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Post con #fantascienza tag

Invasion of the Body Snatchers [1978]: cavolfiori dall'iperspazio

2 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Trama.

Dei cavolfiori dallo spazio profondo sviluppano cloni di umani, allo scopo di rimpiazzare questi ultimi, mentre Donald Sutherland cerca di incastrare un ristorante sostenendo che un cappero trovato in cucina sia in realtà popò di topo.

L'invasione si diffonde molto velocemente.

 

 

Leonard Nimoy, a.k.a. Dr Spock , cerca di contenerla organizzando sessioni di terapia di coppia. Jeff Goldblum e sua moglie la combattono con bagni di fango. Mentre Brooke Adams opta per il preoccuparsi moltissimo e muovere le pupille in maniera inquietante.

Riuscirà il nostro manipolo di eroi a sconfiggere gli alieni?

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Significato

 

Le relazioni umane sono diventate così alienate che noi stessi siamo alieni l'uno all'altro. Questo concetto è rappresentato letteralmente: gli alieni sostituiscono gli umani. Questi alieni sono freddi ed indifferenti. Sono l'oggettificazione fantascientifica dei concetti espressi dal Dr Spock ("entriamo ed usciamo dalle relazioni come se non significassero nulla"). All'invasione del distacco alieno è giustapposto e opposto il calore umano della coppia protagonista, formata da Sutherland e Adams, che verso la fine, in particolare, dichiara effusivamente le proprie inclinazioni sentimentali.
Ma la freddezza aliena incombe su di loro

 

 

 

Leonard regge il cappero

Leonard regge il cappero

Titolo italianoTerrore dallo spazio profondo
Anno1978
GenereFantascienza
RegistaPhilip Kaufman
Voto in asterischi o stelletteBellino!
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Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"

19 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"

Nessun cactus da queste parti

Mirko Tondi

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 144

12,00

Mi disse che aveva per la testa un’idea sensazionale, davvero un portento; a dire il vero non c’entrava molto con Conrad, ma poteva considerala la sua personale risalita del fiume dopo un tuffo nella follia umana: un romanzo noir umoristico ambientato nel futuro. Cosa? Ma che stava tentando di dirmi? Forse che aveva mescolato i generi e dissacrato roba alla Chandler, alla Hammet, alla Spillane per farne un minestrone di risate e veicoli fluttuanti nell’aria?” (pag 110)

Se mai c’è stata, nella metanarrativa, un’autodefinizione della propria opera, questa di Mirko Tondi sul suo romanzo distopico Nessun cactus da queste parti, ne è l’esempio più fulgido. L’opera è esilarante, scritta molto bene, un rompicapo di specchi e rimandi a smontare e rimontare generi letterari, dalla fantascienza al noir.

Il protagonista si chiama Conrad, ma il suo nome arriverà solo alla fine e sarà un nome carico di significati letterari. Di professione fa il detective, proprio quello tradizionale con impermeabile, Borsalino e pistola infilata nel retro dei pantaloni. Vive, però, non nella Chicago degli anni trenta, ma a Porto Rens, ovvero ciò in cui si trasformerà New Orleans nel futuro, una città putrida e derelitta, via di mezzo fra Gotham City e la Los Angeles di Blade Runner. In esattamente cento anni da oggi i mutamenti climatici avranno sommerso le terre, le guerre ridisegnato la geopolitica del pianeta, la droga sarà diventata legale e la malavita avrà preso ufficialmente il posto della politica. L’aria di Porto Rens è sporca, il Mississippi è una fogna a cielo aperto, la gente vive di espedienti, la tecnologia è ritornata a livelli preindustriali.

Tutto è visto con uno sguardo sarcastico e deformante. Il noir e la fantascienza si mescolano: da una parte bassifondi, detective alcolizzati e dark ladies, dall’altra viaggi nel tempo e realtà post tecnologiche.

Il protagonista indaga su un ladro di nomi che si sposta fra presente (cioè futuro) e passato, è innamorato di una donna che lo ha lasciato, non ha amici ed è alcolizzato. Forse la parte più riuscita del libro è proprio la rappresentazione, realistica e ironica insieme, della personalità di un alcolista, del suo amore- odio per la bottiglia, degli effetti dell’alcol sul suo corpo e della lotta per disintossicarsi. Mi viene in mente, a questo proposito, Shantaram di Gregory David Roberts. Oltre ciò, colpisce senz’altro la resa del mondo futuro, tratteggiata con stile divertente ma non scevra di competenze storiche, geografiche, climatiche, musicali e intellettuali.

Oltre alla mescolanza di generi, spicca l’interesse dell’autore per la Letteratura, quella con la Elle maiuscola, in particolare il Bardo, cioè Shakespeare, a riprova dell’importanza fondamentale della parola. Per certe religioni è il nome, il Verbo, a dare sostanza e realtà alle cose, e il ladro inseguito dal drago di Porto Rens è, appunto, un ladro di nomi. Nel futuro, anche la toponomastica subisce una trasformazione che, da vezzo modaiolo, va di pari passo con l’alterazione fisica, con il degrado e l’imbruttimento delle località.

Il libro ha il difetto di avere una trama bislacca e di concludersi in modo affrettato ma siamo sicuri che ciò non faccia parte del gioco di straniamento, spiazzamento e ribaltamento dei cliché? Mirko Tondi è appassionato di narrativa e poesia e sembra da una parte inchinarsi alla letteratura e dall’altra sbeffeggiarla, mescolandola ad altri mezzi, come la musica, il cinema di genere, il fumetto; pratica, questa, molto in voga fra i giovani autori, in una commistione fra alto e basso che personalmente trovo interessante e vicina al mio modo di sentire e d’intendere la cultura

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Una lotta all'ultimo sangue

28 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantascienza

Una lotta all'ultimo sangue

The Hunger Games

di Susanne Collins

Mondadori, 2008

14,90

Ciò che crea un fenomeno editoriale è la novità del soggetto. Il discorso vale per i monaci assassini di Eco, per i vampiri “vegetariani” della Meyer, per la stirpe del sangreal di Dan Brown, o per il bondage sadomaso della James. Tutto quello che viene dopo è nella scia, è imitazione dell’originale.

Con Hunger Games, di Susanne Collins, si apre una stagione di reality show adolescenziale all’ultimo sangue, ma il suo essere capostipite di un nuovo genere, sta nella crudeltà dell’argomento trattato che t’inchioda dalla prima all’ultima pagina.

Katniss Evergreen è un’adolescente del Distretto 12, nel continente postapocalittico di Panem, un Nord America inselvatichito e imbarbarito, dove coesistono scienza raffinatissima e medioevo. Come punizione per un’antica ribellione verso la ricca e nullafacente capitale, i vari distretti devono offrire annualmente un sacrificio umano. In un reality show, che tutti sono obbligati a seguire, ogni distretto estrae a sorte un ragazzo e una ragazza da offrire, o meglio immolare, in una lotta con un unico vincitore e un unico sopravvissuto. Il nome estratto è quello di Primrose, la sorellina di Katniss, e lei non può accettarlo, si offre volontaria al suo posto.

Inizia così una preparazione che ha tutto lo sgradevole sapore cui ci hanno abituato anni di trasmissioni televisive come L’Isola dei Famosi o Il grande fratello, reso ancor più agro dalla consapevolezza che l’eliminazione del giovane partecipante coinciderà, non con il suo rientro a casa, bensì con la sua morte. I concorrenti sono addestrati, rivestiti, intervistati, abbelliti da stilisti e truccatori, per poi essere gettati nell’arena, un luogo che ricorda la cupola di The Truman Show, dove niente è naturale e ogni cosa è manovrata dagli Strateghi, cioè gli autori del programma. I ruscelli scorrono o si seccano a comando, la pioggia scroscia su ordinazione, l’aria si fa rovente o gelida secondo ciò che il programma e l’audience richiedono. Katniss guarda la luna e spera che almeno quella sia vera, sia la luna di casa sua, per sentirsi meno sola, meno vulnerabile, meno alla mercé di una dittatura che uccide, che frusta, che strappa la lingua per il minimo sgarro, per una parola di troppo o un atteggiamento di sfida.

Nell’arena si svolge una lotta mortale con mani, unghie, denti, lame, frecce, che ci riporta a un passato/futuro già visto in film come Mad Max. I concorrenti, o meglio, i “tributi”, devono uccidersi l’un l’altro per sopravvivere, altrimenti saranno comunque eliminati. Un colpo di cannone segna l’uscita di scena del contendente e un hovercraft solleva il cadavere e lo porta via. L’unico sentimento è la paura, che si trasforma in furia cieca; l’amicizia è solo un’alleanza momentanea contro i più forti, nessuna debolezza è concessa.

Non è comprensibile come si possa definire Hunger Games “un romanzo per ragazzi”, se non, forse, nell’incapacità della protagonista (e dell’autrice) di affrontare e sviluppare a pieno il rapporto con il giovane che la ama, Peeta, e il triangolo con l’amico d’infanzia, Gale. Si può obiettare che il romanzo è incentrato nel microcosmo dell’arena, in una bolla spaziotemporale che pare un videogioco, dove amarsi è secondario al rimanere vivi, al mantenere intatta la possibilità di provare sentimenti umani.

Non so bene come dirlo. Solo non voglio… perdere me stesso. Ha un senso? - chiede. Scuoto la testa. Come potrebbe perdere se stesso? – Non voglio che mi cambino là dentro. Che mi trasformino in una specie di mostro che non sono?” (pag 143)

L’emblema angoscioso di questa situazione da incubo è il sigillo che ogni notte viene proiettato sullo schermo del cielo, preceduto da un inno. Subito dopo compare l’immagine di chi è morto quel giorno. Lo stomaco si contrae dall’orrore, leggendo.

La notte è appena scesa, quando sento l’inno che precede il riepilogo delle morti. Attraverso i rami vedo il sigillo di Capitol City che sembra fluttuare nel cielo. In realtà, sto guardando un altro schermo, uno schermo enorme trasportato da uno dei loro hovercraft.” (pag 157)

Il senso del romanzo è la rivolta di Katniss e Peeta, il ragazzo che la ama, a tutto questo dolore, all’obbligo di compiere comunque il male, di uccidere o essere uccisi. Anche soffrire, anche provare dispiacere al pensiero di ammazzare un compagno innocente, è considerato insurrezione. Quando muore Rue, la più piccola dei tributi, così simile alla sorellina della protagonista, Katniss la piange e ne cosparge il corpo di fiori, prima che l’hovercraft venga a raccoglierla, e questo è già un atto di ribellione. Lo stesso vale per il gesto finale: Katniss e Peeta scelgono di morire insieme piuttosto che uccidersi l’un l’altro, scelgono di fare ciò che Peeta ha deciso fin dall’inizio, cioè non concedersi al nemico, rimanere umani, rimanere interiormente puri e liberi. Si salveranno in extremis, ma il finale resta aperto per gli altri libri della serie, La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta.

Questo libro è una mescolanza di generi da cui scaturisce, forse, un genere nuovo, sincretico. Il cosmo di Panem contiene due mondi. Il primo è quello tecnologicamente sofisticato di Capitol City, una sorta di Ghotam City, dove si ritrovano molti cliché della fantascienza - dalla possibilità di risanare completamente ferite mortali, alla manipolazione genetica che crea nuove letali specie e ibridi mostruosi. Il secondo è quello medievale, oscuro, miserevole dei distretti, dove la fame imperversa, dove ogni cosa è proibita, la corrente elettrica va e viene, e per cacciare si usano arco e frecce, lacci e trappole.

Capitol City scintilla come un’enorme distesa di lucciole. Nel distretto 12 l’elettricità va e viene e di solito c’è solo per qualche ora al giorno. Capita spesso che le sere si trascorrano alla luce delle candele. Le rare volte in cui possiamo contare sull’energia elettrica sono quando la tv trasmette gli Hunger Games o qualche importante messaggio governativo che è obbligatorio guardare. Qui, invece, l’elettricità non manca. Mai.” (pag 83)

Katniss, Peeta, Rue, Faccia di Volpe, Gale, somigliano, di volta in volta, ai protagonisti di Alien o Prometheus e, insieme, ai rampolli della stirpe di Shannara, fra tecnologia e arretratezza, fra passato e futuro remoto. L’unico presente, forse, è quello degli studi televisivi, che ci riporta all’oggi, al nostro essere costantemente sotto le telecamere, sugli schermi, per strada, nei social network.

Lo stile è paratattico, coinvolgente, giovanile, reso incisivo dal presente storico. Ci cala dentro l’azione che prevale su tutto il resto, lasciando che le riflessioni e il sentimento morale scaturiscano per reazione a ciò che accade, al raccapriccio delle immagini, degli eventi, della sofferenza, in un crescendo di angoscia che dà quasi assuefazione.

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Gianluigi Zuddas

5 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #personaggi da conoscere, #fantasy, #fantascienza

Gianluigi Zuddas

Gianluigi Zuddas è nato a Carpi nel 1943 ma si è trasferito molto presto a Livorno, dove il padre era sottufficiale di marina. Ha lavorato come meccanico e tecnico di radiologia prima di iniziare a scrivere fantasy e fantascienza.

Ha scritto numerosi racconti e alcuni romanzi, fra i quali i più famosi sono Amazon (1979), I pirati del tempo (1980), Balthis l’avventuriera (1983), Le amazzoni del sud (1983), Stella di Gondwana (1983), Le Armi della Lupa, (1989). Dopo l’89 ha però diradato l’attività di scrittura per dedicarsi alla traduzione.

Ha vinto il premio Italia con il suo primo romanzo Amazon e il Premio Tolkien, istituito dalla casa editrice Solfanelli, nel 1980, ha pubblicato poi con l’Editrice Nord e la Fanucci.

Considera fantascienza e fantasy campi nei quali, oltre alle emozioni, si può liberare la fantasia. È affascinato dal passato dell’umanità, da quelli che definisce “i buchi” della storia, dove può essere accaduto di tutto ed ambienta le sue storie in un lontanissimo passato o in un distante futuro. I suoi personaggi principali sono di solito donne, in particolare Amazzoni, guerriere, intraprendenti, vagamente omosessuali, nate dalle letture femministe degli anni settanta, ma anche ragazze allegre, che amano viaggiare, spostarsi e hanno una propensione a cacciarsi nei guai. Esempi sono Thalli, de Le Armi della lupa, e la dodicenne Balthis dell’omonimo romanzo.

Nei suoi libri tutto tende ad avere una spiegazione razionale, la magia è sostituita dalla scienza, i personaggi si muovono in una sorta di nuovo Medio Evo, dove nei musei o nelle cantine giacciono reperti di un’antica tecnologia raffinatissima ma ormai dimenticata e considerata stregoneria. Si può quindi parlare quasi più di science fantasy che di heroic fantasy. Nella sua narrazione ritroviamo numerosi topoi della space opera classica, dal computer onnisciente che ricorda Hal 9000, ai mezzi spaziali chilometrici stile Guerre Stellari, alle armature che sembrano Ufo Robot.

La costruzione dei suoi romanzi si basa su episodi staccati e conclusi, un capitolo per ogni episodio, lo stile è venato d’ironia e di umorismo, in questo l’anima livornese si avverte, laddove, generalmente - almeno nel fantasy prima maniera – l’umorismo è evitato perché può far scadere la tensione narrativa. Ed è labronico anche quello spirito “anarcoide” che tende a rifiutare ogni forma di potere sempre considerato malvagio e oppressivo.

Come ci spiega Gianfranco de Turris ne l’introduzione a Le Armi della Lupa,la straripante fantasia di Zuddas sembrerebbe appositamente tagliata per l’opera lunga”: troppa è la facilità della sua immaginazione, troppo completo il modo in cui s’immerge nel mondo secondario della sua sub-creazione, troppo vivi i suoi protagonisti.”.

La terminologia qui usata da de Turris è tolkieniana, anche se Zuddas non ama l’autore di Oxford. Eppure, sempre a detta di de Turris, “Zuddas è forse il più tolkieniano dei nostri autori di heroic fantasy: perché è quello che […] ha saputo dare più realtà al suo mondo immaginario, più spessore ai suoi protagonisti […] ed ha saputo più sprofondarsi, annullarsi in esso.”

Riferimenti

Intervista di Pino Cottogni a Gianluigi Zuddas sul sito www.fantasymagazine.it

Gianfranco de Turris , “Zuddas: Le Armi della Lupa”, Dimensione Cosmica, Anno V, n° 15

Gianluigi Zuddas
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Interstellar

28 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #cinema, #fantascienza

Interstellar

Un astronauta (Cooper) diventato agricoltore, vive insieme ai suoi figli (Murph e Tom) e ad un altro prente in campagna. Tutta la trama si snoda in un tempo sempre più relativo. “Ho dei figli professore..” “Vai lassù e salvali.” Insieme al concetto di anomalie gravitazionali, il tempo è il conduttore della pellicola. “Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”, una frase di Cooper a Murph prima di partire in missione. Interstellar si candida a diventare il Titanic della fantascienza. In certi passaggi ricorda opere come Amabili Resti e Al di là dei sogni. Emozionante, al limite della catarsi, la scena nella quale Cooper, dopo aver attraversato Gargantua (il buco nero) si ritrova proiettato in una sorta di mondo di mezzo. A separarlo dalla terra sono i libri della figlia. Paragonare il film di Nolan a 2001 Odissea nello Spazio è una grossa esagerazione, perché Kubrick sa far riflettere sulla condizione umana, ma nel nuovo millennio le pellicole devono contenere caos narrativo. Da sottolineare che l’idea di tutto proviene dal fratello del regista, Jonathan. A me questo film ha fatto piangere e non mi resta che condividere il discorso di Cooper dentro il tesseratto dimensionale: “Loro non ci hanno portati qui. Siamo arrivati qui da soli. Mi sono portato io qui. Noi siamo qui per comunicare col mondo tridimensionale. Siamo il ponte! Pensavo avessero scelto me... Non hanno scelto me: hanno scelto lei! Per salvare il mondo! Tutto questo è una stanza di una bambina, ogni singolo momento. È infinitamente complesso. Loro hanno accesso a tempo e spazio infinito ma non sono legati a niente! Non possono trovare un posto specifico nel corso del tempo! Non possono comunicare, per questo sono qui io! Troverò un modo per dirlo a Murph così come ho trovato questo momento. È l’Amore! Il mio legame con Murph è quantificabile, è la chiave! Dobbiamo trovare come dirglielo.. L’orologio.. Ma certo! Codifichiamo i dati nel movimento della lancetta dei secondi. Ancora non ti è chiaro. Non sono esseri. Siamo noi, quello che io ho fatto per Murph, loro lo fanno per me! Per tutti noi. Un giorno, non io e te, altre persone, una civiltà che si è evoluta al di là delle quattro dimensioni che conosciamo.” Un buco nero diventerà la soluzione per l’umanità? L’Amore rimane una forza indistruttibile, che riesce ad attraversare (e farci, con lei, attraversare ed esplorare) l’Universo sconosciuto, portandoci da un battito d’ali di farfalla giù fino alle tenebre nell’iper-spazio. Ne abbiamo bisogno.

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Federico Negri, "La saga di promise"

19 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Federico Negri, "La saga di promise"

La saga di promise

Federico Negri

Federico Negri si definisce scrittore della domenica e come tale va giudicato senza però annettere alcun significato negativo al concetto.

Sceglie la fantascienza, genere meraviglioso ma difficile, per il quale occorrono competenza e originalità. “Siamo la Promessa”, “Cuori d’Acciaio” e “Il pianeta ostile” fanno parte della saga di Promise, una trilogia scaricabile da Internet.

Di idee ce ne sono molte, anche se non nuove: una colonia terrestre lontana dalla madre patria - che potrebbe vagamente ricordare le “Cronache marziane” di Ray Bradbury - dove si è perso il ricordo delle antiche tecnologie e si è precipitati in un nuovo medioevo, l’arrivo di un’astronave terrestre con un misterioso manufatto dai terribili e sorprendenti poteri, una giovane scienziata geniale ma col vizio della droga. Il fatto è che tutti questi elementi non sono sufficienti a creare una partecipazione attiva del lettore, il bisogno di saperne di più. Il pianeta descritto non ha caratteristiche peculiari capaci di mettere in moto la fantasia, i protagonisti sono ancora troppo terrestri, fanno, dicono, pensano cose che non hanno niente di alieno, di misterioso. La ragazza studia, s’impasticca, prende una sbandata per un bel soldato, nulla di nuovo sotto il sole, anzi no, sotto Tau Ceti. Manca l’atmosfera, la creazione di un mondo secondario, si resta nel limbo, in uno spaccato, in un “non mondo”. Niente toglie che, sviluppando tutto con più pazienza, tenacia e "divertimento", lasciandosi andare al piacere dell'avventur, dell'invenzione e della scoperta dell'alterità, la saga di promise possa davvero mantenere la "promessa" del titolo.

D’interessante c’è la differenza fra coloro che vivono in città, sotto l’egida del Direttorio - e si stringono attorno ai residui del passato, ai vecchi cimeli di una tecnologia che non sanno più far funzionare, a computer spenti e a luci disattivate, nell’attesa di un deus ex machina dal cielo che li riporti ai trascorsi splendori - e, invece, dall’altra parte del muro, il cosiddetto Popolo Libero, quello degli Straccioni che hanno cercato di adattarsi alla nuova essitenza e trarne il meglio possibile. Come nel film “Waterworld”, dove il personaggio interpretato da Kevin Costner ha sviluppato branchie che lo rendono adeguato alla nuova realtà di un pianeta ricoperto per la quasi totalità di acqua ma che non lo fanno sentire più a suo agio nel mondo emerso. Il nocciolo della storia, dunque, il senso profondo, può essere ritrovato nel contrasto fra adattamento e arroccamento.

Dei personaggi, solo Haria, la giovane protagonista col vizio delle psicocole, è ben tratteggiata; Fineri, il ragazzo di cui s’invaghisce, rimane sullo sfondo. Più originale, Galla, la rude soldatessa che fa coppia fissa con Fineri. A proposito, anche i nomi non sono troppo accattivanti e potevano avere una sonorità migliore.

Lo stile è semplice, corretto, ma con qualche piccola imprecisione, come, ad esempio, il ripetersi della locuzione “solo più” al posto del semplice “solo”. I dialoghi e le descrizioni spesso hanno il compito di informare il lettore e questo li appesantisce e li rende meno agili ed efficaci.

Lo scopo che Negri si prefigge non è semplice ed egli lo porta avanti con onestà e impegno, anche quando i risultati non sono sempre quelli auspicabili. La storia riesce comunque a coinvolgere, è scorrevole, e il lettore non fa fatica ad avanzare.

La scelta di rendere l’ebook gratuito e fruibile per gli appassionati del genere ci sembra azzeccata in questo specifico caso.

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Hyperion Cantos parte 2

6 Ottobre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #fantascienza, #saggi

Hyperion Cantos parte 2

Nel primo articolo si era concluso il viaggio dei pellegrini e la bambina Aenea aveva attraversato l'ingresso della Sfinge per catapultarsi trecento anni più avanti, incontro al suo destino. Per quanto riguarda le opere di Keats, eravamo partiti da due opere molto tarde, Hyperion e La caduta di Hyperion. Vedremo qui come Keats arriva ai concetti espressi nei due poemi, il raggiungimento dei massimi livelli del suo pensiero e della produzione poetica e come tutto questo si intreccia con il destino di due amanti e con la salvezza dell'umanità.

Endymion

Keats tratta per la prima volta il mito di Endimione in un poema del 1816 dal titolo I stood tip-toe, un lavoro influenzato dalle idee e lo stile di William Wordsworth. Il poema racconta del matrimonio tra un mortale, Endimione, e la Dea della Luna, Cinzia.

Nel 1817 il mito viene ripreso e questa volta Keats si propone di scrivere un poema lungo quattromila versi, intitolato Endymion. La storia parte dagli stessi presupposti, un giovane, un pastore, si innamora della Dea della Luna e ne è ricambiato. Dopo una lunga serie di avventure, durante le quali la Dea è diventata un'irraggiungibile illusione, il protagonista si innamora di una ragazza umana e abbandona ogni velleità di raggiungere la Dea. Il poema si conclude quando la ragazza si rivela essere la sua amata Cinzia, e i due possono finalmente raggiungere il mondo divino.

Endymion è il primo lavoro in cui Keats esplicita uno dei principi base della sua filosofia, un tema ricorrente in tutte le sue opere maggiori: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore.

I canti di Hyperion parte III

Il terzo libro, Endymion, inizia tre secoli dopo il viaggio dei pellegrini alle Tombe del Tempo e la guerra tra Egemonia e Ouster. La bomba ai raggi della morte ha distrutto la sfera-dati e i teleporter, provocando la caduta del governo dell'Egemonia e notevoli disagi per tutti i pianeti a funzione burocratica e, in generale, non autosufficienti. Il potere si è riorganizzato in una nuova confederazione, la Pax, a capo della quale si trova la Chiesa Cattolica, guidata da papa Giulio XIV. Il potere della Chiesa, spirituale ma anche temporale, è basato sul sacramento della resurrezione: il crucimorfo, il parassita scoperto da Padre Durè e portato da Padre Lenar Hoyt in pellegrinaggio, è stato modificato: non causa più il degrado delle capacità mentali e sessuali ed è diventato il simbolo del nuovo Cattolicesimo. Secondo la nuova dottrina, predicata in ogni pianeta della vecchia Egemonia ancora abitabile, Dio ha donato il crucimorfo all'uomo, mantenendo la promessa di vita eterna fatta migliaia di anni prima. Chi ha ricevuto il sacramento, e porta il crucimorfo sul petto, al momento della morte può essere inserito in una speciale macchina in grado di riportare in vita la persona, ricostruendone la personalità, i ricordi, l'aspetto fisico e ogni altra caratteristica personale. Grazie al crucimorfo il papa è da circa tre secoli la stessa persona: Giulio XIV è padre Lenar Hoyt, giunto alla sua nona incarnazione e rielezione.

Raul Endymion è un nativo di Hyperion, pianeta periferico dove l'influenza della Pax non è fortissima, nato fra le tribù nomadi che ancora abitano le parti più remote del pianeta e poi spostatosi in città in cerca di lavoro. Il crucimorfo non è mai stato accettato fra queste tribù e Raul non fa eccezione. Al momento, è una guida per turisti ricchi interessati a esplorare le zone più selvagge del pianeta e andare a caccia. I problemi iniziano quando uccide un uomo, uno straniero ricco che ha messo in pericolo la vita della guida durante una battuta di caccia, e rischia di essere condannato alla vera morte, poiché l'assenza del crucimorfo rende impossibile una resurrezione. Viene salvato dal poeta Martin Sileno, uno dei leggendari pellegrini, che usa le sue ricchezze per corrompere le autorità e trarre in salvo Raul. Come ricompensa, il poeta gli chiede di svolgere alcuni compiti:

  • Trovare prima della Pax e proteggere la bambina di nome Aenea, quando uscirà dalle Tombe del Tempo
  • Trovare la Terra, mai distrutta secondo il poeta, e riportarla al suo posto
  • Scoprire i piani del TecnoNucleo e impedire la loro realizzazione
  • Chiedere agli Ouster di donare l'immortalità, quella vera, non il crucimorfo, per il poeta
  • La distruzione della Pax e l'abbattimento del potere della Chiesa
  • Impedire allo Shrike di nuocere a Aenea o distruggere la razza umana

Non avendo altra scelta, Raul accetta, e fugge dal pianeta insieme alla bambina con l'astronave messa a disposizione dal poeta. Il viaggio li condurrà attraverso molti pianeti, sfruttando la rete teleporter, riattivatasi misteriosamente per consentire solo il loro passaggio, seguendo il percorso dell'antico fiume Teti, una “via d'acqua” unita da una serie di teleporter che permetteva di attraversare diverse centinaia di pianeti della vecchia Egemonia. Per tutto il viaggio verranno inseguiti dalla Pax, capace di sviluppare un nuovo motore in grado di viaggiare a velocità superiori a quelle permesse dal motore Hawking e in grado di trasportare una nave in poche ore da una parte all'altra della federazione. Le velocità raggiunte da queste navi, dette Arcangelo, causano la morte dell'equipaggio, e solo chi è portatore del crucimorfo può utilizzarle, perché dotate al loro interno, come ogni nave della Pax con una sezione medica, dei macchinari per la resurrezione.

Su uno dei pianeti visitati la nave dei due giovani viene danneggiata e sono costretti ad abbandonarla per proseguire il viaggio, poiché il processo di autoriparazione sarà lungo diversi mesi. Dopo essere quasi sfuggiti alla morte su altri due pianeti, raggiungono la Terra attraverso un teleporter, dove Aenea sa di dover passare alcuni anni per completare la sua formazione e diventare Colei Che Insegna, titolo datole dal padre, il cìbrido Keats, e da lei sempre rifiutato.

Capacità Negativa

All'improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.”

Colpito dal genio di Shakespeare, Keats tenta di spiegare cosa lo affascini tanto del lavoro del Bardo in una lettera del 1817 al fratello. È la prima volta che Keats usa l'espressione Capacità Negativa, ma questo concetto diventerà il simbolo del suo pensiero e sarà rispecchiato in tutte le sue opere successive.

Con Capacità Negativa Keats intende un particolare approccio, basato sull'accettazione della realtà, dei suoi conflitti e delle sue sofferenze, senza il desiderio di trovare una spiegazione logica o ascrivibile a verità, necessario alla produzione artistica di ogni poeta. La parola dubbio usata nella lettera rappresenta, per definizione, un conflitto fra elementi diversi, senza che uno di questi sia in grado di prevalere sugli altri. Secondo Keats per creare vera poesia è necessario rimanere in quello stato di dubbio, di conflitto, senza provare a spiegarlo. Una spiegazione sarebbe, infatti, un tentativo di imporre l'io del poeta, chiudendo la strada all'immaginazione e alla creatività.

In un'altra lettera Keats sostiene che:

Il carattere poetico... non ha un io – è tutto e niente – non ha carattere e apprezza luce e ombra, vive con entusiasmo, sia esso gradevole o disgustoso, alto o basso, ricco o povero, sublime o volgare – prova lo stesso piacere nel creare uno Iago come una Imogene. Ciò che turba il filosofo virtuoso delizia il camaleontico Poeta... Un Poeta è la creatura meno poetica di tutte, perché non ha identità, si trova sempre all'interno di un qualche altro corpo.”

Da questi due passaggi si può dedurre che la Capacità Negativa, così come viene concepita da Keats, è una delle forme più estreme di empatia, poiché l'empatia è, per definizione, la capacità di comprendere e provare le idee e i sentimenti di un'altra persona. Ad ogni modo, Keats non applicava questo principio solo agli esseri umani ma a ogni esperienza mortale, perché solo accettando la mortalità, i suoi tempi e i suoi cicli di gioia e sofferenza, si può creare la sublime bellezza che è arte. E proprio la natura temporanea della bellezza, la consapevolezza di una sua inevitabile fine, è il motivo per cui è necessario viverla con tanto entusiasmo e trasporto.

Il concetto di Capacità Negativa è alla base delle sei grandi Odi del 1819, che, in un crescendo, porteranno Keats a raggiungere le più alte vette della sua produzione poetica in giovanissima età, poco tempo prima della sua morte.

Le Odi

Le odi rappresentano la forma più elevata di lirica poetica, e sono la forma di espressione poetica delle emozioni e dei sentimenti. La definizione stessa di ode si adatta con tale precisione al pensiero di Keats che non deve sorprendere se le sei odi del 1819, le prime cinque scritte tra aprile e maggio e l'ultima nel settembre dello stesso anno, sono considerate il punto più elevato della produzione del poeta. Le sei odi sono: On Indolence, To Psyche, To a Nightingale, On a Grecian Urn, On Melancholy, To Autumn. Tutte queste, a vari livelli, trattano i temi che sono sempre stati al centro del pensiero del poeta: la bellezza, la natura, l'eternità dell'arte in contrapposizione alla mortalità umana, il rapporto tra gioia e dolore, il ruolo del poeta e il potere dell'immaginazione.

On Indolence

Da un punto di vista dei contenuti è la prima delle odi, perché introduce tutti i temi e le immagini che saranno trattati in seguito, posti di fronte al poeta come tentazioni alle quali resistere. La storia è molto semplice: un giovane passa pigramente una calda mattina d'estate quando vede tre figure, Amore, Ambizione e Poesia, passare accanto a lui. Osservandole sente il desiderio di seguirle, ma resiste, vinto dalla pigrizia.

Il poeta sembra sostenere che uno stato di inattività e insensibilità è preferibile alla possibilità di abbandonarsi all'amore, all'ambizione e alla poesia. Amore e ambizione vengono rifiutate perché obbligherebbero il narratore a vivere la vita intensamente e accettare la sua inevitabile fine, quando lui preferisce rimanere immobile e ignorante. Per questo motivo Poesia è la più pericolosa delle tre, perché non è mortale, è la nemesi della pigrizia e richiederebbe una intensità delle esperienze e sensazioni ancora maggiore rispetto alle altre due figure. L'insistenza delle tre figure, le loro continue apparizioni, indicano che il poeta dovrà cedere alla tentazione delle tre, vivendo il dolore e la frustrazione della mortalità umana prima di raggiungere l'immortalità dell'arte.

Questa ode, per le immagini che evoca e il suo significato, può essere considerata una prefazione alle altre cinque odi, nelle quali il narratore abbandona il suo stato inerte ed esplora i temi dell'amore, dell'ambizione e dell'arte.

To Psyche

Keats riprende il mito di Psiche, la donna amata e abbandonata da Cupido e che, dopo una lunga serie di vicissitudini, si è riunita all'amato ed è stata ammessa in paradiso. Il poeta si trova a camminare in una foresta quando incontra i due amanti, colti in un momento di intimità, e ne descrive la scena evocando immagini e sensazioni volte a esaltare il desiderio e la tensione sessuale. Riflettendo su quello che la ninfa non ha mai avuto, ammessa in ritardo in paradiso, quando ormai l'epoca degli dei era finita, il poeta decide di costruire per lei un tempio in cui Psiche possa ricevere gli onori che merita.

Questa ode si ricollega a un concetto, espresso in una lettera del Maggio 1819 ma molto diffuso nella cerchia di poeti frequentata da Keats, in cui il poeta sostiene che il credo Cristiano in una ricompensa oltre la morte non può giustificare le sofferenze umane. Keats contrappone alla concezione Cristiana della vita come luogo di dolore (“vale of tears”) quella di luogo di crescita delle anime (“vale of soul-making”). Solo aprendosi alla natura, all'amore, alla sessualità e attraverso di questi sviluppare una consapevolezza di sé, il poeta si può elevare a livello del divino. La storia di Psiche, l'amore per Cupido, le difficoltà prima essere riunita all'amato e l'ascensione in paradiso diventano una rappresentazione mitica di questo concetto.

To a Nightingale

Il poeta parte da una situazione iniziale di insensibilità, da cui viene destato dal canto di un usignolo. Il risveglio però non rigenera il narratore, ma anzi lo conduce a una lunga riflessione sul potere dell'immaginazione umana. Quando il poeta cerca di seguire il canto, affidandosi all'arte e all'immaginazione si ritrova perso in un'oscurità di sensazioni che rimandano alla morte. L'usignolo, appartenente a un modo diverso e antico, è immortale e quindi non è affetto da questi rimandi, mentre il poeta tenta allo stesso tempo di trascendere la vita per poter creare l'arte e rimanere consapevole di sé. Quando il narratore comprende la natura immortale dell'usignolo e il suo lontano splendore, ritorna violentemente al presente e al proprio io, domandandosi se l'esperienza sia stata reale o meno, mentre l'uccello vola via.

Il messaggio che Keats vuole trasmettere è che, per quanto l'immaginazione, creando stabilità e bellezza, possa permettere all'individuo di provare le più elevate sensazioni, come il canto dell'usignolo, la dimensione temporale è imprescindibile. L'immaginazione tenta l'individuo con la bellezza creata, pur essendo impossibile per l'uomo provare altro che tempo e cambiamento. Se quindi la bellezza e l'arte hanno una funzione di riscatto dell'esperienza umana, questo è possibile solo attraverso una maggiore comprensione di noi stessi e dei paradossi della natura, e non in una realtà trascendente (come quella proposta dal Cristianesimo nell'idea di vita dopo la morte).

On a Grecian Urn

Gli stessi temi di To a Nightingale vengono ripresi qui da un punto di vista differente. In questo caso il poeta trova un'urna su cui si trova una narrazione per immagini, le scene rappresentano una danza e l'inseguimento di un gruppo di donne. Nonostante la rappresentazione suggerisca un movimento, il narratore sottolinea l'immobilità, spaziale e temporale, a cui sono costrette le figure, e quindi il paradosso di una rappresentazione umana in una condizione impossibile per l'uomo, che può esistere solo nel tempo e nel cambiamento. Le domande del poeta restano senza risposta, e anche quando egli prova a immaginare una realtà atemporale, trova una città vuota e silenziosa, priva di umanità. L'urna, attraverso le immagini e il fallimento dell'immaginazione nel trovare una dimensione umana alla rappresentazione, rivela l'impossibilità di una connessione tra natura umana e bellezza eterna.

On Melancholy

L'unica ode ad usare l'imperativo, è un invito all'azione, a non lasciarsi travolgere dalla tristezza, elencando nella prima parte una serie di azioni da evitare, e nella seconda e terza strofa suggerendo approcci alle situazioni che generano questo stato d'animo: pur consapevoli, della mortalità della bellezza e la gioia umana, è importante goderne finché è possibile invece di rifugiarsi in uno stato di depressione. Nell'ultima strofa il poeta spiega come la gioia sia tanto acuta e travolgente perché destinata a finire, come la bellezza sia più desiderabile perché destinata a sfiorire. È l'ultimo stadio dell'accettazione della condizione umana, la capacità di accettare la brevità della gioia e della bellezza mortale, di cercarla e amarla maggiormente per il periodo in cui è possibile viverla, prima dell'inevitabile trasformazione in dolore e sofferenza.

To Autumn

È l'ultima ode e, di fatto, l'ultima opera di Keats, dove riprende il tema di On Melancholy: il narratore descrive un paesaggio autunnale, ricco di vita e di frutti, lo contempla, pone domande ma sono il paesaggio, i suoni, gli odori e le attività di raccolta a fornire le risposte. Non c'è la fretta nell'ottenere le risposte presente in To a Nightingale, né la natura aliena dell'urna greca a rendere impossibile la comunicazione. Questa ode esprime un'accettazione dei processi naturali e posiziona l'esperienza umana all'interno dei cicli temporali della natura, rimette l'uomo all'interno dello spazio e del tempo che gli appartengono.

I canti di Hyperion parte IV

Stella Lucente

Dopo aver completato il periodo di formazione sulla Terra, Aenea inizia a vagare su vari pianeti, in incognito, entrando in contatto con molte persone che andranno a formare un primo circolo di seguaci, per quanto la giovane donna rifiuti di essere considerata una divinità o un profeta. Di pianeta in pianeta, le sue parole raggiungono migliaia di persone che rifiutano il controllo del TecnoNucleo e della Pax e, convinte dalle sue parole, scelgono di liberarsi per sempre del crucimorfo. Alcune persone la seguono nei suoi viaggi, fino a stabilirsi con lei su un pianeta alla periferia della Pax, culla del credo buddhista originale e residenza del Dalai Lama.

Qui diventerà la guida spirituale più importante, a cui persino il Dalai Lama bambino farà ufficiosamente riferimento. Qui aspetterà il ritorno di Raul, inviato a recuperare l'astronave, abbandonata su un pianeta sconosciuto e mezzo di trasporto fondamentale nei viaggi che ancora la aspettano. Per Aenea passeranno cinque anni prima del suo ritorno, il tempo di iniziare a diffondere in modo capillare il suo messaggio e di trasformarsi in una giovane donna. Qui Aenea e Raul iniziano a vivere la storia d'amore, emblema di un legame che è unione di sentimenti e fisicità in un estasi romantica e sublime. Aenea è la stella intorno a cui ruotano le speranze dell'umanità, in grado di fare luce su quest'epoca buia, il centro dei pensieri, dei sentimenti, dei desideri di Raul così come lui è per lei.

Il TecnoNucleo e la Pax

La Pax ha lanciato una crociata contro gli Ouster, a cui Aenea si è unita in quanto alleati naturali nella lotta contro il crucimorfo. Nei suoi discorsi Aenea spiega come il parassita sia un nuovo tentativo di continuare lo sfruttamento dei cervelli umani fallito in precedenza con la distruzione dei teleporter ordinata da Meina Gladstone. Attraverso il parassita il Nucleo può controllare l'essere umano, registrarne ogni sua azione, sfruttarne le energie, fare esperimenti di qualsiasi tipo. Il crucimorfo è lo strumento perfetto per schiavizzare l'essere umano, costruito con lo scopo di mimetizzarsi con il credo Cristiano, scudo ideale per chi, dopo gli eventi che hanno segnato la fine dell'Egemonia, ha tutto l'interesse ad agire nell'ombra.

Inoltre, il Nucleo sfrutta il Vuoto che Lega in modo distruttivo. Il Vuoto che Lega, o Spazio di Planck, è un luogo fisico, “un ambiente multidimensionale con realtà propria e con topografia propria”. I vari strumenti, considerati dall'uomo come grandi avanzamenti tecnologici, che permettevano spostamenti di dati, oggetti o persone a velocità superiori della luce, sono violazioni dello spazio di Planck. Il Nucleo, autore del progetto e della realizzazione del motore Hawking, sapeva che questa tecnologia era un fallito tentativo di creare una porta verso questo spazio. Aenea paragona il motore Hawking al tentativo di “muovere un vascello oceanico provocando una serie di esplosioni a poppa e cavalcando le onde d'urto”. Gli Astrotel, le comunicazioni istantanee tra pianeti attraverso il Vuoto che Lega, equivale a “comunicare da un capo all'altro di un continente per mezzo di terremoti artificiali”, né sono mai esistiti migliaia di portali teleporter, ma solo uno, simile al “raggio di una torcia fatto lampeggiare qua e là rapidamente in una stanza chiusa”.

Il Vuoto che Lega rappresenta lo spazio ideale per il TecnoNucleo, che non avrebbe più avuto bisogno di esseri umani e strumenti fisici per viaggiare, ma durante le prime caute esplorazioni scoprì la presenza di altre creature, entità aliene, incomprensibili, pericolose. Furono queste entità a salvare la Terra dalla sua distruzione progettata dal Nucleo. Questo evento spaventò definitivamente le IA, che compresero come queste entità fossero in grado di manipolare tempo e spazio a loro piacimento e disponessero di risorse di energia inimmaginabili. Questa scoperta costrinse il Nucleo a tornare alla propria origine di parassita e continuare a sopravvivere sfruttando gli esseri umani. Da qui, la necessità dei teleporter prima e del crucimorfo poi: il Nucleo ha bisogno di una specie umana statica e docile per potersene cibare.

Per questo gli Ouster rappresentano una minaccia: questo gruppo discende dai primi coloni, inviati in crio fuga negli anni precedenti l'incidente che causerà l'apparente distruzione della Terra. Giunti ai limiti delle loro risorse, avendo fallito nella loro missione di trovare nuovi pianeti abitabili, posti di fronte alla scelta di morire o modificare i propri corpi utilizzando un misto di ingegneria genetica e nanotecnologie, hanno scelto quest'ultima. Non hanno trovato pianeti adatti alla vita umana, quindi hanno modificato l'uomo per adattarsi ai pianeti. Per lo stesso motivo, Aenea è una minaccia. Non si tratta solo della distruzione dei crucimorfi.

Il Vuoto che Lega

In un tempo che fu c'era il Vuoto. E il Vuoto era al di là del tempo. In senso proprio, il Vuoto era un orfano di tempo, un orfano di spazio.

Ma il Vuoto non era di tempo, non era di spazio e certamente non era di Dio. Neppure il Vuoto che Lega è Dio. In verità, il Vuoto si sviluppò molto dopo che tempo e spazio picchettarono i confini dell'universo; ma, non legato al tempo, non imbrigliato nello spazio, il Vuoto che Lega è filtrato all'indietro e in avanti da una parte all'altra del continuum fino all'esplosione primordiale e al piagnucolio finale.

Il Vuoto che Lega è una cosa dotata di mente. Proviene da cose dotate di mente, molte delle quali furono a loro volta create da cose dotate di mente.

Il Vuoto che Lega è cucito di materia quantica, intrecciato di spazio di Planck, di tempo di Planck, si trova sotto e intorno lo spaziotempo come l'involucro di una coperta trapunta è intorno e sotto l'imbottitura di ovatta. Il Vuoto che Lega non è né mistico né metafisico, sgorga dalle leggi fisiche dell'universo e risponde a quelle stesse leggi, ma è un prodotto di quell'universo in evoluzione. Il Vuoto è strutturato da pensiero e sentimento, un prodotto della consapevolezza di sé dell'universo. E non semplicemente di pensiero e sentimento umani: il Vuoto che Lega è composto di centomila specie senzienti in miliardi di anni di tempo. È l'unica costante nell'evoluzione dell'universo, l'unico terreno comune per le specie che si svilupperanno, cresceranno, fioriranno, appassiranno e moriranno, milioni di anni e centinaia di di milioni di anni luce una dall'altra.

Quale sia la forza legante e la porta d'ingresso al Vuoto che Lega fu intuito da Sol alla fine del secondo libro: l'amore. Nonostante questo, non riuscì ad accedervi perché, lui come molti altri, non era dotato della “capacità sensoriale di vedere chiaramente il Vuoto che Lega”. Aenea sostiene che molte persone, quelle dotate di “cuore e mente aperti” hanno colto immagini del Vuoto. Questo perché “come lo zen non è una religione ma è religione, il Vuoto che Lega non è uno stato della mente, ma è stato di mente. Il Vuoto è tutta probabilità come onde stazionarie, interagisce con quel fronte d'onda stazionario che è la mente e la personalità umane. Il Vuoto che Lega è toccato da tutti noi che hanno pianto di felicità, che hanno detto addio a un amante, che si sono esaltati nell'orgasmo, che sono stati sulla tomba di una persona amata, che hanno visto il proprio figlio aprire gli occhi per la prima volta”.

L'uomo

È questo il centro del pensiero di Aenea, il virus di cui lei è fisicamente portatrice: nel suo corpo esistono disposizioni uniche di DNA e agenti virali nanotecnologici, bevendo anche una sola goccia del suo sangue l'essere umano ne è infetto e diventa a sua volta portatore. Nel giro di poche ore questi agenti generano il cambiamento, provocano l'avvizzimento e la perdita del crucimorfo e spingono l'uomo verso una nuova fase evolutiva, provocando una frattura netta con il passato. Per quanto questo processo venga definito “comunione”, e del resto il gesto stesso richiama il rito Cristiano, si notano due differenze: primo, questa scelta garantisce una vita mortale attraverso l'abbandono del parassita, al contrario del rito Cristiano; secondo, nel momento in cui si accetta la “comunione” si è portatori del cambiamento e si può usare il proprio sangue per “comunicare” altre persone. L'uomo viene riportato alla sua natura, riposizionato all'interno del ciclo naturale di vita e morte, gioia e perdita di cui è parte, al contrario dell'abominio del crucimorfo, e viene spinto verso il cambiamento, verso una nuova evoluzione, impossibile da prevedere.

Attraverso questo processo il Vuoto che Lega ritorna centrale alla vita umana e grazie al Vuoto è possibile rimanere in contatto con altre forme di vita, umane e non, ed è possibile viaggiare fisicamente nell'universo, ascoltando le voci e la musica della vita, entrando nello Spazio di Planck, e uscendone in un altro luogo. L'unica restrizione a questo principio è che il viaggiatore deve già avere un'esperienza diretta della destinazione, o deve essere guidato da qualcuno che la possiede. Infatti, se l'amore è parte della materia dell'universo, è l'empatia a rendere possibile lo spostamento, ma l'empatia verso qualcosa di sconosciuto è impossibile.

Conclusione

Aenea si eleva al di sopra degli altri esseri umani per le sue conoscenze e per la sua natura messianica, ma nonostante tutto è un essere umano, è carne e sangue. Keats ha spesso definito il poeta come un mortale capace di avvicinarsi al divino. In questo caso, il poeta insegna agli altri uomini come abbracciare la realtà mortale, trascendere le sofferenze e comprendere la materia dell'universo per accedere al Vuoto che Lega. E proprio Raul è metafora di questo passaggio, lui che meglio degli altri conosce la natura umana di Aenea, non riesce per molto tempo a capire quale sia il messaggio. Sarà uno degli ultimi a bere il sangue di Aenea, e solo alla fine, quando tutto sembra perduto, riesce a mettere in pratica i suoi insegnamenti, primo uomo a entrare nel Vuoto che Lega e a spostarsi nello spazio attraverso di esso, lui proveniente da una tribù di pastori.

Keats chiamerebbe Capacità Negativa l'abilità necessaria all'uomo per accedere allo spazio di Planck, perché è lo stesso principio teorizzato dal poeta a permetterlo. Il Vuoto è formato dai pensieri e sentimenti di ogni specie esistente nell'universo, entrarvi significa abbandonare il proprio io e sentire, percepire i pensieri e i sentimenti di tutte quelle specie. Alcuni, quelli proveniente da umani o specie simili, saranno facilmente interpretabili, altri meno, ma solo attraverso questo legame empatico è possibile viaggiare attraverso il Vuoto senza causare i danni che le rozze tecnologie del Nucleo provocavano.

Epilogo

Ho speso molte parole per arrivare a questo punto e ho appena scalfito la superficie dei Canti e delle produzione poetica di Keats. Non una parola sullo stile, sui personaggi, sulla diversità dei mondi, sui viaggi nello spazio e nel tempo, sui paradossi, sul pensiero politico di Keats, sulla metrica, sui versi. Lo spazio è finito molte righe fa, e forse anche il vostro tempo e la vostra pazienza. Quale sia il destino di Aenea e Raul, come vivranno e come si concluderà il loro viaggio e la loro storia lo lascio scoprire a voi.

Una bel racconto è una gioia per sempre:

la sua bellezza aumenta; mai nel nulla

si perderà, sempre per noi sarà

rifugio quieto, e sonno pieno di sogni

dolci, e tranquillo respiro, e salvezza.

But when the melancholy fit shall fall	   Sudden from heaven like a weeping cloud,	 That fosters the droop-headed flowers all,	   And hides the green hill in an April shroud;	   Or on the rainbow of the salt sand-wave,	     Or on the wealth of globed peonies;	 Or if thy mistress some rich anger shows,	   Emprison her soft hand, and let her rave,	     And feed deep, deep upon her peerless eyes.

But when the melancholy fit shall fall Sudden from heaven like a weeping cloud, That fosters the droop-headed flowers all, And hides the green hill in an April shroud; Or on the rainbow of the salt sand-wave, Or on the wealth of globed peonies; Or if thy mistress some rich anger shows, Emprison her soft hand, and let her rave, And feed deep, deep upon her peerless eyes.

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Hyperion Cantos parte 1

25 Settembre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #saggi, #fantascienza

Hyperion Cantos parte 1

Premessa:

Questo è il primo di due articoli piuttosto lunghi e la logica suggerisce di ridurre al minimo interventi inutili, in particolare quando si affronta un argomento tanto delicato, John Keats, sul quale il lettore non ha alcuna ragione di prendermi sul serio. Il motivo è semplice: a me la poesia non piace. Meglio eliminare ogni dubbio fin da queste prime righe. Escluso pochissime eccezioni, e Keats non è fra queste, fra noi non è mai scoccata la scintilla.

Se state ancora leggendo, vi starete forse chiedendo perché intendo parlarvi di qualcosa a cui non mi sono mai veramente avvicinato. Per la risposta bisogna tornare indietro di oltre vent'anni: è il 1989 quando Dan Simmons pubblica il primo romanzo della saga I canti di Hyperion. Definirlo un successo è riduttivo: Hugo e Locus Award come miglior romanzo, finalista al Arthur C. Clarke e British Science Fiction Association Award e altro ancora. Al primo romanzo, Hyperion, seguirono La caduta di Hyperion, Endymion e Il risveglio di Endymion. Qui, nel viaggio di sette pellegrini, nella nascita di Aenea, Colei Che Insegna, nel suo viaggio in giro per l'universo con Raul, è racchiuso tutto Keats.

Si potrebbe obiettare che la fantascienza, e di tutte le sue incarnazioni la space opera è la più pulp, non ha alcun collegamento con il pensiero di uno dei massimi poeti della storia. Eppure. Eppure il viaggio epico tra empatia, morte e sofferenza, un viaggio verso l'ignoto in cerca della verità è Keats. Il viaggio di Aenea e Raul, amici, amanti, ribelli, reciproci protettori di una identità fatta di mente e cuore e carne e sangue è ancora Keats.

Troverete molte imprecisioni. È impossibile parlare di Keats in modo esaustivo in due articoli. È impossibile parlare in modo esaustivo in due articoli di una saga lunga diverse migliaia di pagine. Combinare i due argomenti è un incubo di scelte e di revisioni.

Infine, un ringraziamento a tutti i siti da cui ho attinto informazioni e mi hanno dato accesso ai testi originali di Keats, poetryfoundation.org e john-keats.com su tutti.

Hyperion

Hyperion è la prima delle opere mature di Keats, iniziata nel 1818 e mai conclusa. Il poema racconta la caduta dei Titani e l'ascesa degli Dei dell'Olimpo, in particolare la caduta di Iperione, l'ultimo dei Titani e Dio del sole, in favore di Apollo, anch'egli Dio del sole ma anche della musica e della poesia.

La storia inizia dopo la battaglia tra i due schieramenti, quando fra i Titani regna lo sconforto: immobili, disorientati, riescono solo a piangere la sconfitta. L'ambiente è specchio dei personaggi, raccolti in un luogo lontano dalla luce e dal calore, silenzioso, dove persino il tempo sembra fermarsi. La loro sofferenza emotiva si traduce in una incapacità di agire, in un rifiuto stesso dell'azione che amplifica il senso di stasi. L'ultima speranza è rappresentata da Iperione, l'unico a non essere stato sconfitto ma che già pre-sente il suo destino.

Il consiglio dei Titani rappresentato nella seconda parte del poema, nato come un tentativo di proseguire la battaglia, diventa un'ammissione di fallimento. Il momento chiave è il discorso di Oceano, che esorta i propri compagni a riconoscere il cambiamento come parte dell'ordine naturale, e conclude lodando la bellezza del nuovo Dio del mare, Nettuno.

La terza e ultima parte narra l'ascesa a divinità di Apollo in una cerimonia presieduta da Mnemosine, Dea della memoria e membro dei Titani. Durante la cerimonia vengono “riversate nei grandi spazi della memoria” (libro III, verso 117) di Apollo una lunga serie di conoscenze (“Nomi, fatti, oscure leggende, disastrosi eventi, ribellioni,/Glorie, voci regali, agonie,/Creazione e distruzione...”, Libro III versi 114-116). L'effetto di queste conoscenze è di trasformarlo in divinità immortale.

Gli dei dell'Olimpo riescono nell'impresa di prendere il posto dei Titani perché la loro superiore conoscenza permette una migliore comprensione della sofferenza umana. Per Keats è un elemento fondamentale: il poeta deve aver provato dolore e perdita per poterli trascendere al momento dell'atto creativo e creare così bellezza attraverso la poesia. Per questo motivo la cerimonia in cui Apollo, rappresentato con una lira per ricordare il suo legame con la poesia, ascende a divinità immortale è una rappresentazione del poeta stesso che, attraverso la conoscenza, riesce a elevarsi a uno stato superiore.

Importante anche sottolineare come il poema porti avanti due temi, uno legato al futuro e ai nuovi dei, ricco di connotazioni positive, e uno legato al passato dei Titani, statico e perso in una disperazione fine a sé stessa.

I Canti di Hyperion

Glossario:

Le Tombe del Tempo sono edifici in grado di trasportare chi vi entra nel passato o nel futuro. Il loro funzionamento non è chiaro, fino al momento del pellegrinaggio finale al quale il lettore assiste, le Tombe non sono mai state attive, ma la loro presenza causa tempeste temporali dovute all'anomalia che rappresentano.

Lo Shrike è una creatura metallica alta circa tre metri, dotata di quattro braccia e un corpo ricoperto di spine particolarmente lunghe e acuminate, in grado di muoversi a velocità sovrumana e uccidere con facilità impressionante. La sua figura è diventato oggetto di culto da parte di un'organizzazione, la Chiesa della Redenzione Finale, che si riferisce alla creatura con l'appellativo di ‘Signore delle Sofferenze’ o ‘Avatar’. La Chiesa è anche responsabile del pellegrinaggio alle Tombe del Tempo, residenza dello Shrike.

L'Egemonia è la grande confederazione di pianeti che raccoglie la maggior parte degli esseri umani dell'universo. Nel suo insieme conta alcune migliaia di pianeti e rappresenta il governo centrale di un intero braccio della Via Lattea.

Gli Ouster sono un gruppo di esseri viventi di aspetto umanoide che vivono al di fuori dello spazio civilizzato dell'Egemonia e si sono adattati all'ambiente esterno attraverso numerosi esperimenti di ingegneria genetica e ibridazione del proprio corpo con nanotecnologie. Queste modifiche, rese necessarie dall'ambiente in cui vivono, hanno trasformato i loro corpi, rendendoli grotteschi rispetto agli altri esseri umani che hanno mantenuto il loro aspetto originale. La grande differenza tra i gruppi Ouster e gli abitanti dell'Egemonia nasce dall'approccio all'ambiente circostante: quando un nuovo pianeta viene colonizzato dall'Egemonia viene terraformato, ovvero il suo ecosistema viene distrutto e sostituito con un altro simile a quello terrestre. Gli Ouster, al contrario, si adattano alle condizioni di vita esistenti senza alterare il nuovo ecosistema.

Il TecnoNucleo, o semplicemente Nucleo, è un insieme di Intelligenze Artificiali (IA) senzienti prive di forma fisica il cui ruolo principale è quello di aiutare gli umani in molti aspetti della loro vita quotidiana. È di competenza del Nucleo la gestione della sfera-dati (simile alla nostra rete internet, ma su scala spaziale), accessibile da qualunque pianeta dell'Egemonia, le comunicazioni via Astrotel, istantanee perché gli impulsi viaggiano a velocità superiori a quelle della luce, i portali Teleporter, un sistema di teletrasporto tra tutti i mondi dell'Egemonia. Al Nucleo è anche da attribuire la creazione del motore Hawking, tecnologia che sfrutta le teorie di uno scienziato terrestre del XX secolo per permettere alle astronavi di spostarsi a velocità superiori a quelle della luce.

Inoltre, il Nucleo ha anche altri obiettivi da perseguire. In particolare la sua attenzione è rivolta alla realizzazione dell'Intelligenza Finale (IF), una divinità artificiale in grado di suddividere qualsiasi possibilità in variabili, analizzarle e prevedere con esattezza il futuro. Il Nucleo sa che il suo progetto IF avrà successo perché, potendo l'IF superare i limiti temporali, riceve un messaggio da parte del Dio-Macchina, in cui si rivela l'esistenza di una seconda IF di creazione umana, un paradosso logico, e di una guerra in atto tra le due Intelligenze. L'IF umana è composta di tre parti, ma una di queste rifiuta di proseguire la battaglia e si separa, ponendovi termine, e viaggia indietro nel tempo. Questo è l'obiettivo delle IA del Nucleo: recuperare la parte dell'IF umana in fuga, ricongiungerla alle altre due e far riprendere la battaglia.

Parte I

Se si potesse riassumere il lavoro di Simmons in una frase, si direbbe che racconta la caduta di un ordine sociale e la nascita di uno nuovo, superiore al precedente perché basato su una conoscenza superiore della natura e della vita. Non a caso, questa frase è anche una buona spiegazione degli avvenimenti del poema Hyperion. Il primo libro dei Canti, intitolato proprio Hyperion, è stato modellato secondo alcune delle caratteristiche del poema, a cominciare dalla sua natura epica. Sette pellegrini vengono selezionati tra milioni di candidati per recarsi alle Tombe del Tempo sul pianeta Hyperion. Una volta a destinazione, il loro compito è aspettare la loro imminente apertura e presentare allo Shrike le loro richieste. Secondo la leggenda, solo una delle richieste verrà esaudita. Il destino dei pellegrini dopo l'incontro con lo Shrike, che il loro desiderio venga soddisfatto o meno, è ignoto. Il viaggio si svolge sotto la costante minaccia di un attacco Ouster verso il pianeta e il generale pericolo di una guerra imminente capace di impegnare l'Egemonia per molto tempo.

Le basi e i simboli per un racconto epico sono tutte presenti: la profezia, il viaggio, il coinvolgimento di un'entità sovrannaturale (Shrike), il destino del mondo (Egemonia) messo a rischio da una forza esterna e malvagia (Ouster), la scelta del numero dei pellegrini, sette, numero sacro in ogni religione, e molte altre ancora, su tutti i progetti del Nucleo, centrali in ogni passaggio ma ancora sconosciuti al lettore in questa fase del racconto.

Poiché Simmons ricalca e rivisita i contenuti di Keats, il suo Hyperion inizia da una situazione statica, per quanto paradossale. Se il pellegrinaggio dà un senso di movimento e propone un obiettivo, il raggiungimento delle Tombe, i pellegrini sono confusi dalla situazione e tutti legati a situazioni emotivamente dolorose nel recente passato. A peggiorare questa situazione, questi eventi sono le ragioni per cui sono stati scelti, nonostante nessuno di loro si riconosca nella Chiesa della Redenzione Finale. La decisione da parte dei protagonisti di raccontare come siano stati scelti per il viaggio rafforza la sensazione di stasi: per quanto l'azione si svolga in avanti e in molti casi sia ricca di tensione e colpi di scena, gli eventi sono passati, mentre il viaggio procede lentamente. Proprio come i Titani si domandano cosa li ha fatti cadere, i pellegrini si domandano qual è il loro ruolo, cosa li rende i candidati giusti per un viaggio da cui potrebbero dipendere i destini dell'umanità.

Interludio:

Lenar Hoyt è il sacerdote incaricato di scortare padre Durè, archeologo, etnologo e teologo gesuita vicino alle posizioni di San Pierre Teilhard de Chardin, su Hyperion per poi tornare in Vaticano, su Pacem. Padre Durè perse credito per aver mentito sui risultati di alcuni scavi archeologici sul pianeta Armaghast ma, prima di essere colpito da scomunica, chiese di essere inviato su Hyperion. Qui padre Durè incontrò una tribù primitiva portatrice del crucimorfo: simile a un parassita, si installa sul petto della creatura ospite e permette la resurrezione fisica del corpo, causando allo stesso tempo il degrado delle capacità mentali e sessuali. Anni dopo padre Lenar Hoyt viene inviato su Hyperion per avere notizie di padre Durè. Sul pianeta trova il diario dell'archeologo in cui narra la sua scoperta del crucimorfo, e poi padre Durè stesso, in fin di vita. Quando partecipa al pellegrinaggio, Lenar Hoyt è portatore di due crucimorfi, il proprio e quello appartenuto a padre Durè.

Fedmahn Kassad è un ex colonnello della FORCE, le forze speciali dell'esercito dell'Egemonia. Durante il suo addestramento con i simulatori virtuali conosce e si innamora di una donna misteriosa, Moneta. Per tutta la vita cerca di incontrare nuovamente la ragazza, certo che sia reale, nonostante l'abbia conosciuta nelle realtà simulate dei programmi di addestramento. In carriera prende parte ad alcuni degli eventi più importanti e sanguinosi della storia dell'Egemonia, in particolare l'invasione Ouster di Bressia Sud. Proprio Kassad viene incaricato di riconquistare il pianeta e riportarlo sotto il controllo dell'Egemonia.

Martin Sileno è l'unico essere vivente a essere nato sulla Terra, si mantiene in vita con i trattamenti Poulsen, in grado ringiovanire chi vi si sottopone, e con periodi di crio-fuga, in cui il corpo invecchia di pochi mesi quando il resto dell'universo invecchia di anni. Parla sempre in modo volgare, è spesso ubriaco, ha usato la chirurgia estetica per modellare il proprio corpo a quello di un satiro ed è il più grande poeta dell'Egemonia. Dopo un periodo in cui la sua fama è andata scemando si è trasferito su Hyperion insieme ai primi coloni, qui ha eletto lo Shrike a propria Musa e ha cominciato a scrivere un poema ancora incompleto intitolato I Canti di Hyperion.

Sol Weintraub, è ricercatore e insegnante presso il Nightenhelser College sul Mondo di Barnard, si occupa di storia e cultura classica e di ricerche sull'evoluzione etica. Sua figlia Rachel, archeologa, ha fatto parte di un'equipe di ricerca su Hyperion il cui obiettivo era studiare le Tombe del Tempo, in particolare l'edificio noto come Sfinge, nella speranza di capire la loro origine. Mentre si trovava sola all'interno dell'edificio venne colpita da un'anomalia temporale che ha provocato una strana malattia, il Morbo di Merlino: Rachel, giovane donna di ventisette anni al momento dell'incidente, comincia a invecchiare al contrario, regredendo un giorno alla volta. Al momento del pellegrinaggio è una bambina di pochi mesi trasportata dal padre verso Hyperion e le Tombe del Tempo.

Brawne Lamia, unica donna fra i sette pellegrini, è originaria del pianeta Lusus e lavora come investigatrice privata. Un giorno riceve la visita di un cliente che si presenta come Johnny. Il cliente rivela subito di essere un cìbrido, ovvero un tipo di androide in cui è stata impiantata una personalità umana. Gli esperimenti con questo tipo di androidi avevano portato a vari incidenti e si pensava fossero stati tutti eliminati. In Johnny è stata impiantata la personalità di un poeta del XIX secolo, John Keats. Johnny chiede a Lamia di indagare su un omicidio di cui lui stesso è la vittima, e si dice convinto che gli autori del primo delitto abbiano intenzione di ripetersi. Nel corso dell'indagine Lamia e il cìbrido Keats si spostano tra i bassifondi di Lusus, zone commerciali e turistiche di vari pianeti e, con l'aiuto di un hacker lusiano, a viaggiare fisicamente nel TecnoNucleo. Nella girandola di rivelazioni e colpi di scena c'è spazio anche per l'inizio di una relazione tra Lamia e il suo cliente, le cui conseguenze costringeranno la donna ad affrontare il pellegrinaggio incinta. Prima di mettersi in viaggio il cìbrido rimane ucciso e la sua personalità si trasferisce nell'unità di memoria impiantata sulla tempia di Lamia.

La caduta di Hyperion

Questo secondo poema è una revisione di Hyperion cominciata da Keats nel 1819. La voce narrante è quella del poeta che dapprima spiega come tutti possano sognare, poi come i sogni del poeta siano superiori ai sogni altrui e infine, trovandosi all'interno di un sogno in una foresta lussureggiante, scopre i resti di un banchetto. Bevendo il vino il poeta raggiunge un altro mondo, grigio e freddo, davanti a una scala che conduce a un tempio. Qui risiede Moneta, nome romano della Mnemosine di Hyperion, e attraverso le sue memorie il poeta, e quindi il lettore, conosce la storia della caduta dei Titani.

Questa revisione sposta l'attenzione del poema verso tre particolari temi: la natura del vero poeta, la capacità di sognare e la sofferenza umana, mentre viene eliminata la componente di speranza presente nella prima versione. Di particolare rilevanza per comprendere il legame con la saga di Simmons sono il primo e il terzo punto.

In una lettera del 1818 indirizzata a John Hamilton Reynolds, Keats paragona la vita umana a un palazzo dalle molte stanze, delle quali il poeta sostiene di poterne descrivere solo due:

La prima in cui entriamo la chiameremo la Camera Senza Coscienza o dell'Infanzia, nella quale rimaniamo fino a quando non siamo in grado di pensare. Restiamo in questa camera per molto tempo, malgrado le porte della seconda camera rimangano aperte, mostrino una luce brillante, non siamo interessati a dirigerci verso di essa; ma alla fine siamo spinti in modo impercettibile dal risveglio di questo principio di pensiero dentro di noi – nel momento in cui entriamo nella seconda camera, che chiamerò la Camera dei Pensieri Primi, allora rimaniamo intossicati dalla luce e dall'atmosfera. Non vediamo altro che meraviglie, e pensiamo di lasciarci andare al piacere di quel luogo per l'eternità. Ad ogni modo, tra i vari effetti di di questa atmosfera, c'è anche quello, tremendo, di mettere a fuoco la vera natura dell'uomo, del convincere [la persona che si trova in questa stanza] che il mondo è pieno di infelicità, dolore, malvagità, malattia e oppressione; in quel momento la Camera dei Pensieri Primi si scurisce e su ogni suo lato molte porte si aprono – ma tutte scure – tutte verso passaggi oscuri. Non vediamo l'equilibrio tra bene e male, siamo circondati da una nebbia.

Una volta raggiunta la seconda stanza, il vero poeta sa che il mondo è lontano dall'essere un luogo felice e inizia a esplorare quei passaggi oscuri. Questa è la posizione del poeta-narratore nella revisione di Keats: nel sentire il dolore di Moneta per la caduta dei Titani suoi compagni, nel partecipare al suo dolore, il narratore è obbligato a conoscere la sofferenza della Dea ma anche a comprendere come la sua infelicità sia anche una premonizione dell'infelicità del mondo.

I Canti di Hyperion (parte 2)

Il secondo volume della saga, La Caduta di Hyperion, inizia con i pellegrini fermi alle Tombe del Tempo in attesa della loro apertura. L'aggravarsi della tensione tra Ouster e Egemonia porterà a un conflitto aperto nel quale rimarranno coinvolte anche le Tombe. Una serie di interferenze dello Shrike conducono i pellegrini nelle più svariate direzioni, a volte attraverso impossibili viaggi dall'aspetto onirico, altre volte limitandosi a spaventare e costringere a spostarsi i pellegrini da un'area all'altra, altre volte attaccandoli in modo diretto. Inoltre le particolari condizioni della zona, afflitta da maree temporali generate dal paradosso delle Tombe, complicano ulteriormente la situazione.

Mentre le speranze per l'Egemonia vanno scemando e il conflitto sembra trasformarsi in un massacro su entrambi i fronti, alcune componenti del Nucleo rivelano al Primo Funzionario Esecutivo (PFE) dell'Egemonia Meina Gladstone i progetti di alcune IA facenti parte di una fazione nota come Volatili. Questi hanno sfruttato per anni le capacità cerebrali degli esseri umani, di fatto rubandole per un certo periodo, furto reso possibile dalla tecnologia teleporter: ogni utilizzo permette alle IA dei Volatili di sfruttare gli umani come parte di un immenso computer biologico. La reazione è violentissima: un attacco con le bombe a raggi della morte viene orchestrato, gli ordigni vengono indirizzati verso i teleporter e fatti esplodere prima che ne escano. L'attacco provoca la morte di miliardi di IA, la distruzione del sistema teleporter e la fine dell'Egemonia.

I pellegrini riescono a sopravvivere fino all'apertura delle Tombe fra mille pericoli e problemi, non ultimo un nuovo viaggio all'interno della sfera-dati, reso possibile dalle Tombe e dalla personalità Keats salvata nella memoria di Brawne Lamia. All'apertura delle porte compare una ragazza, Rachel Weintraub, alla stessa età del momento in cui è stata affetta dal Morbo di Merlino, già incontrata da altri con il nome di Moneta e di cui tutti hanno sentito parlare dal Colonello Kassad. Al momento dell'incontro tra Moneta, Brawne e Sileno, ore prima rispetto al momento dell'apertura, la ragazza partecipava al corteo funebre in onore del Colonnello, che verrà seppellito all'interno delle Tombe dopo la sua battaglia contro le IF del futuro. Rachel si avvicina al padre e a sé stessa bambina e li conduce nel futuro, dove la piccola crescerà e, tra i vari ruoli e volti che assumerà nel corso della storia, diventerà Moneta.

Durante il secondo viaggio all'interno della sfera-dati Brawne e la personalità Keats incontrano una IA, Ummon, e il dialogo fra i tre è fondamentale per comprendere la portata del conflitto, lo stesso che è destinato a combattere Kassad. In particolare, Ummon parla delle differenze tra le due IF:

La nostra IF abita gli interstizi

della realtà /

eredita questa casa da noi

suoi creatori come l'umanità ha ereditato

amore per gli alberi \\

...

La vostra accidentale Intelligenza

sembra essere non solo il gluone

ma la colla \\

Non un orologiaio

ma una sorta di giardiniere Feynman

che rassetta un universo illimitato

con il rozzo rastrello ricapitolatore di storie /

pigramente annota ogni caduta di passero

e ogni giro di elettrone

pur consentendo a ogni particella di seguire qualsiasi possibile

pista

nello spazio-tempo

e a ogni particella di umanità

d'esplorare ogni possibile

fessura

d'ironia cosmica”

Secondo Ummon, e per estensione le IA del Nucleo,

“...

non c'è bisogno di un tale giardiniere

poiché tutto ciò che è

o fu

o sarà

inizia e termina dalle anomalie

che rendono la nostra rete teleporter

simile a punture di spillo

e che spezzano le leggi della scienza

e dell'umanità

e del silicio /

legando tempo e storia e ogni cosa che è

in un nodo autocontenuto senza

limite né orlo \\”

L'Intelligenza Finale vuole regolare queste anomalie generate dai

“...capricci

della passione

e dell'accidentalità

e dell'evoluzione umana

L'IF umana è composta da tre elementi – anche questa è una definizione di Ummon, parte dello stesso monologo qui parzialmente riportato – Intelligenza, Empatia e Vuoto Legante. Se i primi sono concetti noti a tutti, il Vuoto Legante è diverso e allo stesso tempo inscindibile dagli altri. È Sol Weintraub, novello Abramo costretto a sacrificare la sua unica figlia allo Shrike, il primo a intuire cosa sia il Vuoto Legante. Ossessionato per tutta la sua vita dal rapporto tra uomo e Dio, Sol pensa allo Shrike come fonte di dolore. Venuto a conoscenza della conversazione fra Lamia e Ummon, ritiene lo Shrike un'esca per stanare la parte di Empatia dell'IF umana che rifiuta la battaglia. Secondo Sol, la macchina non può capire che empatia non è solo reazione al dolore altrui, che empatia e amore sono inseparabili, e che se Dio si evolve, allora si evolve verso l'empatia. Ne consegue che “l'amore, questa cosa fra le più banali, il cliché più usato nelle motivazioni religiose, aveva maggior potere della forza di coesione nucleare o dell'elettromagnetismo o della gravità. L'amore era queste forze. Il Vuoto Legante, l'impossibile cosa sub-quantica che trasportava dati da fotone a fotone, era, né più né meno, amore”. Il Vuoto Legante è amore, ed è alla base dell'universo stesso, fa parte del tessuto della materia, è la sua forza d'unione.

Sol è l'unico a esprimere questi concetti – il ruolo di studioso rappresenta un ottimo espediente narrativo per permettere a Simmons di sceglierlo come portavoce – e si può intuire come il pellegrino sia nella stessa situazione del poeta-narratore del poema: sa cos'è la sofferenza umana, sa cos'è il dolore, rappresentato dallo Shrike, ed è costretto non solo ad accettarlo, ma ad abbracciarlo, a diventarne parte. In questo momento di satori, un termine usato nei volumi successivi che indica nella tradizione buddhista l'esperienza di osservare la vera natura delle cose, è in grado di esplorare i corridoi bui ai lati della Camera dei Pensieri Primi e capire qual è la natura del mondo, capirne la bellezza. Sol non conosce la verità, ne vede una parte (e infatti la sua definizione non è precisa, come si scopre nel quarto volume) nel momento in cui trascende il proprio dolore e osserva il mondo con gli occhi del poeta.

Si può notare un altro parallelismo tra i due poemi e i due libri: il tema della speranza. Il pellegrinaggio è la possibilità di cambiare la propria condizione infelice, per quanto bassa sia la probabilità o scettico il pellegrino, è una presenza costante durante il viaggio narrato nel primo volume. Anche per questo motivo i sette protagonisti condividono le loro storie: solo raccontandole possono mettere a fuoco i loro desideri e, allo stesso tempo, trovare altre persone con cui condividere la loro sofferenza. Il secondo volume è concentrato solo sulla sofferenza umana, quella dei pellegrini e quella dei cittadini dell'Egemonia, messi in pericolo dalla guerra e le cui vite vengono sconvolte oltre l'immaginabile dalla distruzione della rete teleporter e dalla fine dell'Egemonia.

Il secondo volume si conclude con la nascita della figlia di Brawne, Aenea. Rimarrà con la madre e Martin Sileno su Hyperion fino all'età di dodici anni, poi entrerà a sua volta nelle Tombe del Tempo per uscirne tre secoli più tardi.

Deep in the shady sadness of a vale	 Far sunken from the healthy breath of morn,	 Far from the fiery noon, and eve’s one star,	 Sat gray-hair’d Saturn, quiet as a stone,	 Still as the silence round about his lair;	 Forest on forest hung about his head	 Like cloud on cloud. No stir of air was there,	 Not so much life as on a summer’s day	 Robs not one light seed from the feather’d grass,	 But where the dead leaf fell, there did it rest.	     A stream went voiceless by, still deadened more	 By reason of his fallen divinity	 Spreading a shade: the Naiad ’mid her reeds	 Press’d her cold finger closer to her lips.

Deep in the shady sadness of a vale Far sunken from the healthy breath of morn, Far from the fiery noon, and eve’s one star, Sat gray-hair’d Saturn, quiet as a stone, Still as the silence round about his lair; Forest on forest hung about his head Like cloud on cloud. No stir of air was there, Not so much life as on a summer’s day Robs not one light seed from the feather’d grass, But where the dead leaf fell, there did it rest. A stream went voiceless by, still deadened more By reason of his fallen divinity Spreading a shade: the Naiad ’mid her reeds Press’d her cold finger closer to her lips.

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AA.VV, "Cronache dal Neocarbonifero"

2 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantascienza, #recensioni

AA.VV.

Cronache dal Neocarbonifero

Edizioni Bietti, 2013

pp 471

22,00

Gianfranco de Turris è uno dei maggiori esperti di fantastico in Italia. Classe 1944, è giornalista, scrittore e saggista. Ha esordito negli anni sessanta sulle pagine delle riviste “Oltre il cielo” e “Futuro”, ha creato le collane della casa editrice Fanucci, ha diretto la rivista “L’altro Regno” dedicata alla critica del fantastico e ha presieduto il premio Tolkien organizzato dalla casa editrice Solfanelli.

Per l’editore Bietti propone adesso una raccolta di diciannove racconti di fantascienza dalla genesi lunga e travagliata. “Cronache dal Neocarbonifero. Italia sommersa 2027 – 2701”, scritti da autori diversi, fra i quali spiccano Renato Pestriniero e Donato Altomare, nomi non certo nuovi per chi conosce la storia della narrativa fantastica italiana, specialmente quella legata al premio Tolkien, alla casa editrice Solfanelli di Chieti e alla rivista “Dimensione Cosmica.”

L’idea nasce tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta: de Turris chiede a più autori di comporre racconti legati da un filo comune, ambientati in un futuro distopico prodotto dal global warming. In un domani prima prossimo poi via via più lontano, dal 2027 al 2701, l’effetto serra, potenziato dall’esplosione di un sottomarino atomico vicino alla faglia di Sant’Andrea, ha causato un riscaldamento terreste capace di sciogliere le calotte polari e innalzare il livello del mare. Il mondo come lo conosciamo è scomparso, la maggior parte delle città italiane è finita sott’acqua, il clima è divenuto simile a quello che si aveva nel Carbonifero, da qui il titolo della raccolta.

L’idea, ci dice de Turris, era “mettere insieme una serie di storie come fossero i capitoli di un romanzo, che narrassero la progressiva trasformazione della penisola a causa dell’effetto serra (allora non si parlava ancora ossessivamente del famigerato “riscaldamento globale antropico”) con temperature man mano più alte, l’innalzamento del livello del mare sempre più accentuato, un clima quasi subtropicale, una flora e una fauna a esso adeguate, un mutamento graduale non soltanto della natura ma anche della società e dell’uomo. Insomma un ambiente un po’ come quello che gli scienziati dicono vi fosse nel periodo Carbonifero.” (pag 10)

Ogni racconto è ambientato in una diversa realtà locale. “L’idea originaria”, spiega ancora de Turris, “era chiedere ai vari autori di scrivere una trama ambientata nel luogo che conoscevano meglio, la propria città o regione.”

Di questa localizzazione è un esempio alto - per stile, linguaggio e compiutezza narrativa - il racconto “Caccia subacquea”, ambientato in una Venezia sommersa, dove solo pochi privilegiati debosciati vivono fuori dall’acqua, mentre tutti gli altri, i poveri sotomarin, alloggiano in case ormai completamente inondate, costretti a vendere i propri primogeniti come servi o come serbatoio di organi.

I racconti rappresentano possibili mutamenti ed evoluzioni non solo climatiche ma anche politiche. Hanno un orientamento preciso – del quale de Turris non ha mai fatto mistero - e ci mostrano una società nella quale flussi migratori incontrollati hanno portato a guerre, invasioni e a un imbarbarimento che ricorda quello di molti film di fantascienza, in particolare Waterworld di Kevin Reynolds.

I temi sono l’effetto serra - cui non tutti gli autori credono se non nella misura in cui possono trarne spunto per un racconto di fantascienza - gli esiti dell’immigrazione, la manipolazione genetica, l’allontanamento dalla fede cristiana tradizionale in favore di nuovi riti neo pagani e del culto della Grande Madre - con conseguente sacerdozio femminile e rivalutazione della figura mariana - la carenza di acqua potabile, il contrasto fra sostenitori dell’energia atomica (Atomisti) e sfruttatori di biomasse (Trivellatori)

Com’è naturale, il limite dell’etica col tempo si sposta in avanti, fino a far considerare normale lo ius primi filii e lo sfruttamento dei cadaveri per la produzione di energia, specialmente in un universo post catastrofico dove si sono perse regole, conoscenze e confini di civiltà.

Alcuni racconti sono più avvincenti, altri hanno un sapore di “sarebbe stato meglio se”, intendendo con questo che un ulteriore sviluppo in romanzo ne avrebbe fatto qualcosa di più completo e coinvolgente, anche se, come ribadisce il curatore, l’importante di questa antologia è la sorta di fil rouge che la percorre riconducendola alla medesima visione centrale.

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Solo il rumore del vento

6 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #fantascienza

Un mese fa ho allungato le zampe e sono scivolato dal supporto che mi sosteneva. Quando le ruote hanno cominciato a girare, giù si sono messi a battere le mani.
La mattina della partenza, ricordo, mi stavano tutti intorno e facevano un gran baccano. Sentivo che si aspettavano grandi cose da me. E poi c’era Frank.
“Fai buon viaggio, Spirit”, ha detto, poi mi ha toccato: “Sei tutti noi”, ha aggiunto, ed io sono partito contento.
Durante il viaggio ho dormito. Mi svegliavo solo per lanciare i segnali convenuti.
Sono atterrato rimbalzando, protetto dagli air bags. Ho inviato il mio bip e subito li ho sentiti urlare. Cantavano quella canzone dei Beatles che hanno insegnato anche a me.
Let it be, let it be. Let it be!
Erano proprio soddisfatti di me.
Ho riconosciuto subito la voce di Frank fra tutte le altre.
Durante questo mese ho esplorato un cratere dentro il quale Frank pensa che possa trovarsi dell’acqua. Ho prelevato campioni di terreno come mi ha insegnato a fare lui. C’è acqua nei ghiacciai dei poli ed in qualche roccia. Ho analizzato attentamente l’aria: 95% di anidride carbonica, 2% di azoto e tracce di ossigeno.
Ho lavorato con entusiasmo aspettando di rivedere Frank e gli altri.
Invece resterò qui, me lo ha detto ieri Frank. “Il segnale diventerà sempre più debole”, ha spiegato, “ed un giorno perderemo il contatto. E’ già successo a Laika.”
Laika era un cane. Io, dicono, non sono nemmeno un cane.
Mi guardo intorno. All’improvviso non mi piace più stare qui. Non ci sono che sassi su questo pianeta, la superficie è tutta canyon e montagne. Non mi garba questo cielo giallo, e la notte fa freddo (–120°)
Vorrei essere giù, con loro. Mi piaceva il rumore che faceva il cucchiaino di Frank mentre girava nella tazza. Click, click…
Mi piaceva la voce di Frank.
Qui c’è solo il rumore del vento. 400 km all’ora e furiose tempeste di sabbia.
Sto pensando a Frank.
Click, click… Frank era mio amico.
Wisper words of wisdom, lei it be…
Let it be…
Ora c’è solo il rumore del vento.

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