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Post con #personaggi da conoscere tag

Il Barbarossa e la saga di Kyffhäuser

10 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

Mentre i Comuni a poco a poco s’ingrandivano, papi e imperatori discutevano fra loro su chi fosse più importante. Gli imperatori si sentivano eredi dell’Impero romano che aveva dominato il mondo e pensavano che anche la Chiesa dovesse loro ubbidienza. I papi ritenevano che farsi carico delle anime fosse più importante che occuparsi dei corpi. Inoltre il Sacro Romano Impero era stato concesso a Carlo Magno da un papa. La chiesa sosteneva, dunque, che il Papa fosse il vero padrone dell’Impero e avesse il diritto di affidarlo solo a quei signori che godessero della loro fiducia. E qui entra la questione del diritto. A quei tempi era normale pensare che qualcuno avesse il diritto di governare su altre persone, solo per il fatto di essere figlio di persone già potenti e famose.

La lotta fra papato e impero divenne più aspra circa milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. L’Imperatore si accorse di perdere terreno e cercò una terra sulla quale rafforzare il proprio potere. La scelta cadde sull’Italia. Da noi i feudi erano piccoli e fedeli all’imperatore, c’erano molti Comuni ma l’Imperatore sottovalutava la forza di artigiani e commercianti, in una parola della borghesia. Quanto al Papa, non aveva un esercito.

L’imperatore Federico, detto il Barbarossa, (1122-1190) raccolse un esercito di nobili feudatari fedeli e attraversò le Alpi, in cerca della nostra terra solatia e ricca. Pensava a una facile conquista. Come potevano i Comuni mercantili ribellarsi ai migliori cavalieri di Europa? Ai Comuni interessava solo rimanere liberi e commerciare, ma l’Imperatore voleva davvero diventare il padrone di tutto e di tutti. Riuniti nel suo accampamento i rappresentanti dei Comuni, impartì i suoi ordini: ogni Comune non avrebbe più dovuto battere moneta, né legiferare, né amministrare la giustizia. Avrebbe dovuto accogliere come capo un feudatario fedele all’Imperatore, avrebbe dovuto pagare tutte le vecchie tasse come i pedaggi e i pontatici, insomma tutto doveva tornare come prima e i cittadini si dovevano rassegnare a non essere più uomini liberi.

Poi fu la volta del Papa. Barbarossa chiese che Roma diventasse la capitale del suo Impero e che il Papa riconoscesse la sua inferiorità all’Imperatore.

I Comuni non ubbidirono e il Papa nemmeno.

Sul Barbarossa circolarono molte leggende, anche a causa della sua morte improvvisa mentre guadava un fiume. Una è quella dell'eroe dormiente, collegata alle più antiche britannico-celtiche di Artù e del Mabinogion. Tale leggenda vuole che egli non sia morto, ma addormentato con i suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà e porterà la Germania alla sua antica grandezza. A dominare il monumento eretto in suo ricordo è una torre alta 57 metri sormontata da una enorme corona imperiale. Una scalinata di 247 gradini conduce alla sommità della torre.

La saga di Kyffhäuser era nata per suo nipote Federico II, ma nel corso del secolo XIX, alcuni scrittori tra cui i fratelli Grimm, nell'opera le Saghe germaniche, ripresero la saga del monte Kyffhäuser, attribuendola al Barbarossa, dove egli è addormentato, seduto a un tavolo e la sua barba rossa cresce smisuratamente e ha già fatto due giri intorno al tavolo. Quando si completerà il terzo giro, Federico si sveglierà e combatterà una straordinaria battaglia: sorgerà il giorno del giudizio.

In realtà Barbarossa, come si usava allora, dopo la morte fu messo in acqua bollente per staccare la carne dalle ossa, ossa che dovevano in seguito essere portate in Terrasanta. Non ci arrivarono mai.

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Jean- Michel Guenassia, "Il valzer degli alberi e del cielo"

28 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo

Jean Michel Guenassia

 

Salani, 2017

pp 280

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo, di Jean Michel Guenassia, avrebbe, e dico avrebbe, tutte le carte in regola per essere un meraviglioso e affascinante racconto romantico, invece - vuoi perché a scriverlo è un uomo, vuoi perché continuamente intramezzato da riferimenti a lettere e diari che sortiscono sul lettore un effetto di straniamento - se si eccettuano rari momenti nel finale e le descrizioni appassionate dei quadri, il pathos che sprigiona è scarso e l’interesse è tutto documentaristico. Indubbiamente, grazie a questo libro facciamo un tuffo in quella fine ottocento francese percorsa da slanci di emancipazione femminile e da fermenti artistici e sociali che partorirono i capolavori oggi racchiusi al museo d’Orsay e l’inconfondibile merletto di ferro della torre Eiffel.

La storia si basa su un’ipotesi intrigante, su “come potrebbe essere andata”. La trama ricostruisce gli ultimi sessanta giorni della vita di Vincent Van Gogh, quelli trascorsi ad Ausers sur Oise, investigando i dubbi che circondano la sua fine, e ipotizzando un amore, mai confermato, con Marguerite, la figlia diciannovenne del medico, mecenate d’impressionisti, Paul Ferdinand Gachet, colui che ebbe in cura il pittore olandese negli ultimi mesi e che si trovò a fronteggiare la fatale ferita d’arma da fuoco. L’ipotesi di Guenassia è che Gachet non sia stato l’amico degli impressionisti bensì un opportunista che ha contribuito alla morte di Van Gogh e alla diffusione di falsi sui quali ha lucrato.

Come dicevamo, la storia d’amore, pur tormentata e romantica, non ci cattura quanto la rappresentazione della pittura di Van Gogh. La descrizione dei quadri, tempestosi, mossi, tormentati, è più vivida e riuscita della caratterizzazione dei personaggi e dei loro sentimenti un po’ di maniera. Van Gogh stesso rimane sullo sfondo come persona, risaltando solo nell’atto di dipingere, anzi, di aggredire la tela.

In piedi di fronte al paesaggio – fra campi di grano, pagliai, voli di corvi, tetti e girasoli – Van Gogh dipinge senza gettare mai uno sguardo all’esterno, a ciò che deve ritrarre, concentrato su una visione solo mentale, seguendo l’onda di una burrascosa sinfonia interiore.

La personalità di Van Gogh ci sfugge, la sua malattia mentale non traspare, centrale resta il bisogno di dipingere tele su tele, inondandole di luce e colore con delirio ossessivo. Il suo carattere è un mistero, non capiamo se sia soltanto un egoista preda di demoni interiori o se, a suo modo, ami Marguerite e cerchi di salvarla da se stessa.

Marguerite, invece, è l’immagine della ragazza ingenua, libera, ribelle, che coraggiosamente e con incoscienza giovanile spezza per amore tutti i vincoli che la legano al mondo borghese e conformista rappresentato dal meschino padre e dal vile fratello. Per amore è disposta a tutto e vede nell’uomo di cui si è innamorata non solo l’incarnazione della passione romantica ma anche il maestro che potrebbe rivelarla a se stessa, plasmarla, scioglierla dalle catene e farla brillare della fiamma di un’arte che in realtà non possiede, perché lei sa solo imitare i pittori prediletti ma non riesce a dipingere qualcosa di originale. Vincent la chiama “mio piccolo girasole”, fanno l’amore nella pensione bohemienne dove lui alloggia e parlano fitto tenendosi abbracciati ma rimangono due solitudini inconciliabili.

 

Ma lui sapeva che il nostro tempo era contato. Io no. Lui sapeva, d’istinto, molto prima che io l’ammettessi, che siamo soli sulla Terra e che contro questo non possiamo fare nulla. Soli di fronte a noi stessi. Soli in mezzo agli altri. Qualunque cosa ci si possa inventare per far credere il contrario. E Vincent è riuscito a dipingere proprio la bellezza di questa profonda solitudine” (pag 271)

 

 

 

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La minuscola carolina e la Chanson de Roland

27 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

La parola guerra deriva dal termine franco wërra. I Franchi furono i più famosi fra i popoli barbari. Solo i Franchi furono capaci di fermare gli Arabi, grazie a Carlo Martello, e formare un regno grande quasi quanto l’impero romano. Abitavano i territori dell’attuale Francia, erano di origine germanica e si erano mescolati ai primi abitanti di quella zona, cioè i Galli (sì, proprio quelli di Asterix e Obelix) e i romani. I Franchi erano stati fra i primi popoli barbari ad accettare il Cristianesimo e a parlare la lingua di Roma. I papi chiesero il loro aiuto contro i Longobardi che furono sconfitti dal nipote di Carlo Martello, il futuro Carlo Magno, così soprannominato perché fu un grande re che compì imprese memorabili. Era padrone della Francia e aveva tolto l’Italia ai Longobardi. I suoi eserciti, comandati da possenti guerrieri detti Paladini, si erano spinti molto lontano, rendendolo padrone delle terre che oggi si chiamano Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Svizzera, Austria. Dalla caduta dell’impero romano non si era più visto in Europa un dominio tanto vasto.

Carlo Magno (742- 814) era figlio di Pipino il breve e di Berta dal grande piede, la quale fu responsabile del matrimonio fra questi e la sfortunata Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Quando Carlo ripudiò la sposa in favore di Ildegarda, pare che la madre non l’abbia presa bene

Carlo era altissimo, robusto, forte, con naso lungo e ventre prominente a causa del gran bere e mangiare. Aveva occhi grandi e vivaci, voce chiara, amava le donne e la famiglia. La notte di Natale dell’anno 800, papa Leone III lo incoronò, a Roma, imperatore dei Romani. Il nuovo impero si chiamò Sacro Romano Impero, Romano perché prendeva il posto dell’impero di Roma, Sacro perché cristiano.

Il Sacro Romano Impero era diviso in tanti feudi. Le grandi strade erano poco frequentate e infestate di briganti, si coniavano poche monete, il commercio languiva. Molto si era dimenticato dell’arte di coltivare la terra, costruire canali per irrigarla e drenare l’acqua nelle paludi. I campi inaridivano e s’inselvatichivano. Le città venivano abbandonate e ne sorgevano di nuove dove la terra era più sfruttabile. L’Europa era un mare di foreste e steppe.

Come sviluppo del castrum, cioè dell’accampamento romano fortificato, in posizione strategica ed elevata ben difendibile, sorsero castelli, atti a ospitare una guarnigione con il castellano e la sua famiglia. Attorno al castello crebbero interi borghi, abitati da coloro che servivano il signore e ne ottenevano in cambio protezione. Durante gli assedi ci si poteva ritirare dentro le mura e resistere a lungo.

I signori del feudo si chiamavano feudatari, cioè uomini liberi che davano aiuto militare in cambio di una ricompensa ed erano vassalli dell’imperatore. Se il feudo era grande, veniva suddiviso fra altri castellani, detti valvassori, che rispondevano al feudatario maggiore. Al di sotto dei valvassori potevano esserci i valvassini. Vassalli, valvassori e valvassini erano i nobili, detti cavalieri perché avevano il permesso di combattere a cavallo.

Sebbene personalmente illetterato, Carlo dette impulso ad una riforma culturale in architettura, in filosofia, in letteratura, in poesia e nella religione. Si assistette a una vera e propria Rinascita carolingia. La riforma della Chiesa, in particolare, si proponeva di elevare il livello morale e la preparazione culturale del personale ecclesiastico. Carlo era ossessionato dall'idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale", avrebbe portato alla perdizione dell'anima. Carlo pretese di fissare i testi sacri e standardizzare la liturgia, imponendo gli usi romani, nonché di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse il latino classico. Si prescrisse a preti e monaci di dedicarsi allo studio del latino e all’istruzione dei giovani. In ogni angolo dell’impero sorsero delle scuole vicino alle chiese e alle abbazie. Neanche la grafia venne risparmiata, e fu unificata, entrando in uso corrente la “minuscola carolina”. Le lettere divennero regolari, legature e abbreviazioni vennero eliminate, furono introdotti la punteggiatura, a segnare le pause, e il punto interrogativo. Da quei caratteri derivarono quelli utilizzati dagli stampatori rinascimentali, che sono alla base degli odierni.

L'Impero resistette fin quando fu in vita il figlio di Carlo, Ludovico il Pio; fu poi diviso fra i suoi tre eredi, ma la portata delle riforme e la valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli successivi.

La Chanson de Roland, scritta intorno alla seconda metà dell’anno mille, appartiene al ciclo carolingio ed è considerata una delle opere più significative della letteratura medievale francese. Di natura epica, il poemetto anonimo trae spunto da un evento storico, la battaglia di Roncisvalle, del 778, quando la retroguardia di Carlo Magno, comandata dal prode paladino Rolando/Orlando, fu attaccata dai Baschi, nella riscrittura epica trasformati in saraceni, aiutati dal traditore Gano di Maganza. Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, facendolo solo quando si accascia morente.

 

 

Il conte Orlando giace sotto un pino,

verso la Spagna tiene volto il viso.

Di molte cose gli ritorna alla mente,

di tante terre quante ne prese il prode,

la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,

Carlomagno che l’allevò, suo signore;

non può impedirsi di sospirare e piangere.

Ma non si vuole dimenticare di sé,

confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:

«Vero Padre, che non hai mai mentito,

san Lazzaro da morte risuscitasti,

e Daniele dai leoni salvasti

a me l’anima salva da tutti i pericoli

dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».

Il guanto destro porge in pegno a Dio:

San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.

Sopra il braccio si tiene il capo chino,

le mani giunte è arrivato alla fine.

Dio gli manda il suo angelo Cherubino

e San Michele del mare del Pericolo;

insieme a loro viene lì san Gabriele,

portan del conte l’anima in paradiso.

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Bob Dylan: tutta la verità sulla risposta che soffia nel vento!

23 Marzo 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #musica, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

Bob Dylan, il misterioso menestrello di Duluth: quali insondabili profondità umane, se non sovrumane, si celano in questo cantore di visionarietà bibliche, in questo poeta del folk-rock, che ha trasversalmente traghettato la musica popolare nella letteratura, aggiudicandosi persino il più recente Nobel nella relativa categoria?

Cari amici, la risposta sta soffiando nel vento. E per capire quale questa risposta sia, partiamo dal principio, raccapezziamoci con i pezzi del suo puzzle, e inebriamoci degli aromi della sua vita artistica, che, evocati, ci solleticheranno le nari.

Solennemente devoto allo strimpellare impegnato di Woody Guthrie, che stornellava aspramente le aride asperità della Grande Depressione, e la cui chitarra uccideva fascisti, egli viaggiò dal MidWest statunitense a quel di New York, dove i cantautori anti-commerciali si esibivano nei locali bohemien del Greenwich Village, nudamente accompagnati dalla propria sei corde.

Ai brani tradizionali o di altrui concezione cominciò ad affiancare composizioni originali, e finalmente incise la celeberrima Blowin' In The Wind, che nel contesto della crescente consapevolezza sociale dell'epoca divenne un inno pacifista, adottato anche dal movimento per i diritti civili. Bob nel frattempo iniziò a far coppia fissa con la pasionaria Joan Baez, regina del folk, fruendo della costante promozione offertagli da quest'ultima, e formando il perfetto connubio amoroso della canzone di protesta – per quanto la voce di lei fosse cristallina quanto quella di lui nasale e starnazzante. Bobby fu persino invitato a partecipare alla Marcia per il Lavoro e la Libertà durante la quale Martin Luther King Jr., il 28 agosto 1963 a Washington, infiammò gli astanti con il suo più storico, fervente e ispirato sermone, famosamente reiterante la frase “io ho un sogno”, e in quest'occasione Blowin' In The Wind – benché eseguita dal noto trio folk Peter Paul & Mary, la cui versione era al momento nella top ten - fu l'apice della parte musicale, spodestando la storica e tradizionale We Shall Overcome.

Successo! Svolta! Flash dei fotografi! Remunerative cover d'alta classifica! Erba sempre più abbondante! Kennedy assassinato a Dallas!

Pago dei frutti di quella ricca stagione di sfruttatamento dell'indignazione del cittadino consapevole, scavatosi la sua nicchia di popolarità, Dylan effettuò quindi una graduale trasformazione che lo portò nell'arco di due anni ad abbandonare il folk impegnato e ad elettrificarsi fino a giungere ad una nuova forma di rock dai versi caleidoscopici quanto vaghi, e, in piena coerenza tra artistico e privato, ad abbandonare Joan Baez per una coniglietta di Playboy, che sposò nel '65. E come biasimare il giovane marpione? È la bellezza dell'ascesa sociale, è il sogno americano! Trovare il modo di svicolare e arrampicarsi alla faccia, e con i piedi sulla faccia, dei poracci che rimangono nel Vicolo della Desolazione! Come non ammirare una simile astuzia strategica e la sua esemplare abilità attuativa? Del resto, che motivo c'è di protestare quando puoi drogarti da mattina a sera, con relativa pausa per titillare e fecondare la tua coniglietta del cuore? Io farei lo stesso. O, come disse Joan Baez, senz'altro un po' piccata per lo smacco sentimentale: “Bobby crede che le cose non possano essere cambiate e che l'unica soluzione sia passare la giornata rollandosi grossi cannoni”. Joan Baez, a sua volta, pur senza drogarsi – stando a sue recenti dichiarazioni – sembra davvero convinta di aver contribuito a concludere la guerra del Vietnam.

Dylan passò quindi i restanti sixties e l'inizio dei seventies a smantellare e sbriciolare il mito del sé stesso alfiere del bene che molti ancora reclamavano indietro, tanto da invadere in massa la sua abitazione di Woodstock, come se lui e le sue proprietà fossero una loro proprietà, una proprietà hippie del movimento per il cambiamento flower power – cosa che non si conciliava perfettamente con la tranquillità imborghesita in cui egli voleva comodamente accasarsi – ancor di più dopo il trauma di un incidente motociclettistico in cui rischiò la tipica Fine alla James Dean. Pubblicò quindi album sempre più disorientanti per il suo originario pubblico progressista, imperniati sulla musica americana conservatrice per eccellenza, ovvero il country, snocciolando persino frivolezze [Country Pie, Lay Lady Lay], reimpostando e ripulendo la propria voce – il tutto per disinfestarsi da coloro che ancora credevano al, e cercavano il, Dylan profeta della rivoluzione e condottiero etico verso una società migliore. E vi riuscì, nel contempo mantenendosi sulla cresta – grazie al suo magnetismo, talento e trasformismo. Il maledetto bastardo!

Ma il meglio doveva ancora venire: il matrimonio con la coniglietta collassò e il boato prese la forma sonica di Blood On The Tracks, uno dei suoi migliori album, che Bob negò avesse alcuna valenza autobiografica, attribuendo il suo contenuto a qualche indubbiamente immaginaria “rielaborazione di racconti di Čechov” - ma soprattutto ciò spianò la strada ad una nuova fase della sua vita, che diede luogo ad un imperdibile delirio cristiano, così come da lui stesso descritto:

C'era una presenza nella stanza che non poteva essere di nessun altro se non di Gesù. Gesù ha posto la sua mano su di me. Era un'esperienza fisica. L'ho percepita. L'ho sentita su tutto me stesso. Ho sentito il mio intero corpo tremare. La gloria del Signore mi ha abbattuto e poi mi ha raccolto.

Rinacque cristiano e si sentì investito della missione di convertire le masse, arringando un pubblico stranito dal palco dei suoi concerti, ora negli espliciti panni del profeta biblico invasato:

Vi ho detto che i tempi stavano cambiando e sono cambiati. Ho detto che la risposta stava soffiando nel vento ed era così. Vi dico ora che Gesù sta tornando e lo sta facendo! E non c'è altra via di salvezza.

Era evidentemente evidente che nella Rivelazione di San Giovanni Apostolo si descrivevano gli eventi che stavano accadendo ora, nel 20° secolo, a partire dal ristabilirsi della patria degli Ebrei, ovvero Israele: ed identificando Iran e Russia rispettivamente con Gog e Magog, che nelle scritture costituivano le entità responsabili del precipitare negli eventi, diveniva chiaro che la Battaglia dell'Apocalisse si ergeva epicamente all'immediato orizzonte, come un uragano nero che si avvicinava svellendo ogni cosa.

O come si espresse egli stesso durante un concerto del '79:

Sapete che siamo alla fine dei tempi... Le Scritture dicono 'negli ultimi giorni tempi perigliosi incomberanno su di noi... Gli uomini diventeranno innamorati di sé stessi. Blasfemi, grevi e superbi'... Date un'occhiata al Medio Oriente. Siamo sull'orlo di una guerra […] Gesù sta tornando per fondare il Suo regno a Gerusalemme per mille anni!

Il tutto evitando accuratamente di suonare i propri classici, ma proponendo solo i pezzi recenti scaturiti dalla sua ultima illuminazione: incomprensibilmente, alcuni spettatori uscivano chiedendo venisse rifuso loro il biglietto.

Smaltita la sbornia di allucinazioni apocalittico-religiose, e notando come il mondo che conosciamo non fosse finito precipitando in una qualche fatale battaglia finale, e tutto tendesse a proseguire ostinatamente come prima ignorando irrispettosamente le sue preveggenze, tornò verso le proprie radici ebraiche, e nell'album Infidels dell'83 infilò anche una favolistica difesa di Israele che, nella sua descrizione, tutti giudicano erroneamente come “il bullo del vicinato”, quando tutto quello che vuole fare è meramente “esistere”, e per ciò si sta solo “difendendo”, più o meno la stessa posizione che esprimeva il noto fondamentalista islamico Gandhi quando diceva: “E' sbagliato e disumano imporre gli Ebrei agli Arabi”.

Del resto, come ammetteva lui stesso in un altro brano dello stesso disco, Union Sundown:

 

La democrazia non guida il mondo

fareste meglio a mettervelo in testa

questo mondo è governato dalla violenza

ma suppongo sia meglio non dirlo”

 

E con questo sembrerebbe rispondere anche alle domande che poneva in Blowin' In The Wind, e decifrare la risposta sussurrata dal vento a quell'anelito pacifista: la pace? Una favoletta che si racconta a fessacchiotti e minchioni per farli dormire.

Ma la vera risposta non è questa. La vera natura della replica finale portata dal vento è stata sperimentata dai vicini di Bob, ed è scaturita dalla sua più intima interiorità – così come riportato da giornali e agenzie:

I vicini di Bob Dylan si lamentano dell'odore dei bagni chimici [The Guardian]

Il cantante Bob Dylan affronta proteste per i maleodoranti bagni chimici fuori dalla sua casa [Telegraph]

La puzza del bagno di Bob Dylan soffia nel vento [Reuters]

 

Estratti dagli articoli:

 

“Hanno spostato il bagno chimico proprio di fronte alla mia porta” ha detto Emminger.

Non essendo riusciti ad ottenere risposta da Dylan, Emminger ha provato a respingere l'aria fetida installando dei ventilatori.

“È uno scandalo” ha dichiarato il marito di Emminger, David: “Il signor Diritti Civili sta uccidendo

i nostri diritti civili!'

L'odore dal cortile di Dylan è così forte, ha testimoniato Cindy Emminger, che la famiglia deve

sgomberare ogni notte.

“Quando fuori è umido, è anche peggio” ha aggiunto “Attiviamo i cinque ventilatori industriali, ma il fetore riesce comunque ad entrare in casa! Non stiamo più nemmeno usando il piano superiore: dormiamo da basso”.

Funzionari del consiglio comunale di Malibu stanno investigando il reclamo, per quanto il tentativo di un ufficiale dell'assessorato alla sanità di ispezionare il bagno sia stato respinto dalle guardie del corpo di Dylan, che hanno dichiarato che l'ufficiale stava violando una proprietà privata.

E in sostanza, essenza, e fragranza, questo è senza dubbio il reale nucleo della poetica di Bob.

 

Bob Dylan: tutta la verità sulla risposta che soffia nel vento!
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La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

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Il coro di Ermengarda

6 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.

Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.

Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.

Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.

Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.

 

Sparsa le trecce morbide

Sull'affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S'innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una man leggiera

Sulla pupilla cerula

Stende l'estremo vel.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl'irrevocati dì;

Quando ancor cara, improvida

D'un avvenir mal fido,

Ebbra spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De' corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L'irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea repente, pallida

D'amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d'Aquisgrano!

Ove, deposta l'orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell'erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l'empia

Virtù d'amor fatica,

Discende il refrigerio

D'una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d'un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L'erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L'immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblio torna immortale

L'amor sopito, e l'anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com'era allor che improvida

D'un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

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Terribili guerrieri a cavallo

24 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Quattrocentodieci anni dopo la nascita di Cristo, una piccola schiera di barbari, i Visigoti, guidati dal re Alarico, dopo aver saccheggiato tutto l’impero d’Occidente, giunse alle porte di Roma. Dopo una lunga sosta, attaccarono. La scorreria fu breve e non recò gran danno ma creò un precedente. Roma non era più la padrona indiscussa del mondo, era una città ancora ricca ma sempre più indifesa. La via era aperta.

Così, dopo i Visigoti, scesero i ferocissimi Unni. Col naso schiacciato apposta dalle madri per entrare nell’elmo, con le gambe stortissime, brutti e letali, pare che emanassero un odore spaventoso, che indossassero per tutta la vita gli stessi abiti di pelo di topo, che inserissero carne cruda e putrefatta fra cavallo e corpo, che vivessero in sella, dove persino si cibavano, dormivano e defecavano. Saccheggiarono il Veneto ma tornarono indietro fermati dalla peste

Il papa Leone I riuscì a convincere il loro capo Attila (406-453), di cui era stato maestro quando questi era cresciuto alla corte ravennate. Attila era, infatti, uno dei principi barbari mandati all’imperatore di Roma come pegno di pace.

Gli abitanti del Veneto fuggirono dagli Unni rifugiandosi su un gruppo d’isolette deserte in mezzo alla laguna sulla costa del mare adriatico, fondando così Venezia.

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Domenico Vecchioni, "20 Destini straordinari"

8 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere

 

Domenico Vecchioni

20 Destini straordinari

Greco&Greco – Pag. 308 – Euro 13

 

Domenico Vecchioni ci regala un’altra perla del suo grande lavoro storico - divulgativo, una sorta di antologia che comprende una serie di personalità fondamentali del XX secolo, dopo aver scritto diverse monografie complesse, tra le quali mi piace ricordare i saggi su Pol Pot, Evita Peron e Raúl Castro. Questo nuovo lavoro soddisferà i curiosi delle biografie più disparate, perché Vecchioni ci racconta vite e opere di Lawrence d’Arabia, Antoine de Saint-Exupéry, Golda Meir, Nelson Mandela, Evita Perón, Amedeo Guillet, Lenin, Francesco De Martini, Wiston Churchill, Sir Edmund Hillary, Raoul Wallenberg, Ernest Hemingway, Pu Yì, Madre Teresa, Birger Dahlerus, Victor Kravchenko, Zelda e Scott Fitzgerald, Emilio Salgari, Gandhi e Douglas MacArthur. Come dire che ce n’è per tutti i gusti, si va dal profilo storico a quello letterario, passando per grandi personalità politiche del Novecento. La caratteristica fondamentale di Vecchioni è quella di non cadere mai nell’aneddotica e nel bozzettismo fini a se stessi, quanto di compiere - pur nella brevità del saggio - un’analisi storica completa ed esaustiva del singolo personaggio, usando uno stile piano ed essenziale, molto divulgativo. La lezione di Indro Montanelli, Roberto Gervaso, Luciano De Crescenzo e - in tempi più recenti - Corrado Augias viene compresa e metabolizzata. Per quel che mi riguarda ho trovato interessante la scoperta di Amedeo Guillet, un italiano da ricordare che in pochi conoscono, un uomo che ha abbracciato l’Africa come grande amore della sua vita, sin dai tempi coloniali, fino a diventare ambasciatore d’Italia in Giordania e in India. Altri capitoli affascinanti riguardano Lenin e la sua fama di uomo dalle mille donne, nonostante ciò sopportato dalla moglie per la vita, ma anche Evita Perón, la vera presidentessa argentina, amata dal popolo e rispettata da tutti. Interessante la figura di Golda Meir, descritta come donna coraggiosa e forte, votata anima e corpo alla causa della terra d’Israele che ha difeso fino alla morte, pur con una salute cagionevole. Insomma un libro dove si trovano notizie e curiosità indispensabili che l’autore ha fatto bene a riunire in un’antologia di personaggi, vera e propria galleria di caratteri indimenticabili.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Rosa Santoro, "Maria José e Lady Diana"

7 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #personaggi da conoscere

Maria José e Lady Diana

Rosa Santoro

Arduino Sacco Editore, 2016

pp 158

12,00

 

 

Due donne famose, Maria Josè del Belgio, regina di Maggio, e lady Diana Spencer, principessa del Galles, divise da sessant’anni di storia ma unite in questo romanzo da un rapporto speciale che si instaura attraverso il device letterario dello specchio. Le due principesse divengono l’una l’amica immaginaria dell’altra e, dialogando e rapportandosi, ci narrano in modo piuttosto confuso e parziale la loro vita.

Colta e antifascista l’una, ribelle, filantropa e romantica l’altra, sono accomunate dal fatto di essere talmente moderne da scontrarsi con le casate delle quali si sono trovate a far parte. Entrambe insofferenti all’etichetta di corte, entrambe mogli tradite, entrambe disilluse e infelici, traggono conforto alla loro solitudine dal reciproco impossibile contatto mentale.

Tutto ruota intorno ai difficili rapporti sentimentali con i loro consorti, Umberto II di Savoia e Carlo Windsor. Le due donne parlano d’amore, di turbamenti, di tradimento, di fiducia malriposta, di aspettative e dispiaceri. Delle due, è Diana a essere in primo piano. Di lei vengono taciuti gli amori extraconiugali, concentrandosi solo sul tradimento di Carlo con Camilla Parker.

Il gioco di specchi, rimandi e sovrapposizioni è aumentato dalla mescolanza di lettere, monologhi, conversazioni inventate che – se non fosse impensabile il raffronto – farebbero pensare ai colloqui de Le Operette Morali o a I dialoghi di Platone. I personaggi interagiscono chiacchierando tra loro a distanza di tempo e di spazio, un po’ narrando le vicende, un po’ esternando stati d’animo e riflessioni, con termini colloquiali che contrastano col loro lignaggio. Il tutto, però, non è sviluppato a dovere e genera più confusione che interesse.

Una parola a parte merita lo stile del romanzo. Purtroppo, esso lascia molto a desiderare, fra cambi inspiegabili di tempo e veri e propri strafalcioni (come “convogliare a nozze”) che diventa difficile considerare semplici refusi.

 

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In occasione della morte del lider maximo

27 Novembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

RISTAMPA AGGIORNATA DI ALMENO IL PANE, FIDEL! NEL DECENNALE DELLA SUA USCITA

2006 - 2016

Almeno il pane, Fidel! - Cuba quotidiana, il periodo speciale, il potere a Raúl

Historica, 2016 - Pag. 250 - Euro 14.

Seconda edizione riveduta e ampliata di Almeno il pane Fidel!, guida alternativa alla Cuba turistica, da cartolina, che tanto piace al regime. Un libro che rappresenta una sincera analisi di un paese allo sbando che ha abbandonato da tempo il sogno della Rivoluzione Socialista, con un Fidel Castro ormai ridotto al ruolo di mummia da esporre in televisione. Il volume si apre con un reportage di viaggio datato 2005, l’ultimo prima che Gordiano Lupi venisse dichiarato dal regime persona non gradita, si avventura in una ricostruzione della storia cubana, traccia un quadro dei problemi quotidiani e racconta gli ultimi anni caratterizzati dalle riforme di Raúl Castro. Un capitolo finale scritto da Domenico Vecchioni dimostra come niente sia cambiato per il cubano medio nonostante un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Sono pochi gli elementi di novità per una Cuba che vorrebbe cambiare, per un popolo stanco, con il pensiero rivolto alla fuga, annichilito da cinquant’anni di dittatura, incapace persino di ribellarsi. UN articolo finale di Domenico Vecchioni.

IL VECCHIO STRILLO DI STAMPA ALTERNATIVA

Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana nel periodo speciale – Pagine 192 - euro 10,00 – Stampa alternativa – Viterbo, 2006 (esaurito)

Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato. Gli argomenti: Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005), I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione. Intervista a una jinetera. Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta, Vita da jinetera, Cuba particular – Sesso all’Avana, Adiós Fidel, Il mio nome è Che Guevara, Mister Hyde all'Avana, Il canto di Natale di Fidel Castro, Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole. Lavori recenti di argomento cubano: Nero Tropicale, Cuba Magica – conversazioni con un santéro, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe, Avana Killing, Mi Cuba, Sangue Habanero, Fame - Una terribile eredità, Fidel Castro – Biografia non autorizzata. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante, La patria è un’arancia di Felix Luis Viera, Fuori dal gioco di Heberto Padilla (2011), Il peso di un’isola di Virgilio Piñera, Hasta siempre Comandante - Opera poetica di Nicolas Guillén. I suoi romanzi Calcio e acciaio - dimenticare Piombino (Acar) e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (Historica) sono stati presentati al Premio Strega.. Sito internet: www.infol.it/lupi - mail: lupi@infol.it.

POSTFAZIONE PERSONALE

Perché scrivo poco di Cuba

Non mi occupo molto di Cuba da un po’ di tempo a questa parte. Qualcuno mi fa notare che è un male, che potrebbe essere interpretato come un segnale di un certo tipo. Bene. Mi fa piacere che qualcuno abbia a cuore le sorti di quel che dico e di quel che faccio, più di quanto le abbia a cuore io. Vorrei spiegare anche a me stesso il motivo per cui mi occupo meno di Cuba da un punto di vista politico, ma non smetto di leggere e tradurre letteratura cubana, né di vedere pellicole caraibiche, né di ascoltare buona musica che proviene dall’Isola. Vorrei spiegarmelo il motivo, ma non ci riesco, almeno non ci riesco in maniera convincente e definitiva.

Provo a buttare lì qualche argomento, ma si tratta solo di esempi.

In Italia vivono moltissimi cubani, quasi nessuno fa politica, pochi conoscono l’esistenza dei blogger indipendenti, la maggioranza dei cubani esuli pensa solo a mandare soldi a casa, cercando di avere meno problemi possibili con il regime. Parola d’ordine: “Non mi occupo di politica!”. Io, in compenso, per scrivere della loro terra, ho perso la possibilità di rientrare a Cuba.

I dissidenti cubani spesso non sono migliori di chi li governa (male), molto spesso raccontano balle degne di Fidel Castro (che almeno le sapeva dire), in tanti casi inventano di sana pianta, diffondono cattiva informazione, rendono incredibili persino le cose credibili. Per esempio, la stampa alternativa racconta la storia di un’attrice cubana picchiata a sangue da agenti in borghese perché colpevole di simpatie anticastriste. Come si fa a prendere la notizia per oro colato, visti i precedenti? Chi mi assicura che la verità stia nei racconti dei dissidenti e non nella versione ufficiale di una donna malmenata per una lite dai vicini di casa? Mi pare che una volta l’abbia scritto Leonardo Padura Fuentes (voce autorevole della cultura cubana): “Servirebbe una vera stampa libera e indipendente perché sia i giornali di regime che i periodici alternativi non sono affidabili”.

Aggiungiamo un’altra postilla.

Mi scrivono da una località italiana dove organizzano un festival di cinema che vorrebbero invitare Yoani Sánchez e proiettare Forbidden Voices, la blogger cubana dovrebbe parlare anche a nome della blogger cinese e di quella iraniana. Ora, a parte che io non sono l’agente di Yoani ma solo il traduttore, mi domando come potrebbe Yoani Sánchez parlare a nome di situazioni che non vive e che non conosce? Forbidden Voices è un buon film di cui per primo ho parlato in termini entusiastici, ma fin da subito ho sottolineato che tra un dissidente cubano e un cinese (o iraniano) corre una differenza abissale in termini di rischi e di sicurezza personale.

Concludiamo dicendo che ultimamente il blog di Yoani Sánchez non è che regali quelle perle di originalità, di realismo e di letteratura che in precedenza aveva elargito ai lettori. Crisi? Aggiungo: crisi sua o crisi mia? Non ho certezze, come vedete, ma solo tanti dubbi, che affiorano e che da un po’ di tempo a questa parte si sono fatti insistenti, inquietanti, opprimenti. E la cosa mi pesa, se non ne scrivo, con grande franchezza, come sono abituato a fare. Anche perché - a differenza di molti, schierati per interesse da una parte o dall’altra - non ho in ballo niente da tutelare, né il mio nome, né la mia credibilità, né un posto di potere, né una carriera costruita su menzogne e incantamenti.

In ogni caso, lontano da Cuba, ho riscoperto il cinema italiano del passato, le pellicole che ho sempre amato, mi sono dedicato a un’altra delle passioni della mia vita, la sola cosa che mi accomuna al grande Guillermo Cabrera Infante. E mi sono occupato della mia piccola Piombino, la mia città, riscoprendo la sua storia, le sue leggende, il suo passato. Sono andato alla ricerca del tempo perduto, consapevole che parte di questo tempo passa anche lungo le strade polverose di Cuba, nonostante tutto.

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