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televisione

Festival Tulipani di Seta Nera

1 Luglio 2021 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #televisione, #cinema, #eventi

 

 

 

 

Intervista alla Stilista Cinzia Diddi, in giuria di Varietà nella XIV Ed. del Festival Tulipani di Seta Nera.

 

Lei ha fatto parte della giuria di Varietà nella XIV Edizione del Festival Internazionale Tulipani di Seta Nera?

 

Sì,  sono felicissima, amo il cinema, ne seguo e ho seguito come stilista molti set .

Questa sarà una bella avventura, per adesso sono già usciti alcuni articoli relativi alla mia partecipazione insieme ad altri giurati.

 

Quanto è legata al cinema?

 

Molto, al cinema devo molto. Se vuoi rimanere in questo settore devi essere professionale. Non ci si può improvvisare. Il mio ruolo è quello di lavorare in stretta collaborazione con sceneggiatrice e scenografi per la cura dei dettagli degli abiti che dovranno essere contestualizzati e non sovrastare né il personaggio né l’ambientazione.

 

Quanto è importante un abito?

 

È fondamentale, spesso rivela aspetti e dettagli del personaggio più di quanto facciano le parole.

 

Quali sono i progetti per il futuro? E Quale l’ultimo a cui ha lavorato?

 

Sto seguendo film con attori internazionali. Ovviamente sto lavorando alla collezione del mio Luxury brand e seguo l’immagine di molti  personaggi per trasmissioni televisive.

 

Il festival è arrivato in Tv cosa ci racconta a riguardo?

 

Sì, meraviglioso ! Su Rai 2, presentato da Pino insegno ed Elena Ballerini. Ha riscosso un notevole successo, mi sento in piccola parte di aver contribuito, io ho disegnato e creato gli abiti della conduttrice, la bellissima Elena Ballerini, e della direttrice creativa, nonché amica, Paola Tassone. Paola è una splendida persona dal grande spessore emotivo.

 

Cinzia Diddi è la stilista dei Vip, nota per aver vestito oltre 60 personaggi del mondo dello spettacolo.

I suoi abiti sono richiestissimi!

 

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Giri /Hagj, la serie.

7 Maggio 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.

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Game of Thrones, la serie

4 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy, #televisione

Game of Thrones, la serie

 

Ho letto e recensito qui il primo libro della serie Le cronache del ghiaccio e del fuoco, scritto magistralmente da George R. R. Martin, - ispirato a La guerra delle due rose e a Ivanhoe - e ora, dopo molti anni, mi sono vista otto stagioni della serie televisiva Game of Thrones. Una puntata dopo l’altra, senza potermi staccare.

Una serie fantasy bellissima, realizzata splendidamente, che diventa più spettacolare a ogni puntata, in un crescendo di battaglie e azione, con personaggi indimenticabili e attori fantastici. Niente è lasciato al caso, tutti i tempi narrativi sono giusti e ogni scena è perfetta nei particolari. Forse, se ha una pecca, è quella di divenire, episodio dopo episodio, prevedibile nella sua tragicità.

Una storia dannata, cupa come le immagini quasi sempre notturne, dove non esistono redenzione o speranza. Uno studio sulla cattiveria, sul tradimento e sulla morte. Non c’è mai un bene che trionfi, non c’è un male che non si debba confrontare con un male peggiore, al punto che non si sa neppure più per chi parteggiare. E spesso il bene viene ricompensato con la morte, con un’ingiustizia.

La crudeltà senza limiti di certi personaggi ci porta a desiderare per loro sofferenze, che si verificano poi puntualmente, a opera di qualcuno ancora più crudele di loro. Siamo dalla parte di Theon Greyjoy quando il suo tormentatore Ramsay Snow lo mutila e plagia, e quando Cersei Lannister viene umiliata pubblicamente dall’Alto Passero, desideriamo vendetta per lei. Salvo poi tornare a odiarla negli episodi successivi.

I personaggi non sono solo a tutto tondo, sono proprio reali, “esistono”, quanto esistono quelli di J. K. Rowling, hanno una sottigliezza psicologica incredibile. Ci sono i buoni, pochi, i cattivi, molti, e i cattivissimi, alcuni. I cattivi, come Cersei, come Jamie Lannister, come Theon Greyjoy, hanno una parte ancora sana. In Theon è il pentimento per il male compiuto, in Cersei l’amore materno, in Jamie Lannister l’emergere di un nucleo di bontà occultato.

Essenzialmente, Game of Thrones è uno studio sulla morte. In ogni scena muore qualcuno di morte violenta. Non c’è scorcio che non presenti un lutto, un funerale, o il dolore di un distacco. In particolare il personaggio di Arya Stark è legato all’idea della morte. Da bambina innocente e perseguitata si trasforma in assassina. Imparerà a lavare i cadaveri, vivrà in una casa della morte, la casa del Bianco e del Nero, eliminerà da sé ogni residuo di coscienza, in modo da poter uccidere in modo asettico, come fa la morte stessa, l’unico vero Dio, come afferma Jaqen H’ghar. La morte non è cattiva né buona, Arya dovrà imparare ad ammazzare senza provare emozioni, dimenticando chi era, diventando “nessuno”. Ma non ci riuscirà, la sua identità, l’amore per la patria e la famiglia torneranno a emergere. E sarà proprio la sua confidenza con la morte a far di lei l’eroina capace di distruggere il capo dei non morti. Come dicevo, niente è lasciato al caso, niente nella struttura della trama è puro accumulo, ma tutto trova una sua funzione un significato. Arya conosce la morte per combatterla. Daenerys impara dai Dothraki la sua barbara e implacabile giustizia.

Tyrion Lannister, interpretato dal bravissimo – e pure bello – Peter Dinklage, attore affetto da nanismo, da bevitore e puttaniere si trasforma in uomo coraggioso e saggio. Sansa Stark, da viziata aspirante regina diventa quella che ne ha passate più di tutti e che ha incontrato solo folli e sadici sul suo cammino. Anche lei crescerà, imparerà a difendersi, maturerà proprio per questo.

E poi c’è lei, Daenerys Targaryen, madre dei draghi. Col suo fisico esile, i lunghi capelli d’argento, è bella, audace e sempre più forte, sempre più grande di episodio in episodio. Straordinarie tutte le scene che la riguardano: quando esce dalla pira del marito recando in braccio i tre draghi appena nati, quando fugge dall’arena insanguinata volando sulla groppa del maestoso e temibile Drogon.

Nessuno dei personaggi rimane lo stesso. Il male compiuto, inflitto o subito, lo fa diventare quello che è. Come dice Brandon Stark, il corvo con tre occhi: “tu sei dove dovevi essere”. Ciò che accade serve a farci arrivare dove siamo, a compiere il nostro destino. Samwell Tarly, grasso e goffo, scopre la dignità, Sansa Stark impara la furbizia.

L’amore non è il sentimento più importante, è solo uno dei tanti. “L’amore è la morte del dovere” dice Jon.  L’unico grande amore è quello incestuoso, tormentato e maledetto fra i due gemelli reali, Cersei e Jamie. Sono due parti della stessa persona, la luce e il buio, il male e il tentativo di bene. Jamie, alla fine, tornerà da lei, non può lasciarla morire da sola, dove lei è, anche lui deve essere. Molto più importanti dell’amore sono l’onore, l’amicizia, la lealtà, il senso della famiglia. Ma anche l’odio, il desiderio di vendetta.

Qualcuno ha obiettato che le ultime due serie perdono originalità e diventano mainstream. Sarà anche così, ma sono quelle che ho goduto di più, che più mi hanno commosso e coinvolto emotivamente in un crescendo di pathos. Che dire della “battaglia dei bastardi”, la più bella scena di guerra che abbia mai visto, nella sua estrema crudezza? Da una parte Jon Snow, figlio illegittimo di Ned Stark, comandante dei guardiani della notte, epitome del coraggio, dell’onore, della lealtà. Dall’altra Ramsey Snow, con lo stesso cognome da bastardo, quintessenza del male, moralmente repellente. Solo alla fine della serie si scoprirà che Jon non è un bastardo ma l’unico vero legittimo erede al trono di spade.

Il finale, come quello de Il signore degli anelli, non è un lieto fine – e come potrebbe esserlo dopo tanto dolore? - È piuttosto una eucatastrofe, una svolta positiva ma malinconica, triste, amara. Ho pianto, quando il drago Drogon ha afferrato la salma di Daenerys fra gli artigli ed è volato via con lei, con sua madre, la madre dei draghi, uccisa dall’uomo che amava, uccisa dal più coraggioso, buono, compassionevole degli eroi, Jon Snow. Daenerys muore vittima della sua follia, di un distorto sogno di giustizia che la trasforma in pazza sanguinaria.

Sbaglia chi parla di lieto fine. Il lieto fine sarebbe l’ascesa al trono di Spade di Jon, alias Aegon Targaryen, unico legittimo erede; il lieto fine sarebbe il suo matrimonio con Daenerys. Ma non è così, il drago, creatura intelligente e imparziale, distrugge il trono di spade, simbolo delle lotte per il potere, prima di volare via. Il regno passa a Brandon Stark, il menomato, il ragazzo paralitico e visionario. Non c’è vera giustizia, non c’è lieto fine, solo un ritorno allo status quo, una temporanea pacificazione, esattamente come in Tolkien.

E ora, dopo otto impareggiabili stagioni, mi sento orfana.  

 

 

 

 

 

 

 

I read and reviewed here the first book of the A Song of Ice and Fire series, masterfully written by George RR Martin, - inspired by The War of the Roses and Ivanhoe - and now, after many years, I have seen eight seasons of the series Game of Thrones. One episode after another, without being able to detach myself.

A beautiful, beautifully crafted fantasy series, that gets more spectacular with each episode, in a crescendo of battles and action, with unforgettable characters and fantastic actors. Nothing is left to chance, all narrative times are right and each scene is perfect in detail. Perhaps, if it has a flaw, it is that of becoming, episode after episode, predictable in its tragic nature.

A damned story, dark like the images almost always nocturnal, where there is no redemption or hope. A study on wickedness, betrayal and death. There is never a good that triumphs, there is no evil that should not be confronted with a worse evil, to the point that you no longer even know who to side with. And often the good is rewarded with death, with injustice.

The limitless cruelty of certain characters leads us to desire sufferings for them, which then occur punctually, by someone even more cruel than them. We are on Theon Greyjoy's side when his tormentor Ramsay Snow mutilates and plagiarizes him, and when Cersei Lannister is publicly humiliated by the High Sparrow, we want revenge for her. Except then return to hate her in subsequent episodes.

The characters are not only well-rounded, they are really real, they "exist", as much as those of J. K. Rowling exist, they have an incredible psychological subtlety. There are the good, a few, the bad, many, and the very bad, some. The bad guys, like Cersei, like Jamie Lannister, like Theon Greyjoy, still have a healthy side. In Theon it is repentance for the evil done, in Cersei the maternal love, in Jamie Lannister the emergence of a hidden core of goodness.

Essentially, Game of Thrones is a death study. In each scene someone dies a violent death. There is no glimpse that does not present a mourning, a funeral, or the pain of separation. In particular, the character of Arya Stark is linked to the idea of ​​death. From an innocent and persecuted child she turns into a murderer. She will learn to wash corpses, she will live in a house of death, the house of Black and White,s he will eliminate from herself every residue of conscience, so as to be able to aseptically kill, as does death itself, the only true God, as Jaqen H'ghar states. Death is neither bad nor good, Arya will have to learn to kill without feeling emotions, forgetting who she was, becoming “nobody”. But she will not succeed, her identity, her love for the homeland and the family will emerge again. And it will be her confidence in death that will make her the heroine capable of destroying the leader of the undead. As I said, nothing is left to chance, nothing in the structure of the plot is pure accumulation, but everything has its own function and meaning. Arya knows death to fight it. Daenerys learns from the Dothrakis about her barbaric and relentless justice.

Tyrion Lannister, played by the very good - and also handsome - Peter Dinklage, actor suffering from dwarfism, from a drinker and a manwhore turns into a brave and wise man. Sansa Stark, from a spoiled aspiring queen becomes the one who has been through the most and who has only met madmen and sadists on her path. She too will grow up, she will learn to defend herself, she will mature precisely for this.

And then there is her, Daenerys Targaryen, mother of dragons. With her slim physique, her long silver hair, she is beautiful, bold and stronger and stronger, bigger and bigger from episode to episode. All the scenes that concern her are extraordinary: when she comes out of her husband's pyre carrying the three newborn dragons in her arms, when she escapes from the bloody arena flying on the back of the majestic and fearsome Drogon.

None of the characters remain the same. The evil done, inflicted or suffered, makes him what he is. As Brandon Stark, the three-eyed crow says, "you are where you were meant to be." What happens is to get us where we are, to fulfill our destiny. Samwell Tarly, fat and clumsy, discovers dignity, Sansa Stark learns cunning.

 

Love is not the most important feeling, it is just one of many. "Love is the death of duty" says Jon. The only great love is the incestuous, tormented and cursed love between the two royal twins, Cersei and Jamie. They are two parts of the same person, light and dark, evil and the attempt at good. Jamie will eventually come back to her, he can't let her die alone, where she i, he must be too. Much more important than love are honor, friendship, loyalty, a sense of family. But also hatred, the desire for revenge.

Someone stated that the last two series lose originality and become mainstream. It may be so, but they are the ones I have liked more, which moved me the most and emotionally involved in a crescendo of pathos. What about the "battle of the bastards", the most beautiful war scene I've ever seen, in its extreme rawness? On the one hand, Jon Snow, illegitimate son of Ned Stark, commander of the Night's Watch, epitome of courage, honor, loyalty. On the other hand, Ramsey Snow, with the same bastard surname, the quintessence of evil, morally repellent. Only at the end of the series will it be discovered that Jon is not a bastard but the only true legitimate heir to the Iron Throne.

The ending, like the one in The Lord of the Rings, isn't a happy ending - and how could it be after so much pain? - It is rather a Eucharist, a positive but melancholy, sad, bitter turn. I cried, when the dragon Drogon grabbed Daenerys's body in its claws and flew away with her, with her mother, the mother of dragons, slain by the man she loved, slain by the bravest, best, most compassionate of heroes, Jon Snow. Daenerys dies a victim of her madness, of a distorted dream of justice that turns her into a bloody madwoman.

Those who talk about a happy ending are wrong. The happy ending would be the accession to the Iron Throne of Jon, aka Aegon Targaryen, the only legitimate heir; the happy ending would be his marriage to Daenerys. But this is not the case, the dragon, an intelligent and impartial creature, destroys the Iron Throne, symbol of the struggle for power, before flying away. The kingdom passes to Brandon Stark, the maimed, the paralyzed and visionary boy. There is no true justice, there is no happy ending, only a return to the status quo, a temporary pacification, just like in Tolkien.

And now, after eight matchless seasons, I feel like an orphan.

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Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

21 Marzo 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Le avventure di Amerigo Asnicar

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it Edizioni, 2021

pp 92

11,90

 

Nostalgia nella nostalgia. Sì, nostalgia, perché questo romanzo, lieve come una caramella che si scioglie sulla lingua, io lo avevo già recensito quando uscì in forma ridotta. Adesso, Aldo Dalla Vecchia - giornalista, autore televisivo e scrittore - lo ha rieditato aggiungendo nuovi gustosi racconti che compongono le avventure di Amerigo Asnicar, personaggio in tutto e per tutto ispirato ad Aldo stesso e al mondo da lui frequentato.

E nostalgia perché il periodo in cui il libro è ambientato, attorno al 2015 dell’Expo, sembra, alla luce di ciò che poi è avvenuto, lontanissimo. Nonostante la forte crisi economica, era ancora un mondo pieno di vita e di cose, fra partite a carte, viaggi, aperitivi, e lavoro senza mascherine sulla faccia.

Da sempre l’autore ci introduce nell’ambiente televisivo, quello fatto di vip, stelline e paillettes, un habitat che lui adora fin da bambino, che vive dall’interno per motivi professionali e che, comunque, ha sempre osservato con distacco bonariamente ironico.

Amerigo Asnicar conduce la stessa vita di Aldo Dalla Vecchia, fa le stesse cose, e frequenta le stesse persone - fra studi televisivi, vernissage e tornei di burraco –, in una Milano amata, dove si muovono personaggi reali o comunque riconoscibili, come la soubrette Alda Marietti, chiaramente riconducibile ad Alba Parietti. Nell'esistenza del protagonista sorgono complicazioni dai risvolti gialli, che è bravo a risolvere, dipanando le matasse alla svelta.

Non sono tanto le trame poliziesche a costituire l’interesse precipuo di questo libro, formato da sei racconti, quanto l’aura gentile e perbene che da sempre accompagna gli scritti di Dalla Vecchia, e il trovarci faccia a faccia - in modo leggermente voyeuristico per noi lettori – con personaggi di cui tutti abbiamo sentito parlare e che ci incuriosiscono, anche quando non lo ammetteremmo mai.

L’altra fonte di interesse è lo stile di scrittura di Dalla Vecchia, sempre pulito, scorrevole, prezioso nella sua semplicità raffinata, uno stile dilettevole che ti tiene incollato alle pagine di qualunque cosa l’autore parli.

Piccola chicca nella chicca, una canzone inedita di Cristiano Malgioglio dal testo piacevole e leggermente hot.   

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Paul e Virginie

19 Agosto 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

Paul e Virginie

 

Nel 1974 avevo tredici anni. Romantica, sognatrice e appassionata com’ero, m’innamorai dello sceneggiato Paul e Virginie, in onda di pomeriggio sulla Rai, tratto dal romanzo di Bernardine de Saint Pierre del 1788.

Un Laguna blu ante litteram. Infatti, il romanzo di Henry de Vere Stacpole – da cui è stato tratto il famoso e “scandaloso” film con Brooke Shields del 1980, - è stato scritto successivamente, nel 1908.

Niente bambini nudi, qui, niente corpi che nuotano in libertà, niente accusa di pedopornografia, Paul e Virginie  veniva trasmesso durante la tivù dei ragazzi.

In una esotica colonia francese sbarcano due donne esiliate, una nobile e una plebea, con due figli, una bambina d’alto lignaggio e un maschietto plebeo, che crescono insieme. Va da sé che s’innamorano l’una dell’altro. Va da sé che il destino vuole separarli. Ma, quando lei sta per tornare da lui, una tempesta fa naufragare la sua nave e la giovane annega.

Ricordo, dopo l'ultima puntata, di aver singhiozzato per ore, di essere andata a letto orfana della storia che adoravo - avventurosa, patetica, esotica - soprattutto, straziata per l’amore tragico dei due protagonisti interrotto da un così  fatale e crudele destino.

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Aldo Dalla Vecchia, "Viva la Franca".

2 Luglio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Aldo Dalla Vecchia è davvero instancabile. Dopo averci deliziato con Mina per Neofiti, ritorna con questo nuovo libretto, sempre per i tipi di Graphe.it, dedicato a Franca Valeri e ai suoi splendidi cento anni.

Franca Norsa, in arte Valeri, nasce a Milano nel 1920 e sta per compiere cento anni. Oggi la sua voce nelle interviste è un poco strascicata ma non ha perso il fascino e il piglio è il solito: arguto, intelligente, intellettuale, sobrio.

Aldo Dalla Vecchia compie un excursus in stile saggistico, non ripercorrendo diacronicamente tutta la vita della Valeri ma analizzandola, sempre cronologicamente, attraverso le varie arti nelle quali ha eccelso. Si parte dal teatro, per approdare alla radio, quindi al cinema, alla televisione, alla pubblicità (una forma d’arte anch’essa) per finire alla scrittura.

Quest’ultima è la base delle precedenti. Dietro ogni personaggio teatrale, radiofonico, televisivo o cinematografico c’è, in effetti, la scrittura lucida e tagliente della Valeri, definita “chirurgica”. I suoi personaggi sono raffinati, popolari ma non per tutti. Le sue signorine snob, la signora Cecioni, la sora Cesira e i tormentoni come “Scostumato” sono rimasti nell’immaginario e nel linguaggio comune, ma hanno anche saputo fustigare con arguzia e determinazione i vizi della società dell’epoca. La Valeri fa parte di quel panorama colto e blasé da cabaret meneghino anni settanta, quello a cui apparteneva anche Giorgio Gaber.

La sua è una comicità basata sul reale ma anche assurda, cerebrale, caustica. Ella incarna un modello di donna diversa da tutte le altre, la cui principale realizzazione non è la vita coniugale ma che, in ogni caso, sente la sua relativa indipendenza – spesso minata da madri ingombranti e autoritarie – come malinconica solitudine. Una donna moderna e avanti con i tempi, elegante ma che non ha mai puntato sull’aspetto fisico, piuttosto sul cervello e sull’autoironia pungente e sarcastica.

Franca Valeri è davvero patrimonio della nostra cultura nazionale.

 

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Breaking bad ai tempi di un Memento mori globale

21 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Tradotto da Patrizia Poli dall’originale Breaking Bad during a Time of Global Memento Mori, pubblicato nel numero di giugno, 2020, della rivista New English Review.

 “Quanti funerali passano davanti alle nostre case? E tuttavia non pensiamo alla morte. Quante morti premature?” Così scriveva Seneca duemila anni fa. Prima di lui, Platone, discutendo della morte di Socrate, nel Fedone, affermava che “i veri filosofi sono sempre intenti alla pratica di morire” .

La morte è stata al centro della filosofia occidentale e di tutte le religioni e le mitologie. Siamo tutti gravati da un memento mori, ma la maggior parte di noi cerca di dimenticarlo, fino a quando non siamo posti, direttamente o indirettamente, di fronte all’inevitabilità della morte. In tempo di pandemia, il memento mori, assunta la forma di un virus, si è acutizzato, poiché siamo tutti ansiosi circa il nostro benessere e quello dei nostri cari. Siccome la pandemia è coincisa con una quarantena, ci siamo ritrovati con molto tempo a disposizione. Oltre alla lettura, alla scrittura, all’ascolto della musica e alla preparazione di insolite ricette di cucina, ho fatto una maratona di alcune serie televisive. Breaking Bad, che ha vinto più premi di qualsiasi altra produzione e che è stata immensamente popolare, mi è sembrato un buon punto di partenza. Ora sono in grado di affermare che può essere considerata una rappresentazione della cultura occidentale agli albori del 21° secolo.

Vari sono i temi che ritengo emblematici. Il memento mori diventa all’improvviso molto pressante nella mente di Walt, l’insegnante di chimica delle superiori, quando gli viene diagnosticato un cancro polmonare inoperabile allo stadio tre. Circa cento anni prima, Thomas Mann aveva trattato il problema della malattia e dell’imminenza della morte ne La montagna incantata da un punto di vista metafisico e filosofico, con ogni personaggio principale nel sanatorio che impersona una diversa corrente filosofica. All’inizio del 21° secolo, Vince Gilligan e gli altri creatori di Breaking Bad trattano lo stesso tema della malattia e dell’imminenza della morte con la decisone, da parte di Walt, di diventare un produttore di metanfetamina.

Il pragmatismo americano – il non abbiente Walt intende lasciare soldi a sua moglie e ai suoi figli – al posto delle riflessioni ontologiche ed escatologiche. Per uno che ha studiato tutta la vita religioni comparate, mitologia e filosofia, una tale scelta sembra stupefacente. Ma, d’altra parte, è giusto paragonare Thomas Mann a Vince Gillian e ai suoi colleghi? L’ambiente europeo del post prima guerra mondiale agli Stati Uniti degli inizi del ventunesimo secolo? È giusto paragonare un’opera magna letteraria di immenso respiro con una serie televisiva? Considerando quanto hanno scritto di quest’ultima i critici, direi di sì, dal momento che hanno preso Breaking Bad molto sul serio. Forse perché contiene elementi di ciò che oggi passa per “literary fiction”, o narrativa letteraria (le mie opinioni a riguardo sono espresse nel saggio Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”). Il tempo dedicato al motivo della metanfetamina – la sua produzione e distribuzione e tutti i personaggi sgradevoli ma coloriti che queste comportano – è più o meno lo stesso di quello dedicato alle dinamiche della  famiglia di Walt: la moglie, i due figli, il cognato e la cognata. E tali dinamiche sono sviluppate nello stile di quella che oggi passa per narrativa letteraria: molta angoscia suburbana e complicazioni che aspirano all’universalità di uno Shakespeare o di un Cervantes, ma posano su spalle molto inadeguate. Walt e Hank, suo cognato, non sono né Amleto né Don Chisciotte. La gente comune non è in grado di occuparsi di problemi filosofici semplicemente perché non sa che la filosofia esiste, come d’altronde la gran parte degli americani. 

Ma, dopo tutto, la filosofia non è forse concepita solo per una elite? Il dramma La vida es sueño (La vita è sogno) di Calderon de la Barca fu estremamente popolare quando esordì nel 1635 e da allora  è rimasto nel repertorio teatrale come un classico senza tempo. I suoi motivi principali sono distintamente filosofici: il tema religioso preponderante nella vita di allora, ovvero il libero arbitrio contro la predestinazione; e il concetto di vita come sogno, che si può ritrovare nell’Induismo, nel Buddismo, in Eraclito, in Platone e, più a ridosso dei tempi di de la Barca, in Cartesio con il suo inquietante argomento del sogno, vale a dire: se nel sogno il mondo ci sembra reale e ci rendiamo conto che è irreale solo al risveglio, come facciamo a essere sicuri che quando siamo svegli siamo veramente svegli? Troppo complesso per lo spettatore comune? A giudicare dal successo del drama, il secolo d’oro della Spagna deve aver prodotto delle platee piuttosto sofisticate.

Ma torniamo ad Albuquerque e alle imprese dei narco. Breaking Bad è infarcito di incongruenze fin dall’inizio: Walt, da giovane, è stato un genio ma poi non è riuscito nella vita per motivi che non sono ben spiegati, o non sono spiegati affatto; suo cognato è, a favor di trama e di suspense, un agente della DEA; Walter Jr, il figlio adolescente di Walt e di sua moglie Skyler, soffre di paralisi cerebrale; Skyler rimane incinta a oltre quarant’anni e, sebbene la sua sia una gravidanza non programmata e sia lei sia Walt non siano affatto religiosi, non abortisce.

Confesso di essere rimasto affascinato da Pablo Escobar, una sorta di don Chisciotte malvagio, e di aver letto parecchi libri su di lui, principalmente in spagnolo, dato che i gringos sembrano del tutto incapaci di comprendere che tipo di personaggio fosse. Sebbene ciò che Escobar ha fatto nella vita sia più strano di uno stesso romanzo, all’inizio non c’era niente di insolito in lui o nella sua famiglia. Certo Escobar non era un futuro premio Nobel, tutt’altro; proveniva da una famiglia molto modesta, ma non moriva di fame; non era oberato da un figlio malato o da una gravidanza non voluta – la qual cosa rende la sua ricerca di ricchezze favolose a dispetto di tutto ciò che poteva opporglisi tanto più incomprensibile. In altre parole, a paragone della realtà, Breaking Bad sa di arbitrario. 

Skyler, la moglie da sempre sofferente, merita una menzione a parte. Innumerevoli spettatori hanno visto in lei l’archetipo della lagnona, della megera, della bisbetica. E per lagnarsi, si lagna eccome! Fortunatamente la funzione di avanzamento veloce mi ha risparmiato molta della sua petulanza. Ma questo è un problema comune ai polizieschi narco: non hanno spazio per le donne, le quali o piagnucolano, fino alla nausea, o scimmiottano gli uomini, in modo poco convincente. Le storie sul narco traffico sono chiaramente di stampo maschile; hanno come protagonisti buoni e cattivi, questi ultimi molto più avvincenti, e, tra di essi, una zona grigia popolata da anti-eroi o malavitosi con atipici crucci di coscienza.

Un extraterrestre che guardasse Breaking Bad concluderebbe che la cultura occidentale agli inizi del 21° secolo è diventata completamente atea. In cinque stagioni, per un totale di sessantadue episodi, e una durata di sessantadue ore, cioè due giorni e quattordici ore, Dio e la religione sono menzionati due sole volte: dopo la collisione di due aeroplani sopra Albuquerque, una ragazza della scuola di Walt chiede, parafrasando, “Come ha potuto Dio permettere che accadesse questo?” E la preside taglia corto esortando lei e altri studenti a rimanere nell’ambito della laicità; poi si vedono due sicari messicani strisciare per terra assieme ad alcuni contadini verso una capanna nel deserto che contiene simboli della Nuestra Señora de la Santa Muerte, una santa del cattolicesimo folk messicano. Oltre a ciò, niente. Questo campionario di umanità, l’extraterrestre relazionerebbe  ai suoi pari, non ha posto per gli dei o per la religione, salvo che per dei sicari e dei contadini che provengono da una società più primitiva.

In una storia la cui raison d’être è l’imminenza della morte e ciò che Walt può fare in risposta ad essa, non c’è Dio, né si prega, né c’è religione. In un contesto ideale per un’indagine ontologica ed escatologica, non c’è assolutamente niente del genere. Come inconsapevole, tardiva appendice all’esistenzialismo, l’uomo è ritratto nella sua vulnerabilità in un universo caotico e privo di significato. Cartesio, l’Illuminismo, Marx, Darwin, Wittgenstein e infine il Circolo di Vienna hanno lavorato alacremente all’annientamento della metafisica – con Rudolph Carnap che formalmente l’ha rifiutata come priva di senso poiché le affermazioni metafisiche, egli sosteneva, non potevano essere provate o confutate dall’esperienza – e hanno ottenuto un successo trionfale. Mentre la scienza, tra gli altri con Heisenberg – ironicamente, poiché questo è il nome di battaglia di Walt nella serie – che ha donato al mondo il suo principio d’indeterminazione, ha mostrato che le cose non sono così fisse in natura e che c’è molto più di ciò che si vede a occhio nudo (il che, incidentalmente, il coronavirus ha evidenziato molto vividamente con tutto il nostro frenetico lavarci le mani) la cultura convenzionale continua a basarsi su principi laici se non chiaramente atei, basati su costrutti occidentali arbitrari postulati da filosofi di tendenza aristotelica. Ancora oggi nel mondo occidentale una contraddizione è percepita come un grave faux pas in quasi ogni contesto. Ciò è dovuto alla legge di non contraddizione, o la seconda legge tradizionale, definita da Aristotele nella sua metafisica: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Mentre tale “assioma” è utile in un tribunale e in molte altre applicazioni terra terra, non dovrebbe mai essere stato frainteso per una legge che governa l’universo. La natura, infatti, è piena di contraddizioni, e gli eventi più importanti nella vita sono quelli che vanno contro le statistiche.

Ho finito Braking Bad grato alla Apple TV per la sua funzione di avanzamento veloce, e con la sensazione che i suoi autori siano sprovvisti culturalmente e matafisicamente falliti.

 

 

“How many funerals pass our houses? Yet we do not think of death. How many untimely deaths?” Thus wrote Seneca two thousand years ago. Well before him, Plato, discussing Socrates’s death in Phaedo, stated that “the true philosophers are always occupied in the practice of dying.”

 

Death has been at the core of western philosophy, and of all religions and mythologies. We are all burdened with the memento mori, but most of us tend or try to forget it, until we are faced, directly or indirectly, with the inevitability of death. During a time of pandemic, the memento mori, having assumed the form of a virus, becomes acute, as we are all anxious about our wellbeing and that of our loved ones. Since the pandemic has also come with a lockdown, we have found ourselves with a lot of time on our hands. In addition to reading, writing, listening to music and cooking unusual recipes, I have been binging on a few TV series. Breaking Bad, which has won more awards than any other production ever, and which has been immensely popular, seemed like a good starting point. I can now argue that it can be viewed as a representation of western culture at the dawn of the 21st century.

 

Various are the themes in it that I find emblematic. The memento mori suddenly becomes very pressing in the mind of Walt, the high school chemistry teacher, as he is diagnosed with stage 3, inoperable lung cancer. About a hundred years before, Thomas Mann treated the problem of illness and impending death in Der Zauberberg (The Magic Mountain) in philosophical and metaphysical fashion, with each main character in the sanatorium impersonating a different philosophical strain. Early on in the 21st century, Vince Gilligan and the other creators of Breaking Bad handle the same theme of illness and impeding death with the resolve, on the side of Walt, of becoming a maker of methamphetamine.

 

American pragmatism—as the impecunious Walt intends to leave behind funds for his wife and two children—in lieu of ontological and eschatological reflections. To a lifelong student of comparative religion, mythology and philosophy, such a choice seems astonishing. But then, is it fair to compare Thomas Mann to Vince Gillian and his associates? The milieu of post WWI Europe to that of the US in the early 21st century? Is it even fair to compare a literary magnum opus of immense breadth to a TV series? Judging from what critics have written about the latter, I suppose it is, as they took Breaking Bad very seriously. Presumably also because there are elements in it of what nowadays is understood as “literary fiction” (my views on this subject are delineated in the essay The Decline and Fall of Literary Fiction”). The time dedicated to the methamphetamine motif—its production and distribution and all the unsavory yet colorful characters that such activities entail—is more or less equal to the time devoted to the dynamics of Walt’s family: his wife, two children, brother-in-law and sister-in-law. And such dynamics are developed in the style of what nowadays passes for literary fiction: plenty of angst and complications that aspire to the universality of Shakespeare or Cervantes, but rest on very inadequate shoulders. Walt and Hank, his brother-in-law, are no Hamlet or Don Quixote. Ordinary people cannot deal with philosophical problems simply because, well, they are unaware that philosophy exists, as the vast majority of Americans.

 

But then, isn’t philosophy intended just for an elite? Calderón de la Barca’s play La vida es sueño (Life is a dream), was extremely popular when it premiered in 1635 and has remained in the theater repertoire ever since as a timeless classic. Its main motifs are distinctly philosophical: the religious theme prevalent in people’s life at the time, which was free will versus predestination; and the concept of life as a dream, which can be found in Hinduism, Buddhism, Heraclitus, Plato and, closer to de la Barca’s times, in Descartes’s unsettling dream argument. Too high-flung for the ordinary spectator? Judging from the play’s success, Spain’s Golden Age must have produced some sophisticated audiences.

 

Back to Albuquerque and narco undertakings. Breakind Bad is larded with improbabilities from the beginning: Walt, as a young man, was a genius, but then turned out to be an underachiever for reasons that are not explained satisfyingly, or in fact at all; his brother-in-law is, conveniently for the plot’s suspense, a DEA agent; Walter, Jr., Walt’s and his wife Skyler’s teenage son, has cerebral palsy; Skyler gets pregnant in her forties, and although it is an unplanned pregnancy and both she and Walt are thoroughly irreligious, she does not get an abortion.

 

I confess to having been fascinated by Pablo Escobar, a sort of evil Don Quixote, and to have read my share of books about him, chiefly in Spanish, as the gringos seem uniformly unable to comprehend what he was about. Although what Escobar did in his life is proverbially stranger than fiction, and then some, at first there was nothing unusual about him or his family. Escobar was no promising Nobel Prize material, far from it; he came from a family of very modest means, was not starving; he was not burdened with an ill son or an unwanted pregnancy—which makes his pursuit of fabulous riches in the face of everything that stood in his way all the more inexplicable. In other words, compared to the real thing, Breaking Bad reeks of arbitrariness.

 

Skyler, the long-suffering wife, merits a separate mention. Countless viewers have seen in her the archetype of the whiner, the nag, the shrew. And whine she does! Mercifully, the fast-forward feature has spared me most of her petulancies. But this is a common problem in graphic crime stories: they have little room for women, who either whine ad nauseam, or ape men, not very convincingly. Crime stories about narco-trafficking are distinctly male; they feature heroes and villains, the latter far more engaging, and a grey zone in between.

 

An extraterrestrial watching Breaking Bad would conclude that western culture in the early 21st century has become entirely atheistic. In five seasons, for a total of sixty-two episodes and a cumulative duration of sixty-two hours, i.e., two days and fourteen hours, there are two mentions of God or religion: after the collision between two planes over Albuquerque, a girl in Walt’s high school asks, paraphrasing, How could God allow this to happen? And the principal cuts her short exhorting her and all other students to keep things secular; and two Mexican hitmen are shown slithering along with some peasants towards a hut in the desert that contains symbols of Nuestra Señora de la Santa Muerte, a female saint in Mexican folk Catholicism. Other than that, nothing. This sampling of humanity, the extraterrestrial would relate back to his peers, has no place for gods or religion, save for killers and peasants who hail from a more primitive society.

 

In a story whose raison d’être is the imminence of death and what Walt can do in response to it, there is no God, no praying, no religion. In a context ripe for ontological and eschatological probing, there is absolutely nothing of the sort. As an unwitting, belated appendage to existentialism, man is portrayed in his helplessness in a chaotic and meaningless universe. Descartes, the Enlightenment, Marx, Darwin, Wittgenstein and finally the Vienna Circle worked alacritously at the annihilation of metaphysics—with Rudolf Carnap who formally rejected them as meaningless because metaphysical statements, he stated, could not be proved or disproved by experience—and succeeded triumphantly. While science, inter alios with Heisenberg—ironically, since that is Walt’s nom de guerre in the series—who gave the world his uncertainty principle, has shown that things are not so fixed in nature and that there is much more than meets the eye (which, incidentally, the coronavirus has brought home very vividly with all our frantic handwashing), mainstream culture continues to hang on to secular if not outright atheistic principles based on arbitrary western constructs postulated by philosophers of an Aristotelian slant. To this day, in the western world a contradiction is perceived as a grave faux pas in just about any context. That is because of the law of non-contradiction, or the second traditional law, defined by Aristotle in his Metaphysics as, “One cannot say of something that it is and that it is not in the same respect and at the same time.” While such an “axiom” is useful in a court of law and in many other such pedestrian implementations, it should never have been misconstrued for a law governing the universe. In fact, nature is full of contradictions, and the most relevant events in one’s life are the anti-statistical ones.

 

I came away from Breaking Bad grateful to Apple TV for its fast-forward feature, and sensing that its authors are culturally underprovided and metaphysically bankrupt.

 

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I sopravvissuti

8 Marzo 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

Correva l’anno 1979 e uno sceneggiato - o meglio serie televisiva, come si chiamano quelle che oggi imperversano sulla tv on demand – ci catturò e spaventò tutti. Si tratta de I sopravvissuti, serial fantascientifico d’inquietante e strabiliante attualità. Un virus, sfuggito a un laboratorio cinese, infetta il mondo. Sono in pochi a sopravvivere, lottando per non soccombere in uno scenario post apocalittico, caotico e imbarbarito.

Eh sì, anche adesso par di stare in un film. Mascherine, assalti ai supermercati, fughe di massa dalle zone interdette, orribili immagini di pazienti “pronati” in sale di rianimazione sovraffollate e da incubo.

Ma fino a che non toccherà a qualcuno che conosciamo - non uno della tv, non il capo del partito democratico Zingaretti o un uomo della scorta di Salvini, e nemmeno il salumiere o il tabaccaio del nostro quartiere - ma proprio uno che conosciamo bene, un amico o un familiare, fino ad allora continueremo a pensare che sia tutta una grande esagerazione mediatica, qualcosa che non ci riguarda. Invece è una pandemia bella e buona, di quelle che non si vedevano da un secolo, e con le quali, ahimè, dovremo fare i conti sempre più spesso.

Quando una specie si fa troppo aggressiva e invadente, quando contamina, riscalda e distrugge il paese che la ospita, sbucano fuori i virus nascosti che, ne sono certa, sono gli anticorpi della terra. La terra si difende, elimina una parte degli invasori, la parte più debole e inutile: i vecchi, i malati, gli immunodepressi.

Eppure io penso che non tutto il male viene per nuocere. Diciamo che, per esperienza personale, ormai ne ho fatto il mio motto. Possiamo sempre trovare nelle difficoltà delle opportunità. Intanto stiamo rivalutando la vita normale, tutto quello che facevamo fino a quindici giorni fa, e ci sembrava pure noioso: uscire da casa, abbracciare un bambino, programmare un viaggio, cenare in un ristorante, fare due passi. Già questo ti fa capire che prima eri felice anche se non te ne rendevi conto, che avevi qualcosa a cui adesso vorresti tornare, che eri libero senza saperlo.

Rivalutiamo ciò che facevamo e, tuttavia,  dobbiamo sapercene consapevolmente astenere. Non è necessario fare l’apericena, no, non lo è per niente. Fino a venti anni fa non sapevamo neppure cosa fosse. E, se torniamo indietro di quaranta anni, il sabato sera cenavamo tutti in famiglia. Non è necessario nemmeno per il proprietario del locale perché, se lui morirà, o se noi moriremo, la sua attività non servirà proprio più a niente.

Dobbiamo avere rispetto, senso civico, prudenza e saper attendere con pazienza. Astenerci dal giudicare ciò che non conosciamo e non abbiamo ancora vissuto.

Restate in casa, leggete un libro, guardate un film divertente o istruttivo, recuperate la lentezza, riscoprite i  rapporti con i familiari e i social come mezzi d’informazione e di comunicazione e non come recipienti d’odio.

Fatelo senza prospettive, senza scadenze, perché non sappiamo quanto durerà, né se e come finirà.

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La baronessa di Carini

23 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Quella mano insanguinata sul muro resterà nella storia della televisione. E gli occhi come fanali azzurri di Ugo Pagliai, che avevamo già amato ne Il segno del comando.

Uno sceneggiato del 1975, L’amaro caso della baronessa di Carini, per la regia di Daniele D’Anza, che è stato una pietra miliare della fiction televisiva. La trama è ispirata a una ballata popolare siciliana, che narra di un delitto realmente avvenuto nel '500 a Carini: la baronessa di Carini, donna Laura Lanza, moglie di don Vincenzo La Grua – Talamanca, fu uccisa dal padre don Cesare Lanza, ma la storia si svolge nell’ottocento, tre secoli dopo il fattaccio. Coprotagonista, insieme a Pagliai, la bella Janet Agren.

Mistero, presagi di morte, eros e thanatos fusi insieme, ecco tutti gli ingredienti per un polpettone romantico che aveva molto del feuilleton e che ebbe grande successo all’epoca.

Memorabile la sigla d’inizio, la struggente ballata sceneggiata da Gigi Proietti e Romolo Grano: la sfortunata baronessa si accascia sul suo amante, lasciando una striscia di sangue sul muro con la mano. Avevo quattordici anni, ero romantica e innamorata dell’amore, proprio come adesso mi piacevano le grandi storie in costume d’avventura e sentimento. Ricordo che mi divertivo a impersonare la baronessa, strisciando teatralmente la mano sul muro del pianerottolo di casa e fingendo di stramazzare. Per fortuna nessun vicino ha mai aperto  la porta in quel momento.

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Aldo Dalla Vecchia, "Generazione Five"

23 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo, #televisione

 

 

 

 

Generazione Five

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2018

13,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al niente che diventa tutto. Un libricino senza neanche la numerazione delle pagine, fatto d’immagini, o meglio, di figurine firmate Gaspare Capizzi, che hanno tutta l’ingenuità di reminiscenze infantili. Vi ricordate quando giocavamo a “celocelo manca”? Ecco, Aldo, autore televisivo che ha conosciuto tutti i maggiori personaggi del piccolo schermo, innamorato della tv commerciale, gioca con noi mettendo sul piatto la nostalgia.

Ogni pagina un disegno caricaturale, ma non troppo, di un noto personaggio. Accanto una didascalia di mezza pagina dove, col consueto garbo, viene spiegato chi è la persona, che cosa ha fatto e perché è diventata famosa. Niente più di una specie di articolo di Wikipedia, direte voi. Invece, non so come né perché, la solita magia di Aldo fa sì che quei tempi ormai lontani, pionieristici e avventurosi, che videro la nascita della tv moderna, tornino a farci compagnia.

Quaranta icone pop per quaranta anni di televisione. Riecco gli ottanta e novanta, i lustrini e le battute assurde del drive in, trasmissione cult,  le ragazze scollacciate ma non volgari, i pupazzi come il Gabibbo o Five, le pietre miliari della televisione come Corrado, Mike Bongiorno o Lorella Cuccarini. Personaggi amati e mai dimenticati. Con pochi tocchi viene ricostruito un mondo, ora che la tivù come l’abbiamo conosciuta sta per scomparire.

Aldo dichiara di non amare la televisione ingessata dei canali Rai, quella in bianco e nero che definisce “antica e noiosa” – quella alla quale la sottoscritta è, invece, follemente attaccata – ma finisce per farla rivivere in personaggi come Loretta Goggi, stella di un grande sceneggiato, La freccia nera. Lui adora la tv commerciale, scanzonata e disinibita, colorata e frivola, moderna e allegra.

E il rimpianto esplode prepotente quando si ricordano persone che non ci sono più, come Sandra e Raimondo, la loro grazia, il loro humour delicato, il loro imperituro tormentone “che barba che noia”.

Quanto ci manca tutto questo, quanta delicatezza, ironia e grazia ormai perdute, quanto vorremmo chiudere gli occhi e fare un balzo indietro nel tempo. Operazione che con Aldo è sempre pienamente riuscita.

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