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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

30 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

Lamentarsi non serve, più utile analizzare le ragioni degli insuccessi. Secca ammetterlo, ma, alla fine, è sempre tutta una questione di fs. Bisognerebbe andare, salutare, stare in prima fila ai convegni, magari presentare un saggio di persona. Figurati! Io rischierei di rimanerci secca. Lo dicono tutti che ti devi far vedere, telefonare nelle redazioni, stringere amicizie reali con quelli del mestiere. Mi ero illusa che nell’età della litweb si potesse prescindere dal contatto fisico ma non è così. Se non ti vedono, si dimenticano di te e, se scrivi per sollecitare, diventi un fastidio, quindi meglio tacere, sempre e comunque, anche perché, quando poi non rispondono, ti senti umiliata e cretina. La pubblicità martellante, i cartelloni, le grida, il “comprate il mio libro, pagatelo con posta pay”, le foto del libro in tutte le salse e tutte le posizoini, non fanno per me e nemmeno per voi, lo so, vorreste che la gente capisse da sola il valore del vostro lavoro. Un’utopia.
Per farsi leggere, bisogna avere una vita interessante. Puoi farti maltrattare dal marito, ad esempio, puoi prostituirti, assumere droga, diventare alcolizzato, naufragare su un barcone, lasciarti rapire dagli alieni. Ma, dico, almeno moribondi, vorrete essere? Come quella poveretta malata terminale di cancro che ha firmato un contratto con Mondadori prima di andarsene.Invece voi siete solo un attimino social fobici, come me.

Persino sul web mi tengo in disparte, mangio nel mio piatto, come ho fatto per tutta la vita, ballo da sola e la cosa non paga. Non sono popolare in certi gruppi di lettura che contano migliaia d’iscritti ma basi culturali leggere come veli di garza, salottini dove si accumulano e si macinano libri più che competenze e dove, di ciò che si legge, ahimè, rimane ben poco.
Un’amica mi ha detto: “Non parlare di fs, spaventi gli editori”, ma io sono stanca di accampare scuse, di svicolare, di nascondermi, sono evitante e lo dico, metto le mani avanti. Anzi, se ci pensate, dire “sono evitante” fa pure chic, blasé.
Una volta messa la cosa in chiaro, l’atteggiamento che mi aspetterei sarebbe il seguente: “Ok, vai tranquilla, ti chiederemo di fare solo ciò che puoi, per il bene del tuo libro che è anche un nostro progetto. Crediamo nel tuo testo e lo promuoveremo noi al tuo posto, tu potrai farlo comodamente da casa, con il mezzo che sai usare: la parola scritta. Inutile, anzi, controproducente, chiederti quello che non ti riesce e che affosserebbe il lavoro. Sarebbe incoscienza da parte nostra.”
Anche perché, diciamocelo, a chi interessano, ormai, nell’era del digitale, le presentazioni del cazzo nelle librerie del cazzo? Sai quelle con tre gatti annoiati – di cui due sono parenti dell’autore e uno è entrato per caso – che non vedono l’ora che il relatore si distragga per squagliarsela senza aver comprato il libro?
Invece, cari miei, ciò che il vostro legittimo outing susciterà saranno i tre atteggiamenti seguenti.
1. Spavento. La persona alla quale avete esposto lucidamente e consapevolmente il vostro problema vi prende per pazzi, vi crede affetti da qualche patologia contagiosa, si dilegua con un imbarazzato saluto a denti stretti e non ne sentite mai più parlare.
2. Incredulità. La persona con la quale vi confidate, specie se vi è amica, minimizza, ha un approccio scherzoso, da pacca sulla spalla. “Tranquilla, che vuoi che sia, dai, forza, buttati, non è niente, sei fra amici.” Non ha cattive intenzioni ma non ha nemmeno capito un accidente. Oppure, e sono i più insopportabili, si atteggia a guro del “devi lavorarci sopra”. “Un tempo anch’io ero come te”, confida, “ma ci ho lavorato sopra”. Ci hai lavorato sopra? Hai lavorato sopra al timor panico, ai terremoti neurovegetativi, al sudore che ti sfianca, alla tremarella, alla vista che si annebbia, alla lingua che si lega, alle ginocchia che cedono, alla voglia di sprofondare, all’angoscia? Ma vaffanculo, te e il tuo stramaledetto lavoro.
3. Disprezzo. In questa società di vincenti, di ottimisti a tutti i costi, chi esterna le proprie debolezze, i propri difetti, è considerato un fallito, uno che si autocommisera e che va compatito perché fa pena, perché è un povero topo impaurito chiuso nella sua tana. Ed io, invece, vi dico che chi ha il coraggio di delimitarsi, di esternare dubbi e mancanze senza falsa umiltà, è sulla strada della vera autostima e dà una dimostrazione di forza.
Penso che la risposta a questo ultimo punto l’abbia data, ancora una volta, Claire:

Guarda e passa, Patry. Il giudizio degli altri per noi è tutto, ma tu sai che non deve esserlo. Siamo al mondo 3 giorni in croce, dobbiamo passarli a struggerci per ciò che di noi pensano gli altri? Che si fottano. I tuoi contatti fb, la gente vincente, chi fa tutto per bene, chi è sempre convinto di essere dalla parte giusta, chi vive di superficialità e di niente, e anche quelli del pensiero positivo a tutti i costi. Come mi disse la psicologa, prima o poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, per tutti. Un bel vaffanculo. E via!

Emily Dickinson aveva venticinque anni quando decise di sprangarsi in camera sua e non uscire più, parlava ai pochi conoscenti attraverso una grata e coltivava la sua solitudine come un fiore prigioniero. Ditemi se questa non è fs.
Emily Dickinson è considerata una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Che sarebbe stato di lei oggi? L’avrebbero invitata ai reading e avrebbe rifiutato, avrebbe visto trionfare al suo posto persone sfacciate che non si vergognavano a declamare ai quattro venti i loro versi volgari. Ah, dimenticavo, delle 1775 poesie che scrisse, solo sette furono pubblicate durante la sua vita.
Anche la vostra sensibilità è tesa come una corda di violino, siete senza pelle, con i nervi scoperti e questo, pur se vi fa soffrire, è un pregio, ricordatevelo sempre, è la pasta di cui sono fatti gli artisti. Con ciò, per carità, non voglio dire che io sono Emily Dickinson ma, forse, fra voi qualcuno lo è.

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Felice di non esserci

28 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Felice di non esserci

Calvino parte prima

Ho appena letto vari resoconti sulla premiazione del Calvino 2014.
Felice… felice di non esserci stata, felice e sollevata che non mi abbiano premiato, felice di non addentare le tartine tremando.
Solo a pensarci mi si sono intorcinate le budella: venir chiamati sul palco, parlare del proprio libro? Aargh… naaaa….
So già come andrebbe, dimenticherei anche di cosa parla, quel cacchio di romanzo, proprio com’è successo qualche tempo fa da una libraia che, compassionevole, aveva accettato di tenere i miei testi in conto vendita. Mi ha chiesto, l’ingenua babbana, pensando che fosse normale farlo, qualche delucidazione sull’argomento. Io sono avvampata, con le gote che mi bruciavano, il cuore che usciva dal petto, un ronzio nella testa a coprire ogni suono e ogni pensiero. Non sono riuscita a ricordare nulla. Mi ha preso per pazza.
Non potrei mai, no. .. no… no…
Rammento ancora quando, nel lontano 1990, o forse 91, vinsi il premio Guerrazzi. Mi ero seduta in fondo, naturalmente, lontanissima dal palco. Attraversai la sala gremita sentendo che le ginocchia mi si piegavano, feci un sorriso che sembrava quello della moglie di Fantozzi, ascoltai le motivazioni con una faccia che deve essere sembrata ebete a tutti perché qualcuno disse che pareva scoprissi solo in quel momento le virtù del mio scritto. Tornai a casa in autobus reggendo con due mani l’enorme quadro che avevo vinto, la coppa, il tappetino kilim, le medaglie e gli attestati, sembravo un vucumprà.
Ecco, il Calvino sarebbe il Guerrazzi all’ennesima potenza ed io non potrei, non potrei mai…
Sono stata male anche alla presentazione del libro di Ida Verrei a Napoli. E non dovevo fare nulla, non dovevo parlare io. Ma conoscere lei ed altri amici di Fb mi ha mandato in catalessi. Ascelle puzzolenti, maglioncino infeltrito dal sudore, autoflagellazione notturna in albergo partenopeo per la vergogna a suon di “me meschina, me tapina”.
No, no…
La dimensione che più mi si addice è quella dell’anno scorso, quella del semplice segnalato anche se poi non porta a nulla. Ma quest’anno i romanzi in concorso sono troppi e non ci sarà nulla per me, nemmeno ‘sta piccola, inutile, sterile soddisfazione.

Calvino parte seconda.

Infatti. Non c'è trippa per gatti. Mi sento in un vicolo chiuso, senza uscita. Devo smettere di credere in quello che ho fatto finora e non mi riesce, continuo a vivere come se, un giorno, dovessi diventare una scrittrice ricca e famosa, come se dovessi possedere chissà quale talento esplosivo e lampante, e non, invece, una cazzo di fobia che m'impedisce persino di dire agli amici che scrivo. (Cosa perfettamente inutile visto che se ne sbattono altamente, non leggono nulla di mio e, nei rari casi in cui è accaduto, hanno detto apertamente che il testo non gli piaceva per niente. Credo di essere l'unica al mondo ad avere amici sinceri e del tutto non compiacenti. Madonna come sono fortunata.)

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Autostima

26 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Autostima

Potrei dirvi che parlare di voi in termini di sfiga è sbagliato, che l’atteggiamento da tenere è l’opposto: porsi come vincente anche quanto non ti si fila mai nessuno, vendersi bene, vendere fumo. Ma io credo nella verità, nell’essere se stessi, che non vuol dire non vedere i propri difetti e non cercare di migliorare, ma piuttosto rendersi conto delle proprie debolezze e dei propri punti di forza. Lì starebbe l’autostima, se uno l’avesse. Voi dovete sforzarvi di averla, oltre e nonostante la fs.
Intanto, se ci fate caso, la maggior parte di noi fobici sociali è intelligente e sensibile. Non che queste qualità siano la causa della malattia, ci sono infiniti altri fattori, come la genetica, l’ambiente in cui si è stati allevati, la fondamentale figura materna, i difetti fisici. Ma chi è sensibile e dotato d’intelletto fine, ha più probabilità di essere colpito da questo disagio di chi è coriaceo e scemo. Come per l’emicrania, d’altronde. Se non hai la testa, non può farti male.
Forse proprio perché in tante cose siamo migliori degli altri, una parte di noi lo riconosce e vorrebbe primeggiare, vorrebbe che le qualità emergessero e prova un’ansia infinita da prestazione, sentendosi giudicata e dando un peso enorme a codesto giudizio, come se fossimo a ogni istante sotto esame. Un esame che non finisce mai, un esame al quale il mondo intero ci sottopone.
Innanzi tutto bisogna ridimensionare il senso d’inadeguatezza, quello che ci fa considerare non all’altezza dei nostri compiti. Mettetevi lì, con pazienza e con calma - non scegliete uno dei giorni peggiori, uno di quelli in cui vi sentite incapaci persino di respirare e avete voglia di scomparire dalla faccia della terra, ma nemmeno uno di quelli in cui qualche piccolo successo vi ha esaltato - mettetevi lì, ripeto, in un giorno neutro e scrivete su un foglio tutto ciò che sapete fare e ciò che non sapete fare. Di quello che sapete fare, valutate poi il grado di capacità: livello medio o alto. Tipo: non so fare i conti a mente (accade a molti di noi) ma so analizzare un testo scritto, non ho senso dell’orientamento ma sono portato per le lingue, sono una schiappa nei giochi di squadra ma so sciare etc etc. In questo modo comincerete a fare una cosa di cui parleremo più avanti, che impareremo insieme a fare, ma che è fondamentale: circoscrivere il problema.
Riconoscete poi quali di queste vostre capacità resiste a tutti gli assalti e quale, invece, soccombe a causa dell’ansia e sotto gli sguardi della gente. Ad esempio io non ho problemi a esprimermi, sono portata per l’italiano e per le lingue, le parole mi vengono con facilità ma, quando entro nella spirale dell’attacco di fs, non ricordo nemmeno i termini più semplici, mi si annebbia la vista, mi si oscura il cervello, mi vanno in tilt i neuroni e, con chi mi conosce poco, faccio la figura dell’ignorante.
Se vi guardate intorno, vedete tonnellate di faccia tosta. Incompetenti semi analfabeti che scrivono romanzi, che nel curriculum mettono “scrittore”, che si ergono a critici, che presentano libri, che aprono salotti letterari, che organizzano incontri ed eventi ai quali arrivano senza nemmeno essersi preparati una scaletta di argomenti o di possibili risposte alle domande. Ma, d’altra parte, basta pensare ai nostri parlamentari. Intervistati, non sanno dire cos’è lo spread, cos’è un’agenzia di rating, a quanto ammonta il debito pubblico e fanno le capriole con i congiuntivi. Provate a immaginarvi al posto di quel parlamentare ignorante e strapagato, pensate alla faccia di bronzo con cui risponde a una domanda che non sa davanti a milioni di telespettatori? Che fareste al suo posto? Senza contare quei letterati e critici che, di fronte a una telecamera, fingono di aver letto e giudicato un testo che poi si rivelerà addirittura inesistente? È successo al Salone del Libro di Torino. Non desiderereste che una buca vi si aprisse sotto i piedi per saltarci dentro e sparire per sempre? Non vi crocifiggereste per tutta la vita con l’infame ricordo di quel momento d’incommensurabile vergogna? Eppure, dopo due giorni, eccoli lì sorridenti a ricevere l’ennesimo incarico con prebenda.
Lo so, non vi raccapezzate, il mondo vi sembra alla rovescia, e il magone cresce. El magun, come diceva Albertone. Ma voi dovete essere forti e onesti con voi stessi, dovete avere il coraggio di riconoscervi anche le qualità che possedete, dovete ritagliarvi il vostro posto in questo mondo di sfacciati, di arroganti, di presuntuosi, di palloni gonfiati.
Pian piano, puntata dopo puntata, vedremo insieme come. Servirà a voi, spero, ma soprattutto a me.

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Claire

23 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Claire

Un giorno ormai lontano, un famoso giornalista mi ha detto che avrebbe volentieri parlato con me e mi sarebbe venuto a trovare nella mia città per organizzare qualcosa di letterario insieme.
Un babbano (ricordatevi che per babbano intendo “persona non affetta da fs”) si sarebbe gonfiato come un pallone all’idea, avrebbe fatto la ruota, avrebbe pensato a dove e come accogliere l’ospite e sfruttare al meglio la potenziale amicizia.
Io mi sono sentita paralizzata come un coniglio davanti ai fari di un’auto che sta per investirlo. Non ho detto più nulla, non ho più risposto ai messaggi, casomai costui insistesse. Inutile dire che non se n’è fatto niente, che cotanto personaggio è venuto nella mia città senza che c’incontrassimo e la nostra amicizia non è mai decollata.
Questo è un esempio di come uno scrittore social fobico non possa attuare quelle comuni strategie di autopromozione che comportano l'interazione e la relazione. Ovviamente, insieme al timor panico e alla voglia di fuggire da una situazione sociale che terrorizza, oltre alla frustrazione per l’ennesima occasione non sfruttata, c’è sempre il senso di colpa per la propria inadeguatezza, per la mancanza di coraggio e di forza, per l’incapacità di fare ciò che per gli altri sarebbe semplice. (E questo, ovviamente, nella vita di un social fobico ha conseguenze ancora più nefaste della non pubblicazione dei suoi libri, si veda l’impossibilità di guidare la macchina, o, come nel mio caso, di mantenermi, ma di questo parleremo più avanti.)
Ecco cosa mi scrive, a proposito dell’episodio col giornalista, l’amica di cui vi ho detto che, d’ora in avanti, chiameremo Claire. Penso che non avrei potuto trovare parole migliori per descrivere quello che si prova e le difficoltà del nostro vivere quotidiano.

Patrizia, te lo diranno tutti che devi andare e devi chiamare, perciò io non lo farò… nemmeno io andrei! Sarei felice per te, vorrei che potessi avere le soddisfazioni che meriti; ma se dev’essere solo ansia e malessere, perché sottoporsi a questo stress? Il tuo atteggiamento sarà incomprensibile a molti (come il mio) ma non a me. Io so come ti senti: ansia a mille, che si placa solo quando decidi di dire no. E, subito dopo, senso di colpa per aver rinunciato anche a questo. Come ti ho già detto, assolviamoci; accettiamo di non riuscire a fare la scelta giusta sempre; non possiamo impazzire d’ansia. Se agli altri tutto viene facile, a noi no e non è in nostro potere cambiare atteggiamento, checché ne dicano gli altri (“Perché non vai?” “e dai, buttati, affronta, rilassati, sono solo cose che ti metti in testa tu!”).
Ieri ho avuto un attacco d’ansia; ed ero a casa mia, a tavola, senza niente da fare e in piena vacanza. Non ci mettiamo in testa niente, è la nostra testa che chimicamente funziona così; e anche se stiamo qui ad analizzarci psicologicamente, trovando mille cause del nostro disagio, fatto sta che c’è e ci dobbiamo convive
re. (Claire)

Convivere è la parola magica. Convivere con la fs come si fa con la pressione alta, con l’emicrania, con l’artrite. Convivere con una malattia cronica pronta a riacutizzarsi quando meno te lo aspetti e, soprattutto, quando te lo aspetti eccome! (Vedi crisi di ansia anticipatoria).
Ed è pensando a Claire che ho scritto questo racconto non particolarmente bello e difficile da apprezzare per chi non capisce che l’argomento è la fs. Il racconto è dedicato a Claire e a me, a quanto la fs ci rende gemelle, nonostante la differenza di età e la lontananza.


Io e te

Omozigote gemella mia che hai vent’anni di meno, parli milanese meneghino mentre io sto qua con l’accento de Roma pesante, sei vissuta nell’azoto liquido, ma non sei abituata al freddo, lo odi quanto me. Quando ti hanno scongelata non sono venuti a dirmelo, eppure ti ho sentita, sei una parte di me. Sei me. Tu ed io siamo uguali, ora che ti vedo, che sei qui davanti, lo so. Tocco la tua mano ed è la mia mano di vent’anni fa, piccola, con unghie corte, piccoli peli dorati sul dorso. Oggi le mie unghie sono rigate, mio marito dice che uso troppa candeggina. Tu hai ancora dita rosee da studentessa. I tuoi genitori ti tengono nella bambagia, vivi nell’oro. Si vede dalla borsa fighetta, dagli occhiali firmati. Sei contenta, mi stai dicendo, cresciuta in una camera piena di bambole, di giocattoli che un po’ facevano compagnia e un po’ soffocavano. A te è stato dato quello che a me non era concesso, tu fai tardi la sera, tu spinelli e bevi fino a vomitare.
Due embrioni nati insieme, ci diciamo, uno congelato perché non era il momento opportuno, poi rimandato, quasi dimenticato, infine donato ad una famiglia del nord, mamma e papà dovevano lavorare e desideravano tanto un figlio, sì, ma solo uno.
Io ho sempre saputo di te, perché mamma poi si è pentita. A volte la vedevo che guardava fuori della finestra, come a cercarti sui tetti, gatto perduto che non saresti tornata con un fischio.
Siamo uguali, sorella mia, anche se mia madre e mio padre - nostra madre e nostro padre - erano operai e, a mia volta, ho sposato un metalmeccanico. Siamo uguali anche se tu prenderai la laurea che a me non è toccata.
Lo vedo dal rossore ogni volta che i miei occhi ti fissano, da come volti lo sguardo se ti faccio una domanda e sembra che nelle punte delle tue scarpe stia tutto l’universo. Lo stesso accade a me, se a chiedere sei tu. Genetica o ambiente? Chissà? Certe condanne restano appiccicate anche dopo vent’anni, anche se diventi un’altra persona. Solo io so quello che tu sai, quello che soffri, quando la tua mano trema, come adesso, quando stringi il telefono con dita sbiancate, col palmo sudato, quando ti fai coraggio e provi a raccontare la barzelletta che pareva così facile, così raccontabile, prima che tutti gli occhi ti si appuntassero contro, ti trafiggessero.
Annuisci, ti esce un filo di voce, mi dici: “Sai, l’altro giorno sono passata in mezzo ad un capannello di gente…” poi la voce si strozza, sbatti le palpebre, troppo velocemente come una specie di tic.
“Basta, basta”, mormoro. Non voglio che tu stia male, so cosa si prova, quando sembra di non avere più niente da raccontare e che la tua vita sia una scatola vuota, ma tu insisti, ormai vuoi liberarti, hai capito che ho capito: “Ho perso tutti gli amici così…”
Abbasso gli occhi perché sto arrossendo, ti stringo a me. Se arrossisco non ammazzo nessuno e vorrei dirtelo, anzi vorrei gridartelo, ma non ti conforterebbe. Sei rigida, dura.
“Tu sei ancora in tempo”, dico, “per me è tardi, ma tu non ti arrendere. Mai.”

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Il mio famoso outing

21 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il mio famoso outing

Questa sezione è dedicata a quelli che, come me, soffrono di fobia sociale e, come aggravante, scrivono pure.
Avete presente lo scrittore che si lamenta perché l’editore non gli organizza abbastanza presentazioni? Ecco, la mia categoria, la categoria degli scrittori socialfobici, si dispera per il motivo opposto, perché all’idea di sedersi in una libreria, sorridere alla platea e cominciare a parlare di sé e dei suoi libri con tutti gli occhi puntati addosso, le budella gli si intorcinano a tal punto che diventa difficile districarle.
Se siete socialfobici che cos’è la fobia sociale – d’ora innanzi la chiameremo confidenzialmente FS – lo sapete già, se non lo siete, questa sezione non fa per voi.
Comincerò riproponendovi il mio famoso outing, un pezzo che scrissi anni fa, in un momento di disperazione. A suo tempo fece scalpore e suscitò un putiferio di commenti: gente come me che capiva e simpatizzava ma anche tanti bravi dottori che pretendevano di dare consigli.
Ricordate i “babbani” di Harry Potter, i normali che non s’intendono di magia? Ecco, anche per la FS è lo stesso: non illudetevi, i normali non vi capiranno mai.
Dunque scrissi questo

O muoio qui, ora e per sempre o devo comunque vivere ed andare avanti.
L'unica possibilità è venire allo scoperto. Che chi porta alla luce la propria omosessualità, chi l'anoressia, chi la bulimia, chi la droga. Io sono una socialfobica.
Chi non conosce questa malattia, chi non la sperimenta sulla propria pelle, non sa quanto si soffre. In giro non se ne parla, solo io so quanto patisco.
Quelli che per gli altri sono normali gesti della vita quotidiana, gesti inconsapevoli, meccanici, per me sono ostacoli sovrumani: firmare sotto gli occhi degli altri mentre la mia mano trema, lavorare se qualcuno mi osserva, telefonare, parlare con due persone insieme, raccontare una stupida barzelletta, salutare una amica per strada, chiacchierare con qualcuno che viene a trovarmi sul posto di lavoro, passare in mezzo ad un capannello di gente sul marciapiede, si trasforma in un tormento indicibile.
Entro in una spirale d'ansia, mi si scatena un terremoto neurovegetativo, sudo freddo, tremo, mi riempio di chiazze, mi si seccano le fauci, mi si abbaglia la vista, mi monta il mal di testa, non riesco più ad articolare le parole, a pensare con lucidità, a ricordarmi quello che volevo dire. Vedo tutto nero e perdo il filo del discorso. Mi sembra di non aver niente d'interessante da raccontare e che la mia vita sia una scatola vuota. L'unica cosa alla quale riesco ancora a pensare è che non voglio che gli altri se ne accorgano. Non lo voglio con tutta me stessa. Sono disposta a sparire, a sprofondare, a morire all'istante, a perdere per sempre quelle persone. Pazienza se mi sono care, pazienza se le amo, se ne ho bisogno per vivere.
E, più ci penso, più si vede. Arrossisco violentemente, mi muovo goffamente, a scatti. L'impaccio e l'imbarazzo trasudano da tutti i pori, inciampo, faccio cadere gli oggetti intorno a me, appaio rannuvolata e scura in volto. Divento antipatica, sembro arrabbiata mentre sono solo spaventata ed infelice. Do il peggio di me.
Il mio disagio è così palpabile, così evidente, che si comunica agli altri, li mette in ansia, li fa scappare. Perdo tutti gli amici in questo modo. E, più sono amici, più tengo a loro, più mi sento distrutta dal loro giudizio.
Eppure, senza falsa modestia, so di essere una persona intelligente, colta, con una discreta parlantina, ironica e spiritosa. Non sono nemmeno timida. Il fobico sociale non è timido, ma ha terrore del giudizio degli altri, soffre di ansia da prestazione. Se mi rilasso sono allegra, vulcanica, chiacchierona, persino esibizionista. Ma le occasioni per essere rilassata sono sempre di meno. Sto peggiorando.
Per rilassarmi devo essere profondamente immersa e concentrata in ciò che sto facendo, tanto da dimenticarmi chi ho intorno. Oppure devo bere un bicchiere di vino.
Capisco chi non ce la fa più e s'impasticca per non impazzire. Io non m'impasticco e così soffro tanto da ammalarmi, da non riuscire a più lavorare, da non vedere più nessuno.
Non serve a niente dirsi che i veri problemi sono altri, che la gente sopporta con coraggio e dignità lutti, malattie e povertà. Serve solo a stimarsi di meno.
Non serve a niente dirmi che, se arrossisco, non ammazzo nessuno, serve solo a rimpiangere
le occasioni perdute.

Da allora è passato molto tempo e con la FS ho imparato a convivere, grazie anche a un’amica che ha lo stesso problema e con la quale interagisco in rete.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

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Francesco Gungui, "Inferno"

16 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Gungui, "Inferno"

Canti delle terre divise:

Inferno

Francesco Gungui

Fabbri editori, 2013

pp 430

Non c’è via per la felicita, la felicità è la via.”

Possono gli “Hunger Games” di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso di “Inferno” di Francesco Gungui.

Lo scenario ucronico e distopico di questo romanzo, edito da Fabbri, è un’Europa futura, unita al punto di non distinguere più le varie nazionalità fra loro, basata sulla netta separazione delle classi sociali e guidata da un’Oligarchia totalitaria. Ci sono i lavoranti, che vivono arrangiandosi nei bassifondi o nelle città grattacielo e coloro che, al contrario, stanno in Paradiso, in colonie mediterranee molto somiglianti ai villaggi turistici del nostro Mar Rosso, fra laghetti, piscine e feste di compleanno. Il Paradiso è un luogo in cui si può avere una vita alla Beverly Hills 90210, dove tutto è bello e falso come nel film “La donna perfetta” di Frank Oz, dove non manca nulla se non la libertà e la consapevolezza della verità. E poi, in fondo alla scala sociale, ci sono i con - dannati, coloro che marciscono all’Inferno a causa di un reato o di un’infrazione alle regole, anche solo l’aver familiarizzato con appartenenti ad una classe sociale diversa o essersi posti delle domande su cosa c’è al di fuori, oltre la muraglia e le guardie armate. Insomma, un po’ come se il protagonista di The Truman show fosse internato ad Alcatraz perché ha scoperto che di là dai confini del suo mondo c’è la realtà.

Gungui aveva già citato Dante nel romanzo “Mi piaci così” del 2008 e qui ne fa il cardine del suo macrocosmo. L'Inferno è un’isola vulcanica progettata come colonia penale e modellata a immagine e somiglianza della prima cantica dantesca. La montagna infernale contempla la Selva Oscura, il fiume Acheronte, la Palude Stigia, la città di Dite, i cerberi, le arpie, i minotauri e i centauri frutto di manipolazione genetica, le guardie vestite di rosso in guisa di diavoli. Tutto rispecchia l’opera di Alighieri, dai gironi al contrappasso, dalle scritte sui muri che richiamano le terzine, ai tormenti inflitti ai dannati. Interessante la rielaborazione del primo canto, con la selva oscura infestata dalle tre fiere che altro non sono se non allucinazioni venefiche prodotto del vulcanesimo (come accadeva anticamente nell’antro della Pizia). E il “mi ritrovai per una selva oscura” si materializza in “s’immaginò il buio che scivolava come un liquido scuro dentro la sua bocca, tingendo di nero la gola, lo stomaco, poi tutti gli organi vitali fino a raggiungere la superficie del suo corpo, che era come un vaso di coccio che improvvisamente si sbriciolava e scompariva.” (pag 175)

Anche qui, come negli Hunger Games – ma, possiamo dire pure nel probabile sviluppo del nostro futuro di sempre connessi e social ad ogni costo – tutto è ripreso dalle telecamere. I dannati sono continuamente visibili su maxischermi montati nelle cattedrali d’Europa, dove non si pratica più il culto ma si assiste raggelati alla punizione dei colpevoli come deterrente al crimine.

Alec e Maj sono i due giovani protagonisti. Figlio inconsapevole del costruttore dell’Inferno lui, figlia di un Oligarca lei, in questo’universo orrido e violento combatteranno per rimanere in vita, per non perdere la ragione e per mantenere la loro umanità. Pur vividi, avrebbero beneficiato, a nostro avviso, di una maggiore sottigliezza psicologica. Anche il cambiamento di Maj, da ragazza del Paradiso ad amazzone battagliera, è più un trapasso che un’evoluzione, e poteva essere maggiormente approfondito.

In quei giorni trascorsi all’interno della rete Maj aveva costruito la sua nuova pelle, un intreccio di dolore e adrenalina. Quella pelle era diventata una spessa corteccia che aveva imprigionato dentro la ragazza del paradiso che era stata.” (pag 342)

Non è sufficientemente sviscerata, ad esempio, la sua paura al risveglio sulla nave che la porta verso la condanna definitiva. Sembra quasi una spettatrice asettica di se stessa.

In “Game of Thrones”, di George Martin - per rimanere nell’ambito di un paradigma contemporaneo e non andare a toccare Tolkien o altri mostri sacri - ogni personaggio, anche il peggiore, è talmente contraddistinto da suscitare comunque empatia e partecipazione, ogni personaggio è dato una volta per tutte e rimane nel cuore dei lettori.

Se da una parte il tessuto narrativo può far rientrare il testo di Gungui in un ben preciso filone di genere, l’italianizzazione magnifica il tutto tramite l’azzeccato riferimento a Dante e alla sua Commedia, considerata “il principio di ogni cosa”. Lasciandoci trasportare dalle libere associazioni (esercizio forse criticamente sterile ma emotivamente appagante), ci viene in mente un libercolo letto e riletto negli anni sessanta, di cui Gungui, nato nel 1980, non può avere contezza: “La Divina Commedia spiegata ai ragazzi”. Ecco, questa è, invece, la Divina Commedia spiegata agli young adults del terzo millennio, ai nativi digitali, alla generazione social. L’universo dell’immortale Alighieri si trasforma in un videogioco, dove giovani di bella presenza (con attitudini romantiche) sfidano la morte in un’atmosfera postatomica alla Mad Max.

Ma, oltre all’azione, c’è anche un sottile intento filosofico, il sospetto - tutto adolescenziale ma non solo - che, comunque, la vita abbia poco senso, persino con la libertà conquistata e con la verità rivelata. Il tema della morte è insistito e doloroso.

“Ma che senso ha allora? Sopravviviamo per cosa?”“Per uscire di qui, per tornare libere.” “E poi? Cosa ci aspetta dopo? L’Inferno è anche lì fuori, impieghi più tempo a morire, ma è tutto uguale! (pag 298)

“Avevo paura di morire, ma l’ho capito solo adesso. La morte mi faceva paura, non esserci più, prima ci sei e poi non ci sei, e con te scompare tutto, l’universo finisce.” (pag 319)

“Ho paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e se fosse così la nostra vita sarebbe veramente niente. A me va bene morire, non mi importa di vivere, solo vorrei tenere gli occhi aperti sul mondo anche quando non ci sarò più, vorrei essere certa che qualcosa continui ad accadere, perché altrimenti che senso avrebbe tutto?” (pag 332)

Sono le domande che ci poniamo tutti, la sottile, pervasiva paura (termine ripetuto) che la nostra vita possa interrompersi da un momento all’altro, senza preavviso e senza che le abbiamo saputo dare un orientamento e uno scopo, senza concludere nulla, insomma.

La trama comprende un grande viaggio alla ricerca dell’amore, della salvezza, della via di uscita. Ma è anche, sottilmente, simbolo di vita, bisogno di sopravvivere che non si esaurisce in se stesso ma è investigazione, vertigine dell’effimero, necessità di riaffermare il proprio peso nel ciclo della natura. E c’è quel gesto di “togliersi l’anima”, sfilarsi il microchip dal petto, che indica perdita di identità, caduta dei punti di riferimento e, non a caso, è una lacerazione dolorosa, uno strappo che, però, innesca anche il rinnovamento, l’apertura delle possibilità, la fuga dalla menzogna verso una realtà più autentica, verso la libertà di pensiero. Il viaggio all’inferno è, come in Dante stesso, anche discesa nell’inconscio, recupero del proprio io più vero, ritorno a casa. E, se c’è un messaggio, è che “non possiamo stare al mondo solo per sopravvivere. Dobbiamo vivere”, forse perché, direbbe Dante, fatti non fummo a viver come bruti.

È presente anche, in modo delicato, il tema dell’omosessualità femminile, nella figura di Cloe e nel gruppo delle libere amazzoni che ci ricordano tanto le eroine di Marion Zimmer Bradley.

Lo stile di Inferno è funzionale al genere e al target giovanile, standard nel senso positivo del termine, cioè non particolarmente originale ma pulito, corretto, garbato, scorrevole.

E ora, aspettiamo il seguito, aspettiamo il Purgatorio, consapevoli che “bisogna morire per poter rinascere.”

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Nora Ikstena, "Un bianco fazzoletto"

6 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Nora Ikstena, "Un bianco fazzoletto"

Un bianco fazzoletto

di Nora Ikstena

Traduzione di Paolo Pantaleo

Damocle edizioni, 2014

pp27

3,00

Esiste una favola di Bechstein che si chiama “Il libriccino magico”. È solo un’associazione mentale, ma fra le dita ci ritroviamo un piccolo oggetto - chiamarlo libro non renderebbe l’idea - cucito a mano con un filino bordeaux (lo stesso di cui, curiosamente, si parla anche nella fiaba) capace di farci entrare in un’altra dimensione, quella di una fresca e ventosa terra straniera.

La Damocle edizioni ha aperto una collana, diretta da Paolo Pantaleo, interamente dedicata alla letteratura lettone. Si tratta di piccoli gioiellini tascabili, rilegati con un filo che porta il colore del paese in questione. “Un bianco fazzoletto” è la seconda uscita, tradotto in italiano ma con testo a fronte in lingua originale. L’autrice, Nora Ikstena, nata Riga nel 1969, è una delle principali scrittrici lettoni contemporanee. “Lakatiņš baltais”, cioè un fazzoletto bianco, fa parte della raccolta Dzīves stāsti Ed. Atēna 2004.

Il vento fresco che sentiamo è quello della buona letteratura straniera, ed è il vento della Lettonia, terra di boschi e di laghi ma qui terra solo del cuore, del ricordo, del rimpianto. “Quello che era, era nella sua testa.”

La storia narra di un vecchio lettone, emigrato da tanti anni in America. I figli sono lontani, hanno la loro vita, la moglie è ricoverata in un istituto per malati di Alzheimer. Lui vive da solo con un gatto.

Tutta la sehnsucht, tutta la malinconia, tutto lo struggimento, sono correlati alla lingua. La moglie tedesca, sposata perché l’unica in grado di barattare la propria estraneità con la menomazione fisica di lui, non comunica in lettone. I figli sono ormai americani a tutti gli effetti e lui rimane solo con le voci che gli parlano nella sua lingua madre.

Non è casuale la scelta del testo a fronte, non è casuale l’aver tradotto molti brani solo nelle note. Perché tutto si basa sulla lingua, quella che decide l’etnia di appartenenza, che fa di un uomo ciò che è, di là da ogni documento e di là dal luogo in cui vive. Se non si può comunicare nella propria lingua madre, si rinuncia a comunicare del tutto. Così il protagonista ha radi contatti umani: con la cassiera di un negozio, con un gruppo di sbandati, con una famiglia indiana, non a caso anch’essa straniera in casa propria, anch’essa senza più radici autentiche. Ma sono rapporti laconici, fatti di gesti pratici e concreti, più che di parole. Non ha amici e non ne vuole perché non sarebbero lettoni, non condividerebbero vocaboli, usi, conoscenze. Persino col gatto parla in tedesco, come con la moglie che non c’è più con la testa, è già avviata sui sentieri di un altro mondo.

Lui è solo, di quella solitudine profonda e assoluta che parla a se stessa, che non trova sbocco. Ormai c’è solo vento di parole nella sua mente (quelle stesse riportate in lettone anche nella traduzione di Pantaleo) catene di sinonimi, patrimonio linguistico che non si deve perdere, unico contatto con una realtà lontana che, forse, addirittura non esiste più, di là dal mare. Il continuo ondeggiare fra coniugazione presente e passata dei verbi è testimone di questo vento di ricordi, di quest’attaccamento ad un tempo e un luogo che non sono più.

Ma un incontro fortuito con una ragazza ad una fermata del pullman, una ragazza con lo zaino che pronuncia parole proprio nella lingua del vecchio, servirà a confermare l’esistenza del Luogo, dell’Origine delle Parole. E allora egli la saluterà col fazzoletto, stupendola, la ringrazierà di quel riconoscimento che è come un’autenticazione, come se gli fosse stato concesso un certificato di nascita, di esistenza in vita, grazie al quale la sua angoscia potrà attenuarsi, la sua solitudine contemplare aperture, persino un placarsi dell’odio verso le origini della moglie, un cedimento all’affetto, al contatto con la realtà e con il passato più recente. Così la conferma del Luogo di appartenenza rende possibile anche il distacco da esso, l’individuazione della moglie in quanto mūza draugu, “amica di una vita”, la riscoperta dell’amore e la possibilità di accomiatarsi da lei e accettare la fine. Ar todieviņu, addio.

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Aldo Dalla Vecchia, "Specchio segreto"

31 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

Aldo Dalla Vecchia, "Specchio segreto"

Specchio segreto

Aldo Dalla Vecchia

Sei Editrice, 2014

pp 298

14,00

Educazione è una parola talmente superata, al giorno d’oggi, da apparire rivoluzionaria. Il garbo con cui sono condotte le interviste che Aldo Dalla Vecchia - autore televisivo e teatrale, giornalista e romanziere – raccoglie nel volume “Specchio segreto”, chiamato come il programma (cult diremmo oggi) di Nanny Loy, per celebrare i sessant’anni della televisione, sfocia in uno stile pulito, elegante, da articolista perbene di una volta.

Dopo una poco significativa introduzione di Maurizio Costanzo, sfilano sessanta interviste precedute da un piccolo commento dell’autore, che spaziano dal 1992 al 2013, rilasciate da personaggi televisivi, alcuni immensi, come Mike Bongiorno o Pippo Baudo o Raffaella Carrà, altri minori ma sempre noti al grande pubblico. Il taglio di ogni articolo è angolare, non contempla tutto il personaggio, la sua vita o la sua opera in toto, ma lo ritrae di scorcio, zoomando su qualche mania privata, come la collezione di bambole di Paolo Limiti, gli omogeneizzati serali di Cristiano Malgioglio, l’amore per le pellicce di Sandra Milo, di là da ogni animalismo. Carrellate di volti, di studi televisivi, ma anche appartamenti, divani, cucine, ninnoli, paillettes e lustrini a profusione.

Per l’autore è una specie di compendio di tutto ciò che ha visto e fatto, dietro le quinte dei programmi tv e da collaboratore di testate importanti come “Epoca” e “Sorrisi e Canzoni”. Vive la cosa da addetto ai lavori ma soprattutto da innamorato della televisione.

Per noi che leggiamo, invece, è curiosità, voyeurismo bonario e pudico. Ci lasciano interdetti certi atteggiamenti kitch. Alba Parietti che per il cinquantesimo compleanno dà una festa degna di Sorrentino, rifacendosi al film “Eyes wide shut”, fra maschere veneziane e miniature di se stessa in bilico sulla torta. Marcella Bella che descrive casa sua come se fosse normale avere “la zona relax, con palestra, sauna, bagno turco, ping pong e biliardino”.

Dal lato opposto, la stessa morbosità applichiamo nei confronti di chi, come la Panicucci, ci appare “normale”, nel suo affannoso destreggiarsi fra figli e lavoro. Lo “spezzatino con patate” che prepara per cena ci rassicura, e, tuttavia, diventa l’altra faccia della medaglia, ridimensiona e bilancia i cinquanta cappelli impilati in casa di Malgioglio. Vita da vip che stupisce sia nella sua stravaganza che nel suo opposto, l’ordinarietà.

Ma, più di ogni altra cosa, quella di Dalla Vecchia è un’operazione nostalgia. Si torna indietro, agli albori della tv commerciale, si torna alle piazze in delirio per un ragazzo col codino, di nome Fiorello, che faceva cantare la gente in strada, aiutato da un parente stretto non ancora divenuto il grande attore drammatico di oggi. Si torna a sederci sul divano con Sandra e Raimondo, accorgendoci di quanto mancano, così come mancano il grande Mike, finto ingenuo, finto ignorante ma vero gentiluomo, ed Enzo Tortora, col suo pappagallo, il suo mercatino, i suoi primi tentativi di collegare “in rete” tutto il paese, in una sorta di social network ante litteram. Vorremmo riavvolgere il nastro, avere altro tempo per risarcire il conduttore di Portobello di tutto ciò che gli abbiamo tolto, del male che gli abbiamo fatto, vorremmo risentire quelle voci e rivedere quei visi dal vivo e non solo in vecchi video d’archivio. Particolarmente straziante appare la seconda intervista a Sandra Mondaini, fatta poco prima della sua scomparsa, così piena di decoro, così laconica e gentile.

C’è, secondo lei, la nuova Sandra Mondaini”, domanda Dalla Vecchia.

“No, ma solo perché non sono mai stata niente…”

Solo chi è veramente grande possiede quest’umiltà.

Poi c’imbattiamo in qualche chicca per coloro che sono affascinati dai meccanismi televisivi e dalla guerra dell’audience, come l’intervista a Luca Tiraboschi, direttore di Italia uno. Egli lamenta che Canale 5 tenda a cooptare i programmi di successo sulle altre reti.

Colgono nel segno anche le parole di Lorella Cuccarini:

Viviamo in un momento televisivo in cui non viene richiesta una particolare professionalità. Io stessa, per esempio, tutto quello che so fare nell’ambito dello spettacolo, non lo esprimo più in televisione. Se voglio ballare e cantare, devo farlo in teatro.”

Riflettiamo che è proprio così: oggi, ai conduttori, ai ballerini, agli ospiti dei programmi si chiede solo di esserci, di fare i tronisti e gli opinionisti, un po’ come tutti quanti ormai siamo commentatori sui social network. È semmai dai concorrenti dei talent, dai perfetti sconosciuti, che viene pretesa ogni capacità: i bambini di Antonella Clerici devono stupirci con i loro gorgheggi, i giovani di “La pista” devono volteggiare come professionisti. Vip e sconosciuti, esperti e principianti, s’incrociano e si scambiano di ruolo. Si assiste al fenomeno stravagante per cui, se sei bravo a fare una cosa, ne devi, invece, fare un’altra. I personaggi famosi devono imparare a danzare, a pattinare sul ghiaccio, a morire di fame sull’isola, a imitare. Insomma, la professionalità, la gavetta, lo studio, il mestiere non sono più richiesti, basta una presenza spesso improvvisata e sguaiata, oppure la preparazione certosina ma in un campo che non è quello abituale.

Non poteva mancare, a degna conclusione, l’intervista al mostro sacro Pippo Baudo. Con lui si ripercorrono prima gli albori della tv, poi gli anni settanta, quando ancora la televisione era considerata un mezzo educativo e unificatore per il paese, e i dirigenti erano, a detta di Baudo, “di una cultura pazzesca.” Si passa quindi al mitico decennio anni ottanta, con le due colonne portanti televisive di Domenica in, grande contenitore pomeridiano che mischiava giornalismo e intrattenimento, e Fantastico, show del sabato sera, la cui più bella edizione fu il numero sette, starring Cuccarini e Martinez. Alla fine, ecco gli anni novanta, la droga del lavoro continuo, della costante presenza in video per il conduttore siciliano. Ed è con le parole di Baudo, riferite proprio a questo periodo, che concludiamo il nostro excursus.

Un artista vorrebbe che l’applauso per lui non finisse mai. Il successo è come una droga, e l’insuccesso è lo stesso: entrambi fanno male.”

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Mauro Cesaretti, "Se è vita lo sarà per sempre"

10 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Mauro Cesaretti, "Se è vita lo sarà per sempre"

Se è vita lo sarà per sempre

Mauro Cesaretti

Montag

Nella silloge “Se è vita lo sarà per sempre”, di Mauro Cesaretti, primo libro di una futura trilogia, l’oggetto del contendere è La Vita, come può apparire ad un ragazzo molto emotivo: difficile, piena di delusioni e di paure. La gestione delle emozioni è il compito più arduo.

Mauro Cesaretti è un adolescente dalla ricca vita interiore, un performer che accompagna i suoi versi con la danza e il gesto. L’onda dell’emotività rischia di sommergerlo, perciò prende la penna e scrive per arginare suggestioni, turbamenti, angosce, fobie, sogni. Se troppo sensibili, si vive senza pelle, con i nervi allo scoperto: tutto ferisce, tutto ingigantisce, tutto fa male. È per questo che, a diciotto anni, Cesaretti già sente la fatica di vivere, si sente già “lasso”. E, tuttavia, non smetterebbe mai di guardare il mondo “con gli occhi del cuore”, emozionarsi ed emozionare, svelando gli oggetti nella loro essenza, togliendo loro il velo della mediocrità.

Ci parla di cose quotidiane: il gatto nel giardino, il padre, la ragazza, la poesia, la solitudine, la metafora del viaggio, il bagaglio perso che simboleggia ciò che siamo stati, i nostri ricordi, ma già considera la vita “lercia”, “lurida”, e può esserlo davvero, a tutte le età, in tutte le condizioni, perché la sofferenza non ci lascia mai. C’è comunque resistenza al dolore, non abbandono, tentativo di rinnovarsi: “l’estate seguente mi ricreo/in un getto d’acque calde.”

Quando si è molto giovani – e diciotto anni oggigiorno sono pochi – si tende a non rinunciare a niente di ciò che abbiamo scritto. Non è nemmeno ostentazione o vanità, piuttosto l’entusiasmo di condividere tutte le emozioni, e la paura di lasciare fuori qualcosa. Abbiamo perciò, qui, una ricerca stilistica ancora immatura, e con ampio margine di miglioramento. Si sperimentano varie strade senza tralasciare nulla, dal recupero di stilemi ottocenteschi a un tentativo di ermetismo blando – senza, almeno in apparenza, dilavare, distinguere, scegliere, ripulire. È una indagine che non ha ancora trovato la sua via, fra assonanze sibilanti - “La compagnia interessante /di sassi pesanti./L’allegria passante per i pressanti suoni.” – e cacofoniche – “Sarà uno scatto fermo, preso alla sprovvista/d’una svista mista tra i ripensamenti/di incombenti scelte incerte e delusioni.”

Lo studio metrico c’è, fino a trovare anche un certo ritmo gradevole che, però, non è mantenuto fino in fondo. L’autore pare sviarsi, cambiare stile ad ogni strofa, non raggiungere l’intensità voluta e persino incappare in qualche licenza di troppo. Come spesso accade, le immagini più belle sono quelle senza pretese, quasi sfuggite all’autore distratto, come “il faro sulla collina stanca.

Concludiamo proponendo una delle poesie più piacevoli:

Io e te

Siamo solo io e te.

Tutto il resto è fermo

e silenzioso.

Solo quella lacrima si muove

sul tuo volto rosato

e tutto il mondo diventa

salato e arido.

Questi sassolini bianchi

ricoperti di cenere,

vengono spolverati da

questo tuo sorriso.

Ti abbraccio forte e il tuo sguardo

mi penetra il cuore,

il tuo sguardo amaro,

ma pur sempre amichevole.

I tuoi occhi blu

brillano nel tramonto

di questa faccia seria e serena,

e mentre sei assorta in qualche pensiero,

nel vuoto dell’infinito,

il cielo si dipinge di grigio.

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Otello Chelli, "Gente della Venezia"

8 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Otello Chelli, "Gente della Venezia"

Gente della Venezia

Otello Chelli

Finegil Editoriale spa 2014

Divisione Il Tirreno

Gruppo Editoriale l’Espresso

Narra la leggenda che Otello Chelli, classe 1933, abbia imparato a leggere sedendo accanto alle locandine dei giornali. Autodidatta genuino, scrive in una lingua dove ogni parola è letteraria ed intrisa di pathos, ma gli sfuggono errori e refusi che il Tirreno - da cui si può scaricare l’ebook “Gente della Venezia” - non ha provveduto a correggere proprio perché la materia di questo cantore della labronicità più intensa deve rimanere quella che è, grezza e lucente come un diamante appena estratto, aulica e popolare insieme.

Anarchico e libertario, comunista in senso quasi evangelico, Otello Chelli ha alle spalle una lunga produzione di opere sia in prosa che in poesia. Il suo romanzo “La stirpe dei Morgiano”, ormai introvabile, passa di mano solo fra gli amatori. Quello che ci lascia oggi, all’età di ottantuno anni, è un vero e proprio testamento. Prima di congedarsi vuol testimoniare un mondo che vive e palpita solo nei cuori degli ultimi superstiti. Con la generosità e lo spirito solidale, a momenti francescano, che lo anima, Chelli fa in modo che il suo lascito sia fruibile da tutti e scaricabile gratuitamente dal quotidiano della sua città.

Già, la città, quella stessa Livorno cantata da Caproni, patria di Mascagni, Fattori, Modigliani. Ma non tutta, solo un quartiere, piccolo per la verità, che si dilata e giganteggia, erge invisibili mura di fossati, di ponti, di barriere che lo separano dal resto del centro toscano: la Venezia.

Il quartiere si chiama così perché ricorda la città lagunare, fra ponti e canali, scalandroni e navicelli; è architettonicamente molto bello, ha conosciuto il suo massimo splendore nel settecento, Luchino Visconti vi ha girato “Le notti bianche”. Per Chelli costituisce un macrocosmo, un intero universo, il teatro all’aperto dei suoi sogni di bambino, il luogo dell’anima dove tutto è possibile.

Il testo è totalmente autobiografico ma di quell’autobiografismo capace di scardinare i propri limiti e ridisegnare un mondo, un territorio e un tempo, popolati da una folla di uomini e donne che sembrano usciti da un atto di Cavalleria Rusticana o da un quadro di Eugenio Cecconi, anche se i fatti narrati sono posteriori e coprono l’arco che va dagli anni trenta al dopoguerra. Gente che fu, gente del popolo, svelta di mano e di coltello, pronta a lavare un’onta col sangue e a rubare per sfamare i figli, ma capace anche di dividere tutto con gli amici. Gente di cuore che sa aiutare e compatire nel senso letterale del termine.

Il testo – non lo chiamiamo romanzo perché è piuttosto una sere di quadri, di “spezzoni”, come li definisce l’autore – rievoca figure storiche, con tanto di nome, cognome e soprannome. Si parte da Artemisia, madre del protagonista.

Artemisia aveva chiamato i figli per dare loro il solito cantuccio di pane con qualcosa dentro per insaporirlo. Lei e Pepe Nero avrebbero cenato nella fiaschetteria di Edipo con una fogliata di acciughe sotto il pesto e un litro di vino rosso.”

È un’Annina meno fine e meno caproniana, sanguigna, scarmigliata, dalla risata squillante, pronta a battersi come una tigre in favore degli otto figli ma anche dei figli delle vicine; capace addirittura di incontrare il duce in persona per difendere il marito dagli squadristi. Ma, soprattutto, generosa:

Mamma poteva contare abbondantemente sui soldi guadagnati con i miei traffici, la fame ci era sconosciuta, ma nel mio nascondiglio, ne avevo uno anche nel labirinto della Fortezza Nuova, più ne mettevo, più il mucchio scemava. Era più forte di lei. Non poteva dare da mangiare ai propri figli mentre intorno altri bambini e ragazzi stavano a guardare con gli occhioni spalancati e una luce mista di desiderio, brama e supplica. Così divideva pranzo e cena con tutte le famiglie abitanti nel nostro pezzo di colonia e anche oltre, per me era padrona di farlo, mai avrei potuto richiamarla alla moderazione nella spesa quotidiana, perché condividevo pienamente quella solidarietà, del resto generalizzata, forse il dato più bello da registrare in quei lontani giorni di tragedia.”

Dopo Artemisia, ecco la Ciucia, cui è dedicato anche il libro della pronipote Tiziana Savi,La Ciucia per tutti, Bruna per noi”, sempre con la partecipazione di Chelli. La Ciucia era un carattere borderline, una donna buona e compassionevole, che ogni giorno chiedeva – anzi, diciamo pure pretendeva – l’elemosina per consegnarla ai soldati e a coloro che soffrivano. Sparì senza che se ne sapesse più niente.

Fra i personaggi riportati in vita da Chelli, spicca la giovanissima e bellissima Doretta, innamorata di un amore infantile ma carnale, morta sotto i bombardamenti.

Ho vissuto una lunga, tumultuosa esistenza eppure, mentre mi avvio verso l’ultima tappa di questo mio viaggio sulla terra, la presenza dello spirito inquieto di Doretta è sempre più costante e qualche volta m’illudo che ella stia aspettando il momento in cui il mio corpo cederà alla morte, per allungare la sua mano, tirarmi su e correre insieme a me per le strade strette, battute dal libeccio, con i fossi pieni di navicelli e di vita, in una Venezia immortale che non sarà mai travolta dalla guerra che il 28 maggio 1943 distrusse le sue mura, ridusse alla rovina le sue case cancellando una splendida fiaba e disperse la sua gente in una diaspora senza ritorno”.

E poi Otello Bacci, il musicista assurto agli onori della rivista con Dapporto e Totò; e Silvano Ceccherini, ex capo di una banda di ladri, ex detenuto e poi scrittore; e l’amico fraterno Sansone, compagno di tante avventure pericolose e illegali, rinnegate da Chelli in favore dell’impegno politico. Come Doretta, anche Sansone è morto e mai dimenticato.

Mi inginocchiai sulla terra sotto la quale era stato sepolto e immersi un dito nella superficie marrone, fresca d’umidità, piena dell’odore buono dei campi e pensai ala sua anima: sapevo come in quel momento Sansone fosse finalmente libero.

A far da sfondo tridimensionale ai personaggi sono i luoghi ma, specialmente, i momenti storici. In particolare tre: il fascismo, i tragici bombardamenti che rasero al suolo Livorno durante il secondo conflitto, e l’occupazione americana che trasformò Livorno in una novella Babilonia di traffici illeciti, malavita, borsa nera, “segnorine” e soldati di colore, con la pineta di Tombolo convertita in terra di nessuno, in covo di banditi e prostitute.

Al di là della ricostruzione storica vivissima e partecipata, ciò che anima il racconto è la nostalgia straziante di un mondo sparito, fatto, sì, di stenti, privazioni e atti illeciti, ma anche di uguaglianza, amicizia, solidarietà, in pieno spirito labronico. Quel periodo, quello spazio, quel quartiere, incarnavano gli ideali che l’autore ha perseguito per tutta la vita. Otello Chelli è, infatti, un comunista della prima ora, di quelli che intendono l’impegno politico come lotta, ma anche amore, dedizione, onestà e purezza. Ideali destinati ad infrangersi e a rimanere sempre irraggiungibili. Ideali che, al sapore acre della sconfitta, mescolano quello del rimpianto per la giovinezza che non c’è più, per la vita che sta per concludersi. Così, quest’uomo che ha superato gli ottanta anni, quest’uomo che, dice, non ha mai avuto paura di morire, quest’uomo duro ma col ciglio bagnato del poeta, si congeda da noi tramite la riaffermazione lucida e disperata di ciò in cui ha sempre creduto.

Voltai le spalle al tumulo e mi avviai verso la città laddove avrei affrontato altri settanta anni di vita tumultuosa, inquieta, mai facile, ma ricca di impegno e sacrifici, di dolore e felicità, di ideali poi infranti dagli uomini, in me, però, rimasti vivi come allora e sempre.”

E ora, anche se nel testo esaminato non è compresa, ci piace accostare - timidamente e con pudore - una poesia di Chelli che commemora la figura di Artemisia ad una caproniana in memoria di Anna Picchi. Lo facciamo così, senza nessuna pretesa, solo col piacere di evocare sentimenti simili.

IL CARRO DI VETRO

Giorgio Caproni

Il sole della mattina,

in me, che acuta spina.

Al carro tutto di vetro

perché anch’io andavo dietro?

Portavano via Annina

(nel sole) quella mattina.

Erano quattro i cavalli

(neri) senza sonagli.

Annina con me a Palermo

di notte era morta, e d’inverno.

Fuori c’era il temporale.

Poi cominciò ad albeggiare.

Dalla caserma vicina

allora, anche quella mattina,

perché si mise a suonare

la sveglia militare?

Era la prima mattina

del suo non potersi destare.

IN MORTE DI MAMMA ARTEMISIA

Otello Chelli

Corsi, con il cuore che martellava dentro,

nella notte interrotta

e nei silenti, deserti corridoi dell’ospedale,

la speranza lentamente svaniva nell’affanno

di una certezza che mi strozzava in gola

l’urlo del distacco imminente da te viva.

- “Muore colei che mi stringeva al petto

con amore,

quietava i sonni miei,

e mi donava il sangue dal suo seno.” -

La porta aperta sul volto tuo disteso,

gli occhi velati, la fronte senza rughe,

una carezza e il tenue calore rimasto sulla pelle,

come il tenero petto di un passerotto implume,

mi resero il bambino disperato

che piangeva svegliandosi nel buio.

Ora non c’eri più con il tuo sguardo,

a placare le molte mie inquietudini

e gli affanni della ricerca antica

che mai mi ha dato requie.

La morte si era presa il tuo respiro,

senza l’ultimo abbraccio dei tuoi figli

ed io gemevo piano, con il viso

posato sul tuo capo reclinato.

L’alba mi vide accanto al freddo marmo,

chinato sul tuo corpo a ricordare

i momenti più belli della vita

e i giorni sfortunati.

Poi vennero i fratelli e le sorelle,

i mille pianti, i fiori

e il noce lucidato della bara,

il lento camminare sull’Aurelia,

con gli amici in attesa avanti casa

e i mattoni a serrare il nostro cuore

nella gelida morsa del dolore.

Ora, trascorso il tempo, sono sceso quaggiù,

nell’oscuro snodarsi delle tombe,

davanti al tuo ritratto.

Brillano fiochi lumi e il tuo sorriso,

tra il biancheggiar dei fiori,

è una povera immagine

della squillante risata di mia madre,

quando, giovane, bella e forte,

un bimbo rincorreva lungo il viale

accanto alla Crocetta di Saglietto.

Eppure, Mamma, il tuo ricordo,

nonostante lo scorrere di giorni mai tranquilli,

è presente, ben vivo e mi accompagna

in questa vita vissuta intensamente.

Il tuo corpo è tornato nella terra

che si frantuma attorno e che rinasce

dalle ceneri sparse

di un fuoco che ha vissuto sessant’anni.

Tu rivivi con me, con i miei giorni,

soffri e gioisci nei miei sentimenti,

ti rifletti negli occhi dei miei figli,

scorri con me le pagine diverse

degli anni che trascorrono, cadendo,

uno sull’altro, come foglie d’autunno.

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