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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

personaggi da conoscere

In occasione della morte del lider maximo

27 Novembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

RISTAMPA AGGIORNATA DI ALMENO IL PANE, FIDEL! NEL DECENNALE DELLA SUA USCITA

2006 - 2016

Almeno il pane, Fidel! - Cuba quotidiana, il periodo speciale, il potere a Raúl

Historica, 2016 - Pag. 250 - Euro 14.

Seconda edizione riveduta e ampliata di Almeno il pane Fidel!, guida alternativa alla Cuba turistica, da cartolina, che tanto piace al regime. Un libro che rappresenta una sincera analisi di un paese allo sbando che ha abbandonato da tempo il sogno della Rivoluzione Socialista, con un Fidel Castro ormai ridotto al ruolo di mummia da esporre in televisione. Il volume si apre con un reportage di viaggio datato 2005, l’ultimo prima che Gordiano Lupi venisse dichiarato dal regime persona non gradita, si avventura in una ricostruzione della storia cubana, traccia un quadro dei problemi quotidiani e racconta gli ultimi anni caratterizzati dalle riforme di Raúl Castro. Un capitolo finale scritto da Domenico Vecchioni dimostra come niente sia cambiato per il cubano medio nonostante un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Sono pochi gli elementi di novità per una Cuba che vorrebbe cambiare, per un popolo stanco, con il pensiero rivolto alla fuga, annichilito da cinquant’anni di dittatura, incapace persino di ribellarsi. UN articolo finale di Domenico Vecchioni.

IL VECCHIO STRILLO DI STAMPA ALTERNATIVA

Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana nel periodo speciale – Pagine 192 - euro 10,00 – Stampa alternativa – Viterbo, 2006 (esaurito)

Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato. Gli argomenti: Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005), I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione. Intervista a una jinetera. Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta, Vita da jinetera, Cuba particular – Sesso all’Avana, Adiós Fidel, Il mio nome è Che Guevara, Mister Hyde all'Avana, Il canto di Natale di Fidel Castro, Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole. Lavori recenti di argomento cubano: Nero Tropicale, Cuba Magica – conversazioni con un santéro, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe, Avana Killing, Mi Cuba, Sangue Habanero, Fame - Una terribile eredità, Fidel Castro – Biografia non autorizzata. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante, La patria è un’arancia di Felix Luis Viera, Fuori dal gioco di Heberto Padilla (2011), Il peso di un’isola di Virgilio Piñera, Hasta siempre Comandante - Opera poetica di Nicolas Guillén. I suoi romanzi Calcio e acciaio - dimenticare Piombino (Acar) e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (Historica) sono stati presentati al Premio Strega.. Sito internet: www.infol.it/lupi - mail: lupi@infol.it.

POSTFAZIONE PERSONALE

Perché scrivo poco di Cuba

Non mi occupo molto di Cuba da un po’ di tempo a questa parte. Qualcuno mi fa notare che è un male, che potrebbe essere interpretato come un segnale di un certo tipo. Bene. Mi fa piacere che qualcuno abbia a cuore le sorti di quel che dico e di quel che faccio, più di quanto le abbia a cuore io. Vorrei spiegare anche a me stesso il motivo per cui mi occupo meno di Cuba da un punto di vista politico, ma non smetto di leggere e tradurre letteratura cubana, né di vedere pellicole caraibiche, né di ascoltare buona musica che proviene dall’Isola. Vorrei spiegarmelo il motivo, ma non ci riesco, almeno non ci riesco in maniera convincente e definitiva.

Provo a buttare lì qualche argomento, ma si tratta solo di esempi.

In Italia vivono moltissimi cubani, quasi nessuno fa politica, pochi conoscono l’esistenza dei blogger indipendenti, la maggioranza dei cubani esuli pensa solo a mandare soldi a casa, cercando di avere meno problemi possibili con il regime. Parola d’ordine: “Non mi occupo di politica!”. Io, in compenso, per scrivere della loro terra, ho perso la possibilità di rientrare a Cuba.

I dissidenti cubani spesso non sono migliori di chi li governa (male), molto spesso raccontano balle degne di Fidel Castro (che almeno le sapeva dire), in tanti casi inventano di sana pianta, diffondono cattiva informazione, rendono incredibili persino le cose credibili. Per esempio, la stampa alternativa racconta la storia di un’attrice cubana picchiata a sangue da agenti in borghese perché colpevole di simpatie anticastriste. Come si fa a prendere la notizia per oro colato, visti i precedenti? Chi mi assicura che la verità stia nei racconti dei dissidenti e non nella versione ufficiale di una donna malmenata per una lite dai vicini di casa? Mi pare che una volta l’abbia scritto Leonardo Padura Fuentes (voce autorevole della cultura cubana): “Servirebbe una vera stampa libera e indipendente perché sia i giornali di regime che i periodici alternativi non sono affidabili”.

Aggiungiamo un’altra postilla.

Mi scrivono da una località italiana dove organizzano un festival di cinema che vorrebbero invitare Yoani Sánchez e proiettare Forbidden Voices, la blogger cubana dovrebbe parlare anche a nome della blogger cinese e di quella iraniana. Ora, a parte che io non sono l’agente di Yoani ma solo il traduttore, mi domando come potrebbe Yoani Sánchez parlare a nome di situazioni che non vive e che non conosce? Forbidden Voices è un buon film di cui per primo ho parlato in termini entusiastici, ma fin da subito ho sottolineato che tra un dissidente cubano e un cinese (o iraniano) corre una differenza abissale in termini di rischi e di sicurezza personale.

Concludiamo dicendo che ultimamente il blog di Yoani Sánchez non è che regali quelle perle di originalità, di realismo e di letteratura che in precedenza aveva elargito ai lettori. Crisi? Aggiungo: crisi sua o crisi mia? Non ho certezze, come vedete, ma solo tanti dubbi, che affiorano e che da un po’ di tempo a questa parte si sono fatti insistenti, inquietanti, opprimenti. E la cosa mi pesa, se non ne scrivo, con grande franchezza, come sono abituato a fare. Anche perché - a differenza di molti, schierati per interesse da una parte o dall’altra - non ho in ballo niente da tutelare, né il mio nome, né la mia credibilità, né un posto di potere, né una carriera costruita su menzogne e incantamenti.

In ogni caso, lontano da Cuba, ho riscoperto il cinema italiano del passato, le pellicole che ho sempre amato, mi sono dedicato a un’altra delle passioni della mia vita, la sola cosa che mi accomuna al grande Guillermo Cabrera Infante. E mi sono occupato della mia piccola Piombino, la mia città, riscoprendo la sua storia, le sue leggende, il suo passato. Sono andato alla ricerca del tempo perduto, consapevole che parte di questo tempo passa anche lungo le strade polverose di Cuba, nonostante tutto.

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Yeshua' bar Yosef

14 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Yeshua' bar Yosef

Per molti anni Roma restò in pace, tanta gente lavorava e pagava le tasse in cambio di stabilità e modernità. Sorgevano città con grandi palazzi, le strade solcavano tutto l’Impero, le navi raggiungevano i porti più lontani. Fino a quando l'Urbe si era ingrandita, ogni paese conquistato aveva portato nuove ricchezze che erano servite per pagare i soldati, per costruire le strade, per mantenere l’ordine e la sicurezza. Poi l’Impero smise di ingrandirsi, divenne difficile tenere insieme e difendere un luogo così ampio. Tutti pagavano le tasse ma i poveri non ne erano contenti. C’erano poi anche gli schiavi, considerati spesso, anche se non sempre, alle stregua di strumenti.

Gesù nacque nella terra degli Ebrei, predicò rivolgendosi ai poveri, agli schiavi, ai senza speranza. Yeshua’ bar Yosef era un ebreo osservante, che predicava la purezza dei costumi, il ritorno all’ebraismo più genuino, l’imminente venuta del regno di Dio, la lettura approfondita della Torah. Tutti temi, questi, fortemente giudei. Non si capisce Gesù se non lo si guarda da un punto di vista ebreo e non cristiano. Il cristianesimo è nato molto dopo la sua morte, con Paolo di Tarso, con l’importanza data alla Resurrezione del Dio incarnato, più che alla vita e alla predicazione dell’uomo; ma i cristiani degli inizi non erano cristiani, bensì ebrei, e lo sono rimasti per tutto il primo secolo. Più ci avviciniamo alla figura del Cristo che conosciamo, quello che emerge dalle interpretazioni della chiesa cattolica, più ci allontaniamo da ciò che veramente era Gesù.

Non sarebbe passato molto tempo, Maria ne era certa, che le persone avrebbero dimenticato del tutto Yeshua’ di Nazareth e ricordato solo la sua vittoria sulla morte, creando attorno a lui, profeta del quinto Regno, chissà quale idolatria, quale religione.” (L’uomo del sorriso pag 270)

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Antonio e Cleopatra

20 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Antonio e Cleopatra

I will tell you.

The barge she sat in, like a burnished throne,

Burned on the water. The poop was beaten gold,

Purple the sails, and so perfumèd that

The winds were lovesick with them. The oars were silver,

Which to the tune of flutes kept stroke, and made

The water which they beat to follow faster,

As amorous of their strokes. For her own person,

It beggared all description: she did lie

In her pavilion—cloth-of-gold, of tissue—

O’erpicturing that Venus where we see

The fancy outwork nature. On each side her

Stood pretty dimpled boys, like smiling Cupids,

With divers-colored fans, whose wind did seem

To glow the delicate cheeks which they did cool,

And what they undid did. (Antony and Cleopatra II, ii)

Cleopatra Tea Filopatore (69 a.c. 30 a.c.), è stata una regina egizia del periodo tolemaico. Fu l'ultima del regno tolemaico d'Egitto e l'ultima dell'età ellenistica che, con la sua morte, avrà definitivamente fine. Parlava greco come tutti i tolomei ma decise di imparare anche l’egizio e di identificare se stessa con la dea Iside.

Era la maggiore dei figli di Tolomeo XII, per evitare problemi legati al fatto che fosse donna, il padre decise di nominarla co-erede insieme al figlio maggiore, Tolomeo XIII, i due ragazzi ricevettero l'appellativo di "nuovi dei" e "fratelli amanti" ma il fratello ben presto scatenò una guerra contro la sorella per appropriarsi definitivamente e interamante del regno.

Durante un soggiorno a Roma insieme al padre, pare che Cleopatra, quattordicenne, vedesse per la prima volta Marco Antonio che di anni, allora, ne aveva ventotto ed era un giovane nobile romano, a quel tempo al servizio di Gabinio come comandante di cavalleria.

Quando lo sconfitto generale romano Pompeo arrivò in Egitto, cercando rifugio dal rivale Giulio Cesare, fu ucciso. Cesare s’infuriò comunque e convocò alla reggia Tolomeo e Cleopatra. Cleopatra temeva di cader vittima di un agguato del fratello tornando al palazzo, così ricorse a uno stratagemma. Si fece avvolgere da un suo fedele amico in un grande tappeto. L’amico si presentò a palazzo con il lungo involto sulle spalle e, dicendo di dover consegnare un dono a Cesare, arrivò fino agli appartamenti di quest'ultimo. Qui srotolò il tappeto e fu così che gli comparve davanti Cleopatra. Naso egizio, occhi grandi, pelle scura, bocca sensuale, la regina aveva ventuno anni, indossava gli abiti più sontuosi e succinti, i gioielli più pregiati e gli chiese protezione dal fratello. Le fonti narrano che i due divennero amanti quella notte stessa ma per Cleopatra fu un legame più politico che sentimentale. Il vero amore sarebbe arrivato con Marco Antonio. Dalla relazione tra Cesare e Cleopatra, nacque un figlio, Tolomeo Cesare detto Cesarione.

Morto Cesare, scoppiò una guerra civile fra i suoi amici e i suoi nemici. Nel 42 a.c. Marco Antonio, (83 – 30 a.c.), adesso uno dei triumviri che governavano Roma in seguito al vuoto di potere, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso per verificarne la lealtà. S’innamorarono perdutamente, Antonio la seguì ad Alessandria, dove rimase fino all'anno successivo. Dalla loro unione nacquero i due gemelli Cleopatra Selene e Alessandro Helios.

La guerra civile fu vinta dagli amici di Cesare e un suo nipote, che si chiamava Ottaviano, divenne capo di Roma e di tutto il suo impero. Egli fu chiamato Augusto, cioè il più onorato e rispettato di tutti. Il rapporto tra Antonio e Ottaviano, che erano cognati, fu avverso sin da subito, la loro inimicizia fu immediata e continua.

«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi? » (Svetonio, Augustus, 69.)

Antonio sposò Cleopatra, anche se era legato a Ottavia, sorella di Ottaviano. Poco dopo nacque un altro figlio, Tolomeo Filadelfo. Ottavia fu rimandata a Roma.

La politica di Cleopatra e Antonio, tesa a dominare tutto l'Oriente, favorì la reazione di Ottaviano, che accusò la regina di minare il predominio di Roma e convinse i Romani a dichiarare guerra all'Egitto.

Antonio e Cleopatra furono sconfitti ad Anzio, nel 31 a.c. Nel 30 a.c., dopo il suicidio di Antonio per non essere torturato e fatto prigioniero da Ottaviano, Cleopatra si rinchiuse nel mausoleo dei Tolomeo e si uccise facendosi mordere da un aspide.

Yare, yare, good Iras, quick. Methinks I hear

Antony call. I see him rouse himself

To praise my noble act. I hear him mock

The luck of Caesar, which the gods give men

To excuse their after wrath.—Husband, I come!

Now to that name my courage prove my title!

I am fire and air, my other elements

I give to baser life.—So, have you done?

Come then and take the last warmth of my lips.

Farewell, kind Charmian. Iras, long farewell.

Have I the aspic in my lips? Dost fall?

If thou and nature can so gently part,

The stroke of death is as a lover’s pinch,

Which hurts, and is desired. Dost thou lie still?

If thus thou vanishest, thou tell’st the world

It is not worth leave-takin. (Antony and Cleopatra V,ii)

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Le idi di Marzo

6 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Le idi di Marzo

Caio Giulio Cesare (101/100 a.c. – 44 a.c.) fu uno dei più grandi generali. Ebbe il comando delle truppe che occupavano la Gallia Romana. In soli otto anni conquistò tutta la Francia e parte della Germania.

Quando tornò in trionfo a Roma era ormai tanto influente da essere considerato come un re, uno che piaceva al popolo perché dava pane e divertimenti a tutti. Il primo triumvirato, l'accordo privato per la spartizione del potere con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, segnò l'inizio della sua ascesa. Dopo la morte di Crasso si scontrò con Pompeo. Nel 49 a.C., di ritorno dalla Gallia, guidò le sue legioni attraverso il Rubicone, pronunciando le celebri parole «Alea iacta est», e scatenò la guerra civile, con la quale divenne capo indiscusso di Roma, dopo aver sconfitto Pompeo a Farsalo (48 a.C.) Divenne così dittatore perpetuo.

Ma i patrizi non erano contenti, avevano ancora nel sangue l’idea repubblicana, e congiurarono per ucciderlo. Il 15 marzo fu pugnalato in Senato con 23 coltellate.

Ecco il famoso e meraviglioso discorso di Marco Antonio sul corpo di Cesare, scritto da William Shakespeare:

Friends, Romans, countrymen, lend me your ears;

I come to bury Caesar, not to praise him.

The evil that men do lives after them;

The good is oft interred with their bones;

So let it be with Caesar. The noble Brutus

Hath told you Caesar was ambitious:

If it were so, it was a grievous fault,

And grievously hath Caesar answer’d it.

Here, under leave of Brutus and the rest–

For Brutus is an honourable man;

So are they all, all honourable men–

Come I to speak in Caesar’s funeral.

He was my friend, faithful and just to me:

But Brutus says he was ambitious;

And Brutus is an honourable man.

He hath brought many captives home to Rome

Whose ransoms did the general coffers fill:

Did this in Caesar seem ambitious?

When that the poor have cried, Caesar hath wept:

Ambition should be made of sterner stuff:

Yet Brutus says he was ambitious;

And Brutus is an honourable man.

You all did see that on the Lupercal

I thrice presented him a kingly crown,

Which he did thrice refuse: was this ambition?

Yet Brutus says he was ambitious;

And, sure, he is an honourable man.

I speak not to disprove what Brutus spoke,

But here I am to speak what I do know.

You all did love him once, not without cause:

What cause withholds you then, to mourn for him?

O judgment! thou art fled to brutish beasts,

And men have lost their reason. Bear with me;

My heart is in the coffin there with Caesar,

And I must pause till it come back to me. (Julius Caesar III)

E ancora :

If you have tears, prepare to shed them now.

You all do know this mantle: I remember

The first time ever Caesar put it on;

'Twas on a summer's evening, in his tent,

That day he overcame the Nervii:

Look, in this place ran Cassius' dagger through:

See what a rent the envious Casca made:

Through this the well-beloved Brutus stabb'd;

And as he pluck'd his cursed steel away,

Mark how the blood of Caesar follow'd it,

As rushing out of doors, to be resolved

If Brutus so unkindly knock'd, or no;

For Brutus, as you know, was Caesar's angel:

Judge, O you gods, how dearly Caesar loved him!

This was the most unkindest cut of all;

For when the noble Caesar saw him stab,

Ingratitude, more strong than traitors' arms,

Quite vanquish'd him: then burst his mighty heart;

And, in his mantle muffling up his face,

Even at the base of Pompey's statua,

Which all the while ran blood, great Caesar fell.

O, what a fall was there, my countrymen!

Then I, and you, and all of us fell down,

Whilst bloody treason flourish'd over us.

O, now you weep; and, I perceive, you feel

The dint of pity: these are gracious drops.

Kind souls, what, weep you when you but behold

Our Caesar's vesture wounded? Look you here,

Here is himself, marr'd, as you see, with traitors. (Julius Caesar III)

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Michel Aflaq e il partito Baath

25 Luglio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #il mondo intorno a noi, #personaggi da conoscere

Michel Aflaq e il partito Baath


In questi giorni di attentati islamisti, di falliti golpe, di repressioni e di “depressioni”, ho letto commenti di ogni genere e mi è tornato in mente un personaggio di cui è tanto che non si parla, si tratta di Michel Aflaq, fondatore ideologico di uno dei movimenti più controversi del mondo arabo. Il Medio Oriente, per quello che ne sappia, non è stato sempre “islamista”, al contrario, negli ultimi decenni del Novecento i regimi arabi erano quasi tutti laici. Ad esempio il partito Baath, di cui Saddam Hussein fu il principale esponente in Iraq, è cosa ben diversa dai movimenti islamici ed è stato sempre inviso ai fondamentalisti, per non parlare della Siria dove questo partito è al potere da oltre mezzo secolo.

Il movimento Baath (letteralmente traducibile con rinascita o resurrezione) nacque a Damasco negli anni quaranta ad opera di due insegnanti siriani Michel Aflaq e Salah al Bitar, che si erano frequentati duranti gli studi universitari alla Sorbona di Parigi una decina di anni prima. Michel Aflaq era nato a Damasco nel 1910, in una famiglia di religione cristiana e, durante la sua permanenza a Parigi, fu vorace divoratore delle maggiori opere dei pensatori del secolo precedente, da Mazzini a Lenin, da Marx a Nietzsche. In quegli anni di frequentazione dei circoli studenteschi, degli scontri di piazza che avvenivano nel Quartiere Latino fra studenti socialisti, comunisti e militanti delle Leghe nazionaliste o d'ispirazione fascista, Aflaq maturò la formazione politica più innovativa e originale di tutto il mondo arabo. Nell'ideologia del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco credette di ravvisare la sola possibilità per la modernizzazione delle società arabe, e per la nascita di un grande movimento di massa composto da militanti laici. Auspicava una forma societaria forte, autonoma, indipendente e militarizzata al punto da poter difendere la patria dalle potenze coloniali, un'economia con un'importante partecipazione statale, per dare lavoro e ricchezza al popolo, soprattutto ai ceti più poveri.
Terminati gli studi e tornato in Siria, Aflaq insegnò in una scuola superiore di Damasco e diede vita a un gruppo di studenti interessati alle sue teorie, con cui si riuniva nei caffè damasceni ogni venerdi per palare di politica e attualità. Aflaq non aveva propriamente le caratteristiche del leader, era piuttosto timido e schivo per natura, ma il fondatore del Baath ebbe una grande influenza sui giovani della capitale che riconebbero in lui il maestro ispiratore e, da un primo movimento quasi in sordina, nel 1947 nacque il vero partito. Lo slogan era “Il socialismo è il corpo, l'unità araba è l'anima”, l'ideologia sinteticamente “unità, libertà, socialismo”
Nell'atto costitutivo si promulgava un principio di unità che, in ottemperanza allo spirito nazionalista, mirava ad unire tutti i popoli arabi in un’unica nazione dal Golfo Persico all’Atlantico e di ottenere il rafforzamento dei legami storici, culturali e linguistici del mondo arabo. In questo grande disegno Aflaq, si badi bene, non attribuiva all'Islam un ruolo guida, ma la stessa funzione identitaria della lingua e della storia comune. Auspicava la liberazione del popolo arabo dall’imperialismo coloniale straniero e per questo reputava di grande importanza l'istruzione dei giovani

«La politica educativa del partito ambisce alla creazione di una nuova generazione di arabi che credono nell’unità della nazione e nell’eternità della sua missione. Questa politica, basata su un ragionamento scientifico, sarà libera dai ceppi della superstizione e delle tradizioni reazionarie, sarà imbevuta dello spirito dell’ottimismo, della lotta e della solidarietà tra tutti i cittadini per portare avanti una rivoluzione araba totale e per il progresso umano»

Vedeva nel Socialismo la via per la vera uguaglianza ma ne progettava una forma morbida, che, pur rifiutando ogni concezione materialistica, mettesse l’individuo al centro del sistema economico, riconoscendo la proprietà privata e i diritti di eredità.
Aflaq promuoveva un vento di positiva innovazione che era paventato e odiato dagli islamisti conservatori, questo portò a lotte interne al partito che si divise in diverse fazioni, nel 1966 egli venne estromesso dalla vita politica siriana e si rifugiò in Iraq dove il partito Baath aveva conquistato il potere.

Deluso dalla mancata realizzazione pratica della sua ideologia, Aflaq si ritirò dalla scena pubblica, conservando il rispetto e la fedele amicizia di Saddam Hussein che lo volle comunque accanto negli ultimi anni della sua vita.
La fine di Nasser in Egitto, le sconfitte arabe contro Israele, gli accordi di Camp David, e bla bla bla avanti fino ai giorni nostri, portarono gli stati arabi ad abbandonare definitivamente le concezioni unitarie di Aflaq. Il sogno di un mondo arabo nazionalista, laico e socialista si spense definitivamente con lui il 10 giugno del 1989. Così come era già morto, nel 1945, il sogno di un' Europa dei popoli, Europa Patria, Europa Nazione, unita contro il capitalismo americano e il comunismo russo e, come avrebbe voluto Drieu La Rochelle, un'Europa anche bianca e ariana.

In una considerazione finale, tornando ad Aflaq, preso atto che gli islamisti detestarono Saddam quanto detestavano l'America, se veramente la preoccupazione di Bush fosse stata la guerra contro il terrore, sarebbe stato meglio, a mio parere, allearsi con lui e non distruggerlo, o magari oggi farci un pensierino prima di provare a distruggere anche il presidente Assad, ma io sono una donna di campagna, che ne posso capire di economia e politica internazionale...

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Corrado Farina, regista dei miei sogni

13 Luglio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #personaggi da conoscere

Corrado Farina, regista dei miei sogni

Muore Corrado Farina e per me muore un amico, non il regista di Hanno cambiato faccia e Baba Yaga. Muore l’intellettuale colto, gentile e raffinato che conobbi a Livorno, in occasione di un Joe D’Amato Horror Festival dove incontrai un sacco di gente sgradevole e poco interessante, al punto che fu in tale occasione che decisi di non frequentare più i festival di cinema. Il solo bel ricordo legato a quelle tre giornate livornesi di quasi quindici anni fa resta Corrado Farina, che presentò al Cinema Gran Guardia il suo Hanno cambiato faccia su grande schermo. Adesso quel che resta del Gran Guardia è solo il nome, non è lo stesso cinema ma una tristezza. Muore Corrado Farina e io ricordo l’umiltà di un grande regista nello scendere a Piombino per ritirare un Premio Cappelletti alla carriera, parlare di cinema in una saletta di periferia, raccontare i suoi sogni. Muore Corrado Farina e io mi ricordo tutti i libri che ci siamo scambiati nel corso di tanti anni passati a vergare passioni sui fogli. Ricordo la sua rubrica su Nocturno, dove scrisse molto bene di un mio libro su Fellini e la lunga intervista che mi concesse per la Storia del Cinema Horror Italiano volume 4 (“Cosa cavolo c’entro io con l’horror?” mi chiedeva stupito). Ma tra di noi era scoccata una scintilla, una sorta di affinità elettiva, un reciproco concederci che entrambi qualcosa di interessante l’avevamo fatto, lo stavamo facendo. Certo, lui molto più di me, in tutti i sensi. E se c’è una cosa di cui vado orgoglioso è di aver pubblicato la sua autobiografia, Attraverso lo specchio - film fatti e film visti, che nasce da una mia idea, da un mio input. Ci vedemmo in uno squallido bar di Venturina, in una giornata di pioggia per firmare il contratto, come se tra me e lui fossero serviti i contratti, ma Corrado era un uomo preciso, al limite della pignoleria. E il contratto andava firmato. Venne da me a Venturina, in compagnia della sua signora, ci vedemmo per l’ultima volta, gli detti il mio libro su Franco & Ciccio, poi ci siamo messi a fare il libro, che per fortuna è uscito. Ricordo che a un certo punto lo chiamò al telefono suo figlio Alberto e lui con la grande modestia che lo contraddistingueva gli disse: “Sai che c’è un editore folle che vuole pubblicare un libro sulla vita di tuo padre?”. Ecco tutto quel che mi resta di Corrado, a parte i suoi film, i suoi libri, le sue parole. Ecco che mi viene ancora a mente il suo stupore: “Ma tu pensi che ci sia davvero qualcuno disposto a leggere quel pensa Corrado Farina sul cinema?” Penso proprio di sì, Corrado. Penso proprio di sì. Come so che mi mancherai.

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Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

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Il gigante dai piedi di argilla

9 Luglio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #sport

Il gigante dai piedi di argilla

Il “GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA” , così fu soprannominato Primo Carnera, ricordato per la sua forza straordinaria, per le sue doti agonistiche ma, prima di essere un grande campione, fu soprattutto un uomo buono e gentile che amò la sua famiglia.

Era nato a Sequals, oggi provincia di Pordenone, il 25 ottobre 1906, la sua era una umile famiglia di contadini e la nascita di un figlio non avrebbe fatto notizia a quei tempi e in quella realtà, se non fosse che il neonato era un bambino di dimensioni fuori dal comune. Si parla di sette, otto chili, non ci sono ovviamente notizie certe, ma lo scalpore che causò fa sicuramente propendere per dimensioni eccezionali. Il padre era un mosaicista, la madre casalinga, e con gli scarsi introiti della famiglia si faticava a mantenere Primo, un bambino che cresceva a vista d'occhio, per il quale era difficile trovare le scarpe e che mangiava tanto: era sempre affamato e il cibo non gli bastava mai. Era cresciuto oltremisura e nel 1917, a soli undici anni, rischiò di finire davanti a un plotone di esecuzione perché, durante la prima guerra mondiale, i soldati diretti al fronte, passando dal suo paese, lo videro salutare festoso ma così grande e grosso che pensarono si trattasse di un imboscato. Si salvò grazie ai suoi documenti che testimoniavano in maniera inoppugnabile che si trattava effettivamente di un bambino.

Date le sue dimensioni fisiche aveva difficoltà a rapportarsi con i coetanei, faticava persino a entrare nel banco della scuola, così inadatto a un gigante come lui, e lasciò presto lo studio quando a malapena sapeva leggere e scrivere. Si cercò un lavoro ma per lui, come per tanti in quel periodo, in Italia non ce n'era. Così, nel 1920, esattamente il 29 giugno, Primo lasciò il suo paese in cerca di fortuna, per recarsi a Le Mans presso una zia. Il nuovo inizio non fu facile, anche in terra francese lo aspettavano lavori umili, faticosi, pagati miseramente e i pochi soldi che riusciva a guadagnare non gli bastavano nemmeno per soddisfare il suo smisurato appetito. Qui però avvenne il suo primo incontro con la boxe, un rapporto che gli cambiò la vita per sempre.

Gli Italiani emigrati, un po' per passione, un po' per sfogare le frustrazioni di una vita grama lontano dalle famiglie, si riunivano nella palestra dell'Unione sportiva di Le Mans per scambiarsi quattro cazzotti. Da questa palestra un impresario da baraccone lo convinse, in cambio di pochi soldi ma di cibo a volontà, a intraprendere una carriera che ben poco aveva a che fare con quella del pugile vero e proprio. Primo divenne “il Terribile Giovanni”, l'uomo forzuto che sfidava in match di lotta e pugilato gli avventori dello spettacolo itinerante che teneva questo circo da quattro soldi. Dopo qualche tempo fu però notato, mentre sotto il tendone spostava da solo un pianoforte, da un ex boxeur, Paul Journée, campione dei pesi massimi, che contattò il suo manager e lo convinse che il ragazzo aveva enormi potenzialità che andavano indirizzate e che, con tecnica e allenamento, ne avrebbero fatto un grande campione.

L'impresario era Léon Sée e, insieme al suo allenatore Maurice Eudeline, iniziarono ad allenare Primo Carnera e lo prepararono atleticamente e tecnicamente al primo incontro, che avvenne a Parigi il 12 settembre 1928. Salendo sul ring il gigante italiano lasciò a bocca aperta tutto il pubblico che seguiva ogni suo movimento con esclamazioni di stupore. In due riprese liquidò il suo primo avversario e iniziò così la sua brillante carriera. Va detto comunque che vinceva per la sua grande forza ma anche che fu proiettato ai massimi livelli del pugilato senza una vera gavetta, mancava di esperienza e divenne una stella ancora prima di essersi fatto le ossa sul ring.

Di successo in successo nel 1929 sbarcò in America, dove gli fu tributata un'accoglienza molto calorosa e soprattutto riscosse il tripudio di tutti gli Italiani emigrati che vedevano il lui il mito, il simbolo del riscatto sociale da contrapporre al pregiudizio che avvertivano da parte degli Americani. Nel 1930 Primo Carnera sostenne ventiquattro incontri di cui ventitré furono vinti per KO e uno solo perso ai punti. Il 27 ottobre fece ritorno in Italia e al porto di Genova, sbarcando dalla nave, salutò romanamente il popolo che, sentiti gli echi dei successi americani, lo acclamava dalla banchina. La fama, il successo, la sua grande forza richiamavano molte persone ai suoi incontri, Carnera era richiestissimo e, più cresceva la sua fama, più aumentavano gli introiti, inevitabilmente un tale giro di affari non poteva non attirare la mafia italo-americana che riuscì ad ottenerne il management attraverso il “sindacato”, un'associazione legalmente costituita ma succube del controllo di Al Capone, che la usava come agenzia per gestire il suo giro di scommesse clandestine. Primo Carnera si trovò così gestito da personaggi equivoci, che gli organizzavano incontri su incontri, a volte vinceva altre perdeva ma la sua fama aumentava e gli organizzatori guadagnavano un mare di soldi, di cui al diretto interessato andavano soltanto le briciole.

Lui si accontentava di sfamarsi a volontà, di fare la bella vita comprando auto di lusso, vestendosi in maniera molto elegante e circondandosi di starlette in cerca di notorietà. L'unico investimento che riuscì a fare fu di costruire una villa al suo paese natale in Italia. Quell'omone così forte, così coriaceo e massiccio, nascondeva sentimenti leali verso la sua Patria ed era dotato di una sensibilità pari alla sua grandezza. Quando, durante un incontro, un avversario rimase disteso al tappeto senza vita, si chiuse in sé stesso, cadde in una profonda depressione, da cui uscì soltanto quando la madre del pugile morto gli scrisse una commovente lettera, assolvendolo da ogni colpa e spiegandogli che le lesioni che avevano causato il decesso del figlio erano dovute a un precedente incontro con un altro pugile.

Rimessosi in forze e riacquistato il suo equilibrio, Primo Carnera affrontò l'incontro della vita, non aveva più solo forza da vendere, ora aveva acquistato anche tecnica, una certa eleganza nei movimenti e, il 29 giugno 1933, affrontando Jack Sharkey dispustò l'incontro più bello e importante di tutta la sua carriera. Dopo sei riprese l'avversario era a terra svenuto e lui, vincendo per KO, era diventato campione del mondo. “Ho vinto per l'Italia e per il Duce” dichiarò scendendo dal ring e presto fu invitato a combattere un incontro in Italia che si svolse a Roma, al quale presenziarono tutte le autorità, Mussolini compreso con i due figli maschi. Fu l'evento sportivo con maggiore partecipazione di tutto il Ventennio, Carnera vinse l'incontro osannato da tutta l'Italia e questo si può senz'altro considerare l'apice della sua carriera.

Tornato in America si trovò ad affrontare di nuovo l'incontro per la detenzione del titolo mondiale e, nonostante si fosse battuto come un leone, dimostrando coraggio e determinazione, lo perse. Il peggio purtroppo doveva ancora avvenire e arrivò quando si trovò di fronte Joe Luis, l'astro nascente del pugilato internazionale. Carnera finì al tappeto piuttosto malconcio. Questa brutta e pesante sconfitta ebbe conseguenze devastanti, l'ormai ex campione provò possibili rivincite in nuovi e diversi incontri che si rivelarono inevitabilmente pesanti sconfitte. Primo divenne l'ombra dell'immenso campione che era stato, si avviò verso un progressivo declino fisico che culminò con un intervento per l'asportazione di un rene. Pochi i soldi messi da parte, non potendo più combattere si trovò anche in difficoltà economica, unica nota positiva fu l'incontro con la donna della sua vita, Pina, si sposarono ed ebbero due figli.

Per guadagnarsi da vivere accettò di lavorare in Italia con la compagnia teatrale di Renato Rascel, ebbe qualche parte anche in diversi film e fu un'altra volta baciato dalla fortuna e dal successo: la gente lo amava, lo applaudiva, lo aveva amato da pugile, lo amava da attore e non lo avrebbe mai dimenticato. Questo sincero e genuino amore che tutti nutrivano per lui gli salvò la vita, quando, per la seconda volta, stava finendo davanti a un plotone di esecuzione. Era finita la seconda guerra mondiale ed era stato arrestato da alcuni partigiani che lo volevano fucilare per essersi in passato proclamato fascista, ma trovò anche fra di loro qualcuno che non poteva uccidere chi lo aveva fatto sognare.

Primo Carnera finì la sua carriera in America sui ring del catch e anche in questa disciplina conquistò il titolo mondiale nel 1957, titolo che detenne fino al '62, data del suo definitivo ritiro dalla scena agonistica. Trascorse anni di vita tranquilla in famiglia con la moglie e i figli che lo aiutavano nella gestione di un ristorante e di un negozio di vini in California. Qualche anno più tardi si ammalò gravemente, un tumore del fegato lo portò inesorabilmente verso la morte, l'ultimo desiderio fu di rivedere il suo paese natale e arrivò all'aeroporto di Fiumicino nel mese di maggio: l'uomo che scese dalla scaletta dell'aereo non ricordava nemmeno lontanamente il gigante che aveva conquistato il mondo, la malattia lo stava divorando ed era l'ombra di se stesso, pesava una trentina di chili e non riusciva nemmeno a reggersi in piedi. L'Italia non lo aveva dimenticato, durante il suo ultimo viaggio verso Udine, le persone lo aspettavano lungo i binari alle stazioni per acclamarlo e salutarlo.

Andò a morire nella sua Sequels, la cittadina che lo aveva visto bambino, era il 29 giugno 1967. Un'altra volta il 29, la stessa data che aveva segnato tutte le tappe importanti della sua vita, quando era partito per la Francia, quando aveva vinto il titolo mondiale e ora chiudeva per sempre la parabola della sua esistenza.

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Cincinnato

6 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Cincinnato

Gli Equi, un popolo di montanari che abitava le regioni dell'attuale Abruzzo nei pressi del lago Fucino, stava per occupare Roma e il senato affidò il comando a Lucio Quinzio Cincinnato.

Due senatori lo contattarono mentre era nel suo campo, ai Prata Quinctia, intento ad arare. «Cincinnato, Roma ha bisogno di te. Il console romano Minucio è rimasto accerchiato dagli Equi nella valle sotto il monte Algido».

Nominato dittatore, Cincinnato lasciò l’aratro ancora nel solco, chiese alla moglie di portargli la toga, si deterse il sudore e indossò le armi.

“Is cum in opere et arans esset inventus, sudore deterso togam praetextam accepit et caesis hostibus liberavit exercitum. »

“Egli trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito.”

(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. I,17)

Quando gli Equi furono sconfitti, il popolo romano voleva portare in trionfo il valoroso generale ma Cincinnato rifiutò gli onori. Solo sedici giorni dopo, tornò al suo campo, riprese l’aratro e finì il solco che aveva interrotto.

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Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"

2 Luglio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere, #il mondo intorno a noi

Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"

Domenico Vecchioni ha appena pubblicato la nuova edizione della sua biografia di Raul Castro, aggiornata agli eventi che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti USA/Cuba (17 dicembre 2014), dopo cinquant’anni di rottura delle relazioni diplomatiche (Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore, Greco e Greco editori, 210 pagine, 12 euro).

L’autore affronta in particolare il quesito che tutti gli osservatori si sono posti: l’apertura americana ha beneficiato il regime castrista o ha schiuso prospettive di evoluzione democratica del paese a favore del popolo cubano?

Secondo Vecchioni, che è stato ambasciatore d’Italia all’Avana dal 2005 al 2009, per il momento il principale beneficiario della nuova politica di Washington è stato unicamente Raul Castro, che ha raggiunto tutti i suoi obiettivi senza nulla concedere il cambio. Niente in effetti è cambiato nella sua strategia tesa a correggere gli errori e gli eccessi del regime per poterlo preservare, non certo per abbatterlo. Quindi ben vengano le riforme economiche e le aperture internazionali, purché non intacchino le strutture e le gerarchie “rivoluzionarie”. Cuba rimane il paese del partito unico, del sindacato unico, del pensiero unico, del Capo unico: in sostanza una dittatura.

Sarà in ogni caso interessante, comunque la si pensi, conoscere un po’ più da vicino, Raul Castro, un personaggio alquanto enigmatico, forse meno carismatico del mitico fratello Fidel, che però ha imparato alla perfezione i meccanismi per acquisire e, soprattutto, per conservare il potere assoluto.

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