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Post con #poli patrizia tag

Benedict Wells, "La fine della solitudine"

15 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

La fine della solitudine

Benedict Wells

Traduzione di Margherita Belardetti

 

Salani, 2017

pp 307

15,90

 

«Be’, uno viene al mondo ed è plasmato dal proprio ambiente, dai genitori, dalle disgrazie, dall’educazione, da esperienze casuali. A un certo punto sembra scontato poter dire: “Io sono fatto così e così”, ma con ciò si prende in considerazione solo il primo strato, l’io superficiale (…) Per trovare il proprio vero Io è necessario rimettere in discussione tutto quello che si è trovato alla nascita, talvolta anche perdere qualcosa, perché spesso solo nel dolore si impara cosa ci appartiene veramente…  È nelle lacerazioni che ci si riconosce.» (pag 237)

 

Non è un caso che le parti più belle di La fine della solitudine, del tedesco Benedict Wells, siano il principio e la fine. Un cerchio che si chiude e si riapre allo stesso tempo, l’inizio di solitudini incolmabili, di mancanze senza appello, e, tuttavia, una conclusione che lascia aperta la speranza.

I tre fratelli Moreau, Liz, Marty e Jules, crescono senza i genitori, morti in un incidente, imparano a cavarsela in un istituto per orfani e poi affrontano la vita. Ognuno si scontra col dolore a modo suo. Liz vive in maniera esagerata, preda delle dipendenze e di storie sentimentali sbagliate. Marty sviluppa un disturbo ossessivo compulsivo. Jules deve vedersela con il rimorso, a causa del quale sceglie il lavoro sbagliato.

Suo padre, inoltre, prima di morire gli ha detto che un amico vale più di tutto e, per dargli retta, Jules non riesce a concretizzare il suo rapporto con Alva, la compagna di scuola da sempre desiderata. Temendo di perderla e di sbagliare, non le dichiara il suo amore che dopo tanti anni, ottenendola in cambio di un oscuro sacrificio umano, ed espiando la conseguente colpa attraverso la morte di lei.

 

In quegli anni era un continuo mancarsi a vicenda:avevamo riconosciuto troppo tardi quello che provavamo l’uno per l’altra, legati com’eravamo al bisogno di amicizia. (pag 275)

 

Alla fine i suoi due gemelli si troveranno orfani come lui è stato orfano, ma, forse, grazie alla sua presa di coscienza e maturazione, la loro sarà un po’ meno “solitudine”, perché avranno al fianco un padre che potrà accompagnarli nella crescita e difenderli anche da se stessi.

Un romanzo imbevuto di filosofia sottesa - “Il Sé ha da essere infranto per divenire sé”-, forse un po’ squilibrato nella struttura, che dà fin troppo spazio allo sviluppo ripetitivo della personalità dei tre fratelli e lascia in ombra eventi importanti, come il suicidio assistito del marito di Alva e il misterioso passato di lei in Russia. Un romanzo che procede, a volte, un po’ troppo per accumulo, un accumulo che a tratti diventa pesante e a tratti, invece, si traduce in sottigliezza psicologica. Un romanzo che si basa su ciò che è accaduto, su ciò che accade e su ciò che avrebbe potuto essere nel caso che. Quante volte ci voltiamo indietro a guardare, chiedendo cosa sarebbe successo se avessimo scelto un’altra via, se certi eventi non ci avessero condizionato, se certe morti non ci avessero bloccato e poi rilanciato nel vuoto, deviando la nostra traiettoria.

Jules è un sopravvissuto – lo è fisicamente a un sinistro – un naufrago che alla fine deve approdare da qualche parte e ripartire da capo, da ciò che gli resta, salvaguardando i ricordi, di cui diventa custode ma anche interprete a posteriori, perché non tutto era come sembrava. Impara a sue spese che la vita è sentimento, passione, rimorso, paura, solitudine, ma anche cultura, spirito, musica, pensiero filosofico. Ce lo dice Alva prima di andarsene.

 

«Se davvero devo morire» disse, «voglio farlo a testa alta. Quindi vivere il più a lungo possibile così come ho sempre vissuto. Leggendo e imparando»

 

 

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Ovunque è Legnano

5 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

 

 

L’imperatore Federico Barbarossa ordinò di radere al suolo il più importante dei Comuni medievali: Milano, che si trovava all’incrocio dei traffici fra le repubbliche marinare e il cuore dell’Europa. I Milanesi assistettero alla distruzione della loro città giurando vendetta. Si riunirono con molti altri comuni nella Lega Lombarda e affrontarono il potente esercito dei cavalieri imperiali sotto la protezione del papa.

L’esercito dell’imperatore era forte, composto di cavalieri pesantemente armati. Quello della lega lombarda, invece, si basava sulla fanteria, una fanteria, però, di tipo nuovo, non più i contadini armati di forcone dei tempi di Carlomagno, bensì mercanti e artigiani facoltosi, attrezzati con ottime e leggere armature. Era proprio nel bergamasco che si costruivano, infatti, le migliori armi d’Europa.

Si riunirono tutti attorno al Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine. Inizialmente usato come carro da guerra, aveva assunto col tempo un valore puramente simbolico. Pavesato con i colori del Comune, era trainato da buoi e trasportava un altare, una campana, una croce e le insegne cittadine. In tempo di pace era custodito nella chiesa principale della città cui apparteneva.

Il Carroccio fu protagonista nella battaglia di Legnano, durante la quale fu difeso, secondo la leggenda, dalla Compagnia della Morte, ovvero un'associazione militare di 900 giovani cavalieri accomunati dall'ordine di battersi fino alla morte senza mai retrocedere, guidata da Alberto da Giussano, personaggio immaginario che comparve in realtà solo in opere letterarie del secolo successivo. Sempre secondo la leggenda, durante il combattimento, tre colombe, uscite dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, si posarono sul Carroccio causando la fuga di Federico Barbarossa. Questo scontro è stato poi celebrato durante il Risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l'invasore straniero, tanto da essere menzionato ne Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, inno nazionale italiano dal 1946.

 

Fratelli d'Italia,

l'Italia s'è desta,

dell'elmo di Scipio

s'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

che schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popoli,

perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l'ora suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Uniamoci, uniamoci,

l'unione e l'amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti, per Dio,

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Dall'Alpe a Sicilia,

Dovunque è Legnano;

Ogn'uom di Ferruccio

Ha il core e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

Il suon d'ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

Già l'Aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue Polacco

Bevé col Cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

In realtà il vero protagonista della battaglia di Legnano fu Guido da Landriano. Giussano non è mai esistito.

I cavalieri del Barbarossa erano appesantiti da molta ferraglia, si muovevano male, abituati com'erano a battersi contro un’altra schiera di cavalieri. Fu così che a Legnano (1176) i fanti lombardi accerchiarono la cavalleria imperiale, disarcionandola.

Fu in seguito a battaglie come questa che la cavalleria pian piano scomparve e con lei quell’aura favolosa che aveva accompagnato l’alto medioevo di Artù ed Excalibur, della Chanson de Roland e dell’amor cortese. Si prospettava un’aria nuova più prosastica, che avrebbe portato all’ascesa della classe media, la borghesia che preferirà il romanzo all’epica medievale.

Da allora in poi i Comuni furono liberi di governarsi da soli, di commerciare e persino farsi la guerra fra loro.

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Quello che tutti odiano

1 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Ciò che siamo torna sempre a galla e, dopo un’overdose di fantasie, rieccomi alle tinte unite.

Poche cose prima dell’orgia saldi.

 

Il tris di maglie basic: nero, grigio e verde militare.

La maglia beige con gli smerli alle maniche.

Il completo canotta più t-shirt a rete, finto (o vero?) spiegazzato.

Il costume bianco, che addosso a me fa tanto Moby Dick, balena spiaggiata, specialmente da quando mi è stato proibito di prendere il sole. E le cose proibite, si sa, sono quelle che più ci desideriamo.

 

Dal viaggio sono tornata abbastanza rigenerata, anche se stanca, e ora sono alle prese con l’estate nella mia città, in attesa dei due mesi che più amo, Luglio e Agosto, mesi in cui, complici le alte temperature, io, - differenza di chi patisce il caldo – mi sento viva e ho voglia di uscire la sera, di andare al mare e di girare in città.

Mi piace quello che tutti aborrono, le strade assolate nel pomeriggio, l’asfalto che ribolle sotto i sandali, l’aria calda e pesante, gli odori amplificati dagli angoli pisciosi, dai cassonetti che traboccano. È l’estate di quando ero bambina, quando mia nonna mi portava fuori il pomeriggio. Giravamo per le strade deserte, mentre tutti erano al mare, ci fermavamo in Via Grande, sotto le finestre dell’ufficio, dove lavorava mia madre, ed io la chiamavo per un saluto. Giravamo per i pratini spelacchiati della Questura, sedevamo sul muretto di mattoncini vicino ai quattro Mori, che ora il sindaco ha abbattuto strappandomi un pezzo di cuore e di ricordi, finivamo nella chiesa della Madonna. “L’aria è mezzo vitto”, diceva mia nonna, e mi trascinava fuori. Allora mettevo il muso, avrei preferito restarmene a leggere in terrazza, ora la ringrazio perché è a causa sua, di quelle uscite pomeridiane nella calura estiva, se io adesso amo la mia città come la amo, e ce l’ho dentro, nel sangue. La città di Virzì, di Mascagni, di Modigliani.  

 

 

What we are always comes back and, after an overdose of fantasies, I am back to the united colors.

Few things before the orgy of discounted sales.

 

The tris of basic t-shirts: black, gray and green military.

The beige one with scallops on the sleeves.

The full tank top plus a network t-shirt, fake (or true?) wrinkled.

The white costume, which on me resembles Moby Dick, especially since when I was forbidden to sunbathe. And forbidden things, we know, are what we want most.

 

From my trip I came back fairly regenerated, even if tired, and now I'm waiting for the two months I love most, July and August, months in which, due to high temperatures, I feel alive and want to go out in the evening,  go to the sea and stroll downtown.

I like what everyone else hates, the sunny streets in the afternoon, the scorching asphalt under my sandals, the hot and heavy air, the smells in the dirty corners, the overflowing dumps.

When I was a kid, my grandmother used to take me out in the afternoon. We went down the deserted streets, while everyone was at the sea, we stopped at Via Grande, under the windows of the office where my mother worked, and I called her for a greeting. We walked near the Questura, we sat on the brick wall next to the Quattro Mori, which the mayor has now destroyed togheter with a piece of  my heart and memories, we ended up in the church of Our Lady. "The air is half a meal," my grandma said, and dragged me out. Then I pouted, since I would have preferred reading on the terrace, now I thank her. It is because of those afternoon in the summer heat, if I now love my town as I love it, and I have it in my blood. The city of Virzì, of Mascagni, of Modigliani.

Quello che tutti odiano
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Stelvio Mestrovich, "Mar'ja Ivànova Petrova"

26 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

Mar’ja Ivànova Petrova

Stelvio Mestrovich

 

Carabba, 2017

pp 93

13,00

 

Due sono le cose che colpiscono in Mar’ja Ivànova Petrova, di Stelvio Mestrovich, la prima è la familiarità con la letteratura russa e con la Mosca di Bulgakov, la seconda è l’assoluta metanarratività.

La prima condizione fa sì che un romanzo ambientato in Russia negli anni novanta, ai tempi di Putin etc, ci appaia ottocentesco. Il conte Fedör Michaijlovic Golovkin e la sua bella amata Mar’ja – ma amata di quale amore? – sono personaggi moderni, però sembrano muoversi in una Russia addirittura prerivoluzionaria.

La trama è semplice: un uomo di nobili origini vede osteggiato il suo amore per una bella e talentuosa popolana, figlia di macellai. Geloso di lei, e dei suoi rapporti con il direttore dell’orchestra in cui ella suona magistralmente il violino, si comporterà come molti maschi odierni che non accettano di perdere l’oggetto del loro amore e scambiano l’affetto per possesso. Addirittura pagherà un killer per amputare una mano alla ragazza, fino alla tragica conclusione.

Ma torniamo un passo indietro: per ovviare alle insistenze materne di fargli sposare un’appartenente all’aristocrazia, Golovkin si era finto evirato di guerra in Cecenia. A una falsa mutilazione se ne aggiunge quindi una vera, il taglio della mano, gravissimo per una donna innamorata della sua arte come Mar’ja, a dimostrare che ciò di cui il protagonista è veramente geloso, più che di un rivale in carne ed ossa, è il talento (e l’ambizione) della donna.

Grazie al virtuosismo di Mar’ja, protagonista è la musica, dato che Mestrovich è un ricercatore del tardo barocco, con particolare conoscenza delle opere di Salieri, rivale di Mozart. Lo stile, però, non è affatto ampolloso, è sorvegliato e piacevole ma discorsivo.

La seconda condizione fa sì che questo sia uno dei romanzi più metanarrativi che io abbia letto, con l’autore che interviene fisicamente nella storia, dialoga con i personaggi, agisce e mette in moto gli eventi, come ad esempio chiamare aiuto dopo il ferimento di Mar’ja. L’effetto prepotente di straniamento non interrompe, tuttavia, la scorrevolezza della storia, che risulta appassionante comunque. La non divisione in capitoli è utilizzata per non interrompere il flusso degli eventi e dei pensieri - come se ieri fosse di nuovo oggi, come se il tempo non fosse passato - e anche per non darci l’impressione di essere in un romanzo quando, invece, ci siamo dentro fino al collo, siamo spettatori al pari dell’autore di ciò che i personaggi fanno. Siamo, forse, il terzo incomodo fra i personaggi e l’autore.

 

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Guido Mina di sospiro, "Sottovento e sopravvento"

19 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Sottovento e sopravvento

Guido Mina di Sospiro

 

Ponte alle Grazie, 2017

pp 198

14,90

 

Lo stereotipo de la bella e la bestia “sperduti nell’azzurro mare” in questo romanzo multistrato, suo malgrado avvincente.

In Sottovento e sopravvento, di Guido Mina di Sospiro, ci sono i classici elementi della storia di avventure - la mappa del tesoro, l’indizio cifrato, il cattivo che mette in pericolo i buoni, il naufragio, l’isola del tesoro – il tutto, però, complicato dallo stile non banale e dal non facile sostrato metafisico e alchemico. Senza fare spoiler, possiamo solo dire che, alla fine, il tesoro si rivela dapprima l’oro degli alchimisti, poi la pietra filosofale stessa, condensata in un concetto assoluto: la congiunzione degli estremi altro non è che l’amore, quello che riesce a unire il diverso, la bella e la bestia, il maschile e il femminile, l’intelletto e la natura, ed è capace di restituire ai protagonisti il senso di sé e della vita, di andare oltre la presenza fisica dell’altro, di farsi talmente infinito ed immenso da permettere la possibilità di altri amori collaterali.

I personaggi principali sono Chris e Marisol. Lui è il buon selvaggio, l’uomo rude irlandese, forzuto e puzzolente, nato con un difetto fisico, una gobba da far invidia a Leopardi e a Quasimodo, e con un animo semplice ma dolce e risoluto. A causa di quella gobba di cui non si è mai lamentato, pensa che la vita, Dio o chi per lui, gli debba un risarcimento che infine otterrà. È religioso e terreno insieme, prega Dio e accetta la realtà per quella che è, traendone il meglio. È un cercatore ma si rende conto che, comunque, tutto è caso, e le cose migliori sono quelle capitategli accidentalmente, come i figli. In effetti, se ci pensiamo, per quanto ci affanniamo a programmare, a studiare, a lavorare, a farci una posizione, tutti gli eventi davvero importanti della nostra vita sono occorsi per caso (o per congiunzione astrale) e sarebbe bastato un piccolo scarto per far andare tutto nella direzione opposta.

 

Può darsi, ma il fatto è che solo le cose che ho trovato accidentalmente m’hanno dato gioia nella mia vita. I miei bambini; tu; e ora persino Dio. Non l’avevo mai trovato nella Bibbia, e neanche in chiesa, per quanto lo avessi cercato. L’ho trovato sul vulcano, durante l’eruzione” (pag 176)

 

Poi c’è Marisol/Ruth, cubana trapiantata a sua insaputa a New York, tutta razionalità, scienza, filosofia e matematica.

 

Nel pensiero”, dice, “ci sguazzavo, me ne imbevevo, lo respiravo e assimilavo come se fosse ossigeno” (pag 40).

 

È alla ricerca dell’algoritmo capace di eludere i paradossi che sono “l’ultimo baluardo della non scienza”. Non riuscendo a confermarlo, diventa acatalettica, cioè dubbiosa di tutto, e di conseguenza depressa e abbattuta, per giungere infine alla scoperta di essere fatta di mare e di sole anche lei. Scopre che si può pensare in modo irrazionale, che possono esistere più dimensioni e più realtà parallele dove il tempo scorre in maniera diversa, che potrebbero esserci strani e misteriosi dei a muovere gli eventi creando congiunzioni astrali a nostro favore o sfavore.

Quando l’irrazionalità irlandese incontra la razionalità newyorkese, è in grado di smantellarla e far riemergere il sostrato sudamericano caraibico, cosicché Marisol si accorge che c’è un iperuranio nel quale gli opposti si attraggono e confluiscono sopra e sotto vento, dove gli dei del nord e del sud lavorano insieme, dove il tempo si annulla in un eterno presente, senza inizio né fine. Scopre, soprattutto, che la vita è bella e vale la pena viverla senza ragionarci troppo sopra.

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Il Barbarossa e la saga di Kyffhäuser

10 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

 

 

Mentre i Comuni a poco a poco s’ingrandivano, papi e imperatori discutevano fra loro su chi fosse più importante. Gli imperatori si sentivano eredi dell’Impero romano che aveva dominato il mondo e pensavano che anche la Chiesa dovesse loro ubbidienza. I papi ritenevano che farsi carico delle anime fosse più importante che occuparsi dei corpi. Inoltre il Sacro Romano Impero era stato concesso a Carlo Magno da un papa. La chiesa sosteneva, dunque, che il Papa fosse il vero padrone dell’Impero e avesse il diritto di affidarlo solo a quei signori che godessero della loro fiducia. E qui entra la questione del diritto. A quei tempi era normale pensare che qualcuno avesse il diritto di governare su altre persone, solo per il fatto di essere figlio di persone già potenti e famose.

La lotta fra papato e impero divenne più aspra circa milleduecento anni dopo la nascita di Cristo. L’Imperatore si accorse di perdere terreno e cercò una terra sulla quale rafforzare il proprio potere. La scelta cadde sull’Italia. Da noi i feudi erano piccoli e fedeli all’imperatore, c’erano molti Comuni ma l’Imperatore sottovalutava la forza di artigiani e commercianti, in una parola della borghesia. Quanto al Papa, non aveva un esercito.

L’imperatore Federico, detto il Barbarossa, (1122-1190) raccolse un esercito di nobili feudatari fedeli e attraversò le Alpi, in cerca della nostra terra solatia e ricca. Pensava a una facile conquista. Come potevano i Comuni mercantili ribellarsi ai migliori cavalieri di Europa? Ai Comuni interessava solo rimanere liberi e commerciare, ma l’Imperatore voleva davvero diventare il padrone di tutto e di tutti. Riuniti nel suo accampamento i rappresentanti dei Comuni, impartì i suoi ordini: ogni Comune non avrebbe più dovuto battere moneta, né legiferare, né amministrare la giustizia. Avrebbe dovuto accogliere come capo un feudatario fedele all’Imperatore, avrebbe dovuto pagare tutte le vecchie tasse come i pedaggi e i pontatici, insomma tutto doveva tornare come prima e i cittadini si dovevano rassegnare a non essere più uomini liberi.

Poi fu la volta del Papa. Barbarossa chiese che Roma diventasse la capitale del suo Impero e che il Papa riconoscesse la sua inferiorità all’Imperatore.

I Comuni non ubbidirono e il Papa nemmeno.

Sul Barbarossa circolarono molte leggende, anche a causa della sua morte improvvisa mentre guadava un fiume. Una è quella dell'eroe dormiente, collegata alle più antiche britannico-celtiche di Artù e del Mabinogion. Tale leggenda vuole che egli non sia morto, ma addormentato con i suoi cavalieri in una caverna nelle montagne di Kyffhäuser in Turingia e che quando i corvi cesseranno di volare intorno alla cima, si desterà e porterà la Germania alla sua antica grandezza. A dominare il monumento eretto in suo ricordo è una torre alta 57 metri sormontata da una enorme corona imperiale. Una scalinata di 247 gradini conduce alla sommità della torre.

La saga di Kyffhäuser era nata per suo nipote Federico II, ma nel corso del secolo XIX, alcuni scrittori tra cui i fratelli Grimm, nell'opera le Saghe germaniche, ripresero la saga del monte Kyffhäuser, attribuendola al Barbarossa, dove egli è addormentato, seduto a un tavolo e la sua barba rossa cresce smisuratamente e ha già fatto due giri intorno al tavolo. Quando si completerà il terzo giro, Federico si sveglierà e combatterà una straordinaria battaglia: sorgerà il giorno del giudizio.

In realtà Barbarossa, come si usava allora, dopo la morte fu messo in acqua bollente per staccare la carne dalle ossa, ossa che dovevano in seguito essere portate in Terrasanta. Non ci arrivarono mai.

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Marco Saverio Loperfido, "Memorie di un bugiardo"

8 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Memorie di un bugiardo

Marco Saverio Loperfido

 

Annulli Editori, 2017

pp 225

13,00

 

Chissà perché, leggendo Memorie di un bugiardo di Marco Saverio Loperfido, mi è venuto in mente Il cimitero di Praga, forse per l’atmosfera strana e cupa. Ma qui Praga non c’entra, qui è Venezia che giganteggia e rappresenta la parte più riuscita dell’opera.

Nella seconda metà dell’Ottocento un truffatore sbarca il lunario spacciando penne, a suo dire appartenute a personaggi famosi. Così facendo viene in contatto con molte figure rappresentative della cultura del tempo, da Melville a Wagner, da Dumas a Nietzsche a Dostoevskij etc. Loperfido è laureato in filosofia e si sente che in questo libro ha riversato molte delle proprie conoscenze. La trama artificiosa e similpicaresca è fin troppo un pretesto per spaziare in campo intellettuale, a scapito della scorrevolezza.

Il protagonista è un amorale che s’imbeve di nichilismo grazie alle sue frequentazioni culturali. La sua vita è un’immersione nella cultura, suo malgrado. C’è, però, un alter ego, il debole prete Gioacchino, che vive per interposta persona e probabilmente non esiste nemmeno. Egli si comporta come una sorta di Bignami della letteratura. Chiuso nella sua stanza, legge al posto del protagonista e riassume per lui, assorbendo avidamente, attraverso narrazioni scritte ed orali, una realtà che la sua condizione claustrale gli impedisce di vivere. Ma è tutto un gioco di specchi, narratore e prete si odiano come possono odiarsi due differenti parti di una stessa persona, quella intellettuale e quella pratica, quella che vive e quella che contempla. Così come nel precedente romanzo di Loperfido, i due protagonisti lentamente si avvicinano fino a confluire, fino a chiamarsi con lo stesso nome, fino a scrivere l’uno la storia dell’altro.

Ma, ripetiamo, il personaggio più riuscito non è il protagonista, né il suo riflesso clericale, né alcuna delle tante figure in cui si imbatte, bensì la città che fa da sfondo, da culla e da cornice, alle vicende, fra calli umide e lo sciacquio delle onde lungo le banchine.

 

Venezia è l’unico luogo al mondo per il quale io riesca a provare la stessa cosa che provo per la musica. In queste calli sembra che aleggi sempre una musica, non credete? Venezia è un silenzioso ma incessante concerto a cielo aperto. Visitare Venezia è come calarsi dentro a una sinfonia.” (pag 191)

 

La città è magica e fantasmagorica, può illuderci e farci vedere quello che non è, creando sosia, riflessi, “false verità”, “falsi amici” e “claude glass”, per tornare al precedente romanzo dell’autore. Senza dimenticare che tutto è narrato, appunto, da un bugiardo.

 

Per chi vive a Venezia questo è abbastanza normale e inconsciamente lo sappiamo tutti: la città sull’acqua può, in un istante e grazie ai suoi riflessi, diventare magicamente un vaneggiamento sotto il cielo traslucido.” (pag 68)

 

Così due personaggi finiscono per chiamarsi con lo stesso nome, così un manoscritto compare, scompare e poi viene riscritto da capo, così una prostituta è smerciata per fidanzata. “Forse anche i fiori, pensai, non sono altro che ingannatori di api”. (pag 115) E nella natura umana, anche nella più elevata, si nasconde sempre quella animale.

 

 

 

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Il piacere prima del piacere

17 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

E siamo quasi di partenza. Forse non sarà il viaggio della vita, ché di viaggi belli ne ho fatti tanti, ma è senz’altro un itinerario vagheggiato da sempre. Mi auguro di non rimanere delusa. Partirò, se tutto va bene, a breve, spero di non portarmi appresso il peso dei pensieri, di sgombrare la mente da tutto e riempirla solo di emozioni positive.

Una valigia è qualcosa che si fa con amore, è il sabato del villaggio, è il piacere prima del piacere. Una valigia comincia dalla valigia ed io l’ho comprata nuova. La volevo più piccola, più maneggevole, salvo poi accorgermi, una volta a casa, che l’ho presa più grande di quella che avevo.

Vediamo cosa ci metto dentro di recente.

 

La camicia di jeans, un classico intramontabile, e quella mimetica, utili per vestirsi a cipolla come sarà necessario, portabili anche aperte come giacche leggere.

La felpa verde militare, per meglio mimetizzarsi.

Il kw imbottito nello stesso colore, antipioggia e antivento.

 

Nessun indizio ancora su dove io sia diretta? Ecco il libro che mi porterò dietro per rileggerlo. È sulle orme di questo autore, della sua prima maniera, la più autentica e impressionante, che compio questo pellegrinaggio. Adoro i viaggi a tema.

 

E ora un paio di pezzi acquistati di recente che non porterò con me perché inutili.

 

La camicetta con i fiorellini. Non amo il giallo ma questa si distingueva proprio per l’abbinamento piccoli fiori su grazioso sfondo giallino.

La maglia con intarsi argento. Costituisce una riprova che i colori significano molto e sono capaci di trasformare e far risaltare qualsiasi forma. La t-shirt era disponibile in nero e oro, e in rosa e oro, ma sortiva un effetto di sovraccarica vistosità. L’accostamento bianco e argento, invece, è raffinato.

 

A bientot… ormai ci sentiremo al mio ritorno.

 

 

And we're almost there. Perhaps it will not be the journey of life, because of all the beautiful travels I have done already, but it is certainly a most desired itinerary. I hope not to be disappointed. I will leave, if all is well, in the short term, I hope not to bring the weight of thoughts with me, to clear my mind and fill it only with positive emotions.

A suitcase is something you do with love, it's the village's Saturday, it's pleasure before pleasure. A suitcase starts from the suitcase and I bought it new. I wanted it smaller, more manageable, except that, once at home, I noticed that I took it bigger than the one I had.

Let's see what I put in it.

 

The jeans shirt, a timeless classic, and the camouflage one, useful to dress in layers, as it will be necessary over there, also wearable as light jackets.

The military green sweater for better camouflage.

The padded kw in the same color, for rainy and windy weather.

 

No clue yet about where I am heading? Here's the book I'll take to read it all over again. It is in the footsteps of this author - his first, the most authentic and impressive - that I make this pilgrimage. I love themed travel.

 

And now a couple of recently purchased pieces I will not bring with me because they are useless:

 

The blouse with florets. I do not love the yellow but this one was distinguished by the combination of small flowers on pretty yellow background.

The t-shirt with silver inlays. It is a proof that colors mean a lot and are capable of transforming and highlighting any form. The t-shirt was available in black and gold, and in pink and gold, but it had an overloaded visibility effect. The white and silver approach, however, is refined.

See you soon ... we will speak again when I’m back.

Il piacere prima del piacere
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Fiorenza dentro da la cerchia antica

6 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia

 

 

 

Le prime città italiane a divenire libere e ricche furono le città marinare. Ma anche i borghi dell’interno ambivano a maggiore indipendenza e libertà di scambio e di commercio, contrastati, però, in questo, dalla prepotenza dei feudatari. Allora i borghesi si riunirono, si giurarono reciprocamente fedeltà e chiamarono il loro raggruppamento (coniuratio) Comune. Lottarono contro i feudatari, rivolgendosi persino all’Imperatore per ottenere il diritto di governarsi da soli, in cambio di una tassa da pagare.

I contadini lasciavano i campi e si aggregavano alle città che divennero sempre più grandi e ottennero l'indipendenza, trasformandosi in vere e proprie città stato. All'interno delle mura vennero a convivere uomini di estrazione sociale molto diversa: contadini inurbati in seguito all'eccedenza di manodopera nei campi, feudatari minori che cercavano di sottrarsi ai vincoli verso i grandi feudatari trasferendosi in città, oltre che notai, giudici, medici, piccoli artigiani e mercanti. Questi costituivano la borghesia.

In Italia meridionale l'ascesa dei Comuni fu ostacolata dal centralismo normanno mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Ciò spiega il mantenimento al sud di grandi latifondi e baronie, retaggio del periodo feudale.

Il potere del comune si estese anche alle campagne circostanti, spesso di proprietà di alcuni valvassori che erano fra i notabili del Comune. Nacque così il concetto di contado.

Durante l'età comunale germogliarono anche le corporazioni di arti e mestieri, cioè mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.

In linea generale, il Comune si basò su principi opposti a quelli del feudalesimo. Mentre il mondo feudale fu agricolo e militare, fondato su una rigida gerarchia, il mondo comunale, che raccoglieva l'eredità della città-stato antica, fu cittadino e mercantile, prevedendo la partecipazione al governo di una buona parte dei cittadini. Di riflesso, l'arma tipica del feudalesimo fu la cavalleria, i Comuni, invece, misero in campo eserciti cittadini.

I Comuni si svilupparono anche in Francia, in Germania e in Inghilterra ma il fenomeno fu essenzialmente italiano.

Eppure già a quei tempi c’era chi si lamentava per l’espansione delle città, per il degrado e per i mutamenti nel costume.

Così Dante fa parlare l’avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso

 

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond'ella toglie ancora e terza e nona,

si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote

non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;

non v'era giunto ancor Sardanapalo

a mostrar ciò che 'n camera si puote.

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Mirko Tondi, "Istruzioni di fuga per principianti"

4 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #mirko tondi

 

 

Istruzioni di fuga per principianti

Mirko Tondi

 

Caffèorchidea, 2017

pp 122

12,00

 

Per come si pone, per le citazioni colte, per il modo in cui dialoga col lettore, ci sembra che questo romanzo ambisca a essere un po’ più di quello che è. Istruzioni di fuga per principianti contiene molti cliché cinematografici. La fuga on the road, la valigetta rubata, il viaggio con la nonna (che ci fa venire in mente quello di Mimmo in Bianco, rosso e Verdone.)

Il viaggio è molto limitato nello spazio e nel tempo, dura un giorno ed una notte soltanto, si snoda per la Maremma grossetana, dall’Amiata alla costa, e si conclude a Follonica, fra inseguimenti e fuggifuggi, arabi, pistole e mazzette di soldi. La fuga rappresenta un allontanamento provvisorio da quello che è il tema del capitolo quinto, perno del romanzo, in cui ricorre il leitmotiv del “sono stanco”. La stanchezza del protagonista è la stessa di tutti noi, siamo stanchi delle cattive abitudini, di una società alienante, delle persone - i nostri stessi parenti e amici - che non ci danno mai quello che vorremmo ma anzi acuiscono la nostra solitudine, siamo stanchi di ciò che non possiamo cambiare e siamo costretti ad accettare, siamo stanchi, insomma, delle cose come stanno. Da lì il gesto impensabile fino al giorno prima, lo scarto, l’occasione che fa l’uomo ladro, la ribellione, il furto della valigetta che innesca un mini percorso liberatorio.

Il protagonista Giacomo è un giovane montatore di mobili, orfano di mamma, legato a una ragazza che sembra più un’amica che una vera e propria fidanzata. Lei è intellettualoide, lui invece razionale e vede nella vita solo una serie di numeri e teoremi prevedibili, fino a che la stanchezza lo sopraffà e decide di compiere un furto, pur di portare la nonna, che lo ha cresciuto come una madre e che sta per morire, a vedere per la prima volta la montagna e il mare. La nonna novantenne è un personaggio immobile e taciturno, e nel suo silenzio e nella sua imperscrutabile espressione c’è tutto il non detto del protagonista, la sua vita, i suoi ricordi, i suoi sensi di colpa e d’inadeguatezza. Prima di morire, la donna spreme una lacrima che simboleggia l’abisso del sentimento, il tumulto dell’anima che nessun numero e nessuna società consumistica potrà mai distruggere, comprare, alienare.

Il finale ha un che di rocambolesco e ricorda certi ultimi atti di commedie degli equivoci o di film dove tutti rincorrono tutti – e qui siamo fra Kerouac e Ciccio e Franco - ma c’è anche un tocco di “questione sociale” con il riferimento al tema attuale dell’immigrazione e di chi ci specula sopra.

La musica, come spesso accade, fa da colonna sonora a questo libro/film. Ed è alle canzoni che è demandato il compito di sottolineare ed esplicitare i sentimenti del protagonista, un po’ quello che accadeva nei romanzi ottocenteschi con la descrizione del paesaggio.

 

Poi mi ero soffermato un attimo su Road to nowhere dei Talking Heads, perché la strada in effetti non aveva portato da nessuna parte se non dentro di me” (pag 119)

 

E pure i numeri, che rappresentano la razionalità con cui Giacomo ha dovuto fare i conti – perdonate il gioco di parole – tutta la vita, soccombono alla fine davanti alle emozioni e agli affetti, “alla polvere di nonna che pizzica le narici”, l’unica cosa per la quale valga la pena vivere.

Il mini viaggio all’interno di se stesso porterà infine il protagonista a riconoscere come valori proprio quelle cose e quelle persone di cui si sentiva stanco, dal padre alla fidanzata per finire col suo stesso lavoro, perché ciò che conta è solo dentro di noi e solo nostra è la capacità di guardare alla realtà con gli occhi dell’amore.

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