretto estrae a sorte un ragazzo e una ragazza da offrire, o meglio immolare, in una lotta con un unico vincitore e un unico sopravvissuto. Il nome estratto è quello di Primrose, la sorellina di Katniss, e lei non può accettarlo, si offre volontaria al suo posto.

Inizia così una preparazione che ha tutto lo sgradevole sapore cui ci hanno abituato anni di trasmissioni televisive come L’Isola dei Famosi o Il grande fratello, reso ancor più agro dalla consapevolezza che l’eliminazione del giovane partecipante coinciderà, non con il suo rientro a casa, bensì con la sua morte. I concorrenti sono addestrati, rivestiti, intervistati, abbelliti da stilisti e truccatori, per poi essere gettati nell’arena, un luogo che ricorda la cupola di The Truman Show, dove niente è naturale e ogni cosa è manovrata dagli Strateghi, cioè gli autori del programma. I ruscelli scorrono o si seccano a comando, la pioggia scroscia su ordinazione, l’aria si fa rovente o gelida secondo ciò che il programma e l’audience richiedono. Katniss guarda la luna e spera che almeno quella sia vera, sia la luna di casa sua, per sentirsi meno sola, meno vulnerabile, meno alla mercé di una dittatura che uccide, che frusta, che strappa la lingua per il minimo sgarro, per una parola di troppo o un atteggiamento di sfida.

Nell’arena si svolge una lotta mortale con mani, unghie, denti, lame, frecce, che ci riporta a un passato/futuro già visto in film come Mad Max. I concorrenti, o meglio, i “tributi”, devono uccidersi l’un l’altro per sopravvivere, altrimenti saranno comunque eliminati. Un colpo di cannone segna l’uscita di scena del contendente e un hovercraft solleva il cadavere e lo porta via. L’unico sentimento è la paura, che si trasforma in furia cieca; l’amicizia è solo un’alleanza momentanea contro i più forti, nessuna debolezza è concessa.

Non è comprensibile come si possa definire Hunger Games “un romanzo per ragazzi”, se non, forse, nell’incapacità della protagonista (e dell’autrice) di affrontare e sviluppare a pieno il rapporto con il giovane che la ama, Peeta, e il triangolo con l’amico d’infanzia, Gale. Si può obiettare che il romanzo è incentrato nel microcosmo dell’arena, in una bolla spaziotemporale che pare un videogioco, dove amarsi è secondario al rimanere vivi, al mantenere intatta la possibilità di provare sentimenti umani.

Non so bene come dirlo. Solo non voglio… perdere me stesso. Ha un senso? - chiede. Scuoto la testa. Come potrebbe perdere se stesso? – Non voglio che mi cambino là dentro. Che mi trasformino in una specie di mostro che non sono?” (pag 143)

L’emblema angoscioso di questa situazione da incubo è il sigillo che ogni notte viene proiettato sullo schermo del cielo, preceduto da un inno. Subito dopo compare l’immagine di chi è morto quel giorno. Lo stomaco si contrae dall’orrore, leggendo.

La notte è appena scesa, quando sento l’inno che precede il riepilogo delle morti. Attraverso i rami vedo il sigillo di Capitol City che sembra fluttuare nel cielo. In realtà, sto guardando un altro schermo, uno schermo enorme trasportato da uno dei loro hovercraft.” (pag 157)

Il senso del romanzo è la rivolta di Katniss e Peeta, il ragazzo che la ama, a tutto questo dolore, all’obbligo di compiere comunque il male, di uccidere o essere uccisi. Anche soffrire, anche provare dispiacere al pensiero di ammazzare un compagno innocente, è considerato insurrezione. Quando muore Rue, la più piccola dei tributi, così simile alla sorellina della protagonista, Katniss la piange e ne cosparge il corpo di fiori, prima che l’hovercraft venga a raccoglierla, e questo è già un atto di ribellione. Lo stesso vale per il gesto finale: Katniss e Peeta scelgono di morire insieme piuttosto che uccidersi l’un l’altro, scelgono di fare ciò che Peeta ha deciso fin dall’inizio, cioè non concedersi al nemico, rimanere umani, rimanere interiormente puri e liberi. Si salveranno in extremis, ma il finale resta aperto per gli altri libri della serie, La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta.

Questo libro è una mescolanza di generi da cui scaturisce, forse, un genere nuovo, sincretico. Il cosmo di Panem contiene due mondi. Il primo è quello tecnologicamente sofisticato di Capitol City, una sorta di Ghotam City, dove si ritrovano molti cliché della fantascienza - dalla possibilità di risanare completamente ferite mortali, alla manipolazione genetica che crea nuove letali specie e ibridi mostruosi. Il secondo è quello medievale, oscuro, miserevole dei distretti, dove la fame imperversa, dove ogni cosa è proibita, la corrente elettrica va e viene, e per cacciare si usano arco e frecce, lacci e trappole.

Capitol City scintilla come un’enorme distesa di lucciole. Nel distretto 12 l’elettricità va e viene e di solito c’è solo per qualche ora al giorno. Capita spesso che le sere si trascorrano alla luce delle candele. Le rare volte in cui possiamo contare sull’energia elettrica sono quando la tv trasmette gli Hunger Games o qualche importante messaggio governativo che è obbligatorio guardare. Qui, invece, l’elettricità non manca. Mai.” (pag 83)

Katniss, Peeta, Rue, Faccia di Volpe, Gale, somigliano, di volta in volta, ai protagonisti di Alien o Prometheus e, insieme, ai rampolli della stirpe di Shannara, fra tecnologia e arretratezza, fra passato e futuro remoto. L’unico presente, forse, è quello degli studi televisivi, che ci riporta all’oggi, al nostro essere costantemente sotto le telecamere, sugli schermi, per strada, nei social network.

Lo stile è paratattico, coinvolgente, giovanile, reso incisivo dal presente storico. Ci cala dentro l’azione che prevale su tutto il resto, lasciando che le riflessioni e il sentimento morale scaturiscano per reazione a ciò che accade, al raccapriccio delle immagini, degli eventi, della sofferenza, in un crescendo di angoscia che dà quasi assuefazione.

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Gianluigi Zuddas

5 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #personaggi da conoscere, #fantasy, #fantascienza

Gianluigi Zuddas

Gianluigi Zuddas è nato a Carpi nel 1943 ma si è trasferito molto presto a Livorno, dove il padre era sottufficiale di marina. Ha lavorato come meccanico e tecnico di radiologia prima di iniziare a scrivere fantasy e fantascienza.

Ha scritto numerosi racconti e alcuni romanzi, fra i quali i più famosi sono Amazon (1979), I pirati del tempo (1980), Balthis l’avventuriera (1983), Le amazzoni del sud (1983), Stella di Gondwana (1983), Le Armi della Lupa, (1989). Dopo l’89 ha però diradato l’attività di scrittura per dedicarsi alla traduzione.

Ha vinto il premio Italia con il suo primo romanzo Amazon e il Premio Tolkien, istituito dalla casa editrice Solfanelli, nel 1980, ha pubblicato poi con l’Editrice Nord e la Fanucci.

Considera fantascienza e fantasy campi nei quali, oltre alle emozioni, si può liberare la fantasia. È affascinato dal passato dell’umanità, da quelli che definisce “i buchi” della storia, dove può essere accaduto di tutto ed ambienta le sue storie in un lontanissimo passato o in un distante futuro. I suoi personaggi principali sono di solito donne, in particolare Amazzoni, guerriere, intraprendenti, vagamente omosessuali, nate dalle letture femministe degli anni settanta, ma anche ragazze allegre, che amano viaggiare, spostarsi e hanno una propensione a cacciarsi nei guai. Esempi sono Thalli, de Le Armi della lupa, e la dodicenne Balthis dell’omonimo romanzo.

Nei suoi libri tutto tende ad avere una spiegazione razionale, la magia è sostituita dalla scienza, i personaggi si muovono in una sorta di nuovo Medio Evo, dove nei musei o nelle cantine giacciono reperti di un’antica tecnologia raffinatissima ma ormai dimenticata e considerata stregoneria. Si può quindi parlare quasi più di science fantasy che di heroic fantasy. Nella sua narrazione ritroviamo numerosi topoi della space opera classica, dal computer onnisciente che ricorda Hal 9000, ai mezzi spaziali chilometrici stile Guerre Stellari, alle armature che sembrano Ufo Robot.

La costruzione dei suoi romanzi si basa su episodi staccati e conclusi, un capitolo per ogni episodio, lo stile è venato d’ironia e di umorismo, in questo l’anima livornese si avverte, laddove, generalmente - almeno nel fantasy prima maniera – l’umorismo è evitato perché può far scadere la tensione narrativa. Ed è labronico anche quello spirito “anarcoide” che tende a rifiutare ogni forma di potere sempre considerato malvagio e oppressivo.

Come ci spiega Gianfranco de Turris ne l’introduzione a Le Armi della Lupa,la straripante fantasia di Zuddas sembrerebbe appositamente tagliata per l’opera lunga”: troppa è la facilità della sua immaginazione, troppo completo il modo in cui s’immerge nel mondo secondario della sua sub-creazione, troppo vivi i suoi protagonisti.”.

La terminologia qui usata da de Turris è tolkieniana, anche se Zuddas non ama l’autore di Oxford. Eppure, sempre a detta di de Turris, “Zuddas è forse il più tolkieniano dei nostri autori di heroic fantasy: perché è quello che […] ha saputo dare più realtà al suo mondo immaginario, più spessore ai suoi protagonisti […] ed ha saputo più sprofondarsi, annullarsi in esso.”

Riferimenti

Intervista di Pino Cottogni a Gianluigi Zuddas sul sito www.fantasymagazine.it

Gianfranco de Turris , “Zuddas: Le Armi della Lupa”, Dimensione Cosmica, Anno V, n° 15

Gianluigi Zuddas
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Interstellar

28 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #cinema, #fantascienza

Interstellar

Un astronauta (Cooper) diventato agricoltore, vive insieme ai suoi figli (Murph e Tom) e ad un altro prente in campagna. Tutta la trama si snoda in un tempo sempre più relativo. “Ho dei figli professore..” “Vai lassù e salvali.” Insieme al concetto di anomalie gravitazionali, il tempo è il conduttore della pellicola. “Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”, una frase di Cooper a Murph prima di partire in missione. Interstellar si candida a diventare il Titanic della fantascienza. In certi passaggi ricorda opere come Amabili Resti e Al di là dei sogni. Emozionante, al limite della catarsi, la scena nella quale Cooper, dopo aver attraversato Gargantua (il buco nero) si ritrova proiettato in una sorta di mondo di mezzo. A separarlo dalla terra sono i libri della figlia. Paragonare il film di Nolan a 2001 Odissea nello Spazio è una grossa esagerazione, perché Kubrick sa far riflettere sulla condizione umana, ma nel nuovo millennio le pellicole devono contenere caos narrativo. Da sottolineare che l’idea di tutto proviene dal fratello del regista, Jonathan. A me questo film ha fatto piangere e non mi resta che condividere il discorso di Cooper dentro il tesseratto dimensionale: “Loro non ci hanno portati qui. Siamo arrivati qui da soli. Mi sono portato io qui. Noi siamo qui per comunicare col mondo tridimensionale. Siamo il ponte! Pensavo avessero scelto me... Non hanno scelto me: hanno scelto lei! Per salvare il mondo! Tutto questo è una stanza di una bambina, ogni singolo momento. È infinitamente complesso. Loro hanno accesso a tempo e spazio infinito ma non sono legati a niente! Non possono trovare un posto specifico nel corso del tempo! Non possono comunicare, per questo sono qui io! Troverò un modo per dirlo a Murph così come ho trovato questo momento. È l’Amore! Il mio legame con Murph è quantificabile, è la chiave! Dobbiamo trovare come dirglielo.. L’orologio.. Ma certo! Codifichiamo i dati nel movimento della lancetta dei secondi. Ancora non ti è chiaro. Non sono esseri. Siamo noi, quello che io ho fatto per Murph, loro lo fanno per me! Per tutti noi. Un giorno, non io e te, altre persone, una civiltà che si è evoluta al di là delle quattro dimensioni che conosciamo.” Un buco nero diventerà la soluzione per l’umanità? L’Amore rimane una forza indistruttibile, che riesce ad attraversare (e farci, con lei, attraversare ed esplorare) l’Universo sconosciuto, portandoci da un battito d’ali di farfalla giù fino alle tenebre nell’iper-spazio. Ne abbiamo bisogno.

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