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Post con #umberto bieco tag

Letteratura, una perdita di tempo: parte I, fottiti Dostoevskij

19 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

Passiamo ad un altro scrittore trash di successo: Dostoevskij. Tanto per cominciare, Dostoevskij era un idiota, per sua stessa ammissione: la figura principale de L'idiota l'ha concepita prendendo sé stesso come modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi nell'estate del '93 o '94. Ora gli darei fuoco urlando "Heil Hitler". In qualche modo, data la mia stessa idiozia, mi identificavo nella "purezza" del protagonista, un piccolo cristo epilettico emotivamente perturbato e naif.
Letteralmente un idiota. La morale è che la società è così corrotta che un simil-cristo ne verrebbe devastato psicologicamente e perderebbe la ragione. Il tutto, tenendo buona la premessa iniziale, sembra un formidabile atto di autoerotismo da parte di Dostoevskij, sempre impegnato a costruire personaggi che cadono vittima di se stessi, o che, come in questo caso, sono sopraffatti da un elemento cristiano che lui concepisce come docilità e sottomissione, immolazione ed espiazione - sussurandosi mentre scrive "oh, quanto sei sensibile e tenero, idiota, quanto soffri: vorrei tanto che qualcuno mi frustasse". Come se non bastasse, nonostante sia un idiota, tutte si innamorano segretamente di lui, pur andando con altri. Ma suvvia! Orsù! Non lo rileggerò mai più! La docilità e la sottomissione ci portano a Delitto e Castigo, in cui un superomista nevrotico cerca di affermarsi come individuo superiore alla morale comune commettendo un omicidio e poi viene sopraffatto nel delirio del conflitto interiore tra umanità e superumanità, schiacciato dal fardello del senso di colpa, infermo e balbettante, circondato dai familiari, in stato di deliquio. Quanto piace a Dostoevskij fare ritratti di gente stravolta che soccombe a qualcosa! Quanto lo eccita!
Quanto si identifica, sublimando (si fa per dire) la propria fantasia di essere un piccolo cristo crocifisso! Un sofferente che porta in sé tutta la sofferenza del mondo e si annulla completamente in ciò! Fottiti Dostoevskij. Alla fine ovviamente il protagonista si redime inginocchiandosi davanti ad una prostituta.
Il sacrificio e l' "amore" contrapposti all'affermazione di sé e al dominio, ma in lui sacrificio e amore sono la distruzione del proprio io, una docilità bambolotta ed ebete. Fottiti Dostoevskij! Il suo stile, perlomeno nelle traduzioni che ho letto, è sciatto e logorroico, pleonasticamente abbondante di parole e frasi mai eleganti e che costituiscono un eccesso non dovuto a mire estetiche o funzionali alla storia: ma dal fatto che Dostoevskij scriveva a cottimo, più pagine, più soldi, per le puntante dei suoi romanzi, pubblicati sulle riviste russe! Fottiti Dostoevskij.
Ovviamente Delitto e Castigo, thriller psicologico nicciano (scusatemi il culturismo), mi era piaciuto, e l'avevo consumato io stesso in uno stato di delirio, in una settimana in cui uscivo di casa per spiare l'aspirante giornalista che tornava a casa da scuola, tentando di trovare il coraggio di rivolgerle la parola, seguendo lo schiocco dei suoi tacchi, così affascinanti e adulti, sotto i portici, per poi tornare a casa sconvolto, tutto preso in un vortice interiore nevrastenico che mi risucchiava in fitte e spasmi, devastato dalla necessità nevrotica di stabilire un contatto: facile in condizioni simili identificarsi e farsi trasportare da romanzi anch'essi popolati da gente costantemente al limite del collasso nervoso - così come anche Le Notti Bianche e quant'altro. Sognatori rimuginanti, sentimentaloni ossessivi, goffi solitari, piccoli cristi tanto desiderosi di una croce e quattro chiodi. Fottiti Dostoevskij!

Per me sei solo una memoria del sottosuolo. Non verrò a riesumarti, idiota.

 

Tratto dall'anti-romanzo Alcune note su una non entità

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The Kentucky Fried Movie [1977], l'assurdità della realtà cinetelevisiva

17 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

 

 

 

 

 

The Kentucky Fried Movie, entrato nelle sale americane nel 1977, ma in quelle italiane solo nel 1985,  fu l'assurda occasione del demente incontro tra i fratelli Zucker, sceneggiatori, e John Landis, regista, i primi in seguito noti, in particolare, per L'aereo più pazzo del mondo [Airplane!, 1980] e La pallottola spuntata [The Naked Gun, 1988], il secondo, tra gli altri, per The Blues Brothers [1980] e Una poltrona per due [Trading Places, 1983] – e coerentemente con queste retrospettive premesse, il risultato è uno scatenato e sregolato folleggiare comico.

Il contenuto è strutturato vagamente come un episodio del Monty Python's Flying Circus, una serie di sketch e gag non particolarmente legati tra di loro, che in questo caso assume i contorni di uno spaccato caricaturale altamente condensato della cultura pop cinetelevisiva americana di fine anni settanta.

Abbiamo quindi parodie di pubblicità, di generici programmi televisivi, interviste, tg, annunci, documentari nonché trailer di film in uscita, che testimoniano l'esplosione dei limiti censorei, avvenuta in quel decennio, nel ritrarre sesso e violenza, nonché il divenire fenomeno di massa del porno, con riferimenti a Gola profonda [Deep Throat, 1972] e Oltre la porta verde [Behind the Green Door, 1972], o l'ossessione per i disastri e le celebrità, sviluppatesi nel sottogenere del disaster movie affollato di star, qui riassunto nella pubblicità di un inventato That's Armageddon!  con relativi cammeo, come quello di Donald Sutherland nel ruolo del cameriere pasticcione. Il segmento più lungo però è dedicato ad una vera e propria parodia, evidentemente piuttoso affettuosa, del filone orientaleggiante sulle arti marziali che impazzava grazie a Bruce Lee, magari con qualche spruzzata di James Bond – ma con un finale alquanto inaspettato.

Nondimeno, in mezzo al divertito riflesso dell'idiozia pop dell'epoca, si insinuano inquietudini più profonde:  in uno spot viene reclamizzato un gioco da tavolo per famiglie in cui si deve coprire l'omicidio del presidente, effettuato da un proprio team di killer, e far digerire al pubblico una versione ufficiale – finta pubblicità che in pochi secondi veicola accuratamente il sempre più largo scetticismo che si era diffuso, negli anni, in relazione all'assassinio di John Kennedy, scetticismo ulteriormente facilitato dalla crescente sfiducia nelle istituzioni, in virtù della sempre più chiare bugie belliche sul Vietnam, e del verminaio di corruzione esumato e tracciato fino alla Casa Bianca stessa: e, del resto, un anno prima del film, aveva aperto i lavori la House of Selected Committee on Assassinations, organismo investigativo ufficiale di reinvestigazione degli omicidi di Kennedy e Martin Luther King  – Comitato che, pur continuando a negare un'articolata cospirazione, concesse, due anni dopo l'uscita del Kentucky Fried Movie, che vi fosse un'alta probabilità che il 22 novembre del 1963, a Dallas, Oswald non fosse stato il solo a sparare.

 

Nuovo dai Barker brothers, un gioco per tutta la famiglia!

“Farla Franca”. Il tuo team ha appena assassinato il presidente.

Riuscirai a “Farla Franca”?

Tira il dado e scoprilo!

Grande! Hai trovato un capro espiatorio. Tira di nuovo.

Carta bonus.

Fai uccidere il tuo capro espiatorio da Jack Ruby.

Bella mossa, perché i morti non parlano.

Oh no! Abraham Zapruder ha filmato l'assassinio.

Brutto colpo. Ma tocca di nuovo a te

e hai un colpo di fortuna,

ventidue testimoni oculari

muoiono di cause non naturali.

Il tuo avversario trema di nuovo.

Oh, oh, attenzione! “Life” compra il filmato di Zapruder

ma TU compri “Life” e mostri i fotogrammi

nell'ordine sbagliato.

Ce l'hai quasi fatta. Ora devi far girare la lancetta dell'opinione pubblica.

Ce l'hai fatta! Il pubblico ci crede.

L'hai “Fatta Franca”!

Ordinabile dai Barker brothers.

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La conchiglia del sole

13 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto

 

 

 

Si ricordò dell'abbonamento. Si rese conto che aveva sbadatamente azionato la richiesta alla centrale fornitrice del servizio, il quale avrebbe potuto attivarsi da un momento all'altro. Guardò ansiosamente il prato, oltre la staccionata, preoccupato che qualcuno potesse rimanerne fuori – quando subitaneamente accadde, senza che avesse modo di verificare accuratamente: la sua casa, il prato attorno ad essa, la staccionata, con lui su di essa, si chiusero in una sorta di campana di vetro e schizzarono vertiginosamente verso l'alto, sottraendogli per un momento il respiro, premendolo verso il suolo. Poi tutto si stabilizzò nuovamente, lasciandolo con un lieve ansimare.

Guardò l'orizzonte.

Stelle luccicanti, pianeti. Profondità abissali.

Roba del genere, insomma.

La casa stava galleggiando nello spazio, dentro ad una cupola trasparente da cui si poteva ammirare il cosmo, da dentro al quale lo si navigava.

Sua madre uscì di casa sorpresa:

“Cos'è successo?”

“Mi spiace, mà, l'ho fatto partire. Non me n'ero accorto”

“Santo cielo, io dovrei andare a fare la spesa!” protestò contrariata – ma poi si mise a ridere da sola e andò a prendere una sedia se non una sdraio. Cagnolo scodinzolò fuori dalla sua cuccia tutto contento. Gli piaceva lo spazio. Era probabilmente un lontano discendente di Laika, ipotizzava lui – mentre l'erba verdeggiava, contrastando con il sobrio mantello di velluto spaziale bucherellato di astri. Laika che suonava alla balalajka un pezzo sulla perestrojka, mormorò a sé stesso.

Sua nonna uscì di casa e stese un plaid. Stava organizzando un pic nic.

Non si può negare fosse un buon modo per staccarsi da tutto. C'era una tranquillità ultraterrena.

 

La terra, il suo trambusto, il suo clamore, erano quietati, tacitati, silenziati.

Sibilavano lontani, diventati quasi immaginari – deprivati di consistenza urtante.

Ma laggiù la gente si stava certamente ancora dimenando e urlando.

 

Stavano vaccinando chiunque, per qualsiasi cosa. C'era chi protestava che i vaccini potevano aver effetti collaterali, dare reazioni avverse, non esser stati ben sperimentati. Nessun problema. Le grandi case farmaceutiche, ufficialmente commissionate dallo stato, e da esso finanziate, avevan subito trovato la soluzione: un vaccino contro i vaccini. Un vaccino per prevenire reazioni da vaccino.

Tutto sistemato. O forse no.

Una percentuale della popolazione ancora non era soddisfatta. Voleva vedere i dati, le carte, le sperimentazioni, i documenti. Gli eran stati forniti. Non era sufficiente. Chi assicurava loro che non fossero stati alterati? Si era quindi mosso l'esimio professor Tronfio Pomposi, accompagnato dal luminare Boria Tracotanza – i quali, con grande tatto e capacità comunicativa, avevan fatto sapere al pubblico che il pubblico era composto da idioti ignoranti, mentalmente mentecatti, scientificamente subnormali, nonché da etologicamente ovini, suini e bovini – e dovean quindi semplicemente tacere e dare retta a loro, alla comunità di esperti, ai Prestigiosi, ai Magnifici.

Da quel momento in poi, chiunque osasse insinuare un qualche dubbio, foss'anche solo sulle modalità di somministrazione, chiunque avesse ardito sollevare un solo sopracciglio alla parola “vaccinazione”, sarebbe stato dichiarato Nemico della Salute Pubblica Numero Uno, e infilato in una poco agognata gogna.

Non voleva nemmeno tentare di immaginare cosa sarebbe successo a chi avesse sollevato DUE sopracciglia. Rifletteva sulla fortuna di chi era dotato di monociglio, ne sarebbe certo stato avvantaggiato – ammesso contassero queste obiezioni tecnicistiche.

Alcuni dottori eran stati radiati, e ad alcune radio era stato dato un dottorato, si eran laureate in medicina e ora, forti della  nuova qualifica, non facevano che ripetere, ribadire, insistere un costante: “vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi”.

Gli Illuminati e Convinti consideravano i reticenti con massimo sprezzo. Li additavano come criminali, assassini ed oscurantisti - lebbrosi eredi culturali del Medio Evo, epidemici untori.

Dicevano che eran stati troppo ben abituati, viziati, dall'efficacia dei vaccini, che aveva risparmiato loro di assistere a morti atroci – e ora, con la loro riluttanza, mettevano in pericolo queste conquiste esponendo i bambini a contagi, focolai, epidemie. Quegli altri ribattevano che dati i cospicui interessi pecuniari inerenti i vaccini e la comprovata corruzione farmaceutica adiacente, non era possibile sapere con sicurezza, giacchè i dati e gli studi potevan esser stati modificati ad hoc – e i danni sottomenzionati, le necessità sovraurlate. Si sosteneva che da 2 + 2 giustamente risultasse 4, e non 5, ma che forse erano gli addendi ad esser stati falsificati. Il dibattito degenerò in scontri armati, raggi laser, sciabolate elettriche e parolacce sui social network. Lamiere contorte fumanti

 

Si staccò da questi pensieri, ansiogeni e tristi. S'immerse nuovamente nel buio profondo, perdendosi in una nebulosa.

 

Più tardi andò in bagno. Si era sempre chiesto dove finisse tutto, quando erano nello spazio, sradicati dalla rete fognaria.

 

Per continuare a conoscere le disavventure del Superato, leggete Alcune note su una non entità di Umberto Bieco

 

La conchiglia del sole
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Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987

11 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

Nel mio ennesimo tentativo di farmi risucchiare nuovamente negli anni '80, quando tutti eravamo felici, ho guardato altri due capolavori cinematografici del 1987, in occasione del loro tondo trentesimo compleanno.

 

Mannequin

Andrew McCarthy, il bel faccino già incontrato nella recensione del drammatico Less Than Zero, è un vetrinista di crescente successo e fama – del resto quale lavoro più prestigioso e ambito del vetrinista vi è al mondo? E il segreto del suo successo è nientemeno che una musa e questa musa è nientemento che UN MANICHINO e questo manichino, quando lui è nottetempo ad allestire i Grandi Magazzini, SI TRASFORMA IN UNA BIONDA E DILETTEVOLE FANCIULLA [Kim Cattrall che, da vecchia gallina che fa buon brodo, è stata poi tra le quattro protagoniste della serie Sex and the City] e, come se non bastasse, questi due TROMBANO – ma c'è il cattivo di turno che complica le cose, incarnato dal perfido e infìdo James Spader, anche lui già incontrato parlando di Less Than Zero, coadiuvato dal guardiano-mastino dei Grandi Magazzini, ovvero una delle facce più turpi presenti nell'infinita sequela di Scuole di Polizia [Police Academy], e insomma, un film imperniato su un'idea talmente cretina che persino io non sono riuscito a finirlo.

 

The Pick-up Artist [titolo italiano: "Ehi... Ci stai?"]

 

Questo è l'altro film dell'87 che vede Robert Downey protagonista, oltre ad – ANCORA – Less Than Zero, e anche qui è un vero mattatore, tanto da renderlo - nella sua insulsaggine - quasi guardabile, in congiunzione con il buon ritmo e la non sciatta regia. Interpreta un giovane insegnante di ginnastica, un “artista del rimorchio” squattrinato che vive con sua nonna, e con in realtà un assai basso tasso di successo sessuale, nonostante sia chiaro quale sia il suo primo pensiero ogni mattina – tanto da provare, fin da appena alzato, facce, toni di voce e frasi davanti allo specchio, per poi implementarli compulsivamnte non-stop appena messo piede in strada. La sua fondamentale pick up line è “Ti hanno mai detto che hai il viso di un Botticelli e il corpo di un Degas?”. Finché non trova una ragazza che rimane effettivamente colpita: ha giusto in mano un libro su Botticelli. E' una rossa dal viso pallido e le labbra carnose: una anafettiva giocatrice d'azzardo indebitata con la mafia [volto fresco dell'epoca, Molly Ringwald]. Lui è completamente conquistato. In fondo è sempre stato “un blue boy, in cerca d'amor” come nella canzone che continua a cantare. E' una commedia sentimentale, e il secondo aspetto è ovviamente il più deleterio, obiettivamente idiotico – il resto non è terribile, come già scritto, Downey Jr con la sua logorrea sfacciata e stralunata regge parte del film, e tre comprimari di megalusso rendono interessanti anche i personaggi minori: il padre della Ringwald è il costantemente sbronzo Dennis Hopper, un innocuo omino con lo sguardo spiritato del cattivo di Blue Velvet, poi vi è la tipica accogliente affabilità di Danny Aiello, amico barista del protagonista, nonché Harvey Keitel, malvagissimo recupero crediti della mafia dell'azzardo.

Vale la pena? No, ovviamente.

Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987
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Less Than Zero [titolo italiano: Al di là ogni limite]

30 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Vieniamo introdotti nel luccicante mondo yuppie dei diplomati dei quartieri alti di Beverly Hills, tra superville, megapiscine, iperfeste, fantabolidi e paparini paperoni – nonché nelle vicende di due amici e un'amica, che si triangolano, si perdono, si ritrovano, si riscuotono, e altri intrecci del genere.

Uno è il laureando ed equilibrato Andrew McCarthy, faccina idolatrata da un po' di ragazzine dell'epoca, che nello stesso anno appare anche nella blandissima commedia romantica low fantasy Mannequin con Kim Cattrall, poi famosa come bionda semi-ninfomane nella serie Sex and the City, la ragazza è Jami Gertz, altro giovane faccino noto del tempo, che nel film non prosegue gli studi per diventare modellina, e per fare l'indecisa tra Andrew e il carismatico e beffardo Robert Downey Jr., impegnato a calarsi più droga possibile, e a calarsi un po' troppo nella parte, giacché, notoriamente, nel decennio successivo diventerà noto più per i problemi di tossicodipendenza e giustizia che per la carriera, che poi comunque recupererà vendendosi al mercato dei blockbuster cretini dei supereroi, diventando la megastar che è ora.

Ma qui era ancora decisamente un attore, non solo una personalità carismatica che indossa un'armatura d'acciaio in mezzo a un tripudio di fastidiosi effetti speciali. Il modo in cui interpreta il personaggio e il progressivo passaggio da cool in control a rottame alla deriva privo di dignità nella sua caduta progressiva nel vortice della droga, e di come procurarsela, raggiunge picchi raccapriccianti e tutta la cartapesta yuppie, tutta la assordante vacuità di quell'ambiente, viene imbrattata dal vomito febbricitante dell'astinenza quando i soldi finiscono – una vita fatta di meri tintinnìi e luccichìi, in cui in definitiva, come dice la canzone di Elvis Costello da cui è tratto il titolo, everything means less than zero.

Ed è anche il titolo del romanzo che ispira il film, di Bret Easton Ellis, chiaramente - così leggo - più brutale e ambiguo del film, che, come se non bastasse, è stato ulteriormente commercializzato anche rispetto a quanto concepito dal regista Marek Kanievska [assoldato per il suo lavoro su Another Country del 1984], arginato dalla produzione.

Con McCarthy e Downey, completa il trio di attori in forma James Spader, viscido spacciatore privo di scrupoli, una torva sanguisuga dandy, che convince Downey all'ignominia, pur di continuare il flusso di droga nonostante il debito accumulatosi. McCarthy, nel ruolo del tizio con la testa sulle spalle, decide di salvare l'amico, trascinato da un legame radicato nell'infanzia, aiutato dalla Gertz, in realtà anch'essa con un “problema” - del resto, sempre nel 1987, era protagonista femminile di The Lost Boys, in cui il vampirismo diventava metafora di tossicodipendenza adolescenziale: ma in questo film, nel suo ambiente ricco e chic, non è una epidemia – è un'usanza, una pratica, una cultura – cristalizzata dall'immagine di una ragazza che scherza con le amiche sul proprio naso sanguinante durante una festa: e non si tratta di ordinaria epistassi.

In definitiva, il film fa un discreto lavoro nell'evidenziare quando la droga e l'esser drogati faccia defecare l'indefecabile e vomitare l'invomitabile, e di certo ci rende partecipi di quanto sia difficile la vita dei poveri ragazzetti delle classi alte. È proprio dura essere ricchi, siamo fortunati noi che non lo siamo.

Less Than Zero [titolo italiano: Al di là ogni limite]
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MORTE!

28 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto

 

 

“Pasta con il tonno. Riso con il tonno. Ecco la prima cosa che mi viene in mente quanto penso a nonna” scribacchiò vagamente mesto sul suo schiacciatasti da letto. Pallida come cera rappresa, con la bocca aperta, contorta. Aveva sentito la voce di suo cugino, quello più giovane, che si crepava in qualche sillaba, mentre fingeva disinvoltura. Quell'esperienza comune cementificava la consanguineità dei presenti, gli ricordava che – finché venivano risparmiati – non avevano null'altro che loro stessi a ricordare e possedere un'origine comune – non avrebbero avuto nessun altro a sostenere con certezza, nella cattiva sorte, fortunati di non esser stati diroccati dalle faide che colpivano altre famiglie.

I figli di nonna avevano completato il loro percorso di orfanitudine iniziato 55 anni prima. Lo zio Solingo se n'era tornato a casa, vuota, senza moglie, senza figli – vuota, ma solcata dagli spettri della morte. L'aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio, opposta a quella degli altri, ed ebbe l'impressione che stesse per rompersi, frantumarsi in pochi, grossi pezzi. O accartocciarsi. Gli era sembrato fragile e vulnerabile come qualcuno che ha perso l'ultima barriera, l'ultima difesa contro la morte. Non c'era più sua madre. Ora era lui, erano loro, ad essere ufficialmente in lizza. Gli era sembrato si allontanasse come indeciso se raccogliersi in sé stesso, appallottolarsi come un riccio, per non essere divorato dalla notte, sotto impassibili lampioni elettrici. Il Superato aveva sbirciato la propria madre, a letto, con l'abat-jour accesa, gli occhi socchiusi – come se contemplassero, spossati, amaramente sollevati, la nuova condizione – l'accadimento che era stato annunciato come imminente da almeno un mese, e a cui quel mese – e nessun altro lasso di tempo – poteva preparare. Occhi socchiusi, troppo emotivamente stremati perché l'angoscia fosse dominante, persi nella fine di un'agonia, in cui si è cullati dai flutti dello stordimento, dopo la battaglia, al crepuscolo. Occhi tra il ghermire ricordi e il corteggiare l'incoscienza. Infilanti la testa nel dell'oblìo l'oblò. Almeno per qualche ora.

Zio Biliardo aveva detto: “Del resto, ogni volta che venivo qua e la trovavo così, mi innervosiva”.

In ogni caso, che importanza aveva una vita in più o una vita in meno, quando normalmente morivano ventiquattromila bambini al giorno per malnutrizione?

 

Per continuare a conoscere le disavventure del Superato, leggete Alcune note su una non entità di Umberto Bieco

MORTE!
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Perché leggere una minchiata come “Il signore degli anelli” quando c'è un libro come “Il tallone di ferro”?

7 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

Lo ammetto, è ormai da decenni che trovo la lettura di romanzi una gran rottura di balle. Il feticismo librofilo ci dice che i libri insegnano e rendono più intelligenti, e bisogna leggere libri.

Un tale Umberto Eco ci dice che acculturarsi è leggere dieci libri, o anche leggere per dieci volte lo stesso libro, e che il problema è rappresentato da coloro che non leggono. Gli chiederei, e se quel libro letto dieci volte fosse nientemeno che il Mein Kampf di Adolfino Hitler? E se quei dieci libri letti non fossero altro che dieci libretti Harmony con quelle vistose copertine rigurgitanti palpitante passione quanto piattezza cerebrale e ninfomania sentimentale? Ecco, diciamo che sembrano più slogan e concetti disinteressatamente partoriti dall'industria editoriale che altro. Un contadino analfabeta di per sé sa più di qualcuno che ha letto quei dieci libretti Harmony, ma anche di qualcuno che ha letto per intero Shakespeare, e non ne ha tratto niente – non fosse altro perché sa piantare patate. Oh, e io lo so bene - perché non sono riuscito a spremere nulla da una quantità di rinomati tomi: meglio un contadino analfabeta di me.

Questo, in qualche modo, ci introduce a Il tallone di ferro di Jack London – che leggo solo ora, e leggo senza grossi intoppi, e che, più verosimilmente che altri libri, è un romanzo piuttosto stimolante, se non istruttivo. Per quanto ciò in effetti non significhi molto: 1984 è ormai uno dei libri più popolari e letti, ma ciò non ci impedisce di essere grandi appassionati del Grande Fratello – o di farci spiare per via telematica senza troppa preoccupazione. Quindi, in definitiva, serve davvero a qualcosa leggere? A quanto pare non c'è speranza – quindi perché non procedere oltre con la recensione?

Innanzitutto, i capitoli calibrati intorno alle 8 pagine ciascuno aiutano la lettura costituendo delle tappe non affaticanti, ottime per gli ansiosi di giungere da qualche parte, per i deficitari d'attenzione e per gli affetti da sindrome di stanchezza perenne – grazie Jack!

Addentrandosi poi nella vera polpa del libro, ho trovato che le interazioni al suo interno non si limitano all'individuale, anzi, ad essere dominanti sono le descrizioni di quelle tra classi e fazioni, rendendo il libro non banale e piuttosto interessante, perché allargante lo sguardo alle dinamiche della storia e della manipolazione oligarchica degli strati subalterni – finalmente ridimensionando il romanzo meramente e asfitticamente chiuso nella ristrettezza dei moti individuali, delle relazioni private, o, anche in un contesto storico, del dramma del singolo, o, persino, di una coralità di individui protagonisti che, con il loro clamore in primo piano, ammutoliscono l'intreccio più ampio: l'esistenza del mondo.

Di un intero mondo escrementizio vorticante di masse miserabili che sprofondano, e di vampiri e poiane che di loro si nutrono. Chissà a quale categoria apparteniamo?

 

“[...]l'abito che indossa è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara gocciola del sangue di fanciulli validi e forti. Mi basta chiudere gli occhi per sentirlo colare goccia a goccia, intorno a me.

 

Lo sguardo di London permette di ergersi su un alto picco e osservare il movimento delle masse, avere un senso più vasto e generale delle dinamiche di classe, e delle loro determinazioni economiche – pur integrando ciò con la storia particolare di Ernest Everhard, alla guida dei Socialisti in America, e della moglie – che è la voce narrante del libro, per quanto incorniciata da numerose fittizie note di commento a piè pagina che ci fanno capire si tratti di una pubblicazione di diversi secoli successiva agli eventi narrati. Anzi, in effetti è direttamente esplicitato nell'altrettanto fittizia prefazione.

Già, già già – siamo arrivati al dunque scabroso: è un libro socialista, comunista, il cui protagonista – qualcuno sostiene - ha dato il nome nientemeno che a Ernesto 'Che' Guevara. E' un libro che parla di rivoluzione, e che, pubblicato nel 1908, la immagina, prima che in Russia i Bolscevichi abbattano lo Zar, è un libro che prevede la repressione sanguinosa delle richieste proletarie da parte del Tallone di Ferro delle oligarchie, prima che nella storia reale si verifichi l'avvento del nazifascismo, in cui si parla di agenti provocatori insinuati tra la folla per fomentare proteste e reprimere, di piantare bombe e accusare i socialisti (e perché non gli anarchici?) per poterli imprigionare – problemi ad accettare come realtà assodate la presenza di black bloc governativi a Genova, tattiche cossighiane e strategie della tensione? Ebbene, secondo London, sono trucchi vecchi come i cucchi.

Non avete dubbi sulla sostanziale integrità e obiettività della stampa? Ci pensa il buon vecchio Jack a chiarire le idee:

 

La stampa degli Stati Uniti? E' un'escrescenza capitalistica. La sua funzione è di servire lo stato attuale delle cose, manipolando l'opinione pubblica; e l'esegue a meraviglia.

 

E del resto non è forse la stessa stampa che nel 2003 scrisse che la fantasmatica presenza delle armi di distruzione di massa in Iraq era “irrefutable” (The New York Times), promuovendo una guerra da un milione di vittime o due?

Ma nel libro si possono trovare micce per tutte le stagioni e per tutti i settori, che si possono far detonare nei dibattiti e nelle polemiche dell'attualità

I prodotti farmaceutici sono senz'altro clinicamente testati e approvati per garantire la loro efficacia e la nostra sicurezza?

Diamine, quel folle di London in questo suo delirio antiscientifico non ne sembra particolarmente convinto:

 

Le medicine brevettate erano veri e propri imbrogli, ma la gente ci credeva come alle grazie e alle indulgenze del Medio Evo. La sola differenza era che i farmaci brevettati costavano di più e erano nocivi

 

E magari sarebbe un'affermazione scandalosa se solo, convinte, non sembrano esserlo nemmeno le moderne riviste di medicina – e, nel caso l'informazione mass mediatica abbia sbadatamente dimenticato di martellare questa nozione nella testa del pubblico generalista, ecco un estratto da un articolo del Guardian del 2001 – che documenta un tentativo di insurrezione di suddette riviste di medicina:

 

"Tredici delle più importanti riviste mediche sferrano un esplicito attacco alle ricche e potenti compagnie farmaceutiche, accusandole di distorcere i risultati della ricerca scientifica per il profitto" [...] "le accusano di usare i loro soldi - o la minaccia della loro rimozione - per legare i ricercatori accademici con contratti che impediscono il riportare liberamente e correttamente i risultati dei test clinici"

 

E che dire di questo articolo da Le Scienze del febbraio 2013?

 

"Etica medica:
La ricerca farmaceutica è affidabile?
di Charles Seife
Le aziende farmaceutiche pagano scienziati che fanno ricerche che hanno un’influenza sul destino dei loro prodotti, e nessuno può fermarle
"

 

Ma, tornando giù da sopra le righe e rientrando a casa dalle divagazioni, Il tallone di ferro non è un libro freddo e asettico, come dalla descrizione può sembrare, è anzi anch'esso non di rado palpitante di passione, non quella dei libretti Harmony, ma quella nobile, tesa verso un mondo privo di sfruttati e sfruttatori – veicolata attraverso l'umanamente, intellettualmente e fisicamente sana e vigorosa figura di Ernest, uno di quei personaggi in cui London sembra proiettarsi compiacendosi di quanto sia Maschio Alpha, un po' come in Martin Eden. Insomma, in effetti, a ben pensarci, roba piuttosto impegnativa – forse è meglio limitarsi a cercare qualcuno con cui unirsi carnalmente con tutta l'anima, come nei già multicitati libretti, dopotutto.

Nondimeno, cosa ce ne si fa di una minchiata come Il Signore degli Anelli, quando ci sono libri come questo?

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La donna esplosiva [Weird Science, 1985]

2 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

La donna esplosiva, in originale Weird Science, è una tipica delizia adolescenziale Anni Ottanta accompagnata da un insulso motivetto sintetico.

Due ragazzini socialmente inetti realizzano un tipico sogno della loro età e del loro tempo: la materializzazione di un perfetto e disponibile esemplare del genere femminile attraverso un home computer, direttamente nella loro cameretta.

Ma l'unica esperienza diretta che ottengono è fare una doccia con lei totalmente nuda, mentre loro indossano dei blue jeans. Sono troppo timidi persino per sfruttare la loro stessa creazione, programmata per essere al loro completo servizio (per quanto uno dei ragazzini riesca ad ottenere una sessione di baci – pur senza, per così dire, tecniche francesi).

Ad ogni modo, Lisa, questo il nome della donna artificiale interpretata dalla conturbante Kelly Lebrock, è una sorta di "Mary Poppins con le tette", completa di accento British, e il suo ruolo, nel prosieguo della storia, cambia da oggetto del desiderio dei due nerd a guida che li aiuterà a superare le loro paure, ansietà, codardia, goffaggine, vergogna e quant'altro - mettendoli in situazioni da cui non potranno ritrarsi, e, persino, vedendosela direttamente con i loro genitori, fratelli, amici e persecutori.

Ovviamente, vivendo in America, la liberazione dalla loro condizione sociale verrà sancita dall'utilizzo di un revolver, del resto anche efficace simbolo fallico, per espellere alcuni teppisti impegnati a rovinare un party a casa di uno dei ragazzi.

Quindi, la missione di Lisa è finita, e, proprio come Mary Poppins, ora può andarsene, essendo i protagonisti riusciti a farsi accettare dai loro pari, e avendo loro finalmente conquistato l'attenzione delle ragazze che anelavano: due noiose, schifiltose e banali tizie che a malapena conoscevano.

Avrebbero dovuto concentrarsi su Kelly Lebrock.

In sintesi, un film imperdibile per chi vorrebbe una macchina del tempo per tornare negli anni ottanta, nonché per coloro che stanno ancora tentando di evocare la donna perfetta attraverso un computer.

E non sono mai stati tanti come ora.

 

 

 

Weird Science [1985]

Weird Science is a typical Eighties' teenage delight accompanied by a silly synth-pop tune.

Two socially inept teenagers fulfill a typical dream of their age and time, the materialization of a perfect and available specimen of the female genre through a home computer, directly in their bedroom.

But the only direct experience that they get is a shower with her, she totally naked and they wearing blue jeans. They're too shy even to use their own creation, programmed to be at their own complete service.

[ though one of the guys manages to obtain a kissing session - lips only]

Anyway, Lisa, that's the artificial woman's name, played by the perturbing Kelly Lebrock, is a sort of "Mary Poppins with breast", complete with British accent, and her role changes, from being the object of the two nerd's desire to be the guide that will lead them to overcome their fears, anxities, cowardice, clumsiness, awkwardness, submission, and whatever, by putting them in situations they can't back out of, and even dealing directly with their parents, brothers, friends, and persecutors.

Living in America, the deliverance from their social condition will be sealed by using a revolver, after all also an effective phallic symbol, to expel some thugs ruining a party at one of the guys' house.

So, Lisa's mission is complete, and, just like Mary Poppins, now she can leave, having the main characters been accepted by their peers, and having they finally conquered the attention of the girls they longed for: two boring, fastidious and banal individuals that they barely knew.

They should have sticked to Kelly Lebrock.

All in all, a must see for those who long for a time machine to go back to the Eighties, and for those still trying to summon the perfect woman through a computer.

And there have never been so many.

 

La donna esplosiva [Weird Science, 1985]
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Umberto Bieco espleta funzioni fisiologiche su “La solitudine dei numeri primi”

9 Maggio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

La lettura, come il tempo di amare, dilata il tempo di vivere, e a quanto pare anche il tempo di defecare. Alle vittime della defecazione è infatti dedicato il primo capitolo di questo capolavoro scatologico, che, vincitore del Premio Strega, ha stregato centinaia di migliaia di lettori - mentre altri se lo sono preso come un'influenza intestinale, a Natale, impacchettato sotto l'albero: non c'è niente di più letale dei libri che ti vogliono regalare.

 

Il libro narra di Mattia, Alice, e della terrificante sofferenza dell'essere incongruenti con il mondo circostante – benché da due prospettive diverse, quella di chi – autistico genio matematico autolesionista - non vuole farne parte e quella di chi – sciancata e anoressica – non riesce ad integrarvisi: data questa affinità riusciranno almeno ad incontrarsi tra di loro?

Come anticipato, il romanzo inizia subito col più sublime tripudio intimistico: una fatale scarica fecale, per quanto peculiare, questa è in ultima analisi la causa dell'azzoppamento della protagonista femminile. Caspita, che deiezione violenta!

L'artefice di queste pagine, del resto, si compiace di crogiolarsi nei più svariati umori umani e sporcizie miscellanee, costellando il suo capolavoro con imbarazzanti water traboccanti, a coronamento della cena romantica più fallimentare di sempre [capitolo 29], con vomitate poltigliose [capitolo 15], nonché con l'ingerimento di luridume rivoltante [capitolo 5] – tanto che vien da sospettare sia questa la materia di cui son fatti i sogni dell'autore, e quindi del libro stesso.

Lo stile secco complessivamente sembra indeciso tra momenti, nel loro piccolo, spettacolarmente drammatici e una narrazione psicoesistenziale sobria e contrita, densa del grigiore della banalità quotidiana – e così troviamo sequenze eccessive da film o telefilm americano, se non proprio alla Stephen King: il rapporto di Alice con le sue coetanee adolescenti – tipiche aguzzine televisive bidimensionali senza un perché - si cristallizza nella deliziosa circostanza accennata, quella del capitolo 5 – una violenza psicologica che si espleta in modo fisicamente disgustoso, e che potrebbe uscire, per l'appunto, da Carrie di King – ma che in questo contesto risulta effettisticamente becero. Così come l'esagerazione sensazionalistica di Mattia, che al compagno di scuola che cerca di confessargli la propria omosessualità con un baratto di segreti, rivela il suo in questo modo:

 

Strinse il coltello con tutte e cinque le dita. Poi se lo piantò nell'incavo tra indice e medio e lo trascinò giù fino al polso”.

 

In altre parole, sembrano generose porcate con cui intrallazzare facilmente il lettore impressionabile – per quanto, certamente, veicolino bene il concetto che per i due protagonisti gli anni formativi siano stati Puro Orrore – un po' come la lettura di questa gemma letteraria per il sottoscritto.

Intanto, laureatosi, Mattia confessa ad Alice il proprio colpevole trauma originario – e ciò li porta finalmente vicini, ma non a sufficienza: il culo colloso del giovane matematico rimarrà appiccicato alla sua comoda inerzia anaffettiva, lui partirà per un'università straniera, e lei si accontenterà di un surrogato, per la verità un gradevole e appetibile partito, di cui però non è davvero e innamorata e che però non la conosce davvero, né la conoscerà davvero durante la vita matrimoniale – la quale quindi si spezzerà dopo qualche anno.

A questo punto lei spedirà un messaggio a Mattia.

Avrei trovato maggiormente appassionante uno sviluppo della tematica sollevata a pagina 129:

 

“Non so” rispose Mattia alle zucchine.

 

Più conversazioni con le zucchine, e, possibilmente, anche con altri ortaggi.

Perchè questo spunto è stato lasciato intentato?

In definitiva, che dire di questo angoscioso e poltiglioso Capolavoro Assoluto della Recente Narrativa Italiana?

Che il giudizio coincide con l'inizio: una evacuazione indesiderata.

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NATO: the Age of Russia – un'interpretazione di Avengers: the Age of Ultron [2015]

30 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Avengers: the Age of Ultron è una chiassosa storiella piena di effetti speciali, costumi e calzamaglie il cui scopo è quello di educare subliminalmente i ragazzini, e non solo, sulla situazione geopolitica mondiale.

La Comunità Internazionale [gli Avengers] deve salvare il mondo un'altra volta. Il complesso Militare-Industriale [Tony Stark, alias Iron Man] ha sbadatamente creato una nuova, potente ed ostile entità [ovvero una forza, un'arma], mentre tentava di utilizzare risorse rubate al nemico. Il suo nome è Isis [Ultron]. Gli anti-americani, i critici dell'Occidente e della Comunità Internazionale [sempre Ultron] accusano gli Avengers di essere i veri distruttori, il vero ostacolo alla pace mondiale. Ciò sembra confermato dall'alleanza di Ultron con due superstiti dall'Europa orientale [guerra del Kosovo/Serbia], i cui genitori sono stati uccisi dalle bombe costruite da Tony Stark. Ma no, non può essere. Capitan America [il volto idealizzato dell'America], infatti, si preoccupa costantemente dei civili e costantemente li salva e li protegge.

Nonostante ciò, inizia egli stesso a dubitare della natura positiva degli Avengers e del loro effetto sul mondo: che abbiano ragione i loro critici? Come se non bastasse, l'Incredibile Hulk va fuori controllo e distrugge elementi architettonici di una città americana, insieme ad Iron Man, nel tentativo di fermarlo, e, persino, ferisce lievemente alcuni civili: ma la colpa, ovviamente, è dei nemici che hanno manipolato la sua mente. Ciò contribuisce ad alimentare dissidi interni agli stessi Avengers: c'è una crisi [i componenti della Comunità Internazionale non vanno sempre d'accordo].

Alla fine, la Russia [anch'essa rappresentata da Ultron] solleva un'intera città dell'est europeo nel cielo con tutti i suoi cittadini [l'annessione della Crimea/la questione Ucraina] ed è pronta a lasciarla precipitare sulla terra, distruggendola e sterminando l'intera popolazione umana – Ultron dice di voler la pace, ma, evidentemente, non vede differenza tra pace e totale distruzione: quindi, in definitiva, gli Avengers [USA/NATO/Comunità Internazionale] sono davvero i Buoni, e i loro critici e avversari sono i Cattivi – che possono nascondersi persino dietro speciose motivazioni pacifiste.

Mai fidarsi di un pacifista!

Trionfo finale: gli Avengers si ricompattono e distruggono Ultron e i suoi tirapiedi, salvano tutti i cittadini e riportano delicatamente la città sulla terra, esattamente dove era stata sottratta.

Come al solito, siamo dalla parte giusta della Storia.

Molti spettatori si sono chiesti se Scarlet Johansson desiderasse consumare un rapporto completo con il dottor Bruce Banner nelle fattezze dell'incredibile Hulk.

 

 

 

NATO: the Age of Russia - an interpretation of Avengers: the Age of Ultron [2015]

 

Avengers: the Age of Ultron is a boisterous subliminal little story designed to educate the kids, but not only them, on international politics.

The International Community [The Avengers] must save the world once again. The Military-Industrial Complex [Tony Stark, a.k.a. Iron Man] headlessy created a new, powerful and hostile entity [=force, weapon], while trying to use resources stolen from the enemy. His name is Isis [Ultron]. The anti-americans, the critics of the West and of the International Community [Ultron] accuse The Avengers of being the real destroyers, the real obstacle to world peace. This seems confirmed by Ultron's alliance with two east-european survivors [Kosovo/Serbian war], whose parents were killed by Tony Stark's bombs. But no.
Captain America costantly worries about civilians and costantly protects them and saves them.

In spite of that, he begins himself to doubt The Avengers' nature and effect on the world.
Moreover, the Incredible Hulk spins out of control and destroys architecture elements of a city [along with Iron Man trying to stop him] and even slighty wounds some civilians: but the fault is the enemy's, of course, who manipulated his mind. Now there are contrasts and rifts among The Avengers. There's a crisis. [The International Community's members don't always agree].

Eventually, Russia [Ultron] lifts an entire eastern Europe town in the sky [Crimea's annexation/the Ukrainian issue], with all its citizens, and he's ready to drop it on the Earth, destroying it and killing all the human population: he wants to bring peace, but he sees no difference between peace and total destruction: so, The Avengers [International Community/NATO/USA] really are the Good Ones, and their critics and opponents are the Bad Ones - who can hide themselves even behind the specious pacifist justification.

Never trust a pacifist!

Final triumph: The Avengers unite again and destroy Ultron and its minions, save all the citizens and bring back the city to its place on Earth, and very delicately put it back exactly where it belongs.

As usual, we are on the right side of History.

Many spectators wondered if Scarlett Johansson's character [Romanoff] wanted to have sexual intercourse with dr. Bruce Banner while he's the Incredible Hulk.

 

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