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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Dino Risi e Livorno

16 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Dino Risi e Livorno

Nel 1962 usciva “Il sorpasso” di Dino Risi, road movie a metà fra commedia all’italiana e denuncia sociale.

Il nullafacente Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, scapestrato e smargiasso, trascina in un viaggio ferragostano senza meta, il mite e timido Roberto Mariani, Jean Louis Trintignant.

In viaggio verso nord, dopo essersi fermato a Castiglioncello, Cortona azzarda un sorpasso fatale nella famosa curva di Calafuria. Il buon Roberto Mariani resterà ucciso nell’incidente che ne consegue.

La storia è simbolica di una parte d’Italia gradassa e volgare che, nel pieno del boom economico, tenta di sopraffarne e contaminarne un’altra umile e onesta.

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Livorno e l'antico Egitto

15 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #storia

Livorno e l'antico Egitto

"Tu squarciasti il velo mistico

che nascose al Nilo in riva

del saper la luce viva"

(Angelica Palli)

Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.

La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.

Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.

Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.

Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.

Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.

A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.

Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.

Riferimenti

Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore

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Livorno nella guida Treves

14 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Livorno nella guida Treves

Da pagina 260 a pagina 263 della Guida dedicata all'Italia centrale, pubblicata nel 1902 dai fratelli Treves, si parla di Livorno.

C'è un'introduzione dalla quale veniamo a sapere che gli abitanti sono 96937. Si passa poi a elencare gli alberghi, i ristoranti, i caffè, i tramways, i teatri etc.

In particolare sono citati i Bagni di Mare. I più rinomati, si legge, sono i Pancaldi ai quali "è annesso uno stabilimento idroterapico con sala d'inalazione e polverizzazione dell'acqua."

Ed eccoci alla descrizione della città di cui riportiamo alcuni brevi stralci non collegati fra loro e presi a caso dal testo.

Livorno, si legge, "è, dopo Genova, la piazza più commerciale del Regno d'Italia nel Mediterraneo."

"Da piazza Carlo Alberto si segue la strada principale di Livorno che traversa tutta la città, il lungo corso Vittorio Emanuele, dove sono bellissimi negozi."

"Via del Tempio conduce al bellissimo Tempio Israelitico."

"Il celebre Faro antico è fra il molo vecchio ed il nuovo e fu chiamato uno dei più belli del mondo. Venne eretto nel 1303 dai Pisani. È interessantissima una visita al Cantiere Orlandi."

"Allo sbocco del Corso Vittorio Emanuele, verso il Porto Vecchio, vedesi la statua del Granduca Ferdinando I, di G. Bandini dell'Opera, di Firenze, raffigurato come gran maestro dell'ordine di Santo Stefano. Sotto a lui sono quattro corsari in catene, di Pietro Tacca, allievo di Gian Bologna."

"Si giunge in piazza Cavour contornata da eleganti edifici moderni. Nel mezzo: statua di Cavour , di Vincenzo Cerri di Livorno. Al sud est della Piazza sono la chiesa e il cimitero Inglese, ricco di monumenti."

"La città è intersecata da canali e comunica coll'Arno mediante un canale navigabile. Nel 1792 fu costruito un acquedotto che conduce l'acqua in città da Colognole a 20 chilometri di lontananza. Presso ai giardini pubblici (dopo via Lardarel) l'acqua è raccolta in una grande e bella vasca detta Il Cisternone."

"A sud della città vi è la Porta a Mare, dalla quale si stacca il viale Margherita che fiancheggia varii Stabilimenti di Bagni e conduce alla bellissima passeggiata dell'Ardenza, dove si trova un caffè ristoratore nel Giardino dei Bagni."

Per concludere, nelle pagine iniziali e finali della guida, insieme a rèclame di bagni termali, alberghi e riviste di moda, ci piace segnalare anche la pubblicità delle opere di Gabriele D'Annunzio e di Edmondo De Amicis, nonché alcune precauzioni sanitarie per i viaggiatori:

"Per le lombaggini è indicato l'Opodeldoc (spirito canforato). Per i bruciori allo stomaco, bicarbonato di soda. Per dolori di stomaco, bismuto. Guardarsi dalle correnti d'aria in vagone."

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Un duello del duce

10 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Un duello del duce

Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.

Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.

La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.

Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.

La polizia li sorprende.

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Collodi e Livorno

9 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Collodi e Livorno

"La campanella suonò:

il fischio della locomotiva

Lacerator di ben costrutte orecchie

echeggiò sotto la soffitta della Stazione; gli sportelli delle carrozze,

l'un dopo l'altro, fortemente sbattendo,

si chiusero - e il convoglio,

flottando con respiro sordo e affannoso, si pose in moto alla volta di Livorno!"

È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.

Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.

Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.

Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.

Le descrizioni che riguardano la città non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:

"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"

che le persone:

"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"

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"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

8 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #recensioni

"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti, "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemente operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perché si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti , "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemete operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perchè si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

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Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

21 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

Maria Vittoria Masserotti è l’autrice di questo romanzo, "CasaMarina". Maria Vittoria Masserotti era mia amica. Maria Vittoria Masserotti è morta il 12 marzo 2015.

È sempre difficile parlare del libro di una persona che conosciamo perché l’obiettività è inarrivabile. C’è sempre quel quid d’interesse aggiunto, c’intriga molto vedere quanto dell’amico/amica è presente nel testo: la sua biografia, le sue abitudini, i suoi gusti, il suo modo di esprimersi, i luoghi che descrive. Qui c’è l’aggravante della morte, improvvisa, crudele, recentissima. Cercherò, per quanto mi è possibile, di superare il filtro del dolore, della familiarità, e pormi in un’ottica distaccata.

Di M.V. Masserotti ho seguito tutto il percorso narrativo. Si era dedicata in tempi relativamente recenti alla scrittura, ben presto il gesto di scrivere era diventato una ragione di vita per lei. Se il suo profilo Facebook non fosse stato cancellato, potrei riportare le sue esatte parole, con le quali più e più volte, anche in amabile contraddittorio con me, ha espresso l’ineluttabilità del suo bisogno di comunicare attraverso la parola scritta.

Ho letto il suo primo romanzo, “Luce” e le sue due raccolte di racconti, “Cose” e “Racconti per una canzone”, ma poco prima di morire mi disse che considerava “CasaMarinail libro, quello che nella vita si scrive una volta. Purtroppo è stato il suo testamento spirituale ed ha visto la luce solo pochi mesi prima della sua scomparsa.

La trama ruota intorno a tre generazioni di donne: Cosima, la nonna, Clara, la figlia e Lilly, la nipote. Il periodo storico comprende il fascismo e due guerre mondiali, ma la Storia, anche se è motore di eventi fondamentali - come la morte di Clara nella Resistenza e il bombardamento di Villa Marina - in realtà resta sullo sfondo. Quello che conta, come spesso accade nella vita femminile, è l’Amore, con la A maiuscola, inteso come l’autrice lo intendeva, cioè romantico, estatico, assoluto, violento e trascinante a tutte le età, un amore persino difficile da capire, perché tantrico e filosofico.

Non capisco ma sento. Sento nell’anima che qualsiasi cosa succeda, io sono nell’eternità.”

Quest’amore è declinato in tre figure femminili. Cosima è la protagonista assoluta, informa di sé tutta la narrazione, è la donna forte, la governante di CasaMarina, ossia la villa al mare di una ricca famiglia di Firenze. Cosima giganteggia dalla prima all’ultima pagina, rimane viva nei ricordi e nei geni delle generazioni successive. Clara è sua figlia, un po’ schiacciata nella storia fra nonna e nipote, pasionaria e ribelle, si arruola fra i partigiani e viene uccisa. Lilly, la nipote, è il personaggio più autobiografico.

Sono tre, hanno caratteri diversi, ma l’amore è il medesimo e, paradossalmente, è più importante degli uomini che lo provocano. I maschi, seppure distinti e caratterizzati, restano tuttavia sullo sfondo. È un amore declinato su tre personalità e tre vicende, che regala vertigini di rapimento ed ebbrezza ma anche abissi di dolore.

Annaspo. Non so nuotare nel mare della sua assenza. Non conosco questo dolore che si diffonde malgrado me. (…) Guardo il mondo che non ha nessuna ragione di essere senza di lui. Ho perso i colori, la realtà è in bianco e nero. Tutto i giunge ovattato o con una violenza inaudita. Sono scorticata, anche il volo di una farfalla mi ferisce.”

Senza amore “si perdono i colori”, si perdono il sapore e il gusto della vita. Però si va avanti, bene o male, la depressione viene accantonata e la realtà ha di nuovo il sopravvento. È questo essere forti, è questo essere donna.

C’è un’altra protagonista, forse la principale, Casa Marina. Luogo del cuore, che verrà abbandonato solo nell’ultima pagina ma, in realtà, portato sempre con sé. È un abbandono intriso di radici, di memoria, di passato. Casa Marina è una villa nascosta fra i lecci di Castiglioncello, con la discesa a mare, la scalinata che porta ai “pungenti”, cioè gli scogli locali. È teatro di vita, di amori, di lavoro, di giochi, di passioni e tuffi fra le onde. È impregnata dell’odore di corteccia resinosa e di salmastro, è bagnata dagli spruzzi, è lambita dalla risacca. Vediamo cambiare in fretta, sotto i nostri occhi, i fotogrammi: abiti, modelli di auto, personaggi. Il tempo passa veloce ma la Casa rimane, anche dopo che è stata distrutta, perché è, come dicevamo, un luogo dell’anima, un nucleo che tiene insieme personalità e affetti.

Il romanzo alterna la narrazione onnisciente ad alcuni capitoli dove la focalizzazione si sposta all’interno, che sono anche, a mio avviso, i migliori, quelli scritti con piglio più originale. Tuttavia il contrasto fra i due stili non stride ma, anzi, dà profondità.

Ci sono alcuni difetti, secondo me, nell’impianto della storia, perché certe parti andrebbero sviluppate di più e alcuni spunti interessanti (come l’intreccio dei rampolli di Cosima, costretta dalle convenienze a riconoscere il figlio dell’ex marito invece che la propria bambina) sono solo accennati e poi abbandonati. Se nella vita vera le cose accadono per caso o per accumulo, nella finzione narrativa non possono esserci vicoli ciechi e tutto deve avere una sua ragione di esistere.

Ma ciò che trascina e commuove non è il plot, non è lo stile, e nemmeno la passione raccontata con toni pudichi e carichi di riserbo, quanto, piuttosto, l’atmosfera che si respira. Nessuna scuola di scrittura può insegnare l’atmosfera, o c’è o non c’è, o la infondi col talento, oppure ciò che produci non ha soffio vitale. “CasaMarina” ha atmosfera da vendere: giovani donne volitive, con le gonne e i capelli agitati dal vento di mare, auto di lusso, pentole che bollono sul camino, bambini che giocano, trine, pizzi, scialli, lettere. Ma anche geloni, candele, pane, bombe, camionette, partigiani.

Ed ora, lasciatemi svestire i panni di recensore e rientrare in quelli dell’amica. Tante volte ho rimproverato a Maria Vittoria, che gli amici chiamavano Mavie, di indulgere troppo all’autobiografismo. Chissà se ha pensato un poco anche alle mie parole quando ha scelto l’epigrafe: “una faccenda di carta che sto ricalcando brevi manu da chissà quale indecoro interiore.” L’ultimo capitolo mette i brividi, non tanto per la vicenda che racconta, quanto perché Lilly - la sessantacinquenne che decide di allontanarsi da CasaMarina per vivere a pieno quell’amore del cuore e dei sensi negato alla madre e alla nonna - è spaventosamente simile all’immagine di Maria Vittoria, della sua grande sete di vita, della sua aderenza alla vita. Nel finale, Lilly sceglie di trascinarsi dietro le sue radici e, insieme, di liberarsene, sfidando il moralismo, i vincoli dell’età, il viluppo di chi ti vorrebbe diversa da quella che sei. È molto triste il pensiero che quel lieto fine, quella pienezza sempre auspicata e forse raggiunta solo a lampi e bagliori, non potrà realizzarsi mai più.

Adesso, qui e ora, Lilly si sente di nuovo piena di possibilità, si apre un mondo davanti a lei, sconosciuto. Non ricorda più la sua età, è senza tempo, percepisce chiaramente solo il suo corpo poggiato con noncuranza sui sedili del treno e sa di essere viva, sa di vibrare al suono di una musica nuova.”

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Fabio Strinati, "Pensieri nello scrigno"

15 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #fabio strinati

Pensieri nello scrigno

Fabio Strinati

Edizioni Il foglio, 2014

pp 121

12, 00

I rintocchi di un metronomo paiono accompagnare “Pensieri nello scrigno”, raccolta d’esordio di Fabio Strinati, edita dalle edizioni Il Foglio, nella collana di poesia curata da Cinzia Demi.

A metà fra classicismo e avanguardia, non sono versi di facile lettura, potrebbero quasi far pensare a parole messe l’una accanto all’altra, se non ci fosse quella specie di ritmo - appunto musicale, ma d’una musica non troppo orecchiabile – a percorrerle e unificarle, se non s’intuisse, al contrario, uno sforzo di scarnificazione totale. Si capisce che l’autore ha letto molta poesia, ha cercato di comprenderla senza riuscirci sempre, ha prodotto qualcosa che chiede a noi lo stesso sforzo e anche la medesima fiducia. Il poeta è ormai “svestito di poesia”, e pure con una certa nostalgia, il suo è un “brado gergo, “privo di rime assai palese intralcio”. Il suo è tutto un limare, togliere, decantare, incanalare, quasi temendo che le emozioni possano debordare, dirompere in romanticismo. Meglio tenerle a bada con un lessico chirurgico, e, allo stesso tempo, onirico e siderale, un lessico che si connota per il suo contenuto ma, soprattutto, per il suono.

I temi sembrano essere quelli cari a ogni poeta e a ogni animo sensibile: la notte, la solitudine, l'amore, la morte, il dolore, l’amarezza, anzi, “l’amaritudine”, che nei giovani è, a volte, molto più agra che negli anziani, il cui dolore è intriso di rassegnazione.

Due cani un batter d’ali

un’amaritudine squarcia il petto

quel suo dolore caldo

La punteggiatura è poco usata, a tratti si sente che la ricerca stilistica è ancora in fieri, com’è giusto e auspicabile che sia, ed il tecnicismo risulta, sì virtuoso, ma anche ostico, ermetico, cacofonico: “subsannatamente egloga”, “tralatizia trasmigrano”.

Ma ci sono pure bagliori già perfettamente maturi e felici, come “Scremato è il grecale”, “il passato del becchino gentiluomo”, “il configgersi d’un raggio”.

Siamo sicuri che tutta questa investigazione retorica, alla fine, soddisfi l’autore? Siamo certi che egli non provi rimpianto per rime più “aperte e chiare”? Non è forse un’involontaria confessione quel “vorrei poter chiamare il flauto per nome?”

Vorrei poter chiamare il flauto per nome,

benedette contagiose bocche

l’ipocrita pugnale il derelitto ceppo

di appassiti fiori una e più corone

E su questa falsariga concludiamo, riportando una delle poesie meno criptiche, e per questo più gradita al nostro palato.

HO INCONTRATO IL POETA

Ho incontrato il poeta svestito di poesia

del candelabro un’abatjour silente

del pettirosso un lessico vitreo

quantunque la sola pena

il sopito fischio

del nespolo l’eterno

sulla soglia il fico

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Michail Bulgakov, "Era maggio"

13 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Michail Bulgakov, "Era maggio"

Era maggio

Michail Bulgakov

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle edizioni

pp 19

5,00

La Damocle edizioni continua sorprenderci con i suoi librettini esili come foglie cadute, cuciti a mano e con testo a fronte. Contengono - per la gioia di coloro che non stanno per forza dietro all’ultimo romanzo premiato, ma amano il buon odore d’una biblioteca polverosa - minuscole chicche della letteratura mondiale, tradotte e pubblicate in Italia per la prima volta. Dopo la collana lettone, è la volta dei classici russi.

Era maggio” è un testo breve di Michail Bulgakov, (1891 – 1940) l’autore de “Il maestro e Margherita”, “Cuore di Cane” e “Le uova fatali”. Medico, lasciò la professione, troppo soggetta a pressioni governative, per dedicarsi alla scrittura, finendo, però, triturato nell’ingranaggio sovietico. Vivo forse solo grazie alla simpatia personale di Stalin, fu sempre inviso al regime, tutte le sue opere osteggiate e molte costrette a uscire postume. Dalla sua morte fino al 1961 nessun suo lavoro fu pubblicato in Russia, poi, per cinque o sei anni, scoppiò il fenomeno Bulgakov, rinnovatosi in seguito negli anni 80. “Il Maestro e Margherita”, il famoso romanzo del Diavolo e di Ponzio Pilato, ispirato al “Faust” di Goethe, fu la fantasmagorica opera di tutta la vita, con numerose stesure basate anche sulla memoria, dopo averne personalmente bruciato il manoscritto.

Era maggio” è stato composto nel 1934. Tradotto per noi da Chiara Munerato, pensato come primo capitolo di un diario di viaggio, non fu mai proseguito perché le autorità negarono a Bulgakov il visto di espatrio.

È primavera, l’ io narrante, un drammaturgo facilmente identificabile con l’autore, attraversa una Mosca in bilico fra progresso e conservatorismo rivoluzionario.

Era maggio, il bellissimo mese di maggio. Percorrevo il vicolo, proprio quello in cui si trova il Teatro. Era un bel vicolo liscio, adorabile, su cui passavano incessanti le macchine.” (pag 9)

Il progresso spaventa, le macchine “strillano” in modo sgradevole e intimoriscono il protagonista che teme addirittura di morire. Questa, probabilmente, è una metafora della paura di scomparire, di non esistere più professionalmente oltre che fisicamente. A conferma delle sue preoccupazioni, s’imbatte in un giovane, appena tornato dall’estero, che critica la sua opera, ne consiglia il rifacimento. Sembra quasi la parodia primo novecentesca dei moderni editor armati di forbici:

Il terzo atto è da rifare. Il secondo quadro del terzo atto è da eliminare, mentre il primo è da spostare nel quarto. Così andrà benissimo.” (pag 13)

Consideriamo, però, che oltre alla censura artistica, Bulgakov fu vittima, per tutta la sua esistenza, di quella, ben più pericolosa e opprimente, del regime sovietico. Sempre osteggiato e respinto in ogni sua iniziativa, egli afferma “e ogni giorno io morivo”. E ancora, “il ciclo si chiudeva sulla scena”, a intendere un eterno cerchio in cui le cose sembrano in procinto di cambiare, di rinnovarsi (maggio, la promessa della primavera) ma non lo fanno mai, tutto resta irrealizzato, i manoscritti rimangono nel cassetto, la pioggia d’autunno si riappropria del vicolo, le speranze restano lettera morta, “l’anima mia s’infiacchì, dopodiché qualche cosa cominciò a fremermi nel petto.” (pag 15)

È un circolo vizioso di speranze deluse, stagioni che si rincorrono, atti che si susseguono su un palcoscenico sempre uguale che finisce per assomigliare ad una gabbia.

E maggio scomparve. Ci fu poi giugno, luglio. Quindi arrivò l’autunno. E tutte le piogge annaffiavano quel vicolo, il ciclo si chiudeva sulla scena.” (pag 19)

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Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

11 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

Due suicidi

Fëdor Dostoevskij

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle Edizioni, 2015

pp 21

5,00

Nel 1873, Fëdor Dostoevskij (1821-1881) assume la direzione della rivista Graždanin (Il cittadino) dove pubblica “Il diario di uno scrittore”, opera che contiene una serie di articoli, diffusi settimanalmente e poi raccolti in volumi. Gli scritti vertono su temi di cultura e attualità, come eventi di cronaca nera, antisemitismo, materialismo.

Quello pubblicato dalla Damocle Edizioni è un estratto denominato “Due suicidi”, scritto nel mese di ottobre del 1876. Prende spunto da due fatti di cronaca, le morti per suicidio di due giovani donne, l’una accompagnata da un cinico biglietto, l’altra da una preghiera e da un’icona stretta fra le mani. Due morti simili eppure opposte, l’una dettata dalla noia, l’altra dal bisogno, l’una figlia della disillusione, l’altra della disperazione.

Fine vita e suicidio sono due temi molto sentiti dall’autore, specialmente dopo che gli fu revocata la condanna a morte sul patibolo, esperienza che lo segnò per tutta la vita. Sia ne “L’Idiota” che in “Delitto e castigo”, afferma che vivere, anche in condizioni precarie, anche per soli altri cinque minuti, è l’unico desiderio di chi è vicino alla morte.

L’intelletto è il nemico dell’uomo, è ciò che tormenta perché tenderebbe a dare ordine alla natura e agli accadimenti. Ma il caos si oppone (non a caso Dostoevskij è chiamato “artista del caos”), impedisce alla mente di dare forma alle cose, di placarsi. L’intelligenza tortura, non fa vivere rilassati come animali, fa capire che, se l’anima è destinata a morire col corpo, allora non ha senso coltivare ideali e battersi per essi.

La prima ragazza si è suicidata respirando cloroformio. Apparteneva a una casa di pensatori, d’illuministi. Ella credeva ciecamente in ciò che le avevano istillato ed è morta di noia, di una “sofferenza animalesca ed irrazionale”. È morta di “linearità”, di semplicità, anelando a qualcosa di più complicato, di meno logico, di più spirituale.

La seconda ragazza, una povera sartina senza lavoro, si è gettata dalla finestra con un santino fra le mani. È morta per necessità, con umiltà, affidando la sua anima a Dio dopo aver pregato.

Alla fine ci sono solo due strade: il nichilismo di Nietzsche oppure la spiritualità, la religione, il bisogno di credere nell’immortalità dell’anima. Due sono le creature, due i tormenti, due i suicidi.

Anche questo piccolo testo fa parte della collana dedicata ai classici russi con testo a fronte, diretta e tradotta da Chiara Munerato.

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