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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

personaggi da conoscere

Clelia

28 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Clelia

Nel 507 a.c., come pegno di pace, il re Porsenna si è fatto consegnare dai romani alcune giovinette.

Una notte, una di queste, chiamata Clelia, alla testa di alcune sue compagne, riesce a fuggire. Le ragazze attraversano a nuoto il Tevere e tornano a Roma. Ma i cittadini romani, invece di accoglierle con gioia, le riaccompagnano al campo etrusco dicendo: “La parola data è sacra.”

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Porsenna

27 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Porsenna

Nel 509 a.C., quando l'ultimo re di Roma, Tarquinio detto il Superbo, cacciato dalla città, fuggì verso il nord, chiese asilo a Porsenna, lucumone (alto magistrato) di Chiusi.

Intanto a Roma era stata instaurata la repubblica: convocato un grande comizio centuriato, si era deciso che mai più un re avrebbe disposto del destino di Roma.

Vennero nominati due consoli che, insieme e di comune accordo col senato, avrebbero governato la città. Intanto Tarquinio tramava per tornare sul trono e convinse Porsenna a marciare verso Roma con un grande esercito, d'altronde fino a che la dinastia dei Tarquini aveva governato, Roma,pur avendo rosicchiato territori all'Etruria, non aveva raso al suolo le sue città come era accaduto per Albalonga e molte altre. Porsenna capì che non era il caso di trascurare le vicende romane e giunse alle mura della città, cingendola d'assedio. Porsenna vinse la guerra, dettò condizioni di pace molto severe, impose fra le altre cose il completo disarmo -il ferro si poteva forgiare esclusivamente per costruire attrezzi agricoli - ma non restaurò il trono di Tarquinio il superbo e, per far riconoscere la sottomissione di Roma, si fece regalare un trono d’avorio, una corona d’oro, un manto regale, uno scettro e dei calzari, tutti simboli della regalità etrusca.

Ottenuto il successo, rivolse le sue attenzioni verso il sud, per riconquistare le colonie etrusche della Campania, allo scopo inviò il figlio Arnth contro Ariccia. Pur dotato di forze inferiori, Arnth attaccò con decisione e coraggio e, proprio quando la città latina stava per cadere, sopraggiunse un corpo di spedizione greca e il risultato fu capovolto. Arnth stesso trovò la morte in battaglia e Porsenna, distrutto, si ritirò di nuovo nella sua città. Di lui restano miti e leggende scritte dai romani nei secoli a venire che occultano certamente la verità storica, ma che sono rimaste nella nostra memoria fin dalle scuole elementari, chi non ricorda infatti la storia di Orazio Coclite o di Muzio Scevola?

Il primo, Publio Orazio detto Coclite perché privo di un occhio, difese Roma quando gli Etruschi stavano per occupare il Gianicolo, egli riuscì da solo a fermare l'avanzata, mentre i romani distruggevano il ponte alle sue spalle, impedendo in tal modo all'invasore l'ingresso in città. Temerariamente, con la spada urlando, li affrontò uno a uno senza che i loro giavellotti riuscissero a colpirlo. Quando il ponte fu distrutto egli si tuffò nel Tevere e si mise in salvo.

L'altro episodio avvenne, sempre secondo la leggenda, durante l'assedio di Porsenna quando Muzio Cordo, propose al Senato un piano per intrufolarsi nell'accampamento etrusco e uccidere il lucumone. Egli osservò il suo nemico e il segretario che distribuivano le paghe ai soldati e, quando riuscì ad avvicinarli, per un tragico scambio di persona uccise il segretario e non Porsenna. Fu catturato e portato al cospetto del re, dove, senza il minimo tentennamento, mise la sua mano destra sul braciere e ve la lasciò finché non fu completamente bruciata dicendo: ”Ero qui per uccidere te. Sono romano e il mio intento era quello di liberare la mia patria, ma ho fallito e quindi punisco quella parte del mio corpo resasi colpevole di questo imperdonabile errore”.

Da quel giorno e per l'eternità fu chiamato Muzio Scevola (il Mancino)

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Tarquinio il Superbo

25 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Alla morte di Servio Tullio i senatori trassero un sospiro di sollievo credendo che Lucio Tarquinio, con cui si erano accordati, rispettasse i patti, ma egli si sedette sul trono ancora caldo del suo predecessore senza chiedere il loro permesso. Appena preso il potere, si mostrò un vero tiranno e per questo fu soprannominato “il superbo”, proprio per distinguerlo dal primo Tarquinio della sua dinastia.

Era un uomo violento e aggressivo, negò la sepoltura di Servio Tullio, perseguitò i senatori, oppresse il popolo e con la forza mantenne il controllo della città durante il suo regno. Creò un regime autoritario e fu despota a tal punto da unire, per la prima volta, nell'odio verso la sua figura, patrizi e plebei.

La maggior parte del suo tempo la trascorse a fare guerre, avvalendosi di un esercito ormai molto numeroso, composto da qualche decina di migliaia di uomini, soggiogò tutta l'Etruria e le sue colonie meridionali fino a Gaeta. Roma aveva conquistato tutto il versante tirrenico della penisola, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, e, sotto il regno del Superbo, fu terminata la costruzione del tempio di Giove Capitolino.

Il suo regno ebbe termine in seguito all'offesa arrecata da suo figlio Sesto a Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La leggenda narra che il figlio del re volle conquistare la moglie di Collatino per una sorta di scommessa tra i due a chi avesse la moglie più fedele. Un'altra versione vuole che, invece, vedendola così pudica e riservata a tessere la tela in attesa del marito, fosse preso dal desiderio di possederla e la violentò. In entrambi i casi la storia termina con Lucrezia che si trafigge il cuore con un pugnale dopo aver raccontato il fatto. Narra allora Tito Livio che Lucio Giunio Bruto, nipote del re, estratto il pugnale dalle sue carni, esclamò: «Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma» (I 59). Poi, esortò il senato ad abbattere la monarchia. È evidente che la leggenda di Lucrezia che tesse la tela richiama quella di Penelope che aspettava Ulisse, però la storia dice che per un motivo o per un altro fu proprio Giunio Bruto l’artefice della rivolta che portò alla nascita del regime di libertà (libertas) e del consolato (consolatus). In un primo momento, Tarquinio il Superbo si precipitò a Roma, deciso a difendere il potere, ma alla fine fu costretto a fuggire in esilio.

Rifugiatosi per qualche tempo a Tuscolo, morì a Cuma nel 495.

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Orazio Coclite

24 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Orazio Coclite

L’esercito etrusco si dirige verso il ponte Sublicio, se il re etrusco Lars Porsenna, supremo lucumone di Chiusi, accampato sul Gianicolo, riuscirà a passare il fiume, Roma sarà sua.

All’imbocco del ponte sta un solo soldato romano: Orazio, detto Coclite perché cieco da un occhio. Ha la spada sguainata e imbraccia lo scudo, sbaraglia da solo molti nemici.

Sull’altra riva del fiume alcuni soldati romani abbattono con le scuri i sostegni del ponte. “Tagliate”, grida Orazio, poi si getta nel fiume e raggiunge a nuoto i compagni. (Polibio, però, sostiene che affogò).

Roma è salva ma solo per poco, alla fine si arrende e deve consegnare parte del territorio a Veio.

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Servio Tullio e l'inizio del capitalismo

23 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Servio Tullio e l'inizio del capitalismo

Alla morte di Tarquinio Prisco, la moglie Tanaquilla, che non era stata soltanto la sua compagna ma aveva con lui condiviso i problemi di stato, dedicandosi all'amministrazione e alla politica estera, fece credere che il marito fosse soltanto ferito gravemente e, in attesa si riprendesse, lo avrebbe sostituito il figlio Servio. Era una donna colta ed emancipata e, quando riuscì a passare la corona al figlio, questi fu il primo re di Roma non eletto dal popolo. Racconta Tito Livio che “... alla morte di Tarquinio Prisco, grazie agli sforzi della regina (Tanaquil) Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura non definitiva, ma conservò a lungo il regno conquistato con l'inganno, con tanta abilità che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo.”

Non è del tutto chiaro se Servio Tullio fosse realmente il figlio, o semplicemente un successore da lei designato, ma fu sicuramente un re illuminato che condusse e portò a termine le più importanti imprese. Prima fra tutte, la nuova cerchia di mura intorno alla città che servì a dar lavoro alla classe meno abbiente, necessitando per la costruzione la manodopera di muratori, piccoli artigiani che videro in lui un benefattore.

Roma era enormemente cresciuta anche come popolazione, il diritto al voto era detenuto solo dalla popolazione iscritta ai Comizi Curiati, come abbiamo detto, inizialmente composti dagli incaricati delle trenta curie che rappresentavano tutta la popolazione romana di trenta-quarantamila persone. Ora il numero dei residenti aveva sicuramente raggiunto almeno i centomila, così, come primo provvedimento, Servio Tullio diede diritto di voto ai libertini, cioè ai figli dei liberti o schiavi liberati, creandosi un forte zoccolo duro di proseliti, pronto ad appoggiarlo in ogni decisione. Come secondo provvedimento, abolì le vecchie curie che rappresentavano le più antiche famiglie di Roma, istituì cinque classi definite non in base alla provenienza, bensì al loro patrimonio. Gli appartenenti alla prima classe dovevano dimostrare di detenere un patrimonio di almeno centomila assi, l'ultima di dodicimilacinquecento.

Il sistema precedente era formato da un esatto numero uguale di centurie con uguale diritto di voto, ora le classi si differenziavano per numero di appartenenti e la più numerosa era proprio la prima classe che da sola deteneva la maggioranza, cosicché, anche se le altre si coalizzavano, non riuscivano a batterla. Diventò quello che oggi definiremmo un regime capitalista e il Senato poteva ben poco: Servio Tullio, pur non essendo stato eletto, aveva l'appoggio incondizionato delle classi abbienti a cui aveva dato nuovo potere e, allo stesso tempo, del popolino cui aveva dato lavoro, salari sicuri e cittadinanza.

Così amato e ammirato poté togliersi anche diversi sfizi personali, fu il primo re a indossare una corona aurea e, seduto sul suo trono d'avorio, reggeva uno scettro sormontato da un'aquila. Onde evitare di fare la fine del suo predecessore, si circondò di una guardia personale armata. Purtroppo però tutto questo non bastò e venne ucciso dal genero Lucio Tarquinio che poteva liberamente circolare nella reggia.

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Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

20 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

Con la storia dei Re di Roma arriviamo così intorno all'anno 600 avanti Cristo. Le cose erano parecchio cambiate, Roma non era più una piccola città e con le campagne di guerra erano cresciute le esigenze, si era dato impulso all'industria e al commercio più che all'agricoltura come avveniva in passato. Le botteghe erano piene di garzoni, di apprendisti che, a loro volta, appena imparato il mestiere aprivano attività indipendenti, l'aumento dei salari faceva accorrere gente dalle campagne ma, con l'arrivo dei soldati di ritorno dalle guerre, la città si riempiva anche di schiavi.

Era finita la perfetta democrazia casalinga che Roma aveva istituito e adottato, ora vi era una classe che formava il “plenum” da cui plebe. Fu proprio a questi ultimi che, morto Anco Marzio, si rivolsero le famiglie etrusche che erano, sì in minoranza, ma anche le più ricche, proprio grazie ai commerci e alle attività. Tito Livio nella sua “Ab urbe condita” scrive che tal Lucio Tarquinio fu il primo a cercare l'appoggio di questa nuova classe ignorante e povera e lo fece intrigando in maniera poco corretta. Nessuno si era mai rivolto prima alla plebe, perché la plebe non c'era. Nei comizi curiati erano tutti uguali e non esistevano differenze sociali. Questo Lucio Tarquinio era un giovane di bell'aspetto, proveniva da Tarquinia, era figlio di un greco e si era sposato con una donna etrusca, disponeva di una discreta ricchezza e gli piaceva spenderla in piaceri personali: scialacquone e ambizioso, si metteva in risalto in mezzo a una popolazione dagli austeri costumi. Era colto, sapeva di geografia, filosofia e matematica.

La plebe non aveva diritto di voto ma la massa di cui era composta era disposta a scendere in piazza per appoggiarlo con la speranza che un re straniero avrebbe fatto valere maggiormente i diritti degli stranieri. Forse con una certa ammirazione mista ad invidia, il popolo scelse lui che, una volta eletto, prese il nome di Tarquinio Prisco.

Fu un re autoritario e guerriero, fu il primo re a far costruire una reggia per sé e la famiglia e nella reggia fece innalzare un trono su cui sedere quando prendeva le sue importanti decisioni. Continuò con la politica delle guerre e conquistò tutto il Lazio e poi iniziò a salire verso nord e per fare questo ebbe bisogno di armi, di rifornimenti che le famiglie etrusche provvedevano a procurare ingrassando i loro affari.

Roma sotto il suo regno fece un grosso cambiamento: Tarquinio Prisco fece costruire strade, quartieri ben definiti, case vere e proprie non più capanne, la piazza ove riunirsi, i primi monumenti e, più importante di tutto, la prima fogna cittadina: la cloaca massima. Il radicale cambiamento dello stile di vita portato in città gli procurò il dissenso degli anziani del Senato che erano ancora legati alle vecchie tradizioni, che soffrivano che lui fosse un decisionista e non ascoltasse i loro consigli; lo avrebbero volentieri fatto destituire ma dalla sua parte aveva la plebe, il popolo numeroso e rumoroso disposto a difenderlo con la vita. Così, per liberarsi di lui, per riprendere in mano le redini della loro città, commissionarono il suo omicidio, ma commisero il grave errore di lasciare in vita il figlio e la moglie.

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Lucrezia

17 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende, #personaggi da conoscere

Lucrezia

I primi re di Roma erano tutti latini. Poi vennero gli Etruschi. I più vecchi e i più saggi fra loro furono nominati senatori. Infine un etrusco diventò re di Roma, e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Dapprima i Romani erano contenti di avere re etruschi che abbellivano la città con palazzi e templi, bonificavano i campi, portavano in città acqua potabile costruendo acquedotti. Le botteghe degli artigiani lavoravano alacremente e i loro prodotti erano venduti in tutto il Lazio fino a quelle terre meridionali dove si erano stabiliti i Greci. Anche i Greci fabbricavano armi, vasi, stoffe, gioielli e avrebbero voluto vendere le loro merci nel Lazio.

Fra Etruschi e Greci scoppiò una guerra e gli Etruschi furono vinti. I Romani approfittarono di questa sconfitta per cacciare i re etruschi. Ormai avevano imparato quello che c’era da imparare e non volevano più padroni stranieri. E così avvenne che i re etruschi furono cacciati per sempre.

Molti erano stati i re di Roma ma col passare del tempo si parlò solo di sette re. Quattro latini, cioè Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio e tre etruschi, cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la monarchia diventò assoluta e grande fu l’influenza Etrusca.

Una sera, racconta Livio, durante un assedio, il figlio del re, Sesto, discuteva con Collatino della fedeltà delle proprie mogli. Collatino propose che prendessero i cavalli e andassero a Roma a sorprendere le loro consorti nel cuore della notte. La moglie di Sesto fu trovata a banchettare con gli amici, mentre quella di Collatino, Lucrezia, era intenta a filare la lana per confezionare un abito al marito. Sesto fu preso dal desiderio di mettere alla prova la fedeltà di Lucrezia, perse la testa per la bella e pudica moglie altrui, e tornò segretamente da lei, prendendola con la violenza.

« Nocte intempesta nostram devenit domum. »

«Venne da me nel cuore della notte. »

(Varrone De lingua Latina VI 7)

Ecco, non possiamo non pensare a Igraine, moglie del duca di Cornovaglia, presa con l’inganno da Uther Pendragon, col quale generò Artù, non posiamo non vedere Uther che cavalca l’alito del drago per attraversare il fossato ed entrare nel castello di Tintagel.

Ma Lucrezia non partorisce un re, bensì, dopo aver raccontato tutto al padre e al marito e aver fatto loro giurare che l’avrebbero vendicata, si toglie la vita con un pugnale nascosto sotto le vesti. E qui capiamo che la morale celtica era diversa da quella romana.

La tradizione vuole che sia stato questo increscioso episodio a decretare la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.

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Carlo Cipparrone "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"

13 Giugno 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Carlo Cipparrone  "Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi"

Carlo Cipparrone

Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi

Edizioni Orizzonti Meridionali - Pag. 132 – Euro 12

Carlo Cipparrone scrive un ispirato ricordo di Carlo Betocchi, poeta conosciuto nella sua Cosenza molti anni fa, quando lui era soltanto un aspirante poeta in cerca di consigli e voleva entrare in sintonia con un grande autore della nostra letteratura. La parte più affascinante del libro vede la riproduzione de Il vetturale di Cosenza di Carlo Betocchi (contenuta ne L’estate di San Martino, Mondadori 1961), pubblicata su concessione della casa editrice milanese, che ripercorre le emozioni suscitate nel poeta dal viaggio in terra calabrese. Altrettanto interessante Betocchi (e la comune strada), lirica ispirata e sentita, composta da Cipparrone in ricordo del poeta e del loro incontro, che rievoca la nascita di un’amicizia e gli scambi epistolari, le confidenze, gli incentivi a continuare e a pubblicare liriche, ricevuti dal poeta.

Il libro è corredato da lettere e cartoline postali - non le fredde mail dei nostri giorni - che Betocchi e Cipparrone si sono scambiate nel corso degli anni, vero e proprio monumento alla disponibilità e all’altruismo di un uomo che non pensava soltanto alla sua arte ma trovava il tempo per leggere manoscritti e non mancava di dare consigli ai giovani poeti. Interessante la parte in cui Betocchi fa capire a Cipparrone che per scrivere poesia non è necessario aver compiuto studi classici, perché la lirica è soprattutto tecnica e - a suo parere - mestieri diversi possono coesistere. Betocchi porta se stesso come esempio, geometra impegnato nei cantieri, ma anche i colleghi Quasimodo, Lisi, Bargellini e gli ingegneri Gadda, Sinisgalli e Vittorini.

Ne vien fuori un bel ritratto di Betocchi, sobrio nel mangiare, attento a curare la sua ulcera gastrica, prodigo di consigli, curioso mentre visita una terra sconosciuta e chiede di leggere autori promettenti.

Carlo Cipparrone conclude un libro interessante con una breve antologia di poeti calabresi: Lorenzo Calogero, Nerio Nunziata, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, Silvio Vetere. Un solo appunto. Non sarebbe stata di troppo una piccola antologia contenente i versi degli autori citati, perché del solo Nunziata possiamo leggere alcuni passi ispirati, mentre gli altri restano ingabbiati in una sterile biografia con elencazione di titoli. Sarà per la prossima edizione aggiornata.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lu
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Romolo

12 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Romolo

Al contrario degli odierni cittadini di Roma che prendono tutto per scherzo, gli antichi romani prendevano tutto sul serio, se si prefiggevano uno scopo lo raggiungevano a qualunque prezzo e a qualunque ragione, non per niente con questo spirito hanno conquistato il mondo.

Fra le varie teorie sulla nascita di Roma, una tra le più accreditate vuole che a fondarla fossero gli Etruschi. Sembra infatti che il nome Roma derivi dall'etrusco “Rumon” che significa fiume e se questo corrisponde al vero bisogna dedurre che la prima popolazione romana fosse formata non solo da latini e sabini (come vuole la leggenda del famoso “ratto”) ma anche da etruschi . Addirittura certi storici attribuiscono a Romolo stesso cittadinanza etrusca.

Gli Etruschi, navigatori provetti e commercianti, pare che durante i loro viaggi “commerciali”, avessero fondato un piccolo villaggio sul Tevere e lì li trovarono Latini e sabini quando vi giunsero. Avevano creato un comodo scalo per fermarsi con le loro navi durante la navigazione sul Tirreno. Gli indigeni laziali non legarono con il popolo etrusco, certamente più evoluto, e ci si misero d'impegno per distruggerli. Di essi vollero epurare ogni cosa, cultura, tradizioni e storia e se questo è vero di Romolo, in seguito gli storici cambiarono anche l'identità di nascita.

Punto fermo di tutti gli storici e di ogni teoria circa la nascita di Roma è che Romolo fu il primo re, il fondatore. A lui successe Numa Pompilio, un uomo mite e molto religioso. Siccome fra i tre popoli che componevano la sua città vi era un discreto miscuglio di credenze, egli decise di mettervi ordine. Stabilì un grado di importanza tra gli dei e, per farsi ubbidire, raccontava che a suggerirgli e a dargli istruzioni fosse direttamente la ninfa Egeria che lo raggiungeva durante il sonno. In questo modo riuscì a compiere un'opera politica fondamentale, cioè aggregare le tre dinastie diverse che componevano il popolo di Roma e questo tornò utile ai re che gli succedettero, perché ebbero a disposizione un popolo unito per affrontare le guerre vittoriose contro le altre città rivali.

I re di Roma non venivano eletti per diritto di successione, ma erano scelti dal popolo. Le tre tribù erano divise in curie (quartieri) e ogni curia in dieci gens (casate), le casate in famiglie. Le curie si riunivano due volte l'anno e in occasione della morte del re, durante il comizio curiato eleggevano il successore. Tutti avevano il medesimo diritto di voto, la maggioranza decideva, il re eseguiva. Era la realizzazione della democrazia assoluta e funzionava bene, almeno fino a quando la città restò un piccolo paese che viveva dentro le proprie mura. Di seguito narreremo come si è evoluta la democrazia romana.

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Divine

11 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #personaggi da conoscere

Divine

DIVINE

di Flavia Piccinni

Quattro puntate di Passioni

a cura di Cettina Flaccavento

Radio 3 dedica quattro puntate di Passioni

ad altrettante grandi donne

in onda sabato 11 e domenica 12 giugno alle 14.00

in onda sabato 18 e domenica 19 giugno alle 14.00

Quattro donne protagoniste di altrettante monografie. Quattro donne che hanno vissuto da protagoniste la loro epoca, e che sono state in parte dimenticate. Quattro donne che Radio3 Rai ricorda con la scrittrice Flavia Piccinni in altrettante puntate del programma Passioni.

Qual è la risposta? Sono queste le parole di Gertrude Stein, sul letto di morte, alla compagna di una vita Alice Toklas che si limitò ad abbracciarla, lasciando che il suo respiro si facesse più lento, e che poco prima di sparire domandasse, ancora, a sintesi perfetta di una vita: Allora, qual è la domanda?

Qual è la risposta? Si chiede adesso, a distanza esatta di 70 anni da quel giorno d’estate, la scrittrice Flavia Piccinni. E lo fa ripercorrendo la vita e le opere, ma anche ricostruendo le ambizioni e le aspirazioni di quattro grandi donne del Novecento che, in modo diverso ma con uguale intensità, hanno lasciato andare un filo nel tempo: la loro personalissima, unica, irripetibile risposta all’arte e all’amore. Forse, anche alla vita.

Protagoniste di Divine – Donne del Novecento sono quattro donne che con personalità, coraggio e determinazione hanno cambiato il loro destino, lasciando una traccia nelle rispettive epoche. C’è Fausta Cialente e la sua scrittura che si avvita a Paesi levantini e restituisce romanzi e racconti che negli anni sono stati completamente dimenticati. Ma anche Lina Merlin che fece della sua fede politica e del suo rigore una traccia per migliaia di donne. E poi Luisa Spagnoli che fondò dal niente in una Perugia di neve e di guerra un impero di cioccolatini e si dedicò alla moda seguendo l’istinto. E, appunto, Gertrude Stein, scrittrice dalla mirabolante e sterminata opera, dal successo tardivo e dall’incredibile capacità di tradurre in parole l’arte, costruendo immagini intraducibili e allestendo intorno alla sua persona nella Parigi del dopoguerra un cenacolo di pittori, scultori e poeti che non ebbe uguali nella mitica casa studio di rue de Fleurus 27.

Attraverso testimonianze inedite, materiale d’archivio, interviste a studiosi e intellettuali, Flavia Piccinni guida l’ascoltatore nella vita e nelle storie di queste donne incredibili. Il risultato sono quattro puntate monografiche che accompagnano il lettore nel cuore del Novecento e nella sua spietata logica, che porta alla dimenticanza. Perché, come era solita ripetere proprio Gertrude Stein: “Dove, suo malgrado, muore una rosa, l’anno dopo ne nasce una nuova”. Sta a noi però difendere la memoria dei boccioli passati, e futuri.

in onda sabato 11 giugno alle 14.00

Luisa Spagnoli

Una nota casa di moda porta il suo nome, eppure Luisa Spagnoli dal cuore dell’Umbria, a Perugia, costruì la sua vita non fra le stoffe, ma fra i dolciumi, creando il celebre Bacio Perugina (che nacque per recuperare materiale di scarto, e che Luisa Spagnoli voleva chiamare “cazzotto”) o la caramella Rossana. Una donna in un mondo di uomini che seppe anticipare il futuro, ma soprattutto dominare la vita con straordinaria creatività e inventiva.

in onda domenica 12 giugno alle 14.00

Fausta Cialente

Grandissima scrittrice, e grandissima “escapista”. Una maga, al pari di Houdini, che sa prodigiosamente sottrarsi al tempo e ai suoi obblighi. Vincitrice del Premio Strega nel 1976 con Le quattro ragazze di Wieselberger, e autrice di romanzi dal cuore levantino come Pamela o la bella estate (1962), Un inverno freddissimo (1966), Il vento sulla sabbia (1972), Fausta Cialente resta un talento dimenticato – forse per segreto desiderio della stessa autrice – della narrativa contemporanea, una “straniera dappertutto”.

in onda sabato 18 giugno alle 14.00

Lina Merlin

Ci sono donne, e battaglie, che vengono capite con gli anni. Questo forse è il caso di Lina Merlin, e della legge che porta il suo nome e che cambiò un’epoca. È bastato “in Italia un colpo di piccone alle case chiuse per far crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la loro più sicura garanzia”. Così scriveva Indro Montanelli in Addio Wanda, il libro pubblicato in opposizione alla legge Merlin. E partendo da queste parole inizia il viaggio nella storia, e nel cuore, di una donna coraggiosa, instancabile, libera e testarda.

in onda domenica 19 giugno alle 14.00

Gertrude Stein

“Noi abbiamo internamente sempre la stessa età”. È solo uno dei celebri aforismi di Gertrude Stein, che costellò la sua vita di incontri e d’arte. Partendo dallo studio di rue de Fleurus 27, ma ancor prima dalla vita americana, e da quello che Gertrude Stein era prima dell’arrivo a Parigi e dell’incontro con pittori come Picasso e Matisse, a metà fra il racconto e il viaggio in un museo interiore, Flavia Piccinni racconta la più incredibile scrittrice americana del Novecento.

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