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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Come non mi piaceva

1 Agosto 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

 

 

 

Emotività da parrucchiere

rivista sgualcita

spiegazzata a mano

increspata e gialla.

Amori di vip

vuoto da riempire

succhiando vite impossibili.

Se l’ombrellone fosse quello di una volta,

se il sole penetrasse gentile sottopelle,

se la pelle fosse com’era, livida di sole

e felice.

Se nell’aria non ci fosse

la fine di ogni speranza

e questa china che precipita fino all’ultimo dei giorni.

Se tutto tornasse com’era, come non mi piaceva,

se potessi risvegliarmi al sole,

scegliere un’altra via,

godere della via che ho

o abbandonarla per sempre.

Se il dolore fosse compagno di vita

perché senza non si può vivere.

Se dal dolore nascesse un granello di felicità

e si riscoprisse il nocciolo

duro e puro

di un’insondabile gioia.

Se i passi ritrovassero

le strade conosciute

Il muretto rosso

Intorno ai mori

che non c’è più,

che ti hanno strappato,

le chiacchiere con gli sconosciuti,

il vestito di jersey,

le mezze maniche,

la statua spostata,

l’erba del ciuco,

il bicchiere di vino,

il marcio dei fossi

che mi porto dentro

come profumo.

 

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Pierluigi Curcio, "Milone"

27 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Milone

Pierluigi Curcio

 

Amazon, 2021

pp 279

 

 

Pierluigi Curcio torna al romanzo storico, la sua specialità, con Milone, ambientato nel VI secolo a. c., fra Grecia e Magna Grecia. Milone di Kroton era un giovane lottatore, vincitore di molti giochi, fra i quali quelli olimpici. Bello, fortissimo, irruente, coraggioso, formidabile nella lotta, fu anche il condottiero che permise a Kroton, Crotone, di sconfiggere la rivale Sybaris. Genero di Pitagora, simpatizzante delle sue dottrine o, comunque, attratto nell’orbita del potente suocero, ne seguì gli insegnamenti e la politica e ne fu suo malgrado influenzato.

Il romanzo si basa molto sui dialoghi, non sempre però riusciti, non sempre scorrevoli o di immediata comprensione per l’avanzare della trama. Curcio riprende tutti gli eventi storici rielaborandoli in modo fedele ma personale. Ciò che costituisce l’attrattiva di questo testo è l’approfondimento della psicologia del protagonista.

Milone è un personaggio romantico, avvolto da un manto di malinconia e di furore a causa della perdita di Aura, l’amatissima prima moglie. Aura e Milone sono cresciuti insieme, condividono ideali e complicità, insieme all’irruenza profonda di un primo amore destinato a rimanere l’unico. Il giovane ama anche lo sport, non è immune dal fascino della vittoria olimpica, ma il suo sogno è vivere una vita serena accanto alla sua donna. Tuttavia il destino decreterà altrimenti. Aura gli verrà strappata, Milone troverà fama e gloria ma precipiterà in un gorgo di disperazione, autodistruzione e sete di vendetta.

Tutto ciò che farà sarà compiuto per colmare un vuoto incolmabile. A nulla varrà il suo diventare quasi un semidio, novello Heracles incarnato, a nulla varranno onori e vittorie se la vita che dovrà vivere andrà contro la sua stessa natura e volontà, se il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere lo strazierà fino al termine dei suoi giorni, fino a quando, vecchio e debole, sfiderà gli dei in un’ultima smargiassata che si concluderà nelle fauci di un lupo con lo stesso sguardo della morte.

Anche le vittorie sui sibariti, il suo diventare sacerdote di Hera e seguire le dottrine di Pitagora, padre della sua seconda – e detestata – moglie, saranno frutto del senso del dovere e del rispetto per Kroton, la sua città, la città di Aura e della giovinezza. Non saranno ideali o aspirazioni a guidarlo, ma il bisogno di fare ciò che va fatto e di espiare colpe e disonore, perché, a volte, la vita che vorremmo non è quella che il fato, o gli dei, prendendosi gioco di noi, ci riservano.

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Paolo Seno, "Dove la sorte ti ha voluto chiamare"

17 Luglio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Dove la sorte ti ha voluto chiamare

Paolo Seno

 

Tralerighe Libri, 2020

pp 354

18,00

 

Saggio storico travestito da romanzo, che risente del difetto comune alla maggior parte della narrativa di questo genere, ovvero la didascalizzazione eccessiva dei dialoghi. Per il resto, un documento di notevole interesse atto a riannodare le vicende della Grande Guerra, non solo quelle note, fatte di trincee fangose e montagne innevate, ma la vita di tutti i giorni, i bombardamenti, l’esodo da Venezia, i profughi, le malefatte del generale Cadorna che usò migliaia di giovani italiani come carne da macello, mandandoli a morte certa e reprimendo qualsiasi timore o dissenso con l’immediata fucilazione.

Nel 1997 Paolo Seno acquista in un negozio di numismatica un pacco di quindici cartoline di uno sconosciuto soldato, Nino Astolfoni, sottotenente del 228° reggimento di fanteria. Un incontro casuale ma quasi predestinato, fatale.  Da sempre appassionato della prima guerra mondiale e incuriosito dall’ignoto ufficiale, l’autore approfondisce con accurati studi in archivio la biografia di questo personaggio e di alcuni suoi amici e commilitoni. S’imbatte poi nel pronipote di Nino, che oggi vive a Boston, e insieme a lui ricostruisce l’esistenza militare e borghese di questo sottotenente caduto come tanti sul Colombara.

Alto un metro e ottanta, non bello ma comunque piacente, Nino Astolfoni non era solo un soldato, ma anche un giornalista de La Gazzetta di Venezia, un giovane imbevuto di ideali repubblicani, una mente per certi versi controcorrente, un artista di talento che firmava i suoi disegni col nome “Ofi”. Disegnatore dal tratto preraffaellita, se non fosse morto avrebbe prodotto opere di pregio specialmente nel campo della grafica e dell’illustrazione, guarda caso il settore prediletto dall’autore. Sì, se non fosse morto in una guerra sciagurata, si sarebbe sposato, avrebbe avuto figli e nipoti, avrebbe contribuito al bene comune, così come tutti gli altri giovani di cui si narrano le vicende in questo libro, simile alla diaristica di guerra ma diverso per struttura e intenti.

Parte consistente, e affascinante, è occupata dalle descrizioni di Venezia, città natale dell’autore, con le sue atmosfere lagunari e i suoi sempiterni monumenti. E poi le montagne, il Colombara, i boschi, le malghe, i prati, la bellezza indifferente della natura a contrasto con l’orrore delle trincee, nelle lettere alla madre e alla sorella l’animo di poeta (oltre che di artista) di Nino sa coglierne tutta la magnificenza che quieta e pacifica lo spirito fra tanta desolazione. L’ultima lettera prima della morte in combattimento è la più struggente, velata di tristezza, forse presaga della tragedia. 

A narrare in prima persona è l’attendente di Nino, che ne ricorda con nostalgia il valore come ufficiale esploratore in avanscoperta, in pratica un “aspirante suicida” proprio malgrado. A lui fa da contraltare Ina, la sorella di Nino, che ne tratteggia l'aspetto umano e quotidiano. Non manca un tocco di rimpianto e romanticismo nella figura di Lina Rosso, pittrice e crocerossina, probabile “morosa” di Nino.

Un romanzo biografico per addetti ai lavori, per chi ama sviscerare un’epoca in ogni suo aspetto, non solo bellico, cercando anche di sfrondare gli eventi da certe sovrastrutture, da certi orpelli retorici prodotti dal successivo regime fascista.

Le lettere riportate nel testo risultano spesso più scorrevoli e coinvolgenti delle stesse parti romanzate, e la seconda porzione del testo, che se ne avvale a piene mani, è la più avvincente e schietta perché, se all’inizio si è letto con distacco si finisce poi per affezionarci a Nino, alla sua gioventù sprecata, alla sua fiducia, al suo senso del dovere, alla sua anima elegiaca che gli permetteva di ritagliarsi un’isola di buon umore e poesia pur nella violenza della guerra.

Alla fine, di là dal saggio storico e dalla diaristica, rimane un senso struggente di malinconia come se avessimo perduto qualcuno che ormai conosciamo bene.

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Aldo Dalla Vecchia, "Trionfo d'amore"

25 Giugno 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo

 

 

 

 

Trionfo d’amore

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it Edizioni, 2021

pp 83

8,00

 

Aldo Dalla Vecchia ha avuto la bontà di citarmi in Trionfo d’amore, piccolo e delizioso saggio sul fotoromanzo, un collage di riferimenti che concorrono a formare la storia e l’anima di una categoria popolare in auge dagli anni sessanta ai novanta, che raggiunse il suo apice nei settanta. Intrattenimento, specchio di un’epoca, fatto di costume, i fotoromanzi ebbero origine in Italia – come il melodramma – e da qui si diffusero in tutto il mondo.

Gli anni settanta hanno visto il fiorire della casa Lancio e del suo parco di attori, i più importanti rimasti nel cuore di una generazione. Katiuscia, Michela Roc, Paola Pitti, Claudia Rivelli, Franco Dani e lo sfortunato Franco Gasparri sono alcuni dei belli “e possibili” di un decennio di splendore. Avvenenti, divi allo stato puro, ma, insieme, ragazzi della porta accanto – la popolarità di Katiuscia o di Franco Gasparri è stata maggiore di quella delle star del cinema. A questo ha contribuito la grande intuizione della casa Lancio, decisa a discostarsi dalle rivali Grand Hotel e Bolero, quella di cercare nuovi volti, freschi e moderni, e trarne dei divi capaci di far impazzire e sognare la gente.

I fotoromanzi circolavano ovunque e se ne vendevano milioni di copie. Venivano prestati e passavano di mano in mano e di generazione in generazione, dalle nonne alle ragazzine delle scuole medie. Raccontavano storie di sentimenti forti e contrastati, di scelte difficili, di tradimenti, con l’inevitabile lieto fine, dove il bene, la purezza di cuore e la gentilezza erano premiate, mentre l’opportunismo, l’avidità e l’arrivismo erano puniti.

Specchio del costume, oggi sono stati soppiantati dal romance – la cultura pop rosa è più in voga che mai e le case editrici che la declinano in tutte le salse, dallo storico all’erotico al paranormal, si moltiplicano a dismisura, – e dalle app per cellulare con storie romantiche interattive come quelle firmate da Claire Zamora.

Dalla Vecchia ci ricorda che nel 2020 – anno terribile della pandemia – forse per il bisogno che tutti abbiamo di evasione e consolazione, è tornato in edicola l’albo Sogno, fuoriserie degli anni settanta, insieme a Kolossal.

Il saggio analizza tutto l’excursus del fenomeno, dalle origini, risalenti al dopoguerra, al periodo d’oro degli anni sessanta, settanta e ottanta, per giungere alla decadenza sul finire del nuovo millennio e, quindi, all’audace riproposta nel 2020. Evidenzia anche i rapporti del genere con la cultura alta - i primi fotoromanzi sceneggiavano opere letterarie famose - con il cinema, con la politica, con il sociale, con il sesso, con la religione e persino con la moda.

In barba a chi ha sempre considerato disprezzabili certi contenuti, i fotoromanzi erano confezionati con cura e dispendio di mezzi, con passione e intelligenza. Catturavano e ammaliavano anche chi non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura.

Aldo Dalla Vecchia è fra i cultori dichiarati del genere, si sente l’attenzione dello studioso, del giornalista e del saggista, ma anche tutto l’entusiasmo per la materia.

 

“Grazie a quei volti, a quelle foto, a quelle storie, anch’io, come un’infinità di altre italiane e italiani, sognavo e sorridevo, mi immedesimavo e mi commuovevo.” (pg 10)     

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Giovanna Strano, "Lo specchio delle stelle"

6 Giugno 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Lo specchio delle stelle

Giovanna Strano

 

Nuova Ipsa Editore

pp 213

18,00

 

Giovanna Strano torna al romanzo storico con Lo specchio delle stelle. Qui non si tratta dell’autobiografia di un artista famoso, come Van Gogh o Modigliani, o della modella di Botticelli, ma di un particolare periodo, non molto conosciuto, e di riferimenti alchemici, esoterici e religiosi.

Il luogo è la Sicilia - il romanzo ha il patrocinio della Regione – i personaggi sono i sovrani di Trinacria, Federico III di Svevia ed Eleonora d’Angiò, oltre al templare Ruggero di Flor e al medico alchimista Arnaldo da Villanova.

Fra castelli, segrete, eresie catare, si giunge alla scoperta e decifrazione di un antico misterioso manufatto, sorta di sacro Graal – ma forse è proprio il Graal stesso – un papiro scritto di pugno da Gesù in persona, dove si cela il mistero dell’universo creato. Gli opposti si contrappongono come nel catarismo, la luce e il buio, il bene e il male, Dio e Satana, ma uno solo – scopriremo - è Colui che ha voluto e immaginato tutto, colui nel quale la coniunctio oppositorum si realizzerà.

La corte di Federico III (com’era stata quella del più noto Federico II) è un luogo aperto e tollerante, dove persino l’eresia catara viene accolta e non rinnegata, dove è sempre accesa la fiamma della conoscenza e della cultura. Federico è un uomo di onore e di grande curiosità intellettuale, sua moglie Eleonora una donna illuminata, sostenitrice del progresso e dell’emancipazione femminile. Sposatala per dovere dinastico, Federico s’innamora di lei e con lei ha nove figli, e questo mette in crisi il precedente rapporto con Sibilla Sormella.  

Federico crede nell’amicizia e nella lealtà ma perde i suoi due amici, Ruggero, comandante templare degli Almogavari, megadux dell’imperatore bizantino, e Arnaldo, per colpa di tradimenti.

Arnaldo da Villanova, la cui tomba è stata scoperta nel 1969 nel castello di Montalbano Elicona, - paese crogiolo di religioni diverse e che ospita addirittura due chiese catare - è una singolare figura di medico, una via di mezzo fra un mago e uno scienziato, indagatore dei misteri della natura e dell’alchimia, vicino allo spiritualismo francescano. Viene fatto coincidere con il segreto dell’Argimusco, altopiano siciliano dove si ergono pietre erose dal vento – quasi megaliti naturali, usato come osservatorio astronomico fin dall’antichità.

Personaggio a se stante e onnipresente, la bella terra di Sicilia, il soffio caldo e sensuale dello scirocco, il barbaglio del mare, l’incandescenza del sole e i profumi di piante mediterranee ed erbe medicinali.

Al di là dell’intento filosofico esoterico o della ricostruzione storica, è ben disegnata la psicologia dei personaggi e ben sviscerato il sentimento d’amore, quello che nasce “nonostante”, fra Maria e Ruggero, e soprattutto fra Eleonora e Federico. Amori non scontati, non predestinati, non voluti ma che si sprigionano e crescono fino a travolgere il presente e riscrivere il passato. Maria vedrà morire Ruggero, Federico abbandonerà la madre dei suoi cinque figli per una donna che gli è stata data in moglie solo per convenienza. La Strano è una storica, ma l’amore la affascina, sentimento trascendente, prepotente, quasi religioso e filosofico.

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Gordiano Lupi, "Cattive storie di provincia"

26 Maggio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

 

 

 

 

 

Cattive storie di provincia

Gordiano Lupi

Acar Edizioni, 2009

pp 175

15,00

 

Ho letto tutti i libri di Gordiano Lupi e amo le sue tematiche riconoscibilissime: la straziante nostalgia del tempo che fu, il senso di fallimento, le ambizioni mancate, l’inconcludenza e il languore che generano un ristagno tutto sommato anche gradevole. E mi piace pure la sua scrittura asciutta ma elegante, semplice ma poetica. Mancava questo testo, Cattive storie di provincia, non recente, del 2009.

Una serie di amari fatti di cronaca legati dalla territorialità e dal rincorrersi delle solite questioni: l’amore lancinante per la propria città, il malumore, la ricerca del tempo perduto, il senso costante di privazione, rovina, mancato appagamento. Personaggi grigi, depressi, irrisolti, gente che avrebbe voluto studiare e non ha potuto, oppure che ha studiato ma non è arrivata ad avere un buon lavoro, gente sempre alla ricerca di qualcosa che, se avesse ottenuto, forse non gli sarebbe bastata. Gente che, alla fine, da tanta normalità, dalla patina di grigiore, di abitudine, di quotidianità emerge con un gesto inconsulto, con in mano un coltello affilato o un tubo del gas. Di questo trattano i primi racconti della raccolta, che sono anche quelli che preferisco. Man mano che si procede, tuttavia, i fatti di cronaca si tingono sempre più di fantastico, per poi sfociare in un orrore fondo e nero, come nella storia dei due fratelli incestuosi e cannibali o, nell’altra, agghiacciante, dove vengono girati film pedopornografici.

Alla fine l’orrore coagula in azioni orribili, al limite dello splatter. Trovo, però, che il sottile horror del grigiore quotidiano, narrato nei primi racconti e poi ripreso in testi come Calcio e Acciaio, sia forse ancora più inquietante, perché così vero e comune. Chi di noi non sente quella pungente malinconia, quell’insoddisfazione che non sa come colmare, quel bisogno di tornare indietro e cambiare le cose, quel senso d’impotenza, ineluttabilità e pigrizia? Questo, secondo me, è il vero orrore, sebbene, effettivamente, i giornali in questi anni abbiano riportato fatti orripilanti di cui la provincia, quieta e sorniona, è stata protagonista. Perché in fondo alla routine può esserci “un giorno di ordinaria follia”, come nel racconto che chiude la raccolta, dove il vento di scirocco scatena la furia omicida del protagonista, il quale diventa la nemesi di tutti noi, di quelli che sopportano a testa bassa i fastidi della vita e le angherie dei propri simili.

E, comunque, come sempre in Lupi, il sentimento preponderante è il radicamento nel territorio, il fil rouge dei i racconti, l’amore sviscerato per Piombino, di cui si accetta tutto il bene e tutto il male così com’è.

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Valérie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"

17 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Cambiare l’acqua ai fiori

Valérie Perrin

 

Edizioni E/O

pp 473

 18,00

 

C’è chi ha odiato questo libro e chi lo ha amato. Appartengo alla seconda categoria. L'ho preso in mano con l'intenzione di darci solo un primo sguardo, ma appena aperto mi ha subito catturato con quell’aura così francese – Valérie Perrin è la donna di Claude Lelouch - con quella delicatezza da pizzo Valenciennes. Poi, però, sono sprofondata nel gorgo del suo mistero e nei continui cambiamenti di prospettiva e significato, negli intrecci intrigati e mescolati a bella posta. Un romanzo che, nonostante ti costringa a una lettura attiva e partecipata, si fa leggere un capitolo dopo l'altro, a precipizio, senza potersene staccare.

Violette fa la guardiana di cimitero, è senza età, elegante, la sua casa profuma di rosa, di tè, di candele, sotto i cappottini severi spuntano vestiti rosa confetto, nel suo camposanto vivono una colonia di gatti e qualche cane che va a trovare il padrone defunto.

Non è sempre stata una donna curata e colta, ha un passato di abbandono, analfabetismo, sciatteria. Ma ha sempre dato tanto amore a tutti, si è sempre fatta da parte per gli altri, si è sempre presa cura di qualcuno. Cresciuta in una casa famiglia, ha poi concesso anima e corpo a un marito approfittatore e anaffettivo ma bello come un dio. Un marito di cui tutte s’innamorano. Un marito che la tradisce ogni notte con chi è a tiro. Con lui ha una figlia che perisce in un incidente, capitato non si sa come in una colonia estiva. Violette muore dentro insieme alla figlia per poi rinascere.

Come dicevo, la prospettiva di questo romanzo appassionante si ribalta in continuazione, lo sviluppo contempla continui salti temporali, avanti e indietro, che, tuttavia, fanno progredire sempre la trama. Ciò che ci sembrava in un modo all’inizio si trasforma in altro a suon di colpi di scena. Il marito, Philippe Toussaint, che nel cognome sembra già presagire il mestiere della moglie, acquista interiorità, diventa il personaggio principale, oltre ogni sotto-trama. Capiamo le sue motivazioni, la sua improvvisa sparizione, le sue rinunce.

Protagonista è la morte, onnipresente come deve essere in un cimitero. Non è né esorcizzata né sublimata, ma vissuta, considerata un fatto comune e ineluttabile, analizzata nella sua quotidianità e nel suo significato universale, filosofico. Violette assiste a tutte le inumazioni, annota i discorsi di commiato, la forma delle lapidi, il legno della bara. Si occupa dei fiori, pulisce le tombe, riceve nella sua casa i parenti inconsolabili, raccoglie le loro confessioni, è testimone dei loro amori passati. Le storie d’amore raccontate in questo libro sono tante, un amore profondo, duraturo, che oltrepassa la morte.  

La Perrin ha la mano leggera anche quando sta raccontando di maltrattamenti, di suicidi, di sesso senza amore, ma l’angoscia ci attanaglia comunque, pian piano, inesorabile, fatta di chiaroscuri, di particolari impalpabili, e un velo di malinconia copre ogni cosa, dolce e profumato come la cipria di Violette, come le sue rose.

 

There are those who hated this book and those who loved it. I belong to the second category. I picked it up with the intention of just giving it a first glance, but as soon as I opened it, I was immediately captured by that French aura - Valérie Perrin is Claude Lelouch's woman - by that delicacy of Valenciennes lace. Then, however, I plunged into the maelstrom of her mystery and into the constant changes of perspective and meaning, into the intrigued and deliberately mixed plots. A novel that, despite forcing you to an active and participatory reading, lets you read one chapter after another, precipitously, without being able to detach.

Violette is a cemetery guardian, she is ageless, elegant, her house smells of rose, tea, candles, candy pink dresses appear under her severe coats, a colony of cats and a few dogs live in her cemetery.

She has not always been a well-groomed and cultured woman, she has a past of abandonment, illiteracy, sloppiness. But she has always given so much love to everyone, she has always stood aside for others, she has always taken care of someone. Raised in a foster home, she then gave body and soul to a profiteering and anaffective but beautiful as a god husband. A husband that everyone falls in love with. A husband who cheats on her every night with those in range. She has a daughter with him, who perishes in an accident, which happens, no one knows how, in a summer colony. Violette dies inside along with her daughter and is then reborn.

As I said, the perspective of this exciting novel is constantly reversed, the development contemplates continuous time leaps, back and forth, which, however, always make the plot progress. What seemed to us in one way at first is transformed into other with twists and turns. The husband, Philippe Toussaint, who in the surname already seems to presage his wife's job, acquires interiority, becomes the main character, beyond any subplot. We understand his motivations, his sudden disappearance, his renunciation.

The protagonist is death, as omnipresent as it must be in a cemetery. It is neither exorcised nor sublimated, but lived, considered a common and ineluctable fact, analyzed in its everyday life and in universal, philosophical meaning. Violette attends all the burials, she notes the farewell speeches, the shape of the tombstones, the wood of the coffin. She takes care of the flowers, cleans the graves, receives inconsolable relatives in her house, collects their confessions, witnesses their past loves. The love stories told in this book are many, a deep, lasting love that goes beyond death.

Perrin has a light hand even when she is talking about mistreatment, suicides, sex without love, but the anguish still grips us, slowly, inexorably, made of chiaroscuro, impalpable details, and a veil of melancholy covers everything, sweet and fragrant like Violette's face powder, like her roses.

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Valentina Mattia, "Complici senza destino"

16 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

Complici senza destino

Valentina Mattia

 

Golem Edizioni

pp 236

16,00

 

Una prova straordinaria Complici senza destino di Valentina Mattia, un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, che ho letto tutto d’un fiato. Non è la solita storia italiana di precariato, di giovani senza meta né futuro, piuttosto qualcosa che affonda le sue radici nell’attualità per travalicarla, un realismo che diventa iperrealismo, uno strano chiasmo dove le situazioni normali acquistano, in un preoccupante accumulo di particolari, la connotazione dell’incubo, mentre, al contrario, alcuni terrori si rivelano infondati.

Nunziatina è siciliana. Conosce in chat il tunisino Amhir, non lontano da lei in linea d’aria ma distante per cultura e background. S’incontrano, lui viene a vivere in Italia, s’innamorano. L’unione fra di loro è contrastata dalle rispettive famiglie, ma è facile, perché basata sull’impulso del cuore e sulla semplicità con cui i sensi si attraggono e riconoscono. Lei fa l’infermiera, lui raccoglie uva. Si sposano in chiesa, nonostante lui sia musulmano. Il loro forte erotismo e la dilagante fertilità li portano ad avere tre figlie in pochi anni.

Amhir – bello, misterioso, romantico – nasconde però un segreto, fa parte di una cellula terroristica dormiente. Prima o poi dovrà compiere l’attentato finale, dovrà farsi saltare in aria per la causa.

Il matrimonio si sgretola ma, a mio avviso, non è il tragico impegno di Amhir il motivo del fallimento coniugale. Anzi, mi sembra che il terrorismo qui sia solo il simbolo letterario delle sconfitte di fronte alle quali la vita ci pone.

Come sarebbero andate le cose fra Nunziatina e suo marito se lui non fosse stato votato alla causa? (Ma lo è poi davvero?) Probabilmente nella stessa maniera, perché è la vita che ci logora, che trasforma i sogni in quotidianità, il romanticismo in abitudine, abbrutimento e noia, che scava nelle differenze ampliandole invece di avvicinare. La vita presenta il conto, sotto forma di tre figlie piccole da accudire, di una malattia da combattere, di donne più giovani e avvenenti che prendono il tuo posto nel cuore di chi ami.

Se c’è un difetto in questo romanzo è nella parte finale ambientata in Tunisia, che risulta forse un po’ troppo da dépliant, a contrasto con il realismo della parte italiana. Ma può darsi che questo serva ancora una volta a invertire il giudizio, a mettere in una luce serena e piacevole il luogo da cui il male si origina – il mondo di Amhir - a contrasto con quello dove il male viene compiuto, l’occidente.

Un libro che affronta il tema dei matrimoni misti e del terrorismo ma, soprattutto, un romanzo di anime, d’incomunicabilità, di segreti, di non detto, di razionalità che non collima con l’istinto; un’opera di facile lettura ma che ti sprofonda in un gorgo d’angoscia insieme ai protagonisti, con un senso crescente di soffocamento e ineluttabilità.

L’amore non basta quando si è diversi per estrazione, cultura, religione. Alla fine la sorte  riacciuffa, Amhir va incontro al suo destino, Nunziatina rientra nel suo solco, nel binario fatto di gesti concreti e tutto sommato piacevoli: le figlie, il lavoro, un nuovo/vecchio amore.

Forse solo Giusi, la minore delle figlie, avrebbe potuto - o potrà – colmare il divario, far coincidere gli opposti, il suo essere donna occidentale con il retaggio dei parenti islamici, i cannoli siciliani con i corni di gazzella. Forse, ma, intuiamo, questa è solo una possibilità.      

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Kraus Folner, "Holidays"

11 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Holidays

Kraus Folner

 

Castelvecchi Editore, 2020

pp 117

14,50

 

Un romanzo per appassionati di viaggi e di cucina stellata più che un vero e proprio thriller. Si genera fin dall’inizio un interesse spasmodico e inquietante per cose che non si conoscono ma intrigano, un senso di aspettativa, una tensione quasi sessuale che non sempre si scioglie. Il ritmo serrato e frammentato della narrazione ricorda la sceneggiatura di una serie televisiva.

È agosto, la squadra del comandante Riccardo Caputo – già protagonista di altri libri di Folner - è sparsa ai quattro angoli della terra per una meritata vacanza. C’è chi attraversa gli Stati Uniti in un viaggio a tema cinematografico, chi si addentra nella giungla africana alla ricerca di gorilla e chi, come Caputo stesso, visita la Cina. Nazione enorme, crogiolo di etnie e minoranze, centro allarmante del potere centrale, dove ogni dissenso è perseguitato, dove tutti sono controllati da telecamere in ogni momento della loro vita. Questo mastodonte burocratico e dittatoriale sta tramando qualcosa per liberarsi dell’opposizione e di tutte le minoranze religiose. Forse, lascia intendere l’autore, noi adesso ne stiamo pagando le conseguenze.

Due donne vengono uccise, la sorella di uno dei protagonisti scompare, una dominante mascherata viene strangolata mentre fa sesso in diretta con un oscuro impiegato cinese. La squadra deve indagare, ricomporsi.

L’autore mescola alla trama ciò che conosce: la tecnologia informatica, i grandi viaggi, la buona cucina, e queste sembrano essere le tematiche che davvero lo interessano.

Tutti i personaggi sono credibili e hanno qualche debolezza che li rende umani, spesso legata alla droga o al sesso. Il cinese Kao è un masochista che si bea di un rapporto di sottomissione, Isabela ha bollenti fantasie erotiche con la guida nera che accompagna lei e il marito nella giungla, Paola è sgradevolmente borghese ed egoista, lo stesso Riccardo, pur amando la moglie, non disdegnerebbe un pomeriggio di sesso esotico se ne avesse l’occasione.

La gente che vive a Montecarlo, a Dubai, a New York o nella stessa Cina è spesso depravata e viziata, agguerrita come i coccodrilli che tentano di rovesciare la barca di Thomas. I governi distorcono le scoperte scientifiche, le manipolano e volgono a favore della sopraffazione e del controllo globale.

Solo nell’abbraccio impossibile con il gorilla, nell’incontro con la natura primigenia, l’essere umano ritroverebbe una bontà ancora incorrotta.

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Lorenzo Beccati, "Il pescatore di Lenin"

10 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Il pescatore di Lenin

Lorenzo Beccati

 

Oligo Editore, 2021

pp 236

16,90

 

Un romanzo molto bello, scritto benissimo, Il pescatore di Lenin, di Lorenzo Beccati, scrittore, doppiatore e autore televisivo Mediased.

Per una volta non partirò dalla trama ma dallo stile, elegante e letterario quanto dovrebbe essere quello di tutti i libri pubblicati, anche se purtroppo, ormai, questa è invece una rarità. Un linguaggio semplice ma raffinato, condito da poetiche e inusuali similitudini, per cui il muro della facciata era così bianco che veniva voglia, per dargli un po’ di colore, di “pizzicarlo”, come fanno le donne vanitose o innamorate sulle gote per levarsi il pallore, o le parole si smorzarono e strisciarono via come serpi, o, ancora, gli occhi accesi come lampare.

La storia, romanzata e di fantasia, si basa sull’assunto che Vladimir Il’ic Ul’janov, ovvero Lenin, sia stato per breve tempo a Capri, prima della rivoluzione russa. A Capri, infatti, nel 1909 c’è una scuola politica, vi vengono addestrati quelli che formeranno la futura dirigenza del partito, ma ora si mescolano con indolenza ai turisti e non disdegnano la vita comoda come i ricchi. Lenin si trova a Capri con un obiettivo preciso e segreto, che verrà svelato solo nel finale e che non posso rivelare. La trama si basa sull’espediente del manoscritto ritrovato – il libro nel libro – e narra dell’amicizia fra Lenin e Antò ‘o Muto, un pescatore dell’isola.

Lenin non è ancora quello che tutti conosciamo, l’uomo spietato, determinato e feroce della Rivoluzione d’ottobre, ma una personalità tutto sommato galante e rispettosa. Accade spesso che certe figure storiche, se prese singolarmente e fuori contesto, dimostrino lati teneri e umani che, sebbene sorprendenti, coesistono con l’immagine pubblica. L’amico Antò incarna, invece, il proletario ingenuo, il buon selvaggio, l’umile che il credo marxista voleva vendicare e liberare. La borghesia dell’isola è, al contrario, cattiva, prepotente e viziosa, con quell’arroganza che solo i soldi e l’abitudine a sottomettere e comandare danno.

I due si legano di amicizia spontanea e profonda.  L’uno diventa il paladino dell’altro. Antò fa da guida a Lenin in una Capri romantica, da dagherrotipo dei primi del novecento, che diventa protagonista, con il suo mare, i suoi barbagli di sole sull’acqua, i suoi Faraglioni, le sue ville e la profumata macchia mediterranea. Antò è una figura tragica e cristologica nella sua ingenuità infantile, nel suo “puro” e quasi incolpevole desiderio di catarsi, nel suo credere che la rivoluzione sia la panacea per tutti i mali e le ingiustizie del mondo. Ed è, per il bolscevico e uomo di partito Lenin, una sorta di coscienza che lo mette di fronte a quello che dovrebbe essere lo spirito più autentico dei suoi ideali. Uno spirito senza compromessi, votato solo alla causa. Ma, nella pratica politica, il compromesso esiste e, come afferma Lenin, “il nemico va conosciuto per poterlo combattere”.

Alla fine il cerchio si chiude, i tasselli s’incastrano. In bocca rimane un sapore antico e buono, salato come il mare della grotta Azzurra o, forse, come le lacrime di un emigrante.

 

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