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Post con #televisione tag

Paul e Virginie

19 Agosto 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

Paul e Virginie

 

Nel 1974 avevo tredici anni. Romantica, sognatrice e appassionata com’ero, m’innamorai dello sceneggiato Paul e Virginie, in onda di pomeriggio sulla Rai, tratto dal romanzo di Bernardine de Saint Pierre del 1788.

Un Laguna blu ante litteram. Infatti, il romanzo di Henry de Vere Stacpole – da cui è stato tratto il famoso e “scandaloso” film con Brooke Shields del 1980, - è stato scritto successivamente, nel 1908.

Niente bambini nudi, qui, niente corpi che nuotano in libertà, niente accusa di pedopornografia, Paul e Virginie  veniva trasmesso durante la tivù dei ragazzi.

In una esotica colonia francese sbarcano due donne esiliate, una nobile e una plebea, con due figli, una bambina d’alto lignaggio e un maschietto plebeo, che crescono insieme. Va da sé che s’innamorano l’una dell’altro. Va da sé che il destino vuole separarli. Ma, quando lei sta per tornare da lui, una tempesta fa naufragare la sua nave e la giovane annega.

Ricordo, dopo l'ultima puntata, di aver singhiozzato per ore, di essere andata a letto orfana della storia che adoravo - avventurosa, patetica, esotica - soprattutto, straziata per l’amore tragico dei due protagonisti interrotto da un così  fatale e crudele destino.

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Aldo Dalla Vecchia, "Viva la Franca".

2 Luglio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Aldo Dalla Vecchia è davvero instancabile. Dopo averci deliziato con Mina per Neofiti, ritorna con questo nuovo libretto, sempre per i tipi di Graphe.it, dedicato a Franca Valeri e ai suoi splendidi cento anni.

Franca Norsa, in arte Valeri, nasce a Milano nel 1920 e sta per compiere cento anni. Oggi la sua voce nelle interviste è un poco strascicata ma non ha perso il fascino e il piglio è il solito: arguto, intelligente, intellettuale, sobrio.

Aldo Dalla Vecchia compie un excursus in stile saggistico, non ripercorrendo diacronicamente tutta la vita della Valeri ma analizzandola, sempre cronologicamente, attraverso le varie arti nelle quali ha eccelso. Si parte dal teatro, per approdare alla radio, quindi al cinema, alla televisione, alla pubblicità (una forma d’arte anch’essa) per finire alla scrittura.

Quest’ultima è la base delle precedenti. Dietro ogni personaggio teatrale, radiofonico, televisivo o cinematografico c’è, in effetti, la scrittura lucida e tagliente della Valeri, definita “chirurgica”. I suoi personaggi sono raffinati, popolari ma non per tutti. Le sue signorine snob, la signora Cecioni, la sora Cesira e i tormentoni come “Scostumato” sono rimasti nell’immaginario e nel linguaggio comune, ma hanno anche saputo fustigare con arguzia e determinazione i vizi della società dell’epoca. La Valeri fa parte di quel panorama colto e blasé da cabaret meneghino anni settanta, quello a cui apparteneva anche Giorgio Gaber.

La sua è una comicità basata sul reale ma anche assurda, cerebrale, caustica. Ella incarna un modello di donna diversa da tutte le altre, la cui principale realizzazione non è la vita coniugale ma che, in ogni caso, sente la sua relativa indipendenza – spesso minata da madri ingombranti e autoritarie – come malinconica solitudine. Una donna moderna e avanti con i tempi, elegante ma che non ha mai puntato sull’aspetto fisico, piuttosto sul cervello e sull’autoironia pungente e sarcastica.

Franca Valeri è davvero patrimonio della nostra cultura nazionale.

 

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Breaking bad ai tempi di un Memento mori globale

21 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Tradotto da Patrizia Poli dall’originale Breaking Bad during a Time of Global Memento Mori, pubblicato nel numero di giugno, 2020, della rivista New English Review.

 “Quanti funerali passano davanti alle nostre case? E tuttavia non pensiamo alla morte. Quante morti premature?” Così scriveva Seneca duemila anni fa. Prima di lui, Platone, discutendo della morte di Socrate, nel Fedone, affermava che “i veri filosofi sono sempre intenti alla pratica di morire” .

La morte è stata al centro della filosofia occidentale e di tutte le religioni e le mitologie. Siamo tutti gravati da un memento mori, ma la maggior parte di noi cerca di dimenticarlo, fino a quando non siamo posti, direttamente o indirettamente, di fronte all’inevitabilità della morte. In tempo di pandemia, il memento mori, assunta la forma di un virus, si è acutizzato, poiché siamo tutti ansiosi circa il nostro benessere e quello dei nostri cari. Siccome la pandemia è coincisa con una quarantena, ci siamo ritrovati con molto tempo a disposizione. Oltre alla lettura, alla scrittura, all’ascolto della musica e alla preparazione di insolite ricette di cucina, ho fatto una maratona di alcune serie televisive. Breaking Bad, che ha vinto più premi di qualsiasi altra produzione e che è stata immensamente popolare, mi è sembrato un buon punto di partenza. Ora sono in grado di affermare che può essere considerata una rappresentazione della cultura occidentale agli albori del 21° secolo.

Vari sono i temi che ritengo emblematici. Il memento mori diventa all’improvviso molto pressante nella mente di Walt, l’insegnante di chimica delle superiori, quando gli viene diagnosticato un cancro polmonare inoperabile allo stadio tre. Circa cento anni prima, Thomas Mann aveva trattato il problema della malattia e dell’imminenza della morte ne La montagna incantata da un punto di vista metafisico e filosofico, con ogni personaggio principale nel sanatorio che impersona una diversa corrente filosofica. All’inizio del 21° secolo, Vince Gilligan e gli altri creatori di Breaking Bad trattano lo stesso tema della malattia e dell’imminenza della morte con la decisone, da parte di Walt, di diventare un produttore di metanfetamina.

Il pragmatismo americano – il non abbiente Walt intende lasciare soldi a sua moglie e ai suoi figli – al posto delle riflessioni ontologiche ed escatologiche. Per uno che ha studiato tutta la vita religioni comparate, mitologia e filosofia, una tale scelta sembra stupefacente. Ma, d’altra parte, è giusto paragonare Thomas Mann a Vince Gillian e ai suoi colleghi? L’ambiente europeo del post prima guerra mondiale agli Stati Uniti degli inizi del ventunesimo secolo? È giusto paragonare un’opera magna letteraria di immenso respiro con una serie televisiva? Considerando quanto hanno scritto di quest’ultima i critici, direi di sì, dal momento che hanno preso Breaking Bad molto sul serio. Forse perché contiene elementi di ciò che oggi passa per “literary fiction”, o narrativa letteraria (le mie opinioni a riguardo sono espresse nel saggio Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”). Il tempo dedicato al motivo della metanfetamina – la sua produzione e distribuzione e tutti i personaggi sgradevoli ma coloriti che queste comportano – è più o meno lo stesso di quello dedicato alle dinamiche della  famiglia di Walt: la moglie, i due figli, il cognato e la cognata. E tali dinamiche sono sviluppate nello stile di quella che oggi passa per narrativa letteraria: molta angoscia suburbana e complicazioni che aspirano all’universalità di uno Shakespeare o di un Cervantes, ma posano su spalle molto inadeguate. Walt e Hank, suo cognato, non sono né Amleto né Don Chisciotte. La gente comune non è in grado di occuparsi di problemi filosofici semplicemente perché non sa che la filosofia esiste, come d’altronde la gran parte degli americani. 

Ma, dopo tutto, la filosofia non è forse concepita solo per una elite? Il dramma La vida es sueño (La vita è sogno) di Calderon de la Barca fu estremamente popolare quando esordì nel 1635 e da allora  è rimasto nel repertorio teatrale come un classico senza tempo. I suoi motivi principali sono distintamente filosofici: il tema religioso preponderante nella vita di allora, ovvero il libero arbitrio contro la predestinazione; e il concetto di vita come sogno, che si può ritrovare nell’Induismo, nel Buddismo, in Eraclito, in Platone e, più a ridosso dei tempi di de la Barca, in Cartesio con il suo inquietante argomento del sogno, vale a dire: se nel sogno il mondo ci sembra reale e ci rendiamo conto che è irreale solo al risveglio, come facciamo a essere sicuri che quando siamo svegli siamo veramente svegli? Troppo complesso per lo spettatore comune? A giudicare dal successo del drama, il secolo d’oro della Spagna deve aver prodotto delle platee piuttosto sofisticate.

Ma torniamo ad Albuquerque e alle imprese dei narco. Breaking Bad è infarcito di incongruenze fin dall’inizio: Walt, da giovane, è stato un genio ma poi non è riuscito nella vita per motivi che non sono ben spiegati, o non sono spiegati affatto; suo cognato è, a favor di trama e di suspense, un agente della DEA; Walter Jr, il figlio adolescente di Walt e di sua moglie Skyler, soffre di paralisi cerebrale; Skyler rimane incinta a oltre quarant’anni e, sebbene la sua sia una gravidanza non programmata e sia lei sia Walt non siano affatto religiosi, non abortisce.

Confesso di essere rimasto affascinato da Pablo Escobar, una sorta di don Chisciotte malvagio, e di aver letto parecchi libri su di lui, principalmente in spagnolo, dato che i gringos sembrano del tutto incapaci di comprendere che tipo di personaggio fosse. Sebbene ciò che Escobar ha fatto nella vita sia più strano di uno stesso romanzo, all’inizio non c’era niente di insolito in lui o nella sua famiglia. Certo Escobar non era un futuro premio Nobel, tutt’altro; proveniva da una famiglia molto modesta, ma non moriva di fame; non era oberato da un figlio malato o da una gravidanza non voluta – la qual cosa rende la sua ricerca di ricchezze favolose a dispetto di tutto ciò che poteva opporglisi tanto più incomprensibile. In altre parole, a paragone della realtà, Breaking Bad sa di arbitrario. 

Skyler, la moglie da sempre sofferente, merita una menzione a parte. Innumerevoli spettatori hanno visto in lei l’archetipo della lagnona, della megera, della bisbetica. E per lagnarsi, si lagna eccome! Fortunatamente la funzione di avanzamento veloce mi ha risparmiato molta della sua petulanza. Ma questo è un problema comune ai polizieschi narco: non hanno spazio per le donne, le quali o piagnucolano, fino alla nausea, o scimmiottano gli uomini, in modo poco convincente. Le storie sul narco traffico sono chiaramente di stampo maschile; hanno come protagonisti buoni e cattivi, questi ultimi molto più avvincenti, e, tra di essi, una zona grigia popolata da anti-eroi o malavitosi con atipici crucci di coscienza.

Un extraterrestre che guardasse Breaking Bad concluderebbe che la cultura occidentale agli inizi del 21° secolo è diventata completamente atea. In cinque stagioni, per un totale di sessantadue episodi, e una durata di sessantadue ore, cioè due giorni e quattordici ore, Dio e la religione sono menzionati due sole volte: dopo la collisione di due aeroplani sopra Albuquerque, una ragazza della scuola di Walt chiede, parafrasando, “Come ha potuto Dio permettere che accadesse questo?” E la preside taglia corto esortando lei e altri studenti a rimanere nell’ambito della laicità; poi si vedono due sicari messicani strisciare per terra assieme ad alcuni contadini verso una capanna nel deserto che contiene simboli della Nuestra Señora de la Santa Muerte, una santa del cattolicesimo folk messicano. Oltre a ciò, niente. Questo campionario di umanità, l’extraterrestre relazionerebbe  ai suoi pari, non ha posto per gli dei o per la religione, salvo che per dei sicari e dei contadini che provengono da una società più primitiva.

In una storia la cui raison d’être è l’imminenza della morte e ciò che Walt può fare in risposta ad essa, non c’è Dio, né si prega, né c’è religione. In un contesto ideale per un’indagine ontologica ed escatologica, non c’è assolutamente niente del genere. Come inconsapevole, tardiva appendice all’esistenzialismo, l’uomo è ritratto nella sua vulnerabilità in un universo caotico e privo di significato. Cartesio, l’Illuminismo, Marx, Darwin, Wittgenstein e infine il Circolo di Vienna hanno lavorato alacremente all’annientamento della metafisica – con Rudolph Carnap che formalmente l’ha rifiutata come priva di senso poiché le affermazioni metafisiche, egli sosteneva, non potevano essere provate o confutate dall’esperienza – e hanno ottenuto un successo trionfale. Mentre la scienza, tra gli altri con Heisenberg – ironicamente, poiché questo è il nome di battaglia di Walt nella serie – che ha donato al mondo il suo principio d’indeterminazione, ha mostrato che le cose non sono così fisse in natura e che c’è molto più di ciò che si vede a occhio nudo (il che, incidentalmente, il coronavirus ha evidenziato molto vividamente con tutto il nostro frenetico lavarci le mani) la cultura convenzionale continua a basarsi su principi laici se non chiaramente atei, basati su costrutti occidentali arbitrari postulati da filosofi di tendenza aristotelica. Ancora oggi nel mondo occidentale una contraddizione è percepita come un grave faux pas in quasi ogni contesto. Ciò è dovuto alla legge di non contraddizione, o la seconda legge tradizionale, definita da Aristotele nella sua metafisica: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Mentre tale “assioma” è utile in un tribunale e in molte altre applicazioni terra terra, non dovrebbe mai essere stato frainteso per una legge che governa l’universo. La natura, infatti, è piena di contraddizioni, e gli eventi più importanti nella vita sono quelli che vanno contro le statistiche.

Ho finito Braking Bad grato alla Apple TV per la sua funzione di avanzamento veloce, e con la sensazione che i suoi autori siano sprovvisti culturalmente e matafisicamente falliti.

 

 

“How many funerals pass our houses? Yet we do not think of death. How many untimely deaths?” Thus wrote Seneca two thousand years ago. Well before him, Plato, discussing Socrates’s death in Phaedo, stated that “the true philosophers are always occupied in the practice of dying.”

 

Death has been at the core of western philosophy, and of all religions and mythologies. We are all burdened with the memento mori, but most of us tend or try to forget it, until we are faced, directly or indirectly, with the inevitability of death. During a time of pandemic, the memento mori, having assumed the form of a virus, becomes acute, as we are all anxious about our wellbeing and that of our loved ones. Since the pandemic has also come with a lockdown, we have found ourselves with a lot of time on our hands. In addition to reading, writing, listening to music and cooking unusual recipes, I have been binging on a few TV series. Breaking Bad, which has won more awards than any other production ever, and which has been immensely popular, seemed like a good starting point. I can now argue that it can be viewed as a representation of western culture at the dawn of the 21st century.

 

Various are the themes in it that I find emblematic. The memento mori suddenly becomes very pressing in the mind of Walt, the high school chemistry teacher, as he is diagnosed with stage 3, inoperable lung cancer. About a hundred years before, Thomas Mann treated the problem of illness and impending death in Der Zauberberg (The Magic Mountain) in philosophical and metaphysical fashion, with each main character in the sanatorium impersonating a different philosophical strain. Early on in the 21st century, Vince Gilligan and the other creators of Breaking Bad handle the same theme of illness and impeding death with the resolve, on the side of Walt, of becoming a maker of methamphetamine.

 

American pragmatism—as the impecunious Walt intends to leave behind funds for his wife and two children—in lieu of ontological and eschatological reflections. To a lifelong student of comparative religion, mythology and philosophy, such a choice seems astonishing. But then, is it fair to compare Thomas Mann to Vince Gillian and his associates? The milieu of post WWI Europe to that of the US in the early 21st century? Is it even fair to compare a literary magnum opus of immense breadth to a TV series? Judging from what critics have written about the latter, I suppose it is, as they took Breaking Bad very seriously. Presumably also because there are elements in it of what nowadays is understood as “literary fiction” (my views on this subject are delineated in the essay The Decline and Fall of Literary Fiction”). The time dedicated to the methamphetamine motif—its production and distribution and all the unsavory yet colorful characters that such activities entail—is more or less equal to the time devoted to the dynamics of Walt’s family: his wife, two children, brother-in-law and sister-in-law. And such dynamics are developed in the style of what nowadays passes for literary fiction: plenty of angst and complications that aspire to the universality of Shakespeare or Cervantes, but rest on very inadequate shoulders. Walt and Hank, his brother-in-law, are no Hamlet or Don Quixote. Ordinary people cannot deal with philosophical problems simply because, well, they are unaware that philosophy exists, as the vast majority of Americans.

 

But then, isn’t philosophy intended just for an elite? Calderón de la Barca’s play La vida es sueño (Life is a dream), was extremely popular when it premiered in 1635 and has remained in the theater repertoire ever since as a timeless classic. Its main motifs are distinctly philosophical: the religious theme prevalent in people’s life at the time, which was free will versus predestination; and the concept of life as a dream, which can be found in Hinduism, Buddhism, Heraclitus, Plato and, closer to de la Barca’s times, in Descartes’s unsettling dream argument. Too high-flung for the ordinary spectator? Judging from the play’s success, Spain’s Golden Age must have produced some sophisticated audiences.

 

Back to Albuquerque and narco undertakings. Breakind Bad is larded with improbabilities from the beginning: Walt, as a young man, was a genius, but then turned out to be an underachiever for reasons that are not explained satisfyingly, or in fact at all; his brother-in-law is, conveniently for the plot’s suspense, a DEA agent; Walter, Jr., Walt’s and his wife Skyler’s teenage son, has cerebral palsy; Skyler gets pregnant in her forties, and although it is an unplanned pregnancy and both she and Walt are thoroughly irreligious, she does not get an abortion.

 

I confess to having been fascinated by Pablo Escobar, a sort of evil Don Quixote, and to have read my share of books about him, chiefly in Spanish, as the gringos seem uniformly unable to comprehend what he was about. Although what Escobar did in his life is proverbially stranger than fiction, and then some, at first there was nothing unusual about him or his family. Escobar was no promising Nobel Prize material, far from it; he came from a family of very modest means, was not starving; he was not burdened with an ill son or an unwanted pregnancy—which makes his pursuit of fabulous riches in the face of everything that stood in his way all the more inexplicable. In other words, compared to the real thing, Breaking Bad reeks of arbitrariness.

 

Skyler, the long-suffering wife, merits a separate mention. Countless viewers have seen in her the archetype of the whiner, the nag, the shrew. And whine she does! Mercifully, the fast-forward feature has spared me most of her petulancies. But this is a common problem in graphic crime stories: they have little room for women, who either whine ad nauseam, or ape men, not very convincingly. Crime stories about narco-trafficking are distinctly male; they feature heroes and villains, the latter far more engaging, and a grey zone in between.

 

An extraterrestrial watching Breaking Bad would conclude that western culture in the early 21st century has become entirely atheistic. In five seasons, for a total of sixty-two episodes and a cumulative duration of sixty-two hours, i.e., two days and fourteen hours, there are two mentions of God or religion: after the collision between two planes over Albuquerque, a girl in Walt’s high school asks, paraphrasing, How could God allow this to happen? And the principal cuts her short exhorting her and all other students to keep things secular; and two Mexican hitmen are shown slithering along with some peasants towards a hut in the desert that contains symbols of Nuestra Señora de la Santa Muerte, a female saint in Mexican folk Catholicism. Other than that, nothing. This sampling of humanity, the extraterrestrial would relate back to his peers, has no place for gods or religion, save for killers and peasants who hail from a more primitive society.

 

In a story whose raison d’être is the imminence of death and what Walt can do in response to it, there is no God, no praying, no religion. In a context ripe for ontological and eschatological probing, there is absolutely nothing of the sort. As an unwitting, belated appendage to existentialism, man is portrayed in his helplessness in a chaotic and meaningless universe. Descartes, the Enlightenment, Marx, Darwin, Wittgenstein and finally the Vienna Circle worked alacritously at the annihilation of metaphysics—with Rudolf Carnap who formally rejected them as meaningless because metaphysical statements, he stated, could not be proved or disproved by experience—and succeeded triumphantly. While science, inter alios with Heisenberg—ironically, since that is Walt’s nom de guerre in the series—who gave the world his uncertainty principle, has shown that things are not so fixed in nature and that there is much more than meets the eye (which, incidentally, the coronavirus has brought home very vividly with all our frantic handwashing), mainstream culture continues to hang on to secular if not outright atheistic principles based on arbitrary western constructs postulated by philosophers of an Aristotelian slant. To this day, in the western world a contradiction is perceived as a grave faux pas in just about any context. That is because of the law of non-contradiction, or the second traditional law, defined by Aristotle in his Metaphysics as, “One cannot say of something that it is and that it is not in the same respect and at the same time.” While such an “axiom” is useful in a court of law and in many other such pedestrian implementations, it should never have been misconstrued for a law governing the universe. In fact, nature is full of contradictions, and the most relevant events in one’s life are the anti-statistical ones.

 

I came away from Breaking Bad grateful to Apple TV for its fast-forward feature, and sensing that its authors are culturally underprovided and metaphysically bankrupt.

 

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I sopravvissuti

8 Marzo 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

Correva l’anno 1979 e uno sceneggiato - o meglio serie televisiva, come si chiamano quelle che oggi imperversano sulla tv on demand – ci catturò e spaventò tutti. Si tratta de I sopravvissuti, serial fantascientifico d’inquietante e strabiliante attualità. Un virus, sfuggito a un laboratorio cinese, infetta il mondo. Sono in pochi a sopravvivere, lottando per non soccombere in uno scenario post apocalittico, caotico e imbarbarito.

Eh sì, anche adesso par di stare in un film. Mascherine, assalti ai supermercati, fughe di massa dalle zone interdette, orribili immagini di pazienti “pronati” in sale di rianimazione sovraffollate e da incubo.

Ma fino a che non toccherà a qualcuno che conosciamo - non uno della tv, non il capo del partito democratico Zingaretti o un uomo della scorta di Salvini, e nemmeno il salumiere o il tabaccaio del nostro quartiere - ma proprio uno che conosciamo bene, un amico o un familiare, fino ad allora continueremo a pensare che sia tutta una grande esagerazione mediatica, qualcosa che non ci riguarda. Invece è una pandemia bella e buona, di quelle che non si vedevano da un secolo, e con le quali, ahimè, dovremo fare i conti sempre più spesso.

Quando una specie si fa troppo aggressiva e invadente, quando contamina, riscalda e distrugge il paese che la ospita, sbucano fuori i virus nascosti che, ne sono certa, sono gli anticorpi della terra. La terra si difende, elimina una parte degli invasori, la parte più debole e inutile: i vecchi, i malati, gli immunodepressi.

Eppure io penso che non tutto il male viene per nuocere. Diciamo che, per esperienza personale, ormai ne ho fatto il mio motto. Possiamo sempre trovare nelle difficoltà delle opportunità. Intanto stiamo rivalutando la vita normale, tutto quello che facevamo fino a quindici giorni fa, e ci sembrava pure noioso: uscire da casa, abbracciare un bambino, programmare un viaggio, cenare in un ristorante, fare due passi. Già questo ti fa capire che prima eri felice anche se non te ne rendevi conto, che avevi qualcosa a cui adesso vorresti tornare, che eri libero senza saperlo.

Rivalutiamo ciò che facevamo e, tuttavia,  dobbiamo sapercene consapevolmente astenere. Non è necessario fare l’apericena, no, non lo è per niente. Fino a venti anni fa non sapevamo neppure cosa fosse. E, se torniamo indietro di quaranta anni, il sabato sera cenavamo tutti in famiglia. Non è necessario nemmeno per il proprietario del locale perché, se lui morirà, o se noi moriremo, la sua attività non servirà proprio più a niente.

Dobbiamo avere rispetto, senso civico, prudenza e saper attendere con pazienza. Astenerci dal giudicare ciò che non conosciamo e non abbiamo ancora vissuto.

Restate in casa, leggete un libro, guardate un film divertente o istruttivo, recuperate la lentezza, riscoprite i  rapporti con i familiari e i social come mezzi d’informazione e di comunicazione e non come recipienti d’odio.

Fatelo senza prospettive, senza scadenze, perché non sappiamo quanto durerà, né se e come finirà.

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La baronessa di Carini

23 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Quella mano insanguinata sul muro resterà nella storia della televisione. E gli occhi come fanali azzurri di Ugo Pagliai, che avevamo già amato ne Il segno del comando.

Uno sceneggiato del 1975, L’amaro caso della baronessa di Carini, per la regia di Daniele D’Anza, che è stato una pietra miliare della fiction televisiva. La trama è ispirata a una ballata popolare siciliana, che narra di un delitto realmente avvenuto nel '500 a Carini: la baronessa di Carini, donna Laura Lanza, moglie di don Vincenzo La Grua – Talamanca, fu uccisa dal padre don Cesare Lanza, ma la storia si svolge nell’ottocento, tre secoli dopo il fattaccio. Coprotagonista, insieme a Pagliai, la bella Janet Agren.

Mistero, presagi di morte, eros e thanatos fusi insieme, ecco tutti gli ingredienti per un polpettone romantico che aveva molto del feuilleton e che ebbe grande successo all’epoca.

Memorabile la sigla d’inizio, la struggente ballata sceneggiata da Gigi Proietti e Romolo Grano: la sfortunata baronessa si accascia sul suo amante, lasciando una striscia di sangue sul muro con la mano. Avevo quattordici anni, ero romantica e innamorata dell’amore, proprio come adesso mi piacevano le grandi storie in costume d’avventura e sentimento. Ricordo che mi divertivo a impersonare la baronessa, strisciando teatralmente la mano sul muro del pianerottolo di casa e fingendo di stramazzare. Per fortuna nessun vicino ha mai aperto  la porta in quel momento.

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Aldo Dalla Vecchia, "Generazione Five"

23 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo, #televisione

 

 

 

 

Generazione Five

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2018

13,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al niente che diventa tutto. Un libricino senza neanche la numerazione delle pagine, fatto d’immagini, o meglio, di figurine firmate Gaspare Capizzi, che hanno tutta l’ingenuità di reminiscenze infantili. Vi ricordate quando giocavamo a “celocelo manca”? Ecco, Aldo, autore televisivo che ha conosciuto tutti i maggiori personaggi del piccolo schermo, innamorato della tv commerciale, gioca con noi mettendo sul piatto la nostalgia.

Ogni pagina un disegno caricaturale, ma non troppo, di un noto personaggio. Accanto una didascalia di mezza pagina dove, col consueto garbo, viene spiegato chi è la persona, che cosa ha fatto e perché è diventata famosa. Niente più di una specie di articolo di Wikipedia, direte voi. Invece, non so come né perché, la solita magia di Aldo fa sì che quei tempi ormai lontani, pionieristici e avventurosi, che videro la nascita della tv moderna, tornino a farci compagnia.

Quaranta icone pop per quaranta anni di televisione. Riecco gli ottanta e novanta, i lustrini e le battute assurde del drive in, trasmissione cult,  le ragazze scollacciate ma non volgari, i pupazzi come il Gabibbo o Five, le pietre miliari della televisione come Corrado, Mike Bongiorno o Lorella Cuccarini. Personaggi amati e mai dimenticati. Con pochi tocchi viene ricostruito un mondo, ora che la tivù come l’abbiamo conosciuta sta per scomparire.

Aldo dichiara di non amare la televisione ingessata dei canali Rai, quella in bianco e nero che definisce “antica e noiosa” – quella alla quale la sottoscritta è, invece, follemente attaccata – ma finisce per farla rivivere in personaggi come Loretta Goggi, stella di un grande sceneggiato, La freccia nera. Lui adora la tv commerciale, scanzonata e disinibita, colorata e frivola, moderna e allegra.

E il rimpianto esplode prepotente quando si ricordano persone che non ci sono più, come Sandra e Raimondo, la loro grazia, il loro humour delicato, il loro imperituro tormentone “che barba che noia”.

Quanto ci manca tutto questo, quanta delicatezza, ironia e grazia ormai perdute, quanto vorremmo chiudere gli occhi e fare un balzo indietro nel tempo. Operazione che con Aldo è sempre pienamente riuscita.

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Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra lo spettacolo continua"

8 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #come eravamo

 

 

 

 

 

Abracadabra

lo spettacolo continua

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2019

pp 135

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, a queste interviste che racchiudono tutto un mondo in pochi tratti, anche quando colloquia con personaggi sopra le righe, inconsueti.

Proseguono qui le interviste del primo Abracadabra (2017), basate sul mistero e sul soprannaturale ma, a mio avviso, soprattutto spunti per entrare nei microcosmi privati di personaggi più o meno conosciuti, appartenenti a un pianeta televisivo presente ma soprattutto passato, piccolo schermo un tempo trasgressivo ma ormai quasi casto e perbene se confrontato col trash posteriore.

Aldo, autore televisivo e giornalista, torna a interrogare personaggi famosi, ventidue per la precisione. Lo fa per la rivista Mistero, ponendo domande sul trascendentale e l'angelico, sul rapporto con la divinità, sulla credenza negli extraterrestri, sulla superstizione che, nel mondo dello spettacolo, è più viva che mai.

Ancora una volta entra in punta di piedi nelle vite e nelle anime di personalità carismatiche,  - a volte poco amabili e poco oneste come Wanna Marchi, altre volte colte e preparate come Pippo Franco o Iva Zanicchi - dimostrando nei loro confronti vivo interesse ma mantenendo anche una posizione distaccata. Si comporta come l’entomologo che osserva la sua collezione dall’alto ma con occhio curioso, partecipe, metodico e allo stesso tempo appassionato.

L’autore fa parte di questo mondo da sempre, è coinvolto e attratto dai suoi lustrini, dal suo abbagliante riverbero, però è anche l’uomo sensibile ed erudito che la sera torna a casa e chiude la porta, per riflettere in silenzio con un libro fra le mani. È quello che, col passare degli anni, sente sempre più acuto il pungolo della nostalgia, per tutto ciò che era, per la televisione degli anni che furono, per quella luce e quell’allure che, forse, adesso, con l’insorgere del web, della tv on demand, si sta affievolendo sempre più, nonostante tentativi di ibridazione come il recente Viva Rai play. Era una tv, quella, come ci racconta Iva Zanicchi, che “entrava” (nel bene e nel male) “nel cuore della gente.”

Lo stesso fa Aldo con i suoi libricini sempre azzeccati, sempre coinvolgenti e teneri.

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Ciribiribì Kodak

18 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

I giovani d’oggi non possono capire l’emozione che provavamo noi quando, al ritorno dalle ferie, magari quindici giorni dopo se avevi avuto da fare, finalmente ritiravi la busta che conteneva le fotografie delle vacanze. E balzavi magicamente indietro, ai luoghi e agli istanti che ti eri lasciato alle spalle.

Tiravi fuori ventiquattro stampe se eri in ristrettezze, o trentasei quando volevi abbondare e la meta del viaggio meritava. Certo non sprecavi gli scatti per farti selfie idioti o per immortalare la brioche del bar o il piatto di spaghetti del ristorante. Ogni fotogramma era una scoperta e fissava per sempre un momento irripetibile.

Negli anni settanta, ricordo, venne di moda la Polaroid, che stampava immediatamente ciò che avevi fotografato su pellicole auto sviluppanti. Ci sentivamo moderni a possederla.

Mio padre era uno che amava stare al passo con i tempi e con le novità. A un certo punto in casa comparve un piccolo visore, il View- Master. Ci mettevi dentro degli strani dischetti doppi e le foto apparivano tridimensionali.

E la pellicola su cui stampare era sempre Kodak.

Fino agli anni novanta è girato uno spot con un simpatico alieno dotato di telecinesi che faceva foto ricordo e le voleva impresse rigorosamente su carta Kodak, parlando una lingua tutta sua.

Ciribirbì Kodak, diceva.

Era interpretato da Davide Marotta, attore napoletano affetto da nanismo, famoso per aver lavorato con Fellini e Dario Argento.

Erano anni in cui la fantascienza ancora tirava e gli spot erano girati con lo stesso piglio di film leggendari come Atto di forza (di Paul Verhoeven), senza tanti effetti speciali ma ugualmente evocativi. Bastava una valigetta, lo schermo di un computer, qualche modellino di astronave e sognavi a più non posso.

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L'uomo in ammollo

28 Settembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ammettiamolo, a noi donne piace conservare il predominio sulla lavatrice, della quale capiamo il funzionamento al volo. Quando siamo malate ci ritroviamo a dare disperate indicazioni al marito: il detersivo nella vaschetta al centro, l'ammorbidente in quella a sinistra, la candeggina solo per i bianchi e resistenti, mi raccomando. E poi vuoi mettere il piacere di annusare i profumini improbabili dell’ammorbidente, dal gelsomino notturno alla rosa del piccolo principe?  Tutto un altro discorso il bucato a mano, che personalmente ho abolito, e il fastidioso dovere di pretrattare comunque colli, polsini e macchie sulle camicie. E allora, ricordate l’uomo in ammollo, alias Franco Cerri, uno dei maggiori chitarristi e jazzisti italiani?

La pubblicità era vagamente surreale. Franco Cerri stava in piedi, completamente vestito, immerso fino al collo in una vasca trasparente piena di liquido. Non era bello, la sua era una faccia lunga e spigolosa, ma da uomo della strada. Avrebbe potuto essere il vicino di casa o il marito di ognuna. Uno come tanti che, però, fa tutto da solo. Anzi, non fa niente, ché il famoso Bio Presto, detersivo per bucato a mano, lavora da sé.

Sporco impossibile? Nooo, non esiste sporco impossibile.

L’uomo in ammollo, modello proto femminista e auto ironico del maschio che non va lavato né stirato, sogno, non erotico ma molto pratico, delle italiane anni settanta. Ahimè, questa categoria, anche nel nuovo millennio, non è ancora stata inventata e il bucato resta una prerogativa solo femminile.

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Il tappabuchi

10 Settembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

Il tappabuchi

 

Era il 1967 ed io frequentavo la prima elementare. Mia madre era rigorosa, la sera dovevo andare a letto dopo Carosello, come tutti i bambini dell’epoca, perché la mattina bisognava andare a scuola e svegliarsi non era facile a quell’età. Con l’eccezione del sabato sera. Il giorno dopo era domenica e allora potevo rimanere sveglia a guardare Il Tappabuchi.

Il tappabuchi è stato uno storico programma televisivo di varietà per la regia di Vito Molinari.  Il conduttore era l’ironico e amabile Corrado, con l'"aiuto presentatore" impersonato da Raimondo Vianello, e prevedeva la partecipazione di Sandra Mondaini, Nanni Loy e Mariella Palmich. In un’ora mescolava giochi a quiz, scenette, balletti, canzoni, e le candid camera di Nanni Loy

Un cult le scenette recitate sulla panchina e la parodia de I Promessi Sposi, in cui Vianello interpreta Lucia, mentre Corrado veste panni di Renzo con i capponi in mano.

Quanta simpatia e garbo, quanto divertimento non volgare. Forse oggi non rideremmo più così di gusto, perché la sensibilità e l’umorismo cambiano con gli anni, ma certi sketch restano immortali.

Anche la parte conclusiva del programma era singolare: la sigla finale sceneggiata inaugurava una serie fortunata che in futuro confluirà nei programmi televisivi della coppia Mondaini – Vianello.

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