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Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

30 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

Lamentarsi non serve, più utile analizzare le ragioni degli insuccessi. Secca ammetterlo, ma, alla fine, è sempre tutta una questione di fs. Bisognerebbe andare, salutare, stare in prima fila ai convegni, magari presentare un saggio di persona. Figurati! Io rischierei di rimanerci secca. Lo dicono tutti che ti devi far vedere, telefonare nelle redazioni, stringere amicizie reali con quelli del mestiere. Mi ero illusa che nell’età della litweb si potesse prescindere dal contatto fisico ma non è così. Se non ti vedono, si dimenticano di te e, se scrivi per sollecitare, diventi un fastidio, quindi meglio tacere, sempre e comunque, anche perché, quando poi non rispondono, ti senti umiliata e cretina. La pubblicità martellante, i cartelloni, le grida, il “comprate il mio libro, pagatelo con posta pay”, le foto del libro in tutte le salse e tutte le posizoini, non fanno per me e nemmeno per voi, lo so, vorreste che la gente capisse da sola il valore del vostro lavoro. Un’utopia.
Per farsi leggere, bisogna avere una vita interessante. Puoi farti maltrattare dal marito, ad esempio, puoi prostituirti, assumere droga, diventare alcolizzato, naufragare su un barcone, lasciarti rapire dagli alieni. Ma, dico, almeno moribondi, vorrete essere? Come quella poveretta malata terminale di cancro che ha firmato un contratto con Mondadori prima di andarsene.Invece voi siete solo un attimino social fobici, come me.

Persino sul web mi tengo in disparte, mangio nel mio piatto, come ho fatto per tutta la vita, ballo da sola e la cosa non paga. Non sono popolare in certi gruppi di lettura che contano migliaia d’iscritti ma basi culturali leggere come veli di garza, salottini dove si accumulano e si macinano libri più che competenze e dove, di ciò che si legge, ahimè, rimane ben poco.
Un’amica mi ha detto: “Non parlare di fs, spaventi gli editori”, ma io sono stanca di accampare scuse, di svicolare, di nascondermi, sono evitante e lo dico, metto le mani avanti. Anzi, se ci pensate, dire “sono evitante” fa pure chic, blasé.
Una volta messa la cosa in chiaro, l’atteggiamento che mi aspetterei sarebbe il seguente: “Ok, vai tranquilla, ti chiederemo di fare solo ciò che puoi, per il bene del tuo libro che è anche un nostro progetto. Crediamo nel tuo testo e lo promuoveremo noi al tuo posto, tu potrai farlo comodamente da casa, con il mezzo che sai usare: la parola scritta. Inutile, anzi, controproducente, chiederti quello che non ti riesce e che affosserebbe il lavoro. Sarebbe incoscienza da parte nostra.”
Anche perché, diciamocelo, a chi interessano, ormai, nell’era del digitale, le presentazioni del cazzo nelle librerie del cazzo? Sai quelle con tre gatti annoiati – di cui due sono parenti dell’autore e uno è entrato per caso – che non vedono l’ora che il relatore si distragga per squagliarsela senza aver comprato il libro?
Invece, cari miei, ciò che il vostro legittimo outing susciterà saranno i tre atteggiamenti seguenti.
1. Spavento. La persona alla quale avete esposto lucidamente e consapevolmente il vostro problema vi prende per pazzi, vi crede affetti da qualche patologia contagiosa, si dilegua con un imbarazzato saluto a denti stretti e non ne sentite mai più parlare.
2. Incredulità. La persona con la quale vi confidate, specie se vi è amica, minimizza, ha un approccio scherzoso, da pacca sulla spalla. “Tranquilla, che vuoi che sia, dai, forza, buttati, non è niente, sei fra amici.” Non ha cattive intenzioni ma non ha nemmeno capito un accidente. Oppure, e sono i più insopportabili, si atteggia a guro del “devi lavorarci sopra”. “Un tempo anch’io ero come te”, confida, “ma ci ho lavorato sopra”. Ci hai lavorato sopra? Hai lavorato sopra al timor panico, ai terremoti neurovegetativi, al sudore che ti sfianca, alla tremarella, alla vista che si annebbia, alla lingua che si lega, alle ginocchia che cedono, alla voglia di sprofondare, all’angoscia? Ma vaffanculo, te e il tuo stramaledetto lavoro.
3. Disprezzo. In questa società di vincenti, di ottimisti a tutti i costi, chi esterna le proprie debolezze, i propri difetti, è considerato un fallito, uno che si autocommisera e che va compatito perché fa pena, perché è un povero topo impaurito chiuso nella sua tana. Ed io, invece, vi dico che chi ha il coraggio di delimitarsi, di esternare dubbi e mancanze senza falsa umiltà, è sulla strada della vera autostima e dà una dimostrazione di forza.
Penso che la risposta a questo ultimo punto l’abbia data, ancora una volta, Claire:

Guarda e passa, Patry. Il giudizio degli altri per noi è tutto, ma tu sai che non deve esserlo. Siamo al mondo 3 giorni in croce, dobbiamo passarli a struggerci per ciò che di noi pensano gli altri? Che si fottano. I tuoi contatti fb, la gente vincente, chi fa tutto per bene, chi è sempre convinto di essere dalla parte giusta, chi vive di superficialità e di niente, e anche quelli del pensiero positivo a tutti i costi. Come mi disse la psicologa, prima o poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, per tutti. Un bel vaffanculo. E via!

Emily Dickinson aveva venticinque anni quando decise di sprangarsi in camera sua e non uscire più, parlava ai pochi conoscenti attraverso una grata e coltivava la sua solitudine come un fiore prigioniero. Ditemi se questa non è fs.
Emily Dickinson è considerata una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Che sarebbe stato di lei oggi? L’avrebbero invitata ai reading e avrebbe rifiutato, avrebbe visto trionfare al suo posto persone sfacciate che non si vergognavano a declamare ai quattro venti i loro versi volgari. Ah, dimenticavo, delle 1775 poesie che scrisse, solo sette furono pubblicate durante la sua vita.
Anche la vostra sensibilità è tesa come una corda di violino, siete senza pelle, con i nervi scoperti e questo, pur se vi fa soffrire, è un pregio, ricordatevelo sempre, è la pasta di cui sono fatti gli artisti. Con ciò, per carità, non voglio dire che io sono Emily Dickinson ma, forse, fra voi qualcuno lo è.

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Quando gli uomini dicono di no al sesso

29 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quando gli uomini dicono di no al sesso

Questo post è dedicato a tutte voi, care amiche, che, dopo aver trascorso un intero pomeriggio a sguazzare inebriate in fantasie xxx rated, assolutamente persuase di poter mettere in pratica di lì a poco tutto lo sconcio campionario delle vostre immaginazioni hot, vi siete sentite opporre dal vostro uomo, rincasato col peso del mondo sulle spalle, un triste, mortifero “no”!

Ovvio che alle eroine dei nostri romanzi queste cose non capitano, anche perché il banalpatetico (siamo su questo registro, secondo me) promette solitamente scarso successo editoriale…

Comunque, lo spunto l’ho preso da uno di quegli articoletti ipercazzeggianti di cui trabocca il web e che mi somministro spesso come antidoto alla noia e al peso della quotidianità.

Si trattava di una statistica sulle scuse più comuni che gli uomini adducono per sottrarsi alle richieste sessuali delle loro compagne.

Per la cronaca, il podio delle scuse maschili è il seguente:

1) spossatezza dovuta a giornata lavorativa troppo pesante

2) urgenza di dover portare il cane a fare i suoi bisogni (!!!)

3) vitale necessità di concludere una partita ai videogame.

Sempre per la cronaca, nel merito, vi dico anche la mia:

la 1) ha una sua ragion d’essere anche se inversamente proporzionale al numero di volte in cui viene utilizzata,

la 3) è già decisamente meno digeribile, ma almeno corrisponde a una (per quanto discutibile) passione e comunque ben si colloca nella cornice del cronico, invincibile infantilismo maschile,

ma stare in coda dietro l’incontinenza canina è avvilente e brutto, in qualsiasi modo lo si voglia intendere…

Mi immagino la faccia della pollastra che, con indosso solo le scarpe tacco 12 e il trench, nel momento dell’apertura a mo’ di maniaco al parco, si sente dire… un attimo cara porto Bobby a fare la pipì e torno…

Come sempre, in questi casi, gli spunti più interessanti vengono fuori dai commenti dei lettori. Più sfumati e variegati quelli femminili, perlopiù sul “machista” spinto quelli maschili.

Uno dice: “ma da dove vengono ste stronzate? Si dà il caso che all’uomo non gli sembra vero di farsi una scopata quando la donna è disponibile…”

Un altro dice che le occasioni non si devono perdere (gliene capiteranno poche?) per cui lui la voglia fa in modo di farsela venire…

Un altro ancora gli risponde: “eh ma questa si chiama fame… è un discorso diverso…”

E via all’osteria…

Alla fine, comunque, the ultimate commento, la pietra tombale della discussione recitava più o meno così: “Non esistono più gli uomini di una volta…”

Ora, io non so come sono gli uomini di oggi (uno ne ho, e spesso non ho idea di cosa gli passi per la testa), figuriamoci se posso parlare di quelli di una volta…

Mi sembra già difficile calarli nella situazione…

Riuscite a immaginarvela, vostra nonna, in guepiere, fare la lap dance attorno al pilastro di casa per convincere vostro nonno a fare sesso con lei dopo una torrida, spossante (questa sì…) giornata passata a raccogliere pomodori nei campi?

La donna di una volta “aspettava”. Aspettava quando l’uomo ne aveva voglia… e spesso aspettava (figli) dopo che l’uomo la voglia se l’era tolta!

Il tutto non risultava sempre così divertente per cui quando ci si poteva sottrarre (avete presente “quei” mal di testa?)…

Io credo piuttosto che sia più giusto dire: “Non esistono più le donne di una volta…”

L’emancipazione femminile è storia (anche se su questo punto ci sarebbero da precisare due o tre milioni di cose) e l’iniziativa femminile nell’approccio sessuale è un’eventualità ampiamente sdoganata e generalizzata.

Decidiamo noi quando ne abbiamo voglia… non aspettiamo più che sia lui a chiedercelo!

Tuttavia la facoltà di prendere l’iniziativa implica l’onere di accollarsi il rischio di un rifiuto

E qui viene il brutto: per noialtre i “no” alle nostre profferte sessuali sono sempre una delusione cocente che il più delle volte tentiamo peraltro di non lasciar trasparire…

Ma perché non riusciamo a confessare che in tali occasioni, più che rimanerci male, ci girano le palle (anche se non ce le abbiamo) a più non posso?

Il punto è che, nonostante sappiamo di poterci trovare spesso dall’altra parte, cioè di quelle che marcano visita, per così dire, certe reazioni dagli uomini non ce le aspettiamo proprio…

E se, sforzandoci di razionalizzare, pensiamo: “ma sì, capita a me, perchè non può capitare a lui? (ma più cerchi di essere razionale e più le domande e i dubbi ti affollano la testa)

La risposta emotiva che promana dalle scosse profondità del nostro essere è in realtà… una domanda!

La più angosciosa/incazzogena domanda che possa porsi una donna rifiutata dal suo abituale compagno, l’apocalittica: “non mi desidera più?

Ora, io capisco che qui siamo seriamente a un interrogativo sui massimi sistemi (non scherzo), però prima di arrivare a compiere gesti estremi, io direi: facciamo un bel respiro, pensiamo alle cose belle della vita (le crépes alla nutella, lo shopping su internet, ecc.), magari rileggiamo i vecchi post di questo blog che sempre tradiscono la mia inveterata passione per l’happy end, e cerchiamo di pensare positivo.

Fatto?

Ok, ho sempre creduto in voi.

E ora, la grand finale!

Dunque, visto che l’articolo si riferiva a rapporti stabili, e non ad incontri occasionali (lì in effetti sarebbe surreale trovare un maschietto che dopo averci rimorchiato in discoteca ci portasse a casa sua a giocare alla play station!), be’ io credo che un rapporto davvero stabile debba avere la forza di far stare tutto “dentro” di sé, contenere tutto senza collassare: il rifiuto, l’incazzatura, magari la ripicca e infine (si spera) la scopatona sublimante e riconciliatrice.

Beninteso, la “scusa” è e deve rimanere un appannaggio femminile, per cui, va bene la comprensione, va bene la razionalità e la fiducia nella solidità del rapporto, però sia chiaro caro maschietto: se oggi ti sei preso la tua vacanza, mi userai la cortesia di recuperare la “baldanza” dei vent’anni entro domani, quindi preparati (non voglio nemmeno sapere come) e presentati pronto a stupirmi con “effetti speciali”, dopodiché… prega che IO non abbia mal di testa!

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Felice di non esserci

28 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Felice di non esserci

Calvino parte prima

Ho appena letto vari resoconti sulla premiazione del Calvino 2014.
Felice… felice di non esserci stata, felice e sollevata che non mi abbiano premiato, felice di non addentare le tartine tremando.
Solo a pensarci mi si sono intorcinate le budella: venir chiamati sul palco, parlare del proprio libro? Aargh… naaaa….
So già come andrebbe, dimenticherei anche di cosa parla, quel cacchio di romanzo, proprio com’è successo qualche tempo fa da una libraia che, compassionevole, aveva accettato di tenere i miei testi in conto vendita. Mi ha chiesto, l’ingenua babbana, pensando che fosse normale farlo, qualche delucidazione sull’argomento. Io sono avvampata, con le gote che mi bruciavano, il cuore che usciva dal petto, un ronzio nella testa a coprire ogni suono e ogni pensiero. Non sono riuscita a ricordare nulla. Mi ha preso per pazza.
Non potrei mai, no. .. no… no…
Rammento ancora quando, nel lontano 1990, o forse 91, vinsi il premio Guerrazzi. Mi ero seduta in fondo, naturalmente, lontanissima dal palco. Attraversai la sala gremita sentendo che le ginocchia mi si piegavano, feci un sorriso che sembrava quello della moglie di Fantozzi, ascoltai le motivazioni con una faccia che deve essere sembrata ebete a tutti perché qualcuno disse che pareva scoprissi solo in quel momento le virtù del mio scritto. Tornai a casa in autobus reggendo con due mani l’enorme quadro che avevo vinto, la coppa, il tappetino kilim, le medaglie e gli attestati, sembravo un vucumprà.
Ecco, il Calvino sarebbe il Guerrazzi all’ennesima potenza ed io non potrei, non potrei mai…
Sono stata male anche alla presentazione del libro di Ida Verrei a Napoli. E non dovevo fare nulla, non dovevo parlare io. Ma conoscere lei ed altri amici di Fb mi ha mandato in catalessi. Ascelle puzzolenti, maglioncino infeltrito dal sudore, autoflagellazione notturna in albergo partenopeo per la vergogna a suon di “me meschina, me tapina”.
No, no…
La dimensione che più mi si addice è quella dell’anno scorso, quella del semplice segnalato anche se poi non porta a nulla. Ma quest’anno i romanzi in concorso sono troppi e non ci sarà nulla per me, nemmeno ‘sta piccola, inutile, sterile soddisfazione.

Calvino parte seconda.

Infatti. Non c'è trippa per gatti. Mi sento in un vicolo chiuso, senza uscita. Devo smettere di credere in quello che ho fatto finora e non mi riesce, continuo a vivere come se, un giorno, dovessi diventare una scrittrice ricca e famosa, come se dovessi possedere chissà quale talento esplosivo e lampante, e non, invece, una cazzo di fobia che m'impedisce persino di dire agli amici che scrivo. (Cosa perfettamente inutile visto che se ne sbattono altamente, non leggono nulla di mio e, nei rari casi in cui è accaduto, hanno detto apertamente che il testo non gli piaceva per niente. Credo di essere l'unica al mondo ad avere amici sinceri e del tutto non compiacenti. Madonna come sono fortunata.)

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Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi

27 Giugno 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Sazia di luce

Adriana Pedicini

Immergersi nella lettura di “ Sazia di luce” di Adriana Pedicini equivale a percorrere insieme a lei un tratto fondamentale della sua esistenza esplorando al suo fianco i luoghi più profondi dell’anima. Attraverso le sue liriche, con grande generosità, l’autrice ci concede di vivere tutto il percorso che lei ha faticosamente portato a termine. Dai momenti più bui dell’attesa e della disperazione a quelli della volontà di lottare, di cercare un ragione superiore a cui affidarsi fino ad arrivare ai giorni della rinascita, del ritorno alla vita. La drammatica esperienza della malattia viene affrontata con coraggio e tenacia tipicamente femminili e la paura e lo sgomento, pur affacciandosi nella quotidianità, non riescono ad intaccare la sacralità della vita e a interrompere quella preziosa tessitura di affetti e impegni che le donne - e solo le donne – sono capaci di fare. L’autrice si spinge oltre i confini dell’immediato sublimando il dolore nella volontà di continuare ad essere amore anche dopo la fine proiettandosi oltre il momento dell’addio, che trasforma così in un arrivederci. Il messaggio che traspare nelle sue liriche è chiaro e colmo di speranza: quando si ama, e per amare si intende trasferire il nostro amore a chi ci segue, non si muore mai del tutto, dunque non esistono tenebre in grado di oscurare la luce che è dentro di noi. Nei suoi versi i prati continuano a fiorire, le mani ad intrecciarsi e i nuovi arrivati, “timido cinguettio di passeri dai nidi” vedono soddisfatta la loro richiesta di cibo-affetto al di la del tempo che inesorabilmente tutto consuma, perché in ogni carezza, in ogni bacio, in ogni gesto di incoraggiamento o di rimprovero che ci scambiamo l’amore consente alle nostre piccole storie di raggiungere la dimensione dell’eternità. Capitolo a parte, in tal senso, il meraviglioso rapporto con il proprio compagno, la scoperta di fragilità sconosciute e insieme di energie inaspettate, di potersi concedere l’un l’altro in una pienezza mai raggiunta prima. Ancora immensa, splendida luce. Il tutto, come dolcemente sottolinea l’autrice, “Alle soglie di ultima età”, un tempo in cui l’amore spesso viene considerato solo un bel ricordo, qualcosa che ormai appartiene al passato. E invece no, eccolo riesplodere prepotente nella condivisione della speranza, nel calore delle lacrime, in un tormento che non è per il proprio dolore, ma per quello che prova l’altro. Le liriche “Dammi una carezza” e “ Miracolo vivente” lasciano davvero senza fiato, ma nonostante la drammaticità degli attimi che raccontano sono pagine piene di cielo, di vita.

In questo libro sono comunque tanti gli argomenti trattati e non solo autobiografici e introspettivi. L’autrice descrive con visione altamente poetica ma al contempo straordinariamente lucida il disfacimento di un mondo che ha perso di vista valori e ideali, vittima di un cieco egoismo fine a se stesso. Emblematiche in tal senso le liriche “ Homo homini lupis”, “ Inettitudine”, “Mare monstrum” e “ Ignara felicità”, vere e proprie denunce che scuotono le coscienze puntando i riflettori sui tanti drammi sociali che spesso vengono classificati troppo velocemente come “inevitabili”.

Altro aspetto estremamente interessante è l’uso di piccole citazioni e di alcuni vocaboli molto ricercati con cui l’autrice impreziosisce le sue opere, dei piccoli cammei dal sapore un po’ “retrò” che stupiscono il lettore donando eleganza ad uno stile poetico snello e moderno. Vi cito alcuni momenti di cui mi sono innamorato: “Gocciola nelle vene desiderio di vita al brillio dell’ultimo sole” oppure “ Ammassati nel granaio della memoria - sedula formica - i frustoli di un lungo faticare” o ancora “I piccolo bimbi, con teneri baci molceranno il mio cuore di nonna”. E’ questa una componente in cui l’autrice riesce a coniugare il suo importante bagaglio culturale con la sua capacità espressiva senza perdere in freschezza e spontaneità. Lo stesso dicasi per l’uso di metafore e aggettivi qualificativi, che in alcune liriche – come ad esempio in “Silenzio” - si rincorrono come in una fuga musicale senza tuttavia dare mai un senso di “costruito”, mantenendo una grande leggerezza. Si viaggia in perfetto equilibrio tra ragione e passione e la sensazione è che le parole siano sempre dosate con cura, sia nella quantità che nell’intensità dell’emozione che vanno a evocare.

Lasciatemi infine ringraziare i responsabili del circolo IPLAC per la preziosa opportunità che mi hanno concesso: avere la possibilità di giudicare il lavoro di una professoressa credo sia il sogno proibito di tutti coloro che sono stati studenti. E’ dunque con un pizzico d’emozione – e soprattutto con grande piacere – che mi accingo a prendere un registro virtuale per mettere alla poetessa in questione una bella nota. Una nota di merito, naturalmente…

“Sazia di luce” è un percorso molto coinvolgente, una raccolta di poesie a cui ci si affeziona in fretta; appena si finisce di leggerlo si ha subito voglia di riaprirlo e andare a cercare quel pensiero o quella frase che poco prima ci ha illuminato. Se il vostro cuore è affamato di luce regalategli questo libro. Lui vi ringrazierà.


Paolo Buzzacconi

Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi
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Autostima

26 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Autostima

Potrei dirvi che parlare di voi in termini di sfiga è sbagliato, che l’atteggiamento da tenere è l’opposto: porsi come vincente anche quanto non ti si fila mai nessuno, vendersi bene, vendere fumo. Ma io credo nella verità, nell’essere se stessi, che non vuol dire non vedere i propri difetti e non cercare di migliorare, ma piuttosto rendersi conto delle proprie debolezze e dei propri punti di forza. Lì starebbe l’autostima, se uno l’avesse. Voi dovete sforzarvi di averla, oltre e nonostante la fs.
Intanto, se ci fate caso, la maggior parte di noi fobici sociali è intelligente e sensibile. Non che queste qualità siano la causa della malattia, ci sono infiniti altri fattori, come la genetica, l’ambiente in cui si è stati allevati, la fondamentale figura materna, i difetti fisici. Ma chi è sensibile e dotato d’intelletto fine, ha più probabilità di essere colpito da questo disagio di chi è coriaceo e scemo. Come per l’emicrania, d’altronde. Se non hai la testa, non può farti male.
Forse proprio perché in tante cose siamo migliori degli altri, una parte di noi lo riconosce e vorrebbe primeggiare, vorrebbe che le qualità emergessero e prova un’ansia infinita da prestazione, sentendosi giudicata e dando un peso enorme a codesto giudizio, come se fossimo a ogni istante sotto esame. Un esame che non finisce mai, un esame al quale il mondo intero ci sottopone.
Innanzi tutto bisogna ridimensionare il senso d’inadeguatezza, quello che ci fa considerare non all’altezza dei nostri compiti. Mettetevi lì, con pazienza e con calma - non scegliete uno dei giorni peggiori, uno di quelli in cui vi sentite incapaci persino di respirare e avete voglia di scomparire dalla faccia della terra, ma nemmeno uno di quelli in cui qualche piccolo successo vi ha esaltato - mettetevi lì, ripeto, in un giorno neutro e scrivete su un foglio tutto ciò che sapete fare e ciò che non sapete fare. Di quello che sapete fare, valutate poi il grado di capacità: livello medio o alto. Tipo: non so fare i conti a mente (accade a molti di noi) ma so analizzare un testo scritto, non ho senso dell’orientamento ma sono portato per le lingue, sono una schiappa nei giochi di squadra ma so sciare etc etc. In questo modo comincerete a fare una cosa di cui parleremo più avanti, che impareremo insieme a fare, ma che è fondamentale: circoscrivere il problema.
Riconoscete poi quali di queste vostre capacità resiste a tutti gli assalti e quale, invece, soccombe a causa dell’ansia e sotto gli sguardi della gente. Ad esempio io non ho problemi a esprimermi, sono portata per l’italiano e per le lingue, le parole mi vengono con facilità ma, quando entro nella spirale dell’attacco di fs, non ricordo nemmeno i termini più semplici, mi si annebbia la vista, mi si oscura il cervello, mi vanno in tilt i neuroni e, con chi mi conosce poco, faccio la figura dell’ignorante.
Se vi guardate intorno, vedete tonnellate di faccia tosta. Incompetenti semi analfabeti che scrivono romanzi, che nel curriculum mettono “scrittore”, che si ergono a critici, che presentano libri, che aprono salotti letterari, che organizzano incontri ed eventi ai quali arrivano senza nemmeno essersi preparati una scaletta di argomenti o di possibili risposte alle domande. Ma, d’altra parte, basta pensare ai nostri parlamentari. Intervistati, non sanno dire cos’è lo spread, cos’è un’agenzia di rating, a quanto ammonta il debito pubblico e fanno le capriole con i congiuntivi. Provate a immaginarvi al posto di quel parlamentare ignorante e strapagato, pensate alla faccia di bronzo con cui risponde a una domanda che non sa davanti a milioni di telespettatori? Che fareste al suo posto? Senza contare quei letterati e critici che, di fronte a una telecamera, fingono di aver letto e giudicato un testo che poi si rivelerà addirittura inesistente? È successo al Salone del Libro di Torino. Non desiderereste che una buca vi si aprisse sotto i piedi per saltarci dentro e sparire per sempre? Non vi crocifiggereste per tutta la vita con l’infame ricordo di quel momento d’incommensurabile vergogna? Eppure, dopo due giorni, eccoli lì sorridenti a ricevere l’ennesimo incarico con prebenda.
Lo so, non vi raccapezzate, il mondo vi sembra alla rovescia, e il magone cresce. El magun, come diceva Albertone. Ma voi dovete essere forti e onesti con voi stessi, dovete avere il coraggio di riconoscervi anche le qualità che possedete, dovete ritagliarvi il vostro posto in questo mondo di sfacciati, di arroganti, di presuntuosi, di palloni gonfiati.
Pian piano, puntata dopo puntata, vedremo insieme come. Servirà a voi, spero, ma soprattutto a me.

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In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia

25 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Flaviano Testa ha pensato di farci conoscere, con le sue fotografie, un luogo fuori dal tempo e anche dalle mete turistiche di massa. In questo nostro mondo pieno di colori e di rumori, troviamo ristoro di fronte a queste belle immagini in bianco e nero che per un attimo ci trasportano nell’antichità.

Ai piedi del Matese, nei pressi di Sepino, sorge un’area archeologica di grande interesse e di particolare bellezza per la sua conservazione: Altilia-Saepinum. Altilia, con le sue rovine, è inserita in uno scenario unico: un paesaggio agrario nel quale sono state conservate le opere di edilizia rurale sei-settecentesca e si presenta oggi ricca di un fascino particolare grazie al restauro effettuato e ancora in corso. Il sito ha ottenuto il prestigioso riconoscimento a livello nazionale di “Meraviglia italiana”. È scudo blu internazionale, titolo concesso, secondo la Convenzione de L’Aja (1954), a protezione dei Beni Culturali, per la difesa dei quali vengono promosse azioni di protezione, prevenzione e sicurezza in tutte le situazioni rischiose, come i conflitti armati e le calamità naturali. Saepinum nacque in epoca remota, ancor prima della civiltà sannita, come luogo di scambi, di commercio e di sosta poiché in posizione strategica all’incrocio di due importanti vie di comunicazione, una giunta ai giorni nostri come “tratturo”, la Pescasseroli –Candela, e l’altra che collegava la pianura alla zona montana del Matese. Divenuta Municipio romano, mantenne l’antico assetto viario del precedente insediamento sannita, risalente a periodo antecedente il IV secolo a.C. Il primo tracciato completo della città fu costruito da Tiberio, negli anni tra il 2 a.C. e il 4 d.C. Il perimetro urbano fu circondato da mura nelle quali si aprivano quattro porte monumentali in corrispondenza degli assi stradali. La cinta muraria era di 1270 metri di lunghezza, provvista di 29 torri erette a difesa delle quali oggi ben 19 sono identificabili. All’interno la città, che ebbe la sua definitiva estensione in età augustea, presentava tutte le caratteristiche dell’insediamento romano con il foro all’incrocio tra cardo e decumano, edifici di culto e di commercio, terme, basilica, case di abitazione e teatro. Edificio questo fra quelli meglio conservati, addossato alla cinta muraria, la struttura era costituita da due parti: l'edificio scenico e la cavea. Del fronte scena oggi rimangono le tre porte di accesso al palco, due delle quali fanno parte di un casolare che ha preso il posto di gran parte dell'edificio scenico. Fra questo e le gradinate trovava posto l'orchestra, lo spazio per i musicisti (oppure per i gladiatori) e la capienza è stimata in circa tremila posti a sedere. Proprio su parte del teatro furono edificate nel XVII secolo le casette rurali che, oggi, conservate e restaurate, contribuiscono ad aumentare il fascino del luogo. Una di queste costruzioni ospita il Museo in cui sono conservati i reperti di maggiore interesse venuti alla luce durante gli scavi. Fuori dalla cinta muraria spicca il Mausoleo di Numisio Ligure: risalente alla prima metà del 1 secolo d. C., è il monumento funerario della famiglia di Publius Numisius Ligus, un importante magistrato della città. L'edificio, interamente ricostruito, è a forma di ara su una base quadrata e modanata. Sul prospetto un'iscrizione riporta la carriera del magistrato e l'episodio della prematura morte del figlio, in occasione della quale venne eretto il monumento. Nel IV secolo d.C. iniziò l’inarrestabile decadenza di Saepinum. Il disastroso terremoto del 346, la caduta dell’impero romano, le invasioni barbariche condussero la città a una grave crisi economica, gli edifici lasciati all’incuria crollarono e gli abitanti l’abbandonarono. In seguito, le scorrerie dei saraceni spinsero i pochi rimasti verso la collina dove sorge l’attuale Sepino. Intorno al XVI secolo i contadini tornarono a stabilirsi nella piana dove ripresero a lavorare le terre, recuperarono pietre e capitelli e si costruirono abitazioni e stalle sul vecchio insediamento oramai coperto da uno spesso strato di terreno. Le strutture della Saepinum romana sono state riportate alla luce per gran parte negli anni 50 e gli scavi sono ancora in corso.

In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
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SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca

24 Giugno 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini

Sazia di luce

Questa silloge intitolata Sazia di luce, di Adriana Pedicini, è costruita tra le pieghe di un dire sincero e una speranza profonda piena di dubbi. L’autrice plana con la sua scrittura sopra a un periodo di vita angustiato da qualcosa, da un’ombra. Leggendo l’opera si viene presi per mano e invitati a seguire un percorso di rinascita che ci lascia stupiti per la forza spirituale che da esso si sprigiona, in un dualismo tra il Bene e il Male vissuto con grande determinazione. Le singole poesie parlano di momenti e di stati d’animo che, descritti uno ad uno con uno stile che riecheggia anche un certo gusto leopardiano soprattutto per i meandri seguiti dalle sensazioni più intime, parlano di una fiducia nel futuro per sé o per le persone amate e vanno man mano a svelare e a costituire una specie di mosaico che dentro se stesso reca l’immagine di quel che conta veramente.

Ogni giorno un guadagno/ ogni giorno un sassolino/ bianco di luce segna i passi/ dell’amore da fare insieme finchè.../ finchè l’ultima ora/ scioglierà la promessa/ di pur breve cammino/ Allora sarò ovunque/ ma sempre a voi vicina/ piccolo lume di fiamma viva/ a scaldarvi il cuore. Da Miracolo vivente.

os’è che cerca il cuore dell’uomo o della donna, dell’essere umano, in simili momenti? Bene, ed è qui che si apre tutto il discorso sulle reazioni dello spirito, su quell’essenza che è in ognuno di noi ed è capace di travalicare i dolori del corpo, perché quest’ultimo, nel caso, diventa un mero strumento in mano alla sofferenza. Lo spirito in qualche modo reagisce e la poesia, come la preghiera, che in fondo possono essere considerate complementari l’una all’altra, diventano un mezzo per addolcire gli abissi in cui si trova l’animo. Mi sento di asserire che l’inclinazione profonda dell’uomo è la poesia e che da essa derivarono la liturgia e i salmi e anche il contenuto delle religioni. Il poeta affrontò i fenomeni della natura e nelle prime età si dette il titolo di sacerdote per preservare la sua vocazione. Il poeta di oggi continua ad essere quello del più antico sacerdozio. Egli prima venne a patti con le tenebre ed ora deve interpretare la luce. La poesia deve altresì recuperare il suo legame col mondo, deve camminare nell’oscurità e incontrarsi col cuore dell’uomo, con gli occhi della donna, con gli sconosciuti per la strada, con quelli che, in piena notte stellata, o a una certa ora del crepuscolo, o nel bel mezzo di un dolore, hanno magari bisogno di un solo verso...

E quindi non dimentichiamo mai di dire che è proprio la Poesia, come forma d’arte, ad essere e a costituire in ogni caso, o perlomeno in molti casi, una specie di panacea per l’animo umano. La poesia, al di là degli stilemi tecnici, ci permette di esternare il mondo interiore, intendendo dire che la scrittura tutta, dal teatro alla prosa, alla poesia appunto, è uno straordinario mezzo di comunicazione col mondo o, addirittura, col divino. Esternare, anche quando non si è afflitti da nessuna malattia, è qualcosa di cui l’uomo ha bisogno, poiché quando ciò avviene si è inevitabilmente rasserenati da una solida coscienza del proprio Io, che, liberandosi e divenendo in qualche modo tangibile, acquista potenza aprendo le porte a nuove speranze... E se c’è una cosa che la poesia cerca in maniera assidua, quella è la luce, che può esser flebile o intensa, ma che fa da lanterna e apre orizzonti, apre finestre alle quali affacciarsi e riflettere, trovando spesso ragioni di vita inaspettate.

Di me diranno i lunghi silenzi/ del cuore i grovigli/ che tremule dita / tentarono ognora di svellere il dolore/ spuntare, nettare le polveri sottili/ della paura/ illuminare con torce d’amore, gli anfratti neri dell’anima. Ma anche bianchi voli di gabbiano/ a dare sostegno/ ai giorni in bilico/ sul ciglio di inaspettate sventure. Dalla poesia dal titolo Di me.

Quella di Adriana Pedicini appare una lunga confessione e in fondo, e non solo in quella che si definisce poesia intimistica, i creatori di versi e di parole, vanno verso quest’intima forma di comunicazione. V’è infatti confessione in tutto, quando l’arte è vera, e non si può essere veri artisti quando manca questa caratteristica, questa colonna portante. Si può essere infatti, diciamo,diplomatici nella vita, ma non troppo nell’arte, ove occorrono necessariamente un sapersi mettere in gioco e una sincerità che può essere più o meno estesa, ma pur sempre presente. ‘Confesso come vedo un fiume, confesso come vedo un’alba o un tramonto, o una spiaggia deserta, confesso come vivo una situazione, confesso cosa mi arriva nell’animo e come mi sento durante un periodo di sofferenza i cui esiti sono ancora ignoti’.

In una poesia come Mare Monstrum, che io ho apprezzato in modo particolare, poesia appartenente alla prima parte della raccolta, la trascendenza del dolore emerge chiara e rara come una perla in mezzo a toni cupi e quasi venefici. Qui la sofferenza e il dubbio si accostano a una visione che viene a trovarsi a metà strada tra il sogno e l’incubo. Sembra, o lo è, una metafora con gli esodi, con i carichi di disperati che dall’Africa approdano a Lampedusa e vengono in mente le tempeste marine e gli scogli a cui le onde tentano di strappare quel coriaceo soffio di vita che non cede ai marosi. L’autrice risolve questo brano senza mettere in mostra, in maniera palese, i propri pensieri razionali, viaggiando su un parallelismo che odora di profonde consapevolezze, guidato a sua volta, sulla carta, come le altre poesie del resto, da una scrittura ben contenuta e omogenea, equilibrata tra forma e contenuto, limpida e creatrice di un valido connubio tra i versi i quali, pur senza rispettare una metrica esatta, contengono un timbro musicale e verbale che rende fluida la lettura e l’introiezione dei dati. Altra poesia che colpisce in questa prima parte è quella dal titolo Superba Signora. Di Lei hanno parlato da sempre i grandi poeti, quasi come omaggiandola, Da Neruda, che in un verso di una poesia tratta dalla prima Residencias, dice: penso che il suo canto abbia il colore delle viole umide. Ai Sepolcri del Foscolo fino ad Hemingway, che nel racconto Morte nel pomeriggio, dove parla delle corride, in un lungo paragrafo a Lei dedicato, la chiama Old Lady: Vecchia Signora... Certo è che la consapevolezza di tale ineluttabile realtà, in fondo, dona equilibrio alla vita ed è quel che accade anche qui, in questi pochi e sinceri versi. Ma, verso la metà della raccolta, troviamo un brano che segna un punto di svolta: una gemma di vita e di speranza/ ha baluginato tra le ombre incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie ascose del tuo amore.... recitano i versi tratti da Profumo di Natale, una poesia che va a far da cesura tra il periodo buio e un periodo più sereno dove la poetessa, usando la Poesia come veicolo, da voce a un canto di ammirazione per il Creato, quasi come fosse per intero un nuovo inno alla vita. Ciò che colpisce di più nella svolta a metà di questo libro è il cambiamento dell’atteggiamento dello spirito che, da contenitore di quelle paure e incertezze che hanno la caratteristica di far volgere lo sguardo verso l’interno, a un certo punto cambia direzione e fa volgere l’ attenzione verso l’esterno.

Se si tocca con mano /il fondo fangoso e il fetore /si annusa/si scopre la forza/che trattiene il declino. /Alla mente/ chiaro diventa/ quello che gli occhi/spesso non vedono./ E sarà suono di violini/ nell’anima/fiori di pesco/sui rami/volo di rondini/ in cielo./Semplicemente sarà/ nuova vita. da Nuova vita

E ancora da Profumo di primavera: Profumo di primavera Sono qui/in attesa/del profumo dei mandorli/in fiore/del volo garrulo/della rondine intorno allo stagno/del battito d’ali/di bianche colombe/sul ramo d’ulivo.

La poesia all’improvviso si accorge dello sbocciare dei mandorli, del pigolio degli uccelli dentro ai nidi, dei voli di rondini e colombe e di cieli azzurri inesistenti nella prima parte della silloge. Ovviamente, di fronte a un cambiamento degli eventi verso il positivo, l’atteggiamento psicologico è diverso e diverso diventa il dipanarsi delle trame poetiche che, dalla primitiva coesistenza di poesia-preghiera si trasformano in odi, in quelle forme poetiche pure che utilizzano gli elementi base come punto di partenza trasformandoli e trasportandoli verso l’alto, spesso verso il sublime. Le composizioni si abbreviano e verso la fine diventano di pochi versi, giacimenti di uno stato di contemplazione che sconfina verso la gioia. Natura , Dolce sentire, Infinito, Alba infinita, Sera, Azzurro, Silenzio, sono tutte poesie che hanno quest’ultima caratteristica, inoltre citerei ancora Cielo di marzo, poesia croccante come un velo di ghiaccio che si rompe e alla fine fissa un attimo nel sorriso di un pesco fiorito e ancora Ritorna il sogno, dove l’autrice ci parla di quei giorni cupi che ora brillano di luce dorata, come per sottolineare il fatto che il dolore non è vano, poiché insegna ad apprezzare ancora di più la vita, che in quest’ultimo tratto di Sazia di luce va assumendo sempre più i contorni di quella che sarà una nuova stagione. Quindi leggere questo libro vale la pena, perché in esso si ritrovano una discesa e un’ascesa, un lento passaggio dalle tenebre alla luce che può aiutarci a comprendere come la forza dello spirito possa intervenire a nostro favore nei momenti più difficili.

Roberto De Luca

SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca
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Claire

23 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Claire

Un giorno ormai lontano, un famoso giornalista mi ha detto che avrebbe volentieri parlato con me e mi sarebbe venuto a trovare nella mia città per organizzare qualcosa di letterario insieme.
Un babbano (ricordatevi che per babbano intendo “persona non affetta da fs”) si sarebbe gonfiato come un pallone all’idea, avrebbe fatto la ruota, avrebbe pensato a dove e come accogliere l’ospite e sfruttare al meglio la potenziale amicizia.
Io mi sono sentita paralizzata come un coniglio davanti ai fari di un’auto che sta per investirlo. Non ho detto più nulla, non ho più risposto ai messaggi, casomai costui insistesse. Inutile dire che non se n’è fatto niente, che cotanto personaggio è venuto nella mia città senza che c’incontrassimo e la nostra amicizia non è mai decollata.
Questo è un esempio di come uno scrittore social fobico non possa attuare quelle comuni strategie di autopromozione che comportano l'interazione e la relazione. Ovviamente, insieme al timor panico e alla voglia di fuggire da una situazione sociale che terrorizza, oltre alla frustrazione per l’ennesima occasione non sfruttata, c’è sempre il senso di colpa per la propria inadeguatezza, per la mancanza di coraggio e di forza, per l’incapacità di fare ciò che per gli altri sarebbe semplice. (E questo, ovviamente, nella vita di un social fobico ha conseguenze ancora più nefaste della non pubblicazione dei suoi libri, si veda l’impossibilità di guidare la macchina, o, come nel mio caso, di mantenermi, ma di questo parleremo più avanti.)
Ecco cosa mi scrive, a proposito dell’episodio col giornalista, l’amica di cui vi ho detto che, d’ora in avanti, chiameremo Claire. Penso che non avrei potuto trovare parole migliori per descrivere quello che si prova e le difficoltà del nostro vivere quotidiano.

Patrizia, te lo diranno tutti che devi andare e devi chiamare, perciò io non lo farò… nemmeno io andrei! Sarei felice per te, vorrei che potessi avere le soddisfazioni che meriti; ma se dev’essere solo ansia e malessere, perché sottoporsi a questo stress? Il tuo atteggiamento sarà incomprensibile a molti (come il mio) ma non a me. Io so come ti senti: ansia a mille, che si placa solo quando decidi di dire no. E, subito dopo, senso di colpa per aver rinunciato anche a questo. Come ti ho già detto, assolviamoci; accettiamo di non riuscire a fare la scelta giusta sempre; non possiamo impazzire d’ansia. Se agli altri tutto viene facile, a noi no e non è in nostro potere cambiare atteggiamento, checché ne dicano gli altri (“Perché non vai?” “e dai, buttati, affronta, rilassati, sono solo cose che ti metti in testa tu!”).
Ieri ho avuto un attacco d’ansia; ed ero a casa mia, a tavola, senza niente da fare e in piena vacanza. Non ci mettiamo in testa niente, è la nostra testa che chimicamente funziona così; e anche se stiamo qui ad analizzarci psicologicamente, trovando mille cause del nostro disagio, fatto sta che c’è e ci dobbiamo convive
re. (Claire)

Convivere è la parola magica. Convivere con la fs come si fa con la pressione alta, con l’emicrania, con l’artrite. Convivere con una malattia cronica pronta a riacutizzarsi quando meno te lo aspetti e, soprattutto, quando te lo aspetti eccome! (Vedi crisi di ansia anticipatoria).
Ed è pensando a Claire che ho scritto questo racconto non particolarmente bello e difficile da apprezzare per chi non capisce che l’argomento è la fs. Il racconto è dedicato a Claire e a me, a quanto la fs ci rende gemelle, nonostante la differenza di età e la lontananza.


Io e te

Omozigote gemella mia che hai vent’anni di meno, parli milanese meneghino mentre io sto qua con l’accento de Roma pesante, sei vissuta nell’azoto liquido, ma non sei abituata al freddo, lo odi quanto me. Quando ti hanno scongelata non sono venuti a dirmelo, eppure ti ho sentita, sei una parte di me. Sei me. Tu ed io siamo uguali, ora che ti vedo, che sei qui davanti, lo so. Tocco la tua mano ed è la mia mano di vent’anni fa, piccola, con unghie corte, piccoli peli dorati sul dorso. Oggi le mie unghie sono rigate, mio marito dice che uso troppa candeggina. Tu hai ancora dita rosee da studentessa. I tuoi genitori ti tengono nella bambagia, vivi nell’oro. Si vede dalla borsa fighetta, dagli occhiali firmati. Sei contenta, mi stai dicendo, cresciuta in una camera piena di bambole, di giocattoli che un po’ facevano compagnia e un po’ soffocavano. A te è stato dato quello che a me non era concesso, tu fai tardi la sera, tu spinelli e bevi fino a vomitare.
Due embrioni nati insieme, ci diciamo, uno congelato perché non era il momento opportuno, poi rimandato, quasi dimenticato, infine donato ad una famiglia del nord, mamma e papà dovevano lavorare e desideravano tanto un figlio, sì, ma solo uno.
Io ho sempre saputo di te, perché mamma poi si è pentita. A volte la vedevo che guardava fuori della finestra, come a cercarti sui tetti, gatto perduto che non saresti tornata con un fischio.
Siamo uguali, sorella mia, anche se mia madre e mio padre - nostra madre e nostro padre - erano operai e, a mia volta, ho sposato un metalmeccanico. Siamo uguali anche se tu prenderai la laurea che a me non è toccata.
Lo vedo dal rossore ogni volta che i miei occhi ti fissano, da come volti lo sguardo se ti faccio una domanda e sembra che nelle punte delle tue scarpe stia tutto l’universo. Lo stesso accade a me, se a chiedere sei tu. Genetica o ambiente? Chissà? Certe condanne restano appiccicate anche dopo vent’anni, anche se diventi un’altra persona. Solo io so quello che tu sai, quello che soffri, quando la tua mano trema, come adesso, quando stringi il telefono con dita sbiancate, col palmo sudato, quando ti fai coraggio e provi a raccontare la barzelletta che pareva così facile, così raccontabile, prima che tutti gli occhi ti si appuntassero contro, ti trafiggessero.
Annuisci, ti esce un filo di voce, mi dici: “Sai, l’altro giorno sono passata in mezzo ad un capannello di gente…” poi la voce si strozza, sbatti le palpebre, troppo velocemente come una specie di tic.
“Basta, basta”, mormoro. Non voglio che tu stia male, so cosa si prova, quando sembra di non avere più niente da raccontare e che la tua vita sia una scatola vuota, ma tu insisti, ormai vuoi liberarti, hai capito che ho capito: “Ho perso tutti gli amici così…”
Abbasso gli occhi perché sto arrossendo, ti stringo a me. Se arrossisco non ammazzo nessuno e vorrei dirtelo, anzi vorrei gridartelo, ma non ti conforterebbe. Sei rigida, dura.
“Tu sei ancora in tempo”, dico, “per me è tardi, ma tu non ti arrendere. Mai.”

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A Game of Thrones: violenza virale o educativa?

22 Giugno 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #fantasy

A Game of Thrones: violenza virale o educativa?

17 Aprile 2011. In questa data il primo episodio di una nuova serie televisiva viene mandato in onda dall'emittente americana HBO, la stessa che nel 1999 aveva lanciato il fenomeno mondiale de I Sopranos. Questa volta la serie è stata ispirata dalla saga di narrativa fantastica dell'autore americano George R. R. Martin, A Song of Ice and Fire. La serie televisiva prenderà il titolo di A Game of Thrones, la “prima” avrà oltre due milioni di spettatori nei soli Stati Uniti, trasformandosi in uno dei più grandi successi nella storia della televisione recente. Conseguenza diretta di questa popolarità, la pioggia di critiche abbattutesi sul prodotto e sulla produzione, dovute a contenuti ritenuti inappropriati alla sensibilità pubblica. Nel processo che ha trasformato la serie in un fenomeno virale, attacchi feroci e apprezzamenti incondizionati si sono alternati con regolarità; l'autore e i produttori sono stati spesso chiamati in causa per rispondere a domande sulle scene più scioccanti ma, imbrigliati da logiche di mercato, le loro risposte hanno finito per alimentare polemiche o confondere le idee. Da lettore e appassionato di Fantastico ho apprezzato i libri, ma non mi sono fermato a George Martin. Le Cronache del ghiaccio e del fuoco (nome italiano della serie) appartengono a un sottogenere ben definito, con origini chiare, una storia importante e autori di riferimento precisi. Molti di questi li conoscevo già, e i collegamenti sono sembrati ovvi, altri li ho scoperti strada facendo. Si sono dette molte cose su Il trono di spade (titolo italiano della serie televisiva) non sempre precise o con cognizione di causa. Dopo quattro anni dal suo lancio, vorrei provare a dire qualcosa anche io.

L'elemento più sconvolgente è risultato essere la violenza. Spietata, brutale, esagerata. Chi non conosceva il lavoro di Martin, chi non si è mai interessato al Fantastico, ha avuto problemi ad accettare questo tipo di narrazione. La maggior parte dei sostenitori della serie, anche questi non sempre familiari con il genere, si sono limitati controbattere agli attacchi con un laconico “lo facevano anche Shakespeare e Omero”, come se la questione fosse risolta. Leggevo questa frase e ogni volta mi domandavo se davvero si voleva fare paragoni, se, al netto del valore letterario, era lecito prendere prodotti da altre epoche, frutto di realtà sociali, culturali e politiche agli antipodi con la nostra e paragonarli al lavoro di un signore americano del ventesimo secolo. Non ho grande simpatia per i paragoni fra autori tra loro contemporanei, sono convinto che i veri scrittori, nonostante fonti e modelli, arrivino a parlare con una loro voce unica. Immaginate la mia reazione quando si torna indietro di secoli o millenni.

Poco convinti degli argomenti a loro contrapposti, i critici hanno continuato a sviluppare il loro pensiero su determinate immagini, dimostratesi tanto numerose e cruente da rendere necessaria una loro immediata categorizzazione: alcune, scioccanti ma accettabili, mostravano teste mozzate, pugnalate alle spalle, stragi, sangue. Le altre, inaccettabili, mostravano donne vittime di stupri e abusi fisici, morali e psicologici di vario tipo. Le reazioni in questo secondo caso sono state fortissime perché, qui come nella realtà, lo stupro non è un caso isolato ma la punta di un iceberg.

Una delle tesi più diffuse degli ultimi anni ritiene George Martin colpevole di aver introdotto la violenza nel Fantastico. Sospetto, senza avere prove, che i sostenitori di questa tesi si siano limitati a leggere Il signore degli anelli dopo aver visto i film di Peter Jackson e si definiscano quindi esperti. In realtà già il nome di Shakespeare potrebbe provocatoriamente essere ascritto al Fantastico – streghe, fantasmi, forze e creature soprannaturali di vario tipo non mancano tanto nelle tragedie quanto nelle commedie –, ma quello di Michael Moorcock mi sembra più appropriato alla nostra epoca. Il suo personaggio più conosciuto è Elric, uno dei primi antieroi della letteratura Fantastica, comparso per la prima volta nel 1961 in una novella dal titolo La città dei sogni. A Game of Thrones, esordio della saga, viene pubblicato nel 1996. Per quanto il personaggio di Elric divenga leggenda solo nel 1972 con il romanzo Elric di Melnibooné, la distanza temporale è notevole. E poi, già l'anno precedente, 1971, Moorcock pubblica la Trilogia delle Spade. Nel primo libro, Il cavaliere delle Spade, il protagonista, Corum, viene catturato e i suoi aguzzini si rivolgono a lui in questo modo*:

In effetti, credo che ti daremo una possibilità. Se riuscirai a sopravvivere dopo che ti avremo asportato gli occhi e la lingua, tagliato mani e piedi e rimosso i genitali, allora ti lasceremo andare.”

Non entro nei dettagli del procedimento ma credo l'esempio sia sufficiente. Si può accusare Martin di aver alzato l'asticella, ma meno di quanto si pensi. Se Moorcock nei paragrafi successivi a quello riportato passa dalle parole ai fatti, almeno in parte, Martin si astiene. Per sua stessa ammissione, fiumi di sangue sparsi per il campo di battaglia, arti mozzati e teste rotolanti non sono il suo forte, così come non mostra mai l'atto della tortura in modo diretto. L'inefficacia delle sue scene d'azione è sempre stato un cruccio per Martin, tanto da trasformarlo in un attento lettore di Bernard Cornwell, i cui romanzi storici sono carichi di azione e battaglie campali, e di Joe Abercrombie, autore giunto al successo nel 2006 con La prima legge, saga fantasy d'azione con caratteristiche splatter. Non intendo negare la componente violenta della narrazione, ma è necessario comprenderne il ruolo. Nel caso delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, la violenza è il motore della trama. Considerate come esempio la decapitazione di Eddard Stark: un evento non casuale, in grado di influenzare l’intera narrazione. Di esempi ne esistono molti altri, e tutti presentano delle conseguenze sulla trama, in caso contrario non vengono mostrati.

In numerose interviste Martin sostiene di essersi attenuto a una regola fondamentale della scrittura, ovvero mostrare e non raccontare. Questa affermazione però, dentro e fuori dai vari contesti da cui è estrapolata, non dice cosa viene mostrato, lasciando intendere che il soggetto siano proprio le scene tanto criticate. Al contrario, ne vengono rappresentate le conseguenze. Un esempio sono gli eventi di cui è protagonista Theon Greyjoy. Non lo vediamo uccidere e bruciare i corpi dei due contadini quando dà la caccia ai giovani Stark, non lo vediamo subire il sadismo di Ramsay Bolton. Ne vediamo le conseguenze, vediamo i corpi dei contadini, vediamo un uomo distrutto e mutilato, e lo vediamo da dentro la sua testa, ma la violenza è già avvenuta.

Del resto, l'intento di Martin è chiaro, lo ha spiegato lui stesso: un racconto in grado di sviluppare i temi della guerra e del potere, con l'intento di mostrare che i più grandi orrori della storia dell'umanità nascono dagli uomini stessi. Ridurre la presenza scenografica per ampliare l'effetto psicologico è un lavoro complicato, il rischio di banalizzare o sminuire è enorme. Eppure Martin riesce a farlo perché non è il gesto a sconvolgere, bensì chi lo compie. Ripensate alla morte di Eddard Stark. Durante il processo, gli chiedono di confessare crimini mai commessi con la promessa di avere salva la vita, ma Re Joffrey, un ragazzino appena adolescente, decide di condannarlo a morte. Dopo l'esecuzione, lo stesso Joffrey conduce Sansa Stark, figlia di Eddard, ad ammirare la testa del padre appesa su una lancia lungo i bastioni del castello, la obbliga a guardare, ben sapendo di essere il responsabile della morte dell'uomo e godendo nel rinnovare il dolore della ragazza. È un gesto crudele, sadico e perverso.

Ogni personaggio vuole rappresentare uno dei molteplici aspetti di questi orrori, di cui la violenza è mezzo di espressione. Per ottenerlo, serve dipingere una società crudele e cinica, governata da un'avidità per il potere tale da spingere gli attori sociali a macchiarsi di ogni colpa possibile. Per avere una società con queste caratteristiche, servono personaggi come Re Joffrey, Tywin Lannister, Ramsey Bolton. Servono gli incesti, le stragi a sangue freddo, i tradimenti.

Ancora una volta, Martin non è stato il primo a sviluppare questi temi nel Fantastico. Il sottogenere a cui fa riferimento le Cronache del ghiaccio e del fuoco è stato definito all'estero grimdark fantasy, cupo e oscuro, definizione nata con il già citato Joe Abercrombie, e quindi successiva alla pubblicazione di A Game of Thrones. Ai prodotti di oggi si è arrivati per gradi e gli esempi sono numerosi. Negli anni quaranta Fritz Leiber pubblicava Il complotto delle mogli, da cui è stato tratto il film La notte delle streghe (1962). L’autore immagina la vita in un tranquillo college degli Stati Uniti, popolato da normali insegnanti e studenti. In questo mondo, ogni donna, all’insaputa degli uomini, è una strega e utilizza le proprie conoscenze al meglio per raggiungere i propri obiettivi. La società dipinta da Lieber è a lui contemporanea, e quindi antiquata rispetto alla nostra, ma la corsa per il potere, la malvagità e la perversione dei suoi antagonisti e di ciò che rappresentano è decisamente attuale. Altro esempio è Poul Anderson e il suo La spada spezzata. Pubblicato nel 1954, il romanzo è basato sull’epica degli Edda, il pantheon nordico e le leggende inglesi e irlandesi. Il protagonista, Skafloc, viene rapito ancora in fasce da un conte elfico per essere cresciuto come arma nelle lotte con i troll. Nessuna delle due razze, infatti, sopporta il tocco del ferro, e un bambino umano diventa uno strumento formidabile. Nessun intento caritatevole muove il conte, puro opportunismo e interesse personale. Al posto del neonato il conte lascia una creatura, generata da lui stesso con una femmina troll tenuta prigioniera da secoli nelle segrete del suo castello. L'aspetto di quell'abominio viene modificato con la magia per somigliare a quello di Skafloc. Il suo nome sarà Valgard, e intorno a queste due figure si svolge la storia, entrambi intenti a scoprire le loro origini e a combatterle, Valgard trasformandosi nel nemico degli elfi, Skafloc diventandone il paladino, ma innamorandosi anche di una donna che si rivelerà essere la sorella. La verità sull'identità dei due amanti trasformerà il ragazzo in un mostro non migliore del suo alter ego, portandolo alla rovina.

Sugli stupri è necessario aggiungere qualcosa. Martin ha ragione nel sostenere che “stupro e violenza sessuale sono parte di ogni guerra mai combattuta, dagli antichi Sumeri ai giorni nostri. Ometterli da una narrativa centrata su guerra e potere sarebbe stato fondamentalmente falso e disonesto”. (cfr. Dave Itzkoff, New York Times television)

La differenza sta ancora nella rappresentazione. Nel testo, la maggior parte degli stupri sono impliciti, non avvengono mai davanti al lettore. Al contrario, altri autori hanno deciso di rappresentarli in modo diretto**:

Ed ora, bella, vallo a raccontare,/se la tua lingua può parlare ancora,/chi te l'ha mozza e chi t'ha violentata.”

Tito Andronico, William Shakespeare, Atto II, scena IV

Adesso [nel sogno] Corum vide sua madre. Due Mabden la tenevano ferma mentre un terzo si gettava su di lei, scagliando il proprio bacino sul suo corpo nudo.”

Il cavaliere delle Spade, Michael Moorcock (1971)

Un attimo dopo, l’uomo lasciò cadere tutto il peso sul busto [della ragazza], e il ventre [di lei] fu pugnalato come da un fuoco feroce e famelico che ruppe il suo silenzio e la fece urlare. Ma anche mentre piangeva e gridava, sapeva che per lei era troppo tardi. Qualcosa da sempre ritenuto un dono dalla sua gente le era stato strappato via.”

La conquista dello scettro, Stephen Donaldson (1977)

Quella grassa aveva molto da dire, proprio come suo padre. Strillava come un barbagianni: mi dolevano le orecchie. Preferii di gran lunga la sorella. Era proprio silenziosa. Così silenziosa da doverle dare una strizzata qui e lì per controllare che non fosse morta di paura.

Il principe dei fulmini, Mark Lawrence (2011)

Ognuna di queste scene è pensata per provocare reazioni forti nel lettore, per provocare il disprezzo nei confronti di chi le compie. Martin, al contrario, mostra le reazioni dei personaggi. La differenza è sottile, ma non banale, perché mostrare la violenza può provocare uno shock, ma mostrare la spietatezza con cui viene perpetrata, la perversione nel goderne, l'assoluta disumanità del gesto è un'esperienza molto più profonda. Non è un caso se la maggior parte delle critiche nasce dalla serie televisiva, un medium fatto da immagini prima che da parole. Nei libri, il disprezzo per determinati comportamenti è palpabile, qualsiasi lettore è in grado di riconoscerlo. Nel grimdark fantasy la violenza è il generatore di cambiamento, e quindi di contenuti. Se il linguaggio televisivo è l'immagine, allora l'unico modo per raccontare la storia è mettere i gesti in primo piano, di sbatterli in faccia allo spettatore qualsiasi essi siano. L'importante è farlo senza perdere di vista lo scopo educativo originario. Durante la narrazione, gli stupratori sono esseri viscidi, malvagi, un modello negativo consolidato e lo stupro diventa il loro climax drammatico, nella maggior parte dei casi seguito da una morte spettacolare ed esplicita poco tempo dopo, mentre la vittima viene salvata per mostrare le conseguenze degli abusi subiti. Spiegare la malvagità di uno stupro può essere efficace, far percepire al lettore o spettatore le sue conseguenze, inciderle a fuoco nella sua testa, ha un altro valore.

Un esempio recente a cui sono seguite molte polemiche è la trama sviluppatasi nella Tenuta di Craster. Nel terzo episodio della quarta serie vediamo un gruppo di ex Guardiani della Notte ormai residente nella Tenuta. Karl, ex Guardiano crudele e invidioso dei favori di cui gode Jon Snow, è stato uno dei primi agitatori dell'ammutinamento e si è autoproclamato capo del gruppo. Nel quinto episodio Jon Snow e un gruppo di volontari ripuliscono l'area dai traditori, vendicando le mogli di Craster, prigioniere e vittime di abusi da parte dei fuggitivi. Il capo degli ex Guardiani muore durante lo scontro finale con Snow e l'intero combattimento è costruito in modo retorico, affinché la partenza sia veloce, ma rallenti negli attimi finali per sottolineare il climax drammatico e al tempo stesso educativo. Il pretesto dell'intervento di una delle donne della Tenuta, che salva il “nostro” da un gesto sleale di Karl nel tentativo di vendicarsi da sola, serve a rallentare la sequenza, preparando l'ultimo movimento: il traditore volta le spalle a Snow, pronto a colpire la donna, quando la spada del ragazzo entra nella sua nuca ed esce dalla gola, con Karl fermo immobile, agonizzante, in primo piano davanti alla telecamera. Lo stesso uomo pronto a torturare e violentare una ragazzina adolescente per noia non più di cinque minuti di video prima, un trattamento subito dalle donne della Tenuta per tutta il periodo in cui si è rifugiato in quella casa. Quando Jon Snow offre alle donne di tornare al Muro con lui e i suoi compagni, le donne rifiutano con veemenza, sputando ai piedi del loro salvatore. La repulsione generata dalle immagini, dal mio punto di vista, dimostra che il messaggio è passato nella maniera corretta, colpendo un nervo scoperto.

Il clamore suscitato dalla crudezza delle scene è inevitabile, ma il successo del grimdark fantasy in questi anni non dipende dalla spettacolarizzazione delle morti o dall'asprezza delle battaglie. Sono i personaggi a trascinare il lettore dentro le pagine, e Martin è meraviglioso nel lavoro di caratterizzazione. Scegliere Tyrion come esempio è fin troppo facile: odiato dal padre e dalla sorella per il suo aspetto, odiato da chiunque altro per il suo cognome, sopravvive con l'intelligenza e l'astuzia, doti tipiche del trickster, dell'imbroglione pieno di risorse. Riesce a gestire gli eventi intorno a lui, a tirarsi sempre fuori dai guai, nonostante sia sempre il bersaglio di violenze, più o meno dirette. Altro esempio sono i figli di Eddard Stark e la loro reazione alla morte del padre, ognuna diversa eppure fedele al carattere e alla loro posizione durante lo svolgersi degli eventi. Nessuno dei “malvagi” diventa amato dai lettori/spettatori, almeno non fino a quando rimangono mostri disumani e opportunisti senza scrupoli. Per questo motivo Tyrion è diventato da subito un personaggio amato, come anche John Snow, mentre Jamie Lannister, colpevole di incesto, di tentato omicidio ai danni di Brandon Stark e di vari altri crimini passati, ha dovuto subire numerosi cambiamenti – e perdere una mano – per recuperare in umanità e permettere a chi guarda o legge di identificarsi con lui. Stesso discorso si può fare per diversi altri personaggi della saga, ma anche per i lavori di Anderson, Moorcock, Abercrombie e Lawrence. L'eccezionale abilità nella caratterizzazione dei personaggi è il marchio di questo genere molto più della violenza, banale strumento per generare reazioni.

Definire i contenuti brutali, atroci e disturbanti è corretto da un punto di vista critico e legittimo a livello personale. Alcuni spettatori non sono interessati a una narrativa di questo tipo e la rifiutano in ogni sua forma, ma questo non toglie una validità generale al lavoro degli scrittori qui citati e dei tanti altri non nominati, né al valore educativo della loro proposta. Credo però che questo valore venga perso di vista nel bombardamento di accuse e apprezzamenti, quando invece dovrebbe essere in cima a tutte le conversazioni. Senza di esso infatti, una narrativa mossa dalla violenza perde di significato, non ha più uno scopo educativo ma solo di spettacolarizzazione dei contenuti, trasformandosi in una apologia del cruento di dubbio gusto. Nel suo piccolo, questo articolo vuole riportare al centro della conversazione questo punto che ritengo LA chiave di lettura del grimdark fantasy, la differenza fra un prodotto meritevole di attenzione e uno dannoso.

Note:

* Traduzione mia.

** Escluso la citazione del Tito Andronico, traduzioni mie.

A Game of Thrones: violenza virale o educativa?
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Il mio famoso outing

21 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il mio famoso outing

Questa sezione è dedicata a quelli che, come me, soffrono di fobia sociale e, come aggravante, scrivono pure.
Avete presente lo scrittore che si lamenta perché l’editore non gli organizza abbastanza presentazioni? Ecco, la mia categoria, la categoria degli scrittori socialfobici, si dispera per il motivo opposto, perché all’idea di sedersi in una libreria, sorridere alla platea e cominciare a parlare di sé e dei suoi libri con tutti gli occhi puntati addosso, le budella gli si intorcinano a tal punto che diventa difficile districarle.
Se siete socialfobici che cos’è la fobia sociale – d’ora innanzi la chiameremo confidenzialmente FS – lo sapete già, se non lo siete, questa sezione non fa per voi.
Comincerò riproponendovi il mio famoso outing, un pezzo che scrissi anni fa, in un momento di disperazione. A suo tempo fece scalpore e suscitò un putiferio di commenti: gente come me che capiva e simpatizzava ma anche tanti bravi dottori che pretendevano di dare consigli.
Ricordate i “babbani” di Harry Potter, i normali che non s’intendono di magia? Ecco, anche per la FS è lo stesso: non illudetevi, i normali non vi capiranno mai.
Dunque scrissi questo

O muoio qui, ora e per sempre o devo comunque vivere ed andare avanti.
L'unica possibilità è venire allo scoperto. Che chi porta alla luce la propria omosessualità, chi l'anoressia, chi la bulimia, chi la droga. Io sono una socialfobica.
Chi non conosce questa malattia, chi non la sperimenta sulla propria pelle, non sa quanto si soffre. In giro non se ne parla, solo io so quanto patisco.
Quelli che per gli altri sono normali gesti della vita quotidiana, gesti inconsapevoli, meccanici, per me sono ostacoli sovrumani: firmare sotto gli occhi degli altri mentre la mia mano trema, lavorare se qualcuno mi osserva, telefonare, parlare con due persone insieme, raccontare una stupida barzelletta, salutare una amica per strada, chiacchierare con qualcuno che viene a trovarmi sul posto di lavoro, passare in mezzo ad un capannello di gente sul marciapiede, si trasforma in un tormento indicibile.
Entro in una spirale d'ansia, mi si scatena un terremoto neurovegetativo, sudo freddo, tremo, mi riempio di chiazze, mi si seccano le fauci, mi si abbaglia la vista, mi monta il mal di testa, non riesco più ad articolare le parole, a pensare con lucidità, a ricordarmi quello che volevo dire. Vedo tutto nero e perdo il filo del discorso. Mi sembra di non aver niente d'interessante da raccontare e che la mia vita sia una scatola vuota. L'unica cosa alla quale riesco ancora a pensare è che non voglio che gli altri se ne accorgano. Non lo voglio con tutta me stessa. Sono disposta a sparire, a sprofondare, a morire all'istante, a perdere per sempre quelle persone. Pazienza se mi sono care, pazienza se le amo, se ne ho bisogno per vivere.
E, più ci penso, più si vede. Arrossisco violentemente, mi muovo goffamente, a scatti. L'impaccio e l'imbarazzo trasudano da tutti i pori, inciampo, faccio cadere gli oggetti intorno a me, appaio rannuvolata e scura in volto. Divento antipatica, sembro arrabbiata mentre sono solo spaventata ed infelice. Do il peggio di me.
Il mio disagio è così palpabile, così evidente, che si comunica agli altri, li mette in ansia, li fa scappare. Perdo tutti gli amici in questo modo. E, più sono amici, più tengo a loro, più mi sento distrutta dal loro giudizio.
Eppure, senza falsa modestia, so di essere una persona intelligente, colta, con una discreta parlantina, ironica e spiritosa. Non sono nemmeno timida. Il fobico sociale non è timido, ma ha terrore del giudizio degli altri, soffre di ansia da prestazione. Se mi rilasso sono allegra, vulcanica, chiacchierona, persino esibizionista. Ma le occasioni per essere rilassata sono sempre di meno. Sto peggiorando.
Per rilassarmi devo essere profondamente immersa e concentrata in ciò che sto facendo, tanto da dimenticarmi chi ho intorno. Oppure devo bere un bicchiere di vino.
Capisco chi non ce la fa più e s'impasticca per non impazzire. Io non m'impasticco e così soffro tanto da ammalarmi, da non riuscire a più lavorare, da non vedere più nessuno.
Non serve a niente dirsi che i veri problemi sono altri, che la gente sopporta con coraggio e dignità lutti, malattie e povertà. Serve solo a stimarsi di meno.
Non serve a niente dirmi che, se arrossisco, non ammazzo nessuno, serve solo a rimpiangere
le occasioni perdute.

Da allora è passato molto tempo e con la FS ho imparato a convivere, grazie anche a un’amica che ha lo stesso problema e con la quale interagisco in rete.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

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