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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Valentina Fontan, "Il prezzo della felicità"

8 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Il prezzo della felicità

Valentina Fontan

Literary Romance, 2020

 

pp 427

18,90

 

Parte con un attacco dickensiano, Il prezzo della felicità di Valentina Fontan, con Sarah, una ladruncola orfana che si arrangia per sopravvivere nei bassifondi di Londra, ma poi diventa altro. La ragazzina è la figlia perduta di una nobildonna tedesca e di un aristocratico russo, fuggiti insieme per coronare il loro amore contrastato, e poi tragicamente defunti. Lo zio tedesco la ritrova e la fa diventare una nobile, elegante, colta ma dal carattere ribelle e ostinato. La riunione con l’altra famiglia, però, quella russa paterna, è ostacolata dai sovrani, sia russi che tedeschi, che sembrano interferire alquanto nella vita di Sarah, controllando la sua eredità e persino il suo matrimonio con il cugino Alec, il quale altri non è se non una spia tedesca al servizio di Bismarck. Da qui si dipana una vicenda di spionaggio internazionale, che coinvolge Inghilterra, Impero tedesco, Impero russo e persino il Sudafrica. Una storia d’incastri e colpi di scena, di agnizioni, di assassini, safari, ragni velenosi, documenti trafugati, palazzi, balli sontuosi e carrozze in una piacevole ambientazione ottocentesca. Ma anche di amore fra alcune coppie di giovani, in mezzo alle quali spicca quella formata da Alec e Sarah.

Al di là dell’amore, i sentimenti più dibattuti sono l’amicizia e il senso di colpa. Le azioni appaiono serrate, fra fughe rocambolesche, tentativi d’omicidio e attentati. Il ritmo del romanzo è sostenuto, i personaggi sono quelli tipici del genere: la cameriera sotto mentite spoglie, l’amministratore fraudolento, il duca autoritario ma di buon cuore, la bella indomita. Ma anche personaggi storici: Bismarck, il Kaiser Guglielmo, lo Zar Nicola etc.

Sarah è una ragazza volitiva, ha gli occhi grigi della madre e i capelli neri del padre, ma ha un modo di fare bizzoso, infantile. È il punto di fuga da cui parte la prospettiva della storia, colei che unisce imperi e casate attorno a sé. Alec è un carattere tormentato e pieno di sensi di colpa, il suo lavoro lo ha messo in contrasto con il padre, dal quale non si sente capito. Ma l’empatia del lettore con i protagonisti non è immediata, anche perché questi ultimi sono spesso alterati e sopra le righe. La parte migliore, a mio avviso, è quella dove il romance ritrova il suo passo e gli affari di cuore hanno il sopravvento sugli intrighi spionistici, sia internazionali che familiari.

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Game of Thrones, la serie

4 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy, #televisione

Game of Thrones, la serie

 

Ho letto e recensito qui il primo libro della serie Le cronache del ghiaccio e del fuoco, scritto magistralmente da George R. R. Martin, - ispirato a La guerra delle due rose e a Ivanhoe - e ora, dopo molti anni, mi sono vista otto stagioni della serie televisiva Game of Thrones. Una puntata dopo l’altra, senza potermi staccare.

Una serie fantasy bellissima, realizzata splendidamente, che diventa più spettacolare a ogni puntata, in un crescendo di battaglie e azione, con personaggi indimenticabili e attori fantastici. Niente è lasciato al caso, tutti i tempi narrativi sono giusti e ogni scena è perfetta nei particolari. Forse, se ha una pecca, è quella di divenire, episodio dopo episodio, prevedibile nella sua tragicità.

Una storia dannata, cupa come le immagini quasi sempre notturne, dove non esistono redenzione o speranza. Uno studio sulla cattiveria, sul tradimento e sulla morte. Non c’è mai un bene che trionfi, non c’è un male che non si debba confrontare con un male peggiore, al punto che non si sa neppure più per chi parteggiare. E spesso il bene viene ricompensato con la morte, con un’ingiustizia.

La crudeltà senza limiti di certi personaggi ci porta a desiderare per loro sofferenze, che si verificano poi puntualmente, a opera di qualcuno ancora più crudele di loro. Siamo dalla parte di Theon Greyjoy quando il suo tormentatore Ramsay Snow lo mutila e plagia, e quando Cersei Lannister viene umiliata pubblicamente dall’Alto Passero, desideriamo vendetta per lei. Salvo poi tornare a odiarla negli episodi successivi.

I personaggi non sono solo a tutto tondo, sono proprio reali, “esistono”, quanto esistono quelli di J. K. Rowling, hanno una sottigliezza psicologica incredibile. Ci sono i buoni, pochi, i cattivi, molti, e i cattivissimi, alcuni. I cattivi, come Cersei, come Jamie Lannister, come Theon Greyjoy, hanno una parte ancora sana. In Theon è il pentimento per il male compiuto, in Cersei l’amore materno, in Jamie Lannister l’emergere di un nucleo di bontà occultato.

Essenzialmente, Game of Thrones è uno studio sulla morte. In ogni scena muore qualcuno di morte violenta. Non c’è scorcio che non presenti un lutto, un funerale, o il dolore di un distacco. In particolare il personaggio di Arya Stark è legato all’idea della morte. Da bambina innocente e perseguitata si trasforma in assassina. Imparerà a lavare i cadaveri, vivrà in una casa della morte, la casa del Bianco e del Nero, eliminerà da sé ogni residuo di coscienza, in modo da poter uccidere in modo asettico, come fa la morte stessa, l’unico vero Dio, come afferma Jaqen H’ghar. La morte non è cattiva né buona, Arya dovrà imparare ad ammazzare senza provare emozioni, dimenticando chi era, diventando “nessuno”. Ma non ci riuscirà, la sua identità, l’amore per la patria e la famiglia torneranno a emergere. E sarà proprio la sua confidenza con la morte a far di lei l’eroina capace di distruggere il capo dei non morti. Come dicevo, niente è lasciato al caso, niente nella struttura della trama è puro accumulo, ma tutto trova una sua funzione un significato. Arya conosce la morte per combatterla. Daenerys impara dai Dothraki la sua barbara e implacabile giustizia.

Tyrion Lannister, interpretato dal bravissimo – e pure bello – Peter Dinklage, attore affetto da nanismo, da bevitore e puttaniere si trasforma in uomo coraggioso e saggio. Sansa Stark, da viziata aspirante regina diventa quella che ne ha passate più di tutti e che ha incontrato solo folli e sadici sul suo cammino. Anche lei crescerà, imparerà a difendersi, maturerà proprio per questo.

E poi c’è lei, Daenerys Targaryen, madre dei draghi. Col suo fisico esile, i lunghi capelli d’argento, è bella, audace e sempre più forte, sempre più grande di episodio in episodio. Straordinarie tutte le scene che la riguardano: quando esce dalla pira del marito recando in braccio i tre draghi appena nati, quando fugge dall’arena insanguinata volando sulla groppa del maestoso e temibile Drogon.

Nessuno dei personaggi rimane lo stesso. Il male compiuto, inflitto o subito, lo fa diventare quello che è. Come dice Brandon Stark, il corvo con tre occhi: “tu sei dove dovevi essere”. Ciò che accade serve a farci arrivare dove siamo, a compiere il nostro destino. Samwell Tarly, grasso e goffo, scopre la dignità, Sansa Stark impara la furbizia.

L’amore non è il sentimento più importante, è solo uno dei tanti. “L’amore è la morte del dovere” dice Jon.  L’unico grande amore è quello incestuoso, tormentato e maledetto fra i due gemelli reali, Cersei e Jamie. Sono due parti della stessa persona, la luce e il buio, il male e il tentativo di bene. Jamie, alla fine, tornerà da lei, non può lasciarla morire da sola, dove lei è, anche lui deve essere. Molto più importanti dell’amore sono l’onore, l’amicizia, la lealtà, il senso della famiglia. Ma anche l’odio, il desiderio di vendetta.

Qualcuno ha obiettato che le ultime due serie perdono originalità e diventano mainstream. Sarà anche così, ma sono quelle che ho goduto di più, che più mi hanno commosso e coinvolto emotivamente in un crescendo di pathos. Che dire della “battaglia dei bastardi”, la più bella scena di guerra che abbia mai visto, nella sua estrema crudezza? Da una parte Jon Snow, figlio illegittimo di Ned Stark, comandante dei guardiani della notte, epitome del coraggio, dell’onore, della lealtà. Dall’altra Ramsey Snow, con lo stesso cognome da bastardo, quintessenza del male, moralmente repellente. Solo alla fine della serie si scoprirà che Jon non è un bastardo ma l’unico vero legittimo erede al trono di spade.

Il finale, come quello de Il signore degli anelli, non è un lieto fine – e come potrebbe esserlo dopo tanto dolore? - È piuttosto una eucatastrofe, una svolta positiva ma malinconica, triste, amara. Ho pianto, quando il drago Drogon ha afferrato la salma di Daenerys fra gli artigli ed è volato via con lei, con sua madre, la madre dei draghi, uccisa dall’uomo che amava, uccisa dal più coraggioso, buono, compassionevole degli eroi, Jon Snow. Daenerys muore vittima della sua follia, di un distorto sogno di giustizia che la trasforma in pazza sanguinaria.

Sbaglia chi parla di lieto fine. Il lieto fine sarebbe l’ascesa al trono di Spade di Jon, alias Aegon Targaryen, unico legittimo erede; il lieto fine sarebbe il suo matrimonio con Daenerys. Ma non è così, il drago, creatura intelligente e imparziale, distrugge il trono di spade, simbolo delle lotte per il potere, prima di volare via. Il regno passa a Brandon Stark, il menomato, il ragazzo paralitico e visionario. Non c’è vera giustizia, non c’è lieto fine, solo un ritorno allo status quo, una temporanea pacificazione, esattamente come in Tolkien.

E ora, dopo otto impareggiabili stagioni, mi sento orfana.  

 

 

 

 

 

 

 

I read and reviewed here the first book of the A Song of Ice and Fire series, masterfully written by George RR Martin, - inspired by The War of the Roses and Ivanhoe - and now, after many years, I have seen eight seasons of the series Game of Thrones. One episode after another, without being able to detach myself.

A beautiful, beautifully crafted fantasy series, that gets more spectacular with each episode, in a crescendo of battles and action, with unforgettable characters and fantastic actors. Nothing is left to chance, all narrative times are right and each scene is perfect in detail. Perhaps, if it has a flaw, it is that of becoming, episode after episode, predictable in its tragic nature.

A damned story, dark like the images almost always nocturnal, where there is no redemption or hope. A study on wickedness, betrayal and death. There is never a good that triumphs, there is no evil that should not be confronted with a worse evil, to the point that you no longer even know who to side with. And often the good is rewarded with death, with injustice.

The limitless cruelty of certain characters leads us to desire sufferings for them, which then occur punctually, by someone even more cruel than them. We are on Theon Greyjoy's side when his tormentor Ramsay Snow mutilates and plagiarizes him, and when Cersei Lannister is publicly humiliated by the High Sparrow, we want revenge for her. Except then return to hate her in subsequent episodes.

The characters are not only well-rounded, they are really real, they "exist", as much as those of J. K. Rowling exist, they have an incredible psychological subtlety. There are the good, a few, the bad, many, and the very bad, some. The bad guys, like Cersei, like Jamie Lannister, like Theon Greyjoy, still have a healthy side. In Theon it is repentance for the evil done, in Cersei the maternal love, in Jamie Lannister the emergence of a hidden core of goodness.

Essentially, Game of Thrones is a death study. In each scene someone dies a violent death. There is no glimpse that does not present a mourning, a funeral, or the pain of separation. In particular, the character of Arya Stark is linked to the idea of ​​death. From an innocent and persecuted child she turns into a murderer. She will learn to wash corpses, she will live in a house of death, the house of Black and White,s he will eliminate from herself every residue of conscience, so as to be able to aseptically kill, as does death itself, the only true God, as Jaqen H'ghar states. Death is neither bad nor good, Arya will have to learn to kill without feeling emotions, forgetting who she was, becoming “nobody”. But she will not succeed, her identity, her love for the homeland and the family will emerge again. And it will be her confidence in death that will make her the heroine capable of destroying the leader of the undead. As I said, nothing is left to chance, nothing in the structure of the plot is pure accumulation, but everything has its own function and meaning. Arya knows death to fight it. Daenerys learns from the Dothrakis about her barbaric and relentless justice.

Tyrion Lannister, played by the very good - and also handsome - Peter Dinklage, actor suffering from dwarfism, from a drinker and a manwhore turns into a brave and wise man. Sansa Stark, from a spoiled aspiring queen becomes the one who has been through the most and who has only met madmen and sadists on her path. She too will grow up, she will learn to defend herself, she will mature precisely for this.

And then there is her, Daenerys Targaryen, mother of dragons. With her slim physique, her long silver hair, she is beautiful, bold and stronger and stronger, bigger and bigger from episode to episode. All the scenes that concern her are extraordinary: when she comes out of her husband's pyre carrying the three newborn dragons in her arms, when she escapes from the bloody arena flying on the back of the majestic and fearsome Drogon.

None of the characters remain the same. The evil done, inflicted or suffered, makes him what he is. As Brandon Stark, the three-eyed crow says, "you are where you were meant to be." What happens is to get us where we are, to fulfill our destiny. Samwell Tarly, fat and clumsy, discovers dignity, Sansa Stark learns cunning.

 

Love is not the most important feeling, it is just one of many. "Love is the death of duty" says Jon. The only great love is the incestuous, tormented and cursed love between the two royal twins, Cersei and Jamie. They are two parts of the same person, light and dark, evil and the attempt at good. Jamie will eventually come back to her, he can't let her die alone, where she i, he must be too. Much more important than love are honor, friendship, loyalty, a sense of family. But also hatred, the desire for revenge.

Someone stated that the last two series lose originality and become mainstream. It may be so, but they are the ones I have liked more, which moved me the most and emotionally involved in a crescendo of pathos. What about the "battle of the bastards", the most beautiful war scene I've ever seen, in its extreme rawness? On the one hand, Jon Snow, illegitimate son of Ned Stark, commander of the Night's Watch, epitome of courage, honor, loyalty. On the other hand, Ramsey Snow, with the same bastard surname, the quintessence of evil, morally repellent. Only at the end of the series will it be discovered that Jon is not a bastard but the only true legitimate heir to the Iron Throne.

The ending, like the one in The Lord of the Rings, isn't a happy ending - and how could it be after so much pain? - It is rather a Eucharist, a positive but melancholy, sad, bitter turn. I cried, when the dragon Drogon grabbed Daenerys's body in its claws and flew away with her, with her mother, the mother of dragons, slain by the man she loved, slain by the bravest, best, most compassionate of heroes, Jon Snow. Daenerys dies a victim of her madness, of a distorted dream of justice that turns her into a bloody madwoman.

Those who talk about a happy ending are wrong. The happy ending would be the accession to the Iron Throne of Jon, aka Aegon Targaryen, the only legitimate heir; the happy ending would be his marriage to Daenerys. But this is not the case, the dragon, an intelligent and impartial creature, destroys the Iron Throne, symbol of the struggle for power, before flying away. The kingdom passes to Brandon Stark, the maimed, the paralyzed and visionary boy. There is no true justice, there is no happy ending, only a return to the status quo, a temporary pacification, just like in Tolkien.

And now, after eight matchless seasons, I feel like an orphan.

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Betta Zy, "Codice Redox"

28 Marzo 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

Codice Redox

Betta Zy

 

Carpa Koi Edizioni, 2021

pp  216

12,00

 

E se gli Ariani non fossero stati tedeschi di razza cosiddetta “pura” ma alieni dal sangue blu, gli occhi azzurri, i capelli biondi e una temperatura corporea di diciotto gradi, discendenti umanizzati di una progenie di rettili? Se vivessero da anni in una misteriosa città sotto l’Antartide? Se Hitler avesse saputo della loro esistenza e ne avesse sfruttato le fonti di energia? Se non si fosse suicidato ma fosse stato terminato da un agente segreto russo sotto copertura?

Sono queste le premesse strane e inquietanti di Codice Redox, la sesta compagnia, primo di una futura serie, un fanta-thriller ucronico.

Una serie di personaggi poco caratterizzati  - ma ben rispondenti alle tipicità di genere -, di cui seguiamo le vicende attraverso molti anni, tutti sullo stesso piano e le cui vite si intersecano con gli accadimenti storici, in salsa fantapolitica, dalla guerra fredda alla caduta del muro di Berlino.

Vagamente, l’atmosfera, in certi momenti artica, mi ha fatto venire in mente Il senso di Smilla per la neve. Agenti segreti, poliziotti, giornalisti che ficcano il naso dove non dovrebbero, esperimenti genetici, la Storia con la S maiuscola e quello che invece avrebbe potuto essere se… ma anche droni, strane sostanze verdi, ologrammi. Un romanzo per amanti del genere, per adepti del deep state, per nostalgici dei rettiliani.

Uno stile corretto e scorrevole, se non per qualche strana imprecisione da mancata rilettura, molto americano nell’impostazione narrativa e linguistica.    

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Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

21 Marzo 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Le avventure di Amerigo Asnicar

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it Edizioni, 2021

pp 92

11,90

 

Nostalgia nella nostalgia. Sì, nostalgia, perché questo romanzo, lieve come una caramella che si scioglie sulla lingua, io lo avevo già recensito quando uscì in forma ridotta. Adesso, Aldo Dalla Vecchia - giornalista, autore televisivo e scrittore - lo ha rieditato aggiungendo nuovi gustosi racconti che compongono le avventure di Amerigo Asnicar, personaggio in tutto e per tutto ispirato ad Aldo stesso e al mondo da lui frequentato.

E nostalgia perché il periodo in cui il libro è ambientato, attorno al 2015 dell’Expo, sembra, alla luce di ciò che poi è avvenuto, lontanissimo. Nonostante la forte crisi economica, era ancora un mondo pieno di vita e di cose, fra partite a carte, viaggi, aperitivi, e lavoro senza mascherine sulla faccia.

Da sempre l’autore ci introduce nell’ambiente televisivo, quello fatto di vip, stelline e paillettes, un habitat che lui adora fin da bambino, che vive dall’interno per motivi professionali e che, comunque, ha sempre osservato con distacco bonariamente ironico.

Amerigo Asnicar conduce la stessa vita di Aldo Dalla Vecchia, fa le stesse cose, e frequenta le stesse persone - fra studi televisivi, vernissage e tornei di burraco –, in una Milano amata, dove si muovono personaggi reali o comunque riconoscibili, come la soubrette Alda Marietti, chiaramente riconducibile ad Alba Parietti. Nell'esistenza del protagonista sorgono complicazioni dai risvolti gialli, che è bravo a risolvere, dipanando le matasse alla svelta.

Non sono tanto le trame poliziesche a costituire l’interesse precipuo di questo libro, formato da sei racconti, quanto l’aura gentile e perbene che da sempre accompagna gli scritti di Dalla Vecchia, e il trovarci faccia a faccia - in modo leggermente voyeuristico per noi lettori – con personaggi di cui tutti abbiamo sentito parlare e che ci incuriosiscono, anche quando non lo ammetteremmo mai.

L’altra fonte di interesse è lo stile di scrittura di Dalla Vecchia, sempre pulito, scorrevole, prezioso nella sua semplicità raffinata, uno stile dilettevole che ti tiene incollato alle pagine di qualunque cosa l’autore parli.

Piccola chicca nella chicca, una canzone inedita di Cristiano Malgioglio dal testo piacevole e leggermente hot.   

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Esce "L'isola delle lepri"!

23 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Esce "L'isola delle lepri"!

 

Non capita tutti i giorni di vedersi pubblicare due libri uno dietro l’altro ma a me è successo. Quindi, è con gioia e orgoglio che, a distanza di un mese esatto dall’uscita de “L’ultima luna” vi annuncio la nascita, il prossimo primo marzo, di quest’altro diletto figlio: “L’isola delle lepri”, Literary Romance.

(E per coloro che hanno amato “L’uomo del sorriso”, questo ne è il seguito ideale.)

 

Margit d’Ungheria è ancora nel grembo materno quando viene votata a Dio.

Monacata a forza si accolla ogni sofferenza e privazione pur di essere gradita all’Altissimo. Rifiuta la proposta di matrimonio dell’aitante re di Boemia Ottocaro, mette pace fra l’amato fratello Stefano e il padre. In realtà, il suo animo triste è preda di una nostalgia feroce e di rancori violenti, il suo cuore è straziato dal desiderio di una vita fuori dalle cupe mura del convento. Accanto a lei, Marcello, il padre provinciale dei domenicani, bruciato da una segreta passione, e Kalima, la fedele cagna. È la storia di una donna singolare, di una giovane vita sprecata, di un animo potente, tormentato, capace di amore, passione e solitudine immensi.

 

Su di me:

Patrizia Poli è nata a Livorno nel 1961. Laureata in lingua e letteratura inglese, dal 2012 amministra il blog culturale collettivo signoradeifiltri.

Ha pubblicato: L’uomo del sorriso, Marchetti Editore 2015, segnalato al XXVI premio Calvino, Signora dei filtri, Marchetti Editore, 2017, Una casa di vento, Marchetti Editore, 2019, "L'ultima luna", Milena Edizioni, 2021.

 

 

 

Appassionata di letture, cinema, viaggi e animali

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Eleonora Fasolino, "Amabile inferno"

20 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Amabile inferno

Eleonora Fasolino

 

Milena in love

pp 360

 

 

C’è una parola sola per Eleonora Fasolino: brava. Scrive benissimo, con tutti i tempi narrativi giusti, senza dilungarsi e senza aver fretta.

Soprattutto ha saputo creare uno di quei personaggi che restano iconici, che entrano a far parte dell’immaginario collettivo, come Edward Cullen o Christian Grey. Lei ha creato il nostrano Manfredi Vergara, uno che già dal nome ti scatena gli ormoni.

Bello e impossibile. E l’amore impossibile, si sa, è quello più intenso e romantico. Impossibile, Manfredi, lo è tre volte. Per la differenza di età, lui è un uomo fatto e lei solo una ragazzina. Perché lui è un professore e lei la sua studentessa. E perché Manfredi è… un sacerdote.

Siamo in un liceo classico romano, l’anno degli esami di maturità. Manfredi insegna, bello, bravo, intrigante. Melania Santacroce è la sua allieva, intelligente, graziosa, poetica ma niente di speciale. Forse nel cognome ha già scritto il destino di Manfredi. Sarà la sua tentazione, il suo peccato, la sua croce, la sua colpa.

Ma lui decide di vivere questa storia, di assaporarla senza pensare al futuro, di considerarla una parentesi. Per Melania, Manfredi è tutto, è l’amore, è la scoperta del sesso, è l’ingresso nella vita adulta, è un rischio e un conforto insieme.

La vicenda si svolge nel presente ma si riallaccia al passato, a una precedente storia d’amore di Manfredi, al ricordo di una donna alla quale ha dovuto rinunciare. Il romanzo ha dialoghi ben sviluppati e plausibili, scene ben articolate, il sesso è esplicito - fin troppo per la sottoscritta -, senza freni e senza inibizioni. Il romanticismo, però, e il pathos sono entrambi alle stelle.

Amabile inferno è uno di quei romanzi che, col passaparola, è destinato a diventare un caso editoriale.

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Piero Paniccia, "La sconfitta"

19 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La sconfitta

Piero Paniccia

 

libro autoprodotto

pp 288

 

Dispiace dirlo ma questo libro non doveva uscire così com’è. Si doveva avere la pazienza di revisionarlo da cima a fondo, a cominciare dalla banale giustificazione del manoscritto sul lato destro, fino ai dialoghi con quel “disse” che comincia, non si sa perché, dopo il punto. Senza contare discorsi iniziati e non finiti, ripetizioni a raffica. E via discorrendo.

Detto questo, anche la storia, sebbene interessante per capire come funzionano certi ambienti corrotti, è pesante e farraginosa, fra incidenti stradali, malaffare, corse in bicicletta e omicidi.

A Roma, l’ex ciclista Fausto Proietti muore, apparentemente per infarto del miocardio, almeno così dice il medico legale, ma, forse, si è trattato di un misterioso incidente avvenuto giorni prima su un autobus. C’è di mezzo un’assicurazione e la famiglia pretende il risarcimento. Il genero Paolo indaga sulla morte del suocero e poi su quella dell’avvocato che segue il processo.

Almeno per tutta la prima parte, la trama non decolla. Il tutto diventa più piacevole solo quando ci si addentra nella vita dello scomparso. Del fu Fausto scopriamo che aveva una passione per le corse ciclistiche e che non andava d’accordo con il proprio padre, Antonio. Era un bravo ragazzo, lavorava e si allenava con successo ma, quando era stato pronto per il salto nel professionismo e per la prova olimpica, una serie di sfortunati contrattempi e una brutta broncopolmonite lo avevano fermato.

Fausto lavora, si sposa ma ha un carattere scontroso e una mentalità da campione fallito e disadattato. Una parte di lui è preda della nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Ma, dentro, è sicuro che un giorno riuscirà a provvedere al benessere della famiglia, arricchendola in qualche modo.

Sarà così ma lui, defunto, non avrà modo di saperlo e questa sarà la sua “sconfitta”, unita al rancoroso livore della famiglia nei suoi confronti.

Dopo la sua morte la famiglia si accanisce e si disgrega per ottenere l’indennizzo dell’assicurazione, dimenticando lui e la sua memoria. Le complicate vicende processuali, fino a tre gradi di giudizio, sono raccontate con ridondanza ammirevole ma pure stancante. Viene ben ricostruito un ambiente tentacolare malavitoso che ricorda “mafia capitale” e i recenti intrighi criminali romani, e che si ricollega addirittura alla famigerata banda della Magliana. La corruttela avvolge la vicenda, inquina le prove e l’autopsia, si ramifica nella politica, nelle istituzioni e nei servizi segreti deviati, impedendo alla famiglia di Fausto - difesa da un avvocato a sua volta corrotto - di ottenere il giusto risarcimento. La famiglia stessa si disgrega, dilaniata dai litigi interni e sfinita dall’iter processuale.

Ma, alla fine, una fioraia gentile e sprovveduta, capace di un tenero, postumo e sognante amore, rimetterà le cose a posto, in quelle che sono anche le pagine migliori e più poetiche del romanzo.

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Giovanna Strano, "Parlami in silenzio Modì"

12 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #giovanna strano, #recensioni, #pittura

 

 

 

 

Parlami in silenzio Modì

Giovanna Strano

 

Aiep Editore, 2020

pp 272

14,00

 

Un’altra bella biografia romanzata a firma Giovanna Strano. A parlare in silenzio è Amedeo Modigliani, scultore e pittore livornese, ebreo sefardita, artista bohemienne maledetto, morto precocemente dopo una vita di eccessi tutta dedita all’arte, all’affinamento della ricerca, allo studio dei volumi e dei colori. Lasciarsi ritrarre da Modigliani equivaleva a farsi spogliare l’anima, metterla a nudo, ma anche avere uno scambio con il pittore, fondersi con lui persino fisicamente.

Il romanzo ripercorre la sua vita, dalla nascita - nel letto che la partoriente condivideva con gli oggetti ammassati per evitare il pignoramento - alle numerose donne che lo hanno accompagnato e alle quali ha dato amore ma anche tormento. Donne belle, forti, indipendenti, che per un periodo gli hanno fatto da muse ispiratrici e da sostenitrici, per poi arrendersi all’impossibilità di vivere con un alcolista, un drogato, un fedifrago devoto solo alla sua arte, anarchico e libertario nel profondo. Donne che, alla fine, lo hanno abbandonato, tranne la dolce e sfortunata Jeanne, la più giovane, la più innamorata, la più ingenua, di cui tutti conosciamo la tragica fine.

Una vita minata dalla malattia, bruciata in fretta, consapevole della propria brevità, ardente di passione umana e artistica, vissuta in luoghi sordidi ma fervidi di cultura e arte.

Più che un resoconto di fatti, il romanzo della Strano è due cose: una splendida ricostruzione d’ambiente - la belle époque, Parigi, i quartieri di Montmartre e Montparnasse, il crogiolo di avanguardie letterarie e fermento artistico all’ombra della prima guerra mondiale - e una carrellata di dipinti e sculture, studiati nella loro plasticità ma soprattutto nel loro significato filosofico e umano, perché fra modello e pittore s’intuisce una corrente di comprensione e di scandaglio che va oltre il rapporto artistico. Ogni figura è interpretata nell’animo ma anche riportata alla sua essenza storica, alle sue origini culturali.

Il testo mi ha ricordato il film I colori dell’anima di Mick Davis, perché anche qui una vicenda che potrebbe essere carica di pathos viene invece vivisezionata nel suo contenuto intellettuale, di riflessione sull’arte, e questo si rispecchia nei dialoghi viziati da un didascalismo che li fredda, ma che trova il suo riscatto nella commovente e bellissima analisi finale dell’autoritratto di Modì. Uomo, artista, donnaiolo, bevitore, bruciato dalla passione, mangiato dalla tubercolosi, ma immortale, per noi, per tutti, per l’eternità.

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La bella e la bestia

5 Febbraio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

 

 

 

Ai bambini piace sentir riraccontare sempre la stessa fiaba. Li rassicura e tranquillizza, affrontano le proprie paure sicuri che il bene e la giustizia trionferanno. Anche per gli adulti accade lo stesso. Quasi tutti i successi letterari mondiali - in particolare quelli che piacciono al pubblico femminile - sono basati sulla trama di due famose fiabe: Cenerentola e la Bella a e la Bestia. Prendiamo ad esempio la seconda. Un’anima bella e pura ammansisce un essere mostruoso, un principe vittima di un incantesimo che lo rende brutto e cattivo. La bella saprà, con la sua innocenza, ritrovare la scintilla di umanità nella bestia e ricondurla alla luce, facendola rifiorire. In queste storie, lui, il cattivo di turno, ha sempre i connotati dell’eroe byronico: bello, torbido e dannato.

Pensiamo ora a un romanzo immortale come Jane Eyre. Jane è, per sua stessa ammissione, oscura, povera, scialba, ma il suo cuore puro, innocente, votato a Dio e al bene, riporterà in vita il conturbante Rochester, indurito da una vita di sofferenze.

Passiamo a tempi più recenti: Twilight. Bella (guarda caso) Swan s’innamora ricambiata del vampiro Edward Cullen. I canini aguzzi e letali di lui vengono sfoderati solo per sorriderle e dire romanticherie. E che dire della fanfiction di Twilight, il caso editoriale Cinquanta sfumature di Grigio? Anastasia Steele, buona, dolce e ingenua, trasforma il sadico pervertito Christian Grey in un principe azzurro, addomesticato e infine sposato.

Mi concentro ora, invece, su Cime tempestose. Che cos’ha di diverso dalle altre storie? Qui l’eroe byronico c’è ma è scisso in due e non ha nessuna controparte capace di rabbonirlo e redimerlo. In realtà l’eroe satanico trova la sua esatta controparte, la sua amata metà dell’inferno. Heathcliff e Cathy non “s’innamorano”, non si scoprono, semplicemente esistono l’uno nell’altra, sono l’uno e l’altra (e, entrambi sono Emily Bronte).

Un libro senza scampo, senza redenzione, almeno per i due eroi principali – dove la morte non è una sconfitta o una punizione bensì un premio. Non vanno in paradiso, quei due, né all’inferno, vanno in luogo – la brughiera – al quale entrambi appartengono da sempre -, si ritrovano, tornano a fondersi, a essere di nuovo la stessa persona che la sorte aveva diviso a metà. Personaggi non immorali ma premorali, agiscono come gli elementi atmosferici, come un fiume che esce dal suo letto o un terremoto che scuote le fondamenta della terra. Non importa quante vittime lascino sul loro cammino, loro devono fare quello che fanno, cioè amarsi, azzannarsi, fondersi.

Ecco perché questo romanzo è così unico, così speciale, così fuori dal tempo.

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Il mio nuovo romanzo

26 Gennaio 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras

Il mio nuovo romanzo

 

Ho il piacere di condividere con i lettori l’uscita del mio nuovo romanzo per la collana romance Milena in love, la cui referente è la bravissima Federica Cabras, di Officina Milena:

 

L'ultima luna.

Africa, primi anni Ottanta. Mary Connelly condivide lo stesso pazzo amore per la savana di suo padre Jeff, ricco industriale inglese trasferitosi in Kenya. Lei è cresciuta lì, con quelle albe trasparenti e quei tramonti infuocati, con quella terra rossa e quei cieli mai veramente sgombri di nuvole. Non c’è posto al mondo che Mary e suo padre amino come la riserva del Masai Mara, non hanno bisogno di nient’altro per essere felici.

Ma la madre, l’angloindiana Violet, che ama follemente il marito ma non si è mai sentita legata alla figlia, sogna l’Inghilterra e non si rassegna a quella vita. Riesce almeno a vincere su un punto: la famiglia ha bisogno della medicina inglese. Così, a Casa Connelly arriva il dottor Morgan Lawson, giovane, inquieto, subito catturato dall’dall’atmosfera esotica, dal fascino di una terra che non è come la si vede in cartolina ma, quando ti afferra, non ti lascia più.

Mary è infastidita, non ama ciò che è inglese, non vuole estranei in casa sua. Entrambi alla ricerca di se stessi e del senso della vita, si scrutano, si girano intorno guardinghi, si cercano pur senza ammetterlo. Del resto, quando la scintilla scocca, non c’è nulla da fare.

 

Su di me:

Patrizia Poli è nata a Livorno nel 1961. Laureata in lingua e letteratura inglese, dal 2012 amministra il blog culturale collettivo signoradeifiltri.

Ha pubblicato: L’uomo del sorriso, Marchetti Editore 2015, segnalato al XXVI premio Calvino, Signora dei filtri, Marchetti Editore, 2017, Una casa di vento, Marchetti Editore, 2019.

Appassionata di letture, cinema, viaggi e animali

 

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