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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Dona Sol

19 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Black hair like raven’s wing, the tentacles of jellyfish sweep the boards of Santa Esmeralda's salted bridge, electric, living like a torpedo flash. Your hand, Pedro, touches them, then drops down to the bloodless elbow. I drop the colander, peas roll on the deck, the gulls bend down to catch them.
The heart melts of happiness, intertwining my fingers with yours. - It’s Dona Sol I want - you say - Dona Sol is the one I like, not the daughter of Diego Fuentes.
I no longer feel the gulls and I suspect. I look down; I see the floor of my house. No boards, no rolling green and hard peas. I get out of bed.
In the mirror there’s the usual cluster of rickety brown meat, the daily agony of wrinkles, hair not a dream but a fluff that gets dirty with scales of sweat.
I thrust my yellow nails in the folds of the face, and cry with my bleary eyes, because I am sixty-four, Pedro, and you twenty-three.
Your mother brought you up the shore from the pier to the house, kicking you in the bottom, the black belly swollen from hunger, the lumpy navel, legs livid. I left you in the barn with three cakes and curries, and you stayed there until two years ago, when I saw you wash through, naked as when your mother gave birth to you, with the smooth belly and, among the legs, the flaccid but promising, stick. It was happy. It was merriest than your dark eyes, you had the look of a dog and you followed your sister Ursula, born from your mother’s marriage with Diego Fuentes, and raised early in this sun, alone, barefoot and wrapped, that even his father looks at her, when she bends to take water without panties under her skirt.
I have seen you both in the stable, between straw and dark. Pale, her loins, your buttocks black, the tidal wave that engulfed the incestuous samba ungainly, the musky smell of chaos on breasts, bones and meat of young people. I was there, perched on the door jamb.
I have remembered the homely hugs, in the dim light of siesta, when the captain, coming up the river with the Santa Esmeralda, stopped on Sunday. We smoked on the brass bed - the fan froze the moist on our backs, the smell of DDT, the dead flies in the glass on the bedside table - then we pulled the neck of a chicken for dinner.
Even the oldest of my chickens has her cock.
This morning I would lift my stiff legs and straddle over you, give you the pleasure your sister gives you. My eyes, faded by the sun, washed by the river, see you how they would have seen you twenty years ago, and the heart desires, the body gets wet.
I put the red dress with which I waited for the captain, and I tarnish the mirror with my rancid breath, so I cannot see any more, but, as in dreams, image me with slender hips, the feet of a soft bird, gentle hands of lye.
Here, I open the parasol. The moth lace crumbles like dust between my fingers, the slats are moldy, but I keep it up high, standing on my head as then, for you Pedro.
I close my eyes and, like tonight, there’s the moon, the boards creak salted on the soles of my bare feet.
Now you cannot tell me no, Pedro.

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Dead man walking

17 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Dead man walking

A penny for your thoughts.

Thinking about your girlfriend? Thinking about what to ask for dinner? Thinking about dawn that grabs you?

I see your arm, tattooed and strong, the tendons that harden just enough to allow you to snatch the bottle through the bars. Your eyes are normal, not fierce, but not naive, not good nor bad, just a common childish blue.

"Do not make contact ," they teach us at the preparatory course, "do not personalize ".

Will you piss in your trousers tomorrow? Shall I have to feel the smell of your armpits mingle with mine in the hallway?

There will be people attending , beyond the glass, people motivated by hate, people torn by grief. I do not hate you, you're my work.

So, tomorrow, in the hallway, I will think of the child you burned alive, I'll think of you when she stretched her arms - as the witnesses say - and called "please,help me" , while you were spilling gasoline on her. I shall ask, again and again, how much she has screamed, cried and suffered, I 'll ask it in front of your cyanotic face, while I'll hold the straps on the couch.

But when the piston starts, and syringes will fall one by one, I will be the same as you, I'll be the man who burns the child.

I wish I do not think tonight, I wish I do not dream, I wish you do not stay forever in my heart. Above all, I wish I do not wonder if, tomorrow morning , when you 're dead, I'll still be alive or not.

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Marco Milone, "Anime nude"

15 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Marco Milone, "Anime nude"

Anime nude

Marco Milone

Narcissus, 2014

“Anime nude” è una raccolta di liriche brevi. Alcune ricordano molto da lontano l’ultimo Caproni del “Conte di Kevenhüller”, quasi che si sia rinunciato ad esprimersi per l’esterno, a comunicare con un’umanità che le speranze deride e violenta, e si ripieghi sulla nostra sabbiosa malinconia, sui nostri ricordi, che sono sentieri dolenti, “solo per me”, perché nessuno può capire i sentimenti altrui, né condividerli.

Insistito il concetto di morte, la signora oscura, (salme, lastra tombale) insieme alla ricerca dell’Assoluto, che non è solo Ente Supremo che scaglia la sua ira sul creato -e, al contempo, si manifesta a chiunque lo cerchi - ma anche sovrannaturale in senso più ampio.

Rime volutamente facili e sgraziate, (immensità-profondità- radiosità/ abbarbagliate-levigate- salassate); parole che tornano come echi quasi in ogni poesia: malinconia, salma, eterno, scelte lessicali non complicate ma desuete per un autore classe 1980 – persino echi foscoliani, la fatal quiete - che non si lasciano per niente influenzare da una facile contemporaneità: cotanta beltà, giammai, opifici, zefiro.Il verso è disadorno, aspira, come l’autore, alla purezza e all’autenticità.

Ci piace riproporre qui, in particolare, la dolente “Palme insanguinate

Palme insanguinate

Intinsero di dolore

Le mie scapole

Lo splendore

dell’uomo che fu

scomparve

assalito

dalle arcane forze

or ora liberate

Un inquieto zefiro

Ci stipò

In angusti anfratti

Che soffocavano i nostri tremiti

E come si fece buio,

tal era rarefatta l’aria

che i nostri respiri si annullarono.

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Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"

14 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"

Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l’edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell’originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de “Il dono dell’innocente” di Milli Dandolo è simile a quello di molti autori contemporanei, sorprendentemente moderno per l’epoca, seppur influenzato pienamente dal clima decadente. Non è un caso se la Dandolo, oltre ad essere scrittrice per ragazzi - collaboratrice già a quattordici anni de “Il giornalino” insieme al Vamba di Gian Burrasca - è stata anche traduttrice di capolavori stranieri. Si devono a lei versioni italiane e riadattamenti di Dickens, Maupassant, Katherine Mansfield, Bernardin de Saint Pierre, D. H. Lawrence e Barrie.

Milly Dandolo (1985 – 1946) nacque a Milano ma visse prevalentemente in Veneto, ambientando spesso i suoi romanzi a Venezia. Scrisse poesie, racconti per ragazzi e narrativa per adulti. Di natura inquieta e sensibile, i temi ricorrenti dei suoi scritti sono il dolore, collegato, come in questo caso, all’innocenza dei bambini, e il ruolo fondamentale della maternità per la donna. Sull’onda di un cattolicesimo ortodosso e manicheo, e di un imperativo fascista che voleva le donne mogli e fattrici, viene esaltato il sacrificio materno. La donna vive una condizione di sofferenza, di subalternità, che riesce a sopportare solo attraverso la dedizione e l’amore per i figli. De Amicis trascolora in ideologia.

Le donne della Dandolo non sono eroine ma vittime, incontrano uomini che le stuprano oppure le sposano senza amarle a sufficienza, senza comprenderne l’unicità, la sensibilità, il talento. Sviliscono la loro natura, le rendono sottilmente infelici, rassegnate, rinunciatarie, preda del loro dolore, incapaci di trovare conforto nella fede. I loro compagni sono la fonte dalla loro sofferenza ma non vengono caratterizzati, restano incolori.

La Dandolo fa un passo indietro rispetto alla letteratura rosa di Liala e della Delly, si rifà al tardo ottocento, ad Ada Negri, ma, forse, anche a certe atmosfere irredente della Deledda, a certi crepuscolarismi alla Fogazzaro.

La primavera aveva portato la gioia a tutte le creature del giardino e della campagna, anche alle più meschine. L’erba dei prati era spuntata, lucida e uguale, come una bella seta verde, ma anche i ciuffetti verdi tra le pietre dell’aia si drizzavano lietamente a bagnarsi nella stessa gioia di sole. Le piccole gocce di rugiada tremolavano sulle foglie dei gelsi, e poi cadevano sulle piccole erbe che hanno un nome solo per gli scienziati, e un sapore buono per le giovani galline che correvano qua e là, un po’ pazze e un po’ stupite.”

Lo stile de “Il dono dell’innocente” non è banale e sbrigativo, ci sembra che il narrare abbia una piglio attuale, una fretta moderna - come se Ada Negri avesse assunto l’ipersensibilità di Katherine Mansfield – e, allo stesso tempo, delle pause di un languore decadente, senza bagliori dannunziani, bensì con un afflato di ricerca spirituale che non trova pace nella religione ma è, piuttosto, scavo interiore.

La storia è semplice. Maria sposa Enrico, che può assicurarle un affetto tiepido, una passione trattenuta perché quasi considerata sconveniente, e una vita all’insegna del benessere. Va a vivere nella grande casa dove si aggira l’ombra burbera ma bonaria della vecchia zia di lui. Ha un figlio, un bambino dolce e vitale che la ricompensa della mancata gioia coniugale. Un giorno, però, incontra un vecchio amore, ora suonatore girovago, e si abbandona ad una serie di convegni clandestini notturni nel giardino della villa. Questi appuntamenti amorosi la appagano, non tanto dal punto di vista del sentimento, quanto di un rinnovato slancio vitale, di un rifiorire del corpo e dell’anima che stavano appassendo. Non è un caso se grande risalto è dato al contatto con la natura, all’impatto che essa ha sulla protagonista.

Ad un tratto si accorse che i rami d’abete diventavano nitidi e sottili, quasi fragili, e che una luce bianca passava tra di loro, e bagnava l’aria e la terra, come una rugiada splendente. S’accorse che i grilli cantavano, con sommessa melodia, fitti e vicini, e qualche uccello invisibile rispondeva, ugualmente sommesso. Si sentì avvolgere da un odore misto, con bizzarra dolcezza, di spigo e di resina, di menta e di fieno.”

Viene il momento, però, che, come Anna Karenina, Maria è posta di fronte alla necessità di scegliere: l’amante le chiede di fuggire con lui. Lei non lo fa, troppo debole per affrontare una vita di stenti, troppo legata al figlio per abbandonarlo. L’amante le promette che morirà per lei e, infatti, si lascia uccidere in una rissa fra ubriachi.

Il senso di colpa sommerge Maria, la porta al limite della follia. Per placarlo, confessa tutto al marito, sperando nel suo perdono. L’uomo reagisce con crudeltà, allontanando il bambino dalla madre, e comportandosi con lei con freddezza assoluta e spietata.

“Forse”, pensa Maria, “se lui fosse meno buono saprebbe capirmi.” Ma Enrico “è buono”, e si arroga il diritto di punire e giudicare, è imbevuto di moralismo e sani principi, non sa perdonare e teme l’influenza della donna perduta sul figlio.

Quando Natale è alle porte, il piccolo Fausto, relegato presso una zia, non sopporta più la lontananza dalla madre. Fugge di nascosto per portarle in dono una rosa, il dono, appunto, dell’innocente.

Il bambino viene ritrovato febbricitante, il romanzo si chiude con i genitori al suo capezzale. Forse si salverà, forse no, non c’è dato sapere, l’importante è che il sacrificio umano sia compiuto. Solo l’innocenza monda dai peccati, solo “l’agnello” incolpevole riconcilia e purifica.

Il piccolo Gesù era venuto, anche se nessuno aveva acceso la candelina rosea sul ramo d’abete. E nessuno di quelli che vegliavano il bambino malato, nessuno aveva mai sentito Gesù come in quella notte. Pareva anzi che lo vegliassero tutti insieme, e che udissero il suo respiro.”

Tinte forti d’inizio secolo, certamente, in questo romanzo dimenticato, ma anche un’ incredibile finezza psicologica a rappresentare turbamenti, sensi di colpa, mutamenti dell’animo.

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Oggi a Roma un convegno su Giana Anguissola

10 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Oggi a Roma un convegno su Giana Anguissola

Vi ricordiamo un importante convegno su una grande scrittrice per l'infanzia a torto dimenticata

Oggi a Explora, il Museo dei Bambini di Roma, Ugo Mursia editore presenta:

Giana Anguissola

con l'occasione riproponiamo un articolo sul suo capolavoro: "Violetta la timida"

Vi segnaliamo anche la pagina Facebook che Anna Maria de Majo, la curatrice ed organizzatrice del convegno, ha dedicato all'autrice

La signora A

Violetta la timida

di Giana Anguissola


Mursia, 1970

pp. 273


Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.

Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.

Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..

L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.

Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.

A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.

Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:

L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:

Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta.)

A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione. (Patrizia Poli)

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Giosuè Borsi

6 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Giosuè Borsi

“Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Così descrive se stesso:

Nere chiome; occhi bruni e lunghe ciglia,narici aperte; impube avida bocca,

voce grave, parola che somigliauna dritta saetta quando scoccaErto busto; esil corpo che s’abbiglia

Con cura forse troppo vana e sciocca.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. Il padre, Averardo, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la posizione di Giosuè si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Voci

Chi sussurra così? L’onda del mareOggi somiglia un pianto doloroso,

e par che pianga e pare

che dica. – Io non avrò nessun riposo.Chi gorgheggia così’

Quel rosignolo,

la sera, piange tantoperché si sente soloe per compagno ha il canto.Chi mormora così? Sono le frondeD’un alberello in fiore:sanno che al mondo quel che nasce muore,e il vento passa, ascolta e non risponde.E questo canto flebile e tranquillo?Senti: - fiorin fiorello,io canto sempre come canta il grilloche tutti i giorni inventa uno stornello!E tace il cuore e ascolta l’ansimare,il canto, il gorgheggiare anche , e il sussurro…si lamenta la terra, il cielo, il mare…Una vela è lontana nell’azzurro.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse “Le confessioni di Giulia", dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”“Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

Riferimenti

Carlo Adorni, “Omaggio a Giosuè Borsi”, edizioni il quadrifoglio, Livorno, 2007

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Valentino vestito di nuovo

14 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Valentino vestito di nuovo

Ore 8. Fai finta di non capire. Cos’è questo traboccare di cuori di cioccolata, peluche dall’aria attonita, caramelle con sopra appollaiati i fidanzatini di Peynet? Ma è San Valentino, la stupida festa, nella quale devi per forza sentirti innamorata, anche se non hai quindici anni, non li ha più nemmeno tua figlia, ed il tuo matrimonio ha il sapore di un chewing gum masticato per ore.

Ore 8,15. Decidi di mandargli un SMS.

Digiti: Ti amo

Ci ripensi. Cancelli.

Ti voglio tanto bene. No, troppi caratteri.

T v t b. Ohibò, adolescenziale.

Ti voglio bene. Cioè, insomma.

Provo ancora qualcosa per te. Se mi sforzo.

Lasci stare, tanto lui il cellulare lo tiene sempre spento.

Ore 9. Contagiata dall’atmosfera zuccherosa, compri: a) torta a forma di cuore. b) vassoio di pasticcini a forma di cuore. c) ½ kg di ravioli a forma (guarda un po’) di cuore. Più che la lista della spesa sembra l’elettrocardiogramma.

Ore 9,15. Le mise nella vetrina del negozio d’intimo farebbero arrossire persino Alex Comfort. Irrompi, affascinata da un body rosso e nero. Ti assicurano che è identico a quello indossato da Nicole Kidman in Moulin Rouge. E’ sorretto, spiegano, da autentiche stecche di balena. Costa quanto la rata del mutuo, ma tu non sai resistere e ci abbini pure un reggicalze coordinato. Intanto, pensi a quand’è stata l’ultima volta che lo avete fatto. Forse tre mesi fa, la sera del compleanno di nonna Rosina? Oppure quattro mesi fa, per festeggiare l’automobile nuova? Controlli sull’agenda ed eccola lì, bene in evidenza, la crocetta rossa che indica l’avvenuta attività sessuale, depositata fra le 15 e le 16 di sabato scorso. Ma forse perché la cosa si è svolta fra la telefonata della zia Pina e il rinnovo della tappezzeria del divano, proprio non la ricordi per niente.

Ore 10. La tua collega arriva in ufficio con aria trasognata. Come Violetta nell’ultima scena della traviata, stringe al petto un mazzo di fiori. Ha le guance soffuse, gli occhi luminosi. Agita freneticamente le pratiche, caso mai tu non avessi notato il solitario che le sfavilla all’anulare. Alla fine non si trattiene più. “Guarda cosa mi ha regalato lui!” E tu, candida: “Quale dei tre?”

Ore 11. Immersa nella lettura di un manuale di ricette afrodisiache, stai per scoprire come si stecca il filetto col pepe di cayenna, quando ti becca il capo. Avvampi e balbetti frasi sconnesse sull’importanza dell’aggiornamento quotidiano in campo amministrativo. Si allontana scuotendo la testa e tu capisci che non l’ha bevuta nemmeno stavolta. Il resto della mattina lo passi a scrivere (sopra un originale biglietto a forma di cuore) quanto contino, nel rapporto di coppia, rispetto, stima e complicità. Cerchi di dimenticare quando, da fidanzati, correvate nudi ed ubriachi nel parco.

Ore 17. Ti catapulti dal parrucchiere, il quale ti esamina disgustato ed affonda immediatamente le forbici. Rinunci con un sospiro alla maschera al ginseng, perché hai già speso tutto lo stipendio e siamo ancora al 14 del mese.

Ore 18. Stecchi l’arrosto con doppia dose di arrapante pepe di cayenna. Rovesci i cassetti in cerca di quegli stampini a forma di cuore, che tua sorella ha gettato via, dopo aver scoperto suo marito a letto con la migliore amica. Metti in frigo lo spumante ed apri le ostriche.

Ore 19. Accendi più candele di monsignor Milingo durante uno dei suoi esorcismi, stendi sul letto le lenzuola leopardate comprate a ferragosto dal marocchino, t’immergi in un bagno di schiuma holliwoodiano.

Ore 19, 10. Squilla il telefono. Come una fontana, sguazzi per tutta la casa alla ricerca del cellulare. “Topina”, bisbiglia lui, “sono in riunione, arrivo appena posso”. Tu vorresti urlare, ma lo sai che giorno è oggi? invece mordi la cornetta e tubi: “Va bene, ti aspetto.” Poi, infuriata, asciughi le pozze d’acqua sul parquet.

Ore 19,30. Più che ricordare Nicole Kidman ed il can can, addosso a te il body rosso e nero, con le stecche d’autentica balena, fa l’effetto raccordo anulare. Deve essere per via di quei rotoli di ciccia che sbuzzano dai fianchi. Frughi nell’armadio alla ricerca di quel vestitino di shantung scollato dietro, che quest’estate ti stava così bene. Scopri che da Natale sei ingrassata di cinque chili. Le stecche di balena ti si conficcano nello stomaco e ti accorgi di non riuscire più a respirare. Ti arrampichi su un paio di sandaletti argentati con il tacco a stiletto. Li allacci sulle gambe nude e depilate come quelle delle star di Holliwood, (che, per altro, è in California, dove fa caldo anche a Febbraio.)

Aspetti.

Ore 20,45. Senti il rumore della sua chiave nella serratura. Illividita dal freddo, gridi: “Sorpresa!” Traballando sui tacchi di 10 centimetri, indichi estasiata la tavola apparecchiata con la tovaglia delle grandi occasioni, i flute che spumeggiano, ed i canapè a forma di cuore ormai stecchiti nel piatto. Lui ti guarda imbambolato. Si slaccia la cravatta con aria distrutta, “buon compleanno, Topina”, esclama. A testa bassa, tu gli porgi il bigliettino su cui ti sei scervellata tutta la mattina. Lui lo prende in mano, lo soppesa, poi lo mette giù, estenuato. “Lo leggo domani”, ti dice. Sbottona la camicia, si toglie i pantaloni e, in mutande, fa scorrere la pagina sportiva del televideo, mentre tu schiumi di rabbia in cucina, davvero molto, molto tentata di offrire le ostriche al gatto.

Ore 21,05. Con gli occhi incollati al Gabibbo, lui addenta distrattamente un trancio di peperoncino ed ulula dal dolore.

Ore 22. Siete entrambi sul divano. Tu sei scesa dai tacchi e ti sei tolta il vestitino. Indossi le pantofole e la tua vecchia, confortante, vestaglia. Sotto hai ancora il body di Nicole Kidman, con le autentiche stecche di balena. E’ davvero la mise ideale, rifletti, per fare quello che, in effetti, state facendo.

Cioè guardare un documentario sui panda in tv.

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Deafblind

9 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

My father had to push to get me through the wrought-iron gate, surmounted by TV cameras. I was surprised to see that the whole interior of the wall was covered with a thick foam.

- Dad, why is the son of Simonti not coming to school?

- It is none of your business! Go to school, and study.”

My father was very angry with me. When I brought home my votes I was forced to follow him in his work as a gardener for the whole summer. That day it was the turn of the villa Simonti .

I wanted to ask confirmation of the rumors that were circulating in the classroom. It was said that the Simonti held a monster in the house and he never came out.

While my father poured gasoline in the mower, and busied himself to turn it on, panting and pulling the rope of the engine, I was still looking for the answer to my question.

Then the mower was set in motion and its noise drowned out every other noise. My father, grim, nodded at the first rake and then at a large tree near the house, and I knew that I had to collect all the leaves that had fallen.

I took the rake and walked reluctantly toward the tree in the middle of the garden. I began to rake a few leaves in here and there, chewing on a piece of candy.

Then a hiss caught my attention.

On the lawn in front of the house, there were a woman and a child.

The woman had blonde hair, tied with a rubber band. The child was as tall as me. But he did not walk like me. He lolled with his hands outstretched .

The woman kept a little distance, ready to support him, but silent.

The child was advancing barefoot in the grass.

Forward, forward , forward ...

Cold feet , because I have nothing to cover the things down. Under, wet ice of thin mushy wires. Next on soggy, wet.

Tickling, thrill ... Perfume, air .

Breath. Breath.

Heat pinches, and I like. I raise my head towards the heat that stings and I like.

I raked mechanically, but I kept looking at the two. They were strange, but just strange strange .

The child bobbed forward, then stopped, opened his mouth sucking breath, as if he were drinking the air and he liked it a lot .

With both hands, the child began to rub the wall of the house, running his fingers along some sort of plastic bar that led to the door.

I hid behind the trunk of the great tree, but I was close enough to see every detail. The child's fingers were too corroded by probing and rubbing everything he encountered. There was blood on his fingertips.

The woman was silent as if the words were useless, she did not touch anything, did not smile, and her eyes were as sweet as those of my mother when she looked at me. No, more than that.

Then the child reached the door .

I tend arms. Touch round, icy rough. Straight ahead, straight up to the hole with tips that I know about .

The woman and the child came into the house, but from the large open windows I could still see them. They had stopped in the first room. There were a wardrobe, a bed with bars, soft toys. There was a table without corners. There were no pictures on the walls, there was no poster of "The Lord of the Rings" or of a soccer team, like in my room. Each object was covered with foam like the wall outside.

The woman crumbled cookies and turned them into the child’s mouth with her hands, then poured him a glass of water.

Here is my smell , my things.

Even if it is pungent, it is sweet . She is here with me.

Saliva, I'm hungry. I open my mouth , I pull out my tongue and she puts in taste, sweet on the tip, more salty down, soft , soft.

I chew , I swallow . Now water , fresh , fizzes.

Cough, cough ...

Fingers inside my finger , fingers that go up and down, up and down , flying , patting, caressing , clasping . Fingers, smooth, soft , scented .

I'm glad she's here. I raise my hands up, up toward her, toward the head, mouth , globes .

Trembles , trembles , I think she's tired . Water, water on my finger , I lick salt water , water ...

My mother, at times, beats on my back when the water goes through me, too . My mother caresses me, too, but she does not put my fingers in her mouth, she does not wash the blood from my fingertips with her kisses . She does not cry like that.

Now next to me was my father. I had not even noticed that the mower had stopped, the garden was silent again, and my father had put a hand on my shoulder . - Oh , son, such a tragedy ...

When my father finished his work, the sun was setting . We walked back home together, hand in hand. For some reason, now he no longer seemed so angry .

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Nemesi

7 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #valentino appoloni

Racconto molto carico, con termini duri che si susseguono (sputare, stuprare, graffiare), la violenza è esacerbata, oltre che appunto dai termini e ovviamente dalla brevità del testo, anche dal luogo domestico che si immagina ristretto e di cui si focalizzano solo alcuni punti (come l’angolo della stanza); nello stesso tempo la dialettica tra la presunta serenità della casa in cui si sta e di cui si pensa di avere controllo quasi totale (come sarebbe in un contesto di normale quotidianità) e il repentino e angosciante svolgersi dei fatti, ridisegna il luogo del proprio vivere assegnandogli una pesante nuova dimensione. Il tutto senza che la protagonista possa più intervenire, potendo ormai solo subire e avere un ruolo passivo .. Un racconto che non lascia indifferenti. (Valentino Appoloni)

Il primo è stato l’aspirapolvere. Ha sputato invece di inalare.

Poi la lavapiatti ha cominciato a opacizzare tutte le stoviglie. Poi un piatto nuovo nuovo è caduto giù dal pensile di taglio sopra il tuo piede. E l’albero è crollato un numero sospetto di volte con tutte le palle che si sono frantumate e tu lì a ricomprarle come una cogliona a metà prezzo che ormai mancavano solo tre giorni a Natale.

Poi c’è stato il robot e hai avuto la conferma. Ha staccato a bella posta un pezzo di battiscopa, l’ha trascinato sul parquet appena fatto rilucidare e, con un chiodo, ha rigato tutto il pavimento. In modo coscienzioso, chiaramente intenzionale. Ora le rigature si vedono bene, sembrano ghirigori di una mano inviperita.

Il parquet… il parquet dove è successa la cosa. È successa lì perché era il posto più illuminato e occorreva luce per rasare il pelo, per inserire la cannula dell’ago in vena. È successa lì ma non doveva succedere lì, doveva essere sul letto, nell’incavo del tuo braccio, come avevi disposto, immaginato. Ma la realtà ci stupisce, ci previene, ci prevarica. L’incavo del tuo braccio si è trasformato in un pavimento di legno mai abbastanza caldo. Le lacrime concepite c’erano, sì, anche tante, ma c’erano anche discorsi fuori luogo, convenevoli, mezzi sorrisi, e quel tentare di convincerti che è giusto così. Ti hanno dovuto chiamare persino perché ti eri allontanata, perché non eri dove dovevi stare, lì con lui, a stringerlo, a carezzarlo, ti eri arresa al fatto che le cose non stavano andando come avresti desiderato. E non lo hai abbracciato che dopo, quando la testa già ciondolava, quando gli occhi erano sbarrati, quando dalla bocca usciva sangue. Ma poco, non quanto avresti voluto e dovuto, non con quella rassegnazione, quella dolcezza sfinita e infinita che avevi avuto con gli altri, piuttosto con un senso di azione irrimediabile, crudele, fredda. Col senso di rendertene conto solo a cosa conclusa, col senso di non essere in pace con la tua coscienza, di voler riportare le lancette indietro di un’ora e non farne più nulla.

Ti sei chiesta se lo hai fatto perché ormai era programmato, perché il veterinario aveva guidato per mezz’ora col tempaccio, perché non ce la facevi più a reggere l’agonia dell’incertezza, perché subentra un egoismo per il quale vuoi che tutto finisca, perché c’era da fare l’albero di Natale e venivano i parenti e tu, ancora, non avevi comprato nessun regalo.

È morto incazzato, ringhiando fino all’ultimo istante. Così, poi, di certo te l’ha fatta pagare, anche se ti ama ancora, anche se gli hai chiesto perdono mille volte. Perché di te si fidava come di nessuno, perché eri stata tu a salvarlo, ad allattarlo, perché non voleva morire anche se soffriva, perché voleva rimanere ancora abbracciato con te su quel letto e ti aveva messo la testa nella mano e si era pure sforzato di alzarsi, di mangiare, ti aveva fatto le fusa.

Ecco, da allora, le cose hanno cominciato a ribellarsi, a vendicarsi, si sono arrabbiate. La punta aguzza di uno sportello ti si è conficcata nella caviglia come l’ago nella vena, il mouse saltella e cerca di sfuggirti come lui per tutta la casa mentre lo rincorrevano con la siringa e, alla fine, il robot si è incaricato di stuprare il pavimento.

Sì, forse qualche rumore strano lo avevi sentito, forse c’era stato il suono dell’allarme quando un oggetto rimane incastrato fra le ruote e magari potevi anche alzarti e andare a vedere cosa succedeva. Ma non l’hai fatto, non ti sei voluta accorgere, ti sei tenuta a distanza anche lì. E così quel chiodo del battiscopa non era più fra le ruote (zampe?) del robot, ma era come fosse fra le tue dita, stretto fra i tuoi polpastrelli, a graffiare e rigare e incidere.

E vendicare.

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Marina "Morgatta" Savarese, "La Bruttina che conquista " e "Come tenersi un uomo"

6 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marina "Morgatta" Savarese, "La Bruttina che conquista " e "Come tenersi un uomo"

La Bruttina che conquista

e

Come tenersi un uomo

Marina “Morgatta” Savarese

Edizioni Ink

Si prendono in mano questi due libretti rosa, “La Bruttina che conquista “ e “Come tenersi un uomo”, sottili sottili, con i disegnini invitanti in copertina e, diciamolo, magari dopo il tomo critico su Proust o su Hesse ci attirano pure parecchio per l’aspetto appetibile e vaporoso da chick lit, anche se qui non si tratta di romanzi. Le aspettative che ci creiamo sono due e vengono entrambe deluse: che i libriccini in questione siano scritti male, e non lo sono, e che dicano qualcosa di nuovo risolvendoci i problemi, e non fanno nemmeno questo.

Se siamo bruttine (nel caso specifico lo siamo) di certo coltiviamo la segreta e imperitura speranza d’imbatterci nel ricettario magico che ci trasformerà, nel consiglio di bellezza gratuito e miracoloso. Pia illusione.

“La Bruttina Sfiduciata la stima l’ha seppellita nel cassetto dei ricordi (e ha buttato via la chiave.) Forse l’ultimo complimento l’ha ricevuto al suo primo compleanno, quando, ancora incosciente, non capiva l’ironia della frase “che carina questa bambina”, classico riconoscimento di circostanza dove non è ammesso dire alla mamma che la sua pupetta è un mostriciattolo. Poi l’ha capito, che la bruttina se ne accorge anche da sola che è veramente bruttina. E la vita spalleggia sempre queste sue convinzioni, continuando a infierire con stilettate e piccole coltellate a ogni occasione, sgretolando ogni mattoncino di fiducia e ogni piccola conquista. E così la bruttina si adegua, si lascia colpire, si annulla, azzera i sentimenti e ogni tipo di aspettativa.”

La Savarese si dichiara a sua volta Bruttina doc, ci racconta che è diventata figa sfoggiando stile, guardaroba giusto e potenziando le proprie doti di simpatia e comunicatività, ma non ci dice cosa dobbiamo concretamente fare, cosa dobbiamo scegliere nelle nostre deprimenti sedute di fronte all’armadio, per tramutarci da brutti anatroccoli in superbi cigni veleggianti. Non ci offre nessun rimedio prodigioso, nessun consiglio soprannaturale, arcano, solo i soliti palliativi, che sanno tanto di già sentito, sul non trascurarsi, sul mostrarsi al meglio, sull’essere indipendenti, sicure di sé e, ovviamente, puttane al punto giusto, nel senso buono della parola.

E – inorridiamo, o noi sacerdotesse del pessimismo cosmico – ci propina la solita teoria del “be positive, be happy”, dello foggio di entusiasmo che conquista il maschio di turno. Ci viene il dubbio che non si stia parlando davvero di come trasformare le brutte in belle (se così fosse il libro renderebbe miliardaria l’autrice) ma si proponga piuttosto l’equazione bruttina uguale donna comune. Insomma, si fa leva sulla metamorfosi del brutto in avvenente ma in realtà si sta discutendo in generale, indicando ad ogni donna la via dell’indipendenza, della sicurezza, dell’autonomia, dello stile, dell’eleganza, dell’emancipazione.

Nel secondo testo c’è un’evoluzione, sia dal punto di vista linguistico che contenutistico. Lo stile diventa più incisivo, ironico, tagliente, l’autrice dimostra di avere cervello e cultura e che gli affilati artigli erotici sono solo un aspetto della sua personalità e non un chiodo fisso. E se, anche in questo caso, i consigli per tenersi l’esemplare maschile, lo straccio di amante previamente conquistato, appaiono scontati, balza agli occhi l’attenta analisi sociale del variegato (e un po’ triste) sottobosco di trenta/quarantenni in cerca di accoppiamento. La fauna che lo popola è votata al disimpegno, all’instabilità emotiva, al peterpanesimo, all’immaturità. Vediamo aggirarsi torme di single incalliti, trombamici allergici al matrimonio e disorientati, figure di cui si rivendica il diritto alla dignità ma che, per chi appartiene a generazioni ancora imbevute di romanticismo, grondano squallore e inadeguatezza.

Alcune descrizioni sono davvero spassose, specialmente quelle in cui è facile rintracciare qualche maschio di nostra conoscenza, come ad esempio l’uomo mistico, quello, per capirci, tutto chakra, energia, incenso e ristoranti vegani.

“Se non siete profondamente spirituali anche voi, tutto questo ascetismo alla lunga vi farà perdere la pazienza, facendovi sognare di chiudergli tutti i suoi chakra una volta per tutte.”

La Savarese, attualmente residente a Firenze ma vissuta molti anni a Livorno, ha assorbito dalla città labronica lo spirito arguto, acuminato, irriverente e un po’ sboccato, quello che fa sempre dire pane al pane. Appassionata di moda, di design, di danza, di burlesque, di cultura pop, piena d’interessi e informata, sembra conoscere l’argomento per esperienza diretta, un’esperienza sempre filtrata dall’ironia (e da una salutare autoironia). Ha interrogato molti amici, sia maschi sia femmine, stilando classifiche e facendo statistiche degli atteggiamenti più comuni. Il tutto con mano leggera, acume, simpatia, spirito, divertimento. Soprattutto con quel piglio deciso, in grado a suo dire di trasformare una bruttina qualsiasi in una donna audace, una donna che sa conquistarsi - piantando con sicurezza i piedi per terra e non pestandoli bizzosa - il suo posto in questo mondo non sempre accogliente.

Marina "Morgatta" Savarese, "La Bruttina che conquista " e "Come tenersi un uomo"
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