Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #personaggi da conoscere tag

Il Cristo di Giotto

12 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #pittura, #personaggi da conoscere

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria NovellaA sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

Il popolo delle città, alla fine, fu stanco di lotte. Accadde allora che un mercante - o un banchiere o un nobile - più ricco e potente degli altri, si alleasse col popolo minuto, dopo aver promesso migliori condizioni di vita, e diventasse padrone della città. In questo modo i Comuni si trasformarono in Signorie. Non erano più i cittadini a scegliere i loro capi.

Non è facile essere liberi, i cittadini dei Comuni cercarono di farlo dal 1200 al 1400 d.c., ma i loro tentativi si risolsero in un fallimento. Tuttavia, durante questi secoli pieni di fermento, alcuni grandi italiani si distinsero per il loro spirito e le loro opere.

Uno di questi fu Giotto di Bondone (1267-1337). Ancora oggi le mura di alcune chiese di Firenze, Assisi e Padova sono coperte di pitture che raccontano la vita di San Francesco e Gesù. Sono tutte pitture di Giotto o, almeno, si pensa che lo siano o che egli vi abbia contribuito notevolmente. Il restauro del crocifisso dell’Opificio delle Pietre dure nel 2001 pare aver fugato tutti i dubbi.

Se il ciclo di San Francesco è d’incerta attribuzione, sicuramente sua è la splendida cappella degli Scrovegni a Padova.

Chi non ricorda gli album da disegno di marca Giotto venduti negli anni 60? Vi è ritratto in copertina, appunto, Giotto che disegna una pecora su un sasso, osservato alle spalle da Cimabue che, dice la leggenda, in questo modo ne divenne maestro. Pare anche che il pittore toscano sapesse disegnare un O senza compasso, e che abbia dipinto una mosca talmente realistica che Cimabue cercò di scacciarla.

Leggende a parte, Giotto modernizza la pittura, abbandona le immagini fisse e gli ori dell’arte bizantina, recuperando il contatto con la realtà e la natura. Le figure non sono più piatte ma diventano concrete, superando quelle di Cimabue. Si abbandonano così le convenzioni "alla greca", seguite fino a pochi anni prima da Cimabue e tutti gli altri pittori. Scrive Dante Alighieri:

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura. (Purgatorio Canto XI)

 

Il Cristo di Giotto non è più un’icona bizantina ma un uomo crocifisso, col sangue che sgorga dal costato. Giotto, infatti, abbandonò l'iconografia del Gesù inarcato a sinistra, con l’aureola ancora simile a quella del pantocratore, per dipingerlo con la figura che sprofonda verso il basso e piega il dorso e la testa in avanti, con le braccia non più parallele al terreno ma flesse dal peso e dalla sofferenza. Si passa da un’immagine solo spirituale e mistica a una più concreta, da secoli intrisi di fede e di ricerca di trascendenza - dalla spinta verso l’alto data dall’architettura gotica - a un periodo in cui l’uomo, la sua figura e la sua carnalità saranno centrali. C’è persino un accenno di luce pastosa che, attraverso il tempo, ci porterà fino a Caravaggio.

È così che si passa, lentamente ma inesorabilmente, dal Medioevo al Rinascimento.

Mostra altro

Carlos Reyes - Rodrigo Elguerta, "Gli anni di Allende"

31 Luglio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere, #storia

 

 

 

 

Carlos Reyes – Rodrigo Elguerta

Gli anni di Allende

Euro 16 – pag. 130

Edicola – www.edicolaed.com, 2016

 

Mi è capitato tra le mani, quasi per caso, uno straordinario romanzo per immagini (parliamo italiano!) scritto da Carlos Reyes e disegnato da Rodrigo Elgueta: Gli anni di Allende. Non potevo non restarne sedotto e affascinato, io che ho sempre amato l’America Latina, la sua cultura, i suoi scrittori, i legami con Cuba e con tutte le possibili ribellioni al potere nordamericano. Per prima cosa vi consiglio di fare un giro in rete per scoprire questa casa editrice coraggiosa e romantica che pubblica cose legate al Cile e alla sua cultura. In secondo luogo vi invito ad acquistare e diffondere Gli anni di Allende, se volete capire che cosa è accaduto in Cile  dal 4 settembre 1970 al 10 settembre 1973, in quei mille giorni d’illusione che portarono un rivoluzionario democratico al potere, un uomo romantico e sognatore che voleva costruire un Cile indipendente ma che fu vittima dei suoi errori e degli opposti estremismi. Badate bene, il libro non è sceneggiato su una tesi precostituita, non è un lavoro a progetto, ché l’autore racconta i fatti, in maniera obiettiva e asettica, partendo dalla storia d’amore tra un giornalista nordamericano e una rivoluzionaria cilena. Il lettore è chiamato a ragionare con la sua testa, a farsi un’idea personale su come andarono le cose, a spiegarsi come mai un esperimento di socialismo democratico fu affogato nel sangue dal boia Pinochet. Potremmo concludere che socialismo e democrazia non vanno d’accordo, che il governo di una sinistra radicale è impossibile perché destinato a inseguire illusioni troppo grandi e funestato da frammentazioni interne tra gruppi massimalisti e moderati. Potremmo pensare che in America Latina la mano padrona della Cia e degli Stati Uniti, al tempo rappresentata dal perfido Nixon, è destinata sempre a decidere per tutti, a fare il bello e il cattivo tempo. A futura memoria resta la massima di Allende, epitaffio per una rivoluzione democratica fallita: “Essere giovani senza essere rivoluzionari è una contraddizione persino biologica, ma avanzare nel cammino della vita e continuare a essere rivoluzionari in una società borghese è difficile”. La morte di Allende apre un periodo nefasto per il povero Cile, tra condanne sommarie, fucilazioni, desaparecidos e crudele repressione. Pinochet è morto nel suo letto, a 91 anni, il suo corpo non ha avuto funerali di Stato ma esequie militari. Allende è morto suicida - o trucidato da forze fasciste - per aver commesso l’errore di non aver voluto seguire l’esempio di Cuba. Il Presidente voleva una rivoluzione democratica, forse soltanto una fantastica utopia. E quella rivoluzione è stata la sua tomba. Cercate questo gioiello di libro, disegnato da Rodrigo Elgueta con tratto anni Settanta, lineare e preciso, sceneggiato in maniera quasi didattica ma con tanto cuore, da Carlos Reyes. Credo che dopo averlo letto mi ringrazierete. E lo sapete bene che non faccio marchette…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

Sa di sale lo pane altrui

30 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Sconfitto l’impero, i Comuni furono liberi di ingrandirsi a loro piacimento. Dalle città marinare, il commercio passava attraverso la penisola, così la ricchezza cresceva. Furono fondate grandi banche, a Milano e a Firenze, e create ingenti produzioni di tessuti, come la lana di Firenze e la seta di Lucca. Gli artigiani e i commercianti erano riuniti in corporazioni. C’erano gli artigiani della lana e della seta, i banchieri, i macellai, i legnaioli. Le corporazioni controllavano la qualità dei prodotti e calmieravano i prezzi, erano dette Arti e artigiani si chiamavano gli iscritti. Ogni corporazione eleggeva i suoi capi e tra questi si sceglieva chi doveva governare la città, fissare le tasse e distribuire le risorse. Erano le corporazioni, inoltre, a fondare ospedali, scuole, orfanotrofi, ospizi e facevano a gara fra loro per costruire i più begli edifici.

Fra comuni e comuni non avvenivano solo gare a chi innalzava il duomo più bello, ma anche guerre di conquista. Così alcuni comuni riuscirono a radunare, attorno alla città principale, degli stati piuttosto vasti. Nessuno, però, era abbastanza forte da prevalere sugli altri e impadronirsi di tutta l’Italia. Le guerre continue, quindi, risultarono solo in un indebolimento dei comuni stessi, dilaniati anche da contrasti interni fra le varie categorie (proprietari di case e terreni, mercanti, banchieri, operai, artigiani, negozianti) che avevano interessi diversi. A Firenze i ricchi erano chiamati popolo grasso mentre i poveri appartenevano al popolo minuto.

Quando un gruppo vinceva, cacciava dalla città i suoi nemici, finché, vinto a sua volta, doveva abbandonare. Così la vita del Comune era un continuo succedersi di lotte sanguinose e di esili, a riprova che non è mai facile essere uomini liberi.

Fiorentino d’eccellenza fu Dante Alighieri, eletto podestà e fautore dei guelfi bianchi in guerra con Bonifacio VIII, patì l’esilio come nessuno:

 

Tu lascerai ogne cosa diletta

Più caramente; e questo è quello strale

Che l’arco de lo esilio pria saetta.

 

Tu proverà sì come sa di sale

Il pane altrui, e com’è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

 

E quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia

con la qual tu cadrai in questa valle;

 

che tutta ingrata, tutta matta ed empia

si farà contr’ a te; ma, poco appresso,

ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo

farà la prova; sì ch’a te fia bello

averti fatta parte per te stesso. (Paradiso XVII)

 

Una curiosità su Dante. Pare che il profilo aquilino sia una caratterizzazione solo psicologica. In realtà, pur non essendo bello, non aveva tratti così marcati e somigliava molto all'immagine che ne dette la scuola giottesca, ricostruita anche da studi del 2007.   

 

Sa di sale lo pane altrui
Mostra altro

Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia

29 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel capitolo nonmiricordoquale di Alcune Note Su Una Non Entità, il Superato decide che la cultura è espressione di una società iniqua, e, come quest'ultima, merita di essere distrutta, perché in definitiva giustificatrice e paludatrice di quella stessa iniquità.

Forte di questi concetti rivoluzionari, scrive un pamphlet dadaista, e, come al solito, cambia radicalmente il mondo andando a dormire.

Questa è la seconda parte di quel pamphlet. E la terza come bonus track.

 

Distruggendo La Letteratura Temporaneamente Per Sempre Parte II:

Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia.

 

Un volume arancione con quattro o cinque racconti fu l'introduzione ad Edgardo Allano Poeocom'era stato rinominato in epoca fascista, durante l'estate tra la prima e la seconda media, o tra la seconda e la terza media. Con precisione non ci è dato di sapere.


Mi piaceva Lo Scarabeo d'Oro, con il suo enigma criptato - copiato poi da Conan Doyle per una storia di Sherlock (Il Caso degli Omini Danzanti) - e la caccia al tesoro sulla classica isola, il tutto ben lontano dallo stereotipo morboso, pomposo e cimiteriale del racconto alla Poe. C'era altra roba interessante, ma non ricordo esattamente cosa, a parte uno riguardante la mummia di un faraone, che veniva risvegliato e descriveva la sua civiltà, così superiore alla nostra salvo per un particolare che era nonsocosa. Ce n'era abbastanza per approfondire attraverso gli anni.

 

E quindi libretti ammuffiti e polverosi che si sbriciolavano in mano presi da antiche biblioteche parentali, ah, e prima ancora un bel volume voluminoso di mio padre, con un'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch (di Munch). Ovvero l'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch era di Munch - con una marea di racconti divisi per stile, genere, argomento. Poi il Gordon Pym, preso forse in biblioteca, un volume della Gnu Editori con un introduzione completamente ridicola, vergata da un presentatore televisivo notturno, in cui si descriveva tragicamente, quanto involontariamente comicamente, il probabile trauma infantile di Edgardo, che - piccolo - osserva suo padre vestirsi da donna e far finta di essere sua madre, morta, per sopperire alla sua mancanza. Sublime. Comunque, ce n'erano di racconti che colpivano, a bizzeffe: il doppio di William Wilson, la coscienza che ineluttabilmente lo segue ovunque, ho sudato e sofferto claustrofobicamente con Gordon Pym mentre soffocava nella stiva della prima nave o qualcosa del genere, con la solita illusione di essere stato inserito vivo in una bara o simili, il naufragio con esito cannibale che profeticamente si avverò qualche anno dopo (tre uomini si ritrovarono soli dopo un naufragio e tirarono a sorte per decidere chi doveva farsi mangiare - o almeno così riporta l'indiscutibilmente attendibile "Cronache dell'Impossibile di Selezione dal Reader's Digest"). Per non parlare della trovata polare, in cui tutto è bianco o nero, che rimanda a qualche misterioso senso dualistico cosmico, ma che in realtà è solo un effetto formale privo di sostanza, calcolato lucidamente da Edgardo il bastardo. Tutto fumo e niente sostanza. Tutto forma e niente arrosto.


Il calvario sadomasochistico de Il Pozzo e il Pendolo che citavo nel testo di una canzone scritta a quattro anni e mezzo per tentare di darmi un tono erudito e letterario. Non lo rileggerò mai più. Il raggio d'azione dei suoi racconti era comunque abbastanza vasto: ha praticamente fondato il genere giallo/thriller/investigativo, o quantomeno così si sostiene, con i tre racconti dell'ispettore Dupin, sempre impegnato a inseguire il formidabile ladro Lupin, ne ha realizzati di filosofici in forma dialogica, con i quali mi sono sempre fermato alla terza riga, brevi allegorie ombrose, una favola silenziosa, parodie, pagine grottesche, assurde e umoristiche: cose peculiari come Il diavolo nel CampanilePerdita di FiatoRe Peste, deliranti esempi prematuri di nonsense, onirismo, surrealismo, o quantomeno così ho letto. Quel racconto in cui un individuo spaventatissimo dalla finestra vede volare sulle colline un mostro delle dimensioni di un elefante, per poi scoprire che è solo l'effetto ottico dovuto a un insetto che vola sul vetro, parallelamente ai rilievi. La serie "della colpa" che oltre, volendo, a William Wilson, comprende Il Gatto NeroIl Cuore RivelatoreIl Genio Della Perversione,"Sei Tu Il Colpevole". Quella melassosa delle figure femminili BereniceLigeiaMorella ecc., interessante solo quando si arriva a strappare i denti a qualche cadavere.

 

In definitiva il suo era uno stile ampolloso e arzigogolato, sofisticato nella narrazione, o che voleva apparire tale, drappeggiandosi di pensose considerazioni introduttive, ornandosi di citazioni preferibilmente in francese, arabo, latino o italiano - tutti i linguaggi più chic e d'effetto del momento, per poi addentrarsi in qualche macabra disgrazia o delirio, in ambientazioni semi-gotiche e non riuscendo mai a scrollarsi del tutto di dosso la pesantezza del proprio linguaggio, da cui si salvava con un senso dell'umorismo perverso, e con il macabro spinto, spinto talmente da emergere come una tematica compulsivo-ossessiva.


Le sue poesie, scorse interamente, mi hanno trovato sbadigliante, con l'eccezione di quella in cui una casa infestata o simili diveniva la metafora della tormentata mente dell'uomo.
I racconti che ricordo con piacere: Lo Scarabeo d'Oro, la magia spazio-temporale di Un'Avventura delle Ragged Mountains, l'osservazione psicologica de L'uomo della Folla e I Fatti Riguardanti il Caso del Signor Valdemar. Nonché la "commedia degli equivoci" intitolata Gli Occhiali, imprenscindibile per ogni miope che si rispetti.


In definitiva, è un bene per l'umanità che un tale porta jella si sia tolto dai piedi in età relativamente giovane e non abbia ulteriormente piagato il nostro sistema nervoso con le sue baggianate mortifere, morendo in pieno delirium tremens a Richmond o Baltimora o da qualche parte - non rendendosi conto che in realtà era da decenni in un costante "delirio tremebondo".


Ora sarà in qualche bara insieme a Baudelaire a giocare alle "esequie premature", e farsi vezzeggiare da quest'ultimo, che gli starà sussurrando quanto è carina la scritta "iella" che Edgardo porta tra le pieghe della fronte - anche se ogni tanto Charles si allontana imbronciato dicendo che la loro vita di coppia è uno strazio e che è tutto un moribondo e grigiastro spleen che gli invade il cranio come una cappa claustrofobica di ratti putrefatti e ragni brulicanti, o se ne va urlando "la vita fa schifo!" sbattendo forte il coperchio della propria bara. Altre volte scrive poesie ornitologiche come "Lo struzzo" in cui dichiara che il poeta ha zampe da gigante, troppo veloci per proseguire al passo limitato degli altri umani. Edgardo, con un cocktail in mano e lo sguardo annoiato, gli risponde che, al massimo, è Willy il Coyote.

Concludendo, per quel che mi concerne il seppellimento di Edgar Allan Poe non può mai essere troppo prematuro.

Addio Edgardo, a mai più.

 

Mostra altro

Oriana Fallaci, "Un uomo"

29 Giugno 2017 , Scritto da Alessio Piras Con tag #alessio piras, #recensioni, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quel La rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni.

È stato solo di recente, e dopo un insistente consiglio di mia moglie, che ho letto, divorato e sudato Un uomo di Oriana Fallaci, un libro al quale, e non sta a me dirlo, non manca né avanza nulla: non una parola di più o di meno, non un’emozione di più o di meno. Apparentemente è la storia della prigionia e degli ultimi tre anni di vita di Alekos Panagulis, l’uomo che da solo osò sfidare la Giunta militare che tra il 1967 e il 1974 instaurò una feroce dittatura fascista in Grecia. Ma questa è la superficie: in realtà Un uomo è la storia di una donna, Oriana Fallaci, che scopre nell’amore incondizionato nei confronti di Panagulis una nuova dimensione di se stessa, un nuovo io abbastanza lontano dalla figura della giornalista in prima fila, sempre sul campo e sul pezzo, indipendente e autonoma donna in un universo professionale dominato dagli uomini.

Ma è anche, Un uomo, un canto universale alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, all’utopia come obiettivo finale di un cammino che, nel suo divenire, comporta dolore e patimento. È una constatazione del fatto che la morte può essere un’arma sottile e ambigua: ti toglie di mezzo, ti cancella dal mondo, ma ti rende immortale. E quindi Alekos Panagulis non viene ammazzato, la sentenza di morte non viene eseguita, durante il regime. Lì viene, o ci provarono, annichilito, disumanizzato, inaridito, inutilmente. Nel carcere di Boiati, in una cella di pochi metri quadrati, senza finestre né ritirata, Panagulis si mantiene vivo con la poesia, con la letteratura, la matematica: un tentativo di soluzione del teorema di Fermat viene confuso dai suoi carcerieri con un messaggio in codice. Alekos si aggrappa alla sua prigionia quasi con affetto, quasi a capire che alla fine era più una spina nel fianco del regime così che da libero. Il reprobo, come lo definisce Oriana Fallaci, dà fastidio al Potere e il male minore è tentare di fargli dimenticare cos’è un uomo, cos’è la vita. Panagulis lo capisce, si attacca alla vita e alla morte, non come due termini contrapposti, ma complementari, e non accetta la grazia, e quando è costretto ad accettarla, cerca di uscire dalla Grecia perché “Per le tirranie il reprobo in esilio costituisce un problema più grosso del reprobo in patria perché in esilio egli pensa, si esprime, agisce e per liberarsi di lui bisogna scomodarsi a inviare un sicario che lo ammazzi a colpi di pistola o di piccozza, diciamo”.

Paradossalmente, Alekos Panagulis muore quando è meno vulnerabile e per questo più facile da attaccare. Muore da deputato, da Onorevole del Parlamento greco, a dittatura finita. E muore ammazzato da coloro che, indossando “le mutande con la scritta Popolo e quelle con la scritta Libertà”, hanno cambiato tutto per non cambiare nulla, hanno sancito una continuità latente, e per questo insidiosa, tra la dittatura e la democrazia. Georgios Papadopoulos, il dittatore, il capo della Giunta, morirà nel suo letto vent’anni dopo Panagulis, come la maggior parte dei suoi gerarchi.

Ciò che fa di Alekos un uomo vulnerabile proprio quando, in apparenza, doveva trovarsi all’inizio di una brillante carriera politica tra i politici è la solitudine. E vi è qui un filo rosso che unisce i destini di molti uomini e donne che si sono spesi, soli o in ridotta compagnia, in una battaglia che ha sortito qualche frutto solo quando essi vennero ammazzati. È il deserto che gli si crea intorno che fa dell’eroe un eroe: un don Chisciotte che, solo, combatte guerre impossibili da vincere contro mulini a vento che lui confonde con temibili giganti. Giganti che abilmente Panagulis identifica con una metafora letteraria, la seconda del libro oltre a quella cervantina, quasi premonitrice: Moby Dick. Se la Giunta è la balena cattiva, allora lui è il capitano Achab che cerca di acciuffarla ed ammazzarla, mentre Oriana sarebbe Ismaele, il nocchiero che ha il compito poi di scriverne la storia affinché se ne preservi il ricordo, il monito e l’insegnamento alle generazioni future.

È il vedere dove altri non vedono, è il non arrendersi al fatto che è così che scatena in Panagulis (e dopo di lui, per esempio, in Giovanni Falcone in Italia) questo senso universale della giustizia e della libertà, dell’etica e della morale più pura. È questa cocciuta volontà di lottare per arrivare alla libertà, alla verità o alla giustizia ad alimentare le vite di queste persone. E come don Chisciotte, queste persone hanno sempre bisogno uno scudiero, di un Sancho Panza che ne segua i disegni e le follie, che sia loro coscienza materiale e appiglio sulla realtà: questo è il ruolo che si dà Oriana Fallaci nella storia di Alekos Panagulis.

C’è un’insidia nella morte, che l’eroe greco non sottovaluta e accetta come contropartita al fatto che solo la fine della sua vita può dare inizio al trionfo delle sue idee: l’appropriazione del suo cadavere da parte dei suoi avversari, quegli stessi che l’hanno mandato a morire, che l’hanno abbandonato, lasciato solo, escluso, dimenticato, ignorato finché era vivo, ma che chiameranno eroe a partire dall’esatto istante in cui il suo cuore smetterà di battere. È il destino dell’eroe, è il prezzo da pagare per l’universalità delle sue idee, dei suoi principi e delle sue lotte, ineguagliabile detergente quando si tratta di lavare coscienze luride. Ma nella morte di Panagulis e nell’appropriazione del suo corpo da parte dei suoi amici/nemici e del popolo, nello spettacolo immondo dell’ipocrisia morale, etica e politica, Oriana Fallaci si ribella e lancia il suo grido solitario, controcorrente e ostinato: “mentre il popolo accettava questo, di nuovo, subiva questo, di nuovo, cieco e sordo e zitto, di nuovo, piegato di nuovo all’obbedienza o alla convenienza o all’impotenza; mentre nessuno osava dire assassini tutti, a destra a sinistra al centro, lo avete ammazzato tutti insieme, lerci assassini che vivete sugli alibi dell’Ordine e della Legge, della Moderazione e dell’Equilibrio, della Giustizia e della Libertà; mentre la balena del male, Moby Dick, si allontanava indenne e le acque si placavano morbide, molli, obliose sul gorgo della tua voce affondata, il Potere vinse ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a sé stesso, diverso solo nella tinta”.

 

Mostra altro

Il Barbarossa e la saga di Kyffhäuser

10 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

Mentre i Comuni a poco a poco s’ingrandivano, papi e imperatori discutevano fra loro su chi fosse più importante. Gli imperatori si sentivano eredi dell’Impero romano che aveva dominato il mondo e pensavano che anche la Chiesa dovesse loro ubbidienza. I papi ritenevano che farsi carico delle anime fosse più importante che occuparsi dei corpi. Inoltre il Sacro Romano Impero era stato concesso a Carlo Magno da un papa. La chiesa sosteneva, dunque, che il Papa fosse il vero padrone dell’Impero e avesse il diritto di affidarlo solo a quei signori che godessero della loro fiducia. E qui entra la questione del diritto. A quei tempi era normale pensare che qualcuno avesse il diritto di governare su altre persone, solo per il fatto di essere figlio di persone già potenti e famose.

La lotta fra papato e impero divenne più aspra circa milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. L’Imperatore si accorse di perdere terreno e cercò una terra sulla quale rafforzare il proprio potere. La scelta cadde sull’Italia. Da noi i feudi erano piccoli e fedeli all’imperatore, c’erano molti Comuni ma l’Imperatore sottovalutava la forza di artigiani e commercianti, in una parola della borghesia. Quanto al Papa, non aveva un esercito.

L’imperatore Federico, detto il Barbarossa, (1122-1190) raccolse un esercito di nobili feudatari fedeli e attraversò le Alpi, in cerca della nostra terra solatia e ricca. Pensava a una facile conquista. Come potevano i Comuni mercantili ribellarsi ai migliori cavalieri di Europa? Ai Comuni interessava solo rimanere liberi e commerciare, ma l’Imperatore voleva davvero diventare il padrone di tutto e di tutti. Riuniti nel suo accampamento i rappresentanti dei Comuni, impartì i suoi ordini: ogni Comune non avrebbe più dovuto battere moneta, né legiferare, né amministrare la giustizia. Avrebbe dovuto accogliere come capo un feudatario fedele all’Imperatore, avrebbe dovuto pagare tutte le vecchie tasse come i pedaggi e i pontatici, insomma tutto doveva tornare come prima e i cittadini si dovevano rassegnare a non essere più uomini liberi.

Poi fu la volta del Papa. Barbarossa chiese che Roma diventasse la capitale del suo Impero e che il Papa riconoscesse la sua inferiorità all’Imperatore.

I Comuni non ubbidirono e il Papa nemmeno.

Sul Barbarossa circolarono molte leggende, anche a causa della sua morte improvvisa mentre guadava un fiume. Una è quella dell'eroe dormiente, collegata alle più antiche britannico-celtiche di Artù e del Mabinogion. Tale leggenda vuole che egli non sia morto, ma addormentato con i suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà e porterà la Germania alla sua antica grandezza. A dominare il monumento eretto in suo ricordo è una torre alta 57 metri sormontata da una enorme corona imperiale. Una scalinata di 247 gradini conduce alla sommità della torre.

La saga di Kyffhäuser era nata per suo nipote Federico II, ma nel corso del secolo XIX, alcuni scrittori tra cui i fratelli Grimm, nell'opera le Saghe germaniche, ripresero la saga del monte Kyffhäuser, attribuendola al Barbarossa, dove egli è addormentato, seduto a un tavolo e la sua barba rossa cresce smisuratamente e ha già fatto due giri intorno al tavolo. Quando si completerà il terzo giro, Federico si sveglierà e combatterà una straordinaria battaglia: sorgerà il giorno del giudizio.

In realtà Barbarossa, come si usava allora, dopo la morte fu messo in acqua bollente per staccare la carne dalle ossa, ossa che dovevano in seguito essere portate in Terrasanta. Non ci arrivarono mai.

Mostra altro

Jean- Michel Guenassia, "Il valzer degli alberi e del cielo"

28 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo

Jean Michel Guenassia

 

Salani, 2017

pp 280

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo, di Jean Michel Guenassia, avrebbe, e dico avrebbe, tutte le carte in regola per essere un meraviglioso e affascinante racconto romantico, invece - vuoi perché a scriverlo è un uomo, vuoi perché continuamente intramezzato da riferimenti a lettere e diari che sortiscono sul lettore un effetto di straniamento - se si eccettuano rari momenti nel finale e le descrizioni appassionate dei quadri, il pathos che sprigiona è scarso e l’interesse è tutto documentaristico. Indubbiamente, grazie a questo libro facciamo un tuffo in quella fine ottocento francese percorsa da slanci di emancipazione femminile e da fermenti artistici e sociali che partorirono i capolavori oggi racchiusi al museo d’Orsay e l’inconfondibile merletto di ferro della torre Eiffel.

La storia si basa su un’ipotesi intrigante, su “come potrebbe essere andata”. La trama ricostruisce gli ultimi sessanta giorni della vita di Vincent Van Gogh, quelli trascorsi ad Ausers sur Oise, investigando i dubbi che circondano la sua fine, e ipotizzando un amore, mai confermato, con Marguerite, la figlia diciannovenne del medico, mecenate d’impressionisti, Paul Ferdinand Gachet, colui che ebbe in cura il pittore olandese negli ultimi mesi e che si trovò a fronteggiare la fatale ferita d’arma da fuoco. L’ipotesi di Guenassia è che Gachet non sia stato l’amico degli impressionisti bensì un opportunista che ha contribuito alla morte di Van Gogh e alla diffusione di falsi sui quali ha lucrato.

Come dicevamo, la storia d’amore, pur tormentata e romantica, non ci cattura quanto la rappresentazione della pittura di Van Gogh. La descrizione dei quadri, tempestosi, mossi, tormentati, è più vivida e riuscita della caratterizzazione dei personaggi e dei loro sentimenti un po’ di maniera. Van Gogh stesso rimane sullo sfondo come persona, risaltando solo nell’atto di dipingere, anzi, di aggredire la tela.

In piedi di fronte al paesaggio – fra campi di grano, pagliai, voli di corvi, tetti e girasoli – Van Gogh dipinge senza gettare mai uno sguardo all’esterno, a ciò che deve ritrarre, concentrato su una visione solo mentale, seguendo l’onda di una burrascosa sinfonia interiore.

La personalità di Van Gogh ci sfugge, la sua malattia mentale non traspare, centrale resta il bisogno di dipingere tele su tele, inondandole di luce e colore con delirio ossessivo. Il suo carattere è un mistero, non capiamo se sia soltanto un egoista preda di demoni interiori o se, a suo modo, ami Marguerite e cerchi di salvarla da se stessa.

Marguerite, invece, è l’immagine della ragazza ingenua, libera, ribelle, che coraggiosamente e con incoscienza giovanile spezza per amore tutti i vincoli che la legano al mondo borghese e conformista rappresentato dal meschino padre e dal vile fratello. Per amore è disposta a tutto e vede nell’uomo di cui si è innamorata non solo l’incarnazione della passione romantica ma anche il maestro che potrebbe rivelarla a se stessa, plasmarla, scioglierla dalle catene e farla brillare della fiamma di un’arte che in realtà non possiede, perché lei sa solo imitare i pittori prediletti ma non riesce a dipingere qualcosa di originale. Vincent la chiama “mio piccolo girasole”, fanno l’amore nella pensione bohemienne dove lui alloggia e parlano fitto tenendosi abbracciati ma rimangono due solitudini inconciliabili.

 

Ma lui sapeva che il nostro tempo era contato. Io no. Lui sapeva, d’istinto, molto prima che io l’ammettessi, che siamo soli sulla Terra e che contro questo non possiamo fare nulla. Soli di fronte a noi stessi. Soli in mezzo agli altri. Qualunque cosa ci si possa inventare per far credere il contrario. E Vincent è riuscito a dipingere proprio la bellezza di questa profonda solitudine” (pag 271)

 

 

 

Mostra altro

La minuscola carolina e la Chanson de Roland

27 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

La parola guerra deriva dal termine franco wërra. I Franchi furono i più famosi fra i popoli barbari. Solo i Franchi furono capaci di fermare gli Arabi, grazie a Carlo Martello, e formare un regno grande quasi quanto l’impero romano. Abitavano i territori dell’attuale Francia, erano di origine germanica e si erano mescolati ai primi abitanti di quella zona, cioè i Galli (sì, proprio quelli di Asterix e Obelix) e i romani. I Franchi erano stati fra i primi popoli barbari ad accettare il Cristianesimo e a parlare la lingua di Roma. I papi chiesero il loro aiuto contro i Longobardi che furono sconfitti dal nipote di Carlo Martello, il futuro Carlo Magno, così soprannominato perché fu un grande re che compì imprese memorabili. Era padrone della Francia e aveva tolto l’Italia ai Longobardi. I suoi eserciti, comandati da possenti guerrieri detti Paladini, si erano spinti molto lontano, rendendolo padrone delle terre che oggi si chiamano Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Svizzera, Austria. Dalla caduta dell’impero romano non si era più visto in Europa un dominio tanto vasto.

Carlo Magno (742- 814) era figlio di Pipino il breve e di Berta dal grande piede, la quale fu responsabile del matrimonio fra questi e la sfortunata Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Quando Carlo ripudiò la sposa in favore di Ildegarda, pare che la madre non l’abbia presa bene

Carlo era altissimo, robusto, forte, con naso lungo e ventre prominente a causa del gran bere e mangiare. Aveva occhi grandi e vivaci, voce chiara, amava le donne e la famiglia. La notte di Natale dell’anno 800, papa Leone III lo incoronò, a Roma, imperatore dei Romani. Il nuovo impero si chiamò Sacro Romano Impero, Romano perché prendeva il posto dell’impero di Roma, Sacro perché cristiano.

Il Sacro Romano Impero era diviso in tanti feudi. Le grandi strade erano poco frequentate e infestate di briganti, si coniavano poche monete, il commercio languiva. Molto si era dimenticato dell’arte di coltivare la terra, costruire canali per irrigarla e drenare l’acqua nelle paludi. I campi inaridivano e s’inselvatichivano. Le città venivano abbandonate e ne sorgevano di nuove dove la terra era più sfruttabile. L’Europa era un mare di foreste e steppe.

Come sviluppo del castrum, cioè dell’accampamento romano fortificato, in posizione strategica ed elevata ben difendibile, sorsero castelli, atti a ospitare una guarnigione con il castellano e la sua famiglia. Attorno al castello crebbero interi borghi, abitati da coloro che servivano il signore e ne ottenevano in cambio protezione. Durante gli assedi ci si poteva ritirare dentro le mura e resistere a lungo.

I signori del feudo si chiamavano feudatari, cioè uomini liberi che davano aiuto militare in cambio di una ricompensa ed erano vassalli dell’imperatore. Se il feudo era grande, veniva suddiviso fra altri castellani, detti valvassori, che rispondevano al feudatario maggiore. Al di sotto dei valvassori potevano esserci i valvassini. Vassalli, valvassori e valvassini erano i nobili, detti cavalieri perché avevano il permesso di combattere a cavallo.

Sebbene personalmente illetterato, Carlo dette impulso ad una riforma culturale in architettura, in filosofia, in letteratura, in poesia e nella religione. Si assistette a una vera e propria Rinascita carolingia. La riforma della Chiesa, in particolare, si proponeva di elevare il livello morale e la preparazione culturale del personale ecclesiastico. Carlo era ossessionato dall'idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale", avrebbe portato alla perdizione dell'anima. Carlo pretese di fissare i testi sacri e standardizzare la liturgia, imponendo gli usi romani, nonché di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse il latino classico. Si prescrisse a preti e monaci di dedicarsi allo studio del latino e all’istruzione dei giovani. In ogni angolo dell’impero sorsero delle scuole vicino alle chiese e alle abbazie. Neanche la grafia venne risparmiata, e fu unificata, entrando in uso corrente la “minuscola carolina”. Le lettere divennero regolari, legature e abbreviazioni vennero eliminate, furono introdotti la punteggiatura, a segnare le pause, e il punto interrogativo. Da quei caratteri derivarono quelli utilizzati dagli stampatori rinascimentali, che sono alla base degli odierni.

L'Impero resistette fin quando fu in vita il figlio di Carlo, Ludovico il Pio; fu poi diviso fra i suoi tre eredi, ma la portata delle riforme e la valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli successivi.

La Chanson de Roland, scritta intorno alla seconda metà dell’anno mille, appartiene al ciclo carolingio ed è considerata una delle opere più significative della letteratura medievale francese. Di natura epica, il poemetto anonimo trae spunto da un evento storico, la battaglia di Roncisvalle, del 778, quando la retroguardia di Carlo Magno, comandata dal prode paladino Rolando/Orlando, fu attaccata dai Baschi, nella riscrittura epica trasformati in saraceni, aiutati dal traditore Gano di Maganza. Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, facendolo solo quando si accascia morente.

 

 

Il conte Orlando giace sotto un pino,

verso la Spagna tiene volto il viso.

Di molte cose gli ritorna alla mente,

di tante terre quante ne prese il prode,

la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,

Carlomagno che l’allevò, suo signore;

non può impedirsi di sospirare e piangere.

Ma non si vuole dimenticare di sé,

confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:

«Vero Padre, che non hai mai mentito,

san Lazzaro da morte risuscitasti,

e Daniele dai leoni salvasti

a me l’anima salva da tutti i pericoli

dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».

Il guanto destro porge in pegno a Dio:

San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.

Sopra il braccio si tiene il capo chino,

le mani giunte è arrivato alla fine.

Dio gli manda il suo angelo Cherubino

e San Michele del mare del Pericolo;

insieme a loro viene lì san Gabriele,

portan del conte l’anima in paradiso.

Mostra altro

Bob Dylan: tutta la verità sulla risposta che soffia nel vento!

23 Marzo 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #musica, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

Bob Dylan, il misterioso menestrello di Duluth: quali insondabili profondità umane, se non sovrumane, si celano in questo cantore di visionarietà bibliche, in questo poeta del folk-rock, che ha trasversalmente traghettato la musica popolare nella letteratura, aggiudicandosi persino il più recente Nobel nella relativa categoria?

Cari amici, la risposta sta soffiando nel vento. E per capire quale questa risposta sia, partiamo dal principio, raccapezziamoci con i pezzi del suo puzzle, e inebriamoci degli aromi della sua vita artistica, che, evocati, ci solleticheranno le nari.

Solennemente devoto allo strimpellare impegnato di Woody Guthrie, che stornellava aspramente le aride asperità della Grande Depressione, e la cui chitarra uccideva fascisti, egli viaggiò dal MidWest statunitense a quel di New York, dove i cantautori anti-commerciali si esibivano nei locali bohemien del Greenwich Village, nudamente accompagnati dalla propria sei corde.

Ai brani tradizionali o di altrui concezione cominciò ad affiancare composizioni originali, e finalmente incise la celeberrima Blowin' In The Wind, che nel contesto della crescente consapevolezza sociale dell'epoca divenne un inno pacifista, adottato anche dal movimento per i diritti civili. Bob nel frattempo iniziò a far coppia fissa con la pasionaria Joan Baez, regina del folk, fruendo della costante promozione offertagli da quest'ultima, e formando il perfetto connubio amoroso della canzone di protesta – per quanto la voce di lei fosse cristallina quanto quella di lui nasale e starnazzante. Bobby fu persino invitato a partecipare alla Marcia per il Lavoro e la Libertà durante la quale Martin Luther King Jr., il 28 agosto 1963 a Washington, infiammò gli astanti con il suo più storico, fervente e ispirato sermone, famosamente reiterante la frase “io ho un sogno”, e in quest'occasione Blowin' In The Wind – benché eseguita dal noto trio folk Peter Paul & Mary, la cui versione era al momento nella top ten - fu l'apice della parte musicale, spodestando la storica e tradizionale We Shall Overcome.

Successo! Svolta! Flash dei fotografi! Remunerative cover d'alta classifica! Erba sempre più abbondante! Kennedy assassinato a Dallas!

Pago dei frutti di quella ricca stagione di sfruttatamento dell'indignazione del cittadino consapevole, scavatosi la sua nicchia di popolarità, Dylan effettuò quindi una graduale trasformazione che lo portò nell'arco di due anni ad abbandonare il folk impegnato e ad elettrificarsi fino a giungere ad una nuova forma di rock dai versi caleidoscopici quanto vaghi, e, in piena coerenza tra artistico e privato, ad abbandonare Joan Baez per una coniglietta di Playboy, che sposò nel '65. E come biasimare il giovane marpione? È la bellezza dell'ascesa sociale, è il sogno americano! Trovare il modo di svicolare e arrampicarsi alla faccia, e con i piedi sulla faccia, dei poracci che rimangono nel Vicolo della Desolazione! Come non ammirare una simile astuzia strategica e la sua esemplare abilità attuativa? Del resto, che motivo c'è di protestare quando puoi drogarti da mattina a sera, con relativa pausa per titillare e fecondare la tua coniglietta del cuore? Io farei lo stesso. O, come disse Joan Baez, senz'altro un po' piccata per lo smacco sentimentale: “Bobby crede che le cose non possano essere cambiate e che l'unica soluzione sia passare la giornata rollandosi grossi cannoni”. Joan Baez, a sua volta, pur senza drogarsi – stando a sue recenti dichiarazioni – sembra davvero convinta di aver contribuito a concludere la guerra del Vietnam.

Dylan passò quindi i restanti sixties e l'inizio dei seventies a smantellare e sbriciolare il mito del sé stesso alfiere del bene che molti ancora reclamavano indietro, tanto da invadere in massa la sua abitazione di Woodstock, come se lui e le sue proprietà fossero una loro proprietà, una proprietà hippie del movimento per il cambiamento flower power – cosa che non si conciliava perfettamente con la tranquillità imborghesita in cui egli voleva comodamente accasarsi – ancor di più dopo il trauma di un incidente motociclettistico in cui rischiò la tipica Fine alla James Dean. Pubblicò quindi album sempre più disorientanti per il suo originario pubblico progressista, imperniati sulla musica americana conservatrice per eccellenza, ovvero il country, snocciolando persino frivolezze [Country Pie, Lay Lady Lay], reimpostando e ripulendo la propria voce – il tutto per disinfestarsi da coloro che ancora credevano al, e cercavano il, Dylan profeta della rivoluzione e condottiero etico verso una società migliore. E vi riuscì, nel contempo mantenendosi sulla cresta – grazie al suo magnetismo, talento e trasformismo. Il maledetto bastardo!

Ma il meglio doveva ancora venire: il matrimonio con la coniglietta collassò e il boato prese la forma sonica di Blood On The Tracks, uno dei suoi migliori album, che Bob negò avesse alcuna valenza autobiografica, attribuendo il suo contenuto a qualche indubbiamente immaginaria “rielaborazione di racconti di Čechov” - ma soprattutto ciò spianò la strada ad una nuova fase della sua vita, che diede luogo ad un imperdibile delirio cristiano, così come da lui stesso descritto:

C'era una presenza nella stanza che non poteva essere di nessun altro se non di Gesù. Gesù ha posto la sua mano su di me. Era un'esperienza fisica. L'ho percepita. L'ho sentita su tutto me stesso. Ho sentito il mio intero corpo tremare. La gloria del Signore mi ha abbattuto e poi mi ha raccolto.

Rinacque cristiano e si sentì investito della missione di convertire le masse, arringando un pubblico stranito dal palco dei suoi concerti, ora negli espliciti panni del profeta biblico invasato:

Vi ho detto che i tempi stavano cambiando e sono cambiati. Ho detto che la risposta stava soffiando nel vento ed era così. Vi dico ora che Gesù sta tornando e lo sta facendo! E non c'è altra via di salvezza.

Era evidentemente evidente che nella Rivelazione di San Giovanni Apostolo si descrivevano gli eventi che stavano accadendo ora, nel 20° secolo, a partire dal ristabilirsi della patria degli Ebrei, ovvero Israele: ed identificando Iran e Russia rispettivamente con Gog e Magog, che nelle scritture costituivano le entità responsabili del precipitare negli eventi, diveniva chiaro che la Battaglia dell'Apocalisse si ergeva epicamente all'immediato orizzonte, come un uragano nero che si avvicinava svellendo ogni cosa.

O come si espresse egli stesso durante un concerto del '79:

Sapete che siamo alla fine dei tempi... Le Scritture dicono 'negli ultimi giorni tempi perigliosi incomberanno su di noi... Gli uomini diventeranno innamorati di sé stessi. Blasfemi, grevi e superbi'... Date un'occhiata al Medio Oriente. Siamo sull'orlo di una guerra […] Gesù sta tornando per fondare il Suo regno a Gerusalemme per mille anni!

Il tutto evitando accuratamente di suonare i propri classici, ma proponendo solo i pezzi recenti scaturiti dalla sua ultima illuminazione: incomprensibilmente, alcuni spettatori uscivano chiedendo venisse rifuso loro il biglietto.

Smaltita la sbornia di allucinazioni apocalittico-religiose, e notando come il mondo che conosciamo non fosse finito precipitando in una qualche fatale battaglia finale, e tutto tendesse a proseguire ostinatamente come prima ignorando irrispettosamente le sue preveggenze, tornò verso le proprie radici ebraiche, e nell'album Infidels dell'83 infilò anche una favolistica difesa di Israele che, nella sua descrizione, tutti giudicano erroneamente come “il bullo del vicinato”, quando tutto quello che vuole fare è meramente “esistere”, e per ciò si sta solo “difendendo”, più o meno la stessa posizione che esprimeva il noto fondamentalista islamico Gandhi quando diceva: “E' sbagliato e disumano imporre gli Ebrei agli Arabi”.

Del resto, come ammetteva lui stesso in un altro brano dello stesso disco, Union Sundown:

 

La democrazia non guida il mondo

fareste meglio a mettervelo in testa

questo mondo è governato dalla violenza

ma suppongo sia meglio non dirlo”

 

E con questo sembrerebbe rispondere anche alle domande che poneva in Blowin' In The Wind, e decifrare la risposta sussurrata dal vento a quell'anelito pacifista: la pace? Una favoletta che si racconta a fessacchiotti e minchioni per farli dormire.

Ma la vera risposta non è questa. La vera natura della replica finale portata dal vento è stata sperimentata dai vicini di Bob, ed è scaturita dalla sua più intima interiorità – così come riportato da giornali e agenzie:

I vicini di Bob Dylan si lamentano dell'odore dei bagni chimici [The Guardian]

Il cantante Bob Dylan affronta proteste per i maleodoranti bagni chimici fuori dalla sua casa [Telegraph]

La puzza del bagno di Bob Dylan soffia nel vento [Reuters]

 

Estratti dagli articoli:

 

“Hanno spostato il bagno chimico proprio di fronte alla mia porta” ha detto Emminger.

Non essendo riusciti ad ottenere risposta da Dylan, Emminger ha provato a respingere l'aria fetida installando dei ventilatori.

“È uno scandalo” ha dichiarato il marito di Emminger, David: “Il signor Diritti Civili sta uccidendo

i nostri diritti civili!'

L'odore dal cortile di Dylan è così forte, ha testimoniato Cindy Emminger, che la famiglia deve

sgomberare ogni notte.

“Quando fuori è umido, è anche peggio” ha aggiunto “Attiviamo i cinque ventilatori industriali, ma il fetore riesce comunque ad entrare in casa! Non stiamo più nemmeno usando il piano superiore: dormiamo da basso”.

Funzionari del consiglio comunale di Malibu stanno investigando il reclamo, per quanto il tentativo di un ufficiale dell'assessorato alla sanità di ispezionare il bagno sia stato respinto dalle guardie del corpo di Dylan, che hanno dichiarato che l'ufficiale stava violando una proprietà privata.

E in sostanza, essenza, e fragranza, questo è senza dubbio il reale nucleo della poetica di Bob.

 

Bob Dylan: tutta la verità sulla risposta che soffia nel vento!
Mostra altro

La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

Mostra altro
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>