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poli patrizia

Esce "L'isola delle lepri"!

23 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Esce "L'isola delle lepri"!

 

Non capita tutti i giorni di vedersi pubblicare due libri uno dietro l’altro ma a me è successo. Quindi, è con gioia e orgoglio che, a distanza di un mese esatto dall’uscita de “L’ultima luna” vi annuncio la nascita, il prossimo primo marzo, di quest’altro diletto figlio: “L’isola delle lepri”, Literary Romance.

(E per coloro che hanno amato “L’uomo del sorriso”, questo ne è il seguito ideale.)

 

Margit d’Ungheria è ancora nel grembo materno quando viene votata a Dio.

Monacata a forza si accolla ogni sofferenza e privazione pur di essere gradita all’Altissimo. Rifiuta la proposta di matrimonio dell’aitante re di Boemia Ottocaro, mette pace fra l’amato fratello Stefano e il padre. In realtà, il suo animo triste è preda di una nostalgia feroce e di rancori violenti, il suo cuore è straziato dal desiderio di una vita fuori dalle cupe mura del convento. Accanto a lei, Marcello, il padre provinciale dei domenicani, bruciato da una segreta passione, e Kalima, la fedele cagna. È la storia di una donna singolare, di una giovane vita sprecata, di un animo potente, tormentato, capace di amore, passione e solitudine immensi.

 

Su di me:

Patrizia Poli è nata a Livorno nel 1961. Laureata in lingua e letteratura inglese, dal 2012 amministra il blog culturale collettivo signoradeifiltri.

Ha pubblicato: L’uomo del sorriso, Marchetti Editore 2015, segnalato al XXVI premio Calvino, Signora dei filtri, Marchetti Editore, 2017, Una casa di vento, Marchetti Editore, 2019, "L'ultima luna", Milena Edizioni, 2021.

 

 

 

Appassionata di letture, cinema, viaggi e animali

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Eleonora Fasolino, "Amabile inferno"

20 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Amabile inferno

Eleonora Fasolino

 

Milena in love

pp 360

 

 

C’è una parola sola per Eleonora Fasolino: brava. Scrive benissimo, con tutti i tempi narrativi giusti, senza dilungarsi e senza aver fretta.

Soprattutto ha saputo creare uno di quei personaggi che restano iconici, che entrano a far parte dell’immaginario collettivo, come Edward Cullen o Christian Grey. Lei ha creato il nostrano Manfredi Vergara, uno che già dal nome ti scatena gli ormoni.

Bello e impossibile. E l’amore impossibile, si sa, è quello più intenso e romantico. Impossibile, Manfredi, lo è tre volte. Per la differenza di età, lui è un uomo fatto e lei solo una ragazzina. Perché lui è un professore e lei la sua studentessa. E perché Manfredi è… un sacerdote.

Siamo in un liceo classico romano, l’anno degli esami di maturità. Manfredi insegna, bello, bravo, intrigante. Melania Santacroce è la sua allieva, intelligente, graziosa, poetica ma niente di speciale. Forse nel cognome ha già scritto il destino di Manfredi. Sarà la sua tentazione, il suo peccato, la sua croce, la sua colpa.

Ma lui decide di vivere questa storia, di assaporarla senza pensare al futuro, di considerarla una parentesi. Per Melania, Manfredi è tutto, è l’amore, è la scoperta del sesso, è l’ingresso nella vita adulta, è un rischio e un conforto insieme.

La vicenda si svolge nel presente ma si riallaccia al passato, a una precedente storia d’amore di Manfredi, al ricordo di una donna alla quale ha dovuto rinunciare. Il romanzo ha dialoghi ben sviluppati e plausibili, scene ben articolate, il sesso è esplicito - fin troppo per la sottoscritta -, senza freni e senza inibizioni. Il romanticismo, però, e il pathos sono entrambi alle stelle.

Amabile inferno è uno di quei romanzi che, col passaparola, è destinato a diventare un caso editoriale.

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Piero Paniccia, "La sconfitta"

19 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La sconfitta

Piero Paniccia

 

libro autoprodotto

pp 288

 

Dispiace dirlo ma questo libro non doveva uscire così com’è. Si doveva avere la pazienza di revisionarlo da cima a fondo, a cominciare dalla banale giustificazione del manoscritto sul lato destro, fino ai dialoghi con quel “disse” che comincia, non si sa perché, dopo il punto. Senza contare discorsi iniziati e non finiti, ripetizioni a raffica. E via discorrendo.

Detto questo, anche la storia, sebbene interessante per capire come funzionano certi ambienti corrotti, è pesante e farraginosa, fra incidenti stradali, malaffare, corse in bicicletta e omicidi.

A Roma, l’ex ciclista Fausto Proietti muore, apparentemente per infarto del miocardio, almeno così dice il medico legale, ma, forse, si è trattato di un misterioso incidente avvenuto giorni prima su un autobus. C’è di mezzo un’assicurazione e la famiglia pretende il risarcimento. Il genero Paolo indaga sulla morte del suocero e poi su quella dell’avvocato che segue il processo.

Almeno per tutta la prima parte, la trama non decolla. Il tutto diventa più piacevole solo quando ci si addentra nella vita dello scomparso. Del fu Fausto scopriamo che aveva una passione per le corse ciclistiche e che non andava d’accordo con il proprio padre, Antonio. Era un bravo ragazzo, lavorava e si allenava con successo ma, quando era stato pronto per il salto nel professionismo e per la prova olimpica, una serie di sfortunati contrattempi e una brutta broncopolmonite lo avevano fermato.

Fausto lavora, si sposa ma ha un carattere scontroso e una mentalità da campione fallito e disadattato. Una parte di lui è preda della nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ma, dentro, è sicuro che un giorno riuscirà a provvedere al benessere della famiglia, arricchendola in qualche modo.

Sarà così ma lui, defunto, non avrà modo di saperlo e questa sarà la sua “sconfitta”, unita al rancoroso livore della famiglia nei suoi confronti.

Dopo la sua morte la famiglia si accanisce e si disgrega per ottenere l’indennizzo dell’assicurazione, dimenticando lui e la sua memoria. Le complicate vicende processuali, fino a tre gradi di giudizio, sono raccontate con ridondanza ammirevole ma pure stancante. Viene ben ricostruito un ambiente tentacolare malavitoso che ricorda “mafia capitale” e i recenti intrighi criminali romani, e che si ricollega addirittura alla famigerata banda della Magliana. La corruttela avvolge la vicenda, inquina le prove e l’autopsia, si ramifica nella politica, nelle istituzioni e nei servizi segreti deviati, impedendo alla famiglia di Fausto - difesa da un avvocato a sua volta corrotto - di ottenere il giusto risarcimento. La famiglia stessa si disgrega, dilaniata dai litigi interni e sfinita dall’iter processuale.

Ma, alla fine, una fioraia gentile e sprovveduta, capace di un tenero, postumo e sognante amore, rimetterà le cose a posto, in quelle che sono anche le pagine migliori e più poetiche del romanzo.

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Giovanna Strano, "Parlami in silenzio Modì"

12 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #giovanna strano, #recensioni, #pittura

 

 

 

 

Parlami in silenzio Modì

Giovanna Strano

 

Aiep Editore, 2020

pp 272

14,00

 

Un’altra bella biografia romanzata a firma Giovanna Strano. A parlare in silenzio è Amedeo Modigliani, scultore e pittore livornese, ebreo sefardita, artista bohemienne maledetto, morto precocemente dopo una vita di eccessi tutta dedita all’arte, all’affinamento della ricerca, allo studio dei volumi e dei colori. Lasciarsi ritrarre da Modigliani equivaleva a farsi spogliare l’anima, metterla a nudo, ma anche avere uno scambio con il pittore, fondersi con lui persino fisicamente.

Il romanzo ripercorre la sua vita, dalla nascita - nel letto che la partoriente condivideva con gli oggetti ammassati per evitare il pignoramento - alle numerose donne che lo hanno accompagnato e alle quali ha dato amore ma anche tormento. Donne belle, forti, indipendenti, che per un periodo gli hanno fatto da muse ispiratrici e da sostenitrici, per poi arrendersi all’impossibilità di vivere con un alcolista, un drogato, un fedifrago devoto solo alla sua arte, anarchico e libertario nel profondo. Donne che, alla fine, lo hanno abbandonato, tranne la dolce e sfortunata Jeanne, la più giovane, la più innamorata, la più ingenua, di cui tutti conosciamo la tragica fine.

Una vita minata dalla malattia, bruciata in fretta, consapevole della propria brevità, ardente di passione umana e artistica, vissuta in luoghi sordidi ma fervidi di cultura e arte.

Più che un resoconto di fatti, il romanzo della Strano è due cose: una splendida ricostruzione d’ambiente - la belle époque, Parigi, i quartieri di Montmartre e Montparnasse, il crogiolo di avanguardie letterarie e fermento artistico all’ombra della prima guerra mondiale - e una carrellata di dipinti e sculture, studiati nella loro plasticità ma soprattutto nel loro significato filosofico e umano, perché fra modello e pittore s’intuisce una corrente di comprensione e di scandaglio che va oltre il rapporto artistico. Ogni figura è interpretata nell’animo ma anche riportata alla sua essenza storica, alle sue origini culturali.

Il testo mi ha ricordato il film I colori dell’anima di Mick Davis, perché anche qui una vicenda che potrebbe essere carica di pathos viene invece vivisezionata nel suo contenuto intellettuale, di riflessione sull’arte, e questo si rispecchia nei dialoghi viziati da un didascalismo che li fredda, ma che trova il suo riscatto nella commovente e bellissima analisi finale dell’autoritratto di Modì. Uomo, artista, donnaiolo, bevitore, bruciato dalla passione, mangiato dalla tubercolosi, ma immortale, per noi, per tutti, per l’eternità.

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La bella e la bestia

5 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

 

 

 

Ai bambini piace sentir riraccontare sempre la stessa fiaba. Li rassicura e tranquillizza, affrontano le proprie paure sicuri che il bene e la giustizia trionferanno. Anche per gli adulti accade lo stesso. Quasi tutti i successi letterari mondiali - in particolare quelli che piacciono al pubblico femminile - sono basati sulla trama di due famose fiabe: Cenerentola e la Bella a e la Bestia. Prendiamo ad esempio la seconda. Un’anima bella e pura ammansisce un essere mostruoso, un principe vittima di un incantesimo che lo rende brutto e cattivo. La bella saprà, con la sua innocenza, ritrovare la scintilla di umanità nella bestia e ricondurla alla luce, facendola rifiorire. In queste storie, lui, il cattivo di turno, ha sempre i connotati dell’eroe byronico: bello, torbido e dannato.

Pensiamo ora a un romanzo immortale come Jane Eyre. Jane è, per sua stessa ammissione, oscura, povera, scialba, ma il suo cuore puro, innocente, votato a Dio e al bene, riporterà in vita il conturbante Rochester, indurito da una vita di sofferenze.

Passiamo a tempi più recenti: Twilight. Bella (guarda caso) Swan s’innamora ricambiata del vampiro Edward Cullen. I canini aguzzi e letali di lui vengono sfoderati solo per sorriderle e dire romanticherie. E che dire della fanfiction di Twilight, il caso editoriale Cinquanta sfumature di Grigio? Anastasia Steele, buona, dolce e ingenua, trasforma il sadico pervertito Christian Grey in un principe azzurro, addomesticato e infine sposato.

Mi concentro ora, invece, su Cime tempestose. Che cos’ha di diverso dalle altre storie? Qui l’eroe byronico c’è ma è scisso in due e non ha nessuna controparte capace di rabbonirlo e redimerlo. In realtà l’eroe satanico trova la sua esatta controparte, la sua amata metà dell’inferno. Heathcliff e Cathy non “s’innamorano”, non si scoprono, semplicemente esistono l’uno nell’altra, sono l’uno e l’altra (e, entrambi sono Emily Bronte).

Un libro senza scampo, senza redenzione, almeno per i due eroi principali – dove la morte non è una sconfitta o una punizione bensì un premio. Non vanno in paradiso, quei due, né all’inferno, vanno in luogo – la brughiera – al quale entrambi appartengono da sempre -, si ritrovano, tornano a fondersi, a essere di nuovo la stessa persona che la sorte aveva diviso a metà. Personaggi non immorali ma premorali, agiscono come gli elementi atmosferici, come un fiume che esce dal suo letto o un terremoto che scuote le fondamenta della terra. Non importa quante vittime lascino sul loro cammino, loro devono fare quello che fanno, cioè amarsi, azzannarsi, fondersi.

Ecco perché questo romanzo è così unico, così speciale, così fuori dal tempo.

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Il mio nuovo romanzo

26 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras

Il mio nuovo romanzo

 

Ho il piacere di condividere con i lettori l’uscita del mio nuovo romanzo per la collana romance Milena in love, la cui referente è la bravissima Federica Cabras, di Officina Milena:

 

L'ultima luna.

Africa, primi anni Ottanta. Mary Connelly condivide lo stesso pazzo amore per la savana di suo padre Jeff, ricco industriale inglese trasferitosi in Kenya. Lei è cresciuta lì, con quelle albe trasparenti e quei tramonti infuocati, con quella terra rossa e quei cieli mai veramente sgombri di nuvole. Non c’è posto al mondo che Mary e suo padre amino come la riserva del Masai Mara, non hanno bisogno di nient’altro per essere felici.

Ma la madre, l’angloindiana Violet, che ama follemente il marito ma non si è mai sentita legata alla figlia, sogna l’Inghilterra e non si rassegna a quella vita. Riesce almeno a vincere su un punto: la famiglia ha bisogno della medicina inglese. Così, a Casa Connelly arriva il dottor Morgan Lawson, giovane, inquieto, subito catturato dall’dall’atmosfera esotica, dal fascino di una terra che non è come la si vede in cartolina ma, quando ti afferra, non ti lascia più.

Mary è infastidita, non ama ciò che è inglese, non vuole estranei in casa sua. Entrambi alla ricerca di se stessi e del senso della vita, si scrutano, si girano intorno guardinghi, si cercano pur senza ammetterlo. Del resto, quando la scintilla scocca, non c’è nulla da fare.

 

Su di me:

Patrizia Poli è nata a Livorno nel 1961. Laureata in lingua e letteratura inglese, dal 2012 amministra il blog culturale collettivo signoradeifiltri.

Ha pubblicato: L’uomo del sorriso, Marchetti Editore 2015, segnalato al XXVI premio Calvino, Signora dei filtri, Marchetti Editore, 2017, Una casa di vento, Marchetti Editore, 2019.

Appassionata di letture, cinema, viaggi e animali

 

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Gustavo Vitali, "Il Signore di Notte"

24 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gustavo vitali

 

 

 

 

Il Signore di Notte

Gustavo Vitali

 

Libro autoprodotto

pp 513

19,00

 

 

È difficile recensire questo libro. Il signore di notte di Gustavo Vitali è senza dubbio un testo di grande valore.

Ma.

Un giallo storico, ben scritto, ben sviluppato, con tutte le cose al posto giusto, a partire da un’ottima scrittura – appena qualche ripetizione o allitterazione di troppo -, per continuare con azione e colpi di scena. Soprattutto un’ambientazione vivissima e piena di atmosfera, dove ogni oggetto, ogni luogo, ogni usanza, sono visti, odorati, assaporati, ricreati attraverso una documentazione ineccepibile. C’è persino una buona interpretazione psicologica dei personaggi. Francesco Barbarigo – il magistrato investigatore seicentesco che indaga insieme al più serio e concreto capitano Stella– è ben tratteggiato nei suoi pregi e difetti molto umani, al punto da non risultare poi nemmeno troppo simpatico.  

Niente da eccepire, quindi, un notevolissimo lavoro di scrittura e di storia ben amalgamati.

Ma… ma non posso negare che la continua sospensione delle vicende in favore della ricostruzione storica, applicata in modo maniacale a qualsiasi elemento - dall’architettura, alle ambientazioni, agli usi e ai costumi - alla fine inevitabilmente interrompe il flusso della trama e – considerate anche le cinquecento e più pagine – diventa pesante. Trasforma il romanzo in un libro per addetti ai lavori, per appassionati. Lo rende, insomma, meno fruibile dal lettore comune.

Francesco Barbarigo – personaggio effettivamente esistito – Signore della Notte al Criminal, deve indagare sulla morte di Nicolo Duodo, un nobile in miseria, costretto ad accattare incarichi burocratici per tirare avanti. All’inizio Barbarigo coglie il suggerimento del proprio amatissimo fratello Gabriele, e indaga su un “bravo”, certo Rimondo, che col morto avrebbe avuto dei dissapori importanti. Ma la verità sta da un’altra parte.

Durante l’inchiesta il Signore della Notte s’ imbatte in varie figure e, nel contempo, porta avanti anche la sua vita privata, fatta di affetto per il fratello più godereccio, fatta della scoperta di essere stato oggetto inconsapevole di un amore omosessuale e, soprattutto, del contrastato e inquietante rapporto con la bella Gigliola.

Nonostante tutto, ripeto, non si può negare il merito dell’opera, la sua fantastica capacità di farci rivivere la Venezia del cinquecento e seicento. Sentiamo lo sciabordare dell’acqua nei canali, i lamenti dei prigionieri sul Ponte dei Sospiri, vediamo i colori sgargianti delle vesti maliziose delle nobildonne e le tavole imbandite, assistiamo ai duelli nei vicoli bui e nelle calli. Uno splendido e inimitabile affresco d’epoca, un’opera che denota non solo interesse storico ma vero e proprio amore per la splendida, concreta ma evanescente, Serenissima.

 

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Federica Cabras, "Animas"

16 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Animas

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 198

15,00

 

Federica Cabras ha due anime. Una è moderna, arguta, divertente, e scrive romanzi d’amore e d’allegria, infarciti di dialoghi spassosi e battute. L’altra è l’opposto: morbosa, tellurica, ancestrale, affascinata dalla sua terra e dalla morte. È quest’ultima la Cabras migliore, la Cabras deleddiana, che ritroviamo in Animas, il romanzo della piena maturità artistica.

Animas è ambientato in Sardegna, come tutti gli altri testi dell’autrice, ma questa è la Sardegna più cupa e vera, quella delle faide, della pastorizia, del sangue e del trapasso. Animas è un romanzo gotico a tutti gli effetti – oggi lo si chiamerebbe thriller o horror -, basato su maledizioni, leggende della notte dei morti, incubi e defunti che non muoiono per davvero. Banale dire che la protagonista del racconto è la terra dei nuraghi, ma è proprio così, la Sardegna più buia e atavica balza agli occhi con tutte le sue tradizioni, i sui colori, gli odori e, soprattutto, la lingua.

Il personaggio principale è Graziella Ruinas, una di quelle fiere donne sarde che camminano a testa alta e a petto in fuori, che rispettano i loro uomini ma non si sentono da meno di loro. Ognuno al suo posto, uomo e donna, con orgoglio e amore. Siamo negli anni cinquanta e una maledizione grava sui maschi della famiglia Ruinas. Chi di loro muore nella notte fra il trentuno ottobre e il primo novembre – la notte dei morti – resta sulla terra per sette anni, non in forma benevola o protettiva, bensì maligna, tesa a tormentare i vivi e far loro perdere la ragione e persino la vita. È ciò che accade a Giovanni, il padre di Graziella. Sfortunatamente cade dalle scale e muore proprio nella notte meno indicata. E su queste cose, più antiche della terra stessa, si sa, persino Dio può poco.

Strani accadimenti cominciano pian piano a verificarsi, che porteranno Lucia, la madre di Graziella, sul baratro della pazzia. Ma Graziella non ci sta, indaga, vuol capire da cosa deriva ciò che la sta travolgendo, e vedere di rimediare in qualche modo. Da sola, nonostante l’aiuto del cugino Umberto, anche lui un Ruinas, anche lui in pericolo. Fra i due giovani nascerà una tenera e ruvida storia d’amore, di quelle che si vivevano allora, fra campi assolati e monti nevosi, fra bestie da pascolare e fuoco da attizzare, senza inutili smancerie ma fondate su un amore profondo ed eterno.    

Sardegna, dicevamo, terra di pastorizia e allevamento, terra dove gli animali sono rispettati per il cibo e il lavoro che forniscono ma non certo amati, non da tutti, non come nelle altre regioni, non negli anni cinquanta soprattutto. Graziella, però, è diversa. Lei ama gli animali. Si affeziona teneramente ai cuccioli di cane, prova compassione quando vengono uccise le pecore, i buoi e i maiali che serviranno alla famiglia per nutrirsi. Questa pietà - umana, nuova, moderna -, agli occhi del paese è sbagliata, è ciò che fa marcire la carne macellata. Ma – vedremo alla fine – sarà proprio un atto di compassione (come ne Il signore degli anelli), sarà l’amore per gli animali e il senso del perdono, a rimettere a posto le cose, a trasformare la morte nella speranza di una nuova vita libera.  A collegare la Sardegna di un tempo a quella di oggi.

L’unico difetto del testo è il far progredire la trama un po’ troppo a colpi di sogni, ma questo aumenta l’impressione onirica e misteriosa. Nell’insieme, un romanzo bello e compiuto, molto ben scritto, pieno di atmosfera, di sentimenti potenti, mai tenui o sottintesi, sempre accecanti come gli elementi naturali di questa aspra terra.

 

 

 

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Viva il caffellatte

15 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #il mondo intorno a noi

Viva il caffellatte

 

Da certi servizi, da certe interviste, sembra che l’ideale dell’italiano medio sia la brioche al bar o il pranzo al ristorante.

Ultimamente – intendo negli ultimi due decenni in crescendo – c’è stata una corsa alla “vita da aperitivo”. E, forse, - con buona pace dei ristoratori e di chi con quelle attività vive – uno stop ci voleva. Un ripensamento di questo stile di vita di corsa e superficiale. La vita da aperitivo andava fermata. Di forza, per legge.

A diciotto anni è normale ritrovarsi in baracchina per fare i soliti discorsi e le solite battute. È un bisogno di appartenenza al branco, serve a staccarsi dai genitori e a crearsi un’identità individuale e sociale. Ma non a sessanta anni. Non con questa follia generazionale collettiva.

Eterni adolescenti con lo spritz in mano. Riti quotidiani di socialità forzata, in una dipendenza da drogati che è stata sfruttata per “far girare l’economia”. Un’economia che non si basa più sulla produzione di buoni manufatti ma sul consumo di cibo, di alcol, di droga. La cultura dello sballo. La movida.

Se questa pandemia si fosse presentata nei miei mitici anni sessanta, non ci sarebbero state tante rinunce da fare.  Al ristorante si andava solo per festeggiare qualche occasione speciale. Le vacanze si facevano una volta d’estate e in Italia. Il bar era un posto da uomini che giocavano a biliardo o a carte. In palestra andavano solo gli atleti. I bambini frequentavano la scuola mezza giornata e mangiavano a casa. Il pomeriggio facevano i compiti e giocavano con i figli dei vicini.

Il lockdown c’era già e non lo sapevamo. Anzi, eravamo felici.

La nostra vita moderna è in deriva. E allora ben venga questo Natale senza sorrisi obbligati, senza pizze di palestra, senza la festa aziendale alla Filini e Fantozzi. Senza la zia che ci sta sulle palle. Senza una vuota corsa che ci sfianca ma non nutre la nostra anima. Senza bambino a karate e bambina a danza. Senza il corso di zumba per vecchi.

Liberiamoci di questa adolescenza perenne, dei bambini che nascono già grandi e vanno a mangiare la pizza con gli amici a sei anni, delle nonne con le calze a rete.

Viva il caffellatte in casa. Viva la pasta al pomodoro cucinata senza aver prima preso l’aperitivo. È buona lo stesso, sapete? Riempie comunque la pancia e non costa nulla, fa persino bene al portafoglio.

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Basstastareinsieme

14 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #cinema

Basstastareinsieme

 

Ogni anno, il momento migliore, quando sento il Natale più gioiosamente, è mentre faccio l’albero e addobbo la casa, poi, man mano che ci avviciniamo alla data fatidica, è quasi come se non vedessi l’ora che tutto finisse.

Ma quest’anno di lockdown - o semi lockdown, o autoimposto lockdown (anche interiore) - cerco di godermi di più ogni giorno.

Per me Natale non è il classico “siamo tuttipiùbuoni” oppure “bastastareinsieme”, è qualcosa di forse egoistico e infantile. Più invecchio, più vivo il Natale come se fossi una bambina. La mia stanza calda e ordinata, il cane che si riposa dopo una bella sgroppata e un bagno in un fiume gelato, i gatti che ronfano acciambellati sulla mia pancia o sui divani, l’albero e il presepe che luccicano, la televisione accesa e un plaid sulle gambe, una fetta di pandoro a fine pasto, qualche nocciolina, uno stupidissimo film di Natale americano.

Ognuno vive le cose come vuole, come le sente. Per me che sono asociale, il Natale non è la tombola di famiglia. A proposito. Ieri sera ho visto un film con Sergio Castellitto, Una famiglia perfetta, di Paolo Genovese, del 2012, (remake dello spagnolo Familia) dove il protagonista, un uomo solo, per la notte di Natale scrittura una compagnia di attori che impersonino i familiari che non ha.

Forse è così, a Natale impersoniamo tutti un ruolo, recitiamo un copione, quello della famiglia che per un giorno, uno solo, si finge felice e perfetta

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