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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

personaggi da conoscere

Valentina Fontan, "Nel segno del destino"

27 Aprile 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel segno del destino

Valentina Fontan

Literary Romance, 2022

 

Rispetto a Il prezzo della felicità, Valentina Fontan appare molto maturata come autrice di romanzi storici a tutti gli effetti. Nel segno del destino mescola le vicende di personaggi inventati con quelle di altri realmente esistiti.

Lorenzo e Greta sono due giovani innamorati. Lei, pia e dolce, avrebbe voluto ritirarsi in convento, ma è costretta a sposare il vecchio e sgradevole promesso sposo della defunta sorella. Lorenzo è un soldato romano che finirà per essere la guardia del corpo di Martin Lutero, il noto riformatore tedesco. Praticamente, Lorenzo sarà “l’ombra” onnipresente che ci permetterà di conoscere da vicino le vicende della vita di Martin Lutero.

Lutero dette inizio al protestantesimo, condannando la vendita delle indulgenze e sostenendo che chiunque può interpretare le Sacre Scritture senza bisogno di intermediari. Le sue famose 95 tesi segnarono il principio dello scisma della chiesa protestante da quella cattolica. La Fontan ripercorre tutti i principali avvenimenti della vita del monaco, dalla scomunica, al rogo della bolla papale, alla traduzione in tedesco della Bibbia etc. Ne esce una figura di uomo convinto delle proprie idee, impavido, capace di sfidare tutto e tutti e alla ricerca di una spiritualità autentica ma, soprattutto, di pace interiore.

Fra Martino e Lorenzo si instaura un cameratismo, a fasi alterne di odio e amore, che si approfondisce di giorno in giorno e che mi ha ricordato, per libera associazione mentale, quello scanzonato ma emozionante fra Merlin e Arthur nella serie televisiva Merlin.

Il percorso di Greta, invece, s'intreccia con le vicende di Katharina Bora, la suora divenuta poi moglie di Lutero, fra fughe rocambolesche dal convento, letture segrete e ricongiungimenti sempre rimandati. È interessante, quindi, questo chiasmo stabilito dall’autrice fra le due coppie di amanti, quelli di fantasia e quelli storicamente esistiti.   

Si sente il lavoro imponente di ricerca e studio dietro la stesura del romanzo. La maggior parte dello sviluppo è affidato al dialogo più che all’azione o alle descrizioni. Come nel precedente testo della Fontan, anche qui i personaggi, tutti indistintamente, tendono ad avere una certa qual “bizzosità” di fondo, comunque giustificata dalle diatribe e liti storiche.

All’autrice va il merito di aver riportato in auge una personalità basilare per la cultura occidentale, ma controversa e forse ultimamente un po’ accantonata.

 

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Giorgio Caproni, poeta di Livorno e Genova

5 Gennaio 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

È il 1912 quando nasco a Livorno, la meno toscana delle città toscane, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del Parterre, figlio di Anna Picchi e di Attilio, ragioniere figlio d’un sarto ch’era stato garibaldino. Son anni di lacrime e miseria, richiamano alle armi mio padre, viviamo in via Palestro con Italia Bagni nata Caproni e il marito Pilade, barbiere massone e gran bestemmiatore, proprio vicino allo Sbolci, scaricatore di porto e bevitore di ponci. Vivo in un quartiere rosso, dove tutti cantano Bandiera rossa e danno la caccia ai topi, mi adatto, imparo a leggere da solo, a quattro anni, grazie al Corriere dei Piccoli, frequento la prima e la seconda elementare al Sacro Cuore, la scuola dei preti. Faccio incetta di santini da Suor Michelina da quanto son bravo, ma non riescono a convincermi nemmeno un po’ dell’esistenza di Dio. Per la terza elementare mi iscrivo alle comunali, al Gigante, con il maestro Melosi, dove al posto di Dio e preghiere mi tocca piangere sul Cuore di De Amicis. Per fortuna finisce la guerra, mio padre torna a casa, al suo posto di ragioniere in una ditta livornese di caffè. Andiamo ad abitare in via De Larderel, dove mi resta impresso quel sapore intenso di gelati frammisto all’odore di pesce che per tutta la vita mi ricorderà Livorno, la città del mercato centrale lungo i fossi e l’acqua nera come asfalto, panchine e monumenti incomprensibili, delimitati da grate di ferro. È il dopoguerra con disordini di piazza, son anni duri, gente che muore per strada, ma c’è mio padre, ci sono le passeggiate con mio fratello Pier Francesco. Andiamo in campagna o ai Pancaldi; a volte ci spingiamo fino a San Biagio, un po’ in treno, un po’ in carrozza, passando dalla stazione di Pisa con quelle vetture di legno di terza classe. A San Biagio andiamo a caccia in padule, ospiti di Pietro, è il mio tempo magico, nonostante tutto, un tempo di cui ricordo istanti interminabili a confezionar cartucce e a mangiar selvaggina. Sogno di fare il macchinista, ché mi affascinano i treni, un trenino elettrico lo terrò sempre con me nello studio, lo userò per far giocare i miei alunni, per far imparare tante cose. Non sono un ragazzo allegro, non sono per niente tranquillo, sto sempre in mezzo ai litigi e alla sassaiole. Soffro in anticipo la fine delle cose, noleggio per un’ora una bicicletta, ne vedo subito il termine, così il piacere svanisce. Sono un lettore onnivoro, infaticabile, a parte il Corriere dei Piccoli, incontro presto sulla mia strada i poeti, Dante per primo, con la sua Commedia illustrata dal Dorè che il babbo compra in edicola, pubblicata a dispense da Nerbini. La leggenda montanina è il primo tentativo di racconto, scritto alle elementari, come testimonianza del mio baco letterario. Nel 1922 nasce mia sorella Marcella e ce ne andiamo per sempre da Livorno, ché la ditta dove lavora mio padre fallisce, passiamo un po’ di tempo a La Spezia, poi ci fermiamo a Genova dove il babbo trova lavoro nell’azienda conserviera Doria, proprio nel palazzo ducale. E da quel giorno Livorno resta soltanto un ricordo, la terra dove son sepolti i nonni, al Cimitero dei Lupi, la terra di mia madre, dei profumi intensi, indimenticabili. La città che sento veramente mia è Genova, là sono uscito dall’infanzia e mi son fatto uomo, là ho studiato, ho amato, ho sofferto. Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo: via San martino, via Michele Novaro, piazza Leopardi, via Bernardo Strozzi, tutti luoghi dove ho vissuto. A Genova termino le elementari, faccio sassaiole con i nuovi coetanei, allevo piccoli rettili, studio violino e composizione, forse per questo scrivo i primi versi. Poi il musicista cade e resta il paroliere, ma non per caso tutto succede a Genova, città musicale per via d’un vento cangiante e disperato, tra gli alberi e il mare. I miei versi nascono in simbiosi con il vento, lui fischia e io scrivo, nel frattempo leggo di tutto, da Schopenhauer a Verne, passando per Machado e Lorca in lingua originale, per finire con la visione appassionata dei film di Francesca Bertini. A diciotto anni abbandono il violino, troppo emotivo per fare concerti, spezzo lo strumento quando mi accorgo di non esser tagliato per quella professione, nonostante molti mi dicano che come violinista potrei avere un avvenire. Scrivo le prime poesie vagamente surrealiste, forse futuriste, surrogato della musica tradita, mentre trovo un impiego presso lo studio dell’avvocato Ambrogio Colli che possiede una grande biblioteca, dove scopro Ungaretti e L’allegria, vero e proprio sillabario poetico. Leggo gli Ossi di seppia di Montale, incontrati su una bancarella, pare che mi attendano per spalancare le porte d’un mondo, per suscitare emozioni profonde, indimenticabili. Leggo Cardarelli, Novaro, Sbarbaro, molti poeti liguri; non perdo un numero de L’Italia letteraria e della rivista Circoli, dove scopro Sbarbaro, che anni dopo conoscerò di persona. Circoli mi rifiuta alcune poesie, m’invita ad avere pazienza, a studiare, così ricomincio da Carducci, il più lontano da me che son pascoliano, pure se certi critici trovano Carducci nei miei versi, ci sta che l’abbia studiato troppo per farmelo piacere. I miei poeti sono quelli delle origini, soprattutto Cavalcanti, autori che usano una lingua spigolosa, da formare. Nel 1933 pubblico le prime cose su Riviere ed Espero, grazie ad Aldo Capasso e Ferdinando Garibaldi, ma non c’è tempo di gustare il successo ché parto militare un anno dopo, di leva a Sanremo, pure se scrivo ancora, pubblico su riviste e preparo l’esame magistrale da privato. Scopro i classici - Cesare, Virgilio, Catullo, Lucrezio - e la filosofia di Sant’Agostino, Nietzsche e Kierkegaard. Prendo il diploma magistrale a 23 anni, da privatista, scrivo un tema su Pascoli che conquista tutti, ma all’orale faccio scena muta, polemizzo con il commissario d’italiano sul pessimismo di Leopardi. Nessuno ha mai amato la vita più di Leopardi! Il pessimismo è solo un luogo comune. Nonostante tutto, mi promuovono. Scrivo poesie, pubblico recensioni su Araldo letterarioTerza paginaL’ora di PalermoIl popolo di Sicilia; mi iscrivo al Magistero di Torino - l’università dei maestri - ma non completo gli studi. In compenso arriva il primo incarico da insegnante, a Rovegno, in Val Trebbia, mentre mi fidanzo con Olga Franzoni, che mi segue da Genova quando decidiamo di sposarci. Olga muore di setticemia nel 1936, poco prima delle nozze. Non scriverò più, mi dico. Non ho accanto la mia musa, il mio amore, il solo sostegno, l’unica certezza, senza di lei la poesia diventa inutile. Nonostante tutto pubblico a Genova Come un’allegoria, un libriccino che piace a Betocchi - con cui intrattengo un rapporto epistolare - al punto di parlarne su Frontespizio. La vita va avanti, Rosa (Rina) Rettagliata, dagli occhi siderei, diventa la mia nuova musa, poco a poco prende il posto di Olga nel mio cuore. Abbozzo l’idea d’un romanzo - La dimissione - sulla mia esperienza in Val Trebbia, su Olga e il nostro amore, ma non va in porto, forse non son tagliato per la misura lunga. Va bene la poesia, in compenso, Ballo a Fontanigorda è il mio secondo librettino genovese, edito come il primo da Emiliano degli Orfini, vince un premio, lo traducono in francese e lo pubblicano a Parigi. Mi mandano a insegnare nelle nebbiose vallate di Pavia, per questo le mie liriche son offuscate da mattine brumose e tramonti velati, sono i panorami che vedo. Nel 1938 mi sposo con Rina, a Loco, dove trascorro le vacanza per tutta la vita, ché resta un luogo simbolico per troppi motivi: la mia carriera d’insegnante, la morte di Olga, le nostre nozze … Vado a vivere a Roma, convinto dall’amico Libero Bigiaretti, una città che mi affascina per le sue vestigia classiche, non per il barocco, ed è qui che conosco Ungaretti. Purtroppo nel 1939 mi richiamano alle armi, mi spediscono al confine francese, proprio mentre nasce mia figlia Silvana; la poesia diventa un estremo rifugio alla tragedia vissuta, in una vita segnata da troppe guerre che sconvolgono infanzia e giovinezza. Finzioni esce nel 1941, stesso anno in cui nasce mio figlio Attilio Mauro e vengo nominato sottotenente. In guerra ho tanta paura: non sono un eroe, ma mi faccio coraggio. Scrivo Cronistoria in questo triste periodo, De Robertis conosce parte della mia opera, vuol leggere altro e ne parla bene, lui è un critico importante, può cambiare il destino della mia letteratura. Sono anni terribili, di povertà e terrore, di un’Italia divisa, di partigiani e tedeschi invasori, di americani liberatori. Partecipo alla guerra di liberazione della Val Trebbia senza sparare nemmeno un colpo, in compenso vengo eletto commissario a Rovegno e riapro la scuola elementare a Loco, dove son l’unico maestro. La campagna della Val Trebbia è per me troppo importante, contiene la mia giovinezza a Rovegno, il primo incarico da insegnante, la guerra partigiana combattuta in prima persona. Strada Statale 45, tra i boschi e il fiume, la mia vallata misteriosa e incontaminata, fatta di dubbi e di attesa, vera metafora della vita, ideale per costruire una poesia che non è mai stata ermetica, poche parole essenziali che partono dal paesaggio per raccontare. Finita la guerra torno a Genova, la trovo distrutta, bombardata, non ci voglio stare, come non vorrei vivere a Roma, mi piacerebbe trasferirmi a Firenze, ma non riesco, non trovo lavoro. Accetto un posto di maestro a Trastevere, mi adatto a Roma, pure se è una scarpa troppo grande per il mio piede, non riesco a sentirla mia fino in fondo, ci passo il resto della vita. Non lego con Roma, mi manca il mio porto, il mio paesaggio industriale, ma a Roma faccio gli incontri più importanti per l’attività letteraria, stringo rapporti vitali. In fondo non lascerei mai Roma, vera città dell’anima che mi piace sospirare, perché in nessun’altra città d’Europa - forse del mondo - si gode la libertà che c’è a Roma. Ed è qui che compio la scelta politica della vita, mi iscrivo al partito socialista, laico e mangiapreti come sono, come mi han fatto diventare le suore livornesi e un quartiere troppo rosso dell’infanzia. Pubblico su molte riviste di sinistra, racconti e recensioni, cronache e prose, inchieste su borgate; scrivo racconti di guerra partigiana ma il romanzo non va in porto, escono brani da qualche parte, piccoli stralci, una specie di finale, ma la storia è in panne, resta un abbozzo. Il romanzo mi tenta ma non ho abbastanza disciplina, preferisco la breve durata, il racconto, la lirica, la prosa di cronaca, la poesia narrativa. Nel 1949 vado a vivere a Monteverde Vecchio, in viale Quattro Venti 31, insegno alla Francesco Crispi, in quel quartiere. Si ammala mia madre, a Livorno, il mio personaggio ne L’ascensore, giovane ragazza che fa ricordare lutti e dolori. Anna Picchi muore nel 1950, a Palermo, ospite della figlia Marcella, e io, affranto dal dolore, scrivo le poesie della mia vita, il libro dell’anima che dedico alla madre bambina, alla madre fidanzata, alla sola donna del passato. Conosco Ferruccio Ulivi, Betocchi e Pasolini, che vive nella vicina via Fonteiana, tutti importanti per la mia letteratura. Traduco molto, persino Proust, nel 1951 esce il mio Tempo ritrovato, un lavoro immenso, su incarico di Natalia Ginzburg che mi fa tradurre anche Apollinaire. Non ho tempo di scrivere poesie, devo guadagnarmi da vivere vergando articolacci per quotidiani, per La Nazione soprattutto, per riviste che me li commissionano, e poi tradurre, ché tradurre è un mestiere faticoso. Scrivo di teoria poetica su La fiera letteraria e su altre riviste, commemoro la morte di Saba, commento Pasolini, di cui amo solo il coraggio, non la poesia. Nel 1956 resto ancor più solo, muore il babbo a Bari, lo seppelliamo a Palermo, accanto alla mamma; la mia Annina ha ritrovato il suo compagno, la cosa un poco mi rincuora. Nel 1959 i tempi son maturi per far uscire Il seme del piangere, dedicato ad Anna Picchi, il mio fiore posto sulla tomba, una lapide troppo lontana per andarla a visitare, un fiore che non appassisce ma conforta, un fiore eterno. Rievoco mia madre giovinetta che percorre una Livorno mitica e malata di spazio, ciana e scamiciata, ma anche gentile. Livorno è la mia infanzia, Annina è la madre, così come Genova è l’età adulta, la mescolanza. Il libro nasce grazie a De Robertis che m’incoraggia, io non son convinto, mi pare un esperimento troppo da Cavalcanti il ritornar sui luoghi del passato e cambiar fattezze ai personaggi. Il libro è fatto di versi livornesi e d’altri versi, persino imitazioni di Prevert, di Apollinaire e Lorca. Pubblico traduzioni come René Chair e I fiori del male di Baudelaire, poi Morte a credito di Celine, impulsivo atto d’amore per lo scrittore. Faccio il giurato in tanti premi letterari, pure troppi; scrivo sulla Nazione di Firenze tante recensioni, da Gadda a Morante, passando per Luzi e Palazzeschi. Nel 1965 mi operano d’ulcera gastrica, perdo il mio posto nel Vangelo di Pasolini, dopo aver fatto le prove, voleva un poeta per quel ruolo, finisce che prende Alfonso Gatto. Peccato. Esce Il congedo del viaggiatore cerimonioso … un congedo da un mondo che non comprendo, forse è destino con il passar del tempo, forse succede a molti. Mi capita a cinquant’anni di scrivere un congedo anticipato, mi par d’essere giunto alla disperazione calma, senza tormento, al punto che conservo del mio dono antico solo la spina pungente della nostalgia. Un’opera postuma in vita, il mio Congedo da un tempo che non amo, da un’Italia che non vorrei vedere. Mi perdo nella nebbia delle cose lontane, nascoste, in una religione che non comprendo, in un Dio che non esiste, che non prega per noi, che non ci rimette i nostri peccati come noi rimettiamo i suoi. Traduco e recensisco ancora, scrivo pochi versi, non vengono, non si possono fare su richiesta, con uno schioccar di dita. Muore anche Sbarbaro, povero amico mio, mi lascia delle lettere, un po’ di scritti inediti, tanta tristezza, ricordi, soprattutto ricordi di momenti vissuti insieme, stagioni indimenticabili che non si possono racchiudere in poche pagine di letteratura. Il terzo libro e altre cose - dedicato a Rina - esce nel 1968, come tentativo di riorganizzare tutte le mie prime opere. Mi trasferisco in via Pio Foà 49, faccio il consulente Rizzoli, lavoro su Proust, suono il pianoforte, l’ocarina e - come per magia! - riprendo in mano il violino: forse c’è una stagione per ogni cosa. Escono in duecento esemplari i Versi fuori commercio, cinque poesie d’una futura raccolta; traduco Flaubert, ci provo con Genét, spinto da Debenedetti, per lui sono un ingegnere della parola, dice che ce la posso fare, io non ci credo, dopo aver sudato con Celine. Mi fanno Commendatore della Repubblica: che onore! E su Genét ha ragione Debenedetti, traduco il teatro, mica viene così male. Le poesie escono su riviste, vincono premi, ma la salute mi fa un po’ penare, dopo operato d’ernia scelgo la pensione, passo l’ultima stagione da maestro in una classe di soli trovatelli che mi danno molto, di quei bambini resto debitore. Nel 1975 doppio Salò di Pasolini, poco prima che lui venga trucidato, pensare che non ho mai visto il film, non so neppure quale personaggio abbia la mia voce. Ricordo Pier Paolo e le parole in rima a me rivolte: Anima armoniosa, perché muta e, perché scura, tersa:/ se c’è qualcuno come te, la vita non è persa. Esce nel 1977 il mio Muro della terra, la raccolta vince il Premio Biella, anticipando di un anno la morte di mio fratello Pier Francesco: quanto inverno, quanta/ neve ho attraversato Piero,/ per venirti a trovare.  Vado a Parigi per la prima volta, al Centre Pompidou, a leggere i miei versi con Mario Luzi, Delfina Provenzali e Vittorio Sereni. Arriva Il franco cacciatore, la nuova raccolta del 1982, impostata sul motto che la vita è azione, pure se per me siamo alla fine del percorso, ormai, resta poco da agire. Arrivano altri riconoscimenti, allori, coppe, medaglie. Basta con tutti questi premi! Me ne avete dati troppi! Sembro l’insegna d’una premiata pasticceria. Nel 1983 muore Vittorio Sereni, un altro amico mi lascia in mezzo al guado, vado avanti da solo, confidando in nuove cose belle, come Garzanti che mi pubblica l’opera completa e tanti inediti. Preferirei non trovarmi di fronte al mio passato ma la correzione delle bozze mi costringe a rivedere spezzoni di ricordi, dolori e lutti, momenti disperati. Nel 1985 perdo pure Betocchi, son sempre più solo, magra consolazione la pubblicazione dei racconti partigiani e della raccolta Il conte di Kevenhüller che convince la critica. Io come sempre scrivo versi, prendo appunti, poi la mia mente li sistema, mette tutto in ordinata successione, forma un libro, compone una raccolta. Muore mia sorella Marcella e io non faccio in tempo a pubblicare Res amissa, lo faranno altri per me, i figli che ho lasciato, il tema è quello della bestia, del male, chissà perché quando s’invecchia si ricomincia a pensare ai demoni infantili, agli incubi atroci delle notti insonni. Nel 1989 mi tocca parlare persino dello sbarco sulla luna, mentre esce l’Elefante Garzanti con le mie poesie complete. Brutto segno quando ti fanno le opere complete. Leggo Dante a Ravenna, prendo il posto di Sciascia a Nuovi Argomenti, poi giunge il mio tempo di morire. È il 1990, ho 79 anni, sono a Roma. In una gelida mattina di gennaio, sul comodino, ritroveranno Dante e la Commedia, lasciata aperta sulle pagine del primo Canto del Purgatorio. Finita la stagione di canzoni e sonetti, di giovinette nude e umane, di sudori, di afrori, di città e paesaggi, di luoghi cittadini, concreti e metafisici. Finita la latteria come luogo d’inverno, la metrica e il tradimento, la toponomastica cittadina nei miei versi. Non più poesia come finzione, raccontando Livorno e Genova - le mie due patrie - non come sono ma come potrebbero essere, filtrate dalla luce del ricordo. Scorrono sul telo nero del passato i Versi livornesi, la cosa più fantastica della mia vita, un’impresa che pochi avrebbero osato: scrivere la vita fanciulla di mia madre, per me sconosciuta, anticipandone una morte che dovrò soffrire. La mia ultima preghiera per mia madre, novello Orfeo in cerca di Euridice, madre fidanzata, madre giovinetta, per le strade d’una Livorno perduta. Resta il ricordo della leggerezza che ho sempre voluto, che scolpisce nel vento due città di mare, le mie Livorno e Genova, come Saba rende eterna Trieste. In una gelida mattina di gennaio vi lascia un piccolo poeta dei suoi luoghi, convinto di vivere solo se sente stridere il concreto, un poeta narratore incapace di scrivere romanzi, solo brevi lampi lirici, un semplificatore della realtà, un uomo libero in un tempo che rende schiavi. (Gordiano Lupi)

 

 

Gordiano Lupi
Il Foglio Letterario
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Jacques Prévert, il poeta dell'amore

3 Novembre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

 

Nasco a Neuilly-sur-Seine, in piena Bretagna, un dipartimento della Senna, rue de Chartres, poco dopo mezzanotte, è il 4 febbraio del nuovo secolo, appena iniziato il Millenovecento; cresco in provincia, tra usi e tradizioni che mi restano addosso come un’altra pelle. Secondo figlio di André e Suzanne, mio fratello Jean muore troppo giovane, di tifo. La mia famiglia è piccolo borghese, mio padre non se la passa niente bene, segue vaghe idee di socialismo, mi porta con sé a visitare i poveri, cerca di aiutare come può; comprendo presto quanto la vita non sia giusta. Non siamo ricchi in casa, tutt’altro, non mancano i problemi, però mio padre ama la cultura, il cinema e il teatro, fa il critico per puro passatempo, vado con lui, cresco affascinato da quel mondo di finzione e sogni, di storie appassionati e di parole che saranno il leitmotiv della mia vita. Non mi priva di niente, mio padre, caso mai tralascia cose futili, per me vuole il meglio, che cresca con l’incanto della vita vissuta dagli occhi d’un bambino. Devo dire che sono ricettivo, trova terreno fertile mio padre, amo leggere (e questo lo devo anche a mia madre), il cinema è una mia passione, certo la scuola meno, ché ci son troppe regole antiquate e io non le sopporto. Ecco, qui credo di averlo un po’ deluso, povero babbo, lascio la scuola a soli quindici anni, prendo appena la licenza media. Parigi è il mio mondo, poco a poco, ché mio padre trova lavoro all’Office Central de Pauvres, la ville lumiere mi accoglie e io ne resto affascinato, così diversa dalla mia provincia. Mi metto a lavorare, faccio un po’ di tutto per campare. A vent’anni parto militare, prima Lunéville, poi Istanbul, son antimilitarista e faccio pure propaganda, non è facile convivere con armi e superiori. Marcel Duhamel cambia la mia vita, lui è surrealista, io un giovane affascinato dalle idee, diventiamo amici, lo incontro spesso nella sue casa di Montparnasse, aperta a tutti, dove si danno appuntamento intellettuali, jazzisti, poeti e alcolizzati. Rue de Chateau è la mia seconda casa, conosco Raymond Queneau e André Breton, divento surrealista che ho vent’anni, manifesto per i diritti del lavoro, ma la fascinazione dura poco. Nel 1929 scrivo Mort d’un monsieur per dissociarmi, i surrealisti son troppo autoritari, coltivano un cadavere squisito, pure i comunisti non fan per me, troppa ideologia, poi con loro, in fondo mai son stato. Son troppo indipendente, il mio amore per gli oppressi non finisce, solo che non può essere ingabbiato, sono un artista, faccio teatro col Gruppo d’Ottobre, mettiamo in scena tematiche sociali, problemi della gente; difendo i deboli, lo farò tutta la vita, ma a modo mio, senza etichette e sigle. Scrivo Citröen che vien letto nel corso d’uno sciopero, facciamo spettacoli in fabbrica, son libertario ma non ho etichette di partito, non seguo ideologie precostituite, non fan per me. Sposo Simone Dienne, amica d’infanzia, mia prima moglie, violoncellista che mi dà una mano per le colonne sonore dei miei film. Tornano gli insegnamenti di mio padre, il cinema fa parte della mia vita, scrivo tanti soggetti, sceneggio pellicole, tra una commedia e l’altra che mettiamo in scena. Lavoro con Jean Renoir e durante la guerra proteggo amici ebrei e li nascondo, il musicista Kosma, che darà voce alla mia lirica più avanti, pure il decoratore Trauner. A scrivere poesia comincio tardi, dopo il divorzio e la fine della storia con l’attrice Jacqueline Laurent, quando sposo Janine Tricotet e nasce la mia dolce Michelle. Saranno le cose che ricorderete, soprattutto Parole, nel 1945, poi La pioggia e il bel tempoAlberiLe foglie morte. La mia poesia non è banale, deve incidere sul senso della vita, mi amano i giovani perché scrivo comprensibile e parlo d’amore, ma non faccio le rime amore e cuore, semplice mica vuol dire semplicista. Non amo il conformismo, disprezzo il potere, parlo di bimbi e animali, contrappongo il candore di chi è puro con il basso individualismo degli adulti. La mia poesia dovrebbe affrancare l’uomo dall’inutilità del vivere senza scopo, tutto si riassume con l’amore che sconfigge il male e le meschinità del mondo, pure se spesso diventa tradimento e sofferenza, ma sempre lati dell’amore sono. E io di quello parlo, voglio recitare versi pieni di sentimento, non sarò poeta di un’élite, voglio platee di umili e studenti, lavoratori, ragazze innamorate. Bastano poche pennellate per descrivere un sentimento umano, versi avvolgenti, intrisi di passione, staccandosi dal mondo e da intemperie, librandosi nel cuore delle genti. Un amore spontaneo e libero non teme cattivi sguardi, si manifesta anche se c’è chi disapprova, è sempre il momento per amarsi. Niente è più totale dell’amore, come niente è più nefasto della guerra, forse la religione, ché io son ateo e mangiapreti, più d’un vecchio comunista. Religione e guerra pari sono, due catastrofi per il genere umano, producono dolore e sofferenza, portano lontano dall’amore, che è ribellione e forza dirompente per uscire da schemi conformisti. Son giocoliere di parole, uso tutti i trucchi del francese che conosco, il mio amore, che non è mai scontato, vien messo in musica e cantato da Yves Montand, Agnes Capri, Jacques Brothers, Juliette Greco, mica poco. La poesia è cosa che sgorga naturale, come la canzone e il racconto per bambini; teatro e cinema li ho fatti in gioventù, ma una storia resta dentro al cuore: Les Enfants du Paradis. Nel 1948 rischio la vita, cado da una finestra e resto in coma, per fortuna passa il mio amico Pierre Bergé, mi vede e mi porta in ospedale. Non ne vengo fuori mica tanto bene, devo fermarmi con il cinema impegnato e dedicarmi a fare meno cose, cartoni animati e film per bambini. Vivo quasi tutta la vita negli alberghi, senza una vera casa, che decido di abitare dal 1955, un appartamento in un vicolo cieco di Grandes-Carrières, un quartiere dietro al Moulin Rouge. Rimango solo che sono in là con gli anni, qualche amico vero viene a casa, di tanto in tanto, sono malato, non voglio far sapere a tutti che la vita mi sta abbandonando. Omonville-la-Petite, ancora provincia, lontano da dove sono nato, Dipartimento della Manche, 11 aprile del 1977, muoio da poeta, ammalato di una cosa che non curi, cancro ai polmoni, che ti fa soffrire, attorno a me poche cose e troppi versi. Settantasette anni non son tanti, se non avessi fumato tre pacchetti di sigarette al giorno la mia vita avrebbe potuto essere più lunga, ma che volete farci, è stata intensa, ho vissuto d’amore, avvolto in una nuvola di fumo. Son sepolto qui, in questa provincia, accanto alla mia tomba c’è un giardino costruito da moglie, figlia e amici. So che in Francia il mio nome lo puoi leggere sulle insegne di tante piazze e strade, c’è persino qualche monumento nei giardini, ma il luogo più bello dove amo vederlo inciso è sui cornicioni delle scuole, che da ragazzo non ho mai amato ma che da vecchio ho cominciato ad apprezzare.

 

Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee / mi sono rifiutato di timbrare il cartellino / Mobilitato altresì nell’esercito delle idee / ho disertato / Non ho mai capito granché / Non c’è mai granché / né piccolo che / C’è altro. / Altro / vuol dire che amo chi mi piace / e ciò che faccio.

 

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Aldo Dalla Vecchia, "In nome di Maria"

1 Novembre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

In nome di Maria

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it, 2021

pp 75

9,00

 

L’ultimissima fatica di Aldo Dalla Vecchia, di cui seguo la carriera letteraria fin dagli esordi, è dedicata alla mia coetanea Maria De Filippi. Antidiva per eccellenza, voce ruvida, aspetto dimesso, piglio di razza anche quando defilata e seduta su una scala, la De Filippi è l’icona della televisione commerciale, quella conosciuta e amata da Dalla Vecchia.

Il saggio tratta la materia come se fosse una teologia mariana, in una modalità ironicamente e laicamente blasfema, tanta è la potenza di Maria De Filippi in televisione. Da trent’anni Maria scrive, conduce e produce programmi suoi e non solo. Ha curato format che, nel bene e nel male, hanno avuto un successo enorme e hanno fatto la storia della televisione: Amici, Uomini e Donne, C’è posta per te ma anche, indirettamente, Temptation Island. Capaci di catturare un pubblico trasversale per età, dai ragazzi che si appassionano ai talent, fino agli anziani che cercano di rimorchiare a Uomini e Donne.

Aldo Dalla Vecchia ne sottolinea la propensione all’ascolto, il tirar fuori ciò che l’interlocutore ha da dire, che lui definisce “maieutica”, proprio come quella di Socrate, fatta di brachilogia, ovvero di frasi brevi che ritmano la narrazione e i dialoghi. Si tende alla sottrazione, all’understatement, a dare risalto per contrasto, in particolare all’immedesimazione col pubblico al fine di coinvolgerlo. Più di tutto, spicca la grande preparazione, la conoscenza di ogni aspetto del meccanismo televisivo, dal casting alle scenografie.

Il posto d’onore è dedicato al programma cult Uomini e Donne, specchio criticato ma fedele della società, democraticamente in evoluzione con la trasformazione del tronista in over, gay e persino trans. E “tronista” è solo uno dei tanti neologismi coniati da questi programmi che tutti noi, pur storcendo la bocca, almeno qualche volta abbiamo seguito.

Altra trasmissione portante della “fenomenologia mariana” è C’è posta per te. Anche qui la realtà entra dalla porta principale. Ogni storia rispecchia la nostra società, con la crisi economica, il reddito di cittadinanza, la pandemia, i social.

Nel frattempo la tv sta cambiando, sempre più on demand e connessa, sempre meno in diretta, spesso in mobilità e con possibilità d’interazione da parte degli spettatori. Mai come nel post-pandemia si è avuto un cambiamento della fruizione dei palinsesti e una rivoluzione. Siamo ormai tutti - persino la sottoscritta tradizionalista e legata alla tv di un tempo – arcistufi dei programmi che cominciano volutamente tardi, finiscono tardissimo, e sono infarciti di pubblicità, rivolgendo inevitabilmente perciò la nostra attenzione ai canali a pagamento. E di questa televisione che cambia Maria De Filippi ha saputo intercettare le istanze, sempre accogliendo ciò che arriva “da fuori” piuttosto che imponendo un suo punto di vista. Una delle peculiarità della De Filippi è prendere in prestito un genere collaudato della televisione – talk show, talent etc - anche del passato, e renderlo proprio, attualizzandolo.

Di là dal tema trattato, quando apriamo un testo di Dalla Vecchia scatta la nostalgia - quella che comincia ormai ahimè a essere straziante - per certi decenni che non torneranno mai più. Ecco dunque tangentopoli e le stragi di mafia, ecco Fiorello trionfare nelle piazze col Karaoke e una saputella Ambra Angiolini stravincere la guerra dell’audience con Non è la RaiInsomma, di qualsiasi argomento egli scriva - si tratti di interviste alle personalità televisive, di gialli o di biografie di personaggi illustri - Dalla Vecchia non annoia mai e si fa leggere tutto d’un fiato come un romanzo d’appendice.

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Giovanni Verini Supplizi, "Labirinto Bosè"

26 Ottobre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica, #personaggi da conoscere, #saggi

 

 

 

 

Labirinto Bosè

Giovanni Verini Supplizi

 

Crac Edizioni, 2021

pp 400

23,00

 

 

Un saggio per appassionati di dischi e film, più che una biografia vera e propria, sul personaggio Miguel Bosè.

“Bravo ragazzo del 56”, figura eclettica, figlio d’arte - della miss Italia e attrice Lucia Bosè, alla quale somiglia come una goccia d’acqua, e del rinomato torero spagnolo Dominguin - visse i suoi primi anni nella stessa atmosfera eroica e artistica di cui si parla nei romanzi di Hemingway. Attori, pittori, registi e scrittori famosi frequentavano la sua casa, ad accompagnarlo a scuola per un certo periodo fu niente di meno che Picasso. Il padre voleva che intraprendesse una carriera diversa ma lui amava danzare, cantare, dipingere. Divenne così ballerino, attore ma, soprattutto, cantante.

Fantastico il successo degli anni ottanta - il periodo d’oro, insieme ai settanta, della disco dance - con canzoni ballabili che sono rimaste nella memoria di tutti noi, come “Superman” o “Anna”.

Poi la svolta, l’investigazione di ritmi meno commerciali, più sofisticati. Scelta, questa, che gli ha alienato il pubblico italiano, sebbene abbia decretato la sua fama in Spagna e in tutta l’America latina. Sempre più rarefatto, sempre più dedito alla ricerca e allo scavo interiore, sempre più poliedrico e in continua evoluzione, Bosè si allontana dall’immagine commerciale e compie incursioni in tutti i campi artistici, dalla musica, al cinema, al teatro, alla conduzione televisiva. È, infatti, curioso, colto, preparato. Per ogni lavoro studia e si documenta, non lasciando mai nulla al caso, non paventando nessun cambiamento e nessuna immersione in ciò che può apparire anche perverso.

Non esita a mescolare e mediare fra le varie arti, colorando le sue esibizioni in modo pittorico, dando musicalità alla sua recitazione, provando se stesso in molti più campi di quelli a cui sono abituati gli artisti nostrani, mescolando alto e basso, pop e raffinatezza, commerciale e non, fra canzoni solari e altre più oscure ed esistenziali, con suoni sempre più elettronici man mano che passano gli anni.

Una carriera lunga, ininterrotta e intensissima, forse sconosciuta ai più, basata essenzialmente sulla ricerca. Ed è a questa labirintica ricerca, oltre che a uno degli album del cantante spagnolo, che si rifà il titolo del libro di Verini Supplizi - proprietario di uno storico negozio di dischi. Un saggio che, oltre all’amore assoluto per il soggetto, denota un faticoso lavoro di documentazione per stare dietro alla poderosa discografia e all’immenso curriculum di Bosè, costellato di interminabili tour soprattutto in America Latina, ma anche di beneficienza e opere buone.

Se nel saggio è ben delineato il carattere dell’uomo Bosè, descritto da tutti come educato, cortese, “un vero signore”, se l’opera è corredata di numerose interviste a suoi collaboratori - con gustosi aneddoti che ricreano un certo modo di fare musica, cinema o televisione ormai scomparso - poco viene volutamente detto della vita privata. Oltre ogni pettegolezzo o polemica anche recente, questo excursus spazia nella vita esclusivamente artistica di un personaggio camaleontico e complesso.

 

Bosè è nei tantissimi dischi che ha prodotto, nei film che ha interpretato, in tutte le forme d’arte in cui si è cimentato in tanti anni di carriera, TV, teatro, poesia, scrittura… E questo è anche lo stile con il quale abbiamo pensato questo volume” (pag. 335)

 

Una lettura che non annoia, nonostante la ricchissima documentazione didascalica e l’impianto per addetti ai lavori. Un libro che aggancia i fan del personaggio o i cultori della musica in generale, ma anche chi, come me, si lascia catturare dall’aura garbata e dall’atmosfera nostalgica di certi ricordi legati a decenni indimenticabili.

 

 

 

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Luis Vinicio, "Il leone di Belo Horizonte"

19 Ottobre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Luis Vinicio
Il leone di Belo Horizonte

a cura di Paquito Catanzaro
Homo Scrivens – Euro 15 – Pag. 193

 

Per la prima volta Luis Vinicio De Menezes, il Leone di Belo Horizonte, dove è nato il 28 febbraio del 1932, si racconta, e lo fa a Napoli, città di elezione, dove è approdato dopo una lunga carriera calcistica, prima da centravanti goleador e poi da allenatore pioniere del gioco totale. Vinicio debutta nel Botafogo, dove tutti lo chiamano Vinicius, segna un gol contro l’Olaria, gioca insieme a Garrincha (del tutto analfabeta, ma lui gli insegna a scrivere) e Dino Da Costa, tridente offensivo che tremare il mondo fa. Il primo contatto con l’Italia è del 1955, quando ha solo 23 anni, nel Napoli di Amadei e Pesaola, con i partenopei è subito amore, il nomignolo di o’ lione viene proprio dalla curva più sfegatata dei tifosi azzurri, nella città del golfo resta cinque anni e segna caterve di gol (circa settanta), anche ad avversari importanti e storici come la Juventus. A 28 anni la sua carriera pare finita, perché passa al Bologna dove trova davanti a sé il più giovane Harald Nielsen, che gioca quasi sempre, mentre o’ lione ruggisce in panchina. Vinicio torna in Brasile, ma l’Italia chiama ancora, è Lanerossi Vicenza, dove torna il bomber di sempre e trascina la provincia veneta ai primi posti della serie A, incantando il pubblico per tre stagioni. Nel 1966 vedo Vinicio giocare persino nella mia Inter, quella di Helenio Herrera, ché sono un bambino, va bene che fa solo otto gare (e segna un gol), ma ha ben 34 anni e davanti a sé una squadra di campioni. Finisce la carriera a Vicenza, dove segna le ultime reti e tocca quota 150, portando ancora una volta i berici in alto, alla fine segnando più gol di tutti gli attaccanti biancorossi della storia, persino di Paolo Rossi. Cominciano gli anni da allenatore, in C con l’Internapoli (squadra che non esiste più), poi Brindisi, Ternana, ancora Brindisi, finalmente Napoli, poi Lazio, Avellino, Pisa, Udinese, ancora Avellino, per terminare in C2 con lo Juve Stabia, che ha 60 anni.

Paquito Catanzaro raccoglie la vita e i ricordi di Vinicio in un libro scritto in prima persona, ricco di immagini d’epoca e di contributi originali, presi dalla viva voce di Agostinelli, Brancato, Bruscolotti, Burgnich, Carnevale, Carratelli. Coppola, De Maggio, Improta, La Palma, Pinto, Rivieccio, Saranataro e Wilson. O’ lione si racconta a cuore aperto, l’infanzia, il Brasile, l’amore per Napoli, la Lazio e l’Avellino, le parentesi di provincia, l’Inter di HH, il Vicenza … La vita di un uomo e di un grande calciatore, bomber straordinario, pioniere del calcio all’olandese, innamorato del gioco più bello del mondo. Per me resta l’eroe del mio Pisa nerazzurro, ma anche l’attaccante di riserva dell’Inter più grande della storia.

 

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Matthew McConaughey, "Greenlights"

17 Settembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #personaggi da conoscere, #cinema

 

 

 

 

Non mi interessano particolarmente le autobiografie, tantomeno di gente bella, ricca, famosa che, immagino io, non avrà granché da dirmi. Se non mi avessero messo la pulce nell'orecchio con i principi dello Stoicismo che il buon Matthew segue e applica, non avrei mai immaginato di leggerlo. E invece adesso lo sto pure consigliando. Trentacinque anni di aneddoti, sfide, cadute, attese, riflessioni e introspezione incollate da diverse foto dell'epoca e parecchi "adesivi da paraurti" come li chiama lui, cioè quei motti, frasi che contengono verità e consigli utili a vivere. Una vita trascorsa in una famiglia di sani valori cristiani anche se tra padre e madre ogni tanto il salotto buono si trasformava in un ring e i rituali di crescita avvenivano con risse degne di un saloon (per me le scene più esilaranti) ma anche una vita da bravo ragazzo americano fatta di pochi agi e molta azione. La filosofia dell'attore è semplice: la vita è come una mappa cittadina, piena di semafori rossi a cui DEVI fermarti. Chiamala pandemia, disoccupazione, lutto in famiglia, tutti noi abbiamo vissuto momenti, più o meno lunghi, in cui il traffico si è bloccato. Ma tutti i semafori rossi hanno un pregio: prima o poi diventano verdi. E la transizione avviene col tempo, che però, come ci insegnano i fisici, non è una costante, per cui se quello dell'orologio tarda troppo, possiamo noi ribaltare la situazione prima scorgendo il lato buono, rendendo l'attesa attiva (un po' come quando ascolti una musica o rifai mentalmente la lista della spesa in attesa che scatti il colore del via), creandoci degli obiettivi. Tutto ma NON vittimizzarci, compiangerci (piangere sì però), rimpiangere. L'attesa costruttiva fa sì che sia il bersaglio a colpire noi. Per cui desiderare in maniera sincera, ma soprattutto viaggiare, seguire l'istinto e l'intuito, provare, fallire, capire quando ci si sta allontanando da ciò che si è. Cercare di restare fedeli a noi stessi il più possibile, accettare quando ce ne allontaniamo, perdonarci, girare la barra di quanto basta e riprendere la via. Tutto qui? Sì, un tutto che però non è per nulla facile, richiede dedizione, umiltà, coraggio come lo stesso autore sottolinea. Ciò che ne viene è una vita degna di essere vissuta e raccontata anche nelle sue parti più meschine e luride, un viaggio gratificante di amore per sé stessi.

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Una notte magica

30 Agosto 2021 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Mondi paralleli... attesissimo il concerto di Fabrice Pascal Quagliotti, leader e tastierista della leggendaria band elettro-rock The Rockets. Straordinario successo per una notte magica in un luogo magico - Villa Olmo - sulle rive del Lago di Como.

Fabrice ha suonato una straordinaria gamma di sintetizzatori e un pianoforte a coda, dando vita a un viaggio unico e ricco di atmosfera, attraversando un universo di suoni e giochi di luci laser. La sua immagine ormai da tempo è curata da una nota stilista: la fiorentina Cinzia Diddi, la quale viene spesso ricordata poiché segue l’immagine di molti e importanti personaggi del mondo dello spettacolo, dell’arte e della musica.

 

Quanto è difficile il suo lavoro quando si hanno artisti come Fabrice Pascal da vestire?

Amo il mio lavoro e voglio molto bene a Fabrice, è un grande artista, una grande persona e soprattutto un grande amico. Abbiamo molti punti di contatto ma in particolare siamo due perfezionisti. Questo ci permette di dare il massimo in tutto quello che facciamo.

 

A cosa si ispira per l’immagine del leader dei Rockets?

Il compito era arduo perché i Rockets, oltre che per la bravura, sono ricordati anche per i particolarissimi abiti color argento. Dovevo reinventare Fabrice in questo suo nuovo progetto da solista, rimanendo fedele alla sua attenzione per l’immagine e conservando la sua eleganza innata. Uno stile un po’ napoleonico per ribadire la sua grandezza come artista e come uomo.

 

Altri i progetti condivisi, lo abbiamo appreso seguendovi sui social!

Sì, la prefazione del mio libro, edito da Aletti editore, e la sua partecipazione al libro che ho scritto durante il lockdown, La stella più bella, edito da Falco Editore, il cui ricavato è stato donato all’emergenza coronavirus.

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Un compleanno speciale

14 Agosto 2021 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

La stilista dei Vip, Cinzia Diddi, ha festeggiato in Versilia, al Bagno Palmo mare, il compleanno del figlio Dante Elsen Luigi.

Una serata tranquilla in una location da sogno. Hanno cenato con il suono del mare in sottofondo, la nota stilista e la sua famiglia. La stilista ama la Versilia, si vocifera che stia cercando la location per la sua prossima sfilata e che le onde del mare e il profumo di salsedine siano da sempre di grande ispirazione per la sua scrittura.

L’ultimo libro della stilista, edito da Aletti editore, s'intitola L’opera, con prefazione del leader dei Rockets, Fabrice Pascal Quagliotti.

La stilista è nota non solo per il suo marchio di lusso ma anche per aver vestito molti personaggi famosi del mondo dello spettacolo, in film, programmi televisivi, red carpet, spettacoli teatrali: Emanuela Aureli, Stefania Orlando, Edoardo Ercole, Veronica Satti, Beppe Convertini, Enzo Paolo Turchi, Francesco Guasti, Gabriella Carlucci, Ilary Blasi, Serena Grandi, Carmen Russo, Carmen Di Pietro, Giucas Casella, Piero Maggiò, Mariagrazia Cucinotta, Annalisa Minetti, Eleonora Daniele, Mila Suarez, Demetra Hampton, Stefano Masciarelli, Alessandro Haber, Elisabetta Pellini, Milena Vukotic, Daniela Giordano, Barbara Kal, Cristofer Lambert, Marino Bartoletti, Corinne Clery, Corrado Solari, Giovanna Carollo, Fabrice Pascal Quagliotti, Cristina Castano Gomez, Chiara Iezzi, Lorenzo Flaherty, Ray Abruzzo.

Ha anche partecipato come attrice a film e cortometraggi.

 

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Valeria Biotti, "Frida Kahlo"

6 Agosto 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Valeria Biotti
Frida Kahlo
Diarkos, 2021

 Euro 17 - pag. 215

 

Valeria Biotti sceglie un modo originale per raccontare Frida e la sua arte, da giornalista ma pure da autrice teatrale, perché mette in scena la vita dell’artista come se fosse una sceneggiatura non consequenziale, tra salti temporali, ricordi, vita corrente, amori, dolori, passioni e capolavori artistici. Vive meno di cinquant’anni la messicana Frida, figlia della rivoluzione messicana, come amava dire, barando sulla data di nascita (1910 e non 1907)), donna rivoluzionaria e ribelle, innovatrice e anticonvenzionale, di grande talento e personalità, nonostante la malattia che l’accompagnò per la sua breve vita. Valeria Biotti mette in primo piano l’evento più importante che segnò i giorni della pittrice ribelle, quando Frida aveva solo otto anni: un grave incidente di autobus contro un tram, colonna vertebrale spezzata, collo del femore distrutto, costole in frantumi, non bastarono trenta operazioni per rimetterla in sesto. I dolori l’accompagnarono per tutta la vita, lei sfruttò l’immobilità forzata per leggere libri sul movimento comunista e per dipingere, affinando la sua arte e migliorando la sua cultura. Comunismo e pittura furono le cose più importanti della sua vita, oltre all’amore per il pittore Diego Rivera, che la protesse e la fece conoscere al grande pubblico, oltre a sposarla, cosa che non vietò a Frida di avere diverse storie extraconiugali (che il marito contraccambiava). Amanti famosi per Frida, come il poeta André Breton e il rivoluzionario russo Lev Trockij, come pare non mancassero le donne nella sua collezione di amori fedifraghi (Rosa Rolando, Chavela Vargas …). Frida non ebbe figli e fu il suo cruccio maggiore, lottò da femminista ante litteram per l’emancipazione; la sua vita intensa e la pittura intimista che raccontava i suoi dolori, al tempo stesso surrealista, pure se non voleva ammetterlo, hanno ispirato registi e scrittori, non ultima Valeria Biotti, che narra la vita dell’artista come se fosse un film. Un libro ottimo, diverso da tutti gli altri, che in appendice cita una corposa bibliografia dove poter attingere notizie ulteriori.

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