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Post con #interviste tag

Radioblog: Bookabook

15 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #vignette e illustrazioni, #eva pratesi

 

 

 

 

 

 

Oggi RadioBlog vi presenta un’iniziativa editoriale davvero interessante per chi volesse pubblicare il proprio romanzo. Si chiama BOOKABOOK e, sostanzialmente, secondo il meccanismo del crowdfunding, consente ai futuri lettori di un libro di contribuire alla sua pubblicazione. Per i nuovi scrittori un nuovo strumento per mettersi in gioco e riuscire a coronare il sogno di veder pubblicato il proprio romanzo e per i lettori un sistema coinvolgente che offre loro un ruolo di primo piano nella scelta dei romanzi che verranno pubblicati.

Ne parleremo con una scrittrice, Silvia Algerino, che proprio grazie a BookaBook ha pubblicato il suo primo romanzo e che ha continuato poi a collaborare con questo programma editoriale.

Accompagna questa intervista un disegno della nostra Eva Pratesi di cui ricordiamo come sempre il sito www.geographicnovel.com; qui Eva ci fa viaggiare in angoli nascosti d’Italia e non solo nei quali ci conduce attraverso le sue illustrazioni, le sue spiegazioni del territorio e la sua fantasia.

Buon ascolto!

 

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Radioblog: Terracina Book Festival

8 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eventi, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 

 

 

 

 

Amici di RadioBlog, ancora con voi questa settimana per parlarvi di un’altra iniziativa dedicata ai libri, Il Terracina Book Festival che si terrà nella bellissima cittadina laziale sul mare. Terracina è stata nominata tra le altre cose quest’anno  la Regina della Via Appia, in quanto tappa importante dell’Appia Trail, un percorso di trekking volto a riscoprire e valorizzare la bellissima Regina Viarum.

A parlarci di questo festival letterario sarà il giornalista, scrittore ed editore Andrea Giannasi che ci illustrerà in sintesi il programma con i principali appuntamenti e ci parlerà anche della sua attività di editore, segnalandoci nomi di scrittori che si affacciano sul panorama letterario italiano e offrendo consigli e suggerimenti a beneficio di coloro che volessero intraprendere la strada della scrittura.

L'illustrazione di oggi di Eva Pratesi è ovviamente dedicata a Terracina e richiama il tema del "Grand Tour" visto che questa deliziosa località è stata una tappa del viaggio in Italia di Goethe nel 1787. A questo proposito il Comune di Terracina ricorda lo scrittore in una stele che riporta una delle sue estasiate descrizioni delle ricchezze naturalistiche ed archeologiche del territorio. Il disegno che Eva vi propone rappresenta il connubio tra viaggio e letteratura, un invito a visitare Terracina in occasione del Book festival e magari, perché no, lasciarsi rapire come il famoso scrittore dalle bellezze del suo paesaggio.

Nell’occasione vi segnaliamo come sempre il sito web di Eva che è www.geographicnovel.com , dove troverete molte delle sue  illustrazioni.

"Music: www.bensound.com"

 

Vi auguriamo buon ascolto!

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Radioblog: Il Festival letteratura di Mantova

6 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eventi, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 

 

 

Oggi all’interno di RadioBlog parleremo di un sogno: LEGGERE PER MESTIERE e conosceremo una persona che ha fatto di questo sogno una realtà. Si chiama Simonetta Bitasi e si definisce LETTRICE AMBULANTE che significa in sostanza mettere in comunicazione tra loro lettori e libri, cercando di valorizzare quelle realtà editoriali che, seppur interessanti, per varie ragioni non riescono ad emergere e raggiungere il grande pubblico.

Simonetta ci racconterà il percorso che l’ha portata ad intraprendere questa professione, ci spiegherà come si svolge esattamente il suo lavoro e ci dispenserà consigli utili per poter seguire il suo esempio.

Ma parleremo anche di un evento letterario attesissimo, il FestivalLetteratura di Mantova che si terrà nella città dei Gonzaga dal 6 al 10 Settembre e di cui la nostra intervistata è una delle autrici.

Vi segnaliamo dunque il sito web di Simonetta Bitasi : www.lettoreambulate.it e quello del FestivaLetteratura www.festivaletteratura.it.

Ad accompagnare la nostra intervista ci sarà come sempre un’illustrazione di Eva Pratesi dedicata a Mantova, città natale di Simonetta e alla lettura.

Nell’occasione vi segnaliamo come sempre il sito web di Eva che è www.geographicnovel.com , dove troverete molte delle sue  illustrazioni.

"Music: www.bensound.com"

Buon ascolto!

 

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Radioblog: Intervista a Franco Piol

1 Agosto 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 
Ed eccoci giunti al termine di questo audio viaggio nell'opera di Franco Piol, Tana libera tutti- Augh Edizioni.
Mi sono divertita ed emozionata e sono felice di aver dato un piccolo contributo a far conoscere uno scrittore arguto e simpatico come Franco.
Il suo libro di racconti ci ha fatto riscoprire Roma, una Roma però che non c'è più, la Roma verace e popolare del secondo dopoguerra, così come l'umanità che animava i rioni di questa città che rinasceva in un atmosfera di sollievo per la fine del conflitto e di dolore per la scia di morte che comunque si era lasciato dietro.
Ho scambiato due chiacchiere con Franco Piol che ci ha parlato della sua opera ed ha anche dato un suo personale consiglio a chi volesse diventare scrittore.
Se avrete la pazienza di ascoltare l'intervista fino in fondo, dopo i saluti, vi leggerò l'epilogo del libro.
Come al solito assieme a questo intervento ci sarà un'illustrazione di Eva Pratesi ispirata al finale di Tana Libera Tutti e per chi volesse conoscere più da vicino l'opera di Eva il sito di riferimento è  www.geographicnovel.com .
Rinnovo l'invito agli scrittori, che volessero far conoscere la loro opera attraverso RadioBlog, a scrivere alla mia casella di posta elettronica "chiara1312@gmail.com".
Un saluto a tutti voi e un grazie a Patrizia Poli che ci mette a disposizione questo prezioso spazio per dare voce agli scrittori.
 
Buon ascolto!
 
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Intervista a Fabio Strinati

4 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #interviste, #fabio strinati

 

 

Fabio Strinati è un giovane musicista e poeta (classe 1983), che vive a Esanatoglia, in provincia di Macerata. Abbiamo recensito su questo blog Pensieri nello scrigno e Dal proprio nido alla vita, entrambi pubblicati con Il Foglio Letterario. Fabio ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.

 

Ciao, Fabio. Parlaci un po’ di te e della tua scrittura. Ti senti più musicista, più poeta o più contadino?

 

Attraverso la scrittura cerco di esprimermi per come sono. Ammetto di essere una persona molto complessa, una persona non proprio semplice. Quindi penso che anche la mia scrittura, in qualche modo, sia abbastanza complessa. Detto questo, sono una persona in continua evoluzione. Non amo fossilizzarmi, amo sperimentare, conoscere, vedere, sentire. Quindi, quando dico che la mia scrittura è complessa, non la identifico come difficile, ma come una scrittura in continuo movimento. Io, sinceramente, mi sento prima contadino e poi poeta e musicista. Sono cresciuto in campagna, con la vigna, gli alberi da frutto, e tutto questo mi ha aiutato a saper vedere la natura con gli occhi giusti.

 

In Pensieri nello scrigno si notava una specie di desiderio inconfessato di lasciarti andare a un eloquio poetico più piano, meno ermetico. Mi sembra che nell’ultimo poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, tu abbia compiuto proprio questa operazione. È così?

 

Sono due libri completamente diversi. Il primo è una raccolta di poesie, mentre il secondo è un poemetto, anche se non mi piace identificarlo così. Il termine poemetto è pericoloso, molto poetico, molto ricco di linfa e di significato. Per questo sostengo che Dal proprio nido alla vita non sia un poemetto, ma un libro di semi-prosa poetica. Poi la differenza sta soprattutto nel fatto che Dal proprio nido alla vita è un libro influenzato da una lettura di un altro libro, che è Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi. Mentre Pensieri nello scrigno viaggia su frequenze del tutto differenti. Si tratta del mio primo libro, a cui sono molto affezionato, anche se all’inizio non è stato così facile farmelo piacere. Rispondendo alla tua domanda, credo che Dal proprio nido alla vita sia un libro molto profondo che si esprime attraverso una scrittura gradevole. Pensieri nello scrigno è un libro molto profondo, particolare, che si esprime attraverso una scrittura nebulosa.

 

Il fatto di scrivere poesie, suonare e vivere una vita di natura artistica, oltre che pratica, ti ha mai creato sensi di colpa? Voglio dire, hai mai dovuto giustificarti, con la famiglia, con gli amici, con la società per queste tue passioni?

 

Io ho trentaquattro anni, ma scrivo da circa quattro anni. Ho lavorato in fabbrica per ben quindici anni, ho fatto il militare, lavoro la campagna, ho lavorato in una azienda agricola, quindi, sensi di colpa non ne ho mai avuti. Ma in maniera del tutto onesta ti dico che, anche se avessi sempre scritto fin dall’infanzia, non me ne sarei affatto vergognato. Tutto ciò che conta per me è essere una brava persona. Non voglio essere ricordato come un poeta, uno scrittore, o cose del genere, ma voglio essere ricordato come una brava persona.

 

Ti senti risolto come persona, quello che fai ti appaga o sei ancora alla ricerca della tua identità?

 

Tutto quello che faccio mi appaga moltissimo e sento un’energia fortissima ogni volta che scrivo una frase, un verso. Ogni volta che mi metto al pianoforte è sempre come se fosse la prima volta, e mi piace così tanto suonare che il mio corpo vibra ogni volta che suono. Realizzato come persona sicuramente sì, ma come persona a 360°. Tutto ciò che mi circonda mi fa stare bene. La mia famiglia, la mia fidanzata, i luoghi che tocco, che respiro. Mi sento bene con me stesso.

 

Nell’ultimo lavoro è descritto un momento di crisi e di depressione. Puoi raccontarci qualcosa? 

 

Come ho detto in precedenza, sono una persona complessa. Nel poemetto è descritto un periodo ben preciso della vita di una persona, che è l’adolescenza. Si tratta di un periodo molto delicato della vita, un momento di passaggio, di trasformazione. Un periodo dove molto spesso non veniamo capiti, e non vogliamo neanche noi capire. Il mondo ci sembra molto piccolo, ma in realtà, poi, scopriamo che è molto grande. La crisi di cui parlo nel libro fa riferimento a una situazione di smarrimento. E quella situazione, quando si è sensibili e complessi, viene metabolizzata in maniera forte e disordinata.

 

Da agosto purtroppo sei alle prese con la devastante esperienza del terremoto, ha un senso la scrittura quando ci si scontra così duramente con la crudezza della vita?

 

Credo che la scrittura abbia ancora più senso durante questi momenti così duri. Io, attraverso la scrittura, mi sto tutelando la salute. Se non avessi scritto sarei impazzito già dal 25 di agosto. Ho vissuto e sto vivendo il terremoto in maniera drammatica, nonostante non abbia avuto grossi problemi. Dormo in camper per paura, non per inagibilità. Ma è proprio in questi momenti che l’uomo deve tirar fuori la sua parte solida e combattiva. Io ci sto provando, e la mia cura, la mia terapia, è scrivere.

 

Pensi che la poesia oggi abbia valore solo introspettivo e consolatorio?

 

La poesia ha un valore che va oltre la poesia stessa, oggi come in passato. Poi, che stiamo vivendo in un periodo storico molto molto complicato è sotto gli occhi di tutti, ma la poesia trova e troverà sempre lo spazio dove intrufolarsi. Non riesco proprio a vedere un mondo senza la poesia.

 

Cosa vorresti che un lettore provasse leggendoti?

 

Un libro deve farti compagnia, quindi penso che i miei lettori, leggendomi, provino questa sensazione di compagnia. Io quando scrivo ci metto l’anima, e spero che questa mia anima possa toccare il cuore dei miei lettori, che ringrazio moltissimo. E poi, se vuoi essere letto, devi leggere. È vero che scrivo molto, ma è anche vero che leggo moltissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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‘TERAPIA INTELLIGENTE’, INTERVISTA ALLO SCIENZIATO SANNITA ANTONIO IAVARONE

8 Agosto 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #interviste, #medicina, #lidia santoro

‘TERAPIA INTELLIGENTE’, INTERVISTA ALLO SCIENZIATO SANNITA ANTONIO IAVARONE

Come sappiamo grandi passi avanti sono stati fatti nella ricerca per contrastare il tumore al cervello e l’autore di un’eccellente scoperta è il neuroscienziato beneventano Antonio Iavarone, Professore di Patologia presso la Columbia University di New York, che, con il suo team, ha testato gli effetti positivi ottenuti dalla somministrazione di un farmaco in grado di bersagliare una molecola anomala che rende ancora più aggressivo il tumore al cervello. Gli scienziati ritengono che ‘neutralizzando’ questa proteina si riuscirà a bloccare la crescita del tumore. Un obiettivo cui il team sta lavorando.

Ecco, dunque, di seguito pubblicata l’intervista fatta da Lidia Santoro allo scienziato Iavarone per ‘Hevelius’:

Lidia Santoro: Vorrei poter fare una premessa e credo che anche Lei sia d’accordo, se ricordo bene le Sue risposte ad alcune interviste: non desidero toccare l’argomento della fuga dei cervelli, la sua dolorosa scelta (dolorosa per Lei, ma anche per noi). Parliamo invece delle Sue importanti scoperte, che possono cambiare completamente le prospettive drammatiche che ci terrorizzano quando sentiamo parlare di tumori?

Antonio Iavarone: Circa la mia scelta non dovrei fare altro che ripetermi; sono d’accordo, parliamo di medicina. Prima però vorrei sottolineare come in Italia e soprattutto nel Sud si avverta un certo fatalismo, nel senso che in presenza di un tumore, soprattutto se particolarmente aggressivo, non ci sia niente da fare se non rassegnarsi, fatalismo associato a una situazione disastrosa per la mancanza di nuove possibilità terapeutiche, per cui ci si affida a cure assolutamente non scientifiche o a viaggi che non possiamo neanche definire della speranza, ma della distruzione. Occorrerebbe invece una maggiore disponibilità e sensibilità, per investire risorse e portare la sanità a livelli più competitivi. A tutto ciò si aggiunge l’ignoranza del problema, per cui di fronte a determinate patologie, o si avverte l’irrimediabilità o si ricorre alla “pillola” miracolosa. E vorrei mettere in evidenza come numerose siano le richieste di aiuto che ci provengono dall’Italia, richieste che dobbiamo necessariamente deludere con delle risposte dolorose e difficili. Sarebbe necessario invece che si creassero nuovi centri di ricerca, per poter studiare sul posto con le tecnologie necessarie, le giuste soluzioni terapeutiche, proprio perché i tumori variano a secondo delle aree geografiche e degli agenti cancerogeni e quindi sarebbe auspicabile che i centri di ricerca fossero sul luogo, per migliorare la qualità degli interventi diagnostici e terapeutici e quindi migliorare l’aspettativa di vita dei pazienti oncologici.

LS: Parliamo delle cellule staminali, cioè di quelle cellule ancora indifferenziate, che, se ben “istruite” possono trasformarsi, assumendo capacità e funzioni diverse. Gli scienziati sono entusiasti perché potrebbero aprire la strada alla cura di malattie come l’infarto, il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. Intanto, in Italia e pure in Germania è vietata l’estrazione di cellule staminali da un embrione umano. Il cordone ombelicale, ad esempio, non può essere conservato per uso privato, ma donato in banche pubbliche per usi futuri, non personali. Invece in Inghilterra e, credo, in altri vari paesi, l’uso delle staminali estratte dall’embrione umano è perfettamente legale. Cosa pensa sull’argomento?

AI: E’ chiaro che le staminali rappresentano la grande speranza per malattie neurodegenerative quali il Parkinson e l’Alzheimer. Naturalmente non c’è niente di sbagliato o di poco etico nel fare ricerche su questo tipo di cellule, il cui utilizzo è indirizzato solo a risolvere appunto patologie invalidanti. Per altri tipi di applicazioni, quali la clonazione umana, c’è l’assoluta percezione che non sarebbero né utili, né appropriati a livello etico e morale. Le decisioni e le regolamentazioni sull’utilizzo delle staminali non devono essere assunte dai singoli paesi: in questo caso sarebbero assolutamente inutili e direi antistoriche. Penso che sia importante invece stabilire delle regole che siano accettate dalla comunità scientifica internazionale. Se queste ricerche vengono osteggiate e rese illegali, si rischia di frenare la ricerca dimostrando incompetenza e arretratezza.

LS: Una volta fu chiesto a uno scienziato che cosa fosse auspicabile per godere di una buona salute. Egli rispose “Soprattutto avere dei buoni antenati”. Naturalmente credo che le ascendenze non siano risolutive: è ovvio che occorrono anche stile di vita, esercizi fisici e giusta alimentazione. E intanto le nostre terre a vocazione agricola, a vocazione turistica, naturalmente belle, sono avvelenate sistematicamente sotto gli occhi di tutti, da nord a sud, senza distinzioni geografiche. Mentre aspettiamo che sia trovata un’adeguata soluzione per la gestione e la sorveglianza del territorio, noi, inermi, rimaniamo vittime di tali disastri. Ma solo noi contemporanei o anche i nostri discendenti? Come conseguenza lasceremo tragiche eredità? Trasmetteremo alterazioni genetiche e quindi mutazioni?

AI: Per quanto riguarda i tumori concorrono un insieme di fattori: oltre a quello ambientale e genetico interviene la casualità, in un ambiente altamente inquinato saranno attaccati gli organismi più predisposti, quelli più fragili. In una situazione di disastro ambientale, come nel sud e in Campania, in questo momento, c’è un’incidenza molto elevata di tumori, non escludendo naturalmente le altre regioni. La situazione nella “terra dei fuochi” è notevolmente pericolosa, né cambierà nei prossimi anni purtroppo. Siamo di fronte a un disastro irreversibile, per le generazioni di oggi, ma anche per quelle future, una realtà che probabilmente non è riscontrabile in nessun altro paese del mondo.

LS: I suoi studi e le sue ricerche riguardano soprattutto i tumori al cervello, anzi di un sottogruppo molto specifico di tumori, tra i più maligni, conosciuto come glioblastoma multiforme. Voglio sperare che la sua ricerca oggi riguarda questo tumore in particolare, ma che poi gli studi avanzeranno nell’adozione di terapie che riguardino una gamma più vasta di patologie. E’ noto che i tumori cerebrali hanno una suddivisione in primari e metastatici, se si sono originati nel cervello o se hanno avuto origine in altri organi del corpo. Per il patologo e per il ricercatore vi è differenza ai fini della terapia?

AI: Molti tipi di tumori possono diffondersi al cervello, partendo da altri organi e per questo sono detti metastatici e hanno una terapia diversa a secondo del tessuto coinvolto, della sede originaria del tumore e di altri fattori. Il concetto primario per la terapia è rappresentato dal tessuto da cui origina il tumore e anche dall’area geografica interessata. Si parla sempre di personal terapy, di terapia personalizzata, nel senso che la natura dei tumori dipende anche dal tessuto interessato, dall’individuo, dall’area di origine. Ecco perché è assolutamente inutile e anzi dannoso poter pensare di ricorrere a una terapia unica, a un farmaco in assoluto, ma occorrono seri istituti di ricerca che esaminino la patologia e ne indichino il corso terapeutico.

LS: Mi concedo un momento di frivolezza: qualche anno fa il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka scoprì una tecnica che gli valse il Nobel e che consisteva nel ricondurre una cellula adulta allo stato embrionale. Una tecnica di ringiovanimento che ha un’importanza notevole nella cura di patologie serie. Ringiovanimento delle cellule. Quindi sorge spontanea la domanda: questa tecnica non può avere impieghi più effimeri, aiutando noi donne (e non solo!) a migliorare il proprio aspetto e di conseguenza il proprio benessere psicologico?

AI: Ci sono possibilità di ringiovanimento probabilmente, derivanti da altri campi di ricerca, ma non dallo studio di Yamamaka. Per quanto riguarda gli studi di Yamamaka essi rappresentano una tappa importante perché una cellula matura può essere riprogrammata in cellula staminale: non cellule pluripotenti, ma cellule pluripotenti indotte (IPS). Una tappa importante dicevo, perché le cellule adulte del paziente stesso possono essere prelevate, quindi senza problemi etici, e fatte specializzare nel tipo di tessuto richiesto, soprattutto nella cura di malattie degenerative. Naturalmente l’utilizzo di queste cellule, salvo alcune patologie, come malattie del sangue e della cornea, è ancora fonte di studio. Nel futuro sicuramente potranno essere utilizzate per riparare qualsiasi tipo di tessuto, dal cardiaco al nervoso, ma oggi non esiste ancora una tecnologia che consenta di usare ordinariamente le cellule staminali.

LS: Mentre preparo le domande per Lei, mi ricordo di un altro scienziato, Renato Dulbecco e di alcune analogie: meridionale, ricerche in America e studi sul cancro. Lei lo ha conosciuto? Ricordo in particolare che nonostante sia stato un protagonista di scoperte di rilevanza mondiale, non aveva mai perso la gioia di vivere e il senso dell’humour e alla notevole età di 95 anni salì sul palco di S. Remo, palcoscenico dell’effimero e del leggero, per presentare alcuni brani, con la sua solita intelligenza, classe e discrezione. Com’è il professore Antonio Iavarone quando è lontano dagli studi e dalla ricerca?

AI: Conoscevo bene Renato Dulbecco e lo frequentai quando venni in America. Intorno agli anni 2000 tornò in Italia, perché aveva desiderio, non della sua terra ma di cambiare qualcosa, di migliorare la situazione sanitaria locale e di raccogliere fondi per la ricerca. Per cinque anni, ha presentato, relazionato, frequentato salotti, insomma si è reso visibile. Alla fine tornò in America in una situazione di assoluta delusione e incapacità di poter ottenere i risultati sperati. Per quanto riguarda me: mi piace molto leggere libri di storia contemporanea, la politica mi attira e mi respinge, ho imparato ad amare l’opera frequentando il Metropolitan. Purtroppo però i miei ritmi lavorativi sono pressanti e mi concedono poco tempo libero.

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"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

1 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #cinema

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

Oggi conosciamo il Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica, un’associazione culturale di promozione cinematografica (senza scopo di lucro) nata 4 anni fa, il 22 Febbraio del 2012, affiliata alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC). Una piccola ma attiva realtà maremmana che conta un buon numero di soci e tante iniziative di alto livello culturale che l'hanno portata all'attenzione dei media nazionali, rendendola un centro di aggregazione del territorio. Abbiamo avvicinato Matteo Racugno, uno degli ideatori di questo sogno cinefilo, per sentire dalla sua viva voce prospettive e bilanci.

Come nasce il Piccolo Cineclub?

Tutto parte da un’idea di sei amici. di età, studi e lavori diversi, uniti dalla passione per il cinema. Da tanti anni coltivavamo un sogno: creare una piccola sala capace di riportare sul grande schermo i capolavori del cinema ma anche di rendere visibili grandi film contemporanei lasciati ai margini, per contorte logiche industriali, alcuni lungometraggi vincitori di prestigiosi Festival cinematografici, molte opere di giovani autori italiani dimenticate dai distributori.

Un progetto ambizioso e non di facile realizzazione...

E invece è diventato realtà. Poche settimane fa abbiamo ospitato Francesco Ghiaccio, che ha presentato in anteprima provinciale la sua opera prima Un posto sicuro, un film importante, che parla di amianto e del dramma di Casale Monferrato. Un film invisibile per la sciagurata distribuzione che ha avuto. Abbiamo presentato anche Non essere cattivo di Caligari, che nonostante la presentazione agli Oscar non ha avuto la diffusione che avrebbe meritato.

Sono state molti gli ostacoli da superare?


Sembrava tutto troppo complicato. Un giungla di norme burocratiche assurde pareva rendere impossibile la realizzazione del progetto. È stato l’entusiasmo dei soci - che si sono moltiplicati nel giro di poche settimane - a darci la spinta per continuare a credere nella nostra idea. Pare impossibile, ma in poco tempo siamo diventati 1500 soci e stiamo per tagliare il traguardo delle 10.000 presenze totali.

Come si diventa soci del Cineclub? Godete di contributi e sovvenzioni?


Basta una tessera annuale dal modico costo di 5 euro - un prezzo simbolico – che consente di partecipare alle attività del Piccolo Cineclub Tirreno da Gennaio a Dicembre. Ogni anno rendiamo pubblico il bilancio e lo sottoponiamo alla votazione dell’assemblea. Non abbiamo contributi o sovvenzioni. Per scelta. Vogliamo avere piena libertà nella programmazione e nella gestione del Cineclub.

Proiettate soltanto film o programmate incontri con registi, attori e addetti ai lavori?


Quando è possibile cerchiamo di far entrare i soci in contatto con registi e attori, invitandoli alle proiezioni per parlare dei loro film. Abbiamo avuto ospiti i registi Salvatore Mereu, Andrea Segre, Daniele Segre, Costanza Quatriglio, Francesco Ghiaccio, Manetti Bros, Stefano Liberti, Alessandro Rak, Roan Johnson, Antonio Augugliaro, Sabina Guzzanti, il collettivo John Snellinberg, l'attore Dario Cantarelli, i critici cinematografici Giulio Sangiorgio e Alessandro Baratti, gli sceneggiatori Daniele Ranieri, Ottavia Madeddu e Antonella Gaeta.

Come si svolge la proiezione?


Il giorno del cinema è il venerdì, ore 21 e 30. Come ogni cineclub che si rispetti le proiezioni sono accompagnate da una breve presentazione per introdurre lo spettatore alla visione e da materiali critici di approfondimento offerti gratuitamente agli spettatori. Vogliamo che il Piccolo Cineclub Tirreno sia non solo una piccola sala dove vedere dei bei film, ma anche uno spazio di aggregazione, un luogo di scambio, di confronto e di ritrovo.

Che genere di film proiettate al Cineclub? E con quale scopo?

I lungometraggi che presentiamo al Cineclub sono, in genere, film che molto difficilmente potrebbero essere visti nelle normali sale della zona. Siamo un’associazione e, come in ogni associazione, si prova il piacere di condividere un interesse comune. Quindi vedere un film al Cineclub significa socializzazione, condivisione e garanzia di qualità.

Come scegliete i film? Che tipo di pubblico segue le proiezioni?

Ci teniamo molto aggiornati attraverso i quotidiani e le riviste specializzate, cartacee e on line. Stiliamo una prima lista di massima che perfezioniamo in un secondo tempo, escludendo i film presentati nel cinema della nostra città o in altre sale delle città più vicine (Grosseto e Piombino), cercando di diversificare quanto più possibile la programmazione, per soddisfare gusti ed esigenze diversi. Il nostro pubblico è unito dalla passione per il cinema. I gusti non necessariamente sono comuni.

Il Cineclub segue una linea programmatica? Fate soltanto cinema colto e - per usare una parola che alcuni usano in senso negativo - intellettuale?

Esistono dei buoni film e dei brutti film, come esistono dei buoni libri e dei brutti libri, della buona musica e della brutta musica. Noi cerchiamo di suggerire buoni film. Tutto qui. Lo facciamo senza pretendere di dare certezze. Crediamo che i nostri soci, essendo così tanti, lo abbiano capito. E non hanno proprio niente dell'accezione negativa del termine intellettuale.

Noi vi consigliamo di fare un salto al Piccolo Cineclub Tirreno, soprattutto se vivete in Maremma, così come vi consigliamo di frequentare il piccolo cinema del dopolavoro ferroviario a Grosseto. Sono questi luoghi che ancora ci consentono di respirare aria di vero cinema, perché non danno spazio soltanto ai fenomeni del momento, alle mode passeggere e ai film di cassetta. Non solo, si tengono lontani anche da tanta odiosa spocchia intellettualistica che profuma di snobismo fine a se stesso, esibito soltanto per colmare un triste vuoto culturale.

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
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Quindici anni de Il Foglio Letterario

5 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Cliccate sul link sopra, troverete un'Intervista su Tutto Mondo a tema editoria, 15 anni del Foglio, cinema e altro...

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"RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

18 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #interviste, #cultura, #televisione

 "RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

Il 28 settembre è stata pubblicata su Repubblica un’intervista a Mario Tronti, che ho letto e conservato per alcune frasi che mi hanno colpito. Alla domanda dell’intervistatore, Antonio Gnoli, “Nostalgia delle rivoluzioni?” Tronti risponde “No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni…. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto.” Più avanti dice “La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente.”

Bene, a parte che già la seconda asserzione sembra una risposta alla prima, mi sentirei di commentare e completare questi interventi di Tronti.

Innanzi tutto direi che la grande arte, la grande letteratura, il grande pensiero (altro è la grande politica) vivono una fase molto confusa, come lo stesso Tronti dice. Perché? Forse non esistono più artisti, letterati, pensatori o, peggio, non esistono più movimenti? Non so cosa risponderebbe Tronti a questa domanda, e mi rammarico per la mancanza di spirito dell’intervistatore che non ha saputo cogliere il segno. Io risponderei che esistono: i movimenti, il pensiero, la letteratura, la poesia e l’arte sono ancora grandi, e continueranno ad esserlo, altrimenti la razza umana intera sarebbe un fallimento. Ciò che sottolineerei invece, è che se nella prima parte del Novecento i pensatori e gli artisti erano pochi, la cittadinanza combatteva con l’analfabetismo, con le guerre e con le idee che venivano represse da certi totalitarismi, avere idee faceva paura e faceva notizia, se ne parlava… la voce passava di bocca in bocca, non era certo il calcio ad occupare il nostro pensiero perché l’umanità intera ancora non si era asservita al Dio Televisione. Cosa è cambiato tra la prima e la seconda metà del Novecento? I mass media, il modo di comunicare che, se prima era condivisione, con la TV diventa fruizione passiva. Pasolini aveva ben inquadrato il problema nel 1966, quando scriveva: «La televisione è l’espressione concreta attraverso cui si manifesta lo Stato piccolo-borghese italiano. Ossia è la depositaria di ogni volgarità e dell’odio per la realtà». Ma la televisione è anche comunicazione che si subisce, non un “cum”, ma un “da - a”, non la si può controbattere, e anche se la mania del passaparola non si è persa, cosa è successo con la voce che passa di bocca in bocca a metà del novecento? Semplice, se prima si parlava del raccolto nei campi, della fatica in fabbrica, della vendemmia e delle idee che si venivano a conoscere (perché comunque gli argomenti a disposizione erano pochi), con l’avvento della TV si è iniziato a parlare dei programmi televisivi, degli attori, di Sanremo, di Canzonissima, dell’ombelico della Carrà e così via, travolti da un crescendo incredibile che culmina con l’arrivo delle TV private, degli spogliarelli delle massaie, delle veline e dei programmi più idioti che esistano, fino al Grande Fratello e allo yogurt della Marcuzzi.

Negli anni ottanta e novanta, quando andavo in ufficio l’argomento principe delle conversazioni era il programma visto il giorno prima, e se si trattava di un programma di approfondimento, immancabilmente diventava l’occasione per sentirsi un esperto del tema: l’ex telespettatore alla pausa caffè indottrinava gli altri. Intendiamoci, a volte era anche interessante, ma raramente si parlava di arte o di idee, mai una volta che si parlasse di un dubbio o di un pensiero profondo, sempre e solo certezze.

Se l’agente provocatore inseriva temi significativi nel discorso, questi non veniva seguito, semmai veniva deriso e messo da parte. Così, piano piano, chi parlava di idee si trovava ad essere sempre più solo, fino a rinchiudersi in una sorta di setta. Era comunque visto con rispetto, ma alla conversazione stimolante si preferiva sempre parlare delle cosce di qualche velina o della lite tra politici in qualche salotto privilegiato.

Le masse hanno cominciato a vedere la TV e considerarla un oracolo anche perché permetteva, nella conversazione, di ripetere il modello “da – a”, cioè non si comunicava, ma si imponeva un ragionamento agli altri, tutto era già digerito e non si permetteva nessun contraddittorio. La TV è l’unico strumento di comunicazione degno di essere acceso in cucina, in camera e nel soggiorno, se ne sta sempre accesa a riversare su di noi immagini truci e non obiettabili, e il telespettatore che ha il potere di dire no, invece di spegnere si limita a sguazzare sul telecomando passando da un canale all’altro.

Verso la fine del Novecento abbiamo assistito ad un altro fenomeno, molto più interessante: l’utilizzo della rete, il computer, la comunicazione telematica… e non mi dilungherò nello spiegare come funziona, del resto lo sappiamo tutti, ma sottolineo che per molti non è altro che l’evoluzione della TV, a volte in peggio, perché diventa uno strumento che isola dando l’illusione di aggregare.

Bene, tutto questo ha portato a disperdere la capacità di aggregarsi intorno a un’idea. Ecco il problema. La dispersione, la non aggregazione, loro sono i veri nemici dell’arte, del pensiero, della letteratura… per non dire della politica, che dovrebbe pensare al bene comune, invece… lasciamo perdere.

I mezzi di diffusione o di promozione delle arti e del pensiero ieri erano pochi, oggi sono tanti, ma spesso asserviti a un sistema che ha come scopo principale la commercializzazione di qualcosa e non la promozione o diffusione di un pensiero. E mettiamoci pure che oggi gli stimoli sono tanti, quasi tutti innaturali, commerciali, materiali…

Se ieri si poteva contare su un passaparola efficace, oggi abbiamo un passaparola prevalentemente dispersivo, in gran parte telematico e, invece di condividere una o due idee, si condivide di tutto sentendosi protagonisti del nulla. Già, perché se il mezzo di comunicazione che prima era la TV permetteva di essere protagonisti nella chiacchierata del giorno dopo, la rete illude di essere protagonista da subito, grazie ai messaggini, a Facebook, ai blog.

Ciò non significa che non c’è pensiero, arte, letteratura o poesia… c’è, c’è, vi assicuro che c’è… ma è tutto sommerso, vittima di un sistema più intelligente di noi che ha fagocitato la nostra capacità di essere un insieme di persone e non una massa informe di individui.

Con questo voglio dire che Tronti ha ragione, non sembra che abbia colto le ragioni che hanno reso la nostra fase confusa, come lui stesso l’ha definita.

D’accordo, buona parte del Novecento è stata una miniera di idee e di creatività, oggi non si vede lo stesso movimento, ma non è vero che mancano le idee, il pensiero, l’arte… direi invece che tutto nuota nella dispersione informativa di cui tutti siamo testimoni. Oggi quello che manca è la capacità di aggregare e la forza per combattere una battaglia più grande di noi.

Però bisogna provarci, altrimenti che ci stiamo a fare qui?

Ancora una volta richiamo i temi del Manifesto Culturale il Bandolo, che si pone come indicatore di una direzione da prendere per colmare, anche solo in minima parte, quel grande vuoto segnalato anche da Tronti!

Claudio Fiorentini

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