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televisione

Frammenti di Memoria Contemporanea, appunti sul cinema prodotto in Alessandria e provincia

16 Gennaio 2022 , Scritto da Claudio Braggio Con tag #cinema, #luoghi da conoscere, #claudio braggio, #televisione

 

 

 

 

 

Le Produzioni cine-televisive in Alessandria (Frammenti di Memoria Contemporanea).

Il territorio urbano di Alessandria e la Cittadella stanno conoscendo un lusinghiero interesse da parte delle produzioni cine-televisive e la Fondazione Film Commission Torino Piemonte con l’attiva collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Alessandria va proponendo questi luoghi come possibili location per progetti audiovisivi, tant’è che dal mese di Settembre 2021 sino a questi giorni sono stati effettuati numerosi sopralluoghi ed alcuni prodotti hanno già trovato diffusione ottenendo lusinghiera attenzione.

Sono state girate coll’ausilio di droni immagini della Cittadella dalla regista Daniela Franco per un programma che andrà prima serata su Rai Uno (ancora in fase di montaggio), quindi è stata la volta delle riprese effettuate per la rubrica del Tg2 “Sì Viaggiare” a cura della giornalista Silvia Squizzato, andate in onda venerdì 26 novembre, e di una intera puntata del principale programma di viaggi di TV2000, “Capoluoghi d’Italia”, condotto da Mario Placidini, in onda sabato 27 novembre alle 12:15 e poi in replica domenica 28 novembre, quindi replicato domenica 5 dicembre (a cui si deve aggiungere un’edizione radiofonica domenica 28 novembre alle 14 su Radio InBlu e alle 17 su Radio Vaticana Italia). In tempi recenti sono state realizzate anche riprese notturne del regista genovese Simone Manenti, che nel Ponte Meier ha trovato l’ambientazione ideale per il videoclip “Terror Night”; mentre il regista alessandrino Lucio Laugelli, per conto della locale associazione no-profit Social Domus per un documentario in cui interviste in lingua inglese di rifugiati Afghani accolti nella nostra città sono alternate ad immagini della Cittadella, del ponte Meier, di alcuni scorci urbani.

Per tracciare una storia pressoché completa delle vicende cinematografiche e televisive che hanno visto protagonisti, anche soltanto per una sequenza, questi luoghi occorre risalire al 1968 e al lungometraggio “Banditi a Milano” per la regia di Carlo Lizzani (1922-2013), dove finzione filmica (con Tomas Milian, Gian Maria Volontè, Don Backy) e realtà coincidono nella scena iniziale del lungometraggio, essendovi l’uscita delle auto delle Forze dell’Ordine che traducono gli arrestati fra due ali di folla inferocita che staziona davanti al portone dell’attuale Questura (allora sede soltanto della Polizia Stradale), riferendosi l’opera alle vicende criminali della banda Cavallero che insanguinò le vie di Milano nell’autunno del 1967 e alla fuga dei banditi nei pressi di Valenza Po. Occorre attendere sino all’anno 2000 per vedere nuovamente una troupe al lavoro, stavolta in piazza Garibaldi e portici circostanti per alcune scene del lungometraggio “Finché c’è alcool” di Dimitrios (o Dimitri) Makris (1937), regista con all’attivo quindici film e soprattutto oltre 6mila spot pubblicitari per Carosello (condivide il primato con Luciano Emmer), che in quell’occasione si è avvalso anche dell’attore alessandrino Gualtiero Burzi (protagonista con Chiara Pauluzzi; location soprattutto in Milano). Nel corso dell’anno successivo, il 2001, si sono susseguite alcune scene girate nella sala “Adelio Ferrero” del Teatro Comunale per “Carlo Leva Scenografo, Appunti per un Documentario” (location in Bergamasco e Canelli, provincia di Asti) per la regia della regista alessandrina Lucia Roggero, su ideazione e testi di Claudio Braggio, che firma anche la sceneggiatura del cortometraggio umoristico-surreale, stavolta girato interamente in Alessandria “La poesia è un’arma impropria?” per la regia dell’alessandrino Franco Masselli e interpretato da Bruno Gambarotta e attrici principali Claudia Ferrari e Patrizia Viglianti (location in piazzetta della Lega, piazza Garibaldi, piazza Ceriana. Multisala Kristalli). Diverse strade cittadine sono state filmate per il cortometraggio “Che male fa?” (location anche in Castelnuovo Bormida e Pozzolo Formigaro) nel 2003, per la regia Alfredo Fiorillo su sceneggiatura di Claudio Braggio, che poi nel 2004 ha revisionato le sceneggiature dei cortometraggi “Ammazzare il tempo” (supervisione regia Alfredo Fiorillo, ambientato in una trunera della Fraschetta) e “Farinahita 180” (supervisione regia Marco Dimonte, interni in un palazzo in costruzione) per l’occasione data dal corso “Impara a fare un film!” organizzato presso la sede dell’associazione Cultura&Sviluppo. L’anno 2005 ha avuto l’occasione di ospitare alcune scene del lungometraggio “Texas” (un ristorante ed i dintorni in Spinetta Marengo) diretto dall’alessandrino Fausto Paravidino, che firma la sceneggiatura con Iris Fusetti e Carlo Orlando (location principale in Rocca Grimalda) interpretato dallo stesso Paravidino con fra gli altri Valeria Golino, Valerio Binasco; quindi la scena dell’entrata allo stadio “Filadelfia” ovvero il Moccagatta per il lungometraggio “Ora e per sempre”, regia di Vincenzo Verdecchi (1958-2015), con Gioele Dix e Kasia Smutniak, per una storia inserita nella vicenda della tragedia di Superga occorsa alla squadra di calcio del Torino il 4 maggio 1949. Riprese nel Quartiere Cristo, al Villaggio Fotovoltaico, e nella sala “Adelio Ferrero” del Teatro Comunale nel 2008 per il docu-fiction “Caristo, la città rubata” ideato e scritto da Claudio Braggio per la regia di Max Chicco (location principali in Acqui Terme, trattandosi dell’insediameno celto distrutto dai Romani che poi vi insediarono l’antica Acquae Statielle). La Cittadella ospita nel 2009 tutte le scene di “Game Over” cortometraggio d’azione su sceneggiatura e regia di Andrea Di Bartolo; mentre nello stesso anno Claudio Braggio firma sceneggiatura e regia del videoclip “La tua voce arriverà” con location in Alessandria, in via Bissati ed in una galleria d’arte ora non più attiva, nonché nello spazio antistante il complesso conventuale di Bosco Marengo. L’anno 2010 è quello dell’esordio di una prima emittente televisiva nazionale che ha realizzato ben due servizi montati per RaiUnoMattina (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Luigi Gorini su testi e script di Claudio Braggio, per raccontare una sorta di museo a cielo aperto rappresentato dalle varie opere architettonica dei Gardella, soprattutto Ignazio ed il padre Arnaldo razionalisti del XX Secolo, ed il raduno internazionale di motociclisti a carattere devozionale “Madonnina dei Centauri (Santuario della Beata Vergine della Creta)”, quindi con location Alessandria e Castellazzo Bormida. Quel meraviglioso set naturale qual è la Cittadella di Alessandria ha ospitato nel 2011 le riprese di alcune scene miniserie televisiva in due puntate “Violetta”, per la regia di Antonio Frazzi, prodotta da Magnolia fiction per Raiuno (location anche a Piombino e Torino) con l’appoggio della Fondazione Film Commission Torino-Piemonte, storia di passione romantica e civile ambientata negli anni roventi dell’Unità d’Italia, liberamente ispirata a “La Traviata” di Giuseppe Verdi con protagonista Vittoria Puccini, con Rodrigo Guirao Díaz e Tobias Moretti. Nel 2012 ancora Cittadella nelle riprese per un ulteriore servizio montato per RaiUnoMattina (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Luigi Gorini su testi e script di Claudio Braggio, che poi ha collaborato alla realizzazione delle tre puntate ambientate in Alessandria del programma “Ricette di Famiglia” per Retequattro (con il contributo della Fondazione CRA) presentate da Davide Megacci con la collaborazione di Michela Coppa (location in Cittadella, Galleria Guerci, vari scorci cittadini); nel corso di quell’anno in Cittadella (nel Palazzo del Governatore) è stato girato il documentario “Andrea Vochieri Il processo 1833” (con il contributo della Fondazione CRA) per la regia di Claudio Braggio (allestimento dello storico processo con la partecipazione attiva di autentici avvocati penalisti del Foro di Alessandria). Nel 2014 prende forma il cortometraggio "Ancora cinque minuti" per la regia dell’alessandrino Lucio Laugelli imperniato sull’incomunicabilità di coppia per l’interpretazione di Antonio Carletti e Romina Pierdomenico (seconda classificata a Miss Italia). La storia filmica di Alessandria continua…

Il prodotto cinematografico più recente che ha come riferimento il territorio provinciale di Alessandria è il cortometraggio “Cloro” diretto nel 2021 da Matteo dal tortonese Matteo Tarditi (coadiuvato nella stesura della sceneggiatura da Sofia Falchetto), storia di una nascente passione per il nuoto agonistico raccontata ambientata a Tortona (Piscina Dellepiane) ed Alessandria (Parco Carrà), opera selezionata nell’ambito della prima edizione di Piemonte Factory, il Film LabContest dedicato ai filmmaker under 30 inteso a valorizzare autori emergenti e giovani maestranze della settima arte regionale coinvolgendoli in un iter formativo e produttivo guidati da tutor esperti (associazione Piemonte Movie con Fondazione Film Commission Torino Piemonte; tutti e nove i corti del progetto sono approdati in anteprima al 39° Torino Film Festival e nel corso del 2022 verranno proiettati in almeno una sala di ogni provincia piemontese). Il progetto è l’evoluzione del progetto Torino Factory, con eguali caratteristiche pur se territorialmente circoscritto al territorio urbano del Capoluogo regionale, ed ha come antenato il progetto “Storie del Monferrato” ideato e realizzato dallo sceneggiatore Claudio Braggio (revisione sceneggiature) dal regista Max Chicco (supervisione regia) in provincia di Alessandria nel 2009 e da cui sono scaturiti tre cortometraggi ovvero “Il ciondolo del destino” regia di Andrea Solimani (location in Cassine), “La quadratura del cerchio” regia di Andrea Saettone ( location in Casale Monferrato e Alessandria), “L’altra” regia di Alessia Di Giovanni (location in Novi Ligure); visionati nel corso della prima rappresentazione a Palazzo di Monferrato nel 2010 da un giuria di qualità costituita dagli attori Franco Nero e Margherita Fumero, dal docente del Dams Università di Torino Franco Prono e dal presidente di Piemonte Movie Alessandro Gaido.

I precedenti cinematografici di qualità in provincia di Alessandria non sono molti, ma anche per questo motivo è bene ricordarli, così occorre citare il lungometraggio “La via della gloria” (in costume; epoca medioevale) per la regia di Stefano Milla (sceneggiatura di Sebastiano Ruiz Mignone) nel 2001 con location in Acqui Terme e Cassine; ed in quello stesso anno “Carlo Leva scenografo, appunti per un documentario” per la regia di Lucia Roggero su Ideazione e testi di Claudio Braggio (location nel castello di Bergamasco, Alessandria e Canelli in provincia di Asti). Nel corso del 2003 sono stati prodotti sia il documentario “Sono stati loro. 48 ore a Novi Ligure” regia di Guido Chiesa che firma la sceneggiatura con Piersandro Pallavicini (location in Novi Ligure, teatro della nota tragedia causata da Erika e Omar) ed il cortometraggio “Che male fa?” diretto da Alfredo Fiorillo su sceneggiatura di Claudio Braggio (location in Alessandria, Castelnuovo Bormida e Pozzolo Formigaro; sul tema dell’alcolismo giovanile). Il lungometraggio di genere commedia “Texas” diretto da Fausto Paravidono, che firma la sceneggiatura con Iris Fusetti e Carlo Orlando e interpretato fra gli altri da Valeria Golino, Valerio Binasco, Riccardo Scamarcio (location in Rocca Grimalda e Alessandria) è del 2005, come pure lo sono il videoclip “L’ultimo testimone” realizzato dagli allievi del corso “Videoclip e Regia Televisiva” coll’apporto del regista Ruggero Montingelli, dello sceneggiatore Claudio Braggio e del direttore della fotografia Ugo Lo Pinto (interpretato da Pierpaolo Cervetti e Cristina Forcherio con la band musicale Yo Yo Mundi; location in Acqui Terme) ed il connesso documentario backstage “Sul set del videoclip L’ultimo testimone” diretto da Claudio Braggio (videoclip, documentario e cd remixato sono parti integranti di un cofanetto realizzato e distribuito da Mescal, con sede principale in Nizza Monferrato, provincia di Asti). Nell’anno 2008 vede la luce il documentario “Caristo, la città rubata” ideato e scritto da Claudio Braggio con la regia di Max Chicco realizzato con la collaborazione della Società di Storia, Arte e Archeologia Alessandria e Asti, della Biennale di Poesia e Letteratura di Alessandria, della scuola teatrale de I Pochi, per raccontare della distruzione dell’antica città (poi rinominata Acquae Statielle e quindi Acqui Terme) dei Celti Liguri Statielli ad opera dei Romani (location in Acqui Terme e Alessandria). Due produzioni vengono ospitate nel 2011 ovvero “Il gioiellino” scritto e diretto da Andrea Molaioli che trae spunto dalle vicende del crac Parmalat, con l’interpretazione di Toni Servillo, Remo Girone e Sarah Felberbaum (location in Acqui Terme, Bosco Marengo e in Russia) nonché, per alcune scene girate nei pressi di Gavi Ligure de “L'industriale” diretto da Giuliano Montaldo con attori principali Piefrancesco Favino e Carolina Crescentini (altre location in Torino). Nel 2012 è la volta di alcune scene di una fiction di Rai Uno, del regista alessandrino Luca Ribuoli che in “Questo nostro amore”, che ha diretto Neri Marcorè e Anna Valle anche in location scelte nella città di Ovada e sulle sponde del vicino fiume Lerma; di quell’anno è anche “Polvere - Il grande processo dell'amianto” film documentario diretto da Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller con location in Casale Monferrato. Il lungometraggio (comedy noir) del 2013 poi trasformato in web serial da otto episodi “Blind Fate” conta la sceneggiatura di Claudio Braggio e la regia di Simona Rapello (episodi 1 e 2), Max Chicco (episodi 3 e 4) e Mathieu Gasquet (episodi 5 e 6) per l’interpretazione di Alessia Olivetti, Eugenio Gradabosco e Margherita Fumero fra gli altri, con location in Bosco Marengo (complesso monumentale di Santa Croce), Frassineto Po e la Cascina Smeralda (nei pressi di Pontestura). Ad onor del vero nel corso di questi ultimi anni sono stati ideati e prodotti anche molti cortometraggi, che hanno il pregio di far considerare viva l’attenzione per l’industria culturale cinematografica e quindi si può ritenere che siano prossime altre realizzazioni filmiche…

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The Fall

7 Dicembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

Fa uno strano effetto vedere dopo venticinque anni la protagonista di X files, sempre nel ruolo di una poliziotta molto capace, dare la caccia a Mr Grey, quello delle cinquanta sfumature, qui un assistente sociale con famiglia a carico che durante le ore notturne si diverte a identificare tra giovani professioniste di Belfast le sue future vittime da serial killer strangolatore. Si può guardare come un noir, godendosi la suspense del gioco ad alta tensione tra l'agente Stella e il predatore braccato, che non esita a esibire quel lato narcisistico che caratterizza spesso questo tipo di criminali. Si può apprezzare l'introduzione psicologica del serial killer, molto curata, e dei vari personaggi, credibili e le cui fragilità vengono esposte ma mai dichiarate apertamente. Oppure si può leggere tra le righe un'amara constatazione di quello che è il ruolo imposto alle donne e ai loro corpi nella nostra società. Stella è una donna con un lato maschile molto sviluppato e non lo nasconde. Non esita a contattare uomini che ritiene attraenti a prima vista per notti di sesso che non si ripeteranno più, non esita a soddisfare i suoi desideri "più particolari", non si fa intimorire da altri uomini. Rifiuta le etichette che si danno in genere alle donne per pietismo, la vittimizzazione e l'agiografia delle sante contro le puttane, sa di avere scelto di combattere sia contro il crimine sia all'interno di una organizzazione maschilista e paramilitare, sa che la debolezza è richiesta al suo sesso, che ne sa fare un'arma al momento giusto, ma che è anche ciò che la condanna alle critiche feroci di chi accusa le vittime di "non avere reagito". Sa che essere assertive, quando si è donne, si paga col giudizio di arroganza e freddezza da parte degli altri. E lo dice, abbastanza spesso, durante tutte e tre le stagioni. Basta sapere ascoltare.

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Midnight Mass

16 Novembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensione, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

In una piccola isola di pescatori in crisi economica da anni giunge un giovane prete a sostituire temporaneamente l'anziano reverendo che è stato ricoverato in ospedale durante un pellegrinaggio. La comunità è inevitabilmente autoreferenziale, cattolica, affamata di fede, poco collegata col continente. Pochi sono i non praticanti o di fede diversa ma convivono serenamente. L'unica bigotta invasata sopravvive nonostante sia antipatica anche alla sua immagine riflessa. Ma subito è palese che qualcosa è arrivato insieme al parroco: un'entità oscura che scatena eventi latori di funesti presagi. E, subito dopo, il primo miracolo durante la messa, davanti a tutti, agognato e inspiegabile, come tutti i miracoli. Come prevedibile la gente rinnova il fervore verso la chiesa ma alcuni strani comportamenti del religioso e misteriose sparizioni notturne ci fanno intuire che la distinzione tra bene e male non è così evidente. Questa miniserie in 7 puntate, che mi ha ricordato il romanzo "Hex" ma che di  horror ha poco e nulla, ha molteplici piani di lettura che si svelano in un bellissimo dialogo sulla morte tra due ex che si rivedono, e un bellissimo monologo finale su cosa sia la vita, con riflessioni che molto devono a certa psicoanalisi di Hillman e filosofia orientale. Il prete, che come un pappagallo ripete il mantra dell'accettazione all'ex alcolista, è il primo che la infrange sconvolgendo la comunità con un miracolo, inteso come un vero e proprio atto devastante che avrà ricadute sulla vita di tutti. I miracoli non sono desideri. I miracoli, di qualunque natura siano, vanno contro le leggi della fisica o dell'etica, e i vantaggi che essi comportano ricadono per forza sulla comunità con costi spesso insostenibili. Sia che invertiamo il processo dell'entropia, sia che godiamo di vantaggi economici, sociali o sanitari, da un'altra parte paghiamo noi o i nostri simili. E se rincorriamo ciecamente questi sogni, se ci facciamo condurre da persone che celano uno spirito corrotto dietro la rispettabile patina di costrutti sociali accettati dalla maggioranza, sanciremo in breve tempo la nostra distruzione. Il mondo si può sicuramente cambiare ma solo dopo averlo accettato per ciò che è, riconoscendo nella nostra vita non un vuoto simulacro da proteggere egoisticamente, bensì un dono molto meno materiale da offrire alla bellezza a cui viene continuamente esposto. Ma anche quella va prima trovata, e la serenità, la non appartenenza a nessuno degli schieramenti in gioco, di qualunque gioco si parli, l'eresia in senso etimologico, sono l'unico modo efficace. 

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Aldo Dalla Vecchia, "In nome di Maria"

1 Novembre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

In nome di Maria

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it, 2021

pp 75

9,00

 

L’ultimissima fatica di Aldo Dalla Vecchia, di cui seguo la carriera letteraria fin dagli esordi, è dedicata alla mia coetanea Maria De Filippi. Antidiva per eccellenza, voce ruvida, aspetto dimesso, piglio di razza anche quando defilata e seduta su una scala, la De Filippi è l’icona della televisione commerciale, quella conosciuta e amata da Dalla Vecchia.

Il saggio tratta la materia come se fosse una teologia mariana, in una modalità ironicamente e laicamente blasfema, tanta è la potenza di Maria De Filippi in televisione. Da trent’anni Maria scrive, conduce e produce programmi suoi e non solo. Ha curato format che, nel bene e nel male, hanno avuto un successo enorme e hanno fatto la storia della televisione: Amici, Uomini e Donne, C’è posta per te ma anche, indirettamente, Temptation Island. Capaci di catturare un pubblico trasversale per età, dai ragazzi che si appassionano ai talent, fino agli anziani che cercano di rimorchiare a Uomini e Donne.

Aldo Dalla Vecchia ne sottolinea la propensione all’ascolto, il tirar fuori ciò che l’interlocutore ha da dire, che lui definisce “maieutica”, proprio come quella di Socrate, fatta di brachilogia, ovvero di frasi brevi che ritmano la narrazione e i dialoghi. Si tende alla sottrazione, all’understatement, a dare risalto per contrasto, in particolare all’immedesimazione col pubblico al fine di coinvolgerlo. Più di tutto, spicca la grande preparazione, la conoscenza di ogni aspetto del meccanismo televisivo, dal casting alle scenografie.

Il posto d’onore è dedicato al programma cult Uomini e Donne, specchio criticato ma fedele della società, democraticamente in evoluzione con la trasformazione del tronista in over, gay e persino trans. E “tronista” è solo uno dei tanti neologismi coniati da questi programmi che tutti noi, pur storcendo la bocca, almeno qualche volta abbiamo seguito.

Altra trasmissione portante della “fenomenologia mariana” è C’è posta per te. Anche qui la realtà entra dalla porta principale. Ogni storia rispecchia la nostra società, con la crisi economica, il reddito di cittadinanza, la pandemia, i social.

Nel frattempo la tv sta cambiando, sempre più on demand e connessa, sempre meno in diretta, spesso in mobilità e con possibilità d’interazione da parte degli spettatori. Mai come nel post-pandemia si è avuto un cambiamento della fruizione dei palinsesti e una rivoluzione. Siamo ormai tutti - persino la sottoscritta tradizionalista e legata alla tv di un tempo – arcistufi dei programmi che cominciano volutamente tardi, finiscono tardissimo, e sono infarciti di pubblicità, rivolgendo inevitabilmente perciò la nostra attenzione ai canali a pagamento. E di questa televisione che cambia Maria De Filippi ha saputo intercettare le istanze, sempre accogliendo ciò che arriva “da fuori” piuttosto che imponendo un suo punto di vista. Una delle peculiarità della De Filippi è prendere in prestito un genere collaudato della televisione – talk show, talent etc - anche del passato, e renderlo proprio, attualizzandolo.

Di là dal tema trattato, quando apriamo un testo di Dalla Vecchia scatta la nostalgia - quella che comincia ormai ahimè a essere straziante - per certi decenni che non torneranno mai più. Ecco dunque tangentopoli e le stragi di mafia, ecco Fiorello trionfare nelle piazze col Karaoke e una saputella Ambra Angiolini stravincere la guerra dell’audience con Non è la RaiInsomma, di qualsiasi argomento egli scriva - si tratti di interviste alle personalità televisive, di gialli o di biografie di personaggi illustri - Dalla Vecchia non annoia mai e si fa leggere tutto d’un fiato come un romanzo d’appendice.

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Festival Tulipani di Seta Nera

1 Luglio 2021 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #televisione, #cinema, #eventi

 

 

 

 

Intervista alla Stilista Cinzia Diddi, in giuria di Varietà nella XIV Ed. del Festival Tulipani di Seta Nera.

 

Lei ha fatto parte della giuria di Varietà nella XIV Edizione del Festival Internazionale Tulipani di Seta Nera?

 

Sì,  sono felicissima, amo il cinema, ne seguo e ho seguito come stilista molti set .

Questa sarà una bella avventura, per adesso sono già usciti alcuni articoli relativi alla mia partecipazione insieme ad altri giurati.

 

Quanto è legata al cinema?

 

Molto, al cinema devo molto. Se vuoi rimanere in questo settore devi essere professionale. Non ci si può improvvisare. Il mio ruolo è quello di lavorare in stretta collaborazione con sceneggiatrice e scenografi per la cura dei dettagli degli abiti che dovranno essere contestualizzati e non sovrastare né il personaggio né l’ambientazione.

 

Quanto è importante un abito?

 

È fondamentale, spesso rivela aspetti e dettagli del personaggio più di quanto facciano le parole.

 

Quali sono i progetti per il futuro? E Quale l’ultimo a cui ha lavorato?

 

Sto seguendo film con attori internazionali. Ovviamente sto lavorando alla collezione del mio Luxury brand e seguo l’immagine di molti  personaggi per trasmissioni televisive.

 

Il festival è arrivato in Tv cosa ci racconta a riguardo?

 

Sì, meraviglioso ! Su Rai 2, presentato da Pino insegno ed Elena Ballerini. Ha riscosso un notevole successo, mi sento in piccola parte di aver contribuito, io ho disegnato e creato gli abiti della conduttrice, la bellissima Elena Ballerini, e della direttrice creativa, nonché amica, Paola Tassone. Paola è una splendida persona dal grande spessore emotivo.

 

Cinzia Diddi è la stilista dei Vip, nota per aver vestito oltre 60 personaggi del mondo dello spettacolo.

I suoi abiti sono richiestissimi!

 

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Giri /Hagj, la serie.

7 Maggio 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.

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Game of Thrones, la serie

4 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy, #televisione

Game of Thrones, la serie

 

Ho letto e recensito qui il primo libro della serie Le cronache del ghiaccio e del fuoco, scritto magistralmente da George R. R. Martin, - ispirato a La guerra delle due rose e a Ivanhoe - e ora, dopo molti anni, mi sono vista otto stagioni della serie televisiva Game of Thrones. Una puntata dopo l’altra, senza potermi staccare.

Una serie fantasy bellissima, realizzata splendidamente, che diventa più spettacolare a ogni puntata, in un crescendo di battaglie e azione, con personaggi indimenticabili e attori fantastici. Niente è lasciato al caso, tutti i tempi narrativi sono giusti e ogni scena è perfetta nei particolari. Forse, se ha una pecca, è quella di divenire, episodio dopo episodio, prevedibile nella sua tragicità.

Una storia dannata, cupa come le immagini quasi sempre notturne, dove non esistono redenzione o speranza. Uno studio sulla cattiveria, sul tradimento e sulla morte. Non c’è mai un bene che trionfi, non c’è un male che non si debba confrontare con un male peggiore, al punto che non si sa neppure più per chi parteggiare. E spesso il bene viene ricompensato con la morte, con un’ingiustizia.

La crudeltà senza limiti di certi personaggi ci porta a desiderare per loro sofferenze, che si verificano poi puntualmente, a opera di qualcuno ancora più crudele di loro. Siamo dalla parte di Theon Greyjoy quando il suo tormentatore Ramsay Snow lo mutila e plagia, e quando Cersei Lannister viene umiliata pubblicamente dall’Alto Passero, desideriamo vendetta per lei. Salvo poi tornare a odiarla negli episodi successivi.

I personaggi non sono solo a tutto tondo, sono proprio reali, “esistono”, quanto esistono quelli di J. K. Rowling, hanno una sottigliezza psicologica incredibile. Ci sono i buoni, pochi, i cattivi, molti, e i cattivissimi, alcuni. I cattivi, come Cersei, come Jamie Lannister, come Theon Greyjoy, hanno una parte ancora sana. In Theon è il pentimento per il male compiuto, in Cersei l’amore materno, in Jamie Lannister l’emergere di un nucleo di bontà occultato.

Essenzialmente, Game of Thrones è uno studio sulla morte. In ogni scena muore qualcuno di morte violenta. Non c’è scorcio che non presenti un lutto, un funerale, o il dolore di un distacco. In particolare il personaggio di Arya Stark è legato all’idea della morte. Da bambina innocente e perseguitata si trasforma in assassina. Imparerà a lavare i cadaveri, vivrà in una casa della morte, la casa del Bianco e del Nero, eliminerà da sé ogni residuo di coscienza, in modo da poter uccidere in modo asettico, come fa la morte stessa, l’unico vero Dio, come afferma Jaqen H’ghar. La morte non è cattiva né buona, Arya dovrà imparare ad ammazzare senza provare emozioni, dimenticando chi era, diventando “nessuno”. Ma non ci riuscirà, la sua identità, l’amore per la patria e la famiglia torneranno a emergere. E sarà proprio la sua confidenza con la morte a far di lei l’eroina capace di distruggere il capo dei non morti. Come dicevo, niente è lasciato al caso, niente nella struttura della trama è puro accumulo, ma tutto trova una sua funzione un significato. Arya conosce la morte per combatterla. Daenerys impara dai Dothraki la sua barbara e implacabile giustizia.

Tyrion Lannister, interpretato dal bravissimo – e pure bello – Peter Dinklage, attore affetto da nanismo, da bevitore e puttaniere si trasforma in uomo coraggioso e saggio. Sansa Stark, da viziata aspirante regina diventa quella che ne ha passate più di tutti e che ha incontrato solo folli e sadici sul suo cammino. Anche lei crescerà, imparerà a difendersi, maturerà proprio per questo.

E poi c’è lei, Daenerys Targaryen, madre dei draghi. Col suo fisico esile, i lunghi capelli d’argento, è bella, audace e sempre più forte, sempre più grande di episodio in episodio. Straordinarie tutte le scene che la riguardano: quando esce dalla pira del marito recando in braccio i tre draghi appena nati, quando fugge dall’arena insanguinata volando sulla groppa del maestoso e temibile Drogon.

Nessuno dei personaggi rimane lo stesso. Il male compiuto, inflitto o subito, lo fa diventare quello che è. Come dice Brandon Stark, il corvo con tre occhi: “tu sei dove dovevi essere”. Ciò che accade serve a farci arrivare dove siamo, a compiere il nostro destino. Samwell Tarly, grasso e goffo, scopre la dignità, Sansa Stark impara la furbizia.

L’amore non è il sentimento più importante, è solo uno dei tanti. “L’amore è la morte del dovere” dice Jon.  L’unico grande amore è quello incestuoso, tormentato e maledetto fra i due gemelli reali, Cersei e Jamie. Sono due parti della stessa persona, la luce e il buio, il male e il tentativo di bene. Jamie, alla fine, tornerà da lei, non può lasciarla morire da sola, dove lei è, anche lui deve essere. Molto più importanti dell’amore sono l’onore, l’amicizia, la lealtà, il senso della famiglia. Ma anche l’odio, il desiderio di vendetta.

Qualcuno ha obiettato che le ultime due serie perdono originalità e diventano mainstream. Sarà anche così, ma sono quelle che ho goduto di più, che più mi hanno commosso e coinvolto emotivamente in un crescendo di pathos. Che dire della “battaglia dei bastardi”, la più bella scena di guerra che abbia mai visto, nella sua estrema crudezza? Da una parte Jon Snow, figlio illegittimo di Ned Stark, comandante dei guardiani della notte, epitome del coraggio, dell’onore, della lealtà. Dall’altra Ramsey Snow, con lo stesso cognome da bastardo, quintessenza del male, moralmente repellente. Solo alla fine della serie si scoprirà che Jon non è un bastardo ma l’unico vero legittimo erede al trono di spade.

Il finale, come quello de Il signore degli anelli, non è un lieto fine – e come potrebbe esserlo dopo tanto dolore? - È piuttosto una eucatastrofe, una svolta positiva ma malinconica, triste, amara. Ho pianto, quando il drago Drogon ha afferrato la salma di Daenerys fra gli artigli ed è volato via con lei, con sua madre, la madre dei draghi, uccisa dall’uomo che amava, uccisa dal più coraggioso, buono, compassionevole degli eroi, Jon Snow. Daenerys muore vittima della sua follia, di un distorto sogno di giustizia che la trasforma in pazza sanguinaria.

Sbaglia chi parla di lieto fine. Il lieto fine sarebbe l’ascesa al trono di Spade di Jon, alias Aegon Targaryen, unico legittimo erede; il lieto fine sarebbe il suo matrimonio con Daenerys. Ma non è così, il drago, creatura intelligente e imparziale, distrugge il trono di spade, simbolo delle lotte per il potere, prima di volare via. Il regno passa a Brandon Stark, il menomato, il ragazzo paralitico e visionario. Non c’è vera giustizia, non c’è lieto fine, solo un ritorno allo status quo, una temporanea pacificazione, esattamente come in Tolkien.

E ora, dopo otto impareggiabili stagioni, mi sento orfana.  

 

 

 

 

 

 

 

I read and reviewed here the first book of the A Song of Ice and Fire series, masterfully written by George RR Martin, - inspired by The War of the Roses and Ivanhoe - and now, after many years, I have seen eight seasons of the series Game of Thrones. One episode after another, without being able to detach myself.

A beautiful, beautifully crafted fantasy series, that gets more spectacular with each episode, in a crescendo of battles and action, with unforgettable characters and fantastic actors. Nothing is left to chance, all narrative times are right and each scene is perfect in detail. Perhaps, if it has a flaw, it is that of becoming, episode after episode, predictable in its tragic nature.

A damned story, dark like the images almost always nocturnal, where there is no redemption or hope. A study on wickedness, betrayal and death. There is never a good that triumphs, there is no evil that should not be confronted with a worse evil, to the point that you no longer even know who to side with. And often the good is rewarded with death, with injustice.

The limitless cruelty of certain characters leads us to desire sufferings for them, which then occur punctually, by someone even more cruel than them. We are on Theon Greyjoy's side when his tormentor Ramsay Snow mutilates and plagiarizes him, and when Cersei Lannister is publicly humiliated by the High Sparrow, we want revenge for her. Except then return to hate her in subsequent episodes.

The characters are not only well-rounded, they are really real, they "exist", as much as those of J. K. Rowling exist, they have an incredible psychological subtlety. There are the good, a few, the bad, many, and the very bad, some. The bad guys, like Cersei, like Jamie Lannister, like Theon Greyjoy, still have a healthy side. In Theon it is repentance for the evil done, in Cersei the maternal love, in Jamie Lannister the emergence of a hidden core of goodness.

Essentially, Game of Thrones is a death study. In each scene someone dies a violent death. There is no glimpse that does not present a mourning, a funeral, or the pain of separation. In particular, the character of Arya Stark is linked to the idea of ​​death. From an innocent and persecuted child she turns into a murderer. She will learn to wash corpses, she will live in a house of death, the house of Black and White,s he will eliminate from herself every residue of conscience, so as to be able to aseptically kill, as does death itself, the only true God, as Jaqen H'ghar states. Death is neither bad nor good, Arya will have to learn to kill without feeling emotions, forgetting who she was, becoming “nobody”. But she will not succeed, her identity, her love for the homeland and the family will emerge again. And it will be her confidence in death that will make her the heroine capable of destroying the leader of the undead. As I said, nothing is left to chance, nothing in the structure of the plot is pure accumulation, but everything has its own function and meaning. Arya knows death to fight it. Daenerys learns from the Dothrakis about her barbaric and relentless justice.

Tyrion Lannister, played by the very good - and also handsome - Peter Dinklage, actor suffering from dwarfism, from a drinker and a manwhore turns into a brave and wise man. Sansa Stark, from a spoiled aspiring queen becomes the one who has been through the most and who has only met madmen and sadists on her path. She too will grow up, she will learn to defend herself, she will mature precisely for this.

And then there is her, Daenerys Targaryen, mother of dragons. With her slim physique, her long silver hair, she is beautiful, bold and stronger and stronger, bigger and bigger from episode to episode. All the scenes that concern her are extraordinary: when she comes out of her husband's pyre carrying the three newborn dragons in her arms, when she escapes from the bloody arena flying on the back of the majestic and fearsome Drogon.

None of the characters remain the same. The evil done, inflicted or suffered, makes him what he is. As Brandon Stark, the three-eyed crow says, "you are where you were meant to be." What happens is to get us where we are, to fulfill our destiny. Samwell Tarly, fat and clumsy, discovers dignity, Sansa Stark learns cunning.

 

Love is not the most important feeling, it is just one of many. "Love is the death of duty" says Jon. The only great love is the incestuous, tormented and cursed love between the two royal twins, Cersei and Jamie. They are two parts of the same person, light and dark, evil and the attempt at good. Jamie will eventually come back to her, he can't let her die alone, where she i, he must be too. Much more important than love are honor, friendship, loyalty, a sense of family. But also hatred, the desire for revenge.

Someone stated that the last two series lose originality and become mainstream. It may be so, but they are the ones I have liked more, which moved me the most and emotionally involved in a crescendo of pathos. What about the "battle of the bastards", the most beautiful war scene I've ever seen, in its extreme rawness? On the one hand, Jon Snow, illegitimate son of Ned Stark, commander of the Night's Watch, epitome of courage, honor, loyalty. On the other hand, Ramsey Snow, with the same bastard surname, the quintessence of evil, morally repellent. Only at the end of the series will it be discovered that Jon is not a bastard but the only true legitimate heir to the Iron Throne.

The ending, like the one in The Lord of the Rings, isn't a happy ending - and how could it be after so much pain? - It is rather a Eucharist, a positive but melancholy, sad, bitter turn. I cried, when the dragon Drogon grabbed Daenerys's body in its claws and flew away with her, with her mother, the mother of dragons, slain by the man she loved, slain by the bravest, best, most compassionate of heroes, Jon Snow. Daenerys dies a victim of her madness, of a distorted dream of justice that turns her into a bloody madwoman.

Those who talk about a happy ending are wrong. The happy ending would be the accession to the Iron Throne of Jon, aka Aegon Targaryen, the only legitimate heir; the happy ending would be his marriage to Daenerys. But this is not the case, the dragon, an intelligent and impartial creature, destroys the Iron Throne, symbol of the struggle for power, before flying away. The kingdom passes to Brandon Stark, the maimed, the paralyzed and visionary boy. There is no true justice, there is no happy ending, only a return to the status quo, a temporary pacification, just like in Tolkien.

And now, after eight matchless seasons, I feel like an orphan.

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Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

21 Marzo 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Le avventure di Amerigo Asnicar

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it Edizioni, 2021

pp 92

11,90

 

Nostalgia nella nostalgia. Sì, nostalgia, perché questo romanzo, lieve come una caramella che si scioglie sulla lingua, io lo avevo già recensito quando uscì in forma ridotta. Adesso, Aldo Dalla Vecchia - giornalista, autore televisivo e scrittore - lo ha rieditato aggiungendo nuovi gustosi racconti che compongono le avventure di Amerigo Asnicar, personaggio in tutto e per tutto ispirato ad Aldo stesso e al mondo da lui frequentato.

E nostalgia perché il periodo in cui il libro è ambientato, attorno al 2015 dell’Expo, sembra, alla luce di ciò che poi è avvenuto, lontanissimo. Nonostante la forte crisi economica, era ancora un mondo pieno di vita e di cose, fra partite a carte, viaggi, aperitivi, e lavoro senza mascherine sulla faccia.

Da sempre l’autore ci introduce nell’ambiente televisivo, quello fatto di vip, stelline e paillettes, un habitat che lui adora fin da bambino, che vive dall’interno per motivi professionali e che, comunque, ha sempre osservato con distacco bonariamente ironico.

Amerigo Asnicar conduce la stessa vita di Aldo Dalla Vecchia, fa le stesse cose, e frequenta le stesse persone - fra studi televisivi, vernissage e tornei di burraco –, in una Milano amata, dove si muovono personaggi reali o comunque riconoscibili, come la soubrette Alda Marietti, chiaramente riconducibile ad Alba Parietti. Nell'esistenza del protagonista sorgono complicazioni dai risvolti gialli, che è bravo a risolvere, dipanando le matasse alla svelta.

Non sono tanto le trame poliziesche a costituire l’interesse precipuo di questo libro, formato da sei racconti, quanto l’aura gentile e perbene che da sempre accompagna gli scritti di Dalla Vecchia, e il trovarci faccia a faccia - in modo leggermente voyeuristico per noi lettori – con personaggi di cui tutti abbiamo sentito parlare e che ci incuriosiscono, anche quando non lo ammetteremmo mai.

L’altra fonte di interesse è lo stile di scrittura di Dalla Vecchia, sempre pulito, scorrevole, prezioso nella sua semplicità raffinata, uno stile dilettevole che ti tiene incollato alle pagine di qualunque cosa l’autore parli.

Piccola chicca nella chicca, una canzone inedita di Cristiano Malgioglio dal testo piacevole e leggermente hot.   

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Paul e Virginie

19 Agosto 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

Paul e Virginie

 

Nel 1974 avevo tredici anni. Romantica, sognatrice e appassionata com’ero, m’innamorai dello sceneggiato Paul e Virginie, in onda di pomeriggio sulla Rai, tratto dal romanzo di Bernardine de Saint Pierre del 1788.

Un Laguna blu ante litteram. Infatti, il romanzo di Henry de Vere Stacpole – da cui è stato tratto il famoso e “scandaloso” film con Brooke Shields del 1980, - è stato scritto successivamente, nel 1908.

Niente bambini nudi, qui, niente corpi che nuotano in libertà, niente accusa di pedopornografia, Paul e Virginie  veniva trasmesso durante la tivù dei ragazzi.

In una esotica colonia francese sbarcano due donne esiliate, una nobile e una plebea, con due figli, una bambina d’alto lignaggio e un maschietto plebeo, che crescono insieme. Va da sé che s’innamorano l’una dell’altro. Va da sé che il destino vuole separarli. Ma, quando lei sta per tornare da lui, una tempesta fa naufragare la sua nave e la giovane annega.

Ricordo, dopo l'ultima puntata, di aver singhiozzato per ore, di essere andata a letto orfana della storia che adoravo - avventurosa, patetica, esotica - soprattutto, straziata per l’amore tragico dei due protagonisti interrotto da un così  fatale e crudele destino.

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Aldo Dalla Vecchia, "Viva la Franca".

2 Luglio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Aldo Dalla Vecchia è davvero instancabile. Dopo averci deliziato con Mina per Neofiti, ritorna con questo nuovo libretto, sempre per i tipi di Graphe.it, dedicato a Franca Valeri e ai suoi splendidi cento anni.

Franca Norsa, in arte Valeri, nasce a Milano nel 1920 e sta per compiere cento anni. Oggi la sua voce nelle interviste è un poco strascicata ma non ha perso il fascino e il piglio è il solito: arguto, intelligente, intellettuale, sobrio.

Aldo Dalla Vecchia compie un excursus in stile saggistico, non ripercorrendo diacronicamente tutta la vita della Valeri ma analizzandola, sempre cronologicamente, attraverso le varie arti nelle quali ha eccelso. Si parte dal teatro, per approdare alla radio, quindi al cinema, alla televisione, alla pubblicità (una forma d’arte anch’essa) per finire alla scrittura.

Quest’ultima è la base delle precedenti. Dietro ogni personaggio teatrale, radiofonico, televisivo o cinematografico c’è, in effetti, la scrittura lucida e tagliente della Valeri, definita “chirurgica”. I suoi personaggi sono raffinati, popolari ma non per tutti. Le sue signorine snob, la signora Cecioni, la sora Cesira e i tormentoni come “Scostumato” sono rimasti nell’immaginario e nel linguaggio comune, ma hanno anche saputo fustigare con arguzia e determinazione i vizi della società dell’epoca. La Valeri fa parte di quel panorama colto e blasé da cabaret meneghino anni settanta, quello a cui apparteneva anche Giorgio Gaber.

La sua è una comicità basata sul reale ma anche assurda, cerebrale, caustica. Ella incarna un modello di donna diversa da tutte le altre, la cui principale realizzazione non è la vita coniugale ma che, in ogni caso, sente la sua relativa indipendenza – spesso minata da madri ingombranti e autoritarie – come malinconica solitudine. Una donna moderna e avanti con i tempi, elegante ma che non ha mai puntato sull’aspetto fisico, piuttosto sul cervello e sull’autoironia pungente e sarcastica.

Franca Valeri è davvero patrimonio della nostra cultura nazionale.

 

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