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La bottega dell'arte: "Una poltrona per due". JIM LOVE

25 Marzo 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotografia

La bottega dell'arte: "Una poltrona per due". JIM LOVE

Presentazione dell’artista Jim Love e della sua opera Gliding rust

 

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi apriamo le pagine del nostro blog al profumo di primavera, presentandovi con grande piacere un artista, un bravo fotografo americano: Jim Love.

Jim Love vive negli USA a Loves Mill, nel sud-ovest della Virginia. Da sempre appassionato di comunicazione, ha lavorato per molto tempo in radio e in televisione e, dopo anni di attività, ha iniziato un nuovo percorso, accompagnato da una lunga serie di immagini artistiche da lui realizzate.

Perché, cari amici del blog che fa della cultura la propria missione, dovete sapere che ci sono artisti che nascono artisti ma non sanno di esserlo. Per loro è così naturale vedere il mondo sotto un diverso punto di vista, ed è quello che succede a Jim Love, un fotografo che può scattare fotografie a luoghi o soggetti nel modo che solo un autentico artista sa fare, e che vuole mettere il suo talento a disposizione di tutti coloro che vogliono provare gioia nel vedere forme d’arte.

L’arte espressa con qualsiasi tecnica è un vero piacere, voi del blog già conoscete la mia filosofia “l’arte è per tutti e non nuoce gravemente alla salute”, tante esperienze confermano che può essere fra le migliori medicine al mondo.

Jim Love ha dentro di sé una forza potentissima e la sua macchina fotografica è un dolce strumento di amore, lo stesso amore che la sua famiglia e altre persone gli hanno dedicato in un momento difficile della sua vita, un amore che Jim Love ha trovato profondamente dentro di sé, un amore per l’arte e per la vita senza limiti. Così il nostro artista americano ora sta impegnando tutte le sue energie nella fotografia, i suoi scatti, fermando il tempo, rappresentano le immagini che ognuno di noi vorrebbe vedere per farci spalancare gli occhi di fronte a questo spettacolare miracolo che è la vita.

L'opera che vorrei descrivervi è Gliding rust, l’ho scelta perché, fra le tantissime opere, mi ha colpito, lasciandomi da subito immaginare una storia. Questa che in apparenza sembra solo una panchina arrugginita e abbandonata, in realtà è una storia, una lunga storia. Ho chiuso gli occhi e ho visto due personaggi che, ogni pomeriggio - quando si placa lo stress del lavoro e, intorno, il traffico spegne i suoi motori - si fermano a chiacchierare mangiando un gelato. Discutono allegramente dei fatti accaduti in giornata e mi viene da ridere pensando ai loro pettegolezzi, alle loro risate, ai loro ammiccamenti. Parlano di sport, di donne, del tempo che cambia, però vivono alla giornata e non pensano al futuro. A che serve parlare del futuro quando il presente, seduti serenamente su una panchina, è così piacevole?

Le loro chiacchierate si svolgono durante tutte le stagioni, anche in quelle più fredde, in questo caso hanno sempre bevande calde fra le mani, oppure, sotto una tettoia sbilenca, neanche la pioggia ferma i loro incontri. E se il sole è accecante d’estate entrambi si mettono dei Ray Ban molto vintage.

Sono diventati una cosa sola con quella panchina, parte dell’arredamento, una panchina per due che può trovarsi in città oppure in un paesino di campagna, questo non è importante. I due con questa panchina arrugginita e abbandonata sono felici, questo è quello che io ho visto con la mia fantasia.

Ma il tempo che passa è implacabile e non concede pause, ora è rimasta solitaria questa vecchia panchina, il cui materiale è stato corroso dagli anni. I nostri due personaggi ora dove saranno? A me piace immaginare che siano andati in vacanza nel luogo più bello del mondo, quello della fantasia, dove la tristezza non esiste.

Se volete, amici lettori, fatelo anche voi, fate il pieno di fantasia, e venite ad ammirare le opere di Jim Love in fineartamerica.

Con questa “poltrona per due” vi saluto e vi ringrazio, ci ritroveremo in compagnia di un altro bravo artista, sempre qui nella nostra bottega dell’arte. La nuova stagione è iniziata, le giornate saranno più colorate e profumate di primavera.

 
 
 
 
*****
 
 

My dear readers of signoradeifiltri, today we open the pages of our blog to the scent of spring, presenting you, with great pleasure, an artist, and a good American photographer: Jim Love.

Jim Love lives in the USA, in Loves Mill, in southwest Virginia. Always passionate about communication, he worked for a long time on radio and television, and, after years of activity, he started a new path, accompanied by a long series of artistic images.

My dear friends of the blog that makes culture its mission, you must know that there are artists who are born artists, but they do not know what they are because they see the world from a different point of view. This is what happens to Jim Love, a photographer who takes photographs of places, or subjects, in the way that only an authentic artist can do. He wants to render his talent available to all those who want to experience joy in seeing forms of art.

Art expressed with any technique is a real pleasure, you already know my blog philosophy: "art is for everyone and does not seriously harm your health". Many experiences confirm that it can be among the best medicines in the world.

Jim Love has a very powerful force, and his camera is a sweet instrument of love, the same love that his family and other people have dedicated to him in a difficult moment of his life, a love that Jim Love has found deeply within himself, a love for art and for life without limits.

Our American artist is now engaging all his energies in photography, his shots stop time, they represent the images that each of us would like to see, to open wide our eyes in front of this spectacular miracle which is life.

The work that I would like to describe to you is Gliding rust.  I chose it because, among his many works, this struck me. I immediately imagined a story. This, that apparently seems only a rusty abandoned bench, it's, in fact, a true story.

I have closed my eyes and I have seen two characters that every afternoon, when the stress of work subsides and the traffic turns off its engines, eat ice cream and happily chat about the events that happened during the day. I laugh thinking about their gossip, their laughter, their winks. They talk about sports, women, the changing weather. They live day by day and do not talk about the future, what is the use of talking about the future when the present is so pleasant?

Their chats take place during all seasons, even the colder ones, in this case they always have hot drinks in their hands. Under a lopsided canopy even the rain does not stop their meetings. And if the sun is blinding in summer they both put on very vintage Ray Bans.

They have become one with that bench, they are part of the furniture, a bench for two, that could be in the city or in a country village, this is not important. The two characters, with this rusty and abandoned bench, are happy, this is what I see with my imagination.

But the time that passes is relentless and does not allow pauses. Now this old bench is lonely, its material has been corroded over the years. Where are our two characters? I like to imagine that they went on vacation to the most beautiful place in the world, that of fantasy, where sadness does not exist.

If you want, my dear friends, do the same, fill your imagination, and come and admire the works of Jim Love in fineartamerica.

And,with this "armchair for two", I greet you and thank you. We will be soon in the company of another good artist, here in our art workshop. The new season has started, and the days will be more colourful and fragrant. It’s spring!

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Fotogrammi: NEVILLE GABIE "Posts"

21 Marzo 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotogrammi, #fotografia

Alcune porte di Neville Gabie e uno degli omaggi di Walter FestAlcune porte di Neville Gabie e uno degli omaggi di Walter Fest

Alcune porte di Neville Gabie e uno degli omaggi di Walter Fest


Signoradeifiltri, il vostro blog di riferimento culturale e anche di più, oggi per voi amici lettori apre la finestra di un fotogramma speciale, lo fa attraverso la porta, una porta senza maniglia, o meglio, una maniglia c'è ed è quella della fantasia, siete pronti ad entrare?
 

- Ciao, Walter.
 

- Ciao Mario.

 

- Che facciamo di bello oggi?


- Che ne dici di farci una partita?
 

- Ma se neanche sai giocare a carte.
 

- Non intendevo una partita a carte.
 

- E allora a che cosa?
 

- A calcio.
 

- Adesso mi sento meglio, ma alla tua età non pensi di essere troppo vecchio per giocare?
 

- Si può giocare al calcio in tanti modi anche da vecchietti... Comunque, prima di entrare in campo, ti racconterò una vecchia storia con due protagonisti più una.
 

- Sentiamo.
 

- Qualche anno fa, per una casualità, mi capitò fra le mani un magazine sportivo, l'inserto settimanale di un quotidiano, lo aprii e la mia attenzione venne attirata da un certo articolo, un servizio fotografico dedicato a un artista, Neville Gabie, che aveva realizzato un libro, Posts, nel quale il protagonista era una porta da calcio, hai presente due pali e una traversa su un terreno di gioco?
 

- Sì.


- Molto bene, ma, nel caso di quest'opera, l'artista aveva girato il mondo fotografando una serie di porte nei luoghi più disparati, campi di gioco improvvisati, dove non c'erano tribune, un settore stampa, un prato verde perfetto, le linee, le due porte con la rete e sopratutto nessuna superstar del football, ma solo passione per lo sport più famoso e amato del mondo, vissuto semplicemente attraverso la fantasia. Neville Gabie, attraverso la sua fotocamera, ne era stato il cronista, per testimoniare ad arte tutto questo amore nascosto, lasciato fuori dagli stadi di tutto il pianeta, una porta, un'autentica finestra dalla quale osservare un orizzonte fatto d'immaginazione.
 

- La porta e il fotografo sono due protagonisti, il terzo chi è?
 

- Quando vidi quelle foto, subito esclamai "A'nvedi questi 'n do' giòcàno!!" (dal romanesco "ma guarda questi dove giocano a calcio") e così immediatamente mi frullò per la testa un'idea, se Neville Gabie aveva rappresentato quei luoghi attraverso la fotografia, io pensai di rendergli omaggio riproducendo e interpretando con la pittura quelle porte così piene di passione.
 

- Il gioco del calcio è bello, però anche pieno di contraddizioni.
 

- Mario, purtroppo è vero, il panorama calcistico, anche se è solo di un gioco, muove interessi colossali, e milioni di persone vivono e lavorano per una palla che rotola, inseguita da 22 atleti, pertanto in esso possiamo trovare positività e negatività, la speranza che alla fine prevalga sempre la passione e la gioia.
 

- Tu sai bene che non sempre è così, e allora che si fa?


- Neville Gabie, fotografando quelle porte, ci ha dato una soluzione, e cioè che bisogna vivere questo sport con passione genuina, solo per il piacere di appassionarsi senza troppe ansie e frenesie che portano collettivamente, in più casi, a violenza e quant'altro, come nelle cronache sotto gli occhi di tutti. Prima di tutto bisogna ricordarsi di quando eravamo bambini e giocavamo in quegli stessi campetti all'uscita di scuola, e poi con la fantasia si entrava in campo attraverso quella porta in un mondo fatto di sogno e divertimento, e poi magari la domenica allo stadio godersi lo spettacolo, che volere di più?
 

- Una porta che dà accesso a un vero ideale di vita.
 

- Sì, quelle porte sbilenche, pitturate sui muri, arrangiate alla meno meglio, sono l'antidoto alla brutalità umana.
 

- Non esagerare.
 

- Il fatto è che abbiamo la memoria corta e cerchiamo di allontanare i ricordi dei brutti episodi accaduti, per fortuna l'arte, come nel caso di Neville Gabie, corre in soccorso e ci offre i lati migliori degli esseri umani. A proposito di umanità, che ne dici di andare a tirare due calci ad un pallone?
 

- Dico di non aver paura di sbagliare un calcio di rigore non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, eh!
 

Carissimi amici lettori noi andiamo a giocare, ma prima, con il pennello e la vernice bianca, dipingeremo su un vecchio muro una porta e un omino che farà da portiere. Possiamo fare due squadre, chi di voi vuole entrare?
 

- Senti, io mi prendo CR7
 

- Mario, con la fantasia puoi prendere chi vuoi, io mi prendo Pelè e voi?

 

"Nel 2002, per rendere omaggio all'opera di Neville Gabie, e ispirato al suo libro Posts, ho realizzato 12 opere pittoriche con una tecnica mista su carta e senza l'uso dei tradizionali pennelli, ma solo con la punta di un cacciavite a mo' di spatola, seduto su una latta di lubrificante e lavorando su una tavola poggiata a sua volta su un bidone della spazzatura. Tutto il resto è stata passione e entusiasmo, anch'io, grazie all'artista sudafricano, attraverso quelle porte ero entrato nel mio mondo. Successivamente ho proseguito quel progetto con altre porte dislocate in altri luoghi, spero in futuro di farle diventare una mostra". (Walter Fest.)

Potete vederle tutte qui.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Neville Gabie è nato a Johannesburg in Sudafrica nel 1959 e ha conseguito un MA in Scultura al Royal College of Art di Londra. 
La sua arte è fatta di lavoro all'aperto, in luoghi dove la gente si muove, dove gli animi sono a contatto con la natura, la sua opera di artista è mettere in armonia l'ambiente con le persone,in una fusione naturale. La scultura e la fotografia sono le tecniche con le quali esprime il suo linguaggio.
Ha pubblicato numerosi libri, lavorato ed esposto opere in tutto il mondo.

"Gabie è un interventista esperto, abile nel fondere informazioni fattuali e materie prime e impiegare una leggerezza di tocco per trarre il significato dal quotidiano" (Aldo Rinaldi, Senior Public Arts Officer, Bristol City Council).

"La personalità di un artista emerge sempre nel suo lavoro e per Neville Gabie è un interesse per le persone e per la sua innata umanità che emerge". (Tessa Jackson, Chief Exectutive, INIVA Institute of International Visual Arts).

"Neville Gabie ama passare attraverso luoghi [anche se ciò può richiedere tre anni] e il suo impegno con questi luoghi è tale che si pensi a ogni nuovo posto in cui è appartenuto. Ma allora cos'è l'appartenenza? E bisogna considerare il suo interesse per le persone che, per un motivo o per l'altro, si sentono dislocate."  (David Lillington, scrittore e critico).

"Il precario di Gabie nel paesaggio riflette la situazione del viaggiatore, dell'estraneo la cui presenza transitoria ... non ha la sicurezza del possesso e il conforto della familiarità. Eppure è proprio questa mancanza di radici che apre opportunità per un dialogo con quelle persone che abitano la terra e crea le condizioni per un impegno partecipativo con il sito " (Marco Marcon, Direttore IASKA Australia).

"Coinvolgendo gli operai edili sin dall'inizio, Neville ha dimostrato ancora una volta l'incrollabile generosità, la curiosità per le persone e lo spirito democratico feroce che scorre come una cucitura attraverso tutto il suo lavoro" (Peter Jenkinson, Independent Cultural Advisor).

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Fotogrammi: GUIDO HARARI "Dario Fo"

13 Febbraio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotogrammi, #fotografia

"Dario Fo" di Guido Harari e l'omaggio di Walter Fest "Dario Fo" di Guido Harari e l'omaggio di Walter Fest

"Dario Fo" di Guido Harari e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Amici lettori della signoradeifiltri, eccomi ritornato a voi, siamo in pieno inverno, pioggia e freddo ci fanno chiudere a riccio e così oggi ho scelto per voi una foto allegra, fatta a un personaggio allegro che quando lo vedrete sorriderete e vedrete la vostra giornata con occhi diversi. Vado a prendere Mario che mi sta aspettando su Lungotevere, da un po' di tempo ha preso l'abitudine di parlare con i gabbiani.
 

- Dai, Mario, piantala di raccontare le barzellette ai gabbiani, dobbiamo andare.
 

- Eccomi che arrivo, ho il dubbio che ai pennuti piacciano di più i biscotti che le barzellette.
 

- Perché, ai gabbiani dai i biscotti?


- Un po' di dolcezza mica fa male.


- Dai, sali in macchina che adesso ci penso io a farti ridere.
 

- E con la dolcezza come la mettiamo?
 

- Ti sono rimasti i biscotti?
 

Amici lettori, dovreste guardare la faccia di Mario... Lo ammettiamo... A noi piace molto la dolcezza, e a voi?
 

- Mario, dato che ci troviamo su Lungotevere, facciamoci un bel giro intorno al fiume mentre parliamo del nuovo fotografo e di una sua opera, guarda un po' questa e poi dimmi che ne pensi.
 

- Ma è Dario Fo.
 

- Sì, e lo ha fotografato Guido Harari

Guido Harari ((Il Cairo, 1952), fotografo e critico musicale, il suono, la musica e l'immagine sono il suo sogno materializzato giorno dopo giorno. Chi non ricorda la mitica "Ciao2001" per la quale ha collaborato? Ma, sopratutto, ha firmato le copertine di tantissimi musicisti importanti fra i quali Fabrizio De André, Vasco Rossi, David Crosby, Bob Dylan; è impossibile continuare perché l'elenco è lunghissimo e, per lo stesso motivo, non citerò gli altri innumerevoli artisti ritratti dal grande fotografo.

Il prezioso lavoro di questo artigiano, poeta dell'immagine, è quello di fermare l'attimo, rendendo arte "il tempo di uno scatto", ed è grazie a Guido Harari se tutto il mondo ha la possibilità di ammirare e gioire dei numerosi momenti raffiguranti gente straordinaria, dotata di talento, al servizio di ognuno di noi. Lo scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore, dei giorni, degli anni, una scia temporale inesorabile che cammina lasciando alle spalle ogni cosa, in un immenso vortice di ricordi che solo la bravura di un fotografo riesce a fermare.

Guido Harari è uno di questi e, proprio grazie al suo amore per la musica e la fotografia, nel 2011 ha fondato Wall Of Sound Gallery, una bellissima galleria fotografica italiana, situata nel centro storico di Alba, dedicata alla musica e ai suoi protagonisti; pertanto, dal momento che il fotografo ha la possibilità e il dovere di poter fermare il tempo con i suoi scatti, questa galleria non può essere definita un museo nel senso stretto del termine ma un luogo di vera cultura viva.

"Sono sempre felice di farmi fotografare da Guido. So che le sue saranno immagini musicali, piene di poesia e di sentimento. Le cose che Guido cattura nei suoi ritratti vengono generalmente ignorate dagli altri fotografi. Considero Guido un amico, non un semplice fotografo". Lou Reed


- Mario, ho preferito questa foto di Dario Fo perché mi ha colpito sin da subito. La cosa più facile sarebbe stata esaminare uno dei tantissimi musicisti, c'era una vasta scelta ma ho preferito questa immagine perché penso realmente che la gente abbia sempre più bisogno di ridere, e l'idea di mostrare questa espressione mi piaceva un sacco. Guarda come questo faccione stacca benissimo dal fondo nero, ogni ruga, i capelli argentati scapigliati, gli occhi che parlano, il sorriso contagioso, ecco, ho detto giusto, in questa foto il sorriso dell'artista ti contagia, è impossibile non ridere insieme a lui. Guido Harari è stato grande nel fermare quell'istante formidabile nella sua semplicità ma dall'effetto dirompente sull'animo di chi lo guarda. Io non vedo una maschera da guitto ma un amico che mi sta invitando a prendere la vita con più leggerezza, a non arrabiarmi per una sciocchezza e a ridere delle cose, per scacciare odio e violenza, alzi la mano chi non vorrebbe avere un amico così?
 

- Beh, io ho te!
 

-E vabbè, ma mica sono bravo come Dario Fo!
 

- Però fai ridere lo stesso, sopratutto quando parli in romanesco.
 

- Hai ragione, mi sento come un attore di teatro... Dai, passami un biscottino che è meglio...
 

- Mi dispiace, sono finiti, li ho mangiati perché parlavi solo tu. E mentre ti ascoltavo mangiucchiavo.
 

- Sei incredibilmente goloso, e adesso che facciamo?
 

- Abbiamo la batteria solare carica, è ancora giorno e domani è domenica... Andiamo a Napoli a prenderci qualche babà insieme a un bel caffè.
 

Amici lettori della signoradeifiltri, noi andiamo, non serve che ve lo diciamo, forza, salite a bordo, la dolcezza ci aspetta e la prossima volta parleremo ancora di un altro fotografo a sorpresa.

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Fotogrammi: MELVIN SOKOLSKY "Bouquet Seine"

31 Gennaio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotogrammi, #fotografia, #arte, #personaggi da conoscere

Bouquet Seine di Melvin Sokolsky e l'omaggio di Walter FestBouquet Seine di Melvin Sokolsky e l'omaggio di Walter Fest

Bouquet Seine di Melvin Sokolsky e l'omaggio di Walter Fest

Dalla serie "Bubble and fly"
 

Amici lettori, blogfan della signoradeifiltri, eccomi ritornato per una nuova serie di illuminazioni artistiche: "FOTOGRAMMI".

Questa volta mi immergerò per voi, insieme a voi, nel grande mare della fotografia, inizierò a scrutare, scovare, occhiare, acchiappare i migliori fotografi del mondo, potrebbero essere noti o meno noti e, di sicuro, l'immagine fotografica e i miei scarabocchi saranno i protagonisti. Di volta in volta analizzerò e descriverò la loro vita e le loro opere, saranno in bianco e nero o a colori?

A sorpresa, per il vostro piacere, apriremo le pagine di questa tecnica artistica ma in tutto questo non sarò solo, sarò accompagnato dal mio amico fedele e titolato assistente Mario il benzinaio. Questa volta sarà un'escursione viaggiante perché io e lui andremo a spasso per il tempo a bordo di una vecchia Fiat 500, gireremo in lungo e in largo. Il nostro mezzo non è un bus ma c'è posto per tutti, siete pronti? In vettura, si parte, e ricordatevi di allacciarvi le cinture della fantasia, vi porterò molto lontano.

Sto aspettando, sulla solita piazza alberata, il mio amico Mario, di solito è puntuale come un barista birmano, eccolo, lo vedo arrivare.
 

- Ciao Mario, forza che i lettori della signoradeifiltri ci aspettano.
 

- Avrebbero ragione, sei mancato per qualche settimana.
 

- Ho avuto un po' da fare.
 

- Certo, avrai visto un sacco di film e mangiato tanta cioccolata.
 

- Non spifferare i nostri gusti segreti, comunque saremo in tema, sai di che parleremo?
 

- Ho visto il titolo della nuova serie "Fotogrammi", con cosa e con chi cominciamo?
 

- Melvin Sokolsky.
 

- Metti in moto la 500 e andiamo a tutto gas!
 

- Ma abbiamo il motore elettrico a energia solare!
 

- Non ti ricordi che con la fantasia possiamo viaggiare a velocità supersonica?
 

- Eh sì, ma cerchiamo di prendercela comoda eh!

 

Melvin Sokolsky (nato a New York il 9 ottobre 1933), fotografo e regista americano. Quando Melvin era un ragazzino, non era per nulla simile agli attuali, pieni di giocattoli e confusi in un consumismo sociale straripante, il piccolo Melvin, a soli dieci anni, era già un piccolo appassionato di fotografia, affascinato dalla fotocamera del padre. Sin da bambino inizia a sognare, può farlo perché libero da condizionamenti e, prestissimo, come un medium riesce leggere nel proprio futuro. Sono queste le questioni affettive che fortunatamente per certi artisti accendono la miccia della creatività che segnerà il loro destino. Quella professione a vent'anni sarà il lasciapassare per la libertà. Da giovani si è perennemente entusiasti e col sorriso sulle labbra, è così che Melvin entrò nell'ambito pubblicitario, esordendo per la rivista americana di moda Harper's Bazaar. Dopo centinaia di migliaia di scatti, nel 1963 l'inventiva dell'artista emerge con la serie "Bubble".

Melvin Sokolsky aveva aperto il diaframma della sua fotocamera per allargare la luce del nuovo modo di interpretare la fotografia di moda e pubblicitaria, uscendo in strada, normalissime strade fra normalissime persone, testimoni della realizzazione di un'opera d'arte fotografica, fra immaginazione e affascinante eleganza.

Nella sua arte non ci sono solo la tecnica, la manualità, il conoscere la luce e tutti gli aspetti legati alla buona ripresa fotografica, nelle sue immagini c'è anche la passione per i pittori del cinquecento. La sua relazione con la pittura si manifesta anche nella serie delle bolle sulla Senna, con un riferimento al surrealismo.

Nelle opere di Melvin Sokolsky è molto importante lo studio grafico, attraverso una serie di disegni e bozzetti preparatori per gli scatti, ma la sua visione artigianale e tradizionale non gli impedisce di apprezzare gli attuali cambiamenti del mondo della fotografia, i progressi tecnologici che rendono più facile per chiunque fare una buona foto. Tutti gli artisti sanno aggiornarsi, riconoscere e confrontarsi con le nuove realtà, l'arte vera è fatta di passione e talento, lavoro e sacrificio, e solo un buon artista riesce a manifestare tutta la propria anima in un colpo di genio. Per Melvin Sokolsky non serve scandire la sua bio, basta lasciare parlare le sue fotografie, vere opere d'arte.
"Non ti ho preso per le mie idee, ti ho preso per le tue idee.” Henry Wolf

 

- Mario, la vedi questa foto?
 

- Che ci fa una modella dentro una sfera trasparente su un fiume?
 

- Sembra molto irreale vero? Mi ha colpito moltissimo il momento che ho scoperto questo fotografo e visto questa serie di opere.
 

- Galleggia e si sposta a pelo d'acqua come se fosse su una barca immaginaria.
 

- Melvin Sokolsky ha avuto una genialata, era il 1963, a quell'epoca per scattare una foto del genere bisognava essere pazzi.
 

- Oppure avere una grande inventiva, come si può ricercare l'originalità senza rischiare un flop?
 

- Io credo che quella serie di scatti, oltre a venire realizzata attraverso una grande e scrupolosa preparazione tecnica, nel fissare quelle sfere con dei cavi che le mantenessero in completa sicurezza, comportava che tutte le location fossero impregnate di una grande energia creativa fra tutto lo staff, e Melvin Sokolsky ne era il regista, con la sicurezza di sapere che stava realizzando una grande opera d'arte.
 

- Mi sarebbe piaciuto essere lì per rimanere meravigliato di fronte a quella lavorazione. Che poi, in fondo, era completamente artigianale, senza effetti speciali.
 

- Sì, Mario, hai detto bene, tutto senza effetti speciali e ausilio di trucchi scenici, le sfere trasparenti sono in plastica e galleggiano realmente sul fiume o nel vuoto, come in altri scatti effettuati a Parigi.
Che ne dici se ci proviamo pure noi con la nostra 500?

 

- A volare?
 

- Come Peter Pan!
 

- Che mondo sarebbe senza la fantasia?
 

- Forza, proviamo, e dove andiamo?
 

- A cercare un altro fotografo.
 

- Prima possiamo andare a prenderci cioccolato caldo?
 

- E' un classico, certo con la dolcezza si vive meglio... Amici lettori della signoradeifiltri, io e Mario andiamo alla ricerca di un nuovo fotografo, non possiamo darvi anticipazioni, sicuramente dopo un cioccolato caldo avremo una bella ispirazione.

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Il laboratorio creativo della Casa della Poesia di Como

31 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #fotografia, #musica, #vignette e illustrazioni, #poesia

 

 

 

 

 

La Casa della Poesia di Como è lieta di presentare il nuovo progetto delle Api dell’Invisibile: un ciclo di otto incontri pensati dai giovani e per i giovani, con lo scopo di condividere le proprie forme d’arte, di creare sul posto e di fare dell’arte uno strumento in grado di agire attivamente nel mondo.

 

Non lezioni frontali, ma riunioni di giovani e per i giovani: un vero e proprio laboratorio creativo. Gli incontri, distribuiti con cadenza mensile, a partire da sabato 17 novembre, sono pensati per ragazze e ragazzi tra i 15 e 30 anni, che abbiano la passione della scrittura poetica o in prosa, del disegno, della pittura, della musica o della fotografia.

 

Tanti i temi e tante le ispirazioni; portate la vostra penna, i vostri pennelli e i vostri strumenti, ma soprattutto portate la vostra testa: facciamo arte insieme!

 

Vi aspettiamo in tanti (tantissimi!) all’inaugurazione di questo nostro progetto, il 10 novembre 2018, alle ore 17, al Chiostrino Artificio (Piazzolo Terragni 4, 22100 Como) in sintonia con la mostra Di fronda in fronda dell’artista Gunza, le cui produzioni artistiche saranno affiancate da haiku e poesie.


 

17 NOVEMBRE 2018, sabato ore 17.00-19.00

Io oltre lo specchio

15 DICEMBRE 2018, sabato ore 17.00-19.00

Stanze di vita quotidiana

19 GENNAIO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Cospiratori e poeti: poesia che fa politica

16 FEBBRAIO 2019, sabato ore 17.00-19.00

“Ti amo ma non te lo so dire” cit. Anonimo

16 MARZO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Siamo tutti barbari: io e l’altro

 

20 APRILE 2019, sabato ore 17.00-19.00

Workshop Poetry Slam

11 MAGGIO 2019, ora e luogo da definirsi

Da Leopardi al Giappone: 3 versi per l’infinito.

Workshop di Haiku sulle rive del lago.

15 GIUGNO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Sono solo canzonette - Psogos ed Eminem: rap e poesia.

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Contribuisci con la tua creatività, crea insieme a noi!
Location: Chiostrino Artificio, Piazzolo Terragni 4, 22100 Como

 

 

La partecipazione è libera, a tutti i giovani tra i 15 e i 30 anni che si interessano di arte, scrittura creativa in prosa o poetica, musica, disegno, dipinto e anche a tutti gli adulti che vogliono vedere i giovani in azione.

 

Un progetto dell’Associazione “La Casa della Poesia di Como“ e Le Api dell’Invisibile.

Responsabili del progetto: Martina Toppi e Carlotta Sinigaglia

 

Maggiori informazioni: 

lacasadellapoesiadicomo@gmail.com

martinatoppi43@gmail.com

segreteria.luminanda@gmail.com

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Arte al bar: VIVIAN MAIER "Chicago Agosto 1975"

17 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #fotografia

"Chicago Agosto 1975" di Vivian Maier e l'omaggio di Walter Fest"Chicago Agosto 1975" di Vivian Maier e l'omaggio di Walter Fest

"Chicago Agosto 1975" di Vivian Maier e l'omaggio di Walter Fest

 

 

Benvenuti, amici lettori della signoradeifiltri, benvenuti a questo nostro nuovo appuntamento artistico.
 

- Ciao, Walter, posso lasciarti un po' di pappa per i gatti di Bice e Alice?
 

- Sì, puoi darla a Gianni, che poi ci pensa lui.
 

- Gianni, che musica ci fai ascoltare questa mattina?
 

- Di che parliamo?
 

- Di una storia che ha dell'incredibile, con un finale a sorpresa.
 

- Santana troppo rock, Miles Davis troppo jazz, Duke Ellington troppo swing... Joni Mitchell dovrebbe andare bene.
 

- Ok, è andata!
 

Oggi, con il sottofondo di Joni Mitchell, apriamo la nostra pagina del blog on the road con un immagine a noi familiare, intendo dire, una foto scattata in un centro città. Ci troviamo a Chicago, una scena come tutti i giorni simile alle nostre, gente che va e gente che viene, gente che va di corsa, il cuore della città che pulsa di passioni, un universo di anime che, lungo la strada di asfalto, incrocia ogni giorno il proprio destino.
 

- Ma che sei stato in America? (Michele il tappezziere.)
 

- No, Michele, questa foto l'ha scattata Vivian Maier a Chicago nel 1975.
 

- Ah! E dove l'hai trovata?
 

- Tempo fa lessi per caso un articolo di giornale dedicato a una fotografa americana e ne rimasi molto colpito, il suo nome era Vivian Maier. Una vera artista, ma lei non lo sapeva e non lo sapeva nessun altro perché non aveva mai esposto in nessuna mostra, o pubblicato su giornali e magazine le sue splendide fotografie, rimaste, per la maggior parte, ancora nei rullini, con la pellicola impressionata, con i tanti negativi chiusi nelle bustine di carta, il tutto inscatolato al buio fra le ragnatele di un box preso in affitto. 

Finché, per una fortuita coincidenza, John Maloof, un giovane americano, ne venne in possesso, rimanendone così positivamente sorpreso da iniziare, con appassionata determinazione, una ricerca sulla vita di Vivian Maier. Riportò alla luce tutto il materiale prodotto dalla fotografa che, scoprì con grande stupore, non essere stato realizzato da una professionista. Finalmente era giunto il momento, anche se tardivo, di venire riconosciuta come una grande artista. Maloof operò un grande lavoro di recupero, di archiviazione e catalogazione di tutto il materiale, nonché rivalutazione della figura di Vivian Maier come artista autentica.
 

-E' stata una bella botta di fortuna, eh! (Mimmo il giornalista.)
 

- Sì, Mimmo, credo proprio di sì, probabilmente quegli scatoloni, in mani diverse, sarebbero finiti al macero oppure dimenticati o sparpagliati chissà dove.
 

- Ma perché questa donna non ha mai provato a metterle in mostra? (Peppino o' pensionato.)


- Peppino, quella donna lavorava come baby sitter, aveva una personalità mite e riservata, e poi tu come dici sempre?
 

- Ce  manca sempre n'soldo pe fa na lira... (Peppino.)
 

- Chi cjà er pane nun cjà li denti... (Gianni.)
 

- Bravissimi, è proprio così, questi vecchi detti sono appropriati, Vivian Maier aveva il talento ma le mancavano quei piccoli dettagli che l'avrebbero fatta emergere.
 

- Ma proprio non avete capito niente!! (Giovanna la Milanese.)
 

- Perché?
 

- Ma è chiaro, siete proprio dei pirla!... E' diventata famosa perché l'hanno scoperta dopo morta, quando era viva, se si fosse presentata a un giornale oppure a una galleria, sapete quante porte in faccia le avrebbero sbattuto?... Quel tizio è stato bravo ma anche svelto a inventarsi lo scoop, quando lei non c'era più! 
 

- Mhh... Giovanna, non abbiamo la controprova, ma le possibilità che tu abbia ragione sono alte, di sicuro, grazie al giovane indagatore, la bravura e la genialità dell'artista sono emerse e ora sono un tesoro prezioso per tutti.

Fra le strade di grandi città negli anni '50 e '60, con la sua Rolleiflex al collo, alternandola alla reflex e alla Leika, gli scatti di Vivian Maier erano opere di street art dedicata a scene e personaggi di vita quotidiana, praticamente viveva per la fotografia, nel bagno di casa aveva perfino improvvisato una camera oscura, dove sviluppava i negativi e stampava le copie, era una grande artista ma lei non lo sapeva, con la sua fotocamera stretta fra le mani apriva un dialogo poetico di immagini senza bisogno di parlare, lei, emozionata nelle emozioni, sapeva nel profondo del suo essere che il suo talento era vero; e, inoltre, bisogna anche dire che le macchinette fotografiche dell'epoca mica erano digitali con l'autofocus, sofisticate e facili da usare eh! Quindi univa al talento anche un'ottima capacità tecnica.
Vivian Maier si sentiva in simbiosi, un tutt'uno con l'apparecchiatura, i movimenti erano calibrati, sapeva caricare con dolcezza la pellicola ambrata, aprire l'otturatore, regolare la messa a fuoco. Per la giusta luce, manualmente aggiustava il diaframma, sempre con delicatezza e decisione, guidata da un sentimento innato, uno scatto senza paura, e la storia veniva fermata in un fotogramma.

- Rimane sempre un mistero sul perché non ha mai sviluppato negativi e rullini. (Tonino il tassista.)
 

- Io credo che per lei l'attimo più eccitante, emozionante, e ritenuto da lei più importante, sia stato il momento dello scatto, il click, il dito che pigia il pulsantino e ferma l'immagine, con un solo click l'artista aveva il potere di fermare il tempo, tutto il resto magari non le interessava.
 

- E se, più venalmente, non avesse avuto i soldi per stampare la grande quantità di materiale fotografato? (Gianni.)
 

- Comunque, tutto rimane racchiuso in un profondo alone di mistero che nessuno rivelerà, di fatto perché, oltre le testimonianze delle famiglie dove ha lavorato come bambinaia, Vivian Maier sembra non aver avuto parenti stretti. Chissà, forse proprio per questo motivo, per il sentirsi un lupo solitario, l'artista realizzò una serie di propri autoritratti, degli autoscatti in particolare con lei davanti alle vetrine dei negozi o davanti uno specchio, e, in entrambi i casi, la foto riproduceva anche tutto ciò che si trovava dietro. Secondo me, in questi autoritratti, c'è tutta la genialità dell'artista che, ritraendo se stessa con quello che era alle sue spalle, faceva diventare importante un particolare, che in condizioni normali non le sarebbe mai stato possibile ritrarre, a meno che fosse diventata una contorsionista. Insomma, istintivamente, Vivian Maier, con i suoi scatti riflessi, pare abbia saputo e voluto magicamente allargare lo spazio al di là del campo visivo della sua macchinetta fotografica... Qualcuno di voi ha mai fatto fotografie a persone o cose con la macchinetta dietro le spalle?
 

- No, mai, io, quando mi fotografano, rido sempre... mica come questi tre musoni della fotografia che ci hai portato! (Giovanna la Milanese.)


- Hai ragione, ma doveva fare un gran caldo in quell'agosto del 1975 a Chicago, ho scelto per voi questa foto fra tante. Non è stato facile, lo ammetto, mi ha colpito il colore giallo, doveva proprio fare un gran caldo quell'estate del 1975 per le strade di Chicago, e Vivian Maier era proprio lì, in quel preciso momento nel quale ha fermato il tempo, io la immagino così, lei donna esile dalle mani sfinate ma decise, con il volto di donna dai modi timidi e impacciati, eppure la mente come un vulcano, il cuore pulsante fiamme di passione, e poi i suoi occhi, già, come posso definire gli occhi di un'artista che riesce, nella frazione di un secondo, a cogliere l'attimo nel quale vede un signore in semi primo piano, piegato nei suoi calzoni corti di colore giallo, a leggere a fatica qualcosa a lui di fronte, mentre alle sue spalle un signore sulla cinquantina cammina spavaldo, sempre in giallo, e la signora alla sua sinistra, con la gonna gialla, osserva curiosa l'anziano piegato che strabuzza la vista. Tutti gli sguardi dei protagonisti sono indirizzati alla loro destra, nessuno ha detto loro "Stop", solo l'arte di Vivian, con un click, aveva il potere e la magia di farlo. Ma sì, provate voi a inquadrare nell'otturatore della camera tre personaggi così, a passeggio tutti insieme su un marciapiede bollente di un agosto del 1975, fatelo, potrete provare ma non ci riuscirete, mi dispiace per voi, perché, intanto, l'azione sarà già terminata, l'attempato con gli occhiali si sarà alzato e magari girato, il cinquantenne avrà attraversato la strada e accesa l'ennesima sigaretta, la donna, nella sua gonna gialla, avrà incontrato una sua amica. Invece Vivian Maier, la donna che era un'artista ma nessuno lo sapeva, era talmente grande da riuscire ad anticipare la sequenza, poi, di corsa, scattata la foto, via per una nuova immagine in quel bollente agosto di Chicago del 1975.
Se Vivian Maier fosse ora qui, non ci penserebbe un attimo a ritrarre Giovanna, il suo sguardo incazzato da valchiria e il cubano spento in bocca. Uno scatto lo dedicherebbe pure ai ragazzini che vanno a scuola, a Gianni che, dietro il bancone, fuma ridendo e pensando. Farebbe una foto anche a me, con le mani sporche di penna e di colore, tutto senza dirci nulla, in silenzio, senza disturbare, senza sentire la musica del nostro juke box, lei il suo ritmo lo aveva negli occhi e in quelli della sua Rollei, poi, senza salutarci, sarebbe volata via come un fantasma, direzione camera oscura.
Amici lettori, con qualche dubbio amletico su questa splendida artista, vi salutiamo e saremo felici di ritrovarvi al prossimo appuntamento artistico. Sono indeciso fra farvi luce con una lampadina oppure regalarvi un albero dei desideri, in ogni caso sarà sempre un piacere parlare di arte insieme a voi.

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Arte al bar: ROBERT WHITAKER The butcher cover

8 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #fotografia

La foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter FestLa foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter Fest

La foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Amici lettori di questo blog che vi accende la luce anche quando fa troppo caldo e non avete voglia di fare niente, sappiate che questo bar non va in ferie, pertanto, su qualsiasi spiaggia vi troviate, in collina, sul cocuzzolo di una montagna, oppure a spasso per una old city, noi vi accompagneremo con le nostre chiacchiere artistiche. 

Eccomi qua, seduto al mio tavolino color fucsia, con in mano il mio Irish coffee alla nutella, di fianco a me c'è Anacleto il salumiere, poi vi spiego il perché della sua presenza. In realtà, visto l'argomento, avrei voluto Carmine il macellaio, ma è andato a pescare e così, non avendo di meglio in pasta, ci dobbiamo accontentare del nostro salumiere.

Molto bene, al momento nel bar c'è troppo silenzio e così Gianni il barista, conoscendo il tema di oggi, ha messo come sottofondo musicale la compilation di Beatlesmania. Avete capito di chi parleremo? Forse sì, forse no, sto per presentarvi l'opera di Robert Whitaker, colui che è stato "Il fotografo" dei Beatles, li ha seguiti in vari tour in giro per il mondo e ha immortalato i Fab 4 in immagini che hanno fatto la storia del gruppo.

L'artista entrò in contatto con i Beatles per una semplice casualità, durante una loro tournée in Australia. Arrivò per lui l'occasione di realizzare alcuni scatti al manager Brian Epstein, dopo i quali gli propose di collaborare insieme. Inizialmente Robert Whitaker rifiutò, per cambiare idea solo alcuni mesi dopo aver visto il grande entusiasmo, al limite dell'isteria, dei fan ai concerti, e ne seguì i destini dal 1964 al 1966. 
L'opera che andremo a descrivere sarà la celeberrima "Butcher cover", la foto della copertina dell'album "Yesterday and today", nella quale i quattro musicisti sorridenti sono in camice bianco da macellai, con in braccio brandelli di carne insanguinata e bambole storpiate. Cosa che destò molto scalpore, poiché ritenuta troppo violenta, e ricevette numerose proteste, tanto da venire ritirata da tutti i negozi dove era stata distribuita.

Whitaker aveva una sintonia con il surrealismo, e la sua filosofia era di andare oltre gli schemi, quindi, al momento di realizzare il servizio fotografico, decise di interrompere, in accordo con i quattro di Liverpool, la consuetudine che voleva i Beatles nelle solite foto pubblicitarie, dove erano raffigurati inattivi, troppo belli, troppo statici da sembrare finti e, inoltre, l'esagerata passione dei fan verso il gruppo, tanto idolatrato da sfiorare l'irragionevolezza. Quindi, nell'immaginario del fotografo australiano, il pensiero che la foga entusiastica dei fan avesse potuto fare a pezzi i quattro musicisti, gli diede lo spunto per ritrarli ironicamente come dei ridenti macellai, simboleggiati dai camici bianchi, dai brandelli di carne e dalla naturalezza umana fatta a pezzi come le bambole fra le braccia di John, Paul, Ringo e George.

Il messaggio oltre gli schemi era che i quattro Beatles non rappresentavano degli idoli soprannaturali da idolatrare ma ragazzi normali, baciati dal talento e dal successo, e che la musica era semplicemente arte da godere, arte per far stare bene la gente a prescindere dalla nazionalità, colore della pelle o religione.

Anche se è un'immagine che, a prima vista, poteva ricordare un film horror, i quattro Beatles ridevano, e il loro sguardo era totalmente ironico; la prima cosa che la gente avrebbe dovuto pensare era che fosse uno scherzo, un gioco, magari provocatorio, senza offesa per nessuno. In tutto il mondo ne potevano ridere, prendendoli per pazzi, in fondo erano artisti.
 

- Anacleto, guarda questa foto e dimmi che ne pensi.
 

- Sono i Beatles? Ma che, hanno cambiato lavoro?
 

- No, questa era una copertina di un disco, dammi la tua prima impressione.
 

-Mi fa ridere, si capisce che è uno scherzo, se la foto la facevo io ci mettevo pure un doppio fiasco di vino e il barbecue, comunque mi piace, è una cosa un po' strana, però è diversa dalle solite.
 

-Bravo Anacleto, invece questa foto creò un sacco di problemi perché si pensava che potesse impressionare il pubblico.
 

- Walter, bastava che il fotografo avesse messo un bancone, un frigorifero, attaccata alla parete la testa finta di un toro con le corna, e sarebbe andata bene, il disco lo avrebbero intitolato "braciole e salsicce rock".
 

- E con l'arte come la mettevamo?
 

- Ma perché, quando si sente la musica non si mangia?
 

- Vedi, Anacleto, questo fotografo era come un visionario, uno sperimentatore, uno che cercava l'immagine originale, con la sua macchinetta a tracolla era un tutt'uno con la propria fantasia e, in quel momento, insieme ai Beatles si stava divertendo a inventare un messaggio artistico nuovo, in contrasto con i soliti. Tu prima hai detto bene: questa foto era diversa dalle normali copertine; in sintesi, attraverso la fantasia, cercava di entrare profondamente in contatto con il pubblico.
 

- Hai ragione, senti, che ne dici se mi faccio pure io una foto dentro la mia salumeria vestito da musicista? Una bella foto mentre taglio a mano il prosciutto, "Anacleto la rock star della salumeria norcina."
 

- Ti conio uno slogan..."Da Anacleto il prosciutto è bono e balla bene."
 

- Sì, mi piace!
 

- Anacleto, vedi l'importanza dell'arte? Allarga gli orizzonti, questo è quello che probabilmente Robert Whitaker ricercava nel suo lavoro e, pure se questa copertina venne tolta di mezzo, nulla poté fermare l'onda d'urto creativa dei quattro ragazzi di Liverpool e così, se ancora possiamo godere di quei fermo immagine storici, lo dobbiamo a un grande artista della fotografia, Robert Whitaker, che non è famoso solo per il lavoro con i Beatles ma anche per aver ritratto, con scatti memorabili, Salvador Dali, Mick Jagger e altre star dello spettacolo.
 

- Walter, adesso che facciamo? Ce lo facciamo un selfie alla Robert Whitaker?
 

Non ve lo avevo detto ma, nel frattempo, attirati dalla musica dei Beatles, altri amici hanno assistito alla nostra chiacchierata; ve li elenco in ordine sparso: Giovanna la Milanese, Dalia la Torinese, Franco il gelataio, Aristide la comparsa di Cinecittà, Monica la parrucchiera e Bice e Alice le due ex maestre in pensione. Forza, mettete tutti il camice bianco da bidello, i bambolotti con le caramelle, i panettoni scaduti del Natale scorso, spappolatevi addosso qualche tramezzino, un po' di salsa di pomodoro, mettetevi in posa, ridete e dite tutti "ce piace la lasagna!"
Amici lettori della signoradeifiltri, con questo selfie vi salutiamo, vi presenterò meglio i miei amici dell'arte al bar la prossima volta. E' stato un piacere essere in vostra compagnia e, quando dalla spiaggia vi tuffate in acqua, fatelo artisticamente pensando a noi.

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OLTRE LE VISIONI di PAOLA DESIDERI

11 Giugno 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le interviste pazze di walter fest, #fotografia

 

 

 

 

Eccomi amici lettori della signorasenzafiltri, eccomi a presentarvi una giovane artista romana che a breve esordirà nella sua esposizione personale intitolata "Oltre le visioni". Sto parlando della fotografa Paola Desideri.
La incontrerò e insieme parleremo di arte e di questa sua nuova esperienza.
Non può mancare uno dei miei mezzi di locomozione preferito, finora nessun artista se ne è lamentato, oddio, veramente Picasso a momenti mi stacca una maniglia, e Pollock si è scolata tutta la gazosa, comunque adesso, con la mia 500 colorata per l'occasione di rosso pesce rosso, andrò a prendere Paola Desideri.

 

- Ciao, Paola.


- Ciao, Walter, che bella questa 500 rossa pesce rosso!
 

- L'ho fatta per te, l'acqua sarà il nostro argomento protagonista di oggi, giusto? Apri quello sportellino, posso offrirti un gelato?


- Ehi, ma non manca niente qui dentro?
 

- Hai ragione e dopo scoprirai anche un altra sorpresa.
 

- Dove andiamo?
 

- Al laghetto dell'Eur.
 

- Ah, molto bene.
 

- Paola, non è casuale il perché andremo a parlare al laghetto ma sopratutto la scelta del giorno dell'inaugurazione della tua mostra. Il 17 giugno è la giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità.
 

-Sì, Walter, è proprio così, il mio impegno e il mio lavoro sono indirizzati da un alto a mettere in risalto la bellezza dell'acqua, da un altro a focalizzare gli aspetti e l'importanza di un bene così prezioso.
 

- Le tue opere fotografiche sono di mille colori.
 

- Sì, è il mio modo allegro di raffigurare l'acqua, la gioia di un qualcosa di così bello e importante che non ne possiamo fare a meno.
 

- Eh, già, fortunatamente le organizzazioni mondiali, con le giornate come quella del 17 giugno, stanno monitorando il pianeta, non è facile frenare la stupidità umana e l'arte è una di quelle espressioni che hanno il dovere di rappresentare, appunto attraverso l'arte, il bello e lo sbagliato di ogni cosa, un linguaggio universale atto a migliorare la nostra vita e quella del pianeta. Il rischio di desertificazione e di siccità è sotto gli occhi di tutti.
 

- Grazie al tuo talento sei andata "Oltre le visioni".


- Non sono sola, mia compagna di avventura è la fedele macchina fotografica e tutte le persone che collaborano con me a questa idea.
 

- Gioco di squadra.
 

- Sì, è necessario, tutto il mondo deve fare squadra per il bene comune e io do il mio contributo fotografando l'acqua, cercando di far vedere quei colori impercettibili, quello che ci sfugge a causa dello stress quotidiano. I miei scatti sono realtà e fantasia da immaginare ad occhi aperti. Purtroppo siamo troppo attaccati con i piedi a terra e perdiamo di vista la necessità di preoccuparci del destino dell'acqua... Walter, ma dove stiamo andando?
 

- Andiamo con la 500 a fare un giretto sul laghetto.
 

- Ma non è una barca!
 

- Lo so, ma la fantasia non ha limiti, e poi, nel prossimo futuro, fiumi, laghi e mari saranno percorribili anche con un automobile, il progresso farà grossi passi avanti.
 

- Sei ottimista.
 

- Un po', vedrai che, nonostante tutto, l'umanità, anche grazie ad artisti come te, cambierà rotta salvaguardando la natura e questo pianeta resterà sempre il più bello della galassia... Sei pronta? Chiudi il tettino apribile altrimenti ci bagniamo.
 

Amici lettori, io e l'artista Paola Desideri vi salutiamo. Le rivolgiamo un bel in bocca al lupo per la sua mostra; siete tutti invitati, non mancate a "Oltre le visioni" ,domenica 17 giugno, giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità.

Amici fedelissimi del blog che ama regalarvi cultura e colori, vi aspettiamo alla prossima intervista con nuovi artisti.

OLTRE LE VISIONI di PAOLA DESIDERIOLTRE LE VISIONI di PAOLA DESIDERI
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PREMIO COMBAT PRIZE 2017

20 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #arte, #pittura, #fotografia

 

 

 

Si è conclusa sabato 15 luglio, nella meravigliosa cornice dorata della Sala degli Specchi del Museo Giovanni Fattori di Livorno, la ottava edizione del PREMIO COMBAT PRIZE 2017 decretando i vincitori di quest'anno.

 

La giuria composta da Andrea BruciatiElio GrazioliFrancesca Baboni, Lorenzo Balbi, Lorenzo Bruni, Stefano TaddeiWalter Guadagnini, ha scelto come vincitore della sezione Pittura Barbara De Vivi con l'opera “Medea” con la seguente motivazione:
 

Per una ricerca che si nutre di una modalità pittorica potente, giocata sulla stratificazione e su reminiscenze oniriche e per una efficace rilettura contemporanea del mito classico. La tela è alimentata da una narrazione pregnante ed efficace, ricca di connessioni concettuali dettagliate che fa presagire interessanti potenzialità.

 

Menzione speciale della giuria a Francesca Chioato.

 

Per la sezione Fotografia la giuria ha decretato vincitore Karin Schmuck con l’opera Mothers I per

 

la capacità di affrontare un genere classico della fotografia, il ritratto familiare, rovesciando le attese del soggetto e dello spettatore, attraverso una peculiare scelta iconografica. Il rapporto tra le due figure è elaborato come incontro totalizzante di corpi, autentica fusione che esclude la riconoscibilità individuale legata alla rappresentazione del volto. Il fondo uniforme rafforza ulteriormente il rimando alla tradizione del genere anche in chiave di citazione pittorica.

 

Menzione speciale della giuria a Luca Gilli.

 

Per la sezione Grafica la giuria ha premiato Giorgia lo Faso con l’opera SAMSUNG GALAXY S4

 

per la capacità di riuscire a far convivere nelle sue immagini due temi distanti come quello del monocromo e quello della scrittura immediata dei messaggi lasciati nello spazio urbano da chi lo attraversa. Questa ricerca le ha permesso di approdare a soluzioni estetiche inedite perché indaga nuovi equilibri nella classica relazione tra fondo e soggetto, approdando ad nuovo campo di studio con cui rilegge la tecnica classica della grafica d'arte alla luce della comunicazione globale e delle piazze virtuali.

 

Menzione speciale della giuria a Massimiliano Galliani.

 

La giuria ha decretato vincitore per la sezione Scultura/Installazione Davide Sgambaro con l’opera “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”

 

per la capacità di indagare in maniera non scontata il medium installativo traslando il proprio corpo in una sorta di performance collettiva perfettamente inserita nello spazio. Immersiva risulta la capacità in cui il suo lavoro riesce a coinvolgere il pubblico, suscitando sensazioni di sorpresa, inquietudine e claustrofobia.

Menzione speciale della giuria a Mauro Panichella.

 

Infine per la sezione Video la giuria ha assegnato il premio a Ana Devora con l’opera Marionetas. Constatando che

 

nella congiuntura attuale i processi educativi sono al centro di una ridefinizione del tessuto sociale, l’autrice, proponendo un’indagine sulle modalità tipiche di trasmissione di determinati valori, ne evidenzia e coglie l’insieme delle loro potenzialità per il futuro.

 

Menzione speciale della giuria a Irene Lupi.

 

 

Per quanto riguarda i premi speciali, il premio “Fattori Contemporaneo, che consiste in una personale al Museo Fattori nella programmazione 2018, viene assegnato a Alberto Sinigaglia con la seguente motivazione:

 

Assodato che il rapporto tra realtà e finzione, tra documento e creazione è fondamentale nella costituzione del linguaggio fotografico, l’interesse dell’autore si concentra sulla ricerca delle fonti. Queste possono essere aggiunte o essere sostituite, attraverso un percorso nel quale il concetto stesso di verità viene posto in discussione. A partire da queste premesse, la realizzazione di un viaggio che è insieme riflessione sulla scienza, sull’immagine e sull’immaginario collettivo e si sviluppa tra fotografia, installazione ed editoria ha convinto la giuria a premiare l’opera.

 

In ultimo per il nuovo premio ART TRACKER, dove quattro artisti under 35 saranno inseriti nella programmazione eventi di LUCCA ART FAIR per un nuovo progetto curatoriale, i vincitori sono: Martina BrugnaraChiara Campanile, Marco Groppi, Simone Monsi.

 

 


 

PREMIO COMBAT PRIZE 2017

 

 

 

The eighth edition of the PREMIO COMBAT PRIZE 2017 came to an end on Saturday, July 15, in the spectacular gilded setting of the Sala degli Specchi in the Museo Giovanni Fattori of Livorno, proclaiming the winners.

 

The jury — Andrea BruciatiElio GrazioliFrancesca Baboni, Lorenzo Balbi, Lorenzo Bruni, Stefano TaddeiWalter Guadagnini — has selected as the winner of the Painting section Barbara De Vivi with the work Medea. Motivation: for her explorations nurtured by powerful painting, with layerings and oniric recollections, and for an effective contemporary reinterpretation of classical myths. The canvas thrives upon incisive narration, laden with detailed conceptual connections that foreshadow interesting potential.

Jury special mention: Francesca Chioato.

 

For the Photography section, the winner is Karin Schmuck with the work Mothers I, for her ability to face a classic photography genre—the family portrait—while challenging all expectations of the subject and the spectator, through a unique choice of iconography. The relationship between the two figures is elaborated like a totalizing encounter of bodies, an authentic union that excludes individuality related to portraying faces. The uniform backdrop further emphasizes the reference to this genre tradition even as regards painting.

 

Jury special mention: Luca Gilli.

 

For the Graphic Art section the jury awards Giorgia lo Faso for her work SAMSUNG GALAXY S4, for her ability to make two very dissimilar themes— such as the monochrome and instantaneous messages left in the city space by those who cross it— coexist in her images. This investigation has allowed her to formulate unique aesthetic solutions because she investigates new balances in the classic relationship between background and subject, exploring new fields of study with which she reconsiders the classic technique of graphic art in light of global communication and virtual squares.

 

Jury special mention: Massimiliano Galliani.

 

For the Sculpture/Installation section the jury awards Davide Sgambaro and Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno, for his ability to investigate, in a refreshing way, installation by turning his own body into a sort of collective performance perfectly part of the space. His work is able to engage the audience, arousing feelings of surprise, restlessness, and claustrophobia.

Jury special mention: Mauro Panichella.

Finally, the award for the Video section goes to Ana Devora for her work Marionetas. Aware that in today’s world, training and education processes play a key role in redefining society, the artist, offering to investigate the typical means of handing down determined values, highlights these and grasps their overall potential for the future.

Jury special mention: Irene Lupi.

 

As far as special awards are concerned, the “Fattori Contemporaneo” prize, which consists in a solo exhibition at the Museo Fattori during the 2018 events program, is given to Alberto Sinigaglia for the following reason:

Convinced that the relationship between reality and make-believe, between documenting and creating is fundamental in composing a language of photography, the artist is focused on investigating sources. These may be added or replaced, through a course where the very notion of truth is challenged. Starting from this premise, embarking on a trip that is both a reflection on science, on images, and on the collective imaginary and which unfolds through photography, installation, and publishing, has convinced the jury to award this work to him.

Finally, for the new prize ART TRACKER, where four artists under 35 will be part of the LUCCA ART FAIR events for a new curating project, the winners are: Martina BrugnaraChiara Campanile, Marco Groppi, Simone Monsi.

 

 

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Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

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