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Patrizia Poli: "Una casa di vento"

24 Aprile 2020 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #saggi

 

 

Una casa di vento è la storia di Francesco e Michela,  i genitori di Loris,  un ragazzino gravemente ammalato. Nella vita di questa coppia fanno improvvisamente irruzione delle lettere trovate per caso, provenienti da un lontano passato. Quelle lettere ritrovate generano la scintilla di una trasformazione che finirà per contagiare tutti i personaggi e per cambiare il corso delle loro vite.

A questo punto, continuare a parlare  del libro non è facile. Chi parla di un testo ha il compito analizzare i personaggi, di mettere in luce la scrittura, di stabilire analogie e differenze con altri libri e altre storie.  A differenza di Signora dei filtri (che ho avuto il piacere e l’onore di presentare), dove la storia di Medea era nota a tutti,  per Una casa di vento a questo compito non facile si aggiunge  l’onere di non togliere a chi legge il piacere di entrare da soli nella storia, di farsi sorprendere e turbare, di appassionarsi alle vicende dei personaggi e di restare col fiato sospeso fino alla fine.

Alla fine ho pensato di iniziare dal titolo.

La casa di vento si trova  ad Antignano, un antico quartiere di Livorno. Forse il suo nome deriva da ante ignem (prima dei fuochi) perché stava prima dei fuochi di segnalazione per le navi dirette al Porto Pisano.  La splendida scogliera, la spiaggetta di sassi, il piccolo porto per le barche ne fanno un luogo incantevole.

Quella  del libro è “una” casa di vento, non “la” casa di vento. Non è unica, particolare, irripetibile questa casa (e così la sua storia e quella dei suoi abitanti), è una casa come tante, una storia come tante, fatta di vento. Quale vento? Di certo vento di mare perché Livorno è una città di mare e il mare – come dice Francesco - a Livorno fa da padrone, insieme al vento. 

 

Vento, vento, sempre vento, da ogni parte, ovunque: grecale da est, freddo e prepotente, libeccio da sud che solleva cavalloni e li rovescia sulla strada, scirocco sfacciato, maestrale che dà sollievo nei giorni d’afa. È una casa di vento, questa, aperta su tre lati, esposta come una nave in tempesta, sventrata come la sua anima, come il suo corpo dopo l’incontro col ragazzo.

 

È Michela che descrive così la casa dove è andata a vivere col marito e il figlio, ed è lei a darle il nome. Dopo un lungo percorso, tornerà a parlare di questa casa che  la rappresenta e le rimanda la nuova immagine di se stessa:

 

… la sua casa… è come la tolda di una nave spazzata dal vento. Lei sta imparando a convivere col vento, come con tutte le parti di se stessa che ancora le fanno paura, come la parte che è stata di Luca. Ora sa riconoscere lo scirocco e il libeccio che soffiano nella camera di Loris, il grecale che irrompe nel bagno, la tramontana che ghiaccia la cucina; sta imparando quale finestra deve chiudere e quale, invece, tenere aperta, dove stendere i panni, dove appoggiare i vasi dei gerani. Sta imparando a piegarsi, a puntellare, a contenere.

 

Le descrizioni di Una casa si vento sono soprattutto descrizioni di Livorno, mai nominata ma onnipresente. Livorno -“città” (vie, palazzi, quartieri) e Livorno -“natura” (mare e vento). Due “Livorno” molto diverse fra loro, due mondi paralleli incastrati l’uno nell’altro, ma sempre raccontati con maestria, usando le parole con audacia e rigore, esplorando tutte le potenzialità delle personificazioni, delle similitudini, delle  metafore, delle  sinestesie...

Se Livorno non è mai nominata direttamente, i suoi “luoghi” hanno sempre un nome preciso e una caratteristica comune. Nel caso di Livorno – città, ciò che li accomuna è il degrado, lo stesso che si è insinuato nell’anima dei protagonisti della storia:

via San Carlo, un budello di  case umide e sudice, Villa Fabbricotti, un posto pieno di statue senza braccia mangiate dal muschio, una stupida grotta rococò piccola e sudicia, via Grande con le colonne di marmo sudicio, piazza Mazzini e la pizzeria con il tavolino vicino ai gabinetti, Stagno dove non si respira dal puzzo, i Fossi con le spallette bruciate dal sole, dove le erbacce spaccano l’asfalto , la Terrazza con le lunghe panche sbreccate

Livorno-natura, è potente, dura e splendida insieme. Mare e vento fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, entrano in sintonia con loro: lo stesso mare e lo stesso vento, diversi e opposti a seconda degli occhi che li guardano, rivelano in modo netto, a volte impietoso, sentimenti e segreti.

C’è il mare di Ida, col vento del ricordo e della lontananza  … Bella l’aria di mare, fresca, chiara… già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò.

C’è il mare di Michela, un mare amaro, dove anche il vento è solo un’illusione … perché l’amore è evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

C’è il mare di Loris, un mare bello e amico che… ha un colore diverso per ogni alito di vento che lo agita, per ogni nuvola che ci passa sopra. Gli piace quando suo padre lo prende in braccio e lo bagna nell’acqua bassa e calda. Si sente normale, leggero, forte come gli altri

C’è il mare di Francesco, meraviglioso e struggente, che solo lui vede dalla terrazza della casa di vento e che non riesce a condividere … Le ha mostrato la bella vista dal terrazzo, le tamerici scosse dal maestrale, la scalinata che porta giù all’acqua limpida, ha indicato col braccio gli scogli che affiorano uno ad uno, mentre il mare si ritira nei giorni di luna piena, lasciando esposti denti di cane, padelle, ghiozzi imprigionati nelle buche. Ma non lo vedi, le ha detto, il celeste delle mattine belle, non li vedi certi tramonti? Quella striscia alta, prepotente, a tingere di porpora tutto l’orizzonte, non capisci quanto è benedetta, quanto è incredibile

Livorno raccontata da Patrizia è essa stessa un personaggio, una figura mitica, una divinità potente. Se dovessi raffigurarla userei l’immagine della Madonna della misericordia di Piero della Francesca che fa parte del polittico custodito nel Museo Civico di Sansepolcro. È una madonna solida, forte e severa, con i piedi poggiati sulla terra, come tutte le madonne di questo grande artista; è una regina che porta con fierezza la sua pesante corona; è una madre che indossa una veste senza ornamenti stretta da un cordone monacale; il grande mantello scuro è aperto, pronto a diventare un rifugio per tutti: uomini, donne, bambini, vescovi, papi… e per gli “abitanti” della casa di vento .

Gli abitanti della casa – cioè i protagonisti della storia – li troviamo elencati nell’indice, che merita un’osservazione più approfondita, anche perché, come si sa, delinea  l’impianto della storia. È  un indice davvero particolare: 3 stagioni (Inverno, Estate, Autunno, manca la primavera); nelle prime due (Inverno e Estate) un elenco di nomi che si ripetono (Francesco, Michela, Rosanna) con due “intrusioni” (Loris in Inverno, Luca in Estate) e infine un solo nome (Francesco) in Autunno. Perché solo lui? E che fine ha fatto la primavera?

A questo punto davanti a me (a noi) si aprono due strade: chiedere all’autrice oppure entrare nel “bosco narrativo” della casa di vento e, da bravi lettori, fare la nostra parte. Come dice Umberto Eco “il testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro. Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire …”. Ma per far bene la sua parte il lettore (il lettore modello) deve stare al gioco dell’autore, seguirlo e assecondarlo  nelle “operazioni interpretative che gli chiede di compiere: considerare, guardare, osservare, trovare parentele e somiglianze”. Così ho pensato di compiere con voi  alcune di queste “operazioni” sulle stagioni elencate nell’indice, a partire dal loro nome.

La primavera, come dice l’etimo, è la stagione che precede l’estate, il tempo della rinascita, dell’inizio; per molto tempo in molti luoghi (per esempio a Pisa) l’anno iniziava a marzo, con la primavera.

Inverno deriva dalla radice sanscrita him- (freddo), che ritroviamo nel latino hiems (inverno). Perciò il suo significato è “tempo che  appartiene al freddo, stagione  gelida”. Però è anche il tempo in cui la terra riposa e custodisce i semi del grano che spunterà a primavera.

La parola estate ha sempre a che fare col sanscrito e si riconduce alla radice idh- o aidh- che esprime l'idea di ardere, infiammare, accendere. In latino diventa aestas, calore ardente.

Niente di nuovo, quindi.

Invece l’autunno - la stagione di Francesco potremmo dire,  visto che in questo capitolo figura solo il suo nome -  mi ha riservato una sorpresa. Contrariamente a quanto  pensavo,  il significato etimologico non ha a che fare con il tramonto, la fine, la preparazione all’inverno.
Autunno è da ricollegarsi al verbo latino augere, che vuol dire aumentare, arricchire e andando ancor di più alle origini, rintracciamo ancora una radice sanscrita av- o au- che esprime l'idea del saziarsi, del godere. Perciò l’autunno è la stagione che succede all’estate, una stagione ricca di frutti che la natura e il lavoro dell’uomo hanno preparato.

E se prendiamo le distanze dai luoghi comuni, ci rendiamo conto che non esiste una stagione più colorata dell’autunno. Il rosso e il giallo sono ovunque, e la cosa ancora più affascinante è l’origine di questo “oro”. Il giallo e il rosso in realtà sono già presenti nelle foglie, sono sostanze  indispensabili alla vita che stanno nascoste sotto il verde della clorofilla. Quando la luce solare diminuisce e la clorofilla non può riprodursi, il rosso e il giallo emergono: le foglie, anche se sono perfettamente sane, diventano “zavorra” e devono essere allontanate dalla pianta perché possa mantenersi viva fino al ritorno della buona stagione, sbarazzandosi anche dei parassiti e degli agenti nocivi. Insomma: purificarsi, risparmiare energie, allontanare da sé ciò che è ormai passato, che ha finito il suo ciclo. E farlo nella bellezza, nel calore del rosso e dell’oro. È lo splendido fenomeno del “foliage”. Questo è l’autunno. La primavera non c’è perché ancora le foglie devono cadere per ripulire la pianta che ha bruciato di passione e gelato nel disamore. Ma le foglie rosso e oro stanno lavorando … Francesco, si può dire, è l’autunno, la stagione piena di frutti che anche quando “perde” in realtà arricchisce, “aumenta”, prepara la rinascita.

Perché l’autunno è la stagione di Francesco? Perché è da lui che parte la scintilla della trasformazione, accesa dalle parole nascoste in vecchie lettere, prima vissute come foglie morte, inopportune e fastidiose, poi come riappropriazione e purificazione, infine come rigenerazione e rinascita. Forse per questo i due anziani non compaiono nell’indice, come il giallo e il rosso non si vedono sotto la clorofilla, ma ci sono, nutrono la pianta e l’aiuteranno a purificarsi, in vista del sonno dell’inverno e del risveglio in primavera.

Inverno e estate sono stagioni estreme, come spiega il loro etimo. Quando Dante inizia il suo viaggio, Caronte descrive l’inferno come il luogo degli estremi dove si sta “nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo”. In effetti in queste due stagioni i personaggi vivono così, nel gelo dei sentimenti e nel torrido delle loro passioni. I nomi che ricorrono nell’indice, oltre a Francesco – sempre presente come "seme”  da cui tutto deve rinascere - sono pieni di donne. Le donne sono una componente forte delle storie di Patrizia, esplorate in tutti i loro aspetti. Spose e madri, “dure” e “stremate” dal matrimonio prima sognato e poi subito; giovani donne candide e gentili, travolte dalla loro innocenza e gentilezza (Glauce, la giovane moglie di Giasone e ora Ida); donne adulte che vivono con coraggio e forza le difficoltà, si confrontano con la loro diversità (Medea è la “strana”, la straniera), l’accettano e decidono di viverla perché non vogliono perdere se stesse e diventare come le loro madri. I nomi di queste madri a cui si ha paura di somigliare non compaiono nell’indice, come se agissero dall’interno - anime inquiete delle loro figlie -  e questa “non presenza” le rende forse ancora più potenti. Le trasgressioni violente e crudeli (verso se stesse e verso gli altri) di Michela e Rosanna (come di Medea) nascono anche dal rifiuto istintivo, incontrollabile di diventare come le proprie madri, dal bisogno di “spezzare la catena” del destino femminile, il cordone ombelicale che ancora lega e nega l’evoluzione. E se il cordone ombelicale viene reciso in età adulta, non è più la separazione benefica che segna la fine del travaglio, ma la lacerazione dolorosa e violenta che spesso ne segna l’inizio.

In queste due stagioni sono presenti anche due “bambini”: Loris nell’inverno e Luca nell’estate. I bambini, come le donne, sono figure centrali nelle storie di Patrizia, simbolo della fragilità della condizione umana e della difficoltà di darle un senso. Bambini esposti alle intemperie della vita e ai limiti di adulti troppo spesso inadeguati a proteggerli, inadeguati al loro ruolo o anche oggettivamente e drammaticamente impossibilitati a svolgerlo, come nel caso dei genitori di Loris. Loris, aldilà della sua età,  è un bambino “vero” capace di guardare il mondo con occhi buoni e di leggere nelle persone oltre le apparenze : non si vede bene che col cuore insegna la volpe al Piccolo principe, l’essenziale è invisibile agli occhi. Loris ama teneramente Amedeo, il nonno speciale (nonno era nonno, era speciale e nessuno potrà mai prendere il suo posto) che gli ha insegnato parole magiche, la formula con cui allontanare la paura e il dolore

Com’è che diceva il nonno? “Chiocciola chiocciola marinella, tira fuori le tue cornella”. Ripete tre o quattro volte la frase come un incantesimo di protezione, una preghiera

Loris, che tutti compiangono e commiserano, in realtà è una creatura forte e intera, l’unico capace di riconoscere nel nonno tenerissimo che gli dà i pizzicotti sul naso anche l’uomo, il nonno nascosto; e con la riservatezza, il pudore, il pensiero del cuore proprio dei bambini, non giudica, ma si limita a “vedere”, a “sapere” a “comprendere.

 

Non sa chi sia la donna di cui ragionano, però sa che suo nonno non era solo quello che conoscevano loro, suo nonno era anche i foglietti che gli passava di nascosto, timidamente, un po’ rosso in faccia, con quelle poesie lunghe, piene di parole sul cielo, sulle stelle, sulla morte. Ne ricorda una che parlava di una donna dai capelli morbidi e ondulati, bella come una regina, diceva, con la gonna sotto il ginocchio e le braccia piene di fiori. Ora capisce che non l’aveva scritta per la nonna Gina. La nonna è morta quando lui era ancora piccolo, anche nelle foto gli è sempre sembrata vecchia, persino in quella del matrimonio col nonno (...) Lui sa che c’era anche un altro nonno, un nonno nascosto, giovane dentro. Vorrebbe dirlo ma non gli escono le parole, preferisce far finta di non aver sentito nulla.

 

E poi c’è l’altro “bambino”, Luca, un  uomo giovane che agisce solo d’istinto, stupito per primo da ciò che sente e che lo muove

 

«Mi piaci un sacco».

Il ragazzo ha allungato una mano e le sta stringendo il polso, ha mani callose ma non da operaio, la barba ispida, un accenno di herpes sul labbro superiore. (...)

«Mi piaci, non mi mandare via, fammi parlare, fammi stare qui con te».

Lei tira per liberare la mano, alla fine ci riesce ma si graffia con l’orologio di lui: «Smettila, non dire scemenze, sono vecchia per te e sono sposata».

«Farei qualsiasi cosa...»

«Lasciami in pace, non ti conosco, non so chi sei».

«Io sì, invece, ti conosco, so tutto di te. (...) 

«Ti ho seguita, ti seguo da mesi, ti conosco, conosco la tua casa, la tua famiglia… no, aspetta, non ti spaventare… lasciami spiegare.» (...)

«Io non sono matto, non sono uno stalker, io… credo di essere innamorato.»

Luca è un bambino “cattivo” e affamato, vuole e prende  senza porsi limiti

Pensa a Luca. Avrà trent’anni, magro che gli si contano le ossa, gli occhi azzurri col bianco un po’ ingiallito, lo sguardo affamato ma di cosa lei non lo ha capito. Siamo tutti affamati di qualcosa che manca, che ci riempirebbe ma non c’è mai.

Ma è anche un musicista (sono un musicista, suono il violino) e vuole bene a Buck: gli vuole bene, è il suo cane, l’unico che lo accetta per quello che è, che non lo giudica e non gli fa domande.

Come  Bingo, il gatto di Francesco, anche Buck è una creatura saggia e intera che vede per quelle che sono le follie umane, le comprende e le sopporta per istintivo amore. Bingo e Buck anche se (o forse proprio “perché”) umani non sono, nutrono sentimenti forti e generosi e fanno da contraltare dei loro padroni deboli e  chiusi in se stessi.

Buck sa che Luca è solo un bambino infelice che cerca invano di colmare i suoi vuoti, così infelice da invidiare Loris, amato nella sua sfortuna: voleva essere guardato, considerato, toccato, esattamente come quel ragazzo lì, quel ragazzo sfortunato. Voleva una madre che lo amasse pure a lui… Non a caso, mentre parte per allontanarsi da tutto, per non esserci, è proprio da un nuovo Loris che pensa di tornare un giorno, per dirgli che è suo padre.

Nell’elenco dei nomi che costituiscono l’indice ci sono due grandi assenti: Ida e Amedeo. Perché? Forse perché sono i “motori” della storia e non semplici personaggi? L’ellissi serve a rafforzare la presenza? Vediamoli più da vicino.

Ida è l’unica figura femminile  del libro a non essere madre, eppure è quella più capace di “generare”: la sua capacità di amare in modo assoluto e assolutamente semplice  la rende capace di accendere in Francesco la scintilla del cambiamento che piano piano contamina e trasforma tutti i componenti della storia. Ida, come Glauce, è una creatura primaverile, delicata e pura, ma non è fragile come l’infelice sposa di Giasone: la verità degli adulti, il loro ossequio alla conformità sconquassano la sua vita, ma non la spezzano, come invece fanno con Glauce. Ida si salva perché non rinuncia al suo amore, non lo lascia contaminare dalla mediocrità e dalla grettezza degli altri, Amedeo compreso, un altro giovane “eroe” bello e immaturo (come Giasone) che si fa travolgere dai doveri sociali o dalla “ragion di stato”, rinnegando l’amore. Nella lettera in cui ricorda il giorno del matrimonio di Amedeo con Gina (che diventerà la madre di Francesco), il dolore di Ida è lancinante. Quella volta l’amore e l’odio si mescolano e l’odio sembra prevalere sull’amore: eppure  lei riesce a descrivere con affetto Gina (pur con una punta di umanissimo orgoglio: la figlia della contadina sembrava lei, non io) una ragazzina con le guanciotte rosse, così diversa dalla donna che rivedrà anni dopo, descritta in un’altra lettera, una moglie  ingrassata, con un marito che le sta alle spalle e un figlio che le somiglia solo in qualcosa. Le due lettere raccontano la forza di Ida, la sua capacità di trasformare sempre il negativo in positivo, il rancore in compassione, l’odio in amore.

 

Si chiamava Gina, aveva qualche anno meno di te e una fonderia che avrebbe aiutato le finanze della tua famiglia. La figlia della contadina sembrava lei, non io, con le guanciotte rosse, i vestitini tirati sul petto e sui fianchi, la faccia tonda, i capelli da brava figliola. La vidi il giorno del fidanzamento, ché venne su con suo padre e sua madre, e poi un altro paio di volte.

Il mattino del vostro matrimonio sentii le campane dalla cucina di quella che, ancora per poco, sarebbe stata la mia casa. Non mi affacciai, continuai a pulire il pavimento, pensando che non stava accadendo. Amedeo è mio, mi dicevo, mio, solo mio, è mia la chiazza di sudore che il sole gli forma sotto le ascelle, è mia la frangia scompigliata dal libeccio, sono mie le dita intrecciate nella tasca del paltò. Amedeo è con me che vuole stare, nell’angolo di soffitta che è l’universo intero, noi soli, il fuoco in mezzo, e tutto il resto fuori. Mi dicevo no, dai, non è possibile, vedrai che ci ripensa, vedrai che te lo ritrovi sulla porta. Ma ti sposasti, successe, le campane alla fine smisero di suonare, il riso si posò sul sagrato e i piccioni scesero a beccarlo, le mie unghie si spezzarono sui commenti dei mattoni, i polpastrelli sanguinarono, io rimasi china a strofinare col bruschino, dando le spalle al mondo perché non mi vedesse piangere, rimasi sola a chiedermi com’era che respiravo ancora e se il freddo che sentivo dentro sarebbe cresciuto fino ad uccidermi. «Potessi io morire durante il tuo viaggio a Capri» mormoravo. Volevo chiudere gli occhi e stendermi in una bara, i capelli sciolti, un bel vestito addosso, i fiori fra le dita, come Ofelia impazzita per Amleto. Forse saresti venuto a vedermi, avresti pianto. «Che il mare t’inghiotta» ripetevo, «che ti uccida, che il traghetto si sfracelli sui Faraglioni, che tu sia maledetto. Spero che lei ti renda infelice, sì, spero che tu sia infelice per tutta la vita.»

 

Pensavano che non ti avessi più in mente perché ridevo e chiacchieravo con lei, con Paolina che m’era rimasta amica, con mio cognato Natale, invece non c’era giorno che non ricordassi l’odore di sale e di barche, specialmente quando il fine settimana venivo in città a trovare mia sorella e già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo la chiazza che il sole ti formava sotto le ascelle, mentre camminavi con la giacca di traverso sulle spalle ed io, intanto, gettavo intorno sguardi per paura che ci vedessero. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò. Sono immagini che continuo a ripeterti perché mi si sono conficcate dentro, anche ora che tante cose non le rammento più come vorrei. Per me eri sempre come ti avevo conosciuto io, con la camicia alla moda di prima, con la zazzera che ancora ti cadeva liscia e nera sull’occhio, e con lo stesso odore di sole sulle mani; il tempo si era fermato a quando eravamo giovani, a quando c’incontravamo per le scale e all’angolo della strada.

Invece il tempo passava, passavano i giorni, i mesi, gli anni, io cucivo, affondavo le mani e gli occhi nei punti e mi mancavi quanto manca il sole fra le gole buie delle montagne, ma non lo dicevo a nessuno e fingevo di essere felice di tutto, della casetta, del lavoro, della nipote che mia sorella aveva partorito. Volevo scappare dalle colline e tornare in centro, come aveva fatto mia madre tanto tempo prima, correre sotto casa tua e buttarti giù dal letto dove dormivi con tua moglie.

Poi, una mattina ch’ero scesa in città con la corriera, ti vidi al mercato. Eri con tua moglie e con tuo figlio. Tua moglie era ingrassata ancora, tu cominciavi a spiazzarti sulla fronte. La frangia non c’era più, per compensare portavi i capelli un po’ lunghi dietro ma erano radi. Stavi alle spalle di tua moglie mentre lei sollevava oggetti dal banco per guardarli meglio. Tenevi per mano tuo figlio senza parlargli, avevi lo sguardo insofferente. Io ero all’incrocio fra i barroccini, volevo incedere sdegnosa davanti a te, come quando mi vestivo per le signore e attraversavo lo stanzone di Rosachiara con tutti gli occhi puntati addosso, invece mi nascosi dietro le tovaglie appese, calai i capelli sugli occhi, rialzai il bavero del soprabito.

Tuo figlio ti somigliava ma aveva preso qualcosa anche da sua madre. Lo tenevi per mano come se ti aggrappassi a un salvagente, come se  il padre fosse lui e tu un bambino o un vecchio, non l’Amedeo che conoscevo io, ma uno misero, grigio, rassegnato. Tornai a casa e cercai il tuo numero sull’elenco. Non lo avevo mai fatto prima.

 

Diversamente da Glauce, Ida non si lascia “uccidere” da Giasone ma, diversamente da Medea, neppure lo uccide dentro di sé o cerca di punirlo, non si lascia agire dall’odio: lei continua ad amarlo, ad amare e così salva se stessa, lui e tutto ciò con cui viene in contatto. Rosanna, la sorella di Michela, ricorda Ida in questa capacità di amare che la porta a superare i propri limiti, a dominare la paura per essere finalmente madre e persona.

 

Ha paura, ancora la stessa maledetta paura di sempre, ha paura di tutto ciò che può accadere e persino di ciò che è già accaduto. Ha paura di essere figlia e di essere madre, ha paura di somigliare a Neda e a Michela, di non saper dimostrare l’amore che prova. Ma lo ama, ama questo bambino.

“Non so se sarò tua madre, non so se saprò esserlo fino in fondo. Ma ti amo, ti amo e  non m’interessa come sei nato, ti amo e basta. Stai sereno, bimbo mio, vedrai che tuo padre prima o poi torna. E vedrai che tua madre se la cava. Forse.

 

Amedeo entra in scena attraverso lo sguardo del figlio Francesco. Nel libro i personaggi vengono presentati da altri personaggi e Amedeo è quello descritto da più voci. La prima è  appunto quella di Francesco. Per lui Amedeo è un  padre  severo che gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare e che non era mai contento dei voti che portava a casa, e un marito distante, che vive in una casa piena di silenzi. Ma da subito, proprio attraverso lo sguardo del figlio, si intuisce che Amedeo non è solo questo. Ci sono degli indizi. C’è un famoso materasso che suo padre insisteva per portare giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro; c’è quella strana abitudine di farsi sempre la barba dopo mangiato; ci sono quelle scarpe di cuoio marrone che anche da vecchio, quando ormai non si sbarbava più, continua a tenere lustre, a lucidare con la ceretta. È ciò che rimane del ragazzo elegante e scanzonato, col soprabito color cammello, la cravatta un poco allentata, una zazzera di capelli neri più lunghi del dovuto che ha fatto innamorare Ida tanti anni prima. Per lei Amedeo è da subito l’Uomo, il suo uomo dalla voce forte e bella, che le punta in faccia due occhi neri ch’erano due fanali. Michela, invece, vede Amedeo  solo com’è diventato, un vecchio, un anziano come tanti ma non di quelli simpatici, chiuso nel suo ruolo di suocero, utile – solo utile – che si occupa del nipote, fa la spesa, paga le bollette e poi se ne torna a casa sua. E forse anche per Francesco gli indizi resterebbero solo indizi e il padre solo una figura severa e sbiadita se non ci fosse l’incontro con le lettere di Ida, che trova per caso mettendo a posto la casa di Amedeo dopo la sua morte.

 

Ecco un pacco di lettere, tutte simili, mantrugiate, sporche, evidentemente lette e rilette. Ne prende in mano una a caso, la prima che gli capita. Ha un vago sentore di cipria, di spigo stantio, di roba da donna vecchia. (...)

Ora ha in mano una pagina vergata con una calligrafia strana, che ricorda quella antica che hanno tutti i vecchi, ma pende verso destra e sembra scritta da qualcuno ubriaco o malato.

Non mi sono fatta più viva dall’ultima lettera, quella nella quale ti ho mandato la fotografia di me coi fiori, scattata quando ero giovane e ci siamo conosciuti, ma la mia mente se ne va e ti scrivo prima che si oscuri di nuovo e torni il buio. (...) amore mio, mio unico amore, e loro dicono che devo morire e io ho paura perché non so più chi sono e allora vado a imbucare la lettera prima di dimenticare dov’è la cassetta della posta.

 Tua Ida. Sì, è il mio nome, questo lo so, mi chiamo Ida.

 

Il primo istinto di Francesco è non andare oltre: “Ok”, pensa, “ Amedeo era mio padre. Ok, questa donna lo ha conosciuto e forse amato. Il passato è passato, certe cose stanno meglio sepolte”. Ma vuole sapere, ne ha bisogno…

Perciò decide di andare avanti. È il primo passo verso il cambiamento, l’inizio della trasformazione, segnato nella scrittura (la magistrale scrittura di Patrizia) da quel Ma collocato dopo il punto fermo, a segnare il distacco da ciò che precede e dal passato.

 Così Francesco continua a leggere, non per suo padre o per sua madre, per sé, perché in quelle lettere ha intravisto una scintilla … qualcosa che capisce di avere cercato da tanto tempo, qualcosa di cui ha bisogno e gli mancava. E  sente che ora ha qualcosa in mezzo al petto, qualcosa che fino a ieri non c’era: il padre ritrovato, il nonno nascosto di Loris, comincia ad “agire” e gli permette di “origliare se stesso”, come direbbe Bloom, cioè di ascoltare e riconoscere la propria voce interiore,  di  immaginare un se stesso possibile.

Ma chi tocca profondamente Francesco, più del padre, è Ida, una donna che lascia il segno, un’unghiata: di lei si sente quasi innamorato, è anche la sua Ida ormai. Così, leggendo il racconto dell’abbandono, sente il suo dolore e diventa insieme padre e figlio:

 

Il cuore di  Francesco sta battendo forte, vede Ida davanti alla porta, i capelli sciolti, le spalle che tremano. Sente il suo dolore. Vede anche suo padre … è giovane come nella foto, ha l’espressione sgomenta, lacerata, e sta scuotendo la testa. “No, babbo, no, non lo fare” vorrebbe gridargli “non dire no, c’è un’altra possibilità, diventa davvero Amedeo, diventa  quello che lei vuole, abbi coraggio, è la tua possibilità, ce l’hai ancora” Ora è lui Amedeo, e compirebbe senza alcun indugio o timore quel passo difficile – far entrare in casa Ida, chiuderla nelle sue braccia, baciala sui capelli morbidi, difenderla da chiunque. Ora è tutto semplice e possibile.

 

Ed è su questa apertura al “possibile” che, tempo dopo, dopo altre lettere e altre vicende, termina il lungo viaggio di Francesco. Ancora una volta la scrittura sottolinea con un Ma la trasformazione in atto, il cambiamento di prospettiva.

 

Magari, se un giorno riprenderemo a vivere insieme, Michela e io, torneremo a non vederci, a non ascoltarci … Ma c’è un sussurro ora nella sua voce che mi è caro, che raggiunge quella parte di me dove lei è ancora quella di un tempo.

Sono parole che echeggiano quelle dell’ultima lettera di Ida e che il destino e Francesco porteranno a compimento

 

Amore… ora non ricordo il tuo nome, sulla busta però l’ho scritto giusto, accanto all’indirizzo. (...) Amore… è quello che volevamo, no? Vedi, ci siamo riusciti a invecchiare insieme, a morire insieme. Mi guardavi negli occhi e dicevi insieme, sempre insieme, figli, nipoti, cane, sì, anche noi col cane, e poi seppelliti vicini. Ti amo, amore, non mi ricordo tutto per bene, non mi ricordo chi sei, non so più il tuo nome, però ti amo, ti ho sempre amato, ti amerò sempre.

 

Ci sarà questo nuovo inizio? Si potrà dire, con Andrea Chenier, “è dal dolore che a me venne l’amore”? Dopo la purificazione dell’autunno e il sonno dell’inverno, ci sarà finalmente una primavera? Sta a chi legge immaginare il seguito della storia, cercandone accenni e indizi nelle pagine del libro e nelle strategie testuali dell’autrice. Una cosa però mi sento di affermare a conclusione di questo viaggio tra il dire e il non dire, fra il mostrare e il nascondere, e cioè che tutte le storie narrate, drammatiche, intense, emozionanti, ma anche amare e impietose, sono tutte storie d’amore. Perché, secondo me, il vero protagonista di Una casa di vento è l’Amore, quello che, per dirla con Dante “muove il sole e l’altre stelle”. L’amore in tutti i suoi aspetti e sfumature, non certo solo l‘amore romantico o l’amore luminoso. L’amore di cui parla Patrizia è a volte durissimo e crudo. Del resto, per tirare in ballo ancora Dante, lui che inizia e conclude la sua Commedia parlando di Amore, ci ha fatto conoscere tutte le sue sfumature, da quello che redime dal male a quello che al male conduce e uccide l’anima e il corpo. Ed è l’Amore che trionfa alla fine del viaggio che l’ha fatto sprofondare nell’inferno e scalare la montagna del purgatorio prima di approdare alla luce. Un viaggio voluto da una donna che lo ama così tanto da lasciare il Cielo per dargli soccorso. Il viaggio di Dante è il viaggio di un credente sorretto da una fede senza dubbi, la fede granitica e intera del suo secolo. Per chi, come Francesco, Michela, Luca, Rosanna - come noi - vive in questo secolo “liquido”, credere nell’Amore che redime, nell’Amore come dio che vince la morte del corpo e dell’anima, non è semplice. Quello che Patrizia fa in questo libro è raccontarci un amore non perfetto, non luminoso, non divino, un amore squassato dal vento, terrestre e solo possibile, ma forse proprio per questo capace di farci da guida, perché tanto ci somiglia e perché, come dice Francesco “ Quando uno ha l’amore, babbo, se lo deve tenere stretto, perché non c’è altro, davvero non c’è altro, credimi”.

 

 

 

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Il geco

7 Maggio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

- Hai risposto degnamente alla tua empia rivale: grande fu il pericolo per gli dèi dell'Olimpo, ma altrettanto grande la loro vittoria! - esclamò Minerva rivolta a Calliope - Ed ora, ti prego, parlami di Cererei desidero molto conoscere la sua storia! -

Allora Calliope cantò, accompagnandosi con la cetra.

«In Sicilia, non lontano dalle mura di Enna, c’è un lago chiamato Pergo: i cigni cantano su quelle acque profonde, un bosco fitto lo circonda e lo ripara dal sole, il terreno umido fa nascere fiori bellissimi. In questo luogo felice è sempre primavera ...

Un giorno Proserpina, la figlia di Cerere, dea del grano, si divertiva a cogliere gigli e viole sulle sponde del lago; riempiva di fiori il cesto e la veste sottile, gareggiando con le compagne a chi ne prendeva di più.

Plutone, dio dei morti, la vide, se ne innamorò e la rapi! Tutto accadde in un attimo: un nero cocchio, trainato da neri cavalli apparve all’improvviso in mezzo al lago; volava sull’acqua, fra vapori di zolfo ... Alla guida stava il terribile dio, con in pugno lo scettro di re: i capelli arruffati si agitavano intorno alla sua testa, come una nuvola minacciosa; il volto, che non conosce sorriso, era incorniciato da un’ispida barba. Subito fu nel prato, vicino a Proserpina.

- Salvami madre, salvami! - invocò la fanciulla, e cercò scampo nel bosco.

Ma la sua fuga fu breve: una grande mano scura si protese verso di lei, l’afferrò e la trascinò sul cocchio ... La veste leggera si ruppe e i fiori si sparsero per terra. Il dio incitò i cavalli, scosse le briglie scure sulle scure criniere e scagliò lo scettro in fondo al lago: subito la terra si aprì, il cocchio sprofondò nella voragine e scomparve!

Quando Cerere non vide tornare Proserpina, si mise a cercarla per terra e per mare, senza darsi pace né riposo. Era la sua unica figlia e aveva per lei un amore sconfinato. Accese due torce alle fiamme dell’Etna e facendosi luce con quelle, vagò nella notte scura ...

Al mattino, cercava ancora la sua bambina. La dea del grano era sfinita e aveva sete; vide una capanna dal tetto di paglia e bussò. Venne ad aprire una vecchia.

-  Datemi da bere e da mangiare, vi prego, in. nome degli dèi! - chiese umilmente Cerere.

E la buona donna, impietosita, le offerse una ciotola piena d’acqua e della polenta. Mentre la dea si rifocillava, un fanciullo cominciò a guardarla in modo insolente; poi si mise a ridere e disse, puntando il dito contro di lei:

- Com’è ingorda quella vecchia pezzente! -

Allora Cerere si adira: fissa l’insolente con occhi terribili e gli scaglia addosso la polenta, gridando:

-Maledetti coloro che non rispettano i deboli! Hanno il cuore di ghiaccio, non sono degni di essere uomini! -

Subito il volto del fanciullo si cosparge di chiazze, le braccia si trasformano in zampe, sul corpo spunta una lunga coda, la sua figura rimpicciolisce e si contorce. La buona donna, stordita dal prodigio, cerca di toccarlo, ma egli fugge sotto una pietra! Ormai è divenuto un piccolo rettile, così non può fare del male; è ripugnante alla vista e il sangue che gli scorre nelle vene è gelido, come il suo cuore. Si chiama geco ed è una lucertola che vive sui muri, nascondendosi nelle crepe ...

 

 

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I terremoti della Sicilia

5 Maggio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Ascoltammo in silenzio questo lungo racconto che scher­niva gli dèi e l’amato padre Giove. Quando la superba princi­pessa tacque, fu la volta di Calliope, la nostra cara sorella: a lei affidammo il compito di gareggiare per tutte.

Calliope raccolse le lunghe chiome in un tralcio d’edera e, con voce melodiosa, intonò questo canto:

Cerere, la dea della terra, fece agli uomini doni straordinari: insegnò loro a usare l'aratro, fece nascere il grano e i dolci frutti, stabili le leggi! Cerere è una dea molto potente e per celebrarla, narrerò come sua figlia divenne regina del­l'Averno: spero che il mio canto sia degno di lei. Prima, però, voglio terminare una storia di cui è stato detto solo l’inizio ...

«C’è una grande isola, la Sicilia. Essa posa sulle spalle del gigante Tifeo, che osò assalire la dimora degli dèi. Ci fu una terribile guerra, ma, infine, Giove, con l’aiuto degli altri immortali, sconfisse quel mostro e lo confinò nelle profondità della Terra.

Egli si agita e vuole alzarsi, ma il monte Peloro posa sulla sua mano destra, il Pachino sulla sinistra, Lilibeo gli compri­me la gamba e l’Etna gli grava sulla testa. Sdraiato sui fondo, Tifeo, inferocito, scaglia sabbia e vomita fiamme dalla bocca. Spesso cerca di liberarsi dal peso che lo opprime, vuol scrollar­si di dosso le città e le montagne; allora il suolo trema, si squarcia e la luce giunge nel profondo, fino al regno dei morti. Ecco perché i terremoti seminano dolore e rovina nella bella Sicilia ... »

 

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La fontana del cavallo e il dio Ammone

6 Aprile 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Minerva, seduta in mezzo alle nuvole, osservava felice la vittoria del fratello Perseo: ormai il giovane eroe non aveva più bisogno di aiuto...

«Finalmente posso concedermi un po’ di riposo!» pensò la dea.

Si tolse l’armatura e l’elmo, depose a terra la lancia e lo scudo e indossò una semplice tunica; poi, avvolta in una nuvola cava, volò leggera sul monte Elicona, dove vivevano le nove Muse.

Le Muse erano divinità figlie di Giove e proteggevano le arti: Calliope, la poesia epica; Clio, la storia; Erato, la poesia amorosa; Euterpe, la musica; Melpomene, la tragedia; Polimnia, il canto sacro; Talia, la commedia; Tersicore, la danza e Urania, l’astronomia.

-  Benvenuta, cara amica nostra - disse Erato, rivolta a Minerva, che si accomodava la veste scomposta dal rapido volo, - A che cosa dobbiamo la tua gradita visita? -

- Sono venuta qui - rispose la dea dagli occhi azzurri - perché ho saputo che Pegaso, il cavallo alato, colpendo con uno zoccolo la roccia dell'Elicona, ne ha fatto scaturire una fonte –

-  È vero! Ed è una fonte magnifica, sacra alle ninfe! Vuoi vederla? – domandò gentilmente Calliope.

-  Ne sarei felice. Ho visto nascere quel cavallo ... È balzato fuori dal sangue di Medusa: quando mio fratello Perseo ha tagliato la testa del mostro, io gli stavo accanto e guidavo la sua mano! -

Allora Talia condusse la dea vicino alla nuova fonte di acqua azzurra e purissima, che sgorgava in mezzo a una foresta secolare. Minerva si chinò a bere, poi sedette all’ombra di un albero. Si sentiva rinascere: solo le sue nove sorelle sapevano darle quella pace, quella celeste armonia...

- Com’è bello qui, come siete fortunate ... - diceva la dea, guardandosi intorno.

- Anche noi abbiamo le nostre amarezze, cara sorella!  - rispose Clio - Ascolta, voglio raccontarti una storia accaduta poco tempo fa.

«Non lontano da questi sacri luoghi, abitavano nove fanciulle, figlie di re. Erano molto ricche e belle: vestivano abiti neri e bianchi, adorni di lunghi strascichi, che mettevano in risalto la loro snella figura. Però erano anche molto sciocche e orgogliose, per questo osarono sfidarci:

-  Gareggiate con noi, o Muse, se ne avete il coraggio! Abbiamo una voce bellissima, conosciamo tutte le arti e siamo nove, come voi. Le ninfe dei fiumi saranno i giudici della gara: se vinciamo, voi ci lascerete la sacra fonte creata da Pegaso, altrimenti noi vi daremo le più belle terre del nostro regno! -

Accettammo la sfida e la gara incominciò. Le ninfe giurarono di essere arbitri imparziali e si accomodarono su sedili di pietra. Allora una delle sfidanti si staccò dalle altre, acconciò la bella veste bianca e nera, dispose armoniosamente il lungo strascico e, accompagnandosi con la cetra, iniziò a cantare così:

Tifeo era il capo dei Giganti, tremende creature con lunghe code di serpente al posto dei piedi. Aveva grandi ali e cento teste; dalle sue cento bocche uscivano grida spaventose! Voleva prendere il posto di Giove, perciò decise di scalare l’Olimpo ...

Gli immortali, alla sua vista, fuggirono in preda al terrore; arrestarono la loro corsa solo quando giunsero in Egitto! Ma Tifeo li raggiunse anche in quei luoghi lontani ed essi, per nascondersi, si trasformarono in animali: Giove prese l'aspetto di un ariete, il capo del gregge (per questo Ammone, il grande dio di Tebe, ha la testa adorna di corna ricurve!); Apollo divenne un corvo, Diana un gatto, Giunone una bianca giovenca, Venere un pesce, Apollo un ibis dalle grandi ali ... Tifeo, furioso, dava loro la caccia ed essi, tremando, cercavano rifugio in grotte profonde!

 

 

 

 

 

 

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I coralli

8 Marzo 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Perseo, dopo la trasformazione di Atlante, si rimise ai piedi i sandali alati, appese al fianco la spada con la quale aveva tagliato la testa di Medusa e volò di nuovo nell’aria limpida. Vedeva passare sotto di sé popoli, città, foreste, deserti ... Il mondo era bellissimo, visto dall’alto!

Infine giunse nella terra degli Etiopi; lì Nettuno, dio di tutte le acque, aveva ordinato che Andromeda, la figlia del re, pagasse con la vita l’oltraggio fatto da sua madre alle Nereidi, le belle ninfe del mare.

Perseo, dall’alto, vide la misera fanciulla legata nuda alla roccia, in riva al mare: il vento le agitava i capelli e i suoi grandi occhi erano pieni di lacrime.

Il giovane eroe ne rimase incantato e, per un attimo, si dimenticò di battere le ali che lo tenevano sospeso nel cielo: sbandò, annaspò nell’aria e alla fine si posò su una roccia, vicino alla bella prigioniera.

-  Come ti chiami? - le chiese - Come si chiama questa terra? Perché sei legata così? -

Andromeda taceva: avrebbe voluto coprirsi il volto con le mani; ma era legata, perciò poteva solo piangere e arrossire ... Perseo insisteva con le domande e la fanciulla non voleva che quel giovane dai sandali alati la credesse colpevole di qualche orrendo delitto; perciò, con un filo di voce, gli disse il suo nome e quello della sua terra. Poi cominciò a raccontare:

-  Fu l’amore di mia madre a condurmi alla rovinai Io, per lei, ero la fanciulla più bella del mondo, più bella anche delle ninfe del mare; così andava in giro vantandosi.

 Le Nereidi si offesero terribilmente e pregarono Nettuno di vendicarle … Un drago gigantesco cominciò a seminare morte e distruzione nel nostro regno. Mio padre, disperato, chiese consiglio agli indovini e da tutti ottenne la stessa risposta: l’orribile creatura sarebbe tornata negli abissi del mare, solo dopo avermi divorata! -

-  Ma allora … tu stai aspettando il mostro! E i tuoi genitori dove sono?  - gridò Perseo, incredulo.

La risposta si gela sulle labbra di Andromeda: le onde hanno cominciato a ribollire e in mezzo al mare è apparso il drago, orrendo e minaccioso. Il suo petto copre un gran tratto di acque e si dirige velocemente verso la riva. Andromeda ha ritrovato la voce e ora grida, spaventata.

Ed ecco il giovane dai sandali alati, dirle:

- Non è tempo di piangere! Io sono Perseo, figlio di Giove e di Danae. Ho vinto la Gorgone Medusa e posso volare nel cielo: qualunque fanciulla sarebbe orgogliosa di avermi per marito! Ora, con l'aiuto degli dèi, compirò una nuova, grande impresa, però a un patto: che tu sia mia sposa, se riesco a salvarti! -

Intanto il mostro, facendosi largo fra le onde con l'enorme petto, sta per giungere allo scoglio ... Allora Perseo lega alla cintura la bisaccia che contiene la testa di Medusa; poi, con uno slancio, vola in alto fra le nubi. La sua ombra si disegna sulla superficie del mare e il drago, inferocito, si avventa contro l’immaginario nemico …

È il momento giusto: il giovane eroe piomba dall’alto sulla belva e le trafigge il collo con la lunga spada!  Il mostro vomita sangue, mentre Perseo lo ferisce sul dorso incrostato di conchiglie, sulla testa coperta di squame, sulla coda appuntita ... Infine, un colpo netto, preciso, e la spada micidiale affonda nel cuore della belva!

Perseo guarda le sue mani sporche di sangue e, per lavarle, poggia la testa di Medusa su uno strato di morbidi ramoscelli che coprono la sabbia.

Ed ecco quegli arbusti, ancora freschi e vivi, si induriscono e si tingono di un rosso intenso: sono diventati coralli!

 

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Il monte Atlante

6 Marzo 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Dopo la trasformazione delle figlie di re Minia, tutti gli abitanti della Grecia temevano e veneravano il dio del vino; solo Acrisio, re di Argo, sosteneva che né Bacco, né Perseo, suo nipote, erano figli di Giove.

Acrisio aveva una grande opinione di sé: si era conquista­to da solo il trono e riteneva di essere il più forte e il più astuto fra tutti i re della Grecia; che bisogno aveva degli dèi?

«Forse gli dèi non esistono...» pensava.

Perciò non credeva che sua figlia Danae avesse avuto Per­seo proprio dal re dell’Olimpo. Perseo, quel bambino tanto pericoloso, che non doveva nascere.

Infatti un oracolo aveva predetto ad Acrisio che sarebbe stato ucciso da un nipote e il re, per sfuggire al suo destino, aveva fatto rinchiudere la figlia dentro una torre inaccessibi­le. Ma Giove, innamorato della fanciulla, si trasformò in una pioggia dorata, passò attraverso una fessura aperta nel muro e riuscì ugualmente a raggiungerla ... Così nacque Perseo.

Quando Acrisio seppe dell’accaduto, non ebbe un attimo di esitazione:

 

- Chiudete la madre e il figlio in una cassa e gettateli in mare! -  ordinò.

Ma Giove vegliava sui due naufraghi e, sospinta da un vento leggero, la cassa approdò nell'isola di Serifo. Polidecte, re dell'isola, salvò Danae e Perseo e li accolse nella sua reggia.

Il tempo passò e Perseo divenne un giovane forte e intelligente, Danae una donna bellissima. Polidecte era innamorato di lei e voleva sposarla, ma Danae, che viveva solo per il figlio, lo respingeva.

 

- Perseo è un ostacolo alla mia felicità, – pensava il re – devo liberarmi di lui!

 

Infine ebbe un’idea …

Come tutti i giovani, il figlio di Danae amava l’avventura e desiderava dar prova del suo coraggio, perciò un giorno Polidecte gli disse:

 

- So che non hai paura di nulla, ma certamente non ose­resti affrontare la Gorgone Medusa!-

 

- Se la tua è una sfida, o re - rispose Perseo - l’accetto senza esitare! Prima, però, dimmi: chi è questa donna che do­vrebbe farmi tanta paura?-

 

- Medusa non è più una donna, ma un tempo era una fanciulla bellissima, così bella che Nettuno, dio del mare, si inna­morò di lei e subito fu ricambiato con grande passione. I due innamorati, però, scelsero per incontrarsi il tempio di Miner­va, che sorgeva in una valle isolata e silenziosa ... Una notte la dea, scrutando la Terra dall’alto dell’Olimpo, si accorse che il suo tempio era stato profanato! Sdegnata, decise di vendicar­si dell'oltraggio subito ... Ma Nettuno era un dio, e lei non po­teva punirlo; allora rivolse tutta la sua ira contro Medusa e la trasformò in un terribile mostro, con la lingua penzolante, le zanne enormi, i serpenti al posto dei capelli, gli occhi di fuoco. Chiunque l'avesse guardata, sarebbe diventato di pietra! –

 

- Anche ora Medusa ha questo potere? - chiese Perseo, affascinato dalla storia - Certo! La sua casa è circondata da statue di roccia, che un tempo furono uomini e animali - esclamò Polidecte. Vuoi forse rinunciare alla sfida? Sapevo che la verità ti avreb­be sconvolto...

 

- Niente affatto! - rispose il giovane, senza esitare - Voglio partire subito! Non ho paura, anzi: ben presto ti porte­rò la testa di Medusa!-

 

Polidecte aveva raggiunto lo scopo: finalmente avrebbe sposato Danae! Quel presuntuoso non sarebbe certo tornato dalla sua folle impresa: nessuno poteva vincere Medusa.

Invece Perseo, con l’aiuto di Mercurio e Minerva, i suoi fratelli divini, realizzò il progetto straordinario e decapitò la Gorgone.

Ma anche recisa, l’orribile testa conservò il potere di pie­trificare chi la guardasse e i serpenti continuarono a sibilare e a sputare nero veleno.

Dal collo di quel mostro, però, insieme al sangue, uscì uno splendido cavallo alato: il giovane eroe lo chiamò Pegaso.

Ora, dopo la vittoria su Medusa, Perseo, felice e pieno di orgoglio, tornava a Serifo, volava leggero nell’aria, grazie ai sandali alati che gli aveva donato suo fratello Mercurio, e stringeva fra le mani una bisaccia, che racchiudeva la testa della terribile creatura.

Portato dal vento, Perseo vagò nel cielo immenso e, quan­do giunse il tramonto, si fermò nella regione dell'Esperia: era troppo pericoloso volare di notte, anche per un giovane eroe!

L’Espero era il regno di Atlante, un uomo gigantesco: ave­va mille greggi e sulla sua terra nascevano alberi lucenti, che davano frutti d’oro.

- O re - gli disse Perseo, quando fu davanti a lui - Io sono figlio di Giove e ho compiuto grandi imprese: se onori gli dei e apprezzi il coraggio, ti prego, fammi riposare nella tua casa!

 

Atlante lo guardò pieno di sospetto e subito la sua mente corse a un’antica profezia, che ammoniva:

«Un giorno giungerà nella terra dell'Espero uno dei figli di Giove e allora il tuo regno avrà fine ... Egli

ti toglierà i frutti degli alberi d'oro, e la vita!»

Per questo il potente re si rifiutò di ospitare Perseo. Ma il giovane, senza esitare, infilò la mano nella bisaccia e trasse fuori la terribile testa di Medusa ...

Ecco, allora, Atlante diventare un’enorme montagna: la barba e i capelli si trasformano in folti boschi, le spalle e le ma­ni sono rupi scoscese, la testa è la cima più alta, le ossa diven­gono massi.

Ora, ai confini del mondo, non esiste più il gigante padro­ne di mille greggi: al suo posto c’è una catena di monti, che ne conserva il nome e continua a sbarrare la strada a chi vuol av­venturarsi nella terra dove crescono i frutti d'oro...

 

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Laura Nuti, "Come le ciliegie"

19 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Come le ciliegie

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2018

 

Il delizioso Come le ciliegie, di Laura Nuti, edito da Marchetti e ben illustrato da Roberta Malasomma, mi ha riportato indietro nel tempo, mi sono rivista bambina, leggere con foga e meraviglia adattamenti di classici e riduzioni di opere immortali: il Kalevala, il Peer Gynt, le storie di Carlomagno e Berta dal grande piede, la Divina Commedia spiegata ai ragazzi, la mitologia greca. Questo libro ha il sapore (inimitabile) di ciò che leggevamo allora, con un piglio, però, moderno. Che cosa sono le fiabe se non miti e leggende rielaborati, che cosa c’è nella fiaba se non la struttura stessa di un singolo grande mito (come ci insegnano Propp e Joseph Campbell)? E non era forse un’operazione simile quella compiuta negli anni sessanta con le fiabe sonore e con le riduzioni dei classici per bambini?  

Sonnolenti pomeriggi d’estate, un giardino afoso, una nonna che culla una piccina mentre racconta – o meglio, fa raccontare dall’immaginario cane Argo -  alla sorellina più grande le meravigliose vicende degli eroi omerici, prima, durante e dopo la guerra di Troia, adattate a un palato infantile e odierno ma appetibili per tutti, perché le storie, si sa, quando sono belle, sono godibili a ogni età.

Storie come ciliegie, una tira l’altra. Storie succose, colorate, multiformi, tutte diverse ma concatenate. Storie di mostri chimere (ovvero puzzle), di cavalli alati, di guerrieri belli e coraggiosi, (ovvero fighi), di principesse affascinanti, ma anche di dei che più umani di così non si può, con tutti i nostri difetti: l’infedeltà, l’invidia, la gelosia, la rabbia.

Come afferma la stessa autrice nel saggio Narrare e leggere belle storie:

I “ racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumatureriferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo”; sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie). (Laura Nuti)

Ecco il valore di questo “ri-raccontare” miti e saghe conosciute, ecco il valore degli adattamenti e delle rivisitazioni. E l’immagine della nonna è la più azzeccata. Spetta alle generazioni più anziane, infatti, il compito di tramandare, di trasmettere la cultura, cioè il patrimonio comune delle conoscenze e delle storie, arricchendole di valori contemporanei, di novelli spunti, d’immagini  consone alla nuova epoca.

Ben vengano operazioni culturali così fresche e piacevoli. Se in libreria ci fossero meno Peppa Pig, meno Pija Masks, e più libri deliziosi come questo, resterebbe la speranza che il mondo, pur evolvendosi, mantenesse quelle conoscenze che fanno di noi ciò che siamo e che vorremmo continuare a essere in futuro.

 

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Il girasole e i pipistrelli

18 Febbraio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

Il girasole e i pipistrelliIl girasole e i pipistrelli

 

 

 

Anche la seconda storia era finita e ormai sulla città in festa calava la notte. Dalla finestra della casa di Minia, si vedevano brillare mille fiaccole.

 - Vi  ringrazio, figlie mie - disse il re - Ora però scendiamo in strada con gli altri, balliamo e onoriamo anche noi il grande dio del vino! Non possiamo più attendere ... –

- E Clizia? Non vuoi sapere quale fu la sua sorte? Hai ascoltato le tue figlie maggiori, caro padre; perché non vuoi sentire me, che sono la più piccola? - disse la terza sorella.

 

Re Minia aveva un debole per lei, come poteva deluderla! Così, con il cuore pieno di tristi presagi, il re si mise ad ascoltare anche la sua storia. E la figlia minore incominciò a narrare:

 

- Quando Clizia seppe della triste sorte dell'amica, si disperò e maledisse la sua gelosia. Avrebbe dato la vita per poter tornare indietro, ma ormai non c’era più modo di cambiare il destino e di sfuggire all’ira del Sole. Il dio, infatti, raccolse l’arbusto d’incenso, nato dal corpo della sua innamorata, lo strinse al cuore e si recò da Clizia.

 

- Ti maledico! - le disse - E non voglio più vederti: se ti guardo, provo un tremendo dolore, perché mi ricordi la felicità che ho perduto per sempre! -

 

Poi le volse le spalle e si allontanò, avvolto nel mantello scuro.

Clizia rimase sola con i sui rimpianti.

 

- Ho perduto la mia unica amica e il mio unico amore ...  - mormorava fra le lacrime, e si struggeva di dolore e d’amore, perché continuava ad amare il Sole, disperatamente.

 

Il dio, invece, passava alto nel cielo col suo carro di fuoco e volgeva la testa per non vedere la fanciulla; lei, desolata, lo seguiva con gli occhi, finché scompariva all’orizzonte.

 

- Perdonami! - diceva, alzando le braccia verso il Sole - Sono tanto infelice! Darei la vita per un tuo sguardo... -

 

Ma il dio, irato, non ascoltava quella preghiera.

Il tempo passava e l’amore di Clizia diventava sempre più forte. La fanciulla piangeva, deperiva, sfuggiva la compagnia degli altri; cercava solo luoghi deserti, lontani dalla città, dove né le case, né gli alberi potevano impedirle di guardare il Sole

Infine Clizia abbandonò la sua famiglia e fuggì in mezzo alla campagna.

Cercò un luogo brullo e solitario, completamente inondato di luce; lì si sedette e rimase ferma per giorni e giorni, con il viso rivolto verso il cielo. Non mangiava, non dormiva, piangeva soltanto e non si stancava di fissare il Sole che passava rapido sopra di lei, senza mai degnarla di uno sguardo.

Alla fine, i piedi della fanciulla cominciano ad aderire al suolo, il corpo magro diviene uno stelo sottile, il volto è un fiore giallo, simile a un gigantesco occhio ornato di ciglia dorate; e benché trattenuta dalla radice, Clizia continua sempre a seguire con lo sguardo il Sole, perché lo ama, anche se ormai è solo un fiore ...

 

- Allora il girasole, un tempo, era una giovinetta come te ... - disse Re Minia, commosso, quando la terza figlia smi­se di raccontare.

- Sì, padre mio, e ...  - fece per rispondere la fanciulla, ma non riuscì a terminate la frase.

 

Improvvisamente il suono roco e insistente dei tamburelli riempie la casa, un profumo fortissimo di vino e di mitra si diffonde ovunque, dai tetto cadono ghirlande di rose … Ma nessuno suona o sparge fiori e profumi: tutto è fatto da mani invisibili!

Poi i telai cominciano a divenire verdi, le stoffe a trasformarsi in pampini o in rose, i fili diventano tralci di vite, grappoli d’uva tingono di rosso la lana ancora da filare. Le mura della reggia tremano, le lampade si accendono; il palazzo è rischiarato dai bagliori di mille fiaccole e ovunque si odono ruggiti di belve feroci ...

Le sorelle corrono qua e là per la casa invasa dal fumo, si nascondono ora in un angolo ora in un altro per sfuggire ai fuochi e ai lampi; re Minia assiste alla scena e mormora, piangendo:

 

- Ecco, la vendetta del dio è giunta! Nessuno può salvare le mie povere figlie ... -

 

E mentre le tre fanciulle cercano un luogo dove nascondersi, il loro corpo rimpicciolisce; le gambe, che non hanno voluto danzare in onore di Bacco, quasi scompaiono; le dita, così abili a intrecciare fili, si allungano incredibilmente e una membrana, simile a stoffa sottile, le unisce e le imprigiona.

Le tre sorelle sono ormai strani uccelli neri: non hanno piume, ma volano ugualmente, sorrette da ali trasparenti; quando cercano di parlare, emettono una voce sommessa e sottile. Abitano in luoghi chiusi e riparati; detestano i rumori e la luce, perciò volano di notte. Gli antichi davano loro un nome che ricorda la tarda sera: “vespertili”, noi li chiamiamo pipistrelli

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L'incenso

29 Gennaio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

La figlia di Minia smise di parlare e di nuovo si sentirono canti e grida giungere dalla strada.

-  La tua storia è bellissima, mia cara - disse il padre, commosso dalla triste sorte di Piramo e Tisbe - Ma ora, ti prego, vai a onorare Bacco, insieme alle tue sorelle. Sento che anche la nostra casa sta per essere colpita dalla sventura! –

- Ma no, padre, non temere: qui siamo al sicuro, niente può farci del male! - risposero sorridendo le fanciulle - Rimani ancora con noi, abbiamo tante storie da raccontarti! Ascolta...

E la seconda figlia cominciò a narrare:

«Un giorno il Sole si innamorò di una bella principessa, di nome Leucotoe. Era così innamorato che, per poterla ammirare più a lungo, sorgeva presto e tardava a tramontare, perciò rendeva più lunghe le sere d’inverno.

Di notte i quattro cavalli del Sole si riposano dalle fatiche della giornata e pascolano nelle terre che si trovano agli estremi confini del mondo. Non si nutrono d’erba, ma d’ambrosia, il meraviglioso cibo degli dèi: chi ne mangia diventa immortale, perciò i cavalli del Sole sono sempre forti e giovani.

Mentre Piroente, Eoo, Etone e Flegetonte brucavano tranquilli il loro cibo divino, il Sole decise di incontrare la dolce Leucotoe ...

La fanciulla, figlia di Orcamo, un re dell’Oriente, era timida e schiva. Le sue compagne pensavano già alle nozze e facevano progetti per il futuro: un bravo marito, la casa, i figli ... Leucotoe, invece, sognava l’amore. Passava il giorno lavorando al telaio e, mentre la spola volava fra un filo e l’altro, anche i pensieri della fanciulla prendevano il volo e la sua mente si riempiva di immagini bellissime e vaghe, che le facevano battere il cuore. Non si era mai innamorata, ma sapeva, sentiva, che questo stava per accadere: colui che attendeva da sempre, era vicino...

Da qualche tempo Leucotoe faceva uno strano sogno: la sua stanza, a un tratto, si riempiva di una luce bellissima, che l’avvolgeva tutta. Si sentiva invadere da un calore meraviglioso e sconosciuto: era la perfetta felicità! Poi quel calore improvvisamente svaniva e la stanza diventava sempre più buia, sempre più fredda, sempre più desolata ... Leucotoe si svegliava piangendo, in preda al terrore.

Una notte aveva raccontato il sogno a sua madre Eurinome, che era accorsa per consolarla.

-  Non temere, figlia mia! - aveva detto la donna, abbracciandola - Tutte le fanciulle, quando pensano all’amore, sono piene di gioia, ma provano anche strani timori ... Non aver paura del futuro e confidati con me: anch’io sono stata giovane, posso capirti! Però, ti prego, non parlare di questo a tuo padre: per lui sei sempre una bambina e non vuole che tu pensi all’amore. Ha paura che qualcuno ti inganni. Farebbe qualunque cosa per difenderti, qualunque cosa!

 La fanciulla, rasserenata dalle parole di sua madre, aveva ripreso a tessere e a sognare.

Anche quella sera Leucotoe sedeva al telaio, al lume della luna, circondata da dodici ancelle; e il Sole, intanto, avvolto in un mantello scuro, si avvicinava alla casa della fanciulla ...

- Come posso restare solo con lei? - pensava il dio - Certo re Orcamo avrà ordinato alle ancelle di non lasciarla neppure un attimo ... È terribilmente geloso e orgoglioso! Come fare? Ecco, ho trovato! Prenderò l’aspetto di Eurinome: chi può sospettare di una madre? -

In un attimo si trasformò; quindi entrò nella stanza e si avvicinò a Leucotoe.

Da vicino, la fanciulla era ancora più bella, più dolce, più gentile ... Il Sole, tremante, la baciò, proprio come una madre può fare con la figlia. I capelli di Leucotoe avevano un profumo meraviglioso ...

-  Nessuno dei fiori che faccio nascere ha questa fragranza! - pensò il dio; poi disse, rivolto alle ancelle:

-  Uscite, vi prego! Ho bisogno di parlare con la mia figliola –

Le ancelle ubbidirono e in un attimo lasciarono la stanza. Per il Sole, quell’attimo fu lungo come un secolo! Appena Leucotoe rimase sola, la strana madre le sussurrò:

- Io sono colui che illumina la Terra, fa crescere il grano, crea le stagioni ... Ma tutto questo non vale il profumo dei tuoi capelli. Ti prego, credimi: sono innamorato di te! -

Per lo spavento, la fanciulla lanciò un grido e lasciò cadere la spola ... La paura la rendeva ancora più candida e bella.

Allora il Sole riprese l’aspetto consueto e si mostrò in tutto il suo splendore; subito i timori di Leucotoe svanirono: colui che aspettava era giunto, finalmente!

- Io ti conosco già – disse la fanciulla - Ti ho visto tante volte nei miei sogni, e ti amo da sempre!

Così, per qualche tempo, nessuno, sulla Terra o nel cielo, fu più felice del Sole e della sua Leucotoe ...

E come tutti gli innamorati, essi si curavano solo del loro amore, senza accorgersi di ciò che accadeva intorno.

Anche Clizia, l’amica più cara di Leucotoe, era da tempo innamorata del Sole, ma lui non l’aveva mai degnata di uno sguardo. Quando lei le confidò il suo segreto, Clizia si senti bruciare di dolore e di gelosia. In un momento di rabbia, andò da Orcamo e gli raccontò che la figlia, di notte, si incontrava col Sole.

- È un dio che si innamora facilmente, quello! - disse Clizia al re - E con la stessa facilità abbandona chi ha conquistato; poi si vanta delle sue imprese con gli dèi e con gli uomini! Ho visto piangere tante fanciulle e anch’io sono stata una sua vittima ... Ora tocca a Leucotoe perdere l’onore e subire l’ennesimo inganno! -

A quelle parole, re Orcamo si sconvolse: la sua unica figlia, la luce dei suoi occhi, insultata e ingannata! Era così fragile e innocente: sarebbe morta di dolore ... Tutti avrebbero riso di lei e del suo sciocco padre, che non aveva saputo difenderla!

- Devo salvarla, a ogni costo! - pensò, fuori di sé dal dolore - Devo nasconderla in un luogo dove il Sole non possa mai più raggiungerla!-

La mente del re cadde preda della follia ... Così chiamò le guardie e ordinò che la figlia fosse seppellita in una fossa profonda e poi coperta da un pesante mucchio di terra!

Tutto accadde in un attimo. Re Orcamo, sguainata la spada, trafisse Eurinome, che cercava di difendere la figlia; le ancelle, sbigottite, si nascosero negli angoli più remoti del palazzo; Leucotoe, mentre le guardie la trascinavano verso la fossa, ebbe solo il tempo di ricordare il suo antico sogno ... Ma fu un attimo: poi il freddo e il buio l’avvolsero per sempre.

Quando il Sole venne a sapere ciò che era accaduto, gridò di dolore, come impazzito: dopo la morte di suo figlio Fetonte, non aveva mai provato una pena così grande! Disperato, il dio trapassò con i raggi il mucchio di terra, raggiunse Leucotoe, l’abbracciò, cercò di riscaldare quel corpo gelido, ma invano: non riuscì a fare niente per strapparla alla morte! Allora cosparse di nettare la terra sotto la quale giaceva la fanciulla e disse, fra le lacrime:

- In questo modo riuscirò a portarti in cielo con me! -

Subito il corpo di Leucotoe, imbevuto di nettare, si discioglie in un liquido odoroso, che bagna la terra; poi, a poco a poco, un arbusto, l’incenso, mette radici e cresce, fino a raggiungere la luce del Sole.

Da allora, nelle cerimonie in onore del dio, i sacerdoti gettano nel fuoco rami d’incenso. Quando il calore della fiamma l’avvolge, l’arbusto ricorda gli abbracci appassionati del Sole e dalle sue ceneri si sprigiona ancora il profumo dei capelli di Leucotoe. Poi quella meravigliosa fragranza sale verso l’Olimpo, in cerca del dio innamorato ...»

 

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Le bacche nere del gelso

16 Gennaio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Bacco era un dio molto potente, ma non tutti amavano le sue feste rumorose e sfrenate ...

Minia, re della Beozia, aveva tre figlie. Erano giovani, belle e rispettose degli dèi, ma non sopportavano le danze, il vino e il clamore; così, quando nella città si festeggiava Bacco, esse stavano lontane dalla folla e lavoravano al telaio. Sedevano tranquille nella loro casa fresca e quieta, l’una accanto all’altra: la prima rendeva soffice la lana, la seconda torceva il filo e l’ultima tesseva.

La grande stanza dove lavoravano si affacciava sul giardino: le tre sorelle ascoltavano il cinguettio degli uccelli, respiravano l’aria profumata. Fuori, per le strade, le loro compagne cantavano e danzavano al suono dei tamburelli, con la testa cinta di ghirlande di fiori; le tre sorelle tessevano in silenzio e si sentivano felici. Spesso, quando la luce del giorno diventava più dolce e la fatica del lavoro si faceva sentire, ciascuna, a turno, raccontava una storia. Allora la stanchezza scompariva e il tempo passava veloce, perché quelle favole erano così belle, che spesso gli uccelli del giardino smettevano di cantare, per ascoltarle.

Re Minia amava molto queste figlie ed era in pena per loro: venerava Bacco, ma sapeva quanto fosse vendicativo con chi gli mancava di rispetto, e temeva la sua ira; così, ogni volta che in città si festeggiava il dio del vino, il padre, con tenerezza, esortava le tre fanciulle:

 

- Prendete tamburelli e fiaccole, mie care figlie! Sciogliete i capelli e adornateli di rose! Ascoltate, dalla strada giungono le voci delle vostre compagne: andate con loro, partecipate alla festa! Bacco è un dio potente, e io tremo per voi ... –

 

- Non chiederci questo, padre - rispondevano le sorelle - Non facciamo del male a nessuno: lavoriamo e raccontiamo favole, quale dio può volere la nostra rovina? -

 

Anche quella volta la città era adorna di fiaccole e risuonava di canti e di musica assordante. Come sempre, re Minia cercava di persuadere le figlie a lasciare il telaio e a scendere nelle strade, ma invano ...

 

- Scaccia i tuoi timori, caro padre! Senti come è fresca la sera e quieta la casa! Siedi vicino a noi, riposa, e ascolta questa bella storia - dissero le sorelle, e la più grande cominciò a raccontare:

«Nella lontana terra di Babilonia vivevano due giovani bellissimi, lui si chiamava Piramo, lei Tisbe. Abitavano in case vicine, così si conobbero e divennero amici.

Col tempo quell’amicizia si trasformò in un amore profondo e sicuramente sarebbero divenuti marito e moglie, se i loro genitori non fossero stati nemici.

Le famiglie si odiavano e fra loro correvano solo sgarbi e male parole; ma questo rancore non riusciva a distruggere l’affetto dei due giovani, che anzi cresceva ogni giorno di più, come un grande albero con radici profonde.

Il muro che divideva le loro case era solcato da una sottile fessura. Piramo e Tisbe la usavano per parlarsi: attraverso quel piccolo spiraglio, si confidavano i loro pensieri e si dicevano parole d’amore; spesso rimanevano in silenzio e ascoltavano il battito dei loro cuori ... Era bello poter essere vicini almeno in quel modo, ma non poteva bastare per sempre.

Così un giorno i due innamorati stabilirono di incontrarsi di nascosto.

 

- Aspetteremo la notte e poi usciremo di casa in silenzio: nessuno ci vedrà - disse Piramo.

- Sì! - rispose la fanciulla, senza esitare - Ci troveremo in aperta campagna, sotto il grande albero di gelso. Mi piace quell’albero: ha le bacche bianche e lucenti e cresce vicino a una fonte. È un luogo bellissimo per il nostro incontro! -

 

Tisbe aveva paura del buio e della notte, ma in quel momento non ricordava i suoi timori ...

I giovani innamorati attesero con ansia il calore della sera: sembrava che il sole non volesse mai andarsene, quel giorno! Finalmente il grande astro luminoso scese nel mare e dal mare emerse la notte …

Piano piano senza farsi sentire, Tisbe si alzò dai letto dove fingeva di dormire, si coprì i capelli con un velo (a Piramo piacevano tanto i suoi capelli, e la rugiada della notte non doveva sciuparli!); poi aprì la porta e usci nelle tenebre.

Il cielo, le strade, le case, tutto era scuro, minaccioso. Tisbe si sentì tremare le ginocchia e una gran paura la invase. Allora si mise a correre e corse, corse senza fermarsi mai, senza guardarsi in torno, finché non giunse al grande gelso; lì, sfinita, si rannicchiò ai piedi dell’albero, in attesa di Piramo.

Ed ecco, una leonessa con il muso rosso di sangue si avvicina alla fonte: ha da poco divorato un bue e ora vuole dissetarsi.

Tisbe la vede al lume della luna: è una belva enorme, forte, selvaggia! La fanciulla, terrorizzata, si alza di scatto e cerca riparo; scorge una grotta: corre a rifugiarsi e rimane nascosta in quella cavità oscura. Al buio, sente solo i battiti del suo cuore ...

Nella fuga, il velo le è caduto a terra. La leonessa, che dopo aver bevuto sta tornando nel bosco, lo vede e comincia a lacerarlo: le sue fauci sporche di sangue tingono di rosso la stoffa sottile. Poi la belva scompare e tutto torna quieto e silenzioso.

Intanto Piramo giunge alla fonte: vede nella polvere le impronte della leonessa e vicino il velo di Tisbe, macchiato di sangue!

 

- È colpa mia se sei morta! - grida disperato - Io ti ho spinto a uscire di casa e ad affrontare i pericoli della notte ... E non ero qui, a difenderti, quando avevi bisogno di aiuto! -

Il giovane raccoglie il velo e lo copre di baci, poi prende il pugnale che porta sempre con sé e sussurra fra le lacrime:

 -Ti ho lasciata sola nella campagna buia ma sarò sempre con te nel regno delle tenebre -

Così dicendo, si conficca la lama nel petto e cade a terra, morente.

Il sangue schizza in alto e bagna le foglie del gelso; anche le radici bevono quel giovane sangue e tingono di rosso i frutti dell’albero.

Ed ecco, Tisbe, ancora impaurita, esce dalla grotta e torna sotto il gelso per incontrare il suo innamorato. Che strano: le bacche hanno cambiato colore!

 

- Forse ho sbagliato, non è questa la pianta ... - pensa la fanciulla.

Mentre è nel dubbio, si guarda intorno … Poco lontano c’è un corpo morente, steso in una pozza di sangue!

Subito Tisbe lo riconosce, si slancia su di lui, lo abbraccia, piange, bacia quel viso che si fa gelido.

All’improvviso vede il velo stracciato, il pugnale e capisce ciò che è accaduto:

 

- Ti sei ucciso per stare sempre con me e io non voglio lasciarti: neppure la morte potrà spezzare l’amore che ci ha uniti! Perciò chiedo, come ultima preghiera, che i nostri genitori ci facciano riposare in un’unica tomba. E tu, albero, fai che i tuoi frutti rossi divengano scuri e siano sempre a lutto, in. ricordo di questo grande dolore! -

E dopo aver detto tali parole, senza esitare Tisbe si trafigge il petto col pugnale, ancora caldo del sangue del suo innamorato.

La triste preghiera, però, raggiunge gli dèi e tocca il cuore dei genitori: ora il colore delle bacche di gelso è nero e i due giovani riposano in un’unica tomba».

 

 

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