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Le italiane lo fanno? Meglio...?

30 Aprile 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Le italiane lo fanno? Meglio...?

Questo blog nasce dall’interesse della sottoscritta per un certo tipo di letteratura che molte di voi conosceranno: la chick lit, ovvero la “letteratura delle pollastrelle” in compagnia del genere erotic. Per intenderci, 50 sfumature di…, mi piace lo shopping e compagnia chiocciante…

Un paio d’anni fa o forse tre, passeggiando in spiaggia con un’amica, notai la presenza delle “sfumature” sotto numerosi ombrelloni; all’epoca non vivevo nel culto del best selling (neanche adesso per la verità) e chiesi alla mia amica: “Ma che so’ queste sfumature?” e lei, ammiccante: “Ma come non lo sai? Parla de una che fa sesso “strano” col proprio uomo, uno bello, ricco, figo…”. Di punto in bianco si fermò, dovette cogliere nei miei occhi qualcosa che prese per disapprovazione e si affrettò a precisare che, sì, ci aveva dato un’occhiata anche lei, così per curiosità, non perché fosse interessata, no, lei non era proprio quel tipo di donna, sia chiaro, non sarebbe mai stata capace di fare certe cose, il sadomaso, poi, certo che no!

Le sorrisi e farfugliai qualcosa di distensivo e rassicurante; passammo a parlare degli innumerevoli effetti terapeutici dell’aria di mare. Ah che bello respirare l’aria di mare…ma io ero ancora più incuriosita e nella mia testa una vocina chiocciava: “Se… se… come no…?”

La definizione di “sesso strano” mi fece venire in mente dapprima il film di Verdone Viaggi di nozze dove alla domanda “O famo strano?” i due protagonisti iniziavano una scena di sesso che a confronto i documentari sull’accoppiamento degli animali di Piero Angela risultano più eccitanti.

Allora per colmare la mia completa ignoranza sull’argomento, passai a comprare il primo romanzo della saga e dopo averlo letto, a capire perché le mie amiche sentissero il bisogno di scambiarsi innumerevoli commenti e battutine su Facebook, con tanto di faccine smile e strizzate d’occhio, di dirsi cose all’orecchio con tanto di risata di soddisfazione finale.

E nonostante il mio sforzo di partecipare a quell’entusiasmo tutto al femminile, mi sentivo sempre il Calimero della situazione che, escluso, si ripeteva è un’ingiustizia però… Quel fastidioso isolamento da Calimero mi ha portato in fasi diverse della mia vita a chiedermi perché la lettura di quelle scene rappresenti per molte un mondo lontano che non fa parte della vita reale, in cui capita di entrare ogni tanto in punta di piedi, senza farsi vedere da nessuno.

Un segreto…da condividere solo con chi ne capisce il perché. Ecco è a questo punto che mi sono fermata io e mi sono detta ma perché mantenere questo segreto??? Quasi che fossimo esseri asessuati, incapaci di formulare delle “nostre” fantasie sessuali…e soprattutto di parlarne liberamente… e non perché influenzate da considerazioni altrui ma da quello che pensiamo “noi” di noi stesse.

Questo blog grida vendetta! Vendetta contro noi stesse … fidanzate, sposate, divorziate, conviventi, mamme, mogli, zie, nonne, imprigionate nei nostri ruoli quotidiani e incapaci di sentirsi più donne perché sennò il senso di colpa ci mangia… E da questo lungo elenco non sono escluse le donne che assecondano l’istinto di liberalità sotto le lenzuola di casa (il che non fa male a nessuno sia chiaro!!!) ma che si preoccupano di dare un’immagine pubblica pudica e quasi di santa. Anche in questo caso non c’è un condizionamento interiore minore rispetto alle prime dell’elenco.

Questo blog ci invita a spogliarci…in tutti i sensi e a riscoprire le nostri origini selvagge almeno in un posto…a letto con i nostri uomini.

Questo blog siamo noi donne che ci raccontiamo le “nostre” fantasie…ma non all’orecchio…

Questo blog non è per uomini…anche se saranno tanti quelli che scriveranno le peggio porcate sotto mentite spoglie femminili (dalle quali possiamo solo imparare!)

Questo blog è per dirsi la verità, quella che ci fa mettere le mani davanti agli occhi…

Che ne dite…siete pronte per mettervi a nudo?

Prossimo post: Ma cosa vogliono…gli uomini?

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Le avventure di Richard: parte prima

29 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Richard era un ragazzo semplice. Veniva chiamato, tante volte, idealista. Se ne stava rinchiuso nella sua stanzetta a sbadigliare. Era visibilmente annoiato. Aveva delle penne, dei colori, dei pennarelli, una bizzarra luce da scrivania, un quaderno a righe, una maglietta bianca. Passavano i secondi, passavano i momenti, scorrevano le mani su tutti i fogli, annotava i suoi pensieri. Si stancò e si mise a letto. Sognò. Non un normale sogno (quello lo possono fare tutti), un sogno bello. Un sogno che non si può rubare. In effetti, quando si svegliò, era come frastornato, pericolosamente pensieroso. Era seduto sul letto e cercava di mettere in ordine i pezzetti del suo sogno. Cercava incessantemente, con le mani, di riordinare gli attimi come si ordinano i cassetti. Passò la mano tra i capelli. La fronte era sudata, inzuppata di sudore. Gli occhi a fessura. Si alzò, iniziando a ripensare al sogno. Dialogò col suo incubo. Ogni Memoria porta un meraviglioso incubo. Il sogno che ne venne fuori fu un barlume di sincerità, di semplicità, con un pizzico di follia (quella ci vuole). Il sogno di Richard, per quanto potesse sembrare quantomeno assurdo, era suddivisibile in tre parti. L’arrivo, il contenuto, il dialogo. Richard partiva per un viaggio. Partiva per un posto che non possiede nomi. Al suo arrivo una distesa enorme di fiori. Il terreno era perlopiù pianeggiante, con brevi avvallamenti che davano l’idea di increspature del mare in tempesta. I fiori parlavano agli occhi, cantando la luce del sole. Senza perdersi in chiacchiere, Richard, ricordava soprattutto le conversazioni con la gente del posto, specialmente quella avvenuta con una persona vestita stranamente da monaco, la loro linfa dialogica. Una di queste faceva così: “Ti sei mai guardato indietro? Hai mai visto il riflesso del tuo passato su una pozzanghera di tempo? Lo so, il tempo è prezioso, ma anche la conoscenza è preziosa. È preziosa al punto tale da trasformare la tua consapevolezza. Prende parte al gioco degli attori. Non perdiamo tempo. A volte, per troppe volte, un secondo può salvare la vita. È così. Punto. Complicare peggiora le cose. Le peggiora al punto tale da portare le persone a trovare marchingegni assurdi, al limite del paradosso, per fare qualsiasi cosa. Troppe volte si trova una giustificazione per la miseria. Ognuno di noi vorrebbe che nella vita e non solo sulle strade, ci fossero i segnali, per sapere quando proseguire, quando girare o quando dare la precedenza. Qui funziona in questo modo. Abbiamo un’Aula che può contenere al massimo duecento persone. Queste persone le votiamo noi. Ogni loro decisione deve basarsi su alcuni principi fondamentali. Il primo è il Principio del Cielo. Il cielo è sempre uguale a se stesso ed ogni nuvola segue lo stesso andamento delle altre. Dunque ogni regola deve essere scritta e fatta approvare da ogni abitante. Ogni luogo è vigilato dalla nostra coscienza, dalla nostra consapevolezza. Non abbiamo bisogno di un esercito. A scuola non siamo stati indirizzati verso certe scelte, ma gli insegnanti hanno cercato di introdurre nel nostro modo di pensare una via del pensiero libera, votata al pensiero creativo. Non esistono Ministeri, ministri o cardinali. Ogni scelta riguardante l’educazione dei figli, l’alimentazione, la salute, viene presa in famiglia. La famiglia è il nucleo. Non esistono leggi contro la libertà, contro il pensiero o la sua naturale formazione, contro la vita. Non esistono però persone con secondi fini, con cattivi intenti. La Malignità, l’Odio, il Risentimento, sono presenti da voi per colpa di secoli di comportamenti sbagliati. Da voi non c’è libertà anche perché la consapevolezza è relegata dentro poesie, fiabe, favole, novelle. Dovete scardinare voi stessi per ritrovare una meta tranquilla. Dovete abbassarvi e guardare tra la fessura delle sbarre ed il sole accecante. Dovete trovare l’alba, non il tramonto.” In fin dei conti, tutto questo, non sarebbe stato importante, ma l’Universo che ruota attorno alla Persona, prevede parecchi lineamenti e tormenti, e questo fa in modo di far addormentare le menti. Offusca lo sguardo al punto tale da provare istintivamente una sottile colpa. L’incontro con quella persona lo ha scosso profondamente, le sue parole suonavano come pugnali vibranti e impietosamente dicevano: “Ogni tramonto ricorda la perdita di un giorno, ed ogni giorno non è una cosa semplice... Devi ricordarti, devi narrare a te stesso che ogni giorno ricorda di aver perso un sogno ed un soggiorno interiore. La notte è un discorso diverso, ha natura propria. La notte ha delle sfumature che il grigio non può far svanire. La notte è l’incontro con se stessi, Un Monologo che riassume un dialogo profondo. Non si può paragonare uno specchio ad un pettine. Se la notte si ribella, il giorno non deve avere timore. La notte è come la sabbia: se ne va se non la tieni bene stretta tra le dita. Ma la notte accoglie tutti, anche i diseredati, gli esclusi, i pianeti che non ruotano come tutti gli altri. La notte ha una sua ragione, è il tramonto della razionalità.” Richard volle concludere il suo sogno con questa ultima riflessione di quello strano personaggio che parlava sempre: “Noi non possiamo insegnare a voi la Bellezza che sentiamo, che proviamo, dopo il fiorire di ogni alba. Nessuno può insegnare la Bellezza. Nessuno può però distruggerla. Voi l’avete distrutta, ridotta in brandelli sanguinanti troppo spesso. La Bellezza va curata. Senza di essa non c’è strada verso la consapevolezza. Ma dovete dimostrarvi convinti. Dovete cambiare il vostro modo di pensare. Dovete annullare le certezze. Dovete copiarci, forse. Ma dovete fare qualcosa. Anche trovare un limite, portarlo a magnificenza e abbatterlo, sarebbe un gesto. Ma dovete imparare dai vostri errori, ed anche dai nostri. Voi avete migliaia di anni di Conoscenza e li buttate al vento. I vostri nonni cosa vi hanno suggerito sul letto di morte? Vi hanno detto di sperperare la ricchezza? Cosa vi è balenato in mente? Perché avete ridotto quello che era il vostro unico mondo, ad un insieme di tiepidi agglomerati? Noi, tutti gli abitanti, confidiamo nella natura umana. Ha fatto tante cose veramente grandiose. Ha costruito, si è sostituita all’immane potenza del Creatore, sfidandolo sul campo della natura. L’uomo che non abita su quest’isola può fare la differenza. Ma non la farà, ne sono quasi certo. La Storia è ciclica.” Richard stese in silenzio, aspettando il momento in cui dalle rocce potesse uscire un nuovo Polifemo da ingannare. In realtà il trucco non sempre appesantisce, talvolta aiuta alla sopravvivenza. Le furbizie hanno vita breve se manca la linfa. “Pensare sempre alle conseguenze.” Pensò Richard, rinchiudendo gli istanti di vita dentro un vaso di terracotta.
FINE.

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Crollano i cieli

28 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #poesia

Crollano i cieli

Nuovi paesi

morsi da un cancro

fatto di oro

Nuovi paesi

senza problemi

che con i soldi

risolti e voilà..

Tutti ingranaggi

da controllare

e sistemare

in un tempo oscuro..

Strategie nuove

fatte di prassi

liberamente

serenamente

pensando a niente

senza note stonate...

Nuovi paesi

fatti di fuoco

simboli neri

dentro raccolte

Nuovi paesi

che con i soldi

fatti di fuoco

e simboli neri

Liberamente

Serenamente

spazi aperti

dentro coscienze

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In giro per l’Italia: i vini di Romagna

27 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #saggi

In giro per l’Italia: i vini di Romagna

Foto e testo di Franca Poli

Facendo anticamera dal medico come mi è successo di frequente negli ultimi tempi, mi è capitato sotto gli occhi in sala d’aspetto una delle pagine del mensile La Piazza di Romagna del mese di febbraio, un periodico locale, in cui ho trovato un interessante articolo che parlava di vini. Un argomento che, chi mi conosce, sa quanto mi appassioni da sempre. Unendo le mie conoscenze a quanto appreso, ho scritto questo pezzo da proporre alla vostra attenzione:

"Un po’ di storia,un po’ di curiosità, un po’ di fantasia sui vini di Romagna"

E’ impossibile parlare di buona tavola senza parlare anche di vino. Un binomio che va a braccetto, perché il vino è da sempre una componente fondamentale della nostra cucina e della cucina di tutti i popoli del Mediterraneo fin dai tempi più antichi. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” diceva Charles Baudelaire. Già perché il vino è capace di scoprire il vero pensiero degli uomini e far rivelare la verità: “in vino veritas” e gli uomini lo sapevano fin dai tempi degli antichi romani.

Il primo dei vini romagnoli è indubbiamente il Sangiovese, il più antico come coltivazione e produzione delle nostre terre. Si ritiene addirittura che la celebre uva nera da cui si ricava fosse già conosciuta più di 2000 anni fa e utilizzata dagli Etruschi in Toscana dove lo stesso vino diventò poi “Brunello” o “Sangioveto” a seconda delle zone. L’origine del nome Sangiovese è contraddittoria: c’è chi vuole provenga da “san giovannina” che indica un’uva primaticcia, dato il suo precoce germogliamento che avviene già intorno a fine giugno, per San Giovanni appunto, e chi invece propende per l’origine più antica che lo vuole così denominato fin dagli antichi romani, che abbinavano il suo nome al colore rosso intenso del sangue di Giove “sanguis Jovis”. Una volta fatto re il sangiovese, la regina dei vini romagnoli è sicuramente l’albana. Primo vino bianco italiano a cui fu conferita nel 1987 la denominazione d’origine controllata garantita (DOCG), ha anch’essa origini antichissime. Citata fin dai tempi di Marco Terenzio (116-27 a.C.) nel suo “De re rustica", si dice che fu qui trapiantata dai colli albani e il nome deriverebbe appunto dal latino “albus” cioè bianco. La storia di questo vino, come tutta la terra romagnola, è strettamente legata agli antichi romani. La leggenda racconta che la famosa imperatrice Galla Placidia, assaggiasse l’albana durante una cavalcata sulle colline intorno a Ravenna, dove aveva la sua residenza. Il vino le era stato offerto in un rozzo boccale di terracotta e, dopo averlo gustato e trovato degno del palato di una regina, pare avesse esclamato “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì, berti in oro ” Da qui la fantasia dei produttori di vino romagnoli, che attribuisce a questo episodio, il nome della località di “Bertinoro”, famosa per i suoi vitigni e zona di elezione per la produzione dell’albana. Esiste un altro famoso vino proveniente dalle colline di Bertinoro, dal nome meno aulico dell’albana, ma più originale, è il “Pagadebit”, che in dialetto romagnolo significa che “fa pagare i debiti”. Questa denominazione è dovuta alla particolare caratteristica di resistenza a tutte le condizioni climatiche di questo vitigno che consentiva ai contadini di produrre vino anche nelle annate peggiori e di pagare così i debiti contratti.

Terra di buontemponi e di buonumore la Romagna e non so se questo sia da addebitare anche alla vasta produzione di vini. In queste zone da sempre viene preservata e incentivata la coltivazione di vari vitigni anche meno conosciuti che danno ottimi vini come il “Rambela” o il “Burson”, dal soprannome del suo scopritore (tira burson in dialetto significa cavatappi). Quest’ultimo vino, in occasione di una competizione nazionale per esperti del settore, tenutasi nel novembre scorso, ha sbaragliato nomi eccellenti come aglianico, primitivo, amarone e barbaresco. Alla faccia!

Dopo aver trattato origini latine,essere passata attraverso il dialetto locale, arrivo alle derivazioni straniere e non posso non ricordare un simpatico aneddoto legato a un soldato francese esperto conoscitore di vini che, arrivato in Romagna e assaggiato un ottimo bianco esclamò: “Très bien!” da qui il “Trebbiano” un altro fiore all’occhiello dei viticoltori romagnoli. Forse non tutti sanno che dal trebbiano un tale Jean Bouton, italianizzato Buton, ricavò il brandy più antico d’Italia, la Vecchia Romagna, che ottenne il Grand Prix con medaglia d’Oro all’esposizione universale di Parigi nel 1889. In realtà, leggende a parte, la vera origine del vino trebbiano DOC, dal caratteristico colore giallo paglierino, profumato e frizzante, di sapore asciutto e deciso, viene fatta risalire agli Etruschi e il nome deriva da Trebula città dell’Italia centrale e dal latino “trebulanus”. E’ tuttora un vino molto richiesto per esportazione, che non necessita di invecchiamento e si accompagna bene con molti piatti, soprattutto a base di pesce. Oggi è in gran voga per gli “happy hours” in quanto ottimo come aperitivo. Questo è un esempio di come cambi la moderna tendenza di valorizzazione del vino, mentre per gli antichi acquisiva un valore addirittura mistico. Le proprietà inebrianti lo connotavano in un’aura magica,religiosa addirittura, al punto da associare questa sublime bevanda al dio Dioniso. Il vino era un tramite dunque capace di mettere in contatto l’umano con l’aldilà, con il soprannaturale, un nettare che rendeva simili agli dei, offrendo l’illusione di eternità.

L’abitudine di bere vino è vecchia come il mondo. Fin dal libro della Genesi, si fa riferimento al vino,quando Mosè, terminato il diluvio e approdato finalmente a terra, pianta la vite e si ubriaca col suo vino. Le origini antichissime e il valore attribuito da sempre dagli uomini a questa bevanda vengono ritrovate fin dai documenti storici più antichi, citato ben 450 volte nella Bibbia, lo troviamo anche nel codice di Hammurabi dove erano previste pene severissime per chi adulterava il vino. Nei pressi di Ravenna, negli scavi archeologici del porto romano di Classe, sono emerse molte anfore vinarie in terracotta usate per la conservazione prima che i Galli ci facessero conoscere le classiche botti a doghe usate ancora oggi.

In conclusione pare innegabile l’importanza culturale del vino nella nostra terra di Romagna, di conseguenza ora capirete meglio quanto io, amante della storia, delle tradizioni e delle leggende e delle usanze della mia terra, sia affascinata da questo genuino prodotto dei nostri tralci, dunque non mi resta che alzare il calice e dirvi: "Prosit!”

Franca Poli

In giro per l’Italia: i vini di Romagna
In giro per l’Italia: i vini di Romagna
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Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

26 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

Porca vacca (1982)

di Pasquale Festa Campanile

Pasquale Festa Campanile è uno dei nostri registi meno considerati dalla critica contemporanea e attende ancora la giusta rivalutazione. Scrittore prestato al cinema, racconta le sue storie con garbo e umorismo, costruendo commedie sofisticate, interpretate da attori popolari. Porca vacca porta nel cinema di serie A la maschera surreale di Renato Pozzetto, inventata da Mogherini, ma di fatto strutturata dallo stesso comico, in un'interpretazione più intensa del solito. Siamo in piena Prima Guerra Mondiale, l'attore di avanspettacolo Primo Baffo (Pozzetto) viene reclutato e spedito in trincea dove fa i conti con le asprezze di un conflitto terribile, tra le doline del Carso, al confine con l'Austria. La pellicola si sviluppa come una storia d'amore e d'amicizia tra il soldato e due ladruncoli delle montagne, interpretati da Laura Antonelli e Aldo Maccione. Festa Campanile segue la lezione di Mario Monicelli e critica la grande guerra, sceglie di distruggere la retorica patriottica che da sempre riveste l'ultima guerra d'indipendenza, descrivendo orrori ed eccidi di un conflitto cruento. Il personaggio interpretato da Pozzetto è il più dissacrante, perché canta per tutta la pellicola canzoni patriottiche corrette in versione satirica, facendo capire la posizione del popolo verso il primo conflitto mondiale. Laura Antonelli è una scaltra truffatrice che si approfitta di un soldato ingenuo, finge di amarlo, fa affari con gli austriaci e finisce per essere violentata da un gruppo di soldati. Nonostante tutto sia Maccione che Pozzetto sono innamorati di lei e fino all'ultima sequenza sognano di vivere insieme, magari sposandola entrambi. Il gesto più coraggioso del film verrà proprio dalla donna, che farà saltare in aria una diga e morirà per compiere una missione suicida. Non è patriottismo, però, ma soltanto vendetta per la violenza subita. Festa Campanile racconta anche il teatro di avanspettacolo, un mestiere ingrato dove il comico è investito da improperi perché il pubblico vuol vedere soprattutto le gambe delle ballerine. Il potere consolatorio dell'arte, la funzione di sostegno e di sollievo al dolore nei momenti difficili è un tema caro all'autore. Ricostruzione storica perfetta, tra trincee, montagne, casolari sperduti, borghi di contadini, attacchi con il fucile, bombe che esplodono, soldati che scrivono a casa e temono la morte. Una pellicola comica che a tratti diventa drammatica, che racconta la vita, secondo la lezione della commedia all'italiana, a tratti soffusa di un tenue erotismo, in misura minore rispetto alla media dei lavori del regista. Il momento erotico più forte è quando vediamo in primo piano la mancanza di una donna, le avventure in casino con le prostitute e i fugaci incontri con ragazze di paese. Un film contro la guerra, ma al tempo stesso un film bellico, perché le sequenze di battaglia sono girate molto bene, i bombardamenti sono realistici e alcune scene acrobatiche risultano credibili. Campanile inserisce la goliardia tipica degli ambienti militari, gli scherzi feroci, che si alternano a considerazioni profonde: "Io vengo dalla guerra. Là si muore e basta", "Con la guerra non si capisce più niente. Non si sa chi nasce, non si sa chi muore...". Tra gli attori ricordiamo un valido interprete come Toni Ucci, soldato romano in trincea, autore dello scherzo feroce dei pasticcini alla merda. Dino Cassi, comico dei Brutos insieme a Maccione, si vede solo per una rapida sequenza. Sceneggiatura priva di buchi, anche se la storia perde di efficacia nella seconda parte, troppo sbilanciata sul versante sentimentale. Di grande effetto la frase finale: "Quando torna la Marianna la sposiamo tutti e due". Non tornerà più. I due patetici eroi lo sanno bene. Ottima la colonna sonora - dolce e suadente, mixata a motivetti satirici come L'arrotino - composta niente meno che da Riz Ortolani.

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In giro per l'Italia: Civita di Bojano

25 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civita di Bojano

Anche l’amico Alessio Spina ha raccolto il mio invito a parlarci del suo paese e, nello specifico, ha voluto mostrarci con le sue fotografie, Civita di Bojano. “Il mio personale pensiero, è mettere in evidenza le suggestioni ambientali e le grandi potenzialità dei luoghi in rapporto allo stato attuale di degrado e di abbandono.” Mi scrive amaramente Alessio che ama la sua terra ma è costretto a vederla sempre più abbandonata dagli amministratori locali. Una terra piena di risorse turistico-ambientali che non sono mai state valorizzate dalla politica che, al contrario, ha privilegiato la speculazione di una fallimentare industrializzazione del territorio. A Civita di Bojano, oltre alla caratteristica struttura del borgo medioevale, sono visibili tratti delle fortificazioni di epoca altomedioevale e i ruderi del castello normanno. Il castello, le cui rovine si trovano nel Borgo di Civita Superiore, faceva parte delle fortezze demaniali dell'imperatore Federico II e veniva amministrato da suoi castellani di fiducia. Secondo documenti dell'epoca è probabile che i castellani lo tennero in affidamento fino al terremoto del 1456. Scarse sono poi le notizie di un riutilizzo del castello dopo questo disastroso evento, anche se non sono da escludere lavori di restauro voluti forse dal vescovo Silvio Pandone nel 1513. Dal punto di vista architettonico il castello presentava una pianta allungata e due recinti: uno a nord e l'altro a sud di un corpo di fabbrica centrale nel quale era la residenza del conte o palatium; il primo recinto o ricetto era separato dall'altro da un fossato artificiale scavato nella roccia. Il ricetto era poi collegato al resto della fortezza da un ponte levatoio che immetteva in un ampio corridoio delimitato da massicce mura in cui erano praticate tre aperture che controllavano il fossato e svolgevano un' importante funzione difensiva. Un'ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l'intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante (Giudecca) perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (Franca Poli)

In giro per l'Italia: Civita di Bojano
In giro per l'Italia: Civita di Bojano
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Un giorno senza lavoratori privati

24 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Un giorno senza lavoratori privati

Un giorno senza lavoratori privati

di Yoani Sanchez

traduzione di Gordiano Lupi

Il giorno cominciò in un'atmosfera da incubo. Venne a mancare il caffè del mattino perché all'angolo di strada non c'era il venditore con termos e bicchierini. Per questo motivo camminò stancamente fino alla fermata degli autobus, mentre faceva attenzione se vedeva qualche tassì collettivo. Niente. Non passava per il viale neppure un vecchio Chevrolet, non si intravedevano neanche gli ingegnosi pisi-corres capaci di trasportare fino a dodici passeggeri. Dopo un'ora di attesa, riuscì a salire sull'autobus, irritato dalla mancanza di un pacchetto di noccioline con cui placare "il languorino" che sentiva allo stomaco.

Quel giorno sul posto di lavoro combinò poco. La direttrice non riuscì ad arrivare perché la baby-sitter che si occupava della bambina si assentò. Altrettanto accadde all'amministratore, che non solo bucò uno pneumatico della sua Lada ma soprattutto trovò chiuso il riparatore di gomme del quartiere. Durante la pausa di mezzogiorno i vassoi di cibo non pesavano quasi niente da quanto erano vuoti. Non era passato il carrettino dei contorni che distribuiva vegetali e tuberi per rinforzare il pranzo. Il capo delle pubbliche relazioni si fece prendere da una crisi di nervi, perché non poté stampare le foto che gli servivano per ottenere un visto. Alla porta dello studio più vicino un cartello che recava la scritta: "Oggi non apriamo", gli aveva distrutto i piani di viaggio.

Decise di rientrare a piedi fino a casa per evitare l'attesa. Il figlio gli chiese qualcosa per fare merenda, ma il venditore di pane non si era fatto vivo con la sua stridente cantilena. Il chiosco di pizze non era aperto e non servì a niente neanche fare un salto al mercato agricolo. Cucinò quel poco che trovò e per asciugare i piatti usò un pezzo di camicia vecchia, vista la mancanza di commercianti che vendevano strofinacci. Persino il ventilatore non volle saperne di accendersi e il riparatore di elettrodomestici non aveva ancora aperto il negozio.

Andò a letto infastidito, immerso in una pozza di sudore, desiderando che al risveglio ci fossero di nuovo quelle figure che rendevano sostenibile la sua vita: i lavoratori privati. Senza di loro i suoi giorni si trasformavano in una successione di privazioni e di sofferenze.

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In giro per l’Italia: Bojano.

23 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l’Italia: Bojano.

Fotografie di Flaviano Testa.

Ancora una volta è l’occhio attento di Flaviano Testa che, con la sua macchina fotografica, ci presenta scorci panoramici e specifici particolari di questo paese così ricco di tradizioni, di storia e di natura. BOJANO ha origini antichissime, sorge ai piedi del massiccio del Matese, esattamente all’ombra del Monte La Gallinola, che lo domina, e a poca distanza dalla cima del Monte Miletto. Il paese è sorto su un altopiano che si trova a 480 slm., ed è sovrastato da Civita Superiore, borgo normano, che si trova arroccato sulla montagna, in posizione dominante rispetto all'abitato cittadino. Il territorio comunale è ricchissimo di sorgenti, fra cui vanno segnalate in località Pietre Cadute quelle del fiume Biferno, nonché coperto di vasti boschi prevalentemente di castagno, faggio, quercia e cerro. Ed proprio il binomio tra acque e natura a rendere unico questo territorio ancora poco conosciuto. Da segnalare la presenza dell'albero di castagno più antico d'Italia. Il Matese è una delle zone europee di primi insediamenti umani, come testimoniano importanti rinvenimenti paleolitici. Il geografo greco Strabone, narra come, a seguito di una guerra tra Umbri e Sabin, questi ultimi, risultati vincitori, promulgarono un Ver Sacrum (Primavera Sacra) in onore del dio Mamerte. I fanciulli vennero inviati a colonizzare nuove terre guidati dall'animale sacro al dio a cui erano stati consacrati: il bue. La rievocazione del Ver Sacrum si svolge ogni anno in città. È una rappresentazione scenica itinerante in costumi d'epoca, un'iniziativa che vuole portare all'attenzione di tutti la necessità di conoscere le proprie origini. La ricostruzione dei rituali si basa sulle notizie tramandate da scrittori greci e latini. Leggenda vuole che l'animale si fermasse alle fonti del Biferno per dissetarsi. Lì sarebbe stata fondata la città di Bovaianum, il cui nome chiaramente rimanda al bove. Molti documenti storici hanno tramandato lo stemma della città, ancora oggi adottato, recante un bue. Una curiosità, grazie alla vastità dei pascoli montani, Bojano è famoso per la produzione di squisite mozzarelle fresche e della scamorza molisana. Il latte è quello proveniente da mucche di razza Bruna alpina, genericamente allevate al pascolo brado. (Franca Poli)

In giro per l’Italia: Bojano.
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In giro per l’Italia: Bojano.
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Maria Vittoria Masserotti, "Cose"

22 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #maria vittoria masserotti

Maria Vittoria Masserotti, "Cose"

Cose

Maria Vittoria Masserotti

ilmiolibro.it, 2014

pp 140

12,50

Ho letto tutti e tre i libri di Maria Vittoria Masserotti e questo è, indubbiamente, quello più suo, nel senso che qui c’è tutta la sua vita, frammentata e rifratta in diciassette racconti. Gli spunti - le “Cose” disegnate sulla copertina - sono diversi: un faro, un figlio mulatto che odia il padre, un rapporto omosessuale, un cappello, uno scialle, una nota, ma, alla fine, il nucleo più vero della raccolta sono quei racconti dove una donna dai nomi diversi, ma che è sempre la stessa, coltiva il suo vizio di amare troppo.

Le donne della Masserotti amano troppo un uomo assente, sfuggente, capace di regalare loro, però, quel pizzico d’infinito che rimpiangeranno per sempre, senza poterlo mai dimenticare, senza potersi mai far bastare altro, perché qualunque cosa sarebbe un ripiego.

Sentiva il tocco lieve che percorreva la sua schiena lentamente, mentre aveva la sensazione che le loro due anime si stessero toccando. Un attimo perfetto, un pizzico d’infinito. No, non era più libera e forse non lo sarebbe mai più stata del tutto.” (pag 122)

Insieme all’Amore – inteso come ossessione romantica, tensione verso l’assoluto, fusione di carni e di anime – arriva inesorabilmente anche il Dolore, rappresentato dalla Scimmia appollaiata sulla spalla. Il dolore è fatto di mancanza, di nostalgia straziante, di vuoto incolmabile, ma pure di sensi di colpa per come ci si è lasciate trattare, per lo svilimento, per le umiliazioni subite, per le inutili attese davanti a un telefono che non suona, per la consapevolezza di non essere abbastanza attraenti per lui.

C’è la vita dell’autrice, dicevamo, in troppi di questi racconti, la sua grande capacità di amare, il suo vissuto, le sue esperienze, i luoghi conosciuti. Come in “Racconti per una canzone”, anche qui colpisce l’ambientazione sempre diversa di ogni bozzetto, che spazia dagli Stati Uniti alla provincia italiana più remota, dagli uffici ai ristoranti, dai caffè alle stazioni, descritti senza retorica ma con la mano ferma di chi parla di ciò che conosce bene.

C’è una novella, tuttavia, diversa da tutte le altre: “La gamba”, che racconta un episodio della vita di Sarah Bernhardt. Ecco, se l’autrice riuscirà a liberarsi della zavorra dell’autobiografismo, spogliandosi non tanto di se stessa quanto del suo groppo di dolore, scacciando la Scimmia dalla spalla, facendo della scrittura un uso esplorativo e non solo consolatorio, allora, con lo stile scorrevole e la padronanza di linguaggio che la caratterizzano, sarà in grado di perlustrare felicemente nuove strade, fra le quali quella della rievocazione storica appare davvero molto promettente.

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Più brillanti di stelle

21 Aprile 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Più brillanti di stelle

Siamo stati mostri marini

a vagare nel buio,

lumini tremolanti

in caotici abissi.

Nascosti

alle nostre deformità…

Siamo stati pazzi Diogene

a cercare, lanterna alla mano,

lo sfacelo dell’uomo…

…tra le nostre incapacità…

Siamo stati fari pulsanti

nell’orrenda tempesta

a segnare strapiombi

salati di lacrime

per fantasmi di navi lontane…

Siamo stati led nella notte,

oscuri nell’oscuro

fulmini rotti,

malati infra-rossi,

invisibili a tutti…

Siamo stati lampi al magnesio

bruciati da Soli impotenti,

ultra-violenti.

Da raggi improvvisi

derisi…

Siamo stati nel buio del bosco

da soli tra alberi amici,

nascosti come piccole bestie.

Ombre fra le ombre

lunghe

infinite

di continui tramonti…

Siamo stati da soli nel buio,

immobili,

per non disturbare,

tra la paura

e la speranza

di una sola carezza…

Siamo stati inutili cristalli

come diamanti

nella roccia profonda,

come lava bollente

che forgia piccoli Dei,

come fari blu

di auto in fila

nella notte.

Siamo stati:

ombre vaganti nell’oscuro…

Siamo stati:

lampadine intermittenti nei riverberi…

…barlumi invisibili…

…brandelli di tenebra…

Ora cosa siamo?

Noi siamo lucciole!

Più brillanti di stelle

troppo distanti

per essere vere.

Appuntate come spilli

a cieli di cartone.

Noi siamo lucciole

cadute nell’erba!

Spossate

dal tanto lampeggiare

dal tanto segnalare

dal tanto cercare…

Siamo Anime

Insieme approdate

a una spiaggia di ciottoli.

A cui ora e solo ora,

all’orizzonte,

il Mare lucente

di nuovo

appare…

ML
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