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poli patrizia

Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

12 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

Trasformare le debolezze in punti di forza è quello che vi esorto a fare, ed è quello che sto facendo con questi post, o meglio, questi pensieri a caso rifilati come fossero verità scientifiche. Avete presente Mina e il compianto Battisti che non si sono fatti più vedere per motivi loro? Bene, più stavano nascosti, più il loro cachet aumentava. Ora, io non sono Mina né Battisti, sono pure un attimino stonata come una campana, però pensavo che, magari, starmene rintanata, comunicare solo attraverso un blog, potrebbe servire a costruirmi un personaggio “misterioso ed intrigante” capace di folgorare qualche editore. Sì… sì, come no. Intanto io ci provo, perché è l’unica cosa che posso fare. Fatelo anche voi, trasformate la vostra timidezza in riserbo, la vostra paura in pudore, il vostro silenzio in grazia, in sensibilità, in intuito. Fuori ci sono tanti rumori e voi, invece, vi raccogliete al centro di voi stessi ad ascoltare la musica del cuore. (Violini in sottofondo.)

***

Qualunque altra paura è un alibi per non affrontare la paura più grande, quella di uscire, prendere in mano la propria vita e guidarla da qualche parte. Già, guidare. Altro nodo dolente. La maggior parte dei socialfobici (pardon, ansiosi sociali) non ha la patente (come la sottoscritta) oppure ce l’ha ma non guida. Guidare vorrebbe dire farsi carico di se stessi, non dipendere dagli altri, non avere uno chaperon che ti accompagna, dare una direzione alla propria esistenza. Tutte cose che ci fanno rabbrividire. Noi preferiamo la palude Stigia, preferiamo la melma che ci avviluppa, preferiamo l’inferno.

***

Sempre parlando di fobie che si sommano, vi racconto la mia. Avendo avuto una madre dispotica e castrante, un padre severo, rigido e ipercritico, ho sviluppato una totale avversione per l’autorità. Non la definirei proprio fobia, piuttosto incapacità di sottomettermi. Quindi detesto i controlli, le ispezioni, la richiesta di mostrare documenti, le perquisizioni, il metal detector, i posti di blocco. Inutile dire che sono stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale e che, all’aeroporto di Istanbul, per poco non mi arrestano. Se mi mettete davanti qualcuno in divisa che, con fare anche gentile ma comunque autoritario, pretende qualcosa da me, mi si mette in moto l’amigdala, mi scatta quello che Goleman chiama “sequestro neuronale”. Non ci vedo più, o meglio, vedo rosso come i tori, perdo il lume dagli occhi. Divento come un gatto al quale il veterinario vuole fare la diciottesima iniezione di seguito. Cotanta signorile personcina si trasforma in uno scaricatore di porto capace solo di gridare parolacce all'attonito rappresentante della legge.

È una questione di cervelletto (non nel senso di cervello piccino, anche se può sembrare), di risposte neuronali che arrivano dal profondo dell’ipotalamo. Hai voglia a farti il training autogeno preventivo, hai voglia a dire manomastafacendosoloilsuodoverevedraichestavoltanonreagiscitanto male. La bestia si scatena ogni volta e sono dolori.

Solo l’esposizione ripetuta (chiamatela pure terapia comportamentale autogestita se vi fa sentire più fighi) mi ha permesso di ricominciare a prendere l’aereo e adesso, se non mi toccano, se non mi mettono addosso le loro manacce, almeno il metal detector lo passo senza troppa angoscia. Ma fino a che non sono dall’altra parte, finché non ho raggiunto il salvifico gate, non mi sento libera e tranquilla. Se c’è qualcuno fra voi cui accade la stessa cosa, beh, mi piacerebbe saperlo. Chissà se ciò ha a che fare con la fs, oppure è solo un cacchio di problema in più?

***

Ho notato per esperienza che molti socialfobici di grande intelligenza e capacità sono, però, dei tremendi inconcludenti. Talenti sprecati, gente che cazzeggia e rimugina invece di risolvere. Gli chiedi di fare qualcosa, ti dicono sì perché non sanno dire no, e passano mesi, poi anni. Perché, domando, potendolo evitare, aumentate così i vostri già immensi sensi di colpa?

Io sono l’opposto, ed anche quello non va bene. Io sono talmente ansiosa che, prima ancora che tu mi chieda una cosa, l’ho già fatta e, magari, l’ho fatta di fretta e male pur di liberarmene, pur di non dire il fatidico NO. Ho una totale congenita incapacità di prendere tempo o rimandare. Pare che questo mio non sia attivismo, non sia affidabilità e serietà, bensì pura, autentica, pigrizia. Odio talmente fare fatica che voglio togliermi il pensiero prima possibile e placare l'ansia. Chi se ne accorge, poi tende ad approfittarsene.

Qui sorge un dubbio: quanta della nostra cronica paura, con l’andare degli anni, diventa solo pigrizia? E quanto di quello che non facciamo, finisce per non piacerci nemmeno più? Invecchiando s’impara a rinunciare, e, rinunciando, ci si abitua alle mancanze, ci si rassegna e si soffre di meno. L’età dà sicurezza, certo. Quel cappello che, fobici o non fobici, da giovani non portereste mai e poi mai, a 53 anni ve lo mettete senza nemmeno guardarvi allo specchio. Ma le debolezze che sono accettabili da ragazzini diventano patetiche in menopausa, quando la fobia esplode sulla scala di un supermercato e tu non sai più dove guardare come una pischella di 13 anni.

***

Imparare a capire cosa ci piace e ammettere con noi stessi di meritare alcuni piaceri è un compito difficilissimo. Ma dovete portarlo a termine, per il vostro bene. A furia di sacrificarci per non fare brutte figure, per non apparire egocentrici (badate bene, non parlo di autentico altruismo, solo di voler essere a tutti i costi giusti) finiamo per non comprendere che cosa veramente ci piacerebbe fare. Ecco, allenatevi a scegliere, almeno dentro di voi. Non in generale ma proprio ora, in questo momento. Volete il pesce o la carne, il mare o la montagna, l’autobus o la bicicletta, gli spaghetti o la pizza, il cinema o la televisione? Anche se non otterrete ciò che volete, anche se non lo chiederete nemmeno e terrete i risultati del test per voi, è importante già saperlo, conoscere i vostri desideri. E anche dire qualche no deciso, seppur educato, diventare assertivi: "No, mi dispiace, questa cosa proprio non mi va di farla. Oppure, oggi no, magari un'altra volta, in altre condizioni, ma oggi proprio no." A costo di suscitare stupore e disapprovazione in chi vi ha sempre sentito dire sì, a chi dà per scontato che diciate sì. Questo non vuol dire trasformarvi in odiosi egoisti, solo pretendere rispetto anche delle vostre esigenze, mettere dei paletti oltre i quali gli altri sanno di non dover passare..

E, comunque, se una cosa non danneggia nessuno, perché non farla? Perché non alzarsi e chiudere la finestra se uno spiffero vi sta congelando la cervicale in sala d'aspetto? Perché non prendere un’altra tartina al buffet? Se ce n’è in abbondanza per tutti, perché rimanere in un angolo con la bava alla bocca? Chi vi giudicherà per questo? E, dovessero pure farlo, che male può derivarne? C’è forse la pena di morte per chi prende la seconda tartina?

***

Qual è il limite fra fs e asocialità? Sento molti dire che, se non avessero la fs a bloccarli, sarebbero degli estroversoni. Ed anch’io, vi parrà strano, dal test del Rorschach - quello delle macchie, per capirci - sono risultata tutt’altro che introversa. È che, abituandoci a star soli, pian pianino la paura degli altri diventa fastidio degli altri. Il telefono che suona non crea solo ansia, rompe proprio i coglioni, specialmente se in tv c’è il tuo programma preferito. Anche qui, come per la pigrizia, credo sia un fatto di età. Col tempo la giovinetta desiderosa di stare in compagnia, confidarsi con le amiche ed essere parte del branco, si trasforma in vecchiaccia solitaria, acida e coriacea.

***

E ora, venuto il momento di congedarmi da voi, vi parlo, appunto, del congedo. Non so se è solo un problema mio, ma al momento di staccarmi dalle persone non so mai come fare e risulto brusca e lapidaria. Vorrei andarmene, sto sulle spine, farei qualunque cosa perché il colloquio avesse termine e, invece, l’altro indugia, non la smette mai con i convenevoli e ricomincia il discorso da capo, come in un loop cretino.

Allora sto cercando d’imparare la mimesi: scimmiotto gli altri, come un commensale truzzo che non sa quale forchetta usare. Al momento del terribile saluto, invece di troncare di netto creando imbarazzo, ripeto i balbettii di rito, ovvero l’odioso “cia... cia…ciao…ciao eh…ciao, un bacio, un bacione, ciao, a presto, cia… cia… ciao… cia…” E che cavolo! Ma un ciao solo non basta?

Vabbè, d’ora in poi farò come gli umani, ciacciaerò anch’io allegramente.

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Siam tre piccoli consiglin

9 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Siam tre piccoli consiglin

Un consiglio per coloro che devono fare un esame. Ovviamente studiate tanto, siate padroni dell’argomento, del testo. Poi, una volta imparato e ripetuto, fate un’ulteriore esposizione a voce e registratela. Risentitela in continuazione, mentre fate la doccia, mentre vi truccate, mentre cucinate o mettete in ordine la vostra camera, se possibile anche mentre andate in macchina, però state attenti alla guida. Le parole vi entreranno dentro, diventeranno vostre, s’incastreranno nella memoria come un motivetto ossessivo e vi usciranno con facilità, oltre la barriera del panico.

Altro consiglio per tutti. Siate comunque gentili. Chi non saluta non è timido, è maleducato. Dite pure buongiorno con la testa bassa, con gli occhi inchiodati alle punte delle scarpe, con le orecchie in fiamme, ma ditelo. E sforzatevi di sorridere, anche se le labbra si stirano in un ghigno e la fronte si aggrotta.

Per finire, vi esorto di nuovo a mettere su carta i vostri guai, magari in un diario o in un blog anonimo. E fatelo con autoironia, senza commiserarvi ma, anzi, ridendo di voi. Vi renderete subito conto di quante paure, in effetti, non avete. Circoscrivere il problema (come vi ho detto già tante volte) ed esternarlo, vi farà stare meglio, alleggerirà il peso, vi farà sembrare le cose meno gravi di quel che sono. Parlare delle brutte esperienze, ridicolizzarle, le esorcizza, ve ne libererete, non continueranno a tormentarvi per anni.

Proprio come ha fatto Duille, una ragazza con i nostri problemi, tenerissima, dolce e fobica in modo positivo, non nichilista ma pronta a riconoscere il bello della vita. Con orgoglio annunciamo che è entrata a far parte della redazione e ad agosto uscirà il suo primo post. Lei ci aiuterà a vedere il lato positivo di ciò che siamo.

Nel frattempo, godetevi il suo dolcissimo blog:

stelid'erba.blogspot

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Lillo Favia, "Come meta il viaggio"

30 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Lillo Favia, "Come meta il viaggio"

Come meta il viaggio

Lillo Favia

Ebook 2014

Tutto si può dire di “Come meta il viaggio”, di Lillo Favia, tranne che non sia originale. Non per il contenuto - ché pur sempre trattasi di storia maschile di sesso, droga e rock and roll – ma piuttosto per lo stile. Di solito testi di questo genere, sulla scia dei vari Kerouack, Bukowski, Carver etc, che imperversano nella narrativa odierna prodotta dai maschi dai vent’anni in su, sono scritti in un linguaggio “postmoderno” infarcito di volgarità, ormai standardizzato fino a diventare anonimo. Il romanzo di Lillo Favia, invece, gioca con le parole e porta avanti un’approfondita ricerca, non per niente egli si definisce “meccanico della lingua”. La narrazione si avvale di una prosa che sfocia nella poesia, alternandosi spesso a essa. Favia non lascia nulla al caso e l’analisi stilistica diventa esistenziale.

Per un artista, l’opera è una missione, un percorso impervio in cui rintracciare un’ipotesi di libertà. In cui provare a risolvere i propri dilemmi, le proprie paure, il proprio non saper vivere.”

Il narratore racconta la storia dell’amico Max, prematuramente scomparso. Insieme i due hanno attraversato tutti gli stadi di un vivere giovanile estremo, dal viaggio on the road, alle canne rollate, su su fino al primo buco, alla dipendenza da eroina descritta con la stesso sguardo ravvicinato di Gregory David Roberts in “Shantaram”, alla disintossicazione nella comunità di recupero Albatros, diretta dal tremendo Don Rosario, personaggio ambiguo e non del tutto positivo. Alla fine, però, i cammini dei due giovani divergono: Max perirà poiché la perdita che dovrà subire sarà talmente dolorosa e inaccettabile da poter essere sublimata solo con la morte. Prima di morire, però, egli sceglierà la strada, diventerà un senzatetto, nell’accezione più nobile del termine. La strada, più che la droga o il viaggio, incarnerà l’indagine spirituale, l’affinamento, la libertà da ogni sovrastruttura, il percorso dentro se stessi.

È solo grazie al suo intuito se ho potuto intraprendere questo esaltante percorso letterario, questa impagabile auto-analisi”

Sorge il dubbio che Max sia l'alter ego del protagonista, e il “Max pensiero” ciò che il protagonista pensa o vorrebbe pensare. Max è quello che il protagonista diventerebbe se andasse a fondo nell’autodistruzione, nella trasgressione, nell’annullamento dei legami civili: amicizia, amore, famiglia, dogma. E il rapporto che li lega è indefinibile, quasi una sorta di amore platonico che supera e sublima ogni vincolo con l’altro sesso.

Ambientato negli anni 80 e 90, fra la Puglia, l’Olanda e vari altri luoghi, il romanzo mostra una vera e propria ossessione per le date, quasi a voler fissare i momenti, a voler imbrigliare e catalogare una vita che appare senza direzione, dando senso alla morte. E la morte, si scoprirà, è un diritto, un atto di estrema affermazione di sé:

Sono pronto ad affermare che Max aveva tutto il diritto di decidere il proprio futuro, di arrogare volontà di vita o di morte sul proprio tempo. Mi vergogno come un assassino per aver messo in discussione il suo libero arbitrio. Ora che ho viaggiato fra i suoi tormenti, tra le sue scritture, tra i suoi ricordi; ora che assaporo in pieno il proverbiale respiro della parola “vita”: riesco a percepire la sua condizione di neo giovane Werther.”

Scrittore e musicista barese, Lillo Favia sembra optare per la commistione di generi e stili in modo sperimentale. Ed anche questa pare essere una caratteristica degli artisti di ultima generazione, cioè la multimedialità e la mescolanza della scrittura con altre forme d’arte, dalla musica, al canto, alla danza. C’è una miscela fra un “basso” – la vita randagia, le crisi d’astinenza, il sesso a pagamento –e un “alto” costituito dai frequenti abbandoni lirici della prosa.

Partimmo a notte fonda, all’ombra di un cielo nero. L’aria era farcita di quei tipici sapori del litorale pugliese, le alghe fresche allineate dal grecale, l’ulivo, il pino marittimo, le effusioni di terra d’argilla rossa e rosmarino si rincorrevano e mischiavano lungo la lingua d’asfalto.”

Certo è che non sempre la mistura di tecniche e forme espressive (fra appunti, dialoghi, brani di diario, versi lasciati in giro da Max come indizi) riesce ad apparire funzionale, capita di chiedersi se non si sia voluto accogliere tutto (troppo) senza saper tralasciare o, come minimo, amalgamare, e nasce il sospetto di possibili incursioni nel diario privato dell’autore.

Nel complesso un lavoro scorrevole, nonostante la sperimentazione, che non annoia ma, piuttosto, mostra un notevole sforzo di elaborazione linguistica, non comune di questi tempi e senz’altro positivo.

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Un giorno di ordinaria follia

28 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un giorno di ordinaria follia

Suona il telefono e sul display compare numero privato. Non è un parente stretto, ergo il cuore accelera.

“Salve, sono dell’associazione culturale tal dei tali, la contatto in merito a quegli articoli che lei ha scritto.”

“Ah… ehm… guardi, non è che io sia proprio un’esperta dell’argomento, cioè… ho letto qualcosa… mi sono informata…”

(Oddio, per chi mi ha preso questo? Oddio, forse mi crede più di quel che sono, in fondo ho solo fatto qualche ricerca, ho letto Wikipedia, oddio non sono assolutamente all’altezza… stai a vedere che ho scritto un mucchio di cazzate e questo vuole sconfessarmi.)

“Vorremmo incontrarla di persona.”

(Ma che bisogno c’è? Ma non vi basta quello che scrivo? Cos’è questa necessità che hanno sempre i babbani di vedersi, d’incontrarsi, di bere un caffè insieme?)

“Ehm… ma per quale motivo, scusi?”

“Noi facciamo delle conferenze.”

(Conferenze???!!! Io?!!!!!) “Sa… io avrei un problema a parlare in pubblico…”

“Che vuole che sia! Ma non si preoccupi, siamo tra amici!”

(Ma io nemmeno tra amici.) “Mi dispiace, sono molto timida.”

Risata: “Eheh, le allestirò un confessionale, va bene?”

(Ha ragione Claire: i babbani non capiscono, non capiranno mai. E ridono. E mi tocca fingere di divertirmi anch'io.) “Ah… ah…”

“Le do il mio numero.”

(‘Cazzo me lo dai a fare? Non ti chiamerò mai!)

“Ci conto, eh, mi chiama?”

“Uuugh…"

“Allora quando ci vediamo?”

(Ma non ti voglio vedere, non ti voglio parlare, non voglio vedere nessuno, sto male anche solo a risponderti al telefono, odio il telefono, datemi una pala che mi scavo un buco e mi ci seppellisco.)

"Ok, va bene, la chiamerò".

***

Con mio marito andiamo a mangiare un panino fuori. All'improvviso, entra un gruppo di colleghi suoi che hanno scelto proprio oggi per festeggiare lì non so cosa. Me li ritrovo tutti schierati che ci fissano immobili e sornioni, sembra il tribunale dell’Inquisizione, l'imbarazzo esplode, non so più dove guardare, mi entra un giramento di coglioni a bestia, dico: "Vado a prendere un po' d'aria" e schizzo fuori a razzo senza salutare nessuno, mangio il panino all'addiaccio, su un tavolino bagnato di pioggia. Mio marito è costretto a lasciare gli amici, a raggiungermi con aria impietosita e compassionevole. All’aperto fa meno venti, la salsa verde si congela, le melanzane mi si fermano sullo stomaco, la mia autostima si sgretola mentre rimugino su cosa staranno pensando di là gli amici di lui.

***

E per concludere, alcuni consigli.

Ricorda che anche gli altri hanno paura, però non ne fanno un dramma.

Muoviti lentamente, fai tutto con più calma del normale. Tanto apparirai comunque schizzato.

Non restare impalato mentre ti fissano, tieni a portata di mano un giornale da sfogliare (alla diritta!) o un cellulare da cui fingere di inviare sms.

Se devi telefonare a qualcuno, preparati su un foglio le domande da fargli.

Se arrossisci e sei una donna, puoi sempre dire di avere le caldane. Sforzandoti, magari riesci a dimostrare più di quarant’anni.

Ogni tanto lascia che siano gli altri a provare imbarazzo per primi. Perché sempre e solo tu?

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Domenico Cosentino, "Midnightwalker"

25 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Domenico Cosentino, "Midnightwalker"

Midnightwalker

Domenico Cosentino

Palladino Editore 2014

pp 156

8,00

Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie.” (citazione dal sito www.domenicocosentino.it)

Infatti, non lo facciamo. Può coesistere il bello e il brutto in un solo volumetto, ci chiediamo piuttosto? Sì, e ve ne porgiamo un esempio diretto, molto più immediato di qualsiasi spiegazione.

Collusion

Mangio il tonno in scatola della

Dicoop

direttamente nella scatoletta

di metallo,

affacciato al balcone

con il vento che mi asciuga il

sudore

osservando il cavalcavia

dove i marocchini vanno a

pisciare di notte

le foglie marciscono e diventano

gialle.

Le finestre dell’asilo comunale

Hanno tutti i vetri rotti

Come gli spazi tra i denti

Di quei vecchi

Che hanno fatto la guerra

E i loro occhi

Sono ancora pieni di stupore.

Gipsy King

Le zingare si lavano la fica

Nei bagni dell’università.

Con il piede poggiato sul

Lavandino

E la gonna lunga a coprire

Le vergogne,

strappano fazzoletti di carta

e se li passano sulla fessa,

velocemente.

Come se stessero facendo

Una sega ai propri uomini.

Alle 8.30 del mattino,

con il sapore del caffè ancora

in bocca

freno un conato di vomito,

giusto in tempo.

Fuori ragazze

Con la “S” pronunciata

Squittiscono,

mentre il sole bacia

le loro tette abbronzate

come provole affumicate.

Ho infranto la mia promessa

Di non venire più

All’ateneo

E ora me ne pento.

Tutto questo

Per una

Maledetta

cacata.

Ok, qual è secondo voi la migliore di queste due poesie che convivono in “Midnightwalker” di Domenico Cosentino? Certamente la prima. Perché? Ma per le mille ragioni subliminali attraverso cui la poesia vera va dritta all’anima tramite scorciatoie intuitive. La seconda, invece, è brutta. Non ci sono altre parole per definirla, brutta e basta.

Ecco, il volume di Cosentino, che egli definisce “raccolta di pessime poesie” è una commistione – tanto di moda oggigiorno – di prosa e poesia, miniracconti senza capo né coda, e versi intervallati da parentesi quadre a segnare gli enjambement, ma anche di pezzi belli e brutti, come se non fosse in grado di distinguere, non volesse rinunciare a nessun appunto preso, a nessuna riflessione sgorgata, oppure, più sottilmente, volesse denudare un’anima fatta di contrasti, di poesia e volgarità, di sublime e repellente.

Le poesie sono discorsive, i racconti vagamente lirici. Alcuni testi in prosa raggiungono una quasi compiutezza da novella, altri sono abbozzi, divagazioni, versi scritti uno di fianco all’altro, semplici enunciazioni, quasi che il protagonista si affacci ad una ipotetica finestra e ci racconti quel che vede e come lo vede, o, meglio, come lo sente, confessando i suoi pensieri segreti, i suoi tormenti, spesso oggettivati in cose concrete o in gesti snervati, senza nemmeno cercare aiuto o soluzione, piuttosto come un dato di fatto, un’esposizione di quadri e stati d’animo precari. Squallide camere d’albergo, cavalcavia, musica in sottofondo, fumo, saracinesche chiuse.

Il tema è la solitudine di un uomo che probabilmente si trova a vivere suo malgrado una vita da immaturo, fra sigarette, onanismo, amori non corrisposti o finiti, lutti e perdite familiari, rimorso, tempo che passa sprecato. Camere d’albergo da pochi euro, domeniche solitarie, il sesso come opposto della comunicazione, gesto non compiuto, voglia di toccare senza poterlo fare che si risolve nell’atto consolatorio di masturbarsi in un lavandino. Gli affetti, i ricordi, i rimpianti, i rimorsi per le parole non dette (e sono i momenti più alti) si condensano in figure di familiari che non ci sono più o che stanno per andarsene, la scoperta della malattia acuisce ancor più una solitudine vissuta come estrema, incolmabile. Chi è vicino non capisce e non capirà mai l’autoemarginazione, il disagio interiore, la tortale estraneità al resto del mondo.

Il ragazzo è diventato anche lui adulto. Porta con sé la solitudine di chi soffre, perché anche lui ora sta soffrendo maledettamente, ogni giorno a ogni ora. Nel reparto dell’ospedale o nel suo letto. Quando finge di sorridere, quando sta con gli altri, ma gli altri non lo possono capire. Ora il ragazzo è un adulto solo. La solitudine di chi soffre.” (pag 94)

Le cose si capiscono sempre dopo. Quando tu devi affrontare le tue disgrazie e le tue battaglie e capisci che sei da solo e che quella solitudine è davvero forza. Ma questo o comprendi dopo. Sul momento pensi solo a lamentarti e compiangerti.” (pag 65)

Cosentino scrive bene, è un dato di fatto. Dovrebbe solo avere il coraggio di fare il salto di

qualità, non accontentarsi di mettere su carta i propri sentimenti, le illuminazioni, ma costruire qualcosa di più. Nel pezzo intitolato “Anche quello era amore” ci è quasi riuscito.

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Ali di carta

23 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Ali di carta

Hai voglia, hai voglia a dire “circoscrivere, delimitare, convivere”. Se la tua vita è una merdata per colpa della fobia sociale, pensaci a vent’anni, perché a cinquanta ti ritroverai come me, ospite in casa tua, senza niente che ti sia costruito col sudore della fronte, senza dignità, a dipendere da mamma per la paghetta e a mandarla a fare in culo perché è tutta colpa sua se sei come sei. È vero, è colpa sua e a cinquant’anni, cinquantrè per la precisione, ormai “ce n’hai per tre caate”, come diciamo qui, e la dignità non viene più. Ma tu, fobico ventenne, salvati, pensa che le cose non arrivano da sole, non arriveranno certo quando sarà tardi.
Tua madre ti ha trasmesso la sfiducia, la paura, la disistima, non ti ha dato le ali e ora non voli e non volerai mai più, ti ha fatto capire che tutto è inutile, che non ne vale la pena, che “cosa lo fai a fare, cosa ci vai a fare, tanto non sei adatta, non sei capace, tanto finisce male, tanto non serve a nulla”. E' uguale a te, ha le stesse fobie, le stesse chiusure, la stessa solitudine estrema, ti ha insegnato a non aprire la porta, ti ha fatto sentire in colpa se invitavi un amico a casa, ti considerava brutta, sciatta, inadeguata. Eri sempre troppo grande, troppo frivola, non abbastanza seria, non abbastanza carica di doveri, o pronta a sacrificarti.
Costruisciti due ali di carta, fobico ventenne, attaccatele con lo sputo sulla schiena, sali sul davanzale e lanciati nel vuoto. Se ti sfracelli, almeno sarà stata una scelta tua.

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Accettare, circoscrivere, concentrarsi

18 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Accettare, circoscrivere, concentrarsi

Accettatevi, niente e nessuno vi farà cambiare. Siete evitanti, soffrite di fobia sociale e questo vi accompagnerà per tutta la vita, quindi, prima ve ne fate una ragione e agite di conseguenza, non opponendovi a ciò che vi accade ma aspettando che passi la crisi e aggirando gli ostacoli, meglio è. Evitate di colpevolizzarvi: non potete farci niente e, comunque, non fate del male a nessuno.
Circoscrivete il problema. Siete affetti da un disturbo ben preciso, avete alcuni problemi ma non ne avete altri. Non lasciatevi sopraffare dall’angoscia, dal marasma, non sentitevi paralizzati da una paura senza nome che v’inchioda sempre nel solito punto. Guardate in faccia il vostro guaio e delimitatelo, dategli il suo vero nome, analizzatene le sfumature che non sono uguali per tutti, non vi fate abbattere e schiantare. Ricordatevi, soprattutto, che si arriva sempre alla fine della giornata, in un modo o nell’altro. “Tutto passa”, mi dico prima di un incontro, una cena, una visita, una telefonata, “passerà anche questa.” A volte è più difficile del previsto, a volte, però, è persino più facile.
Concentratevi. Niente aiuta a rilassarsi più dell’applicazione. State più attenti possibile, seguite con tutte le forze il filo dei discorsi, impegnatevi in attività che vi assorbano completamente, le tensioni si allenteranno, il corpo si scioglierà, la mente non si distrarrà. Se temete di rimanere senza parole, preparatevi una scaletta di argomenti, meglio se domande, e poi datevi all’ascolto attivo delle risposte. Niente appagherà i vostri interlocutori più della totale attenzione. Sarete irresistibili, vi perdoneranno l’impaccio, vi verranno a cercare. Ok, so che questo per voi non è un bene ma comunque gratifica, attenua quella sensazione di essere sempre antipatici a tutti.
E ora vi racconto della mia tesi di laurea. Ditemi se non è da brivido.
È il 1985, 21 novembre. Entro nell’aula magna dell’Università di Pisa per discutere la mia tesi su “Il Signore degli Anelli.”
Socialfobica come sono, non voglio nessuno ad assistere. Ci sono tre gatti, più mio fratello che, allora, ha undici anni. Mia madre resta fuori, mio padre non c’è, è già morto. Sono ansiosa ma so che la mia media è buona, ho 109,36.
La commissione è schierata:
Il mio relatore. Ogni volta che mi vede, dice: “Tanto con lei mi sbrigo presto” e fa passare avanti quella più figa.
La controrelatrice. Non ha nemmeno letto il libro ma, spiega, “lo ha letto suo marito.”
Una serie di galline che non conosco e non mi ascoltano mentre parlo, chiacchierano fra loro.
Discuto la tesi. Logorata, nervosa, tesa, ma la discuto. Tutto sembra a posto, ce l’ho fatta.
Esco, rientro.
“La commissione la nomina dottore in lingue e letterature straniere con punti 105.”
Il sorriso mi si accartoccia sulle labbra, mi si ghiaccia il sudore addosso, mi stringo nella giacca verde come me, impallidisco - dicono - al punto che temono un mio svenimento. L’applauso si blocca, si leva un brusio costernato.
“Perché?" balbetto “Quanto ho di media?”
“100, non è contenta? Le abbiamo dato 5 punti?”
Un filo di voce: “Sì, grazie…” Esco dall’aula. Penso che, al solito, sono io che ho sbagliato a fare i calcoli.
Interviene mia madre, per la quale l’aritmetica non è mai stata un’opinione, chiede di vedere i miei voti, mi richiama indietro. Mi mostrano un libretto che non è il mio, con voti bassi, che non sono i miei. Ridono. La mia laurea, la mia festa, diventa un mercato, dove si discute il prezzo di qualcosa che per me non ha più valore. Se fossi davvero brava, penso, se mi fossi impegnata fino in fondo, questo non sarebbe successo.
Poi non ridono più, scoprono che hanno sbagliato a spillare il foglio, hanno dato i miei voti a un’altra, una che, guarda caso, alle feste balla stretta stretta col mio professore.
Mi danno 110, senza lode. Le galline che non hanno ascoltato dicono che non la merito. Me ne vado a testa bassa. Mi arrabbio con mia madre perché ha preteso quello che mi spettava. Io non voglio niente, solo andare a casa. Senza fiori, senza nulla. Provo rabbia, schifo, vergogna, umiliazione, sento in bocca un sapore di merda che non se ne è più andato e che riemerge a contatto con certe persone, certi ambienti, certi pseudointellettuali che si vantano di non saper cambiare nemmeno una lampadina bruciata.
Non ho più messo piede in università, neppure per ritirare il diploma. Ho fatto per tanti anni un lavoro squallido che non mi rappresentava e che non mi ha mai permesso di mantenermi da sola. Adesso scrivo e basta.

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Fobic pride

11 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Fobic pride

Il problema è il silenzio. Finché nessuno di voi avrà il coraggio di fare come me, di dire pubblicamente: “Mi chiamo Mario Rossi, sono socialfobico e ci sono cose che non posso fare nella vita, ma non sono scemo, anzi, tutto il contrario, ho un mucchio di talenti nascosti e tanta forza che voi nemmeno ve la sognate”, finché un altro come lui non avrà il coraggio di rispondergli: “Anch’io”, finché non sarà intavolata una discussione sull’argomento davanti a tutti, così come si parla del fumo, della paura di prendere l’aereo o dell’emicrania, questa malattia resterà sconosciuta e noi non avremo un nostro posto nel mondo che non sia quello della dissimulazione, dello stare nascosti, del non ottenere mai niente dalla vita.
Lo so, è impossibile parlare di cosa vi sta accadendo nel momento acuto della crisi di panico.
Situazione tipo, quella che io odio di più: state lavorando, nel vostro ufficio, nel vostro negozio, nella vostra classe e qualcuno che conoscete, qualcuno al cui giudizio tenete, entra e vi osserva. Voi andate in tilt, non riuscite più a fare niente, le orecchie avvampano, il viso scotta, la cute suda, le ascelle puzzano, la vista si annebbia, le ginocchia cedono, i gesti diventano goffi, impacciati. Vi cade di mano la penna, inciampate negli oggetti, balbettate, le parole vengono meno. Al massimo, con un filo di voce dite: ”Oh, che caldo”, per giustificare la vampata, v’inventate una scalmana anche se il menarca è ancora vicino, anche se avete sedici anni. No, certo non è il caso di parlare ora, soprattutto se di quella gente non v’importa un cazzo e, se invece v’importa, adesso non conta, vorreste non averla mai conosciuta, vorreste scappare e avere un'amnesia totale.
Qualcuno che non soffre di fobia sociale sa dirmi cosa significa per una donna passare in mezzo ad un gruppo di uomini riuniti davanti ad un bar? Sa cosa vuol dire vedere un’amica, dall’altro lato del marciapiede, e cambiare strada? Sa che il trillo del telefono ti paralizza e ti spinge alla ricerca affannosa di un altro cui far rispondere? Sa, forse, che lo sguardo innocente di una ragazzina, che potrebbe esser tua nipote, ti trafigge al punto che non sai più dove guardare? Sa che le orecchie ronzano, il corpo si bagna, la testa gira, il cervello si svuota, il cuore pompa, la vista si appanna, i movimenti diventano scoordinati?
La nostra guerra quotidiana - tenda bene le orecchie chi parla di lotta e forza di volontà - noi la combattiamo ogni giorno, solo per fare quello che gli altri fanno automaticamente e sovrappensiero. Così sprechiamo le nostre migliori energie.
Ha detto bene Claire: “Come un aracnofobico al museo degli insetti”, così ci sentiamo, e non finisce mai davvero.

In altre circostanze, però, si può provare a parlarne, a rendere più “consueta” la materia, più ovvia, più banale. È difficile, ne sono consapevole, ma si può tentare di essere fermi, dicendo: “Mi dispiace, questa cosa non è nelle mie corde, preferisco non farla, scelgo, se possibile, altre modalità”. Parlare di ansia generalizzata sarà più facile e più comprensibile. Ultimamente si tende a chiamare la fs "ansia sociale", che fa meno sfigato senza rimedio.

Non vergognatevi della vostra paura, non abbiate paura della vostra paura. Pensate a quante fobie non avete: magari non avete timore di prendere l’aereo, o di nuotare, o dei cani, o di entrare in ascensore. E se, invece, aveste qualcuna di queste fobie, ve ne vergognereste? Lo terreste nascosto? No, perché sono comuni. Ecco, non ci sono paure lecite e paure illecite, le emozioni negative sono una gamma enorme e ognuno ha la sua. Conosco una che non riesce ad attraversare le gallerie e, ogni volta che andiamo in qualche posto, ci costringe tutti a lunghe deviazioni per evitare i tunnel. A me la cosa fa ridere ma la rispetto.
Imparate a esigere rispetto, a non farvi liquidare con un risolino imbarazzato o compassionevole. Imparate ad ottenere le cose per vie traverse, ad aggirare gli ostacoli alla luce del sole, spiegando le vostre esigenze, le vostre ragioni, imponendole, se necessario, con educata fermezza. Siate pronti a sfidare il biasimo degli stupidi, delle menti ignoranti, di quelli che “non sanno quello che fanno”, anche perché, diciamocelo, non è neppure colpa loro, se nessuno ne parla mai, come possono capire? Anni fa la dislessia non era riconosciuta, come non era riconosciuta la sindrome da stanchezza cronica. Anche allora si parlava di pigrizia, di svogliatezza, d'incapacità di concentrazione. Ora le persone afflitte da questi problemi sanno di cosa soffrono e come devono comportarsi. Chi è vittima di un incidente e fa un percorso di riabilitazione, si sentirà dire dalla fisioterapista che deve mettere in atto nuove strategie per ottenere ciò che prima aveva senza sforzo, dovrà muoversi in un altro modo, dovrà porre più attenzione e concentrazione nei gesti o nei ragionamenti e nessuno si sognerebbe di prenderlo in giro per questo, perché cammina con l'aiuto di un bastone o porta occhiali spessi. Anche la nostra è una disabilità e mai come nel nostro caso vale il termine diversamente abile. Siamo abili, anzi, abilissimi in certi campi, ma abbiamo bisogno di più calma, più silenzio, più spazio, più rilassamento per fare le cose che gli altri fanno senza nemmeno pensarci.

Respirare è un movimento non del tutto involontario ma lo si fa senza ragionarci sopra. Per noi vivere non è come respirare, non è automatico, per noi ogni gesto è volontario, ponderato e ci costa fatica enorme, ma possiamo farlo seguendo le nostre modalità che non devono per forza essere quelle degli altri. Un sordomuto usa la lingua dei segni per comunicare, un dislessico trova che gli legge la pagina, voi cercate chi possa aiutarvi a raggiungere il vostro scopo, almeno fin dove è possibile, è chiaro che nessuno potrà presentarsi agli esami al posto vostro.
Insomma, rivendicate senza vergogna il diritto alla vostra paura.

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Amleto de Silva, "La nobile arte di misurarsi la palla"

7 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Amleto de Silva, "La nobile arte di misurarsi la palla"

La nobile Arte di misurarsi la palla

Amleto de Silva

round midnight edizioni

Premetto che di solito scrivo recensioni al plurale maiestatis, non perché io sia di stirpe aristocratica ma perché così mi hanno insegnato all’università nei favolosi ottanta. Tuttavia, per commentare “La nobile arte di misurarsi la palla” di Amleto de Silva (non lo chiamerò Amlo, ché non siamo in confidenza) userò la prima persona, dato che l’argomento mi tocca e mi smuove qualcosa dentro. Premetto anche, a titolo d’informazione, che non sono una “professoressa facente funzioni di vicepreside”, che il Pd l’ho votato ma solo occasionalmentee che qualche volta mi succede persino di “recarmi” dal panettiere anziché andarci e basta e che mio marito ha esattamente ciò che si merita, cioè me.

La nobile arte etc. è un romanzo di Amleto de Silva (questo l’ho già detto), collaboratore di Repubblica, autore satirico per Smemoranda e per Enrico Montesano, recensore de ilmiolibro.it. Dopo essersi autoprodotto a sufficienza, si affida alle cure della ‘round midnight edizioni per raccontare la storia di Enea Pellegrini, del suo talento frustrato, delle sue ambizioni come scrittore professionista e del suo incontro con il male assoluto, cioè le scuole di scrittura.

De Silva dichiara di non aver mai frequentato una scuola di scrittura. Nemmeno io. Non l’ho fatto per timore che la poca autostima che possiedo ne fosse irrimediabilmente intaccata e, stando a quanto accade al povero Enea, pare abbia agito bene. Enea lascia la provincia e va a Roma; già al limite del suicidio per problemi personali e familiari, investe tutto quello che ha nell’iscrizione alla Scuola, la più prestigiosa, quella che gli aprirà tutte le porte, che lo farà diventare un Autore Affermato. La Scuola, invece, è un nido di vipere che si mordono e si parassitano l’un l’altra. Gli alunni sono schiavi degli insegnanti, a loro volta scrittori di media fama che si credono Dio in terra, temono la concorrenza come la peste e cercano di abbattere ogni altrui velleità artistica. Alla Scuola si fa di tutto tranne che insegnare. Principalmente si “scoraggiano” gli aspiranti scrittori, convincendoli che le loro ambizioni sono comuni e volgari, che non possiedono capacità né talento, che avere un romanzo nel cassetto è una vergogna, che in Italia si scrive troppo e si legge poco.

Eh ma in Italia tutti hanno un romanzo nel cassetto. A parte che onestamente non ho mai capito cosa ci sia di male nell’avere un romanzo nel cassetto, capirei un’arma carica e senza sicura quando ho tre bambini per casa, ma un romanzo, e nel cassetto, poi.” (pag 34)

In realtà, i primi a non sapere nulla di libri sono loro, gli insegnanti, che passano il tempo a spettegolare, rimorchiare studentesse, fare i giurati di premi letterari e i recensori a pagamento di romanzi che non leggono.

Il fatto era che per fare quel mestiere c’era bisogno di un sacco di tempo per lavorare di fioretto sulle pubbliche relazioni, e leggere era solo una sgradevole perdita di tempo. Certo ognuno di loro sapeva benissimo cosa facevano, avevano fatto o erano in procinto di fare i loro colleghi, ma non si leggevano l’un l’altro. Al massimo si controllavano.” (pag 378)

La Scuola è un luogo indefinito, ricorda “La ditta” de “Il Padrone” di Parise, non a caso a sua volta ispirata dalla casa editrice dove lavorò lo scrittore di Vicenza. Costituisce una specie di sfondo teatrale, vagamente riconducibile ad un habitat fintamente parigino, davanti al quale si muovono personaggi che sono macchiette, caricature, parodie, ma la deformazione surreale non è nemmeno troppa, vista la natura di tale ecosistema fatto di arrivismo, rivalità e cattiveria.

Questo, secondo me, avviene anche nell’universo letterario della rete: guerre intestine fra blogger, invidie e gelosie fra aspiranti scrittori di nessuna fama, accaparramenti di fan da una pagina all’altra a colpi di mi piace, spionaggio virtuale. Sebbene questa sia un’altra storia, de Silva, che ci esorta a usare Facebook e Twitter, a scrivere sui blog, a sfruttare il self publishing, etc, sembra aver, forse inconsapevolmente, assorbito anche parte dell'ambiente.

Egli (come non gli piacerà questo pronome desueto) egli non è tenero con gli scrittori, con i librai e con gli editori, ma la categoria che più aborrisce - non a torto - è quella degli editor, i famigerati che ti costringono a riscrivere tutto ciò che hai già scritto, a modificarlo, a massificarlo. Chi vi parla ne ha fatto le spese, costretta a rovinare un proprio romanzo, infarcendolo a pagamento di errori grammaticali, pena l’esclusione dalla possibilità di essere presentata a un editore. Tale editore risultò poi essere un banalissimo stampatore che tentò senza riuscirci di spillarle diecimila euro. Dopodiché la malcapitata dovette, prima di auto pubblicare il testo, cioè di rientrare a pieno titolo nella categoria degli “sfigati falliti”, passare ore a rimettere tutto com’era prima. Ma torniamo ad Enea. Enea finisce sotto le grinfie di Enzo Di Donna, personaggio di fantasia ma condensato di varie personalità ruotanti intorno al mondo editoriale. Enzo è stupido, profittatore, meschino, infido, pieno di sé e incapace di “misurarsi la palla”, cioè di essere consapevole dei propri limiti. Enzo ruba le idee di Enea, gli distrugge il romanzo che faticosamente e onestamente ha scritto e se ne appropria per i suoi fini. Insomma, grazie al rapporto fra Enzo ed Enea - forse non è un caso se entrambi hanno la medesima iniziale nel nome, essendo l’uno l’alter ego sporco dell’altro - de Silva lancia il suo grido liberatorio: ognuno deve scrivere quello che vuole e come vuole, non c’è una linea da seguire, non ci sono istruzioni, l’arte non s’imbriglia e non s’insegna, l’ultimo giudizio spetta ai lettori e non agli editor. Soprattutto non ci sono regole: se Salgari avesse “scritto solo di ciò che conosceva”, dico io, avrebbe ambientato i suoi romanzi in Veneto, se Tolkien avesse “preparato la scaletta” non avrebbe mai scoperto a cosa serviva l’Anello. Ultima ma non ultima, la rivalutazione della trama che ormai sembra scomparsa dal panorama letterario. Se hai una storia da raccontare, se ti sei scervellato per inventarla e incastrare tutti gli elementi dell’intreccio, scuotono la testa, ti dicono che non hai saputo agganciare le “tendenze attuali”.

E fin qui tutto bene, fin qui sono d’accordo con de Silva: le avventure esilaranti e amare di Enea mi sembrano una boccata d’aria fresca e di verità in un mondo che, più conosco, più mi nausea. Tuttavia, affiora il dubbio che l’autore s’identifichi non solo con Enea, ma anche con il personaggio negativo. Certe espressioni di disprezzo (come quelle verso le suddette “professoresse” o verso le “mezze calzette da premio letterario” e il continuo dare dell’imbecille a tutti), finiscono per coincidere proprio con l’atteggiamento di Enzo Di Donna. Come se de Silva difendesse gli scrittori e i lettori ma, allo stesso tempo, li denigrasse, come se la sua critica del sistema si trasformasse in autocritica dall’interno.

Una delle cose che più spesso afferma è che bisogna scrivere dialoghi mimetici del linguaggio comune e quotidiano. Perfetto, giusto, ma non sempre e non solo. Esiste anche uno stile più elegante, magari più retro, più “da professoressa”, ovviamente nel contesto giusto, nel romanzo appropriato. Esiste anche una ricerca formale. Il linguaggio scurrile può andar bene, far presa, essere realistico e divertente, ma non è necessariamente l’unico immaginabile, altrimenti tutta la narrativa, specialmente quella del “maschio standard”, come lo chiamo io, si trasformerebbe in una sfilza di parolacce fra disperati che raccontano le loro sventure sessuali al bar. Categoria, questa dello scrittore maschio standard, se mi permettete, altrettanto antipatica di quella cui appartengono le povere “professoresse facenti funzione” etc. Ma, nonostante l’insistenza sulle parole volgari, nonostante la tendenza a divagare e dilungarsi, nonostante non tema le ripetizioni, in barba, appunto, alle Regole Sacre della Scuola, lo stile di de Silva non è banale né sciatto ed è senz’altro molto divertente. Spassosa la parodia dei luoghi comuni del mondo editoriale, dal “necessita di un robusto lavoro di editing”, alla “lucida intellettuale post femminista”, “al doloroso percorso interiore”, e ci aggiungo pure il terribile “romanzo di formazione”.

Ma l’opera non è solo una ricostruzione d’ambiente in tono satirico, man mano che procede diventa sempre più romanzo tradizionale, con dialoghi perfetti, al limite della sceneggiatura, e una trama avvincente, che produce suspense ed empatia verso il protagonista.

“Mentre lui la metteva sul misuriamoci i conti in banca, per esempio, io mi sentivo fallito perché non avevo nessuno che mi volesse bene veramente. Mentre a me interessava aderire a quello che sentivo, che sapevo di essere, e mi sentivo più fallito che mai mentre violentavo il mio povero romanzo, a lui interessava vincere, cioè non far sapere alla gente che era quello che era: un ladro, un adultero, un pettegolo, un ignorante, un intrallazziere.” (pag 403)

Una trama che, alla fine, tocca le sfumature del giallo, con tutti i pezzi che vanno a incastrarsi, con la molla che fa click e mostra ciò che è avvenuto nelle pagine precedenti sotto una luce completamente nuova, costringendoti a un ripensamento attivo, a una “sospensione della distrazione”. Un po’ come accade nei libri della Rowling, e pazienza se de Silva s’infurierà per l’accostamento.

Il libro è più complesso di ciò che sembra, poiché, nella sua costruzione, usa proprio i meccanismi che mette alla berlina, in primis l’Amore, alla base di quasi tutto ciò che viene scritto e pubblicato, poi il famoso e vituperato "Arco", vedi evoluzione del personaggio. Il finale stesso può essere letto a due livelli. Il primo è una presa di coscienza da parte di Enea, un rimanere integro e pulito, un mantenere intatto il senso del proprio valore nonostante tutto. Il secondo è una parodia del genere, e in questa chiave smette di apparire forzato e sdolcinato.

Comunque, sullo scrittore-maschio- scurrile-standard, de Silva ha una marcia in più: la marcia si chiama sarcasmo, irrisione, satira. Anche se il povero Enea non diverrà, probabilmente, l’antieroe capace d’incarnare lo spirito della nostra epoca, è facile che Zeno Cosini si fumerebbe volentieri un’ultima a sigaretta con lui.

Mi piace concludere con una frase tratta dal blog di de Silva, amlo.it:

Perché grazie ai miei lettori ho capito una cosa, che sembra facile ma non lo è. Alla fine non conta se vai nei salotti letterari o ai premi, ma quello che fanno libro e lettore sul divano, con calma a casa loro. O sul tram mentre si va al lavoro. Cioè, il libro. Se ti piace o non ti piace. Se è scritto bene o di merda. Se c’è una storia e se c’è, se ti interessa sapere come va a finire. Il resto sono chiacchiere.”

Il problema però, aggiungo io, è arrivarci a questi lettori.

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Il posto dei vergognosi e il talento

5 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il posto dei vergognosi e il talento

Claire mi dice sempre: “Ma, secondo te, quello è fobico? Possibile che abbia così tante ragazze? Possibile che esca tutte le sere? Naaa.”
La fobia sociale è una sola, ma ognuno è fobico a modo suo, ognuno è se stesso, secondo il suo vissuto, l’ambiente, le abitudini e in una stessa famiglia un figlio nasce fobico e l’altro no. Sappiamo che è un problema di corteccia frontale.

"Analizzando gli elettroencefalogramma (EEG) dei bambini che presentavano IC era emerso in essi una maggiore attivazione della Corteccia Frontale Destra. La Corteccia Frontale è una parte del cervello che gioca un ruolo importante nella regolazione e nell’espressione della paura e delle altre emozioni: in particolare la parte destra della corteccia dimostra una maggiore attività durante le emozioni negative provate dal soggetto (rabbia, paura), mentre quella sinistra risulta essere più attiva durante l’elaborazione di emozioni positive (interesse, gioia). Per comprendere il motivo per cui questo dato risultava interessante dobbiamo precisare che la attività della Corteccia Frontale è strettamente collegata al ruolo dell’amigdala: questa parte del cervello, che deve il suo nome alla parola greca “mandorla” data la sua forma, controlla le emozioni come la paura, monitorando gli stimoli percepiti nel mondo esterno, rilevando eventuali pericoli e attivando, in caso di necessità, le risposte comportamentali e i cambiamenti fisiologici dell’organismo adatti per rispondervi. L’amigdala filtra gli stimoli provenienti dall’esterno, attivando l’organismo esclusivamente per stimoli ritenuti pericolosi. Ciò che permette il corretto funzionamento di questo “filtro” è un neuromodulatore, cioè una sostanza che regola le trasmissioni tra i neuroni, chiamato GABA: se questo non è presente in quantità sufficienti o non funziona come dovrebbe, alcuni stimoli risulteranno al soggetto pericolosi pur non essendolo. L’amigdala è inoltre influenzata dalla concentrazione di serotonina, un’altra sostanza legata al funzionamento dei neuroni, e a sua volta condiziona la presenza nel flusso ematico di cortisolo, un ormone rilasciato dalla ghiandola surrenale. Basse concentrazioni di serotonina nell’amigdala diminuiscono la presenza di GABA, aumentando la possibilità di manifestazioni ansiose; di conseguenza l’attivazione dell’amigdala induce la produzione di cortisolo, che ha lo scopo di mobilitare le risorse dell’organismo nel breve periodo di necessità per rispondere allo stress. Le persone che già nell’infanzia presentano IC sono caratterizzate di fatto da un maggiore livello di cortisolo salivare al mattino, da un ritmo cardiaco elevato, e crescendo, anche da una maggiore dilatazione pupillare nei momenti di esame o di prova, rispetto ai loro coetanei che non si dimostrano timidi o ritirati. E’ possibile ipotizzare dunque che coloro che svilupperanno ansia sociale abbiano vere e proprie differenze neurobiologiche rispetto a chi non è predisposto a sviluppare questa patologia. Possono presentare ad esempio problemi nei meccanismi di selezione degli stimoli ritenuti pericolosi, avendo una soglia molto bassa (difficoltà nella fase di input), o avere un’attività disfunzionale dell’amigdala (problemi nei processi legati alla paura) o attivare risposte comportamentali non proporzionali allo stimolo (ad esempio un aumento esagerato del rilascio del cortisolo, un forte aumento del battito cardiaco davanti a stimoli nuovi, una salivazione esagerata).

Questo brano è tratto da un interessante articolo sull'argomento che trovate qui

Perché non ci facciamo lobotomizzare dunque?

Le cose che fanno paura non sono le stesse per tutti. Alcuni temono il contatto con l’altro sesso, altri i colloqui di lavoro, gli esami dell’università, le occasioni sociali, mostrare le proprie doti artistiche o sportive, fare qualcosa in pubblico. C’è chi sta in ansia e avvampa alla cassa del supermercato, chi non può mangiare al ristorante. (Io ci mangio, ma preferisco quello che Manzoni chiamava “il posto dei vergognosi”, cioè di spalle), chi detesta il telefono (!!!!!)
Ricordate la famigerata ora di ginnastica alle scuole medie, quando nessuno ti aveva firmato l’esonero, e dovevi saltare il cavallo terrorizzata, sicura che ti saresti sfracellata al suolo sotto gli occhi delle compagne sghignazzanti?
Scherzi a parte, c’è chi prende di petto la sua disgrazia e chi si ritrae, chi ama mettersi in mostra e chi si nasconde, chi è ambizioso e chi vorrebbe solo vivere in pace. Io vi dico seguite la vostra natura, v’indicherà la strada, se qualcosa è fondamentale per voi, troverete il modo di farla, di petto se ne siete capaci, o aggirando l’ostacolo, delegando. Se avete sete, convincetevi, l’importante è bere, anche se, è chiaro, versarvi da soli l’acqua darebbe più soddisfazione. Mirate allo scopo e gettatevi alle spalle i sensi di colpa per non averlo raggiunto nel modo classico, come fanno gli altri. Voi avete i vostri metodi, i vostri tempi, voi siete voi.
Buttarsi e fare tutto quello che ci spaventa – come Violetta nel club dei timidi – può essere un buon allenamento, ma non deve diventare l’obbligo che trasforma in incubo ogni vostra giornata. Già è tanto faticoso vivere, già ogni gesto per gli altri naturale diventa per noi un fardello, una barriera, non sprechiamo tutta l’energia per fare ciò che non sappiamo fare, utilizziamola per sviluppare i nostri talenti, per enuclearli, per coltivarli, convogliamola su attività piacevoli, che possano farci progredire nella vita senza mortificarci, spossarci, sfinirci.
C’è, però, credo, una cosa che ci accomuna tutti: la paura di dar fastidio. Non è mai il momento per telefonare e si rimanda, mentre gli altri, chissà perché, ci chiamano sempre mentre nel giallo stanno per dirti chi è l’assassino, se c’è in tv l’ultima puntata della soap che segui da dieci anni, o quando metti in bocca la prima forchettata delle lasagne di mamma. Non è mai il momento di chiedere un favore o una raccomandazione, non è il caso di spedire il vostro manoscritto a quell’editor che vi hanno segnalato.
Se vi portano la pizza ai peperoni invece che la capricciosa che avevate ordinato, voi ve la mangiate zitti, anche quando siete allergici ai peperoni - perché quello in cucina, poverino, è un ragazzo che lavora, perché capite che magari è stressato pure lui come voi, mentre gli altri commensali - i vostri amici spavaldi, sfrontati - pretendono risarcimenti, scuse e un’altra pizza a tempo di record. Allora vi chiedo: qual è la persona migliore? L’arrogante che dice: “Pago dunque esigo”, oppure voi che sapete comprendere, mettervi nei panni dell’altro, entrare in empatia col cameriere il quale si è confuso, è andato nel pallone e non l’ha fatto apposta a sbagliare? Siete lo stupido che subisce e non sa farsi avanti o non, piuttosto, la persona comprensiva, intelligente, gentile, compassionevole? Imparate a guardare sempre anche l’altro lato della medaglia, il risvolto positivo di tutto ciò che siete e che fate, di ogni vostro comportamento. Non per mettere la testa sotto la sabbia e immaginarvi diversi, ma per esaminare le cose da ogni prospettiva possibile e rivalutare ciò che è da rivalutare. Chiedetevi: se non fossi io, come giudicherei questa azione?
Lo so, ci sono certi giorni che… che ti sembra tutto inutile, quello che fai nella vita pratica, il lavoro, quello che scrivi, che studi. I romanzi, i racconti, i saggi, le recensioni. Ore di studi matti, disperatissimi e inutilissimi. Perché tanto, di là, ci sono sempre i mulini a vento, i muri di gomma silenziosa, quelli che ridono di te, del tuo lavoro certosino e gratuito, quelli che dicono che sei buonista, che devi lasciare il campo ai professionisti, quelli ai quali “fai tenerezza”. Ci vuole costanza a tenere un blog senza che nessuno lo commenti mai, lasciando cadere le parole nel vuoto, come messaggi nella bottiglia. Costanza e ostinazione da mulo cretino, insensibile al dolore. Casomai ti sentisse un editore. Casomai ti seguisse un editor, un giornalista, un cazzo di qualcuno che conta. Invece ti sentono solo quelli che ridono del tuo impegno. Quelli che cercano sempre di convincere gli altri che non valgono per innalzare se stessi. Quelli del critico ergo sum. Quelli che, se ti arrabbi, ci godono e, se ti lamenti, sei una piagnona. O magari gli amici i quali, giustamente, ti dicono: “Lo fai perché ti piace, altrimenti nessuno potrebbe costringerti, lo fai perché lo sai fare.” E con questo ti pagano.
Ed è vero, lo fai perché senti che quella è la parte più vera di te stessa, quello che eri chiamata a fare ma non hai fatto per via della solita, maledetta, fobia sociale. Lo fai perché, mentre leggi, mentre studi, mentre scrivi, mentre ti documenti, stai bene e non ti manca nulla, sei nel tuo. Lo fai perché quelle sono le cose che fanno di te ciò che sei.
Specialmente se siete giovani, so che vi sentite in una palude di fango: la vita scorre e voi non riuscite a saltarci dentro. Gli amici si fidanzano, si sposano, fanno figli, trovano lavoro, avanzano nella carriera, cambiano città e voi sempre lì, al palo, ad aspettare che la soluzione arrivi dal cielo. Se vi va di piangere, fatelo, ma poi respirate e cominciate a guardarvi dentro, chiedetevi quali sono le cose che vi rappresentano, senza le quali la vita non sarebbe più la vostra ma quella di un altro, e muovetevi in quel senso. Seguite l’istinto, il talento, andate nella direzione di ciò che vi attrae, senza strappi, senza violenze, concentrandovi su ciò che state facendo, un passo dopo l’altro, come se esistesse solo quello. Non pensate a niente, non pensate al resto, a tutto quello che non saprete e non riuscirete mai a fare, pensate solo “adesso devo scrivere questa pagina, ora devo fare questa telefonata per me fondamentale, solo questa e nient’altro, ora devo mandare questa mail, poi si vedrà, accada quel che accada, ci penserò.” Da cosa nasce cosa, sempre. E, come diceva Rossella, domani è un altro giorno.

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