Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #luomodelsorriso tag

Stabat Mater

25 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #musica, #luomodelsorriso

 

 

 

 

Lo Stabat mater, letteralmente “stava la madre”, è una preghiera in latino del XIII secolo, attribuita a Jacopone da Todi. Il ritmo è già quello del latino medievale e ne sono state fatte alcune versioni liturgiche e anche una in italiano dell’ottocento.

 

Addolorata, in pianto

la Madre sta presso la Croce

da cui pende il Figlio.

 

Immersa in angoscia mortale

geme nell’intimo del cuore

trafitto da spada.

 

Quanto grande è il dolore

della benedetta fra le donne,

Madre dell'Unigenito!

 

Piange la Madre pietosa

contemplando le piaghe

del divino suo Figlio.

 

Chi può trattenersi dal pianto

davanti alla Madre di Cristo

in tanto tormento?

 

Chi può non provare dolore

davanti alla Madre

che porta la morte del Figlio?

 

Per i peccati del popolo suo

ella vede Gesù nei tormenti

del duro supplizio.

 

Per noi ella vede morire

il dolce suo Figlio,

solo, nell'ultima ora.

 

O Madre, sorgente di amore,

fa' ch'io viva il tuo martirio,

fa' ch’io pianga le tue lacrime.

 

Fa' che arda il mio cuore

nell’amare il Cristo-Dio,

per essergli gradito.

 

Ti prego, Madre santa:

siano impresse nel mio cuore

le piaghe del tuo Figlio.

 

Uniscimi al tuo dolore

per il Figlio tuo divino

che per me ha voluto patire.

 

Con te lascia ch'io pianga

il Cristo crocifisso

finché avrò vita.

 

Restarti sempre vicino

piangendo sotto la croce:

questo desidero.

 

O Vergine santa tra le vergini,

non respingere la mia preghiera,

e accogli il mio pianto di figlio.

 

Fammi portare la morte di Cristo,

partecipare ai suoi patimenti,

adorare le sue piaghe sante.

 

Ferisci il mio cuore con le sue ferite,

stringimi alla sua croce,

inèbriami del suo sangue.

 

Nel suo ritorno glorioso

rimani, o Madre, al mio fianco,

salvami dall’eterno abbandono.

 

O Cristo, nell'ora del mio passaggio

fa' che, per mano a tua Madre,

io giunga alla mèta gloriosa.

 

Quando la morte dissolve il mio corpo

aprimi, Signore, le porte del cielo,

accoglimi nel tuo regno di gloria.

 

Amen.

 

Lo Stabat Mater è anche una melodia gregoriana. Fu abrogata dal Concilio di Trento e poi reintrodotta nella liturgia nel 1727 da papa Benedetto XIII.

Ha ispirato oltre quattrocento compositori. Le versioni più famose sono quelle di Scarlatti, Vivaldi, Verdi, Rossini, Haydn, Salieri, Boccherini ma, soprattutto, di Pergolesi.

 

Colgo l'occasione per ricordavi il mio personale Stabat, nel capitolo 18 de L'uomo del sorriso.

 

 

The Stabat mater, literally "stood the mother", is a Latin prayer of the thirteenth century, attributed to Jacopone da Todi. The rhythm is already that of medieval Latin and some liturgical versions have been made and also one in Italian of the nineteenth century.

Stabat Mater is also a Gregorian melody. It was repealed by the Council of Trent and then reintroduced into the liturgy in 1727 by Pope Benedict XIII.

It has inspired over four hundred composers. The most famous versions are those of Scarlatti, Vivaldi, Verdi, Rossini, Haydn, Salieri, Boccherini but, above all, of Pergolesi.

I take this opportunity to remind you of my personal Stabat, in chapter 18 of The Man of the Smile.

 

 

«Jeshu… Jeshu…»

Chiamava suo figlio appeso sulla croce, Maria di Nazareth, col dolce nome dell’infanzia. «Jeshu…» Poterlo strappare da lassù, stringerlo ancora fra le braccia come quando era bambino, riscaldarlo, asciugargli le lacrime di sangue che gli rigavano il volto. La sua mente di madre vacillava, aveva un macigno da sollevare a ogni respiro doloroso quanto i respiri del figlio. Temeva di vederlo morire e, insieme, lo desiderava come non aveva mai desiderato altro in tutta la sua vita.

Si era levato vento, la pelle di suo figlio, tormentato dalla febbre, s’increspava di brividi. Yeshua’ fece uno sforzo per sollevarsi, per respirare, ma il movimento gli strappò un lamento.

“Muori, figlio mio, ti prego, non lottare”.

I singhiozzi l’avevano squassata fino a sfinirla, ora non aveva più lacrime, solo un orrore fondo e nero che la invadeva da capo a piedi. Ogni pezzo di lei era lassù, insieme al figlio sulla croce; soffriva con lui, agonizzava con lui.

Yeshua’ emise un gemito, la testa gli ciondolò sul petto, perse conoscenza e questo fu un conforto per la madre. Mentre pregava Dio che facesse morire in fretta il suo ragazzo, si abbandonò ai ricordi, consapevole che, da quel momento in poi, sarebbero stati l’unica cosa che avrebbe avuto di lui.  

Il vento del deserto era lo stesso quando Yeshua’ era nato, come se un cerchio si stesse chiudendo. Ricordava le pareti pietrose della grotta, il pavimento macchiato di sangue, Yosef che, con le ginocchia, premeva sul suo ventre per aiutarla a spingere. Ricordava l’odore di stalla, il fiato caldo del bue, la mangiatoia nella quale aveva adagiato il bambino, maledicendo l’ostessa che non li aveva accolti. Ricordava il calore delle braccia di Yosef, ansimante e sudato, che stringevano lei e il piccolo appena nato. «Ora siamo una famiglia, Maria» le aveva detto. «Sei stata brava».

Più di ogni altra cosa, ricordava il primo istante in cui aveva stretto a sé il bambino. Il corpicino si era adattato subito all’incavo delle sue braccia, Yeshua’ si era acciambellato contro di lei come fosse ancora nel suo grembo, le piccole labbra avevano cercato il capezzolo. Lei aveva tastato con le mani ogni parte del piccolo corpo, aveva posato la guancia sul ventre per sentirne il calore, aveva annusato l’odore per imprimerselo dentro, riconoscendolo poi per sempre, sentendo che quella era la perfezione, che lei era venuta al mondo per dare la vita a lui. Dopo, niente era più stato come in quell’istante. Solo distacco, lontananza, freddezza.

Oggi, ai piedi della croce, l’amore che provava per suo figlio era così grande che non bastava un cuore solo a contenerlo. E il suo cuore di madre ora stava esplodendo, pompava sangue all’unisono col cuore del figlio, accompagnandolo, respiro dopo respiro, fino all’ultimo soffio di vita. (Da L'uomo del sorriso di Patrizia Poli pagina 222)

Mostra altro

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

18 Settembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del sorriso

Di Patrizia Poli

Marchetti editore.

L’UOMO DEL SORRISO, un libro che testimonia l’impegno letterario di Patrizia Poli, impegno vissuto come ricerca, studio e riflessione su una materia di non facile approccio, nonché il rigore stilistico, la sobrietà, l’interiore soffusa lacerazione nel timore di raccontare male o dire troppo su un personaggio di cui la tradizione ci ha regalato numerose testimonianze, alcune condivisibili e di fonte sicura, altre dubbie e difficili da accettare; in realtà un tentativo forse inconsapevole di narrare a se stessa una verità essenziale circa lo speciale protagonista, attraverso le sfaccettature di tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua figura fino all’epilogo doloroso della morte.

La personalità di Maria di Magdala appare fin dalle prime pagine complessa e assetata di conoscenza, così come a tratti disperata e solitaria, fino al punto di abituarsi a parlare da sola da quando sua madre muore. Non è contenta della sua esistenza e, nel degradarsi, si disprezza e non comprende il senso della vita e di tutte le cose, tuttavia, pur non avendone nessuna, cerca una via d’uscita. Forse per questo è tanto attirata dalla comunità degli Esseni, sicura che possiedano la conoscenza, mentre il tormento della ricerca di senso la angustia fino a crearle un vuoto interiore difficile da identificare. Apprende, spiando gli incontri del gruppo di adepti, la necessità di una vita pura e rigorosa e l'obbedienza alle leggi; si insinua in lei il pensiero che Dio sia un’unica identità e tutto ciò che esiste nell'universo trovi compimento in uno solo.

Il colloquio con Giovanni il Battista mette in crisi certezze che in entrambi non sono più tali soprattutto per la presenza dell’Emmanuele, figlio di Maria di Nazareth, nato ai tempi della stella, vicino a Dio come nessuno. Proprio per questo Giovanni si è ritirato in crisi profonda nel deserto, ormai ostile a tutti e sempre più conquistato dalle parole di lui. Ritornato nella comunità, si dà a battezzare, preannunciando l’arrivo del Messia e la venuta del Regno di Dio. Maria di Magdala, privata del sostegno dell’amato Giovanni, sente sempre più che non può fare a meno di seguire, insieme a tutti gli altri, il figlio del falegname che tutti chiamano Yeshua ed è cugino di Giovanni. Ne rimane folgorata, pur non comprendendo il motivo della sua grandezza e della grande capacità di catalizzare le folle. Ne riceve in cambio un sorriso che è dolce e ironico insieme, ma il ragionamento la porta a negare qualunque particolare dignità a Yeshua.

Proprio come è avvenuto a Giovanni nel deserto, quando, nell’asserire l'esistenza di Dio, si è chiesto come abbia dato vita a tutte le cose e se ami proprio tutto quello che ha creato, e poi ancora le stesse domande che ogni uomo mortale si fa, domande che si materializzano giusto il tempo prima di morire per soddisfare il capriccio di Salomè, ma in tempo per esortare a seguire il Messia: chi sia poi il Messia tanto misterioso non capisce, capisce invece l'immensa forza generatrice che chiama vita.

Maria si deve confrontare ora con la morte, quella che diventa realtà concreta nella minaccia operata nei confronti di Giovanni il Battista. La disperazione l’assale e l’inquietudine la tormenta, come avviene peraltro in Maria Madre di Yeshua, e come in Yeshua stesso, nell’una perché le pesa il distacco di un figlio sempre lontano a predicare e perché presagisce il dolore imminente e il pesante destino dell’uomo, nell'altro perché ogni cosa, ogni gesto e ogni parola che esce dalle sue labbra è espressione, in lui umano e prescelto, fragile e carismatico insieme, della volontà di Dio, che ha posto la sua mano sul suo capo. Anch’egli è rimasto a tratti incuriosito da Maria di Magdala, sin dalle prime apparizioni, e in lei ravvisa il piacere e la profonda umanità del peccato, quale inclinazione naturale della imperfezione umana tranne che per lui, e lo sa bene, essendo stato prescelto, che dovrà vincere il dissidio interiore e abbandonare tutto quello che ama e tutto quello che arricchisce la vita di un essere umano per conformarsi a una Volontà superiore.

Tale consapevolezza finisce col trascinare nella solitudine lui e i compagni che lo seguono, soprattutto Kefa, anch’egli prescelto tra i discepoli, dal cuore gonfio d'inquietudine, spinto dalla ricerca di senso della vita. Egli si acquieta solo all'ascolto della parola del Maestro che parla di pace, amore, fratellanza, perdono. Una conquista ancora lontana se basta intravedere tra la folla Maria di Magdala per insultarla nel tentativo di cacciarla via. La pronta reazione e lo sguardo infuocato di Yeshua salvano la donna dalle offese e dal tentativo di lapidazione e, con un leggero sorriso sulle labbra, questi la protegge e insegna che tutto ciò che proviene dal cuore è gradito a Dio e che nessuno ha il diritto di giudicare un altro per le colpe o per i peccati commessi.

Non avviene però che gli insegnamenti del maestro trovino facilmente eco nel cuore di Maria di Magdala, che ha ormai iniziato a seguirlo per ascoltarne le parole, che risultano tuttavia quanto mai ostili all’animo rabbioso. Eppure la voce dell’Uomo la rasserena, è come un balsamo per l'animo esacerbato, al punto che la donna ha il coraggio di intrufolarsi tra gli interrogativi che minano la serenità anche del Maestro e osa chiedergli se esiste Dio. Non ha, invero, una risposta certa, definitiva, ma si convince che tutto ciò che è vita, energia e amore proviene da Dio e consiste in Lui. E inoltre “Dio è ovunque, è nell’infinito”. Ma anche dentro ogni essere umano, benché peccatore, perché non vi è nessun limite al recupero della dignità, purché si diventi docili alla voce dell’amore.

Maria non capisce come possa lei, così peccatrice, essere ritenuta degna di affiancare il Maestro nelle sue opere di misericordia, suscitando peraltro la gelosia dei discepoli. Se ne sente attratta e, allo stesso tempo, lo considera troppo distante da sé, dalla sua umanità perduta, eppure lo accompagna dovunque ci sia bisogno di opere di misericordia. Poco a poco uno stuolo di seguaci prende a seguire Yeshua, e tra essi Maria, e chiunque lo segue se ne innamora, purtroppo non comprendendo in pieno il messaggio, spesso stridente rispetto alla vita quotidiana. Ognuno conserva il suo carattere, chi scontroso e dubbioso, chi duro, chi ossequioso, chi dubbioso, chi infine con animo inquieto, fino a non essere capace di guardarlo serenamente negli occhi, ma sempre tutti con piena ammirazione e turbamento insieme.

Turbamento che coglie lo stesso Yeshua, che a volte sente cedere la sua umanità sotto il peso di una volontà altra dalla sua. Presagisce anche il suo destino di morte, in un contesto di confusione civile e politica, e ogni giorno sperimenta la difficoltà dell'incontro con l'altro, con chi non accetta i suoi insegnamenti ma continua a parlare e ad aiutare la gente semplice, bisognosa di aiuto, i deboli, gli storpi, i bambini. Capisce che questo è il suo compito, i suoi discepoli non lo comprendono fino in fondo ma, per diffondere questo messaggio hanno lasciato casa e famiglia e spesso si sono ritrovati in una dimensione di forte solitudine, di sofferenza e di dubbio. Tentano di rincuorarli le parole del Maestro a volte oscure, a volte enigmatiche, a volte piene di speranza, quando parla di amore di Dio, di fratellanza, di uguaglianza ma soprattutto d amore.

” Ama il tuo prossimo come ami te stesso” è una verità capace di distruggere il vissuto di ognuno: amore fatto anche di grande rinuncia e grandi sofferenze come quello di Maria di Nazareth che si vede ogni giorno portar via l’amato figlio.

“Questo il destino dei profeti”. Nelle sue parole un misto di terrore e speranza ma soprattutto di dolore e di solitudine che lo affliggeranno l'ultima ora, come ogni essere umano ma non prima di istruire su tutti i doni che sono stati disseminati nella vita e per la vita da Dio Creatore.

“Il male va accettato e la morte è un atto di generosità”, nonostante, ogni volta che incontra la morte in un essere umano, chiede a Dio Padre il perché.

Più pressante la solitudine e il senso di impotenza, più pressante si fa il compimento doloroso della sua vita mentre sperimenta l’abbandono anche da parte di chi gli vuole bene.

Ma “Padre nostro che sei nei Cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatto il volere tuo” e per questo volere con il cuore triste fino alla morte affronta tutti i pericoli e le cattiverie degli uomini e del potere ma ogni volta “sia fatta la tua volontà Padre mio”, desiderando, come qualunque mortale, la vita ed anche la compagnia di una donna e sa che Maria di Magdala non lo abbandonerà mentre qualcun altro arriverà perfino a rinnegarne la conoscenza.

Nessuno ha il coraggio di salvarlo, neppure Pilato. Intanto l'amarezza di non capire, di non riuscire ad accettare ciò che sta per succedere sempre più lo attanaglia, ma sempre “Sia fatta la tua volontà, non la mia”.

Le sequenze delle torture, dei patimenti e della crocifissione si susseguono come una serie di quadri caravaggeschi per la crudezza delle descrizioni e il grande pathos che riescono ad esprimere.

Le ultime scene del romanzo vedono ancora una volta protagonista Maria di Magdala, sostegno per la madre del Nazareno al momento della morte, e pietosa e addolorata testimone del rito di sacrificio. Colpisce l'espediente del seppellimento; ancora una volta si evidenzia lo spessore umano della protagonista e il riscatto della sua dignità. E il non far cenno ad alcuno della sua pietà permette che si diffonda la convinzione che il Messia sia risorto, ma non per lei, che continua a desiderarne la presenza fisica, un abbraccio affettuoso, un sorriso consolatorio.

Nell'animo ridotto ad un deserto sterile, sopraffatta dal sonno, lo rivede splendido come non lo ha mai visto, sente la sua voce chiamarla premurosamente, sente la morsa dell'abbraccio e il solito sorriso capace di contenere il mondo e rassicurarla della sua presenza. Occorrerebbe tracciare il profilo di altri personaggi come Giuda o gli apostoli, Pilato o la folla, ma vale molto di più farne una lettura personale perché infinite sono le suggestioni, infiniti i dubbi, infinita la ricerca della verità.

In conclusione posso affermare che in tutta la narrazione circola un grande afflato d’amore che finisce col prevalere sul male e sul dolore, in una prospettiva forse sovrumana, che è anche espressione della volontà dell'Autrice di rendere più vicino alla sensibilità umana una figura enigmatica come quella di Jeshu.

Mostra altro

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

2 Settembre 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #recensioni, #ida verrei, #poli patrizia, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del Sorriso

di Patrizia Poli

Marchetti Editore

pp.277

Euro: 13,00

Quid est veritas?

“Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo”

Inizia così, con questa visione della Maddalena, la storia di un uomo il cui nome ha dato origine ad una Religione che, diffusasi nel mondo, è diventata, al di là delle intenzioni stesse di colui che l’ha fondata, progetto di rinnovamento spirituale, di riscatto, di redenzione.

L’incipit introduce subito ad uno dei temi fondamentali del libro: la solitudine. Solo è infatti l’uomo Gesù, pur tra i seguaci e quanti da subito lo venerarono; sola è Maria di Migdal, la prostituta, la cestaia, la reietta, senza Fede e senza speranze, acuta e sensibile, dura e amorevole, fuori del suo tempo e del suo mondo, che vive con rabbia e passione un amore impossibile, alla ricerca di una Verità che crede solo Lui possa rivelarle; solo è il Battista, che abbandona gli Esseni, il movimento a cui fu vicino anche Gesù, per denunciare la dissolutezza, la corruzione dei costumi e annunciare la venuta del Messia; sola è Maria di Nazareth, la madre, a cui mancava il figlio “di cui avvertiva l’assenza come ci fosse un buco nel terreno, un vuoto nell’aria, come se nel paesaggio non ci fosse più una roccia, una montagna, un fiume…” e solo è Ponzio Pilato, “questo nazareno capitava all’apice di una crisi covata per anni… Quid est veritas?”. Come solo è Barabba, “ …‘Sua’ madre, invece, lo aveva abbandonato come un cane, ‘sua’ madre non sarebbe stata lì a vederlo morire, era questa la differenza”

Storia nota quella di Gesù, anche tra i non credenti.

Sulla figura del nazareno molte sono state nei secoli le leggende, poche le verità storiche. L’autrice non tenta una ricostruzione della figura messianica, non vuole aggiungere una sua interpretazione alle molte già esistenti; studia i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, ma non come fonti detentrici di Verità: si documenta, seleziona fatti, dialoghi ed eventi operando, come lei stessa afferma, una scelta funzionale alla finzione narrativa. Perché nelle intenzioni e nell’attuazione, non di romanzo storico si tratta, non di tentativo di approfondire un’identità religioso-culturale, ma, come ancora lei stessa ci spiega, del racconto di una grande struggente storia d’amore.

Ed è l’Amore il vero protagonista del romanzo. Quello per un Dio annunciato ma mai davvero conosciuto, per l’umanità più derelitta ed emarginata, quello materno, dolente e disperato, quello coniugale, tenace e rassegnato, quello dolce, tenero e infelice di un diverso che tace pieno di pudore, e quello umanissimo, fatto di palpitazioni, sguardi furtivi, contatti rubati, pulsioni del cuore e dei sensi.

E così la storia di Gesù viene reinventata, ricostruito lo straordinario stile di vita che provocò, da un lato, entusiasmo e seguaci, dall’altro, diffidenza e ostilità, con analisi che rivelano le più umane delle emozioni: gelosia, invidia, angoscia, trasporto amoroso.

Gli eventi più incisivi si susseguono secondo la tradizione, anche se con un’interpretazione singolare, sempre riferita a spiegazioni naturalistiche suggestive, e i personaggi appaiono in una luce nuova, diversa, eppure intrisa di spiritualità.

Struggenti, drammatiche e angosciose le pagine che narrano la crocifissione e la morte di Gesù; immagini forti, molto visive, capaci di provocare turbamento e commozione. E strabiliante il finale: l’autrice, con un colpo di teatro, trasforma il più grande mistero della Cristianità, in un ultimo, estremo, gesto d’amore che avrebbe, poi, segnato il destino della nostra cultura, presente e passata, influenzata appunto dal Cristianesimo e su di esso modellata.

Un bel libro, non blasfemo, tutt’altro, una scrittura superba che riesce a coinvolgere dall’inizio alla fine, la storia di un uomo nel cui sorriso c’è Dio.

Patrizia Poli, atea, come ci racconta nella nota finale, scrive pagine di grande religiosità, dove, come già sottolineato da qualcuno, il soffio divino è ovunque.

“Poi, finalmente, nel suo cuore fu silenzio. Scomparvero tutte le voci, tutti i suoni che non fossero la parola di Yavhè. Passo dopo passo, incurante del tempo che scorreva, Yeshua’ si calò dentro di sé, nell’immensità senza fondo della sua anima. Cercò, trovò, si stupì scoprendo che il regno di Dio era riposo, dominio di se stesso, quiete infinita. Non c’erano più fratture, divisioni, antinomie. Unicità e molteplicità coincidevano. La parte era il tutto. Dio era nell’infinito. Ma era anche dentro ogni essere umano…”

I. V.

Mostra altro

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

9 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

Patrizia Poli

L’uomo del sorriso

Marchetti Editore, pp. 280, € 13,00

Sono livornese, quindi spero di essere credibile se parlo bene di un giovane e intraprendente editore pisano come Marchetti, che decide di puntare sulla qualità – operazione controcorrente, con questi chiari di luna – e di sopperire alle lacune della grande editoria, dedita a spacciare il nulla usando supporti cartacei o digitali. I piccoli editori servono proprio a questo, quando sono onesti e fanno lavoro di scouting, senza badare solo alla situazione del loro estratto conto. Patrizia Poli aveva nel cassetto questo manoscritto inedito, segnalato al XXVI Premio Calvino, ma non riusciva a pubblicarlo per una serie di motivi, non ultimo la difficoltà di incontrare un editore deciso a puntare sulla qualità letteraria, senza porsi altri problemi.

Vediamo la storia, in estrema sintesi. Maria di Migdal non è soltanto la prostituta che gli uomini cercano e le donne fuggono, o la cestaia che intreccia foglie di palma per il mercato sul mar di Galilea; Maria è anche la donna che di notte, in silenzio, di nascosto, prega la dea Ashera, che la madre le ha insegnato a venerare. La Legge del Dio del Tempio non le piace, ma non le piacciono neanche le regole del Dio degli Esseni, sebbene la comunità nascosta nel deserto la affascini. Quando vede il suo amico Giovanni immergere nelle acque del Giordano il figlio di un falegname di Nazareth, Yeshua’ bar Yosef, stenta a credere che quel giovane genuflesso e rapito sia proprio colui che Giovanni attendeva come il messia. L’uomo del sorriso è la storia del loro incontro, di un sacrificio disumano solitario, di una decisione estrema che darà inizio alla voce di una resurrezione. Patrizia Poli rivisita con occhi da laica la storia di Gesù Cristo e al tempo stesso racconta l’esistenza di tanti altri personaggi: Maria di Nazareth, Giovanni (il discepolo più amato), Kefa, Bar Abba, Ponzio Pilato, Bar Kayafa, Yosef il falegname, Giuda Ish Karioth. Una rivisitazione laica ma struggente della materia evangelica, uno studio sulla verità che uccide, sul perché della vita e della sofferenza, sulle domande che tutti ci poniamo senza ottenere risposta. L’uomo del sorriso è la storia di un amore assoluto, più forte della morte stessa.

Romanzo storico, anche se l’autrice parla di opera di fantasia:

La razionalità mi ha fatto diventare atea – seppure mantenendo un certo anelito verso la trascendenza – ma le mie radici sono cristiane, sono cresciuta con un’educazione praticante e una nonna molto pia, sono andata a messa fino a diciotto anni. Riconosco al Gesù della tradizione cattolica un’aura mitica e favolosa irrinunciabile, e per tale motivo ogni anno faccio il presepe, con la grotta, la stella cometa, il bue e l’asinello, i Magi. Di queste figure piene di fascino mi premeva indagare le enormi potenzialità umane, emotive, ma anche favolose. Così ho scritto un’opera di fantasia, non un vero e proprio romanzo storico”.

Patrizia Poli non ha scritto un romanzo ideologico, non aveva intenzione di negare la divinità di Cristo. Il suo interesse sta tutto nel lato umano della vicenda, da buona narratrice indaga le emozioni dei personaggi, i loro pensieri, le risposte agli eventi che li travolgono. L’uomo del sorriso non è altro che una grande storia d’amore. Leggetelo, non ve ne pentirete!

Gordiano Lupi

Mostra altro