Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #poli patrizia tag

Acqua sotto e sopra i ponti

26 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

È passata tanta acqua sotto i ponti e non solo in senso figurato. La mia città ha subito quella che credeva impossibile, cioè un’alluvione, dalla quale, per mia fortuna, sono uscita indenne.

Prima ci sono state passeggiate nei prati con le mucche, frizzanti ruscelli di alta montagna e il mio cane che scorrazzava felice; ci sono stati mulini sul fiume, cigni sul lago e parenti ritrovati. E, al rientro, una nuova gattina. Così la famiglia è aumentata.

A me piace quando ci si avvicina a san Remigio, l’orgia estiva si acquieta, si dà principio a qualcosa di nuovo o si ritrovano vecchie abitudini, ci si riappropria del tempo ordinario. Ah, la magnifica vita normale! Le giornate scorciano, diventano freddine e piovose, e, mentre riscopriamo il gusto di stare in casa e di riaccendere la tv, lentamente si comincia a pensare al Natale.

Con gli ultimi scampoli di saldi ho comprato tanto, al punto che, per parlarvi degli  acquisti, devo raggrupparli per categorie.

Ecco le canotte, a spalla sottile da portare sotto, e a spalla larga, in stile premaman, per nascondere la pancia.

Ecco una serie di camice a maniche lunghe, leggere, eleganti, impalpabili, in tutti i colori e le fantasie possibili, in particolare deliziosa quella abbottonata davanti.

Ecco le scarpine blu elettrico. Io, in questa stagione, porto sempre e solo ballerine, forse non slanciano ma ingentiliscono il piede.

Ecco i pantaloni fantasia leggeri e ancora decisamente estivi e poi quelli in tinta unita, da signora.

Ecco una collanina a tre strati per ravvivare qualunque maglietta anonima.

Poi il vestito a righe marroni, lungo alla caviglia e signorile.

Aggiungete a questo due tute da ginnastica, una grigia e una nera, ché la buona volontà in questo periodo non manca e mi sono iscritta in palestra.  

****

 

There has been so much water under the bridges and not just figuratively. My city has suffered what it thought impossible, that is, a flood, from which, fortunately, I was not touched.

Before, I had been walking in meadows with cows, along sparkling high-altitude streams, where my dog ​​roamed happily; there were mills on the river, swans on the lake, I rediscovered relatives. And, when I returned, I got a new kitten. So, the family has increased.

I like it when you approach San Remigio, and you get rid of the summer orgy. Something new starts, or you rediscover old habits, and the ordinary time. Oh, The magnificent normal life! The days roll over, they become cold and rainy, and, as you taste the pleasure of staying home again, and to turn on the TV, slowly you start thinking about Christmas.

With the latest discounted sales, I bought so much that, to talk about my purchases, I have to group them by categories.

Here are the tops with a thin shoulder, as underwear, and a wide shoulder, premaman style, to hide your belly.

Here's a whole set of long-sleeved shirts, lightweight, impalpable, in all colors and fantasies possible, particularly delicious the one buttoned in front.

Here are the blue electric shoes. In this season, I  always wear ballerina shoes, maybe they do not make me seem taller, but they make my feet prettier

Here are the fancy pants, that are light and still very summery, and then those in solid color, much ladylike.

Here's a three-tier necklace to revitalize any anonymous t-shirt.

Then there's the brown striped dress, long on the ankle and very chic.

Add to this two gymnastic suits, a gray and a black one, because goodwill at this time is not missing and I joined the gym.

Acqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i ponti
Acqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i ponti
Acqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i ponti
Acqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i ponti
Acqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i ponti
Acqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i pontiAcqua sotto e sopra i ponti
Mostra altro

Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra"

19 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Abracadabra

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2017

pp 117

 

Aldo Dalla Vecchia, più che scrittore o autore televisivo, è principalmente giornalista, il mestiere che voleva fare fin da piccolo. E con Abracadabra torna alle origini: venti interviste a personaggi noti del mondo dello spettacolo. Le domande hanno a che fare con la rivista Mistero, di cui Dalla Vecchia è collaboratore, e che riguardano il paranormale, la spiritualità, la religiosità. Vanno, insomma, a scandagliare il lato più privato della mente umana, dove risiedono le verità personali e nascoste di ognuno di noi, ciò che pensiamo della vita, della morte, di Dio.

Colpisce – come anche in Piccola mappa della nostalgia – la capacità di trasformare piccoli accadimenti, piccoli ricordi, piccole (ma anche grandi, visto i temi trattati) realtà in qualcosa di mitico che, non sappiamo nemmeno noi perché, ci catapulta indietro, in un passato quasi favoloso. Così come quando Enrico Beruschi ricorda il passaggio dalla televisione di stato a quella fantasmagorica di Mediaset. Nel libro si parla di trasmissioni allora d’avanguardia e cult come Non Stop e Drive In, ma anche di rapporto con Dio, di colloqui con papi, di superstizione, di dogmi, di ricerca profonda di fede e spiritualità, come nel caso di Al Bano colpito dal grave lutto familiare o di Diego Dalla Palma, sempre più isolato e meno mondano. Ci sono anche personaggi a mio parere antipatici e criptici – che forse non nascondono nulla se non il bisogno di fare qualche soldo e acquistarsi un po’ di fama- come Lory Del Santo, o assolutamente sopra le righe e insopportabili come il Divino Otelma. Ma in tutti appare un bisogno comunque di ricerca, di speranza e di qualche cosa che non sia solo la materia. E per molti sensibilità equivale a sofferenza.

Il tutto è esposto con la consueta delicatezza e leggerezza di tocco, tratti che riescono a rendere gradevole, non pesante ma nemmeno futile, qualunque argomento. Lo stile è sciolto, piacevole, molto scorrevole, il libretto si legge in fretta, presi, come sempre nel caso di Dalla Vecchia, da un interesse che non sappiamo neppure da dove scaturisca, forse proprio dal suo modo di scrivere elegante e ingenuo insieme. Anche il titolo stesso, Abracadabra, ammanta di levità e magia argomenti profondi come la metempsicosi, il ruolo della chiesa cattolica o l’omosessualità.

Mostra altro

Il Cristo di Giotto

12 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #pittura, #personaggi da conoscere

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria NovellaA sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

Il popolo delle città, alla fine, fu stanco di lotte. Accadde allora che un mercante - o un banchiere o un nobile - più ricco e potente degli altri, si alleasse col popolo minuto, dopo aver promesso migliori condizioni di vita, e diventasse padrone della città. In questo modo i Comuni si trasformarono in Signorie. Non erano più i cittadini a scegliere i loro capi.

Non è facile essere liberi, i cittadini dei Comuni cercarono di farlo dal 1200 al 1400 d.c., ma i loro tentativi si risolsero in un fallimento. Tuttavia, durante questi secoli pieni di fermento, alcuni grandi italiani si distinsero per il loro spirito e le loro opere.

Uno di questi fu Giotto di Bondone (1267-1337). Ancora oggi le mura di alcune chiese di Firenze, Assisi e Padova sono coperte di pitture che raccontano la vita di San Francesco e Gesù. Sono tutte pitture di Giotto o, almeno, si pensa che lo siano o che egli vi abbia contribuito notevolmente. Il restauro del crocifisso dell’Opificio delle Pietre dure nel 2001 pare aver fugato tutti i dubbi.

Se il ciclo di San Francesco è d’incerta attribuzione, sicuramente sua è la splendida cappella degli Scrovegni a Padova.

Chi non ricorda gli album da disegno di marca Giotto venduti negli anni 60? Vi è ritratto in copertina, appunto, Giotto che disegna una pecora su un sasso, osservato alle spalle da Cimabue che, dice la leggenda, in questo modo ne divenne maestro. Pare anche che il pittore toscano sapesse disegnare un O senza compasso, e che abbia dipinto una mosca talmente realistica che Cimabue cercò di scacciarla.

Leggende a parte, Giotto modernizza la pittura, abbandona le immagini fisse e gli ori dell’arte bizantina, recuperando il contatto con la realtà e la natura. Le figure non sono più piatte ma diventano concrete, superando quelle di Cimabue. Si abbandonano così le convenzioni "alla greca", seguite fino a pochi anni prima da Cimabue e tutti gli altri pittori. Scrive Dante Alighieri:

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura. (Purgatorio Canto XI)

 

Il Cristo di Giotto non è più un’icona bizantina ma un uomo crocifisso, col sangue che sgorga dal costato. Giotto, infatti, abbandonò l'iconografia del Gesù inarcato a sinistra, con l’aureola ancora simile a quella del pantocratore, per dipingerlo con la figura che sprofonda verso il basso e piega il dorso e la testa in avanti, con le braccia non più parallele al terreno ma flesse dal peso e dalla sofferenza. Si passa da un’immagine solo spirituale e mistica a una più concreta, da secoli intrisi di fede e di ricerca di trascendenza - dalla spinta verso l’alto data dall’architettura gotica - a un periodo in cui l’uomo, la sua figura e la sua carnalità saranno centrali. C’è persino un accenno di luce pastosa che, attraverso il tempo, ci porterà fino a Caravaggio.

È così che si passa, lentamente ma inesorabilmente, dal Medioevo al Rinascimento.

Mostra altro

Stefano Colli, "La diaspora del senso"

18 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

La diaspora del senso

Stefano Colli

 

Edizioni Helicon, 2017

pp 78

11,00

 

Ancora un altro poeta, ancora un’altra silloge, La diaspora del tempo, di Stefano Colli, scritta con estrema fluidità e semplicità. Poesie non ermetiche, suddivise in tre sezioni, la prima dedicata allo scrivere versi, la seconda agli orrori della storia odierna, la terza più intima e personale.

Le liriche di Colli non rinunciano mai a soffermarsi su di sè, sull’atto stesso del poetare, sul parto delle sillabe, che è irrinunciabile, consolatorio ma spesso inutile. L'autore dialoga con Alda Merini, con Dino Campana, i riferimenti classici sono espliciti e voluti, quel non chiedere la parola di montaliana memoria ci impone di riflettere su cosa serva poetare, se debba o meno essere legato alla vita: “perché non hanno un pubblico i poeti?/se i versi non si aprono alla vita/e il poetare è questione di castelli privi di un ponte levatoio? E ancora: Un giorno senza versi è come vivere una seconda morte.

Se scrivere parole è gesto intimo, personale, liberatorio, è comunque anche un ponte, un occhio sulla realtà che ci circonda, come i naufragi nel mediterraneo, come i paesi distrutti dal terremoto o dalla guerra. Così lo scrivere assomiglia al tradurre, non da un altro mondo ma da questo, non da un iperuranio ma dalla bruta realtà che ci circonda, fatta di scene terribili, del piccolo Aylan arenato su una spiaggia, di sofferenza ma anche di una natura distaccata, a volte matrigna, sempre contemplativa e da contemplare, una natura alla quale ispirarsi per raggiungere una sorta d’indifferenza che ci protegga dal dolore. C’è un vano tentativo di comprensione, subito abbandonato a causa della diaspora del senso, che coincide con la perdita di umanità in generale ma anche con la solitudine e incomunicabilità del singolo. Il male del mondo - gli occhi dei bambini vittime della guerra - non si può redimere, il dolore sarebbe forse un poco lenito dall’amore, servirebbe il sorriso di una donna, ma anche quello ormai è negato, lei è lontana, fisicamente o moralmente, e scrivere diventa il surrogato di amare.  

Lo stile è molto scorrevole e misurato, alcuni versi, però, denotano poco sforzo e potrebbero, con maggiore approfondimento, risultare meno banali, come , ad esempio “all’ineffabile angoscia del nulla”. Non basta usare parole poetiche e indefinite, come notte, luna, stelle o mare, per ottenere i risultati di Leopardi. Forse, la cosa più interessante di questa raccolta è proprio, come dicevamo prima, quel rimasticare versi già digeriti di un comune patrimonio poetico: Venne la morte e aveva occhi di follia, piegandoli ad esprimere l’indicibile orrore di momenti come l’11 settembre, anch’essi, non casualmente, parte di una storia che ci accomuna tutti.  

Ci sono però picchi di splendore in alcune poesie, sia sociali che introspettive, come in Ragazza di Kobane e  Surrogato di amare, di cui riportiamo alcuni versi.

 

Ogni mattina pregherò per rivedere

quel bagliore nello sguardo di ragazzi

ignari del tempo che impiega

una sigaretta a consumarsi, lenta

tra le rovine di una città assediata

E la vita che scorre, indomita

Con il fumo confuso tra i capelli

E in tasca soltanto la speranza. (Da Ragazza di Kobane)

 

***

Esposti a questo strano vento

di un ottobre malato, si levano

i tuoi capelli verso il cielo grigio

come storni impauriti

in cerca di una timida gioia.

Riempio il bianco della pagina

solo per sopravvivere, ma so

che stasera scrivere

può essere soltanto il surrogato di amare. (Da Surrogato di amare)

Mostra altro

Stefano Labbia, "i giardini incantati"

10 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

I giardini incantati

Stefano Labbia

 

Talos Edizioni, 2017

 

Una raccolta di liriche discorsive, persino dialoganti a volte, che raccontano momenti di vita, soprattutto coniugale, o comunque un difficile rapporto con se stessi e le donne di oggi e di ieri. Un uomo insoddisfatto, il protagonista di queste poesie, che rimpiange il passato e teme un futuro troppo simile al presente.

L’interlocutore, l’altro da sé, è quasi sempre la donna: moglie, amante, arpia, nemica. Un sentimento che non è generica misoginia ma fastidio nei confronti di alcune persone specifiche, di una donna, in particolare, alla quale il protagonista si è legato con squallide catene, cosicché vive la vita per modo di dire, come purtroppo capita a molti di noi: non sentirsi più vivi, provare astio, rabbia e rancore per chi ci sta a accanto, sentirsi artefici del proprio male e chiusi in gabbia, sognando al contempo tutte le possibilità di un’altra esistenza, più piena, più ricca di emozioni autentiche, e un domani luminoso che non arriva mai.

Lo stile è semplice, crepuscolare, le ripetizioni rafforzano i concetti e illanguidiscono il verso, le domande insistenti, spesso retoriche, cercano di fare chiarezza là dove, ahimè, forse tutto è già chiaro e immobile. E c’è anche, a tratti, un sottile amaro sarcasmo (se solo pagassi tu) che ci mostra il risvolto meschino di una realtà che sarebbe tragica se non fosse anche ridicola.   

Concludiamo questi brevi cenni con una delle migliori poesie

 

 

A Rina

 

Decantavi il valore di ogni singolo respiro,

ogni istante,

ogni fugace momento,

colla tua piccola insenatura,

al lato della bocca

ed il tuo piccolo difetto

dietro al collo.

Petali rossi

si dischiusero

per assaporare il vento...

Poi un tintinnio,

lontano,

ti fece voltare

dalla parte sbagliata.

 

Mostra altro

Diego Collaveri, "La bambola del Cisternino"

7 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

La bambola del Cisternino

Diego Collaveri

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 297

12,90

 

I noir dei Fratelli Frilli editori si caratterizzano per il loro essere quasi guide turistiche della provincia italiana. Che si parli della Genova di Alessio Piras o della Livorno di Diego Collaveri, ci addentriamo nei meandri di città poco conosciute ai più, o, comunque, in zone non familiari di centri abitati famosi. Almeno nel caso di Collaveri, alcune insistite digressioni turistico- informative, però, proprio nel bel mezzo dell’azione, sono abbastanza improbabili.         

Questa è, comunque, nonostante tutto, la principale virtù di La bambola del Cisternino, del livornese Collaveri. Il suo protagonista si muove nei bassifondi di una città che ama e conosce per averne studiato la storia e i monumenti. Livorno, infatti, la fa da padrona in tutti i suoi aspetti, con i rumori, le esalazioni e i colori, con quel traffico caotico indifferente e ingorgato dalle nuove rotatorie, coi gabbiani che stridono irriverenti al tuo dispiacere, qualunque esso sia, con l’odore dei Fossi, degli scalandroni e dei cunicoli sotto il Voltone, sotto il Mercato delle Vettovaglie, sopra e sotto le campagne a nord e a sud, negli acquedotti di Colognole e di Filettole, nelle Cisterne grandi e piccole.  

Per il resto siamo alle prese con la solita storia intricata, per metà gialla e per metà di azione, e con gli stereotipi del genere. Ecco, dunque, la belle dame sans mercì,  cui attribuire nel finale gran parte della colpa, ecco gli oscuri poteri occulti, che restano occulti per favorire un eventuale seguito, ecco, soprattutto, un commissario come ce ne sono a centinaia nei libri e negli sceneggiati televisivi, tutti più o meno fotocopie sbiadite del nostrale Montalbano, con qualche ammiccamento a Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Alcolista al punto giusto, tormentato e sofferente, con una sovrabbondanza di demoni da combattere, Mario Botteghi fa continuamente i conti con un passato oscuro, con una moglie morta e una figlia estraniata. Come amica ha l’immancabile ostessa della trattoria, come colleghi un paio di agenti convenzionali che maltratta bonariamente, giù giù fino a tutti gli altri cliché del genere, dal medico legale irritante alla collega sexy e bellicosa.

Una vecchia prostituta viene trovata morta al Cisternino, antico serbatoio dismesso nei pressi di un centro di tiro al piattello. Più avanti nella storia spunta un nuovo cadavere, quello di un costruttore edile conosciuto in città. Botteghi indaga, riuscendo a non farsi sottrarre il caso della prostituta. Per lui “uno vale uno”, e un’anziana donna di strada ha la stessa importanza di un notabile. Alla lucciola defunta sono collegati ricordi del passato, un’altra morte altrettanto violenta cui Botteghi ha assistito da bambino. A far da colonna sonora il refrain di una famosa canzone di Patty Pravo degli anni sessanta.

Tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali ai comprimari, sono prigionieri di se stessi, dei loro impulsi, dei loro caratteri che li portano ad agire in un certo modo, e la vita non ti fa sconti, mai, nemmeno quando hai già pagato e hai già sofferto. Chi nasce vittima, lo resta per sempre.

La morale è che ognuno è schiavo della vita che fa, del suo karma, o che dir si voglia, come se appartenesse ad una casta dalla quale non può sfuggire.

 

Vittima di quella vita che le aveva chiesto pure il conto, come se non fosse bastato quanto aveva passato”  (pag 283)

 

Ma se ho apprezzato questo libro, è, indubbiamente, per la descrizione della mia città, tanto controversa, tanto bella e brutta allo stesso tempo. I ricordi di Collaveri sono anche i miei, anzi, ai suoi si sommano i miei, ché sono nata quindici anni prima. Anch’io rammento il paninaro vicino al porto, la piazza Attias affollata di giovani e di auto, le vecchie baracchine sul lungomare, le cose che erano là da sempre e, ora che non ci sono più, ci mancano, come ci manca la solidarietà fra la gente di un tempo, la stessa rievocata dai racconti di mia nonna, la stessa che canta Otello Chelli nei suoi romanzi, la stessa che qui rimpiange Mario Botteghi mentre cammina, fumando assorto, lungo i fossi di acqua salata.

Mostra altro

Angela Caccia, "Piccoli forse"

4 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Piccoli forse

Angela Caccia

 

LietoColle, 2017

 

La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.

Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.

Cerchi concentrici dove la stazione di partenza è quella di arrivo, fatti di cose qualsiasi, di giardini, di aiuole, di pioggia, di sole, di rose, di terra, di porti e di navi, descritti con piccola grammatica per gente semplice. Anche l’amore, inteso come un tutto noi, ma anche come amore materno, schianto di tenerezza. Eppure, accanto a queste cose ordinarie - non nel senso di banali ma nel senso di comuni - ci sono anche le grandi tragedie, come l’attentato di Nizza, ormai, ahimè, divenute  anch’esse quotidianità.

I forse sono le possibilità ma anche le incertezze del destino, gli scarti da ciò che pensavamo dovesse essere e invece, probabilmente, non sarà. La morte è una continua sottrazione, un’assenza cui ci si deve assuefare. Perché bisogna prepararci all’assenza perenne che preannuncia anche la nostra, perché i gesti sono piccoli ma il significato è grande, perché la vecchiaia non dà scampo, prima o poi tutto ci mancherà e i ricordi non basteranno a disperdere quel velo di malinconia da indossare con disinvoltura ogni giorno. La nostra bocca non si slargherà mai più in un pieno riso giovanile, ormai ne siamo certi, neppure di fronte al miracolo di una vita che nasce, di un seno che allatta.

Rispetto a Il tocco abarico del dubbio, si è persa un po’ di scorrevolezza che non guastava, si è aggiunto un po’ di ermetismo in più. Alcune parole cadono nella cacofonia o nella banalità, come ad esempio minuzzoli, ruzzolante, seno turgido. Altri momenti, però, raggiungono apici lirici non indifferenti come più di me fu l’albero oppure un santo senza chiesa o nella bella poesia dedicata alla madre invecchiata che riportiamo per intero

 

e sarò io domani a doverti

partorire in qualche modo,

su ogni post-it alle tre la pillola,

la conta delle gocce, un tuo necrologio

maglia a maglia disferò

l’ansia di quegli appuntamenti,

ognuno una trafittura nel petto,

da parte a parte

cancellarti da ogni giorno

inesorabilmente

inizierò così ad allattare

il tuo ricordo in un rumore

di ciabatte che

mi cammina dentro

 

 

 

Mostra altro

Sa di sale lo pane altrui

30 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Sconfitto l’impero, i Comuni furono liberi di ingrandirsi a loro piacimento. Dalle città marinare, il commercio passava attraverso la penisola, così la ricchezza cresceva. Furono fondate grandi banche, a Milano e a Firenze, e create ingenti produzioni di tessuti, come la lana di Firenze e la seta di Lucca. Gli artigiani e i commercianti erano riuniti in corporazioni. C’erano gli artigiani della lana e della seta, i banchieri, i macellai, i legnaioli. Le corporazioni controllavano la qualità dei prodotti e calmieravano i prezzi, erano dette Arti e artigiani si chiamavano gli iscritti. Ogni corporazione eleggeva i suoi capi e tra questi si sceglieva chi doveva governare la città, fissare le tasse e distribuire le risorse. Erano le corporazioni, inoltre, a fondare ospedali, scuole, orfanotrofi, ospizi e facevano a gara fra loro per costruire i più begli edifici.

Fra comuni e comuni non avvenivano solo gare a chi innalzava il duomo più bello, ma anche guerre di conquista. Così alcuni comuni riuscirono a radunare, attorno alla città principale, degli stati piuttosto vasti. Nessuno, però, era abbastanza forte da prevalere sugli altri e impadronirsi di tutta l’Italia. Le guerre continue, quindi, risultarono solo in un indebolimento dei comuni stessi, dilaniati anche da contrasti interni fra le varie categorie (proprietari di case e terreni, mercanti, banchieri, operai, artigiani, negozianti) che avevano interessi diversi. A Firenze i ricchi erano chiamati popolo grasso mentre i poveri appartenevano al popolo minuto.

Quando un gruppo vinceva, cacciava dalla città i suoi nemici, finché, vinto a sua volta, doveva abbandonare. Così la vita del Comune era un continuo succedersi di lotte sanguinose e di esili, a riprova che non è mai facile essere uomini liberi.

Fiorentino d’eccellenza fu Dante Alighieri, eletto podestà e fautore dei guelfi bianchi in guerra con Bonifacio VIII, patì l’esilio come nessuno:

 

Tu lascerai ogne cosa diletta

Più caramente; e questo è quello strale

Che l’arco de lo esilio pria saetta.

 

Tu proverà sì come sa di sale

Il pane altrui, e com’è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

 

E quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia

con la qual tu cadrai in questa valle;

 

che tutta ingrata, tutta matta ed empia

si farà contr’ a te; ma, poco appresso,

ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo

farà la prova; sì ch’a te fia bello

averti fatta parte per te stesso. (Paradiso XVII)

 

Una curiosità su Dante. Pare che il profilo aquilino sia una caratterizzazione solo psicologica. In realtà, pur non essendo bello, non aveva tratti così marcati e somigliava molto all'immagine che ne dette la scuola giottesca, ricostruita anche da studi del 2007.   

 

Sa di sale lo pane altrui
Mostra altro

Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo

28 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

Ho scoperto che solo sentendosi utili, e avendo tanti impegni a scandire la settimana, si riescono ad apprezzare i rari momenti liberi. Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo.

Anche questa estate cerco di godermi le serate di patana, il nido dei rondinotti in garage, la palla rosso carminio che sprofonda al tramonto, le cicale che rintronano, le libecciate, le feste sul tetto, lo sguardo che spazia a trecentosessanta gradi sulla città, sul mare, sulle colline verdi. Cerco di vivere proiettata all’esterno, ché a guardarmi dentro ci ho già perso troppo tempo, e la vita va vissuta per quello che è, senza aspettative ma con qualche sogno residuo, col sapore dolceamaro del passato sulla lingua, con la paura del futuro tenuta a bada, con quel pizzico di curiosità per ciò che può esserci ancora di bello e di brutto dietro l’angolo, con la voglia di sapere come andrà a finire.

E poi, quando meno te lo aspetti, tutto torna, magari ci si ritrova dopo trent’anni e si riscoprono gli stessi gesti, quel modo di buttare i capelli dietro le orecchie, quella voce e quell’intonazione particolare. Si ritrovano radici e ricordi comuni. Allora è come se il tempo non fosse trascorso, perché siamo ancora noi e tuttavia non lo siamo più, c’è l’abisso nel mezzo, ci sono figli e nipoti, ma qualcosa di noi è rimasto anche nel cuore degli altri.

Come previsto, l’orgia dei saldi è arrivata e non è ancora finita. Vediamo com’è andata.  

 

  

Tanta allegra bigiotteria, di tutti i colori e di tutte le forme, per dare personalità a qualsiasi mise.

La camicia bianca smanicata, elegantissima nella sua semplicità. Un vero must di qualunque guardaroba.

La camicia con i brillantini sulle tasche, easy e chic.

La camicia a fiorellini, più lunga sui lati, vi assicuro che copre bene ogni difetto.

Le righe celesti, declinate sia in canottiera che in camicia a mezze maniche, tanto fresche e marinare.

La maglia doppiata, outdoor e indoor.

I sandali beige, linea comoda che fa signora attempata.

Le ballerine, già in anticipo sulla prossima stagione

Il vestitino di finto jeans, leggero e piacevole da portare.

E poi ci sarebbe anche un copricostume rosso, stile Positano, ma il computer si rifiuta di caricarne la foto.

Mi sa che ci risentiamo presto.

 

 

I found that only by feeling useful, and having so many commitments in the week, you can appreciate the rare free moments. Always doing what you want is the best way not to do it.

I try to enjoy the patana nights, the nest of the swallows in the garage, the red carmine ball sinking at sunset, the screeching cicadas, the libeccio wind, the parties on the roof, the gaze that spans three hundred and sixty degrees on the city, on the sea, and on the green hills. I try to live projected outward, for I have already lost too much time looking inside me, and life has to be lived for what it is, without expectations but with some residual dream, with the sweet taste of the past on the tongue, with the fear of the future, with that pinch of curiosity for what can still be beautiful and ugly around the corner, with the desire to know how it will end.

And then, everything comes back, maybe you rediscover the same gestures, that way of throwing hair behind the ears, that voice and that particular pitch. Common roots and memories are found. Then it's as if time has not elapsed, because we are still ourselves, and yet we are no longer, there is an abyss in the middle, there are children and grandchildren, but something of us has remained in the hearts of others, as well.

As expected, the orgy of discounted sale has come and is not over yet. Let's see how it went.   

 

So much fun jewelery, of all colors and all forms, to give personality to any mise.
The sleeveless white shirt, elegant in its simplicity. A real must of any wardrobe.
The shirt with glitter on the pockets, easy and chic.
The floral shirt, longer on the sides, I assure you that it covers well any defects.
Light blue stripes, both in a tank top and in a t-shirt, so mariner and fresh.
The double, indoor and outdoor, jersey.
The beige sandals, a comfortable line that makes you an elderly lady.
The ballerine, already ahead of next season
The jeans dress, lightweight and nice to wear.
And then there would also be a red-haired positano style little dress, but the computer refuses to load the photo.
I guess you'll hear from me very soon.

Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farloPoter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farloPoter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Mostra altro

Alessio Piras, "Nati in via Madre di Dio"

26 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #alessio piras, #recensioni

 

 

Nati in via Madre di Dio

Alessio Piras

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 179

11,90

 

Avendo continuato sul filone del noir che ha come protagonisti il commissario Andrea Pagani e il ricercatore universitario Lorenzo Marino, Alessio Piras, in questo suo secondo romanzo dal titolo Nati in via Madre di Dio, si trova ingabbiato. Deve continuare il “racconto nel racconto”, perché, come nel primo romanzo, a narrare tutta la storia è un terzo incomodo, una voce fuori scena di cui non si sentiva il bisogno. E deve portare avanti la storia dei due coprotagonisti, Andrea e Lorenzo, quando di protagonista ne basterebbe uno solo. Si capisce che Piras spalma un po’ di se stesso su entrambi i personaggi, ed è vicinissimo a Lorenzo Marino, ma bisogna tenere viva l’attenzione per capire di quale dei due personaggi il capitolo si stia occupando, perché, a volte, non è facile distinguerli.

Siamo nel 2014. Un barbone viene ritrovato ucciso, uno di quelli di cui non interessano a nessuno né la vita né la morte. Lorenzo Marino e Andrea Pagani si ritrovano ancora una volta fianco a fianco ad indagare sul suo omicidio, che risulta collegato alle loro famiglie. Nella vicenda sono, infatti, coinvolti niente di meno che i loro nonni. Tutto si rifà ad un passato partigiano, a tradimenti, denunce e vendette. Se c’è una morale è che, quando si tratta di sentimenti umani, di azioni e reazioni, di conseguenze, non esiste in realtà una parte giusta. Giusta lo è solo per i vincitori, per chi si lava la coscienza di ogni rimorso e allontana da sé ogni scrupolo. Per gli altri si tratta pur sempre di vite umane, di legami di sangue e carne, di dolore sopportato e scontato una vita intera. Alessio Piras è sufficientemente giovane e sufficientemente distaccato dagli eventi del passato da potersene rendere conto.

Nel frattempo, Marino e Pagani portano avanti le loro vite private, uno dà principio a una convivenza - lacerato fra Genova,  città natia, e Barcellona, città di adozione – l’altro prova turbamento nei confronti di una donna molto più vecchia di lui, figlia della vittima (questa parte della storia è lasciata in sospeso, forse per sviluppi futuri.)  E, quindi, se c’è un vero personaggio del romanzo, è solo ed unicamente, ancora una volta, la città di Genova. Questa è la parte più bella e più vera del romanzo, sebbene, forse, inquinata un eccesso di toponomastica.

La Genova dei cantautori, del pesto, delle piante di basilico sul davanzale, della focaccia mangiata a  tutte le ore. Ma anche dello scempio edilizio e dei carruggi malfamati.  Una città costretta a lottare per lo spazio, mangiata dal mare e che si mangia la montagna, una città che invade gli argini, cosicché i fiumi, ad ogni alluvione, si riprendono il loro letto. Genova ha sempre più spazio, forse perché manca all’autore ogni giorno di più.

 

Sentiva il bisogno di aria e quella del balcone non gli bastava. Anzi, più che di aria, era l’esigenza di sentirsi Genova sulla pelle, di sentirla sua, di sentirla vicina. Il conforto di una madre, doveva perdersi nelle sue viscere, lasciarsi avvolgere dai suoi carruggi lastricati, stordirsi nel suo viavai di disperati che da tutto il mondo cascano in quel magnifico pantano. (pag 83)

 

Genova, porto di mare in tutti i sensi, crogiolo di vite, babele di lingue, rifugio di anime inquiete che devono ancora trovare se stesse. E qui, forse, fra gabbiani e sartie che cigolano al vento, sta il nocciolo di quel racconto nel racconto, di quella cornice, di quel narratore marinaio che evoca Melville o Conrad, di quell’impossibilità di andarsene – e Piras lo ha fatto  - di noi gente che non viviamo sul mare ma nel mare.

Amore, desiderio, incolmabile saudade. La stessa di Gordiano Lupi per Piombino, la stessa che proverei io se mi lasciassi Livorno alle spalle, ma non riesco nemmeno a pensarlo. Una nostalgia che contempla tutto, il bello e il brutto, i difetti e i pregi, il presente e pure il passato che non c’è più. Una nostalgia che non si scioglie mai in pianto ma diventa magone (el magun di Alberto Sordi) bloccato in gola come un gabbiano a mezz’aria e controvento.

Come nell’altro romanzo, ma forse in modo meno intellettuale, sono presenti la riflessione e il flusso di coscienza. I due protagonisti rimuginano, come tutti noi, sull’esistenza e sul suo fluire, e i loro pensieri finiscono con l’accavallarsi, fra loro, con quelli dell’autore e con i nostri.

 

E un giorno il domani sarà il presente, mentre il presente sarà il passato. In questo scambio di ruoli in cui il futuro diventa presente e il presente passato c’è un solo vincitore. Il passato, che non cambia né si sostituisce, ma semplicemente si ricorda. E interviene la nostalgia, perché il tempo sparge di zucchero i nostri ricordi che divengono comunque dolcemente amari e lontani.  (pag 148)    

Mostra altro
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 40 50 > >>