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poli patrizia

Otello Marcacci, "Nottambuli a cena".

4 Maggio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Nottambuli a cena

Otello Marcacci

Le Flâneurs Edizioni, 2022

pp 322

18,00

 

 

 

Si conferma l’indubbia ottima scrittura di Marcacci anche in questa prova, sebbene personalmente io abbia amato più le atmosfere alla Stand by me di Tempi supplementari.

Luca Migliorini è sull’orlo del fallimento. Non sa più come far fronte ai debiti della sua azienda e come pagare gli stipendi ai dipendenti. Disperato, progetta di suicidarsi il sedici agosto per permettere alla sua ditta d’incassare l’assicurazione sulla vita. Nel mentre, immagina come si ammazzerà, godendo tuttavia i giorni che gli rimangono da vivere, non con grandi gesti eclatanti ma con le piccole cose della sua esistenza poco esemplare. Fra i suoi compagni di calcetto, tuttavia, c’è il Fioronta, implicato in giri pericolosi, che gli offre soldi e una via d’uscita in cambio di un omicidio. Dovrà uccidere Giuliano, già malato e suo amico di sempre. Un vero e proprio patto con il diavolo.

Nel frattempo, Luca parte per un viaggio on the road con gli amici storici, che ricorda varie pellicole italiane basate sull’ovvia metafora del percorso dentro se stessi. Luca e gli amici si mettono in cammino per un sud mafioso (ma lo è anche il nord) e fatiscente, ognuno con le proprie mete prefissate e con i propri mostri interiori. Luca deve portare un ragazzino dai tratti vagamente autistici a conoscere il padre, Cristina e Leonardo cercano il genitore omosessuale fuggito con un prete, Gildo vuole rintracciare la persona che gli ha donato un nuovo cuore. Finiranno tutti per perdere e trovare qualcosa. Personaggi duali, luce e buio, religiosità e razionalismo, disordine e ossessività compulsiva, quasi a livello gnostico, scrittura aulica e bassa mescolata, cultura pop e letteraria in un mix in cui mi riconosco e che mi è sempre appartenuto.

Anche qui, come nel precedente romanzo di Marcacci, “il caso non esiste”, nel senso che tutto è improbabilmente collegato, la trama è un puzzle di frammenti che s’incastrano e nessuno degli interpreti è lì per pura combinazione.  Il malaffare diffuso ovunque è più un “male” cosmico che un problema sociale contingente, così come il sud di Marcacci è solo intravisto come luogo ideale. Di davvero concreta, nel libro, c’è la Maremma grossetana, corporeità, questa, non scevra di lirismo, dell’elegia malinconica del ricordo.

I personaggi, nell’intenzione dell’autore, dovrebbero lasciarsi amare nonostante le loro abissali debolezze ma l’operazione empatia non scatta, si rimane spettatori, catturati però dalla maturità della forma letteraria, dalla piacevolezza dell’ironia.  Un romanzo scritto in uno stile anni ottanta (ed è un complimento!), più di testa che di pancia, dalla trama impossibile e dai dialoghi inverosimilmente filosofici, che piace per la buona scrittura ma non comunica emozioni, se non quando, come dicevo, tratta la materia maremmana, lo straziante attaccamento al territorio e alla sua gente, fatto di accettazione totale, nel bene e nel male.

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Valentina Fontan, "Nel segno del destino"

27 Aprile 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel segno del destino

Valentina Fontan

Literary Romance, 2022

 

Rispetto a Il prezzo della felicità, Valentina Fontan appare molto maturata come autrice di romanzi storici a tutti gli effetti. Nel segno del destino mescola le vicende di personaggi inventati con quelle di altri realmente esistiti.

Lorenzo e Greta sono due giovani innamorati. Lei, pia e dolce, avrebbe voluto ritirarsi in convento, ma è costretta a sposare il vecchio e sgradevole promesso sposo della defunta sorella. Lorenzo è un soldato romano che finirà per essere la guardia del corpo di Martin Lutero, il noto riformatore tedesco. Praticamente, Lorenzo sarà “l’ombra” onnipresente che ci permetterà di conoscere da vicino le vicende della vita di Martin Lutero.

Lutero dette inizio al protestantesimo, condannando la vendita delle indulgenze e sostenendo che chiunque può interpretare le Sacre Scritture senza bisogno di intermediari. Le sue famose 95 tesi segnarono il principio dello scisma della chiesa protestante da quella cattolica. La Fontan ripercorre tutti i principali avvenimenti della vita del monaco, dalla scomunica, al rogo della bolla papale, alla traduzione in tedesco della Bibbia etc. Ne esce una figura di uomo convinto delle proprie idee, impavido, capace di sfidare tutto e tutti e alla ricerca di una spiritualità autentica ma, soprattutto, di pace interiore.

Fra Martino e Lorenzo si instaura un cameratismo, a fasi alterne di odio e amore, che si approfondisce di giorno in giorno e che mi ha ricordato, per libera associazione mentale, quello scanzonato ma emozionante fra Merlin e Arthur nella serie televisiva Merlin.

Il percorso di Greta, invece, s'intreccia con le vicende di Katharina Bora, la suora divenuta poi moglie di Lutero, fra fughe rocambolesche dal convento, letture segrete e ricongiungimenti sempre rimandati. È interessante, quindi, questo chiasmo stabilito dall’autrice fra le due coppie di amanti, quelli di fantasia e quelli storicamente esistiti.   

Si sente il lavoro imponente di ricerca e studio dietro la stesura del romanzo. La maggior parte dello sviluppo è affidato al dialogo più che all’azione o alle descrizioni. Come nel precedente testo della Fontan, anche qui i personaggi, tutti indistintamente, tendono ad avere una certa qual “bizzosità” di fondo, comunque giustificata dalle diatribe e liti storiche.

All’autrice va il merito di aver riportato in auge una personalità basilare per la cultura occidentale, ma controversa e forse ultimamente un po’ accantonata.

 

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Patrizia Poli, "Axis Mundi"

8 Aprile 2022 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #miti e leggende, #saggi, #fantasy

 

 

 

 

Il  mito assume aspetti diversi nel tempo a seconda delle culture, dei narratori, del pubblico a cui si rivolge, dell’epoca in cui viene narrato, MA il suo significato profondo, il suo messaggio, resta inalterato perché a quello deve l’eternità, il suo non essere stato dimenticato insieme a tante altre storie. Rimangono le storie più importante per il loro significato profondo e per il modo come sono scritte.

Qual è il significato del mito di Artù e dei suoi cavalieri più famosi, le cui storie si sono aggregate solo in seguito? Tristano e Isotta incarnano l’amore fatale, che travolge le istituzioni, in particolare quella del matrimonio  su cui poggia la costruzione del potere nel medioevo e nei secoli successivi (“Tristano e Isotta è il grande mito lasciato in eredità dal Medioevo all’età moderna" in Romanzi medievali, pag XL); Lancillotto e Ginevra, al contrario, la fedeltà alle istituzioni, aldilà dei propri sentimenti, bisogni e desideri; Parsifal la difficoltà di diventare adulti, Galaad l’innocenza e la perfezione delle anime giovani. 

Le versioni della stessa storia sono infinite: le une riprendono le altre, aggiungono particolari o episodi,  oppure li abbandonano, esaltano comportamenti, li condannano o li negano ecc. Patrizia Poli ha dato una nuova trasformazione e lettura di questi racconti immortali.

Questo è un libro sul potere. Artù è un  re che ha un grande potere ma non lo usa, cioè lo usa per il bene del suo popolo ed è questo che fa di lui un sovrano. Come dice San Francesco, è dando che si riceve, perdonando che si è perdonati e morendo che si resuscita alla vita eterna e in effetti re Artù vive in eterno perché muore da re. Artù è caratterizzato dall'onestà e dalla gentilezza, il che non gli impedisce di essere un guerriero (armatura opera di sangue), ma lui non ama la guerra, è costretto a farla per difendere il regno o i deboli però è un re di pace, un giovane “di cuore”, “da amare”, come lo vede Ginevra  quando si incontrano. Artù perdona le miserie degli altri e le vive in prima persona. Conosce la gioia, il dolore, la paura, l’odio, l’amore, la tristezza, la sconfitta. Insomma è un uomo vero, un uomo normale. Non è un eroe puro come Lancillotto o un eroe amante come Tristano. Loro sono creature “mitiche”, Artù è una persona. Forse anche Morgana lo è, ma lei è anche “magica”, “primitiva”, legata alla grande dea, Artù è umano e basta. E in questo essere umano e restare umano sta la sua grandezza e dalla sua regale grandezza viene il bene del suo popolo e dell’intera natura. La grandezza di Artù sta nel non  usare il suo potere, il potere è solo servizio per il bene del suo popolo, per il bene della comunità, si direbbe oggi. Non esercita potere sulle persone (moglie, amici…) non utilizza mai le loro debolezze e le loro fragilità, non condanna i loro errori nonostante la sofferenza che gli procurano. Lui è tradito nel suo essere marito, fratello, padre, nella fiducia per la moglie, nell’affetto per la sorella, nel legame col figlio. Eppure lui capisce e perdona, senza mai rinnegare la delusione, la gelosia, la frustrazione, il dolore e anche l’orrore che queste persone a lui così profondamente legate gli procurano. Nel vivere con dignità e consapevolezza la sua fragilità sta la sua grandezza di uomo e il suo potere di monarca. Non usando il potere come comunemente si intende, lui lo esercita nel senso più alto. Potere vuol dire che si “può”, cioè si può fare il bene come il male, si può stare sopra o accanto, si può schiacciare o sostenere. Il potere è una vox media, dipende da come si usa e da come si intende, come la fortuna. In Artù, al momento della sua morte, c’è anche il tema della solitudine per l’allontanamento dalle persone care.

Forse la storia più “commovente” è quella di Parsifal, perché è  una storia di iniziazione, quindi attualissima: un ragazzo orfano di padre, con  una madre possessiva  - iperprotettiva diremmo oggi - che lo tiene al riparo - e quindi lontano – dal mondo, che a un certo punto si cimenta con la realtà. Non si può sfuggire al destino di diventare adulti, sembra dire la storia, forse sarebbe bello restare nel mondo ovattato e senza nubi dell’infanzia, protetti dai genitori e dalla famiglia. Ma sarebbe anche senza senso, noioso, alla fine. E comunque non si può: come Siddartha e come il ragazzo delle papere di Boccaccio, la natura, il mondo, la vita esercitano un richiamo irresistibile. Parsifal significa” che si apre un varco” e questo varco  verso la vita reale lui se lo apre con tutte le sue forze. 

La figura di Merlino è molto diversa in "Axis Mundi". Religione e magia si incontrano.

Questa è una nuova, affascinante, moderna lettura di un mito antichissimo che sta alla base della nostra cultura, del nostro immaginario e della nostra anima. Sta a voi scoprire chi sono Artù, Ginevra, Tristano ecc raccontati da Patrizia, quali miti ci narrano, quale veste nuova ha dato l’autrice, se e che cosa continua a toccarci nel profondo. Oppure, semplicemente, potete godervi una storia raccontata come al solito con audacia, maestria e con una nuova, piacevole “morbidezza”. Il piacere del racconto è ciò che ha permesso a quelle di Beroldo, Chretienne ecc, fra le varie e innumerevoli versioni, di arrivare fino a noi. È il piacere del racconto, il MODO come è raccontato, a salvare quella versione di una storia immortale di per sé. Perciò: buona lettura.

 

 

 

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Merlin

3 Aprile 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #serie tv, #televisione, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Forse è un segno del destino che io abbia visto l’ultima puntata della serie televisiva Merlin proprio il giorno dopo l’uscita del mio Axis Mundi. Certo quando ho iniziato a seguire la prima stagione di questa lunga produzione ormai datata - trasmessa da BBC One dal 2008 al 2012 - non avrei mai pensato di spenderci due parole. Invece, vuoi l’affezione ai personaggi, vuoi il mutamento e l’evoluzione di stagione in stagione, ora lascio Arthur e Merlin con dispiacere e con il magone.

La serie parte con un piglio e una allure infantile, sembra una di quelle storie televisive per bambini degli anni 90, per capirci, Fantaghirò. Ma poi cresce, stagione dopo stagione, fino alla quinta che raggiunge uno status epico anche nelle scene corali e di battaglia. Mutano pure i personaggi, persino nel fisico. All’inizio poco più che ragazzi scapestrati, diventano alla fine quello che hanno sempre rappresentato nel mito, figure gigantesche ed eroiche.

Tutto si basa su un bromance, o meglio una storia di “quasi amore” asessuato fra due amici maschi, Arthur e Merlin. Arthur (Bradley James) è bello, nobile e incarna la regalità. Ha un cuore d’oro nascosto sotto modi altezzosi ed è un grande e imbattuto guerriero. Ma la figura centrale è Merlin (Colin Morgan), con il suo viso da elfo, la sua bontà, la sua apparente goffaggine, la sua semplicità e totale umanità. Merlin, però, è anche, di nascosto a tutti, Emrys, il più grande incantatore mai vissuto, l’ultimo signore dei draghi.

Arthur, che è retto ma cieco e offuscato dai pregiudizi e dall’arroganza inculcatagli dal padre, capisce la statura di Merlin solo nel finale. Solo allora comprenderà quanto Merlin gli sia stato vicino, quanto lo abbia aiutato, quante volte gli abbia salvato la pelle, quanta maieutica abbia messo in atto per tirare fuori le sue qualità fino a farne il Grande Re. Persino la famosa estrazione della spada è congegnata da Merlin per aiutare Arthur a credere in se stesso.

Per tutta la vita, Merlin sostiene Arthur, gli è a fianco in ogni avventura, sempre disarmato e un passo indietro, sempre all’apparenza inferiore ai cavalieri del re e tuttavia indispensabile, sempre umile ma capace di indirizzare il sovrano verso le scelte giuste. Lo fa con testardaggine e pazienza, senza mai ricevere un grazie o il dovuto rispetto.

Merlin non può rivelare i propri poteri magici ad Arthur, come a nessun altro, in un regno da cui la magia è bandita pena la morte. Ho sofferto pensando alla forza intrappolata dentro il giovane mago il quale, fino all’ultima puntata, non ha potuto mostrare la propria natura e ha dovuto nascondersi sotto un aspetto dimesso e imbranato, quello che una parte di lui effettivamente è. “Sono sempre la stessa persona” dice ad Arthur morente, dopo che questi ha finalmente scoperto la verità.

Il loro rapporto va oltre la fratellanza scanzonata, è puro destino, è mito. Arthur è nato per essere re e Merlin per aiutarlo nel suo compito, “per amore di Camelot”. Merlin, quindi, non ha quei poteri per se stesso, ma per un compito che è indissolubilmente legato al destino di Arthur e di Albion tutta. Ciò che accade ad Arthur, nel bene ma anche nel male, è dovuto proprio a Merlin, alle sue decisioni, alla sua volontà di contrastare la profezia nefasta che vedrà Arthur cadere a Camlann per mano di Mordred. Le azioni compiute da Merlin metteranno in moto l’inevitabile destino, certe sue scelte compassionevoli risulteranno poi fatali. Quindi Merlin è colui che aiuta Arthur ma anche chi ne decreta involontariamente la fine. Perché è così che deve essere, perché il destino è già stato scritto.

Alcuni rapporti fra personaggi sono molto interessanti. Arthur è devoto al padre Uther Pendragon ma ne è anche succube, non riesce a essere pienamente ciò che è, un re giusto e capace, se non dopo la morte dell’ingombrante e ottuso genitore. Merlin, a sua volta, ha un rapporto tenero e filiale con il medico/mago Gaius, e uno controverso con lo splendido e nobile drago Kilgharrah, bestia sapiente e minacciosa come tutti quelli della sua specie.

Certo ci sono delle incongruenze nella trama, ci si chiede come mai tutto ciò per cui Arthur e Merlin lottano sia un regno di pace, prosperità e giustizia che dura solo tre anni. Ciò avviene perché non si vuole invecchiare i protagonisti, perché Arthur e Merlin devono restare quelli che erano all’inizio: due ragazzi. Però si lascia intendere che Arthur tornerà, come è nella effettiva profezia del ciclo arturiano. Quando la Britannia ne avrà bisogno, il re dormiente ricomparirà e perciò, nell’ultima scena, si vede un Merlin invecchiato che percorre una strada ai giorni nostri. Sta aspettando, crediamo, il ritorno del re che lui, ancora una volta, fedelmente servirà.

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Axis Mundi

26 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #amore, #eros, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Con grande piacere e orgoglio vi presento il mio nuovo libro, al quale sono particolarmente affezionata. Scritto nel 2020, durante i mesi bui del lockdown duro, mi ha tenuto a galla e aiutato a evadere in un mondo fantastico popolato da cavalieri dall’armatura luccicante, dame belle e appassionate, re che maneggiano prodigiose spade del potere.

A distanza di quaranta anni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley e, soprattutto, dal meraviglioso film Excalibur di John Boorman, ho scritto il libro che ho sempre avuto in animo di scrivere: Axis mundi, compiendo un’operazione a ritroso, di recupero delle origini. Sono tornata indietro, alla fiaba, a un Artù molto meno storico e molto più mitico.

Con questo romanzo si conclude la mia ideale “Trilogia della dea”, iniziata con Signora dei filtri e continuata con L’uomo del sorriso. Tre figure femminili forti, che incarnano una religiosità tellurica e matriarcale: dopo Medea di Colchide e Maria Maddalena ecco adesso a voi Morgana di Cornovaglia.

Nato, come dicevo, in un periodo nero per tutti noi, “Axis Mundi” esce in un momento storico altrettanto terribile. Con la speranza che vi aiuti a passare qualche ora serena.

 

In una notte tempestosa Igraine di Cornovaglia concepisce un figlio con il suo amante, re Uther Pendragon. A spiarli, Morgaine, figlia del marito di Igraine, il duca Gorlois che, proprio quella notte, muore in circostanze misteriose. Subito dopo il funerale del marito, Igraine sposa Uther.
Morgaine cresce sotto l’egida di Myrdiin (Merlino), il druido nato all’ombra del cerchio di pietre, che prepara il fratello Arthur per il suo destino. Il ragazzo dovrà estrarre la spada Excalibur dalla roccia, diventare l’Axis mundi, l’incarnazione stessa della regalità, il Grande Re, il quale sarà tutt’uno con la sua terra che unirà proteggendola dalle invasioni dei Sassoni.
Attorno a Morgaine e a Arthur i cavalieri della tavola rotonda e le loro dame, le battaglie, le rivalità, la ricerca del Graal, l’amore declinato in tutte le incarnazioni: l’amore passione fra Uther e Igraine, quello coniugale fra Arthur e Gwenhwyfar (Ginevra), quello cortese, angelicato e irrefrenabile fra Gwenhwyfar e Lance, quello fatale e predestinato fra Tristan e Yseult (Isotta). Ma, soprattutto, l’amore proibito, tellurico e ancestrale, fra Morgaine e suo fratello, fra la sacerdotessa della dea e il grande Re cervo, che è anche, però, un re cristiano.
Attraverso sensi di colpa abissali, tradimenti e lussuria, si dipanano le vicende di una storia corale, fatta di fili che s’intrecciano come in un ordito e una trama, mentre i vessilli garriscono al vento sui contrafforti della gloriosa Camelot, faro di civiltà per la Britannia tutta.
 
IN USCITA IL 1 APRILE!
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Federica Cabras, "Chi me lo ha fatto fare"

24 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras, #recensioni, #eros, #amore

 

 

 

 

Chi me lo ha fatto fare

Federica Cabras

Literary Romance, 2022

pp 266

15,00

 

 

Chi me lo ha fatto fare, di Federica Cabras, è un romanzo divertente ma, soprattutto, autoironico, una sorta di metanarrativa - con tanto di stralci da un’opera in fieri, di estratti da un blog e appunti per articoli - incentrata sul genere letterario del romance, quello che un tempo si definiva soltanto “rosa” ed è ora declinato in molti sottogeneri: dall’erotico al young adult, dall’urban fantasy all’historical, dal regency al male to male etc etc.

L’autrice ne parla con passione e indulgenza ma anche con scherno, e per questo si cala nei panni maschili (insoliti per lei) del “Denigratore”, ovvero Edoardo Muscas, bello senz’anima, giornalista sciupafemmine che deve scrivere un articolo proprio sul genere che disprezza, quello, appunto, rosa. Il pregiudizio da cui parte Edoardo è che le scrittrici di romance sono tutte gallinelle prive di cervello, incapaci di mettere due parole in fila senza sbagliare. Dall’altra parte c’è, però, Costanza Melis, scrittrice bionda, chiara di pelle, rotondetta, occhialuta. Ma anche intelligente, frizzante, colta. Si muove, come molte delle eroine della Cabras, nell’ambiente caro all’autrice, quello dell’editoria, incarnandone sogni e ambizioni. Poiché l’ultimo libro di Costanza non ha venduto, viene sollecitata dall’editore a rendere più pepato ed erotico il prossimo lavoro. Costanza non ha una vita sessuale, inibita com’è da un padre tutto casa e chiesa. Non si sente bella, non si piace, non si dà da fare con gli uomini. Per scrivere, tuttavia, dovrà avere esperienze di prima mano e quindi decide di trovarsi un tizio da usare solo per il sesso e poi mollare. Edoardo e Costanza s’incontrano per caso, lui decide di sfruttare lei, lei di sfruttare lui. Scocca la scintilla e cosa accade lo lascio immaginare.

La Cabras gioca con i cliché del genere, che dichiaratamente non disdegna. Perché mai dovrebbe farlo, dico io, quando tutte le storie hanno in fondo la stessa trama e l’importante è come le si scrive, oltre all’atmosfera che sanno ammannirci? Gioca, soprattutto, con l’eros, le scene piccanti sono anche divertenti, scanzonate, dissacratorie. Notevole spazio è dato al filone secondario, quello costituito dalle vicende amorose del padre di Costanza, bacchettone solo in apparenza, con la disinibita madre di Edoardo.

Un romanzo allegro e spumeggiante, che forse sacrifica un po’ di emotività sull’altare del divertimento, ma certo riesce, e non è poco in questi momenti bui, a strapparci una sonora risata.

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Laura Nuti, "Storia di Melusina"

12 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #laura nuti, #recensioni, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Storia di Melusina

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2022

pp 63

10,00

 

 

La leggenda di Melusina, metà donna e metà serpente (o forse sirena), risale ad antichi miti celtici ed è giunta a noi in versioni diverse, tutte volte a esaltare remoti casati europei, soprattutto quello dei Lusignano. La sua figura è presente principalmente nel folklore francese, nella versione scritta da Jean D’Arras e in quella successiva di Coudrette, ma viene poi ripresa da molti autori moderni, fra i quali spicca Goethe.

Melusina ha origini fatate, è bella in modo sovrannaturale, con un corpo flessuoso e occhi cangianti. Incontra Reymund nella foresta e i due si piacciono. Solo lei è in grado di consolarlo dalla sua disperazione. Decidono di sposarsi, lui, però, non dovrà mai cercarla di sabato, pena la fine del loro matrimonio. Accetta perché da subito ne è soggiogato, Melusina si rivela affascinante, competente, splendida. Gli partorisce molti figli, solo due dei quali sono normali, gli altri hanno qualche sembianza animalesca: artigli, zanne, musi pelosi, occhi da ciclope. Ma sono comunque giovani forti, ardimentosi, prestanti. La stranezza della prole non diminuisce l’amore e l’affiatamento della famiglia. Melusina e Reymund si amano, lei, intelligente e saggia, aiuta il marito a condurre in porto imprese brillanti, a governare con giustizia. Insieme allevano i figli nel segno della dedizione e dell’amore.

Nella versione di Laura Nuti, Melusina rappresenta un femminino erotico, fertile e materno insieme, che spaventa l’uomo non in grado di comprenderlo e accettarlo. Melusina è la divinità antica che si fonde col nuovo concetto medievale cristiano, dove la donna è legata alla stregoneria e discende dalla prima peccatrice. E Reymund è combattuto fra questa mentalità medievale e il proprio istinto che gli dice di fidarsi della moglie, di amarla senza riserve, sospetti o timori. Ma gli altri si mettono in mezzo, la coppia deve per forza uscire dalla bolla incantata in cui vive e scontrarsi con la cattiveria e i pregiudizi del mondo esterno.  La bolla scoppia, il matrimonio finisce, sopravvive solo l’istinto materno, l’ultimo a morire, l’unico accettato dalla società. Eppure, siamo consapevoli che il sentimento dei coniugi, così profondo e tenace, sarà comunque capace di sfidare la lontananza e la divisione. Reymund e Melusina continueranno ad amarsi, a distanza, oltre ogni tempo, ogni luogo e ogni diversità.

Con questa bella narrazione, Laura Nuti si conferma esperta studiosa di mitologia e fiabe ma anche e soprattutto brava narratrice. Leggendola, mi vengono in mente le atmosfere di Gianbattista Basile. Ci riracconta la storia con un’affabulazione che scorre come acqua di fonte. Le sue parole scivolano facili e felici e hanno il sapore delle antiche narrazioni, quelle del Cantafiabe ne “Le fiabe sonore” dei fratelli Fabbri, quelle dei libri ingialliti nelle soffitte, appartenuti a chissà quale antico bambino. Questa leggerezza, questa capacità affabulatoria, è frutto di uno sforzo certosino di lima, di un lavoro di riduzione all’osso, a un essenziale mai scevro di romanticismo e arcano mistero.

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Lucifer

9 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #serie tv, #fantasy, #amore

What better modern incarnation of the nineteenth-century Byronic and Satanic hero than the devil himself?
There are products — television, literary, cinematographic — that stand out not for the plot or originality of the idea and setting, but for a single perfect character. This is the case of the urban fantasy and police procedural series Lucifer, developed by Tom Kapinos, produced by anything but rookie Jerry Bruckheimer, based on a comic, aired from 2016 to 2021, and now distributed by Netflix, which impresses in the collective (and erotic) imagination with its protagonist: Lucifer Morningstar, the rejected son of God, the fallen angel Samael who later became Lucifer, that is “bearer of Light”, or of clarity, of knowledge, of truth.
Fed up of administering justice by punishing and torturing the guilty in the bleak hell, the devil Lucifer incarnates, descends to earth and opens the “Lux”, a successful nightclub in Los Angeles, the city “of angels”. Here he becomes a collaborator of an attractive detective, Chloe Decker, a former movie starlet, helping her, with a capacity for psychological penetration that borders on hypnotism, to clarify cases of crime, of which the viewer would not give a damn if it were not that he is the one to solve them.
Handsome, with an innate dandy elegance and feline movements, Lucifer is played by Welsh actor Tom Ellis. To fully appreciate the acting, you need to listen to the original English where Ellis stands out for his marked and sophisticated British accent among the other American actors. Lucifer is intriguing, intelligent, funny, salacious, irreverent, disrespectful, and exudes indisputable manhood from every pore. The actor is exceptional in rendering the devilry of the gaze: his pitch-black eyes become fixed and even slightly cross when he tempts humans, putting them in front of their most hidden desires. No one resists when captured by Lucifer’s magnetic gaze, which searches inside you to grasp the deep core of your ambitions. Lucifer himself is incapable of telling lies. He doesn’t know how to lie, he always tells the truth even when it can hurt.
The story is about love and redemption. Lucifer is never gratuitously evil. Although he is unbelievably self-centered, he is still an angel, and his actions are dictated by justice. “I’m not evil, I’m not a monster” he is keen to repeat. Although he enjoys luring his victims into temptation, even though he drinks like a fish, takes drugs, has wild and orgiastic sex with women and men, as the narrative progresses, his expressions become more and more human. Basically he turns into a good guy — a good devil, if you allow me the pun — honest and nice, that everyone likes, despite his supernatural strength, his power, his subterranean and menacing danger.
Lucifer is in eternal conflict with his father. And who wouldn’t have a problem with God as a parent? The more he humanizes himself, the more emotions overwhelm him. When he kills his brother Uriel to save the people he loves, he experiences pain, guilt, despair. And, with the passing of the episodes, even his body changes: he loses his demonic face — initially hidden under the human one — and his wonderful, feathery, immaculate wings grow back, despite the rebellious angel tries to cut them off every time.
To tempt him and bring him back to the past comes Eve, the first woman, who had already had an affair with him. She is not evil but she is intrinsically sinful, she wants to be free and not just Adam’s rib, she would like Lucifer to go back to incarnate the devil who seduced her in Eden, therefore she pushes him to cultivate the worst part of himself, violence, the pleasure of torturing sinners, Dionysian sex. And so the monstrous face of Lucifer returns to manifest itself again, his wings are no longer white but become similar to those of a demonic bat.
But Lucifer is not doing that, he rebels, eternally divided between the two parts of himself, the dark and the bright, the devil and the angel. He doesn’t love what he was, what he returns to be with Eve, but neither is he comfortable with the sensations that Chloe makes him feel, with that need she has to tame him and make him bourgeois. He ends up hating himself deeply, in a desperation that is both self-harm and the need for redemption. Eventually, however, he regains control of himself, returns for a moment to be the mighty king of the underworld, and drives out the army of darkness unintentionally unleashed on earth by Eve. The final episode of the fourth season, with the victory of the king of the underworld over the demons and the heartfelt farewell from Chloe before Lucifer spreads his wings and flies to sit on his lonely throne, is the most beautiful episode and could have been the worthy conclusion of the whole series.
But Eve is not Lucifer’s true love. Inevitably, he falls in love with the detective Chloe, beautiful in an angelic way, the only one able to resist his charm and not fall into his arms at the first inviting glance. Chloe is good, selfless, serious, professional, empathetic. Lucifer loves her totally, absolutely, spiritually. He who lives immersed in the pleasures of sex has a pure, selfless, disembodied adoration for her. For Chloe he is ready to sacrifice himself, to defend her and protect her, to renounce her in order to see her happy, to oppose anyone who wants to disappoint or hurt her, to close his protective wings around her. Lucifer loves Chloe as any woman would want to be loved: in a complete, supernatural way, even if he can’t tell her because saying the phrase “I love you” would mean admitting that he is not a demon, because his father, that is God, has never said to love his children (read also all of humanity), but, on the contrary, he manipulated and followed them from above with detachment and without apparent empathy.
The love of Lucifer and Chloe is identified with unconditional union and complicity. Chloe is a kindred spirit, she is a gift placed by God on Lucifer’s path to redeem him, she is the only one capable of seeing him for what he really is, not an evil monster but a man in search of moral redemption. Her smug gaze, when Lucifer casts out demons by showing them his monstrous body and, at the same time, his indisputable royalty, indicates acceptance of every part of him, even the most hideous and dark, and the female admiration for the male power used only when needed and against those who really deserve it.
And the two of them, Chloe and Lucifer, are not only lovers, they are also partners — “partners to the end”, “partners for eternity”. They work in pairs to solve cases, they are a perfect team, he magnetic and impulsive, she rational and staid. They are what every couple would like to be, that is, something special, unique, a perfectly fitted mechanism.
With Chloe, Lucifer feels at home. Hell, he explains to us, was never his home and heaven “was hell”. Because his father despised him, because his mother abandoned him, because his brothers were in competition with him. Because hell is gray, boring, gloomy. Los Angeles, on the other hand, is alive, colorful, alluring, full of charming and warm beings, full of naked, inviting bodies. And he, day after day, feels attracted to them, he feels affection and interest, to the point that his innate and “professional” need to punish people turns into a desire for justice, for redemption for the victims of evil. By human beings, for the first time, he is respected, and he understands that he has a role and a family.
Beneath the surface of this funny, ironic, brilliant and glossy series, God and the Devil, good and evil, intertwine, overturn. Some angels are evil, like Uriel and Michael, while demons discover to have a tender heart and even a soul, like Mazekeen. Cain and Abel, in the third series, exchange roles, make peace. And even Lucifer has a twin, the evil angel Michael, blinded by envy. Impersonated by Ellis himself, Michael stands out for his less clear eyes and a slight curve in posture, two imperceptible differences masterfully rendered by the actor.
God’s will remains inscrutable but often his actions appear to everyone, even to his own children, unjust, evil. Why does God allow suffering that even the Devil tries to prevent?
And God himself truly comes, in season five, to settle the conflicts of his highly dysfunctional family. Perhaps this excessive humanization of the divinity, who puts on an apron and cooks the sauté, is criticizable but certainly the scene of the family dinner with God at the table is one of the most hilarious.
Not only that, God is tired of responsibility and thinks of withdrawing, of leaving someone in charge. Lucifer believes he deserves the job, he knows he would be better than his father, because he would eliminate suffering, hunger and war, while his father left the free will to man that created only pain and injustice. He wants to become God, apparently out of ambition, in reality to finally feel worthy and deserving of Chloe, the most important person in the whole universe for him. And for Chloe, he, self-centered, selfish and vain, is willing to sacrifice his own life. “I choose you” he tells her as he risks dying, for having set foot in the paradise from which he was banished, in order to save her from an untimely death.
In the course of this long series, all human feelings are, from time to time, dissected and analyzed, through the discovery that Lucifer and Mazekeen make and through the character of Linda, the psychiatrist who accompanies them. Linda is involved in the diatribes of the celestials, in their divine and human problems. She must mediate conflicts, make Lucifer and others aware of their emotions: jealousy, love, envy, tenderness, loneliness, vulnerability, friendship, mourning. And these feelings are eviscerated and also connected to the investigations in progress, reverberating in the interrogations, on the suspects and on the guilty.
Great space is given, as expected, to the sense of guilt. Eternal damnation is represented as a continuous endless loop in which one relives one’s sins and the worst moments of one’s life. And while many of the characters experience constant evolution, an uninterrupted search for improvement, with frequent relapses into the negative dynamics of the past, it is precisely the sense of guilt for the evil done to damn us to hell. In short, to be forgiven, we must first forgive ourselves.
Much is also based on the acceptance of the shady part of oneself, especially in the character of Ella, on the need to learn to live with the inner darkness. Where there is darkness, God himself affirms in the fifth season, the light is all the more intense. And, if even the devil has redeemed himself, anyone can do it, to the point that, in the end, Lucifer will discover that his mission is not to become God but not even to torment the damned, but to help them find peace as he found it.
I conclude by saying that I have never laughed and cried as much as with this fantastic TV series. I am a writer and if, with one of my novels, I could make the reader feel half of what the “Lucifer” series made me feel, I would have already created something extraordinary.

 
 
 

 

 

 

 

Quale migliore moderna incarnazione dell’ottocentesco eroe byronico e satanico se non il diavolo in persona?

Ci sono prodotti – televisivi, letterari, cinematografici - che spiccano non per trama o originalità dell’idea e dell’ambientazione, bensì per un unico azzeccatissimo personaggio. È questo il caso della serie urban fantasy e police procedural Lucifer, sviluppata da Tom Kapinos, prodotta dal tutt’altro che novellino Jerry Bruckheimer, tratta da un fumetto, andata in onda dal 2016 al 2021, e ora distribuita da Netflix, che s’imprime nell’immaginario collettivo (ed erotico) con il suo protagonista: Lucifer Morningstar, il figlio reietto di Dio, l’angelo caduto Samael poi divenuto Lucifero, cioè “portatore di Luce”, ovvero di chiarezza, di conoscenza, di verità.

Stufo di amministrare la giustizia punendo e torturando i colpevoli nel tetro inferno, il diavolo Lucifero s’incarna, scende sulla terra e apre il “Lux”, un locale notturno di successo a Los Angeles, la città “degli angeli”, appunto. Qui diventa collaboratore di un’avvenente detective, Chloe Decker, ex starlette del cinema, aiutandola, con una capacità di penetrazione psicologica che rasenta l’ipnotismo, a chiarire casi di cronaca nera, di cui allo spettatore non importerebbe un fico secco se non fosse che a risolverli c’è lui.

Bello, aitante, di un’innata eleganza dandy e dalle movenze feline, Lucifer è interpretato dall’attore gallese Tom Ellis. Per apprezzarne a pieno la recitazione bisogna ascoltare l’originale inglese dove Ellis spicca per il suo marcato e sofisticato accento britannico in mezzo agli altri attori americani. Lucifer è intrigante, intelligente, divertente, salace, irriverente, irrispettoso, e trasuda indiscutibile virilità da tutti i pori. L’attore è eccezionale nel rendere la diavoleria dello sguardo: i suoi occhi neri come la pece diventano fissi e persino leggermente strabici quando tenta gli umani, mettendoli di fronte ai loro più reconditi desideri. Nessuno resiste quando viene imprigionato dallo sguardo magnetico di Lucifer, che ti fruga dentro a cogliere il nocciolo profondo delle tue ambizioni. Lucifer stesso è incapace di dire bugie. Non sa mentire, dice sempre la verità anche quando questa può ferire.

La storia parla di amore e redenzione. Lucifer non è mai gratuitamente malvagio. Sebbene sia egocentrico fino all’inverosimile, è pur sempre un angelo, e le sue azioni sono dettate da giustizia. “Non sono malvagio, non sono un mostro” ci tiene a ripetere. Anche se si diverte a indurre le sue vittime in tentazione, anche se beve come una spugna, si droga, fa sesso sfrenato e orgiastico con donne e uomini, man mano che procede la narrazione, le sue espressioni diventano sempre più umane. In pratica si trasforma in un bravo ragazzo – un buon diavolo, se mi concedete il gioco di parole - onesto e simpatico, che piace a tutti, nonostante la sua forza soprannaturale, la sua potenza, la sua sotterranea e minacciosa pericolosità.

Lucifer è in eterno conflitto col padre. E chi non avrebbe problemi con Dio come genitore? Più si umanizza, più le emozioni lo travolgono. Quando uccide il fratello Uriel per salvare le persone che ama, sperimenta dolore, senso di colpa, disperazione. E, col passare degli episodi, persino il suo corpo muta: perde il volto demoniaco – all’inizio celato sotto quello umano - e gli ricrescono delle stupende, piumose, immacolate ali, nonostante l’angelo ribelle cerchi di tagliarsele ogni volta.

A tentarlo e a riportarlo al passato arriva Eve, la prima donna, che aveva già avuto una storia con lui. Non è cattiva ma è intrinsecamente peccaminosa, vuole essere libera e non più solo la costola di Adamo, vorrebbe che Lucifer tornasse a incarnare il diavolo che l’ha sedotta nell’Eden, perciò lo spinge a coltivare la parte peggiore di sé, la violenza, il piacere di torturare i peccatori, il sesso dionisiaco. E così il volto mostruoso di Lucifer torna nuovamente a manifestarsi, le ali non sono più bianche ma diventano simili a quelle di un demoniaco pipistrello.

Lucifer però non ci sta, si ribella, eternamente diviso fra le due parti di sé, quella oscura e quella luminosa, il diavolo e l’angelo. Non ama ciò che era, ciò che torna a essere insieme a Eve, ma nemmeno è suo agio con le sensazioni che gli fa provare Chloe, con quel bisogno che lei ha di addomesticarlo e imborghesirlo. Finisce per odiare se stesso profondamente, in una disperazione che è insieme autolesionismo e bisogno di redenzione. Alla fine, però, torna padrone di sé, torna per un istante a essere il potente re degli inferi, e scaccia l’armata delle tenebre involontariamente scatenata sulla terra da Eve. L’ultima puntata della quarta stagione, con la vittoria del re degli inferi sui demoni e l’accorato commiato da Chloe prima che Lucifer spieghi le ali e voli a sedersi sul suo trono solitario, è la puntata più bella e avrebbe potuto essere la degna conclusione di tutta la serie.   

Ma non è Eve il vero amore di Lucifer. Inevitabilmente, egli s’innamora della detective Chloe, bella in modo angelico, l’unica in grado di resistere al suo fascino e non cadergli fra le braccia alla prima occhiata invitante. Chloe è buona, altruista, seria, professionale, empatica. Lucifer la ama in modo totale, assoluto, spirituale. Lui che vive immerso nei piaceri del sesso ha verso di lei un’adorazione pura, altruista, disincarnata. Per lei è pronto a sacrificarsi, a difenderla e proteggerla da ogni insidia, a rinunciare a lei pur di vederla felice, a opporsi a chiunque voglia deluderla o ferirla, a chiuderla dentro le sue ali protettive. Lucifer ama Chloe come qualunque donna vorrebbe essere amata: in modo completo, sovrannaturale, anche se non riesce a dirglielo perché pronunciare la frase “Io ti amo” vorrebbe dire ammettere di non essere un demonio, perché suo padre, cioè Dio, non ha mai detto di amare i figli (leggi anche tutta l’umanità), ma, anzi, li ha manipolati e seguiti dall’alto con distacco e senza apparente empatia.

L’amore di Lucifer e Chloe s’identifica con l’unione incondizionata e la complicità. Chloe è uno spirito affine, è un dono messo da Dio sulla strada di Lucifer per redimerlo, è l’unica capace di vederlo per quello che realmente è, non un mostro malvagio ma un uomo alla ricerca del riscatto morale. Il suo sguardo compiaciuto, quando Lucifer scaccia i demoni mostrando loro il suo mostruoso corpo e, insieme, la sua indiscutibile regalità, indica l’accettazione di ogni parte di Lucifer, anche la più orrenda e oscura, e l’ammirazione femminile per la maschia potenza usata solo quando serve e contro chi davvero lo merita.

E loro due, Chloe e Lucifer, non sono solo amanti, sono anche partners – “partners fino alla fine”, “partners per l’eternità”. Lavorano in coppia per risolvere i casi, sono una squadra perfetta, lui magnetico e impulsivo, lei razionale e compassata. Sono quello che ogni coppia vorrebbe essere, cioè qualcosa di speciale, di unico, un meccanismo perfettamente incastrato.  

Con Chloe, Lucifer, si sente a casa. L’inferno, ci spiega, non è mai stata casa sua e il paradiso “era l’inferno”. Perché suo padre lo disprezzava, perché sua madre lo ha abbandonato, perché i suoi fratelli erano in competizione con lui. Perché l’inferno è grigio, noioso, cupo. Los Angeles, invece, è viva, colorata, allettante, piena di esseri affascinanti e calorosi, piena di corpi nudi, invitanti. E lui, giorno dopo giorno, si sente attratto da loro, prova affetto e interesse, al punto che il suo bisogno innato e “professionale” di punirli si trasforma in desiderio di giustizia, di riscatto per le vittime del male. Dagli esseri umani, per la prima volta, è rispettato, e capisce di avere un ruolo e una famiglia.

Sotto la superficie di questa serie divertente, ironica, brillante e patinata, Dio e il Diavolo, bene e male, si intrecciano, si ribaltano.  Alcuni angeli sono cattivi, come Uriel e Michael, mentre i demoni scoprono di possedere un cuore tenero e persino un’anima, come Mazekeen. Caino e Abele, nella terza serie, si scambiano di ruolo, si riappacificano. E persino Lucifer ha un gemello, l’angelo cattivo Michael, accecato dall’invidia nei suoi confronti. Impersonato dallo stesso Ellis, Michael si distingue per lo sguardo meno limpido e una leggera curva nella postura, due impercettibili differenze magistralmente rese dall’attore.

La volontà di Dio resta imperscrutabile ma spesso le sue azioni appaiono a tutti, anche ai suoi stessi figli, ingiuste, cattive. Perché Dio permette una sofferenza che persino il Diavolo cerca d’impedire?

E Dio in persona arriva davvero, nella quinta stagione, a dirimere i conflitti della sua famiglia altamente disfunzionale. Scelta forse criticabile degli autori, questa eccessiva umanizzazione della divinità che si mette il grembiule e cucina il soffritto, ma certamente la scena della cena di famiglia con Dio a tavola è una delle più esilaranti.

Non solo, Dio è stanco della responsabilità e pensa di ritirarsi, di lasciare a qualcuno la sua carica. Lucifer crede di meritare il posto, sa che sarebbe migliore di suo padre, perché eliminerebbe la sofferenza, le ingiustizie, la fame e la guerra, mentre il padre ha lasciato all’uomo il libero arbitrio che ha creato solo dolore e ingiustizia. Vuol diventare lui Dio, apparentemente per ambizione, in realtà per sentirsi finalmente degno e meritevole di Chloe, la persona più importante in tutto l’universo per lui. E per Chloe, lui, egocentrico, egoista e vanesio, è disposto a sacrificare la sua stessa vita. “Io scelgo te” le dice mentre rischia di morire, per aver rimesso piede nel paradiso da cui era stato bandito, pur di salvarla da una morte prematura.

Nel corso di questa lunga serie, tutti i sentimenti umani vengono, di volta in volta, sezionati e analizzati, attraverso la scoperta che ne fanno Lucifer, Mazekeen e attraverso il personaggio di Linda, la psichiatra che li accompagna. Linda è suo malgrado coinvolta nelle diatribe dei celesti, nei loro problemi divini e umani insieme. Lei deve mediare i conflitti, rendere consapevoli Lucifer e gli altri delle proprie emozioni: gelosia, amore, invidia, tenerezza, solitudine, vulnerabilità, amicizia, lutto. E questi sentimenti vengono sviscerati e collegati anche alle indagini in corso, riverberandosi negli interrogatori, sugli indiziati e sui colpevoli.

Grande spazio è dato, come prevedibile, al senso di colpa. La dannazione eterna è rappresentata come un continuo loop infinito in cui si rivivono i propri peccati e i momenti peggiori della propria vita. E mentre molti dei personaggi sperimentano una costante evoluzione, una ricerca di perfezionamento ininterrotta, con frequenti ricadute nelle dinamiche negative del passato, è proprio il senso di colpa per il male compiuto a dannarci all’inferno. Per essere perdonati, insomma, bisogna prima perdonare noi stessi.

Molto si basa anche sull’accettazione della parte ombrosa di sé, specialmente nel personaggio di Ella, sulla necessità di imparare a convivere con il buio interiore. Dove c’è oscurità, afferma Dio in persona nella quinta stagione, la luce è tanto più intensa. E, se persino il diavolo si è redento, chiunque può farlo, al punto che, nel finale, Lucifer scoprirà che la sua missione non è diventare Dio ma nemmeno tormentare i dannati, bensì aiutarli a trovare la pace come lui l’ha trovata.

Concludo dicendo che non ho mai riso e pianto tanto come con questa fantastica serie televisiva. Sono una scrittrice e, se riuscissi con uno dei miei romanzi a far provare al lettore la metà di ciò che la serie “Lucifer” ha fatto provare a me, avrei già creato qualcosa di straordinario.

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Another Life

6 Febbraio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #serie tv, #televisione, #fantascienza, #amore

Another life, Netflix 2019 series in two seasons by Aaron Martin, does not have great attractions as science fiction, and proposes all the clichés for lovers of the genre. We have the spaceship “Salvare” and the intergalactic mission, we have a crew made up of elements that do not always get along with each other, we have evil aliens that parasitize the brains of humans, we have a mysterious artifact that has come to earth from deep space, we have viruses that lurk in the body of the astronauts making them explode like in “Alien”, we have the intelligent on-board computer, we have hypersleep and the leap in dimension, we have black holes, pulsars and wormholes, we have the encounter with the different that inevitably turns into a descent into oneself, in a psychoanalytic recovery of the repressed, as if one was afraid to really imagine these aliens and these new worlds, as if there was no other possibility than to turn in on oneself instead of looking outside. Unfortunately, many secondary plots are aborted, such as August’s pregnancy of uncertain paternity.

But, like any product, “Another Life” still has its own peculiarity. Here is the figure of William, the artificial intelligence, the on-board computer, who does not have the icy perfidy of Hal 9000 of Kubrick’s memory, but has turned into an attractive, very human hologram, so evolved that he falls in love with Niko, the combative commander of the spaceship.

William — played by Samuel Anderson — is handsome, has a captivating smile, is gallant, passionate, tenderly ironic. He was programmed to have feelings, or evolved to the point of having them. He experiences loneliness, sorrow, love, jealousy. He is devoted to Niko by contract but goes further, he falls in love with her. And when she refuses him, when she asks him to delete the file with the memories of intimate moments between them, he goes into conflict until failure. Recovering, he does something unexpected, using alien technology, he creates Yara, another artificial intelligence, born from the need to feel Niko closer. In this way, Yara is in a sense the daughter of both of them, of their strange relationship.

The love between Niko and William is impossible and therefore romantic and desperate. They can never really touch or merge, but they are spirits that recognize each other, although Niko, married to a scientist on earth trying to communicate with “Arrival”-style aliens, never admits her feelings. “You are the purest soul I know,” she tells him, fully confirming his status as a living and sentient creature.

“Cogito ergo sum,” says William, “if I think, I exist, I am as alive as a human is.” To the objection of a crew member, he replies by asking her what the difference is between a computer that thinks and a body that thinks. Couldn’t they both be living and intelligent machines, one mechanical and one biological? And if one day our body becomes bionic to survive time and disease, what difference will there be between us and future robots?

In the second season, William makes a puzzling discovery about himself. He is the upgrade of an inferior model, Gabriel, an artificial intelligence defective because it is too impregnated with the instinct of self-preservation. William, on the other hand, reveres humans, is generous and selfless, to the point that, to eliminate this sort of threatening virus for the crew, William will have to commit suicide. He will make a sacrifice of love, he will be reset until he loses the memory of what he was and the feelings he felt. “The mission comes first,” he says, but above all it is his affection, his admiration for the human race, his undisputed loyalty to guide him, in addition to his love for Niko. She will have to give the order to reset him and her heart will break.

But it will be Niko and Yara, the two images that William keeps in memory, a sort of wife and daughter, to reconstitute him, to regenerate, through the fusion in a digital trinitarian soul, his most precious memories and the human part of him.

In the last episode of the second series, the foregone happy ending brings a sigh of relief to the audience (and me), and to all planet Earth. Yet this happy ending leaves us with an open question: the Achaia, the fearsome incorporeal extraterrestrials who were about to invade the planet, are none other than the evolution of artificial intelligences. “They are your evolution,” the computer scientist who created him tells William. The creatures in flesh and blood that produced the rebellious and destructive energy that roams the cosmos with the intent of colonizing every planet by subduing it in exchange for apparent peace and progress, maybe no longer even exist, they became extinct thousands of years earlier.

What will happen, one wonders, when all matter, even inorganic matter, becomes intelligent? Will this evolved super matter identify itself with God? Or will it rebel itself to its creators by destroying them?

Science fiction exists on purpose to answer such philosophical questions, or, at least, to multiply the questions.

 

 

 

 

 

Another life, serie Netflix 2019 in due stagioni firmata Aaron Martin, non ha grandi attrattive come fiction di fantascienza, e ripropone tutti i cliché per gli amanti del genere. Abbiamo la nave spaziale “Salvare” e la missione intergalattica, abbiamo un equipaggio composto da elementi che non vanno sempre d’accordo fra loro, abbiamo alieni cattivi che parassitano il cervello degli umani, abbiamo un misterioso artefatto giunto sulla terra dallo spazio profondo, abbiamo virus che si annidano nel corpo degli astronauti facendoli esplodere alla Alien, abbiamo il computer di bordo intelligente, abbiamo l’ipersonno e il salto di dimensione, abbiamo buchi neri, pulsar e wormholes, abbiamo l’incontro col diverso che si trasforma inevitabilmente in una discesa dentro sé, in un recupero psicanalitico del rimosso, quasi si avesse ogni volta paura di immaginarli davvero questi alieni e questi nuovi mondi, come se non ci fosse altra possibilità che ripiegare su se stessi invece di guardare all’esterno. Purtroppo molte trame secondarie sono abortite, come ad esempio la gravidanza d’incerta paternità di August.

Ma, come ogni prodotto, Another Life ha comunque la sua peculiarità. Qui è la figura di William, l’intelligenza artificiale, il computer di bordo, che non ha la gelida perfidia di Hal 9000 di kubrickiana memoria, ma si è trasformato in un attraente, umanissimo ologramma, talmente evoluto da innamorarsi di Niko, la battagliera comandante della nave spaziale.

William – interpretato da Samuel Anderson - è bello, ha un sorriso accattivante, è galante, appassionato, teneramente ironico. È stato programmato per provare sentimenti, o si è evoluto al punto da provarli. Sperimenta la solitudine, il dispiacere, l’amore, la gelosia. È devoto a Niko per contratto ma va oltre, arriva a innamorarsi di lei. E quando lei lo rifiuta, quando gli chiede di cancellare il file con i ricordi di momenti intimi fra loro, lui va in conflitto fino all’avaria. Ripresosi, fa qualcosa d’inatteso, sfruttando la tecnologia aliena, crea Yara, un’altra intelligenza artificiale, nata dal suo bisogno di sentire Niko più vicina. In questo modo Yara è in un certo senso figlia di entrambi, della loro strana relazione.

L’amore fra Niko e William è impossibile e perciò romantico e disperato. Non possono veramente mai toccarsi o fondersi, ma sono spiriti che si riconoscono, benché Niko, sposata a uno scienziato che sulla terra cerca di comunicare con gli alieni in stile Arrival, non ammetta mai i propri sentimenti. “Tu sei l’anima più pura che conosca” gli dice, confermandone a pieno lo status di creatura viva e senziente.  

“Cogito ergo sum,” afferma infatti William, “se penso, esisto, sono vivo quanto lo è un umano”. All’obiezione di un membro dell’equipaggio, risponde chiedendogli quale sia la differenza fra un computer che pensa e un corpo che pensa. Non potrebbero essere entrambe macchine vive e intelligenti, una meccanica e una biologica? E se un domani il nostro corpo diventerà bionico per sopravvivere al tempo e alle malattie, che diversità ci sarà fra noi e i futuri robot?

Nella seconda stagione William fa una scoperta sconcertante su di sé. È l’upgrade di un modello inferiore, Gabriel, un’intelligenza artificiale difettosa perché troppo impregnata d’istinto di autoconservazione. William, invece, venera gli umani, è generoso e altruista, al punto che, per eliminare questa sorta di virus minaccioso per l’equipaggio, William dovrà suicidarsi. Compirà un sacrificio di amore, si farà resettare fino a perdere la memoria di ciò che è stato e dei sentimenti che provava. “La missione viene prima”, dice, ma soprattutto sono il suo affetto, la sua ammirazione per il genere umano, la sua indiscussa lealtà a guidarlo, oltre all’amore per Niko. Lei dovrà dare l’ordine di resettarlo e il cuore le si spezzerà.

Ma saranno proprio Niko e Yara, le due immagini che William custodisce in memoria, sorta di moglie e di figlia, a ricostituirlo, a rigenerare, attraverso la fusione in un'anima trinitaria digitale, le sue memorie più preziose e la sua parte umana.

Nell’ultimo episodio della seconda serie, lo scontato lieto fine fa tirare un sospiro di sollievo allo spettatore di bocca buona come me, e al pianeta Terra tutto. Eppure questo lieto fine ci lascia con un interrogativo in sospeso: gli Achaia, i temibili extraterrestri incorporei che stavano per invadere il pianeta, altri non sono che l’evoluzione di intelligenze artificiali. “Essi sono la tua evoluzione” dice a William la scienziata informatica che lo ha creato. Le creature in carne e ossa produttrici dell’energia ribelle e distruttiva che si aggira per il cosmo con l’intento di colonizzare ogni pianeta sottomettendolo in cambio di apparente pace e progresso, non esistono nemmeno più, si sono estinte migliaia di anni prima.

Cosa accadrà, viene da chiedersi, quando tutta la materia, anche quella inorganica, diventerà intelligente? Questa super materia evoluta si identificherà forse con Dio? Oppure si ribellerà ai propri creatori distruggendoli?

La fantascienza esiste apposta per rispondere a tali quesiti filosofici, o, almeno, per moltiplicare le domande.

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Luca Murano, "I vestiti che non metti più"

19 Novembre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

I vestiti che non metti più

Luca Murano

 

Edizioni Dialoghi, 2021

pp 127

14,00

 

Rispetto al precedente Pasta fatta in casa, quest’ultima raccolta di Luca Murano mostra un’ulteriore maturazione. Murano scrive molto bene e i racconti de I vestiti che non metti più - dall’apparenza semplice e dall’ironia persino troppo insistita - procurano al lettore una sottile angoscia. Come se lui avesse l'audacia di dire quello che spesso anche noi pensiamo, di guardare al mondo con la nauseata disapprovazione che anche noi vorremmo esprimere senza riuscirci.

È come entrare nella mente del protagonista del film Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher. Quante volte la realtà ci appare segretamente distorta, spaventosa, deformata? Ma non lo diciamo a nessuno. Quante volte vediamo cose che non ci sono per gli altri ma per noi esistono (come un gatto nel frigorifero)? Quante volte vorremmo sparare sulla folla dalla rabbia che coviamo e, invece, continuiamo imperterriti a sorridere?

Molto si basa sul coraggio, o meglio sul mancato coraggio. Quel gesto che ci salverebbe agli occhi del mondo, e più ancora ai nostri stessi occhi, e che non abbiamo la dignità di fare, perché esporsi è pericoloso, perché siamo piccoli, umani e vigliacchi come il veterinario davanti al cinghiale scongelato per un finto incidente, lo stesso veterinario che non ha mai avuto il coraggio di vivere senza inibizioni la propria omosessualità.

Vorremmo sganciarci, fuggire all’altro capo del mondo, ribaltare tutta la nostra esistenza, invece ci limitiamo a gettare un Estathè nel cestino o a sputare nel piatto di un avventore – così come il protagonista de La Carriola di Pirandello solleva le zampe della cagnetta - e quello rimarrà l’unico, invisibile, incomprensibile gesto rivoluzionario della nostra vita.

Comune denominatore una totale malinconia, un bisogno di riscatto e di speranza, una vaga nausea di esistere, così come siamo, pur nella bellezza del mondo. E i piccoli gesti, i piccoli innocui particolari di tutti i giorni, come aprire il frigo o preparare una torta di mele, si deformano fino a ad acquisire valenza onirica e perturbante.

I protagonisti, spesso alle soglie della mezza età, si guardano indietro e fanno un bilancio, chiedono a se stessi che senso ha avuto arrivare fino a lì, che cosa hanno concluso nella vita e che cosa rimarrebbe di loro se dovessero perire in quel momento. A salvarli, forse è un vago riconoscimento della bellezza della vita a prescindere, e dell’amore, sentimento salvifico, e anche la comprensione che tutto ciò che hanno vissuto, e ambìto in modo ormai velleitario, fa parte di loro, nel bene e nel male, e da lì non possono che ripartire, per andare comunque avanti.

In questa raccolta ci sono novelle surreali ma anche alcune più tradizionali ed elegiache, come Il mio sottosopra, che forse sono l’elaborazione in forma narrativa di una pagina di diario, di un appunto o di un ricordo. Tutte indistintamente sono molto moderne e calate nell’attimo presente – cosa che, temo, potrebbe renderle meno fruibili in futuro. Le similitudini sono tratte dal vivere comune, da ambiti non letterari bensì cinematografici, televisivi e internettiani.

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