Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #fotografia tag

Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Mostra altro

San Galgano

16 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #patrizia puccinelli, #Impronte d'Arte, #fotografia, #luoghi da conoscere

La Toscana, ricca di luoghi indimenticabili. Uno di questi è San Galgano in provincia di Siena. La pregevole articolazione delle masse murarie si unisce all’eleganza delle linee architettoniche, che sembrano, per l’assenza del tetto, protendersi verso il cielo. Nel cortile dell’Abbazia c’è la Sala Capitolare, luogo di riunione della comunità. Poche centinaia di metri la distanziano dalla Cappella di Montesiepi, una piccola chiesa dove è custodita la Spada nella Roccia.

Patrizia Puccinelli

San Galgano
San Galgano
San Galgano
San Galgano
Mostra altro

Lucca

15 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #patrizia puccinelli, #fotografia, #luoghi da conoscere

Sta finendo l’estate e Lucca, con le sue Mura, si riempie di colori caldi ed ineguagliabili, mentre l’orologio del Palazzo Pretorio scandisce il tempo nelle notti di luna piena.

Patrizia Puccinelli

Lucca
Lucca
Lucca
Mostra altro

Nebbie

13 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #patrizia puccinelli, #Impronte d'Arte, #fotografia

Nebbie
Nebbie
Nebbie

Ho avuto fortuna e di abitare in campagna, fra vigne ed ulivi delle colline Chiantigiane, in autunno, quando la temperatura cambia e la terra calda si scontra con l’aria fresca del mattino, si possono ammirare queste meraviglie. Ogni giorno è uno spettacolo diverso.

Patrizia Puccinelli

Mostra altro

Immagini ed emozioni dei lettori: Adriana Pedicini

9 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #adriana pedicini, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Adriana Pedicini

Cara Adriana, innanzitutto grazie per aver mandato le tue immagini. Vediamo subito come le ho percepite e cosa c’è di buono o no.

La Forza delle radici: Sicuramente l’albero è molto grande e tu volevi trasmetterci la sensazione che hai avuto osservandolo, però sei andata un po’ troppo vicina e non capisco bene se sono radici o rami, probabilmente se stavi un pochino più aperta, (più lontana o con meno zoom) riuscivo anch’io a comprendere meglio la maestosità di questo albero; in più il flash in automatico ha cancellato la suggestione che i tuoi occhi hanno così tanto apprezzato, mi spiace, sono sicurissima che era un bellissimo albero ma purtroppo non riesco a trovare quella forza che tu hai cercato di condividere.

Albero secolare: Ecco, questa immagine si che rende l’idea!!!! Bella anche la via di fuga a destra dell’immagine che dà profondità, peccato che la troppa luce a sinistra catturi eccessivamente l’attenzione, però hai allargato il campo e questa sì che dà l’idea della potenza delle radici.

Agosto 2013: Qui hai fotografato in controluce una montagna all’orizzonte, purtroppo la foschia non ti ha aiutato, ma ad Agosto non è che si può chiedere l’aria tersa. Hai preso troppo fogliame alla sinistra che incupisce un po’, ti consiglio, nelle foto di paesaggio, di utilizzare sì, un particolare in primo piano che dà profondità, ma non in modo eccessivo perché altrimenti si prende tutta l’attenzione e non lascia spazio a ciò che volevi mettere in evidenza.

Fiori di campo: Questi fiorellini sono deliziosi, io li adoro! I cespugli fioriti incolti sono difficilissimi da fotografare, perché sono adorabili a vedersi, però, proprio perché sono incolti, sono sporchi di foglie secche e fiori appassiti e l’obbiettivo non è indulgente come i nostri occhi, vede e ripropone tutti i difetti! Penso che l’orizzonte così storto sia dovuto al fatto che volevi prendere più fiori possibili … A volte è meglio prenderne meno, ridurre il campo, ma cercare di trovare la parte più pulita della pianta, rende molto di più.

Arianna sulla catasta di legna: Arianna è una bellissima bambina, ma tu hai messo a fuoco la legna!

Panorama: Classica immagine che riportiamo a casa da una vacanza e vogliamo far capire in che posto meraviglioso siamo stati … Certo, il panorama naturale è molto bello, però non è stato reso il massimo, l’errore più comune che viene fatto nelle foto di panorama è che la macchina fotografica viene tenuta leggermente rivolta verso il basso e di conseguenza il primo piano risulta essere la strada che percorrevamo a discapito della vallata. Bisogna cercare di osservare meglio ciò che viene inquadrato, con un pochino di attenzione in più si hanno subito risultati.

Adriana non ti scoraggiare, tu continua a fotografare e cerca sempre di trasmettere le tue emozioni, qualche volta ci riuscirai non troppo bene, altre molto meglio, cerca di ascoltare il tuo cuore quando guardi dentro al mirino o schermo, sarai ripagata di tutti quei click che non ti hanno soddisfatta.

la forza delle radici

la forza delle radici

albero secolare

albero secolare

agosto 2013

agosto 2013

fiori di campo

fiori di campo

Arianna sulla catasta di legna

Arianna sulla catasta di legna

Panorama

Panorama

Mostra altro

Immagini ed emozioni dei lettori: Luigina Monferini

7 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Luigina Monferini – Lago di Massaciuccoli – Torre del Lago - Lucca

Cara Luigina, mi hai mandato le foto fatte con il tuo iPhone, dico subito che fare le foto con i cellulari, anche se di ottima qualità e con “tanti” mega non è la stessa cosa che fare le foto con una macchina fotografica e ti spiego subito perché: le lenti che sono su di un qualsiasi cellulare, anche se di ottima qualità, sono molto piccole per cui “assorbono” la luce. Infatti come le ingrandisci un pochino subito arriva il “rumore” dei pixel mancanti, converrai con me che sia il processore che il sensore di una anche piccola macchina fotografica sarà sempre maggiore di un cellulare. Detto questo, adesso vediamo le foto che mi hai inviato. J

Foto n.001 - Battello sul Lago: credo sia un’alba, i colori sono molto belli ed è ottimo il riflesso, la sensazione è bella, per quanto riguarda l’inquadratura avrei preferito che non ci fosse stata la poppa del secondo battello, ma non si può avere tutto.

Foto n. 002 – 003 – Silhouette: Nella prima c’è un po’ di confusione, troppo nero in basso, la seconda invece, la n. 003, anche se non è proprio una vera silhouette è molto meglio, dà la sensazione di profondità prodotta delle nuvole e dal personaggio un po’ arretrato a confronto del gruppo. L’inquadratura dal basso è buona e gli elementi di contorno non creano “confusione”.

Foto n. 004 – Sole fra le nuvole: l’attimo che hai colto è molto bello, peccato che non eri nel posto adatto… ma comunque hai colto l’istante, i raggi che filtrano sono belli, con il giusto taglio può dare più emozione.

Foto n. 005 – Lago con anatre: il paesaggio è molto bello, i riflessi meno spiccati dell’altra, ma sicuramente una bella immagine. La natura ci regala sempre delle scenografie inimitabili.

Foto n. 006 – Luna specchiata nel lago: L’idea è bellissima, purtroppo è il cellulare che non ha reso ciò che tu volevi regalarci, il riflesso è bello, ma in questo caso necessitava la presenza di un cavalletto e tempi di posa lunghi …..

Foto n. 007 – Fiori di pesco: questa immagine è bella, l’ora in cui l’hai fatta è la mia preferita, tutto si tinge di blu come in un sogno, non sembra nemmeno di essere al Lago di Massaciuccoli. L’inquadratura a mio avviso è perfetta e la luna piena che fa bella mostra si sé è molto bella. Questa immagine a me dà emozione, brava.

Patrizia Puccinelli

foto 001

foto 001

foto 005

foto 005

 foto 006

foto 006

 foto 007

foto 007

foto 003

foto 003

foto 004

foto 004

foto 002

foto 002

Mostra altro

emozioni fotografiche di Adriana Pedicini

29 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #fotografia

Invio una foto scattata di pomeriggio due giorni orsono, non sono una esperta né ho una macchina fotografica di grande valore. Mi piace tuttavia fermare "nel tempo" gli istanti.

Complimenti per l'iniziativa

Adriana

la Dormiente del Sannio (massiccio Taburno-Camposauro)

la Dormiente del Sannio (massiccio Taburno-Camposauro)

Mostra altro
Mostra altro
Mostra altro
Mostra altro
1 2 3 4 5 6 > >>