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Jean- Michel Guenassia, "Il valzer degli alberi e del cielo"

28 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pittura, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo

Jean Michel Guenassia

 

Salani, 2017

pp 280

 

 

Il valzer degli alberi e del cielo, di Jean Michel Guenassia, avrebbe, e dico avrebbe, tutte le carte in regola per essere un meraviglioso e affascinante racconto romantico, invece - vuoi perché a scriverlo è un uomo, vuoi perché continuamente intramezzato da riferimenti a lettere e diari che sortiscono sul lettore un effetto di straniamento - se si eccettuano rari momenti nel finale e le descrizioni appassionate dei quadri, il pathos che sprigiona è scarso e l’interesse è tutto documentaristico. Indubbiamente, grazie a questo libro facciamo un tuffo in quella fine ottocento francese percorsa da slanci di emancipazione femminile e da fermenti artistici e sociali che partorirono i capolavori oggi racchiusi al museo d’Orsay e l’inconfondibile merletto di ferro della torre Eiffel.

La storia si basa su un’ipotesi intrigante, su “come potrebbe essere andata”. La trama ricostruisce gli ultimi sessanta giorni della vita di Vincent Van Gogh, quelli trascorsi ad Ausers sur Oise, investigando i dubbi che circondano la sua fine, e ipotizzando un amore, mai confermato, con Marguerite, la figlia diciannovenne del medico, mecenate d’impressionisti, Paul Ferdinand Gachet, colui che ebbe in cura il pittore olandese negli ultimi mesi e che si trovò a fronteggiare la fatale ferita d’arma da fuoco. L’ipotesi di Guenassia è che Gachet non sia stato l’amico degli impressionisti bensì un opportunista che ha contribuito alla morte di Van Gogh e alla diffusione di falsi sui quali ha lucrato.

Come dicevamo, la storia d’amore, pur tormentata e romantica, non ci cattura quanto la rappresentazione della pittura di Van Gogh. La descrizione dei quadri, tempestosi, mossi, tormentati, è più vivida e riuscita della caratterizzazione dei personaggi e dei loro sentimenti un po’ di maniera. Van Gogh stesso rimane sullo sfondo come persona, risaltando solo nell’atto di dipingere, anzi, di aggredire la tela.

In piedi di fronte al paesaggio – fra campi di grano, pagliai, voli di corvi, tetti e girasoli – Van Gogh dipinge senza gettare mai uno sguardo all’esterno, a ciò che deve ritrarre, concentrato su una visione solo mentale, seguendo l’onda di una burrascosa sinfonia interiore.

La personalità di Van Gogh ci sfugge, la sua malattia mentale non traspare, centrale resta il bisogno di dipingere tele su tele, inondandole di luce e colore con delirio ossessivo. Il suo carattere è un mistero, non capiamo se sia soltanto un egoista preda di demoni interiori o se, a suo modo, ami Marguerite e cerchi di salvarla da se stessa.

Marguerite, invece, è l’immagine della ragazza ingenua, libera, ribelle, che coraggiosamente e con incoscienza giovanile spezza per amore tutti i vincoli che la legano al mondo borghese e conformista rappresentato dal meschino padre e dal vile fratello. Per amore è disposta a tutto e vede nell’uomo di cui si è innamorata non solo l’incarnazione della passione romantica ma anche il maestro che potrebbe rivelarla a se stessa, plasmarla, scioglierla dalle catene e farla brillare della fiamma di un’arte che in realtà non possiede, perché lei sa solo imitare i pittori prediletti ma non riesce a dipingere qualcosa di originale. Vincent la chiama “mio piccolo girasole”, fanno l’amore nella pensione bohemienne dove lui alloggia e parlano fitto tenendosi abbracciati ma rimangono due solitudini inconciliabili.

 

Ma lui sapeva che il nostro tempo era contato. Io no. Lui sapeva, d’istinto, molto prima che io l’ammettessi, che siamo soli sulla Terra e che contro questo non possiamo fare nulla. Soli di fronte a noi stessi. Soli in mezzo agli altri. Qualunque cosa ci si possa inventare per far credere il contrario. E Vincent è riuscito a dipingere proprio la bellezza di questa profonda solitudine” (pag 271)

 

 

 

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Andersen a Carrara

27 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

 

 

Dopo avervi raccontato le esperienze di Hans Christian Andersen a Livorno, vi proponiamo un gustoso bozzetto del suo passaggio a Carrara.

 

A cura di Vibeke Worm e Patrizia Poli

 

 

Venerdì 4 ottobre 1833.

Il cavallo era malato, il nostro onesto vetturino disse che dovevamo cambiare carro e cavalli e riportarci a Pisa. Era un giovane molto bello che ci guidava, luminosa la luna e gloriosa l’aria. Abbiamo incontrato molte persone a piedi, passato una vecchia fortezza dei tempi romani.

Per vedere la cava in Carrara abbiamo fatto una deviazione. Abbiamo sentito dei colpi di pistola, era l’anniversario di matrimonio del duca. Tutti i soldati avevano rami di mirto nel berretto, c’erano ghirlande appese su un grande edificio. (…) un piccolo fiume chiaro, vicino alla strada, correva oltre. Il marmo era bianco brillante, attraversato da venature verdi. La montagna stessa era una grossa cava di marmo bianco e grigio, vi si trovavano cristalli. Mi sembrava di essere in una montagna incantata dove dei e le dee sedevano imprigionati in grandi masse di roccia bianca e aspettavano potenti artisti come Thorvaldsen e Canova.

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Cavalieri, marinai e crociati

24 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

 

 

Viveva con sua madre in Cornovaglia:

un dì trasecolò nella boscaglia.

Nella boscaglia un dì, tra cerro e cerro

vide passare un uomo tutto ferro.

Morvàn pensò che fosse San Michele:

s'inginocchiò: Signore San Michele,

non mi far male, per l'amor di Dio!

Né mal fo io, né San Michel son io.

No: San Michele non poss'io chiamarmi:

cavalier, sì: son cavaliere d'armi.

Un Cavaliere? Ma che cosa è mai?

Guardami o figlio e che cos'è saprai.

Che è codesto lungo legno greve?

La lancia: ha sete, e dove giunge, beve.

Che è codesta di cui tu sei cinto?.

Spada, se hai vinto; croce se sei vinto.

Di che vesti? La veste è pesa e dura.

E' ferro. Figlio, questa è l'armatura.

E tu nascesti già così coperto?.

Rise e rispose il cavalier: No, certo.

E chi la pose, dunque, indosso a te?

Chi può. Chi può?. Ma, caro figlio, il re! (Giovanni Pascoli, Breus)

 

Attorno all’anno Mille la scala sociale prevedeva cavalieri, artigiani, commercianti, contadini e servi della gleba. Se i contadini erano costretti alle angherie, cioè a servire il feudatario in cambio di protezione, i servi della gleba erano poco più che schiavi, non potevano lasciare i terreni che coltivavano e venivano venduti con essi.

Raggiunto un minimo di pace e stabilità, cominciarono a diffondersi le coltivazioni introdotte dagli Arabi e tornarono ad essere usati alcuni vecchi sistemi di irrigazione e bonifica. Si produsse un po’ di più di quanto si consumasse e perciò ripartirono scambi e commerci. Tornò in auge una cosa quasi dimenticata: la moneta. Le strade furono nuovamente popolate da viaggiatori, le fiere si animarono di mercanti.

All’incrocio delle strade nascevano mercati, attorno ai mercati si raccoglievano artigiani e, pian piano, si formavano i borghi. Alcuni erano completamente nuovi, altri erano antiche città romane che risorgevano. Nei borghi vivevano i borghesi, cioè i commercianti e gli artigiani della lana, del ferro, del legno, del cuoio. Spesso in una stessa strada si radunavano coloro che praticavano lo stesso mestiere.

In Italia i primi centri abitati a diventar ricchi attraverso i commerci furono alcune città di mare, quelle che successivamente saranno dette repubbliche marinare: Venezia, Genova, Pisa, Amalfi, più altre più piccole, che commerciavano via mare stoffe, pietre preziose, spezie per insaporire e conservare i cibi. I mercanti delle repubbliche marinare andavano in Oriente a comprare merci e le rivendevano in Europa a caro prezzo. Con l’oro importato dall’Africa, con l’argento scavato nelle miniere di Spagna, Francia e Germania, vennero coniate nuove monete che cominciarono a circolare, sostituendo denari e bisanti arabi e bizantini. Nuove scoperte illuminarono questi secoli a torto considerati bui, fra queste la bussola.

I viaggiatori raccontavano storie meravigliose sui costumi dei popoli orientali, sulle ricchezze che si trovavano in quei paesi, sugli animali esotici che li popolavano. Raccontavano però anche dei luoghi che avevano conosciuto la passione e la morte di Gesù ora in mano agli infedeli, dei musulmani che uccidevano i pellegrini cristiani in Terrasanta. Si fece strada così l’idea di una riconquista di quei luoghi sacri e nacquero le Crociate. Al grido di “Dio lo vuole” furono compiuti parecchi misfatti.

Verso Gerusalemme partivano persone veramente spinte dalla fede. È da notare come persino anime devote e pie come la stessa santa Caterina da Siena incitassero alla guerra in nome di Dio. Partivano però anche cavalieri senza feudo, figli cadetti, gente qualsiasi che sperava in un ricco bottino. Si partiva soprattutto via mare e le repubbliche marinare si arricchirono ancor più con il trasporto dei Crociati, cioè quei combattenti che partivano per la Palestina con una croce rossa appuntata sul petto.

Gerusalemme fu conquistata ma la conquista durò poco e i musulmani si ripresero le terre dalle quali erano stati cacciati. Altre crociate furono organizzate da papi, imperatori, re, se ne ebbero sette nel giro di duecento anni. Ma turchi e Musulmani ebbero la meglio.

Le Crociate fallirono il loro scopo, che era quello di conquistare definitivamente la Palestina, ma aumentarono i traffici con l’Oriente e importarono da quelle terre nuovi sistemi di coltivazione dei campi e di lavorazione nelle officine.

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Mai dire mai

21 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

 

Ho trascorso una strana Pasqua, a riprova che “mai dire mai”, che si può sempre tornare sui propri passi, che sarebbe stupido e cattivo non farlo, che bisogna perdonarsi e perdonare, che non si sa mai cosa c’è dietro l’angolo.

Aprile è esploso ma poi è tornato il freddo, però le giornate sono comunque lunghe e luminose. Il mio cane corre nei prati e si bagna in ogni pozza, in ogni ruscello, in ogni cala marina. Il sole è un amante che penetra, proibito e clandestino, questa mia pelle che non potrebbe riceverlo, mi dà un piacere sensuale.

Fra le cose che vi presento oggi ce ne sono alcune che serviranno per il mio viaggio in avvicinamento. Lascio a voi indovinare oggetti e meta. È un itinerario immaginato da tempo, spero che non succeda niente che mi impedisca di partire, ho paura di parlarne per scaramanzia, ma sarà lontano, molto lontano.

 

Vediamo cosa abbiamo.

 

La camicetta fantasia, ormai un classico nel mio guardaroba. Non mi stanco di dire che non si stira, che copre i difetti ed è pratica ed elegante in ogni occasione. Speriamo che non passi di moda tanto presto. L’ho comprata insieme con un’amica e costituirà un bel ricordo.

Tre magliette, una color vino rosé, una sabbia e una verde militare, che a me servono un po’ per tutto, per stare in casa, come underwear o anche da sole.

La canotta bianca col logo, idem come sopra. Ormai sono un po’ restia a portarla da sola perché la carne flaccida deborda, ma non se può fare a meno quando è troppo caldo. Sotto una camicia aperta, o con uno di quei cardigan che vanno adesso, poi, fa un figurone.

Borsa e zaino in ecopelle lasciano intravedere quello che sarà il mio look in questo viaggio alla ricerca delle origini, in quello stile coloniale che mi piace tanto. Fanno pendant con il borsone che vi avevo già mostrato.

Scarpe da trekking e cappellino (e il cappellino l’ho trovato!) completano l’insieme e saranno indispensabili laggiù.

A risentirci

 

 

 

I have passed a strange Easter, proving that "never say never", that you can always go back on your steps, that it would be stupid and bad not to do it, that you have to forgive and forgive yourself, that you never know what is behind the corner.

April has exploded, but the cold is back, nevertheless the days are long and bright. My dog ​​runs in meadows, and baths in every pond, every brook, every marine cove. The sun is a lover who penetrates, forbidden and clandestine, this skin that should not receive it, and gives me a sensual pleasure.

Among the things that I present today there are some that will be useful for my approaching journey. I leave you guessing objects and target. It's a long-awaited itinerary, I hope nothing happens to stop me from leaving, I'm afraid to talk about it, but it will be far, far away.

Let's see what we have.

 

 

The fancy blouse, now a classic in my wardrobe. I'm not tired of saying that it does not stretch, covers all defects and is practical and elegant at every occasion. I hope it does not get old fashioned so soon. I bought it with a friend and it will be a good memory.

Three t-shirts, a rosewood one, a sand one and a military green one, which are useful to stay home, to be worn as underwear, or even in open air .

The white shirt with logo, idem as above. By now, I'm a bit reluctant to wear it alone because the flabby flesh goes off, but one cannot help it when it's too hot. Under an open shirt, or with one of those cardigans, it makes a figurine.

Eco-leather bag and backpack let you glimpse what's going to be my look in this future journey to the origins. It’s the colonial style that I enjoy so much. They make pendant with the bag I had already shown to you.

Trekking shoes and hat (and the cap I found!) complete the outfit and will be indispensable over there.

 

See you soon

Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
Mai dire mai
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Pee Gee Daniel, "Il suocero e il genero"

9 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

 

 

Il suocero e il genero

Pee Gee Daniel

 

Leucotea, 2017

pp 133

13,90

 

 

Rispetto a Lo scommettitore, Il suocero e il genero di Pee Gee Daniel - che pare faccia parte di una trilogia dal titolo Once upon a time in Valdiguggio - accentua sempre più la ricercatezza barocca del linguaggio, a scapito della scorrevolezza, fin quasi a ricordare lo stile di Eco, e trasforma l’ironia in, meno divertente e più cattivo, sarcasmo.

Stevo Manini dirige da anni e senza successo una rivista locale in quel di Valdiguggio, paese vagamente riconducibile al Piemonte. Suo malgrado è costretto a far entrare in redazione il genero, un buono a nulla che in breve trasforma il giornale in un magazine di gossip e lo fa con tale successo da scatenare il livore e l’invidia del suocero.

Tutto qui, non c’è altro ma ciò che conta è la messa alla berlina, beffarda e surreale, di certi ambienti pseudo culturali di provincia, che ruotano spesso attorno a riviste e giornalini. E così abbiamo l’ignoranza travestita da cultura, il provincialismo spacciato per sapere di nicchia. Alla fine sarà proprio Doriano Di Marzio, l’odiato genero, a scoperchiare il sepolcro imbiancato del circolo cittadino per mostrare cosa c’è sotto: solo volgarità e ignoranza.

È facile, quando vivi in provincia, essere orbo in un mondo di ciechi, sentirti grande senza motivo, circondarti solo di chi ti plaude perché non conosce altro che te, perché è ancora più ignorante di te. Ma certa autostima ha i piedi di argilla ed è pronta a crollare al primo cedimento, alla prima critica esterna.

 

Ecco che di nuovo quell’edificio che fino a poche ore prima rifulgeva sotto al sole, nella sua liscia consistenza crisoelefantina, costruito con le centinaia di belle parole spese a suo proprio decoro, si faceva ora di cartapesta e cedeva, giù, strepitoso, afflosciandosi infine sul selciato, a causa di una miserrima, singola amenità mossagli contro a suo detrimento.” (pag. 43)

 

Al centro di tutto ci sono i caratteri, chiamarli personaggi diventa difficile, da quanto sono distorti attraverso una lente caricaturale che ne mette in risalto i difetti. Le peggiori, ma comunissime, emozioni umane sono descritte senza pietà: invidia, ambizione, mania di grandezza, odio e meschinità.

Il lessico, come dicevamo, è molto elaborato, e le note finto-filologiche finali ci ricordano tanto i dizionari del Borzacchini.

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Rosalba Perrotta, "L'uroboro di corallo"

29 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

L'uroboro di corallo

Rosalba Perrotta

 

Salani, 2017

pp 324

Questo libro si legge alla svelta, scivola come acqua frizzante, no, anzi, come prosecco, e quindi alla fine uno si aspetterebbe qualcosa di più. Va bene l’uroboro, va bene la rinascita delle dame, ma qualcosa di più significativo dovrebbe pur arrivare.

Allora bisogna capire che la parte rilevante de L’uroboro di corallo, di Rosalba Perrotta, forse non è la trama, quanto, piuttosto, il modo in cui sono caratterizzati i personaggi, alcuni molto veri, altri quasi macchiette. La scrittura femminile rende avvincente anche una semplice concatenazione di gesti, come scegliere un abito, fare la valigia, preparare la tavola, cucinare. E di cose in questa storia ce ne sono tante, dai tarocchi all’antiquariato, dalla cucina, al canto.

Anastasia è una signora di settantuno anni che somiglia a Ingrid Bergman. Timida, repressa, “ammodo” e insicura, soffre per l’abbandono del marito archeologo, che l’ha lasciata con due figlie grandi, rifacendosi una vita con una donna più giovane. Le figlie sono adulte, ormai - Doriana pratica e Nuvola sognante - entrambe con problemi personali, hanno nei suoi confronti l’atteggiamento infastidito e protettivo che spesso si riscontra nei rapporti fra ragazze e madri avanti con gli anni. Grazie ad un’eredità, entra in possesso di Anastasia un palazzotto in un quartiere malfamato di Catania, appartenuto all’amante lituana (e sensitiva) del nonno, con annesse cianfrusaglie, fra le quali una spilla a forma di uroboro, simbolo di rinascita, molto ambita dal capo di una confraternita esoterica, tale cavalier Santospirito. Ognuno dei personaggi, Anastasia, Doriana, Nuvola, Igor Pastorello, Matteo etc, a suo modo è solo con i propri problemi, come siamo in fondo un po’ tutti. Doriana ha un marito depresso e un amante invadente, Nuvola non ha mai raccontato a nessuno perché si sia vista costretta a lasciare il fidanzato quasi sull’altare e, inoltre, soffre la lontananza dal padre. Tutto è raccontato con estrema leggerezza, con molta ironia. L’autrice sembra non prendere niente troppo sul serio ma, comunque, sa analizzare molto bene la psicologia dei vari caratteri.

La risurrezione di Anastasia sarà tale da portarla a contatto con persone che mai avrebbe pensato di poter frequentare, prime fra tutte le tre cugine continentali che sua madre le aveva sempre proibito di incontrare perché sconvenienti e bizzarre. Saranno proprio loro a introdurla a una nuova vita fatta di scoperte, di colloqui, di cultura e di viaggi. Dal momento in cui entra in possesso della spilla, ad Anastasia accadono solo cose piacevoli e uno stimolo interiore la induce a rinnovarsi, ritrovando persino un amore infantile, un bambino che l’aveva chiesta in moglie durante una recita scolastica. Non sappiamo se il progresso interiore e il ringiovanimento esteriore, se i nuovi corteggiatori e il ritrovato elan vital, dipendano davvero dai poteri magici dell’uroboro o se si tratti di un “effetto placebo”. Può darsi che la convinzione di avere un aiuto sovrannaturale spinga Anastasia ad agire in modo da attirare effettivamente eventi positivi. Dentro di lei le premesse c’erano, occorreva solo un impulso per tirarle fuori.

Se un significato c’è in questa storia, è il senso che può avere la vita nella terza età. Figlie distratte possono capire che una donna di settanta anni è ancora una persona, esattamente come loro? Che non può vivere solo stando attenta “a non rompersi un femore”? Che ha desideri, rimpianti e persino sogni? Che, alla fine, è sempre quella che era quando aveva la loro età? Forse invecchiare non è solo sbiadire, forse ci vorrebbero più opportunità e più considerazione per tutti. Una donna di settantuno anni ha ancora il diritto di disobbedire, quello che Anastasia non ha mai fatto nella vita. Intere generazioni di femmine sono cresciute obbedendo ai genitori prima, al marito e ai figli poi. Il loro momento non è mai giunto. La spilla con l’uroboro simboleggia la venuta di quel momento.

Sparsi nel testo ci sono anche altri temi non trascurabili, lasciati emergere tramite l’umorismo delicato che caratterizza la cifra dell’autrice, ad esempio il razzismo.

L’ambientazione è una Sicilia moderna, non legata ai soliti stereotipi ma molto caratterizzata e ancora preda di vecchi retaggi perbenistici, e persino di reminiscenze esoteriche. Fondamentale l’uso di termini dialettali.

Lo stile è vivace e ironico, si basa su dettagli molto concreti, come la tazza di Orzoro o gli arcani dei tarocchi, mescolati a suggestioni colte; la narrazione corale si fonda su un punto di vista rigorosamente circoscritto che ci fa conoscere i pensieri di tutti i protagonisti. Molto peculiari e realistici i dialoghi, dove a parlare è una persona sola. Abbiamo poi lettere, mail, canzoni.

Tutto vivace, “appetitoso”, spumeggiante… però, come dicevo, alla fine i fili della trama vengono tirati, anzi strattonati, troppo in fretta e la tanta carne al fuoco lascia a bocca asciutta.

Insomma, molto (spassoso) rumore per nulla.

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La minuscola carolina e la Chanson de Roland

27 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

La parola guerra deriva dal termine franco wërra. I Franchi furono i più famosi fra i popoli barbari. Solo i Franchi furono capaci di fermare gli Arabi, grazie a Carlo Martello, e formare un regno grande quasi quanto l’impero romano. Abitavano i territori dell’attuale Francia, erano di origine germanica e si erano mescolati ai primi abitanti di quella zona, cioè i Galli (sì, proprio quelli di Asterix e Obelix) e i romani. I Franchi erano stati fra i primi popoli barbari ad accettare il Cristianesimo e a parlare la lingua di Roma. I papi chiesero il loro aiuto contro i Longobardi che furono sconfitti dal nipote di Carlo Martello, il futuro Carlo Magno, così soprannominato perché fu un grande re che compì imprese memorabili. Era padrone della Francia e aveva tolto l’Italia ai Longobardi. I suoi eserciti, comandati da possenti guerrieri detti Paladini, si erano spinti molto lontano, rendendolo padrone delle terre che oggi si chiamano Belgio, Olanda, Danimarca, Germania, Svizzera, Austria. Dalla caduta dell’impero romano non si era più visto in Europa un dominio tanto vasto.

Carlo Magno (742- 814) era figlio di Pipino il breve e di Berta dal grande piede, la quale fu responsabile del matrimonio fra questi e la sfortunata Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Quando Carlo ripudiò la sposa in favore di Ildegarda, pare che la madre non l’abbia presa bene

Carlo era altissimo, robusto, forte, con naso lungo e ventre prominente a causa del gran bere e mangiare. Aveva occhi grandi e vivaci, voce chiara, amava le donne e la famiglia. La notte di Natale dell’anno 800, papa Leone III lo incoronò, a Roma, imperatore dei Romani. Il nuovo impero si chiamò Sacro Romano Impero, Romano perché prendeva il posto dell’impero di Roma, Sacro perché cristiano.

Il Sacro Romano Impero era diviso in tanti feudi. Le grandi strade erano poco frequentate e infestate di briganti, si coniavano poche monete, il commercio languiva. Molto si era dimenticato dell’arte di coltivare la terra, costruire canali per irrigarla e drenare l’acqua nelle paludi. I campi inaridivano e s’inselvatichivano. Le città venivano abbandonate e ne sorgevano di nuove dove la terra era più sfruttabile. L’Europa era un mare di foreste e steppe.

Come sviluppo del castrum, cioè dell’accampamento romano fortificato, in posizione strategica ed elevata ben difendibile, sorsero castelli, atti a ospitare una guarnigione con il castellano e la sua famiglia. Attorno al castello crebbero interi borghi, abitati da coloro che servivano il signore e ne ottenevano in cambio protezione. Durante gli assedi ci si poteva ritirare dentro le mura e resistere a lungo.

I signori del feudo si chiamavano feudatari, cioè uomini liberi che davano aiuto militare in cambio di una ricompensa ed erano vassalli dell’imperatore. Se il feudo era grande, veniva suddiviso fra altri castellani, detti valvassori, che rispondevano al feudatario maggiore. Al di sotto dei valvassori potevano esserci i valvassini. Vassalli, valvassori e valvassini erano i nobili, detti cavalieri perché avevano il permesso di combattere a cavallo.

Sebbene personalmente illetterato, Carlo dette impulso ad una riforma culturale in architettura, in filosofia, in letteratura, in poesia e nella religione. Si assistette a una vera e propria Rinascita carolingia. La riforma della Chiesa, in particolare, si proponeva di elevare il livello morale e la preparazione culturale del personale ecclesiastico. Carlo era ossessionato dall'idea che un insegnamento sbagliato dei testi sacri, non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello "grammaticale", avrebbe portato alla perdizione dell'anima. Carlo pretese di fissare i testi sacri e standardizzare la liturgia, imponendo gli usi romani, nonché di perseguire uno stile di scrittura che riprendesse il latino classico. Si prescrisse a preti e monaci di dedicarsi allo studio del latino e all’istruzione dei giovani. In ogni angolo dell’impero sorsero delle scuole vicino alle chiese e alle abbazie. Neanche la grafia venne risparmiata, e fu unificata, entrando in uso corrente la “minuscola carolina”. Le lettere divennero regolari, legature e abbreviazioni vennero eliminate, furono introdotti la punteggiatura, a segnare le pause, e il punto interrogativo. Da quei caratteri derivarono quelli utilizzati dagli stampatori rinascimentali, che sono alla base degli odierni.

L'Impero resistette fin quando fu in vita il figlio di Carlo, Ludovico il Pio; fu poi diviso fra i suoi tre eredi, ma la portata delle riforme e la valenza sacrale influenzarono radicalmente tutta la vita e la politica del continente europeo nei secoli successivi.

La Chanson de Roland, scritta intorno alla seconda metà dell’anno mille, appartiene al ciclo carolingio ed è considerata una delle opere più significative della letteratura medievale francese. Di natura epica, il poemetto anonimo trae spunto da un evento storico, la battaglia di Roncisvalle, del 778, quando la retroguardia di Carlo Magno, comandata dal prode paladino Rolando/Orlando, fu attaccata dai Baschi, nella riscrittura epica trasformati in saraceni, aiutati dal traditore Gano di Maganza. Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, facendolo solo quando si accascia morente.

 

 

Il conte Orlando giace sotto un pino,

verso la Spagna tiene volto il viso.

Di molte cose gli ritorna alla mente,

di tante terre quante ne prese il prode,

la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,

Carlomagno che l’allevò, suo signore;

non può impedirsi di sospirare e piangere.

Ma non si vuole dimenticare di sé,

confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:

«Vero Padre, che non hai mai mentito,

san Lazzaro da morte risuscitasti,

e Daniele dai leoni salvasti

a me l’anima salva da tutti i pericoli

dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».

Il guanto destro porge in pegno a Dio:

San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.

Sopra il braccio si tiene il capo chino,

le mani giunte è arrivato alla fine.

Dio gli manda il suo angelo Cherubino

e San Michele del mare del Pericolo;

insieme a loro viene lì san Gabriele,

portan del conte l’anima in paradiso.

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Jeans e antidepressivi

25 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

Non so voi ma io mi sento più a mio agio in pantaloni, a meno che non faccia troppo caldo, allora preferisco gonne ed abiti. E, fra i pantaloni, i jeans restano i prediletti. Quelli che vanno adesso, poi, skinny ma elasticizzati, sono anche molto comodi. In questi giorni se ne trovano davvero di stilosi. Io suggerisco di comprarne un paio a stagione, ma anche di più, non sono mai troppi nell’armadio e in valigia, l’importante è che si differenzino gli uni dagli altri almeno di un particolare.

La versione che ho acquistato va tantissimo questa primavera; sono decorati con strass e perline, strappati ma chiusi da intarsi di pizzo bianco, come se sotto portassimo una calza, non sia mai che debba vedersi la ciccia brutta e vizza. Troppa pelle scoperta è volgare a ogni età, alla mia, poi, è anche stomachevole. Ci abbino la nuova maglia celeste ed ecco pronta una nuova mise che sa di primavera.

Cosa abbiamo poi?

La maglia/camicia grigia, larga, soluzione facile in ogni occasione.

La camicia nera, idem come sopra.

La camicia bordò, scollata sul retro, in una specie di crêpe. Ravvivarla con una collana (un vezzo diceva mia nonna) e portarla con un tacco, la rende adatta persino per una cerimonia.

La primavera è arrivata e mi sta rinascendo una nuova voglia di fare, di uscire, di viaggiare che credevo perduta. Forse è la cura per l’emicrania che contiene antidepressivi. L’emicrania non se ne va ma l’umore è migliorato.

 

 

I do not know about you, but I feel more comfortable in pants, unless it gets too hot, then I prefer skirts and dresses. And, among the pants, jeans remain the favorites.

Those which are up to date now, skinny but stretch, are also very comfortable. These days, you may find some very stylish. I suggest you buy a pair each season, but even more, there are never too many in the closet and in your suitcase, the important thing is that they differ from each other at least in one thing.

The version I bought is a lot fashionable this spring; it is decorated with beads, torn but closed by white lace inlays, as if, under, you were wearing a stocking. One should never see the ugly and withered flesh underneath. Too much exposed skin is vulgar at all ages, at mine is sickening.

We can match the jeans with the new light blue jersey and there you have a new outfit that smells of spring.

What we have then?

The gray shirt, an easy solution for every occasion.

The black shirt, ditto.

The burgundy shirt, low-cut at the back, in a kind of crêpe. Enlivened by a necklace (a “vezzo” my grandmother used to say), and worn with high heels, makes it a suitable outfit even for a ceremony.

Spring is here and I feel a new life inside, a desire to do things, to go out, to travel. Maybe it's the cure for migraine containing antidepressants. The headache does not go away, but the mood is improved.

Jeans e antidepressivi
Jeans e antidepressivi
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Claudia Muscolino, "A casa per Natale

18 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto

 

 

A casa per Natale

e racconti per tutto l’anno

Claudia Muscolino

 

Porto Seguro Editore, 2016

pp 113

12,90

 

Per costruire un buon racconto breve, a mio avviso, occorrono quattro elementi: un’idea originale, un’atmosfera particolare, un linguaggio non banale e uno sviluppo da un punto di partenza fino ad un punto di arrivo.

Claudia Muscolino ci presenta la sua raccolta di racconti, A casa per Natale. La prima parte è ambientata nelle immediate vicinanze del Natale, la seconda, come indica il sottotitolo, in altri momenti dell’anno. Ma qui forse manca qualcosa, non tutti i racconti soddisfano i suddetti elementi, manca una sorpresa finale, un capovolgimento della prospettiva. Insomma, queste novelle lasciano poco dietro di sé, non impattano e non segnano.

Alcune storie sono molto reali, altre al limite del fiabesco e del gotico. I racconti che hanno come fulcro il Natale si basano sul contrasto fra il clima festivo e le tempeste interiori, i problematici rapporti interpersonali di famiglie riunite a forza e per convenienza.

Le protagoniste sono quasi sempre donne – ma anche qualche uomo - streghe, sensitive, assassine, omosessuali, ma pure persone comuni alle prese coi problemi di tutti i giorni, con difficili rapporti domestici, con sorelle, madri e nonne livorose e rancorose. Le loro storie, però, sono spunti, idee che abortiscono senza dare il senso della profondità, del percorso e dell’evoluzione.

Lo stile è corretto e piano, grande spazio è dato al dialogo - che suona, però, un poco artificioso, non spontaneo – perché contano i personaggi più che gli accadimenti, contano le loro interazioni, i loro rapporti non facili. Come è scritto nella quarta di copertina, “ciò che si vede è solo la punta di un iceberg emotivo”.

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La pietra nera

16 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

La leggenda narra che gli Arabi sono i discendenti di un figlio di Abramo, Ismaele, perdutosi nel deserto insieme a sua madre Agar. Agar e Ismaele, stanchi e assetati, furono soccorsi da un angelo che consegnò loro una pietra candida sulla quale posare il capo durante la notte. È questa pietra che viene custodita nella Kaaba, solo che, col passare degli anni, si è lentamente annerita a causa delle colpe degli uomini verso Allah. In realtà, non sappiamo se sia un meteorite o se appartenga a un precedente passato litolatrico.

Maometto nacque alla Mecca, figlio unico, presto orfano, di una famiglia di mercanti. Pare che fra le scapole avesse un neo che lo predestinava alla vita profetica. Sposò una vedova molto più vecchia di lui, della quale curava gli interessi economici. Ebbero sei figli tutti deceduti troppo presto. 

Crebbe in un clima già imbevuto di monoteismo. Nell’Arabia preislamica, infatti, erano presenti comunità di cristiani ed ebrei, e anche altre che non si riferivano a una struttura religiosa particolare. La pietra nera era nel frattempo stata rimossa per restaurare la Kaaba, ma i principali esponenti dei clan della Mecca, non riuscendo ad accordarsi su quale di essi dovesse avere l'onore di ricollocare la pietra al suo posto originario, decisero di affidare la decisione alla prima persona che fosse transitata sul posto: quella persona fu Maometto. Egli chiese un panno e vi mise al centro la pietra, poi la trasportò insieme agli esponenti dei clan più importanti, ognuno della quale reggeva un angolo del tessuto. Fu Maometto a inserire la pietra nel suo spazio, mettendo tutti d’accordo.

In base ad una rivelazione ricevuta dall’arcangelo Gabriele, Maometto cominciò dal 610 a predicare una religione strettamente monoteista. Le sue rivelazioni saranno raccolte, dopo la sua morte, nel Corano, il libro sacro dell’Islam. Anche lui, come Gesù, non fu profeta in patria. Pochissimi dei suoi compaesani si convertirono o lo ascoltarono all’inizio. 

Come nel Cristianesimo, vi fu un primo periodo di opposizione alla nuova religione, e di persecuzioni, con alcuni martiri che pagarono con la vita il rifiuto di abiurare all’Islam. Poi, sempre come nel Cristianesimo, la situazione si capovolse. Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale perché non appartenente alla razza di Davide. Cominciò così un periodo di guerre fra ebrei e musulmani. L’Islam fu imposto a forza e con la spada, da Medina alla Mecca.

Dopo aver assoggettato tutti i territori, Maometto morì senza aver nominato il suo successore. Lasciò nove vedove e una figlia femmina, Fatima, che perì pochi mesi dopo, ma fu destinata a divenire una figura di spicco nell’Islam.

All’inizio gli occidentali considerarono l’Islam come una delle eresie del Cristianesimo. La religione di Maometto si basava, infatti, su tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) e su tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.

Dopo la morte di Maometto gli Arabi uscirono dai confini della loro terra e si lanciarono alla conquista dei paesi vicini. Caddero nelle loro mani la Siria, la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto, la costa settentrionale dell’Africa, la Spagna. Sembrava che l’impero arabo dovesse sostituire quello romano, ma l’avanzata fu arrestata su due fronti. A est gli Arabi si fermarono davanti alla penisola mediorientale, protetta dal mare e dalle montagne, grazie all’intervento bizantino. A ovest furono bloccati sui Pirenei dai Franchi.

I Franchi abitavano la Francia, anche se provenivano dalla Germania. Si erano mescolati ai Galli e ai romani che già popolavano la regione. Erano stati fra i primi ad accettare il Cristianesimo, a ubbidire al papa e a parlare la lingua di Roma, in parte mescolata al loro linguaggio. Il capo che sconfisse gli Arabi si chiamava Carlo, detto Martello per aver martellato i musulmani con la sua vittoria.

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