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poli patrizia

Massimiliano Nuzzolo, "La felicità è facile"

3 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Massimiliano Nuzzolo, "La felicità è facile"

La felicità è facile

Massimiliano Nuzzolo

Italic Pequod

pp 115

14,00

Un bravo scrittore è come un attore, interpreta, non ti dà per forza la sua visione, s’immedesima nei personaggi anche quando la pensano in modo opposto. E Massimiliano Nuzzolo è un bravo scrittore, le sue novelle hanno una lingua precisa e studiata, “sorvegliata” come si usa dire, di grande effetto, ed hanno anche una buona impalcatura e degli argomenti originali. “La felicità è facile” è una raccolta che riconcilia con il genere del racconto breve, accantonato negli ultimi anni, oppure usato come espediente da chi non riesce a esprimersi con un respiro più ampio. Qui, invece, ci sono contenuti - persino messaggi convogliati in modo subliminale - c’è sviluppo strutturato e armonico della trama, c’è, infine, uno stile caustico e divertente ma anche lirico.

una rugiada sottile pronta a fissarsi alle ossa e a raschiar via una notte anonima come mille altre, in graduali variazioni di luminosità e colore che, avvicinandosi senza alcuna fretta al mattino, sembravano seguire l’incerto cammino di Gio, impegnato a tornare a casa dopo una notte a dir poco bianca.” (pag 13)

“Quando sto là da solo, cioè praticamente trecentocinquantasei giorni netti quest’anno, tolta la settimana a Cuba, guardo il muro del cimitero, le lucine che scintillano nella notte e penso a quanti cazzo di morti ci stanno in un cimitero, a quanta gente è morta in tutti questi anni, da quando hanno fatto il cimitero di Mestre ad oggi, a quando quelle tombe fatiscenti e semi sprofondate erano nuove e pronte per l’inaugurazione, penso a quanti cadaveri e resti umani più o meno grandi possa contenere un metro cubo di terra grassa, a quanti milioni di vermi scivolino lenti e bonari alla ricerca di carne fresca… Poi arriva Marika e mi fa un pompino. Grazie a Dio” (pag 32)

I motivi ricorrenti in questi racconti sono vari, spiccano tra gli altri l’emarginazione del diverso, la malattia e la morte. La morte è un tema che percorre tutta la narrativa contemporanea e anche la poesia. Mai come adesso i giovani la sentono vicina, con l’incremento dei tumori e degli incidenti stiamo tornando alle aspettative di vita dell’ottocento e la fine ridiventa compagna. La morte è scelta ne “Il volo”, è pensiero inquietante ne “Il parcheggio accanto al cimitero”, è assenza straziante in “Economia di parola”, è riflessione in “Ma e pa sdraiati sepolti morti”

cosa può avere un senso qui? Parlare con il Nulla? Parlare a una foto? A una pietra? Forse ha più senso dire qualcosa all’erbetta o ai fiori”. (pag 40)

Il messaggio, l’ideologia, il contenuto sono spalmati su tutte le storie e lasciati emergere per contrasto. La situazione stessa fa scaturire le idee, l’etica e le emozioni. Ecco quindi la ragazza che si suicida per non diventare come gli adulti che disprezza, per non venire assimilata al sistema. Ecco il down, il tossico e lo psicolabile che ci mostrano la realtà dalla loro angolazione, capace di far apparire la nostra “normalità”, persino la nostra religione, come distorta.

Poi mi sono seduto davanti all’altare insieme agli altri bambini e a metà funzione ho ricevuto il corpo di Cristo per la prima volta. Era una cosa bianca sottile che mi si è appiccicata al palato e io ho pensato ma come è fatto Cristo di carta?” (pag 51)

Alcuni racconti sono molto belli, come "Siamo tutti uguali davanti a dio (basta pagare il canone), dove una apparentemente insignificante nota d’ambiente – la televisione accesa su una televendita – fa risaltare due situazioni sociali opposte.

I contenuti risentono del bagaglio culturale dell’autore, dei suoi gusti letterari, musicali, cinematografici. Nei racconti si parla di film come “Alien” ed “E.T.”, ma anche di musica elettronica, di Pavese, Wilde, Baudelaire, Camus, Hemingway, e queste forme d’arte servono per discettare, in accostamenti virtuosistici, di amore, campi di concentramento, pregiudizi, emarginazione.

Le parole di Nuzzolo non sono mai casuali, sono scelte con una pazienza che ripaga di ogni sforzo e regala un’impressione di scorrevolezza. Ma, dietro, intuiamo tutto il certosino lavoro di lima e ricerca. Si noti, ad esempio, la mancanza di punteggiatura in “Mestre tossica”, a mimare la confusione mentale e il ritardo motorio del personaggio imbottito di droga. L’alcol bevuto per dimenticare le assenze, la droga che stordisce e ottunde, gli antidepressivi del racconto finale, rappresentano l’unica possibilità di sfuggire ad una facile, facilissima, infelicità costante e diffusa.

Il puro raccontare comunque prevale, com’è giusto che sia in narrativa, la riflessione è lasciata al lettore, l’autore si limita a mostrare, e anche a divertirsi un po’ alle nostre spalle, sempre, però, con una partecipazione emotiva tenuta a freno, sottesa e tuttavia imprescindibile. Viva il raccontare, dunque, viva la narrativa.

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Mayer e le carte foscoliane

30 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Mayer e le carte foscoliane

Enrico Mayer (1802 – 1877) - livornese di padre tedesco e madre francese, membro dell’Accademia Labronica, pedagogo e fondatore di scuole, amico di Mazzini, del Vieusseux, di Angelica Palli, di Byron - insieme a Gino Capponi e Piero Bastogi, acquistò a Londra, per 60 lire, delle carte appartenute a Ugo Foscolo.

La sfortunata figlia del poeta, Lady Floriana, che con il padre aveva condiviso gli ultimi anni di stenti, peregrinazioni e miserie, per poi morire di mal di petto subito dopo, le aveva lasciate in consegna al canonico Riego, suo protettore dopo che Foscolo, affetto da manie di grandezza, l’aveva ridotta sul lastrico.

Le carte costituivano un prezioso corpo critico di commenti alla Divina Commedia che Mayer consegnò all’Accademia livornese e sono tuttora conservate nella Biblioteca Labronica.

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Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

28 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

Il viaggio dolce

Marina Plasmati

La lepre Edizioni

pp 166

16,00

Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi

Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali.

Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.

Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.

Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.

Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)

Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:

sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)

Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)

Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.

E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.

È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.

Anche lui sorrise, continuando a fissarla.

Sì, è proprio lei, che ne dice?

“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)

È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.

Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.

La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.

“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)

Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.

Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).

Patrizia Poli

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Accademia labronica

22 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cultura

Accademia labronica

La Biblioteca Labronica, intitolata a Francesco Domenico Guerrazzi, è la principale collezione pubblica di Livorno, in cui sono conservati autografi e manoscritti di Leopardi, Galilei, Foscolo, D'Annunzio, una edizione dell'Encyclopedie stampata nella città, e più di seicento volumi pubblicati a Livorno fra il 1644 e il 1900.

Essa deriva dall' Accademia Labronica fondata da Giuseppe Vivoli nel 1816, con l'appoggio del Granduca Ferdinando III di Lorena, rifinita negli statuti del 1837.

L'Accademia aveva lo scopo "di promuovere in Patria il gusto e la cultura delle Scienze, delle Lettere e delle Arti", nelle adunanze dei membri si poteva scrivere "a libera scelta sopra qualsivoglia elemento" senza però entrare nel merito della religione o della politica

(Che ne pensate? Non è anche, forse, proprio lo spirito di questo blog?)

I soci costituirono una biblioteca e scrissero gli Atti dell'Accademia. Il primo presidente fu Pietro Parenti e il primo segretario Francesco Pistolesi. Alla metà dell'ottocento la biblioteca constava già di settemila volumi messi a disposizione del pubblico nel 1843 e poi donati al Comune nel 1852.

Ebbe fra i suoi membri molti cittadini illustri da Angelica Palli a Enrico Mayer.

Cessò la sua attività nell'ultimo decennio del XIX° sec.

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Pascoli a Livorno

21 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Pascoli a Livorno

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

O i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella città costiera. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa, si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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Averardo Borsi

19 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Averardo Borsi

Averardo Borsi (1858 – 1910), padre del più famoso Giosuè, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

A Livorno si trasferì nel 1885 e, per vivere, si adattò a fare mestieri umili come il contabile e il tabaccaio. Fu grazie all’amicizia con Giuseppe Bandi se cominciò a farsi conoscere per i propri articoli e se divenne comproprietario de “La Gazzetta livornese” e “Il Telegrafo”, che diresse con piglio moderno, riconoscendo il valore della pubblicità e dell’impaginazione.

Oltre che del Carducci, fu intimo amico del Pascoli e di D’Annunzio. Sua figlia Laura, attrice della compagnia Novelli, ebbe un bambino dal rampollo di D’annunzio, Gabriellino, un piccolo che morì presto, gettando nello sconforto tutta la famiglia e, in particolare, il giovane Giosuè.

Averardo Borsi è famoso anche per i suoi duelli con Felice Cavallotti, dovuti a continui diverbi e per i quali fu anche arrestato.

Morì a Firenze, per un attacco di peritonite.

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Visconti e Livorno

17 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Visconti e Livorno

Che tu sia benedetta per gli attimi di felicità che mi hai regalato

Si conclude così “Le notti bianche” di Luchino Visconti, film del 1957, basato su un breve romanzo di Dostoevskij, sceneggiato da Suso Cecchi D’amico e ambientato, anziché a San Pietroburgo, a Livorno.

Mario/Marcello Mastroianni vaga per le strade del quartiere Venezia, fra vicoli e canali, dopo aver passato una giornata in compagnia della famiglia del capoufficio. S’imbatte in Natalia/Maria Shell, ragazza straniera, la aiuta in un momento di difficoltà e se ne innamora. Lei, però, aspetta lo straniero/Jean Marais, che ama.

Mario cerca d’impedire che Maria e lo straniero possano incontrarsi di nuovo ma il destino fa sì che ella ritrovi colui che ha sempre atteso e la breve stagione di speranza si conclude troppo presto.

L’intrico dei canali e dei ponticelli ha ispirato la produzione, ma via Grande, via della Madonna e parte del quartiere Venezia sono stati ricreati a Roma, negli studi di Cinecittà, poiché il regista desiderava che lo sfondo apparisse volutamente finto, quasi come una scenografia teatrale. Persino la nebbia non è stata prodotta con fumogeni ma con kilometri di tulle.

Il film è stato ideato a Castiglioncello, nella villa di Suso Cecchi d’Amico.

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Dino Risi e Livorno

16 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Dino Risi e Livorno

Nel 1962 usciva “Il sorpasso” di Dino Risi, road movie a metà fra commedia all’italiana e denuncia sociale.

Il nullafacente Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, scapestrato e smargiasso, trascina in un viaggio ferragostano senza meta, il mite e timido Roberto Mariani, Jean Louis Trintignant.

In viaggio verso nord, dopo essersi fermato a Castiglioncello, Cortona azzarda un sorpasso fatale nella famosa curva di Calafuria. Il buon Roberto Mariani resterà ucciso nell’incidente che ne consegue.

La storia è simbolica di una parte d’Italia gradassa e volgare che, nel pieno del boom economico, tenta di sopraffarne e contaminarne un’altra umile e onesta.

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Livorno e l'antico Egitto

15 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #storia

Livorno e l'antico Egitto

"Tu squarciasti il velo mistico

che nascose al Nilo in riva

del saper la luce viva"

(Angelica Palli)

Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.

La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.

Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.

Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.

Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.

Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.

A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.

Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.

Riferimenti

Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore

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Livorno nella guida Treves

14 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Livorno nella guida Treves

Da pagina 260 a pagina 263 della Guida dedicata all'Italia centrale, pubblicata nel 1902 dai fratelli Treves, si parla di Livorno.

C'è un'introduzione dalla quale veniamo a sapere che gli abitanti sono 96937. Si passa poi a elencare gli alberghi, i ristoranti, i caffè, i tramways, i teatri etc.

In particolare sono citati i Bagni di Mare. I più rinomati, si legge, sono i Pancaldi ai quali "è annesso uno stabilimento idroterapico con sala d'inalazione e polverizzazione dell'acqua."

Ed eccoci alla descrizione della città di cui riportiamo alcuni brevi stralci non collegati fra loro e presi a caso dal testo.

Livorno, si legge, "è, dopo Genova, la piazza più commerciale del Regno d'Italia nel Mediterraneo."

"Da piazza Carlo Alberto si segue la strada principale di Livorno che traversa tutta la città, il lungo corso Vittorio Emanuele, dove sono bellissimi negozi."

"Via del Tempio conduce al bellissimo Tempio Israelitico."

"Il celebre Faro antico è fra il molo vecchio ed il nuovo e fu chiamato uno dei più belli del mondo. Venne eretto nel 1303 dai Pisani. È interessantissima una visita al Cantiere Orlandi."

"Allo sbocco del Corso Vittorio Emanuele, verso il Porto Vecchio, vedesi la statua del Granduca Ferdinando I, di G. Bandini dell'Opera, di Firenze, raffigurato come gran maestro dell'ordine di Santo Stefano. Sotto a lui sono quattro corsari in catene, di Pietro Tacca, allievo di Gian Bologna."

"Si giunge in piazza Cavour contornata da eleganti edifici moderni. Nel mezzo: statua di Cavour , di Vincenzo Cerri di Livorno. Al sud est della Piazza sono la chiesa e il cimitero Inglese, ricco di monumenti."

"La città è intersecata da canali e comunica coll'Arno mediante un canale navigabile. Nel 1792 fu costruito un acquedotto che conduce l'acqua in città da Colognole a 20 chilometri di lontananza. Presso ai giardini pubblici (dopo via Lardarel) l'acqua è raccolta in una grande e bella vasca detta Il Cisternone."

"A sud della città vi è la Porta a Mare, dalla quale si stacca il viale Margherita che fiancheggia varii Stabilimenti di Bagni e conduce alla bellissima passeggiata dell'Ardenza, dove si trova un caffè ristoratore nel Giardino dei Bagni."

Per concludere, nelle pagine iniziali e finali della guida, insieme a rèclame di bagni termali, alberghi e riviste di moda, ci piace segnalare anche la pubblicità delle opere di Gabriele D'Annunzio e di Edmondo De Amicis, nonché alcune precauzioni sanitarie per i viaggiatori:

"Per le lombaggini è indicato l'Opodeldoc (spirito canforato). Per i bruciori allo stomaco, bicarbonato di soda. Per dolori di stomaco, bismuto. Guardarsi dalle correnti d'aria in vagone."

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