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Post con #umberto bieco tag

Saette Frecce e Dardi

17 Settembre 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #poesia

 

 

 

 

Saette Frecce e Dardi

                                – di petalo in Burrasca

in equilibrio di vertigine

                                – sulla pelle della pesca

l'ombra depredante – sul girotondo 

                                        vestale

   oltre i vetri ispessiti dal colore

         nel filtro che irrora i globi

         di liquido in gocce rotolanti

          come cera da una candela

                  urla e biancheggia

                               sul candelabro

                        tra le frasche feroci

                 sulla veste di smalto

                         incuneata nel circo

                   vivisezione nel cuore

                   fino ai vicoli della città

                   oltre umido buio

                       tra le cortine rosse

                             nella notte

                   uno sbuffo accalorato

                             nella presa

                     lei scappa

                   la strada divora la strada

                       e si arrotola arrotola

                            urlando                    (SCIANK!)

                       le ultime gocce

                       - le ultime gocce

                         - goccia – goccia - goccia

 

 

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Distruggendo la letteratura temporaneamente per sempre

29 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

 

Il Colera ai Tempi dell'Amore narra la diffusione di una terribile malattia - l'amore – mentre alcune persone tentano di godersi il loro colera in pace, mentre Cent'anni di Similitudine è la saga intergenerazionale di una famiglia i cui componenti hanno tutti lo stesso nome, cosa che ingenera tutta una serie di spassosi equivoci, rendendolo uno dei migliori libri umoristici di tutti i tempi, e sono entrambe opere di Gigi Marquez, noto frequentatore di prostitute colombiane.
Ritratto di una Cretinotta Abbindolabile è invece il capolavoro di Henry James, in cui un sacco di gente inutile si dice cose inutili, preccupandosi parecchio che qualcuno possa accorgersene, e la protagonista, ereditiera moralmente afflitta dall'esistenza dei poveri perché le rovinano il panorama, si fa sposare da un debosciato solo perché lui vuole i suoi soldi.
Il Ritratto di Oscar Wilde è un libro scritto da Dorian Gray, piuttosto invecchiato male, cosa che comunque non ha impedito al suo autore di invecchiare anche peggio. In esso un uomo innamorato della bellezza sensuale e luccicante colleziona figurine del campionato di lotta nel fango tra camionisti e anelli con smeraldi di plastica e rubini di pongo trovati nelle patatine. Si fa dipingere un ritratto, e si rende conto di essere molto brutto. Per questo motivo fa rifare il ritratto in maniera tale da apparire ancora più brutto in esso, e, per contrasto, sembrare meno indecente nella realtà. L'altra possibilità presa in considerazione era quella di farsi dipingere un ritratto estetizzante e incollarselo sul naso, ma questo creava problemi pratici nel lavarsi la faccia (il dipinto si scoloriva) e nello schiacciarsi i brufoli (erano solo dipinti). Alla fine, la frustrazione lo porterà a distruggere il quadro, cosa che lo fece diventare ancora più brutto, perché quando ci si arrabbia si è ancora più brutti, che è una nota legge estetica. Lasciò anche la sua ragazza, perché, in nome dell'arte, la voleva bionda ossigenata, mentre lei voleva rimanere mora naturale, e non farsi crescere la barba.
Questo romanzo fu così apprezzato che l'autore Dorian Gray fu costretto ad avere rapporti omosessuali in prigione a vita. Gli piacque.

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La fantascemenza

12 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #fantascienza

 

 

 

 

Jules Verne: avrebbero potuto esporre in un museo il suo cadavere senza averlo imbalsamato, giacché, dato il suo stile di scrittura, è perfettamente chiaro che era già impagliato in vita: si sarà quindi conservato splendidamente. E' una cosa che si è chiarita nel tentativo di rileggere 20.000 Piaghe Sotto i Mari, uno o due anni fa, e trovando uno stile rigido, stridente come gesso sulla lavagna, la stessa lavagna su cui sembra scrivere didatticamente le sue osservazioni e misurazioni scientifiche che costellano ansiogenamente il libro, rendendolo una pesante lezione scolastica, piena di pedanterie a base di leghe, nodi, latitudini, longitudini e quant'altro. Viene salvato solo dalle invenzioni romanzesche, dall'intuizione sottomarina, il sogno di poter vivere autarchicamente sotto le onde, al di fuori della giurisdizione delle leggi umane, nascosto e imprendibile, il fascino oscuro del Capitano Nemo e un paio di gite nelle foreste di alghe: ma a ciò si accede solamente con dura fatica e il puntello dell'ostinazione a rompere il ghiaccio che incrosta le parole. E quindi, addio 20.000 Beghe Sotto i Mari: state bene lì dove state. E lì rimarrete.
In definitiva, ho un ricordo migliore di Viaggio al Centro della Terra, ma forse proprio perché è - e rimarrà - solo un ricordo, non sfregiato da un tentativo di verifica pratica. Qualche teoria strampalata di un secolo, un secolo e mezzo fa ipotizzava che la terra fosse cava. Verne, quindi, la riempie di preistoria preservata, un mondo nel mondo, rimasto ad un grado di sviluppo mesozoico, con tanto di lucertoloni giganti e vegetazione esoticamente ancestrale, cresciuta non si sa come. Ciò porta ad Arthur Conan Doyle e al suo mondo perduto, di mezzo secolo dopo, che insieme al precedente, costituisce l'archetipo delle storie di preistoria-che-arriva-nell'età-moderna (o così ho letto).
La differenza tra Conan Doyle e Jules Verne, è che il primo è coinvolgente e a tratti persino divertente, e forte di un razionalismo che non sfocia però nel linguaggio arido di Verne, per quanto rimanga piuttosto asciutto - oltre a ciò affiora persino un po' di calore umano, qua e là. Ma seguendo la coda dei dinosauri arriviamo in Russia, presso casa Bulgakov che - se famoso per il postumo Il Maestro e Margherita - è anche autore di una parodia fantascientifica a base di dinosauri distruttivi fatti rinascere attraverso una cova artificiale che porterà subbuglio e salmonella in Russia: Le Uova Fatali.

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I poeti maledetti

5 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #poesia

 

 

 

 

I poeti maledetti erano delle figure alla moda che facevano impazzire le teenager dell'epoca, così come Jim Morrison alla fine degli anni sessanta. Erano un fenomeno commerciale studiato a tavolino dagli editori, così come i Take That alla fine degli anni novanta. Avevano giusto pensato che, dato che la gente ha sempre delle regole da voler sovvertire e da cui si sente oppressa, qualche figura in posa ribelle avrebbe fatto al caso loro. Dopo il flop iniziale, la storia ha dato loro ragione, e ora Rimbaud è idolatrato come Lou ReedIggy Pop e David Bowie.

Del resto il suo spessore come poeta è indubbiamente evidente: soprattutto in quella poesia in cui suggerisce che, in realtà, la religione cattolica non fa altro che insinuare pensieri impuri nelle giovani fanciulle, le quali vedendo una figura seminuda, martoriata, sofferente, sanguinante, in fin di vita, torturata, inchiodata, cosa potrebbe mai pensare?

Ebbene, secondo Rimbaud, ignorando completamente i chiodi, il sangue, la faccia stravolta, la corona di spine, la ferita al costato e quant'altro, vedendo una figura del genere, le giovani fanciulle logicamente, inevitabilmente non possono far altro che chiedersi: cosa ci sarà sotto quell'esiguo panno inguinale? Beh, grazie Arthur, davvero. Un grande contributo alla poesia, alla psicologia, allo studio della religione, a quello dei panni inguinali e alla storia tutta. Il parto di un intelletto profondo: profondo più o meno come una pozzanghera. Stavi scherzando, vero, Arthur? No, diciamoci la verità: sei un coglione, e questo è quanto.

E a parte Il Battello Ebbro e qualche frammento di prosa/poesia qua e là, in cui abbatti la divisione tra elementi dell'estetica alta ed elementi prosaici e quotidiani, spiani la via alla totale frantumazione da parte delle avanguardie del novecento della stabilita gerarchia dei valori, e in particolare all'ammasso affastellato confuso e frastagliato del surrealismo - che elimina priorità e censure estetiche degli oggetti, dei pensieri e delle idee (o così ho letto) - dicevo, a parte tutto ciò: tornatene all'inferno, negriero di merda. E fatti accompagnare da Verlaine e dalle sue boiate mistiche miste alle sue poesie su lesbiche intrecciate.
Mallarmé non vale un barattolo di marmellata.

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The Founder [2016, John Lee Hancock]

3 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

 

 

 

 

 

The Founder ci mostra la nascita dell'impero di McDonald's da un semplice chiosco gestito da due  fratelli, fondato sull'innovazione tecnica e la velocità nonché su valori familistici e qualitativi – fino a diventare uno squalo capitalistico guidato dall'ingorda megalomania di un commerciante ossessionato dal successo, Ray Kroc interpretato da Michael Keaton, che ne comprende le potenzialità e decide di diffonderlo in tutta la nazione, a costo di tradire e distruggere i sani principi di partenza che avevano ispirato gli umili fratelli.

 

Se quindi nella prima parte il film sembra la solita celebrazione mitologica del successo in America, basato su perserveranza, dedizione, determinazione e duro lavoro, nonché da magici momenti di ispirazione commerciale – ovvero uno spot di McDonald's e della sua genuinità – la frizione con la visione originaria dei fratelli crea una crepa che si allarga progressivamente in una voragine di bramosia che inghiotte quella stessa visione, la mastica, la sminuzza, ne succhia e assorbe le capacità di profitto e la risputa fuori, o la espelle – macerata, distrutta.

 

Kroc concepisce la catena di McDonald's come un ulteriore simbolo americano, associandolo alla bandiera a stelle e strisce, e alle croci delle chiese – bandiere e croci che sventolano e svettano in ogni cittadina – così come dovranno fare i suoi archi dorati: l'America e il capitalismo cannibale diventano quindi un'unica realtà, sovrapponibile – McDonald's è l'America, e l'America è McDonald's: la corruzione del profitto sui principi.

 

Così come, volendo utilizzare Michael Keaton come tramite, la croce è la copertura di crimini in Spotlight, film premio Oscar 2016 che illustra la scoperta giornalistica degli abusi sui bambini nelle chiese americane. Così come, nel film della propaganda reale, la bandiera è di volta in volta tronfio e retorico simbolo di libertà e democrazia dietro cui si espleta un espansionismo imperialistico imperniato sul bullismo internazionale a base attribuzioni di colpe mai provate e conseguenti bombardamenti.

 

Quel che mostra il film è in realtà il soppiantare della piccola impresa da parte dell'accentramento del capitale, che tutto fagocita e divora gonfiandosi in entità sempre più grandi – fino al formarsi di mastodonti planetari che superano i confini, le multinazionali: in questa crescita qualsiasi ostacolo si pari davanti al profitto, che sia pratico o morale, viene ignorato, attaccato, distrutto, truffato o semplicemente comprato.

 

Ciò detto, il solito impareggiabile professionismo hollywoodiano, macchina da guerra dell'intrattenimento, rende il film ritmato, spiritoso e guardabile – ma si distingue per il suo scrostare l'arco dorato della parabola del successo, rendendo chiaro che il più famoso degli hamburger non è nient'altro che un boccone amaro [oltre che avvelenato]. Suggerisco di sputarlo.

E di integrare la visione con Fast Food Nation di Richard Linklater.

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Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia

29 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel capitolo nonmiricordoquale di Alcune Note Su Una Non Entità, il Superato decide che la cultura è espressione di una società iniqua, e, come quest'ultima, merita di essere distrutta, perché in definitiva giustificatrice e paludatrice di quella stessa iniquità.

Forte di questi concetti rivoluzionari, scrive un pamphlet dadaista, e, come al solito, cambia radicalmente il mondo andando a dormire.

Questa è la seconda parte di quel pamphlet. E la terza come bonus track.

 

Distruggendo La Letteratura Temporaneamente Per Sempre Parte II:

Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia.

 

Un volume arancione con quattro o cinque racconti fu l'introduzione ad Edgardo Allano Poeocom'era stato rinominato in epoca fascista, durante l'estate tra la prima e la seconda media, o tra la seconda e la terza media. Con precisione non ci è dato di sapere.


Mi piaceva Lo Scarabeo d'Oro, con il suo enigma criptato - copiato poi da Conan Doyle per una storia di Sherlock (Il Caso degli Omini Danzanti) - e la caccia al tesoro sulla classica isola, il tutto ben lontano dallo stereotipo morboso, pomposo e cimiteriale del racconto alla Poe. C'era altra roba interessante, ma non ricordo esattamente cosa, a parte uno riguardante la mummia di un faraone, che veniva risvegliato e descriveva la sua civiltà, così superiore alla nostra salvo per un particolare che era nonsocosa. Ce n'era abbastanza per approfondire attraverso gli anni.

 

E quindi libretti ammuffiti e polverosi che si sbriciolavano in mano presi da antiche biblioteche parentali, ah, e prima ancora un bel volume voluminoso di mio padre, con un'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch (di Munch). Ovvero l'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch era di Munch - con una marea di racconti divisi per stile, genere, argomento. Poi il Gordon Pym, preso forse in biblioteca, un volume della Gnu Editori con un introduzione completamente ridicola, vergata da un presentatore televisivo notturno, in cui si descriveva tragicamente, quanto involontariamente comicamente, il probabile trauma infantile di Edgardo, che - piccolo - osserva suo padre vestirsi da donna e far finta di essere sua madre, morta, per sopperire alla sua mancanza. Sublime. Comunque, ce n'erano di racconti che colpivano, a bizzeffe: il doppio di William Wilson, la coscienza che ineluttabilmente lo segue ovunque, ho sudato e sofferto claustrofobicamente con Gordon Pym mentre soffocava nella stiva della prima nave o qualcosa del genere, con la solita illusione di essere stato inserito vivo in una bara o simili, il naufragio con esito cannibale che profeticamente si avverò qualche anno dopo (tre uomini si ritrovarono soli dopo un naufragio e tirarono a sorte per decidere chi doveva farsi mangiare - o almeno così riporta l'indiscutibilmente attendibile "Cronache dell'Impossibile di Selezione dal Reader's Digest"). Per non parlare della trovata polare, in cui tutto è bianco o nero, che rimanda a qualche misterioso senso dualistico cosmico, ma che in realtà è solo un effetto formale privo di sostanza, calcolato lucidamente da Edgardo il bastardo. Tutto fumo e niente sostanza. Tutto forma e niente arrosto.


Il calvario sadomasochistico de Il Pozzo e il Pendolo che citavo nel testo di una canzone scritta a quattro anni e mezzo per tentare di darmi un tono erudito e letterario. Non lo rileggerò mai più. Il raggio d'azione dei suoi racconti era comunque abbastanza vasto: ha praticamente fondato il genere giallo/thriller/investigativo, o quantomeno così si sostiene, con i tre racconti dell'ispettore Dupin, sempre impegnato a inseguire il formidabile ladro Lupin, ne ha realizzati di filosofici in forma dialogica, con i quali mi sono sempre fermato alla terza riga, brevi allegorie ombrose, una favola silenziosa, parodie, pagine grottesche, assurde e umoristiche: cose peculiari come Il diavolo nel CampanilePerdita di FiatoRe Peste, deliranti esempi prematuri di nonsense, onirismo, surrealismo, o quantomeno così ho letto. Quel racconto in cui un individuo spaventatissimo dalla finestra vede volare sulle colline un mostro delle dimensioni di un elefante, per poi scoprire che è solo l'effetto ottico dovuto a un insetto che vola sul vetro, parallelamente ai rilievi. La serie "della colpa" che oltre, volendo, a William Wilson, comprende Il Gatto NeroIl Cuore RivelatoreIl Genio Della Perversione,"Sei Tu Il Colpevole". Quella melassosa delle figure femminili BereniceLigeiaMorella ecc., interessante solo quando si arriva a strappare i denti a qualche cadavere.

 

In definitiva il suo era uno stile ampolloso e arzigogolato, sofisticato nella narrazione, o che voleva apparire tale, drappeggiandosi di pensose considerazioni introduttive, ornandosi di citazioni preferibilmente in francese, arabo, latino o italiano - tutti i linguaggi più chic e d'effetto del momento, per poi addentrarsi in qualche macabra disgrazia o delirio, in ambientazioni semi-gotiche e non riuscendo mai a scrollarsi del tutto di dosso la pesantezza del proprio linguaggio, da cui si salvava con un senso dell'umorismo perverso, e con il macabro spinto, spinto talmente da emergere come una tematica compulsivo-ossessiva.


Le sue poesie, scorse interamente, mi hanno trovato sbadigliante, con l'eccezione di quella in cui una casa infestata o simili diveniva la metafora della tormentata mente dell'uomo.
I racconti che ricordo con piacere: Lo Scarabeo d'Oro, la magia spazio-temporale di Un'Avventura delle Ragged Mountains, l'osservazione psicologica de L'uomo della Folla e I Fatti Riguardanti il Caso del Signor Valdemar. Nonché la "commedia degli equivoci" intitolata Gli Occhiali, imprenscindibile per ogni miope che si rispetti.


In definitiva, è un bene per l'umanità che un tale porta jella si sia tolto dai piedi in età relativamente giovane e non abbia ulteriormente piagato il nostro sistema nervoso con le sue baggianate mortifere, morendo in pieno delirium tremens a Richmond o Baltimora o da qualche parte - non rendendosi conto che in realtà era da decenni in un costante "delirio tremebondo".


Ora sarà in qualche bara insieme a Baudelaire a giocare alle "esequie premature", e farsi vezzeggiare da quest'ultimo, che gli starà sussurrando quanto è carina la scritta "iella" che Edgardo porta tra le pieghe della fronte - anche se ogni tanto Charles si allontana imbronciato dicendo che la loro vita di coppia è uno strazio e che è tutto un moribondo e grigiastro spleen che gli invade il cranio come una cappa claustrofobica di ratti putrefatti e ragni brulicanti, o se ne va urlando "la vita fa schifo!" sbattendo forte il coperchio della propria bara. Altre volte scrive poesie ornitologiche come "Lo struzzo" in cui dichiara che il poeta ha zampe da gigante, troppo veloci per proseguire al passo limitato degli altri umani. Edgardo, con un cocktail in mano e lo sguardo annoiato, gli risponde che, al massimo, è Willy il Coyote.

Concludendo, per quel che mi concerne il seppellimento di Edgar Allan Poe non può mai essere troppo prematuro.

Addio Edgardo, a mai più.

 

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Letteratura, una perdita di tempo: parte I, fottiti Dostoevskij

19 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

Passiamo ad un altro scrittore trash di successo: Dostoevskij. Tanto per cominciare, Dostoevskij era un idiota, per sua stessa ammissione: la figura principale de L'idiota l'ha concepita prendendo sé stesso come modello. Il libro mi piacque molto quando lo lessi nell'estate del '93 o '94. Ora gli darei fuoco urlando "Heil Hitler". In qualche modo, data la mia stessa idiozia, mi identificavo nella "purezza" del protagonista, un piccolo cristo epilettico emotivamente perturbato e naif.
Letteralmente un idiota. La morale è che la società è così corrotta che un simil-cristo ne verrebbe devastato psicologicamente e perderebbe la ragione. Il tutto, tenendo buona la premessa iniziale, sembra un formidabile atto di autoerotismo da parte di Dostoevskij, sempre impegnato a costruire personaggi che cadono vittima di se stessi, o che, come in questo caso, sono sopraffatti da un elemento cristiano che lui concepisce come docilità e sottomissione, immolazione ed espiazione - sussurandosi mentre scrive "oh, quanto sei sensibile e tenero, idiota, quanto soffri: vorrei tanto che qualcuno mi frustasse". Come se non bastasse, nonostante sia un idiota, tutte si innamorano segretamente di lui, pur andando con altri. Ma suvvia! Orsù! Non lo rileggerò mai più! La docilità e la sottomissione ci portano a Delitto e Castigo, in cui un superomista nevrotico cerca di affermarsi come individuo superiore alla morale comune commettendo un omicidio e poi viene sopraffatto nel delirio del conflitto interiore tra umanità e superumanità, schiacciato dal fardello del senso di colpa, infermo e balbettante, circondato dai familiari, in stato di deliquio. Quanto piace a Dostoevskij fare ritratti di gente stravolta che soccombe a qualcosa! Quanto lo eccita!
Quanto si identifica, sublimando (si fa per dire) la propria fantasia di essere un piccolo cristo crocifisso! Un sofferente che porta in sé tutta la sofferenza del mondo e si annulla completamente in ciò! Fottiti Dostoevskij. Alla fine ovviamente il protagonista si redime inginocchiandosi davanti ad una prostituta.
Il sacrificio e l' "amore" contrapposti all'affermazione di sé e al dominio, ma in lui sacrificio e amore sono la distruzione del proprio io, una docilità bambolotta ed ebete. Fottiti Dostoevskij! Il suo stile, perlomeno nelle traduzioni che ho letto, è sciatto e logorroico, pleonasticamente abbondante di parole e frasi mai eleganti e che costituiscono un eccesso non dovuto a mire estetiche o funzionali alla storia: ma dal fatto che Dostoevskij scriveva a cottimo, più pagine, più soldi, per le puntante dei suoi romanzi, pubblicati sulle riviste russe! Fottiti Dostoevskij.
Ovviamente Delitto e Castigo, thriller psicologico nicciano (scusatemi il culturismo), mi era piaciuto, e l'avevo consumato io stesso in uno stato di delirio, in una settimana in cui uscivo di casa per spiare l'aspirante giornalista che tornava a casa da scuola, tentando di trovare il coraggio di rivolgerle la parola, seguendo lo schiocco dei suoi tacchi, così affascinanti e adulti, sotto i portici, per poi tornare a casa sconvolto, tutto preso in un vortice interiore nevrastenico che mi risucchiava in fitte e spasmi, devastato dalla necessità nevrotica di stabilire un contatto: facile in condizioni simili identificarsi e farsi trasportare da romanzi anch'essi popolati da gente costantemente al limite del collasso nervoso - così come anche Le Notti Bianche e quant'altro. Sognatori rimuginanti, sentimentaloni ossessivi, goffi solitari, piccoli cristi tanto desiderosi di una croce e quattro chiodi. Fottiti Dostoevskij!

Per me sei solo una memoria del sottosuolo. Non verrò a riesumarti, idiota.

 

Tratto dall'anti-romanzo Alcune note su una non entità

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The Kentucky Fried Movie [1977], l'assurdità della realtà cinetelevisiva

17 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

 

 

 

 

 

The Kentucky Fried Movie, entrato nelle sale americane nel 1977, ma in quelle italiane solo nel 1985,  fu l'assurda occasione del demente incontro tra i fratelli Zucker, sceneggiatori, e John Landis, regista, i primi in seguito noti, in particolare, per L'aereo più pazzo del mondo [Airplane!, 1980] e La pallottola spuntata [The Naked Gun, 1988], il secondo, tra gli altri, per The Blues Brothers [1980] e Una poltrona per due [Trading Places, 1983] – e coerentemente con queste retrospettive premesse, il risultato è uno scatenato e sregolato folleggiare comico.

Il contenuto è strutturato vagamente come un episodio del Monty Python's Flying Circus, una serie di sketch e gag non particolarmente legati tra di loro, che in questo caso assume i contorni di uno spaccato caricaturale altamente condensato della cultura pop cinetelevisiva americana di fine anni settanta.

Abbiamo quindi parodie di pubblicità, di generici programmi televisivi, interviste, tg, annunci, documentari nonché trailer di film in uscita, che testimoniano l'esplosione dei limiti censorei, avvenuta in quel decennio, nel ritrarre sesso e violenza, nonché il divenire fenomeno di massa del porno, con riferimenti a Gola profonda [Deep Throat, 1972] e Oltre la porta verde [Behind the Green Door, 1972], o l'ossessione per i disastri e le celebrità, sviluppatesi nel sottogenere del disaster movie affollato di star, qui riassunto nella pubblicità di un inventato That's Armageddon!  con relativi cammeo, come quello di Donald Sutherland nel ruolo del cameriere pasticcione. Il segmento più lungo però è dedicato ad una vera e propria parodia, evidentemente piuttoso affettuosa, del filone orientaleggiante sulle arti marziali che impazzava grazie a Bruce Lee, magari con qualche spruzzata di James Bond – ma con un finale alquanto inaspettato.

Nondimeno, in mezzo al divertito riflesso dell'idiozia pop dell'epoca, si insinuano inquietudini più profonde:  in uno spot viene reclamizzato un gioco da tavolo per famiglie in cui si deve coprire l'omicidio del presidente, effettuato da un proprio team di killer, e far digerire al pubblico una versione ufficiale – finta pubblicità che in pochi secondi veicola accuratamente il sempre più largo scetticismo che si era diffuso, negli anni, in relazione all'assassinio di John Kennedy, scetticismo ulteriormente facilitato dalla crescente sfiducia nelle istituzioni, in virtù della sempre più chiare bugie belliche sul Vietnam, e del verminaio di corruzione esumato e tracciato fino alla Casa Bianca stessa: e, del resto, un anno prima del film, aveva aperto i lavori la House of Selected Committee on Assassinations, organismo investigativo ufficiale di reinvestigazione degli omicidi di Kennedy e Martin Luther King  – Comitato che, pur continuando a negare un'articolata cospirazione, concesse, due anni dopo l'uscita del Kentucky Fried Movie, che vi fosse un'alta probabilità che il 22 novembre del 1963, a Dallas, Oswald non fosse stato il solo a sparare.

 

Nuovo dai Barker brothers, un gioco per tutta la famiglia!

“Farla Franca”. Il tuo team ha appena assassinato il presidente.

Riuscirai a “Farla Franca”?

Tira il dado e scoprilo!

Grande! Hai trovato un capro espiatorio. Tira di nuovo.

Carta bonus.

Fai uccidere il tuo capro espiatorio da Jack Ruby.

Bella mossa, perché i morti non parlano.

Oh no! Abraham Zapruder ha filmato l'assassinio.

Brutto colpo. Ma tocca di nuovo a te

e hai un colpo di fortuna,

ventidue testimoni oculari

muoiono di cause non naturali.

Il tuo avversario trema di nuovo.

Oh, oh, attenzione! “Life” compra il filmato di Zapruder

ma TU compri “Life” e mostri i fotogrammi

nell'ordine sbagliato.

Ce l'hai quasi fatta. Ora devi far girare la lancetta dell'opinione pubblica.

Ce l'hai fatta! Il pubblico ci crede.

L'hai “Fatta Franca”!

Ordinabile dai Barker brothers.

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La conchiglia del sole

13 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto

 

 

 

Si ricordò dell'abbonamento. Si rese conto che aveva sbadatamente azionato la richiesta alla centrale fornitrice del servizio, il quale avrebbe potuto attivarsi da un momento all'altro. Guardò ansiosamente il prato, oltre la staccionata, preoccupato che qualcuno potesse rimanerne fuori – quando subitaneamente accadde, senza che avesse modo di verificare accuratamente: la sua casa, il prato attorno ad essa, la staccionata, con lui su di essa, si chiusero in una sorta di campana di vetro e schizzarono vertiginosamente verso l'alto, sottraendogli per un momento il respiro, premendolo verso il suolo. Poi tutto si stabilizzò nuovamente, lasciandolo con un lieve ansimare.

Guardò l'orizzonte.

Stelle luccicanti, pianeti. Profondità abissali.

Roba del genere, insomma.

La casa stava galleggiando nello spazio, dentro ad una cupola trasparente da cui si poteva ammirare il cosmo, da dentro al quale lo si navigava.

Sua madre uscì di casa sorpresa:

“Cos'è successo?”

“Mi spiace, mà, l'ho fatto partire. Non me n'ero accorto”

“Santo cielo, io dovrei andare a fare la spesa!” protestò contrariata – ma poi si mise a ridere da sola e andò a prendere una sedia se non una sdraio. Cagnolo scodinzolò fuori dalla sua cuccia tutto contento. Gli piaceva lo spazio. Era probabilmente un lontano discendente di Laika, ipotizzava lui – mentre l'erba verdeggiava, contrastando con il sobrio mantello di velluto spaziale bucherellato di astri. Laika che suonava alla balalajka un pezzo sulla perestrojka, mormorò a sé stesso.

Sua nonna uscì di casa e stese un plaid. Stava organizzando un pic nic.

Non si può negare fosse un buon modo per staccarsi da tutto. C'era una tranquillità ultraterrena.

 

La terra, il suo trambusto, il suo clamore, erano quietati, tacitati, silenziati.

Sibilavano lontani, diventati quasi immaginari – deprivati di consistenza urtante.

Ma laggiù la gente si stava certamente ancora dimenando e urlando.

 

Stavano vaccinando chiunque, per qualsiasi cosa. C'era chi protestava che i vaccini potevano aver effetti collaterali, dare reazioni avverse, non esser stati ben sperimentati. Nessun problema. Le grandi case farmaceutiche, ufficialmente commissionate dallo stato, e da esso finanziate, avevan subito trovato la soluzione: un vaccino contro i vaccini. Un vaccino per prevenire reazioni da vaccino.

Tutto sistemato. O forse no.

Una percentuale della popolazione ancora non era soddisfatta. Voleva vedere i dati, le carte, le sperimentazioni, i documenti. Gli eran stati forniti. Non era sufficiente. Chi assicurava loro che non fossero stati alterati? Si era quindi mosso l'esimio professor Tronfio Pomposi, accompagnato dal luminare Boria Tracotanza – i quali, con grande tatto e capacità comunicativa, avevan fatto sapere al pubblico che il pubblico era composto da idioti ignoranti, mentalmente mentecatti, scientificamente subnormali, nonché da etologicamente ovini, suini e bovini – e dovean quindi semplicemente tacere e dare retta a loro, alla comunità di esperti, ai Prestigiosi, ai Magnifici.

Da quel momento in poi, chiunque osasse insinuare un qualche dubbio, foss'anche solo sulle modalità di somministrazione, chiunque avesse ardito sollevare un solo sopracciglio alla parola “vaccinazione”, sarebbe stato dichiarato Nemico della Salute Pubblica Numero Uno, e infilato in una poco agognata gogna.

Non voleva nemmeno tentare di immaginare cosa sarebbe successo a chi avesse sollevato DUE sopracciglia. Rifletteva sulla fortuna di chi era dotato di monociglio, ne sarebbe certo stato avvantaggiato – ammesso contassero queste obiezioni tecnicistiche.

Alcuni dottori eran stati radiati, e ad alcune radio era stato dato un dottorato, si eran laureate in medicina e ora, forti della  nuova qualifica, non facevano che ripetere, ribadire, insistere un costante: “vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi”.

Gli Illuminati e Convinti consideravano i reticenti con massimo sprezzo. Li additavano come criminali, assassini ed oscurantisti - lebbrosi eredi culturali del Medio Evo, epidemici untori.

Dicevano che eran stati troppo ben abituati, viziati, dall'efficacia dei vaccini, che aveva risparmiato loro di assistere a morti atroci – e ora, con la loro riluttanza, mettevano in pericolo queste conquiste esponendo i bambini a contagi, focolai, epidemie. Quegli altri ribattevano che dati i cospicui interessi pecuniari inerenti i vaccini e la comprovata corruzione farmaceutica adiacente, non era possibile sapere con sicurezza, giacchè i dati e gli studi potevan esser stati modificati ad hoc – e i danni sottomenzionati, le necessità sovraurlate. Si sosteneva che da 2 + 2 giustamente risultasse 4, e non 5, ma che forse erano gli addendi ad esser stati falsificati. Il dibattito degenerò in scontri armati, raggi laser, sciabolate elettriche e parolacce sui social network. Lamiere contorte fumanti

 

Si staccò da questi pensieri, ansiogeni e tristi. S'immerse nuovamente nel buio profondo, perdendosi in una nebulosa.

 

Più tardi andò in bagno. Si era sempre chiesto dove finisse tutto, quando erano nello spazio, sradicati dalla rete fognaria.

 

Per continuare a conoscere le disavventure del Superato, leggete Alcune note su una non entità di Umberto Bieco

 

La conchiglia del sole
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Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987

11 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

Nel mio ennesimo tentativo di farmi risucchiare nuovamente negli anni '80, quando tutti eravamo felici, ho guardato altri due capolavori cinematografici del 1987, in occasione del loro tondo trentesimo compleanno.

 

Mannequin

Andrew McCarthy, il bel faccino già incontrato nella recensione del drammatico Less Than Zero, è un vetrinista di crescente successo e fama – del resto quale lavoro più prestigioso e ambito del vetrinista vi è al mondo? E il segreto del suo successo è nientemeno che una musa e questa musa è nientemento che UN MANICHINO e questo manichino, quando lui è nottetempo ad allestire i Grandi Magazzini, SI TRASFORMA IN UNA BIONDA E DILETTEVOLE FANCIULLA [Kim Cattrall che, da vecchia gallina che fa buon brodo, è stata poi tra le quattro protagoniste della serie Sex and the City] e, come se non bastasse, questi due TROMBANO – ma c'è il cattivo di turno che complica le cose, incarnato dal perfido e infìdo James Spader, anche lui già incontrato parlando di Less Than Zero, coadiuvato dal guardiano-mastino dei Grandi Magazzini, ovvero una delle facce più turpi presenti nell'infinita sequela di Scuole di Polizia [Police Academy], e insomma, un film imperniato su un'idea talmente cretina che persino io non sono riuscito a finirlo.

 

The Pick-up Artist [titolo italiano: "Ehi... Ci stai?"]

 

Questo è l'altro film dell'87 che vede Robert Downey protagonista, oltre ad – ANCORA – Less Than Zero, e anche qui è un vero mattatore, tanto da renderlo - nella sua insulsaggine - quasi guardabile, in congiunzione con il buon ritmo e la non sciatta regia. Interpreta un giovane insegnante di ginnastica, un “artista del rimorchio” squattrinato che vive con sua nonna, e con in realtà un assai basso tasso di successo sessuale, nonostante sia chiaro quale sia il suo primo pensiero ogni mattina – tanto da provare, fin da appena alzato, facce, toni di voce e frasi davanti allo specchio, per poi implementarli compulsivamnte non-stop appena messo piede in strada. La sua fondamentale pick up line è “Ti hanno mai detto che hai il viso di un Botticelli e il corpo di un Degas?”. Finché non trova una ragazza che rimane effettivamente colpita: ha giusto in mano un libro su Botticelli. E' una rossa dal viso pallido e le labbra carnose: una anafettiva giocatrice d'azzardo indebitata con la mafia [volto fresco dell'epoca, Molly Ringwald]. Lui è completamente conquistato. In fondo è sempre stato “un blue boy, in cerca d'amor” come nella canzone che continua a cantare. E' una commedia sentimentale, e il secondo aspetto è ovviamente il più deleterio, obiettivamente idiotico – il resto non è terribile, come già scritto, Downey Jr con la sua logorrea sfacciata e stralunata regge parte del film, e tre comprimari di megalusso rendono interessanti anche i personaggi minori: il padre della Ringwald è il costantemente sbronzo Dennis Hopper, un innocuo omino con lo sguardo spiritato del cattivo di Blue Velvet, poi vi è la tipica accogliente affabilità di Danny Aiello, amico barista del protagonista, nonché Harvey Keitel, malvagissimo recupero crediti della mafia dell'azzardo.

Vale la pena? No, ovviamente.

Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987
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