Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

patrizia poli

Aldo Dalla Vecchia, "Diabolik dietro la maschera"

22 Settembre 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #persoanggi da conoscere, #saggi

 

 

 

 

Diabolik dietro la maschera

Indagine sul Re del Terrore

Aldo Dalla Vecchia

Graphe.it, 2022

pp 102

9,00

 

 

 

Il mio unico ricordo di Diabolik coincide con le scenette che Johnny Dorelli recitava in Johnny sera, uno spettacolo del 1966, dove impersonava Dorellik, parodia, appunto, del fantomatico Diabolik. Ah, i mitici varietà della tv in bianco e nero, dove risaltava la faccia pallida e fintamente sardonica di Dorelli avvolto nella calzamaglia!

Al fumetto Diabolik, Aldo Dalla Vecchia dedica la sua ultima fatica, un saggio intitolato Diabolik dietro la maschera. Diabolik è un personaggio nato nel 1962 dalla fantasia delle sorelle Giussani, per la casa editrice Astorina. Si rifà a illustri predecessori del calibro di Fantomas, Rocambole e Arsenio Lupin.

Precursore e capostipite del fumetto nero italiano, Diabolik è stato un fenomeno trasversale che ha resistito dal 1962 fino ai giorni nostri. Ha come protagonisti un ladro capace di spettacolari trasformazioni, la sua amata compagna di nome Eva Kant – bella, algida e sensuale – e la controparte che gli dà la caccia, il nemico storico, l’ispettore Ginko, affiancato da Altea.

Avvenente, con un fisico scolpito e gli occhi gelidi, spietato ma innamorato e geloso della sua Eva – con la quale costituisce una coppia convivente non sposata, scandalosa per gli anni in cui il fumetto fu concepito – Diabolik è maestro del travestimento, grazie alle maschere con cui riproduce i lineamenti di chiunque. Ha una sua morale ma non è un personaggio positivo e in questo sta il suo fascino perverso.

Sebbene l’argomento sia trattato in modo didascalico e rigoroso, trabocca la passione di Dalla Vecchia per questo fumetto tutto chiaroscuri, patinato, forbito nel linguaggio e sottilmente sensuale senza mai essere volgare. Capitolo dopo capitolo vengono studiate le origini dell’opera, la storia delle sorelle che lo idearono, il personaggio di Diabolik, quello del suo avversario e delle due donne. Si analizzano poi le imitazioni e le parodie – mitica quella di Paperinik –, i tentativi di riproduzione cinematografica, dal trash di culto di Mario Bava alla versione vincente del 2021, il merchandising.

Un saggio ricco di dettagli, aneddoti, curiosità per cultori del fumetto elegante.

Mostra altro

Gordiano Lupi e Riccardo Marchionni, "Amarcord Piombino"

7 Luglio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere, #fotografia

 

 

 

 

Amarcord Piombino

Gordiano Lupi e Riccardo Marchionni

Edizioni Il Foglio, 2022

pp 238

15,00

 

 

Non dovrei trovare così attraente un libro che parla di una città non mia, che racconta dettagli poco importanti di una provincia lontana nel tempo. Ma se a scrivere di Piombino è il suo bardo, Gordiano Lupi, mi lascio di nuovo catturare. Chi è nato e vissuto per sempre nella stessa città conosce – come la conosce la sottoscritta – la sensazione che ogni angolo, ogni via, ogni fondaco, ogni panchina conservino memoria di fatti accaduti, di gente amata che ci ha lasciato, di prospettive che non si sono avverate, di ambizioni frustrate.

La Piombino di cui parla Lupi c’era e non c’è più, si è trasformata in qualcosa che, comunque, si fa voler bene lo stesso, che diventerà ricordo dolceamaro per le generazioni future. Una città di spiagge e acciaio, di tamerici salmastre e fuliggine, di gabbiani e archeologia industriale. Una città amata con nostalgia e strazio, con la potenza magica del tempo che tutto trasforma, che è selettivo, che rinnovella e ricrea, che contempla il bello e il brutto, il cielo pulito e la spazzatura sotto il marciapiede, le ideologie vissute solo come patetico ricordo. Se a trovare un tappo di bottiglia è un bambino che ci giocherà e che porterà quei momenti incisi nel cuore, persino la fugace visione di tale modesto oggetto crea un continuo, inafferrabile anelito insoddisfatto.

Vivere sarà soltanto questo desiderio inappagato di ritorno verso quel che non può tornare.” (pag 213)

Sono le eterne, ricorrenti tematiche di Lupi – che qui vengono supportate anche dalle tangibili, seppur evanescenti, fotografie di Riccardo Marchionni. Da Alla ricerca della Piombino perduta, attraverso Calcio e Acciaio, fino a questo Amarcord Piombino, è tutto un susseguirsi sempre più straziato e disilluso di velleitaria, sfinita e un po’ blasé nostalgia. Da un libro all’altro c’è come un arrendersi, un cedere il passo estenuati al nuovo che avanza, un capire che, se le cose stanno come stanno, in fondo è perché noi lo abbiamo voluto.

Conosco bene la mancanza d’un irraggiungibile romantico ideale, la bellezza trascendente di ciò che non sarà mai più, forse perché, in fondo, non è nemmeno stato davvero. Conosco il trasformare qualsiasi momento in gemma struggente purché lontano nel tempo. Cosa rimane a noi sessantenni se non ripercorrere il passato, sentire l’affievolirsi delle pulsioni, il venir meno del talento e dell’elan vital? Possiamo solo vivere ogni angolo delle nostre città, dei nostri mari, delle nostre periferie industriali accarezzandole con lo sguardo, ritrovandoci ciò che è stato e creando allo stesso tempo nuove future rappresentazioni per il tempo che sarà, se mai ci sarà concesso.

Struggente poesia, come sempre nei testi di Lupi, che ti trascina privo di meta da una pagina all’altra, affatato e dilaniato da una malinconia senza confini, una malinconia da bestia stanca che ormai si lecca le ferite.   

Mostra altro

Aldo Dalla Vecchia, "La consapevolezza di te"

3 Luglio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #eros

 

 

 

 

La consapevolezza di te

Aldo Dalla Vecchia

Isenzatregua Edizioni, 2020

pp 140

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia è sempre Aldo Dalla Vecchia anche quando, con un libro come La consapevolezza di te, spalanca un mondo che la sottoscritta non conosceva. È sempre lui anche quando usa parole oscene e riporta incontri – veri o presunti – scaturiti da chat a scopo sessuale.

A frequentare queste chat erotiche che si concludono a letto sono, ci spiega, non soltanto omosessuali ma molti cosiddetti etero, o meglio maschi sposati, con figli e una vita dall’apparenza banale. Forse è questa tediosa normalità che li spinge a fare sesso con altri maschi, oppure è – come sospetta l’autore – uno stratagemma per non indagare il proprio latente essere gay. Cosa che, invece, l’autore fa con spietatezza e compassione, con lotta e accettazione, con sofferenza ed epifania.

Una serie di quadretti corredati di illustrazione finale – soluzione non nuova all’autore – dove, invece del solito gustoso bozzetto di costume televisivo, c’è l’incontro con un esemplare umano di sesso maschile. Dalla Vecchia colloca ognuno di questi personaggi sotto una lente d’ingrandimento, lo seziona e analizza. In questo procedimento, nonostante l’eccitazione, l’eros, la libido, l’autore rimane distaccato. Così, oltre ai partner erotici, l’autore viviseziona anche se stesso, le proprie reazioni, i propri gusti, accettandosi senza forse piacersi del tutto. Quel narrare in seconda persona è sintomo di un voluto allontanamento, del mancato coraggio di dire “io” e del coinvolgimento di ciascuno di noi, tutti potenziali attori di insospettate trasgressioni porno ma non solo.

Con questo libro Aldo Dalla Vecchia​ torna indietro di anni, come se sentisse il bisogno di svincolarsi da tutte le sovrastrutture accumulate nel tempo, che pure fanno parte di lui - la cultura, la professionalità, le relazioni affettive e amicali - per mostrarsi nudo nel vero senso della parola, per riscoprire il nocciolo più autentico di se stesso donandogli in questo modo una nuova purezza. Capiamo che, dopo la lunga guerra interiore, egli finisce per recuperare tutte le parti di sé, per voler bene a quel ragazzo timido il quale ha cercato con tutte le sperimentazioni possibili la propria unicità.

Il grande assente di questa narrazione, vuoi per pudore, vuoi perché non è l’oggetto dell’indagine, è l’amore, se non accennato come ricordo infantile. Ciò connota di tristezza un contenuto che sarebbe solo squallido e arido se non fosse, appunto, esposto con freddezza da entomologo, con la solita lucida – e al tempo stesso innocente – ironia di Dalla Vecchia, quel suo rimanere elegantemente perbene anche quando tratta una materia scabra con termini crudi e brutali.    

Mostra altro

Enrica Ceccarini, "Cinovagabondi"

25 Maggio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #animali

 

 

 

 

Cinovagabondi

Enrica Ceccarini

2021

 

 

Ci serve un mondo in cui io sono il mormorio delle acque che si svegliano da sonni ghiacciati e tu le radici delle piccole piante, tenere ossa del bosco.” (pag 140)

 

Di solito i libri dei contatti Facebook mi arrivano su richiesta dell’autore, che desidera una recensione, o della casa editrice, o dell’ufficio stampa. Quelli che compro di mia iniziativa sono classici o best seller internazionali in lingua inglese. Per Cinovagabondi ho fatto un’eccezione. Ho conosciuto su Facebook l’autrice, Enrica Ceccarini, e non ho potuto fare a meno di seguire le sue riflessioni. Perché Enrica Ceccarini parla di cani in quanto educatrice cinofila di grande esperienza, e io ho un cane. E perché Enrica Ceccarini scrive da Dio, è una delle migliori scrittrici viventi e non sto dicendo una panzana, né facendo una marchetta a una amica. In realtà, non ci conosciamo se non di nome, né ci scambiamo mai messaggi o informazioni private. Per capire se dico la verità o no, leggetela e seguite la sua pagina.

Enrica dice di sé di essere Asperger e io, da ansiosa sociale, capisco alcune, se non tutte, delle sue difficoltà di relazione. Ma non mi interessa la sua competenza relazionale, bensì la sua inarrivabile bravura come scrittrice, sia in questo libro che nei post che pubblica su Facebook. Qui mi verrebbe da aprire una parentesi. Scrittore è chi ha una copia del proprio romanzo al Salone del libro o chi, con la parola scritta, tocca il cuore delle persone? Ammiro Enrica con molta bonaria invidia. Per quanto mi possa sforzare di essere coinvolgente nei miei romanzi, di essere intensa, non lo sarò mai nemmeno un briciolo di come lo è lei. Ogni volta che leggo un suo pezzo mi si attorcigliano le budella e mi si annoda la gola dal pianto. Nessuno come lei sa emozionare, no, di più, sa dilaniare l’anima. Leggete il capitolo “In memoria del grande Big Jack” e poi ditemi se non è vero.

Ma veniamo all’argomento del libro, che, per inciso, ha una copertina finto invecchiato e un interno patinato, quasi a mettere in evidenza la doppia anima dell’autrice, colta ed istintiva allo stesso tempo. L’argomento sono, ovviamente, i cani. Il nuovo modo di intendere i cani.

Nell’arco degli ultimi 15/20 anni tutti i vecchi concetti di cinofilia – la dominanza, il capobranco, ma anche il gentilismo a suon di würstel e bocconcini – si sono ribaltati, sebbene in molti casi siano ancora duri a morire. La figura del vecchio addestratore, dell’”uomo di cani”, è stata sostituita da una moltitudine di giovani educatori laureati in neuroscienze e indirizzati verso un approccio cognitivo, basato sul concetto che il cane è un essere senziente, intelligente e pensante, dotato di memoria, ragionamento ed emozioni.

In questo suo testo Enrica ci accompagna verso l’ascolto del cane, al fine di costruire un rapporto basato sulla reciprocità, sul rispetto, sulla comprensione, sulla fiducia. E mentre aiutiamo il cane nel suo percorso cognitivo ed emozionale, possiamo curare – prendendone coscienza – anche molte delle nostre ferite interiori.

Fin da quando ho mosso i primi passi nella relazione con il mio cane, ho sentito il bisogno e la mancanza di autenticità di ciò che mi veniva imposto dalla cinofilia vecchio stampo. Era una sensazione più che un ragionamento. Non poteva, mi dicevo, basarsi tutto sulla prevaricazione dell’uomo sul cane, sulla leadership, sul controllo delle iniziative, sulla centripetazione. Me lo confermavano gli occhi smarriti della mia Abra quando cercavo d’impormi su di lei con la prepotenza scambiandola per autorevolezza, me lo ribadivano la sua ansia, i suoi blocchi, i suoi rifiuti.

Poi, grazie a educatori preparati e consapevoli, ho scoperto che quello che sentivo era giusto, che è tutto più semplice di come ce lo spiegano, che il cane non diventa un mostro se lo abitui a pensare con la propria testa, se ti fidi di lui, se gli permetti di scegliere cosa è meglio, se smetti di punire quello che non può controllare, cioè le sue emozioni. Insomma, se gli lasci fare il cane.

Che l’amore di un cane sia incondizionato è una storia che ci piace raccontarci, spiega Enrica, il cane ama chi è capace di rivelarlo a se stesso, chi non lo vuole diverso da ciò che è, con le sue specificità filogenetiche, di vissuto e di razza. Enrica e gli educatori come lei non trasformano il cane su richiesta del proprietario, semmai mediano fra le esigenze del cane e quelle del proprietario e dell’ambiente.  

 

Davvero all’alba di questa vertiginosa, dilagante nuova consapevolezza vogliamo continuare a raccontarci che un pezzetto di würstel possa appagare i cani più del sentirsi liberi di vivere la propria vita e fare le proprie scelte?” (pag 116)  

Mostra altro

Shadowhunters

18 Maggio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

In questo periodo ho fatto una scorpacciata dell’universo Shadowhunters. Ho visto il film di Harald Swart del 2013, seguito tutte le stagioni della serie tv (2016-2019), e letto il primo libro, City of Bones, scritto benissimo da Cassandra Clare nel 2007. Se i libri della Clare sono belli e circostanziati, il film è gradevole, mentre la serie Tv non brilla – poiché si è puntato più sull’aspetto fisico dei protagonisti che sulle loro doti recitative –   anche se finisci per affezionarti comunque ai personaggi.

Shadowhunters raccoglie e mescola tutti i miti dell’urban fantasy moderno: i vampiri buoni e i lupi mannari – mutuati dalla saga immortale di Stephanie Meyer– gli stregoni, e, per finire, gli angeli e demoni in stile Fallen (2009).

Gli shadowhunters sono cacciatori di demoni con il corpo tatuato di rune magiche. Nella loro missione vengono coadiuvati, oppure ostacolati, dalle creature del mondo nascosto. Il più famoso degli shadowhunters, Valentine Morgenstern (Morningstar come in Lucifer!) è diventato il signore del male, sorta di Voldemort o Sauron, per tornare alle origini letterarie. Alla stregua di Dart Fener in Star Wars, incrocia il suo destino con quello dei figli perduti.

Dentro ognuno di noi c’è una parte buia e inquietante, il famoso “lato oscuro della forza”. Esperimenti condotti da Valentine prima della nascita hanno fatto sì che alcuni shadowhunters abbiano sangue di demone, altri di angelo. E durante le tre stagioni della saga tutti sperimentano, in modo un po’ ripetitivo e prevedibile, momenti in cui passano dalla parte del male.

Simon, l’amico del cuore, brevemente fidanzato della protagonista Clary Fray, vampirizzato per salvargli la vita, risulta il più solare dei personaggi, ne è un simbolo il suo essere un “daylighter”, un diurno, l’unico vampiro capace di circolare alla luce del sole senza incenerirsi. Per contrasto, Jace Erondale, con il suo alto lignaggio e il suo puro sangue angelico, appare cupo, tenebroso e perciò attraente. Di lui s’innamora Clary e qui scatta l’inghippo perché, per un notevole numero di puntate, si pensa che i due siano fratelli, preda di una passione incestuosa. Ma non lo sono, per fortuna loro, e quello che poteva essere un forbidden love diventa un tira e molla adolescenziale nel down world delle creature fatate. Jace è biondo, bello come il sole ma cupo e tormentato da un passato doloroso e da un padre che lo ha cresciuto con la violenza, cercando di soffocare in lui ogni debolezza. Clary è la figlia del cattivo ma è coraggiosa, compassionevole e determinata a seguire gli impulsi del cuore più di quelli della ragione. 

Di tutti i personaggi, i meno caratterizzati, e forse meno simpatici, sono proprio Clary e Jace, probabilmente per la non eccessiva bravura degli attori che li impersonano, almeno nella serie tv.  Il finale della loro storia d’amore è inaspettato e straziante. Strappa senz’altro qualche lacrima, sebbene lasci aperta la porta alla speranza

Il motivo dell’incesto è ripreso dall’attrazione perversa che Jonathan Morgenstern, effettivo fratello di Clary, prova per la bella sorella. Shadowhunters è una storia inclusiva che più di così non si può, fra omosessualità maschile e femminile, differenze di colore e nazionalità, interconnessioni fra mondani (cioè umani) e creature della notte, amori fra vampiri e lupi mannari, fra elfi e cacciatori di demoni, fra stregoni e umani, fra umani e vampiri e chi più ne ha più ne metta.  

Un legame particolare è quello che si crea fra Rafael, il capo dei vampiri, e Isabel. Il loro rapporto malato ha tutto l’aspetto di una dipendenza. Lui non fa sesso con lei ma beve il suo sangue. Lei ha bisogno del veleno di lui al pari di una droga, con tanto di crisi di astinenza.

Come in tutte le serie a partire da Beverly Hills 90210, il gioco delle coppie è infinito e non si sa chi sta con chi. Simon ha una storia con Clary, poi con Maia, la lupa mannara, e infine con Isabel. A spiccare sono Alec, omosessuale innamorato dello stregone Magnus – storia, la loro, complicata anche dall’immortalità di uno dei due – e, appunto, Simon, il più amabile, estroverso e altruista dei vampiri.

È interessante capire come, con gli anni, il mito si stratifichi. Per gli adolescenti di oggi già i moderni vampiri di Twilight (2005) appartengono al passato. Nessuno più ormai penserebbe al blood sucker come alla creatura solo diabolica di Polidori o di Stoker. L’umanizzazione del vampiro è cominciata nel 1976 con Anne Rice e i suoi Louis e Lestat. Insomma, il mito si crea da una mescolanza, un sincretismo di tutto ciò che è stato detto, scritto e filmato in passato.

Concludendo, una come me, che da sessanta anni si nutre di pensiero fantastico, con gli shadowhunters - sebbene non costituiscano la migliore saga mai vista - ci va comunque a nozze.        

Mostra altro

Gordiano Lupi, Fabio Strinati, "Dagli Appennini al Tirreno"

9 Maggio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #gordiano lupi, #recensioni, #poesia, #fabio strinati

 

 

 

 

Dagli Appennini al Tirreno

Gordiano Lupi e Fabio Strinati

Edizioni Il Foglio, 2022

 

Ho sempre pensato che Gordiano Lupi scrivesse già poesia in prosa e qui, in Dagli Appennini al Tirreno silloge che raccoglie insieme liriche sue e di Fabio Strinati – non faccio alcuno sforzo per adeguarmi al cambiamento di registro. Poesia era e poesia rimane.

I paesaggi di Lupi sono sempre gli stessi, quelli del ricordo. Canta “la sua provincia”, Piombino, “nido accogliente per ogni ritorno”, il posto più denso di significati perché vi si è svolto tutto quello che ha poi avuto valore, perché ogni attimo di presente si è trasformato in un passato trasfigurato dal ricordo, divenuto nostalgia feroce. Pazienza se, dove giocava da bambino, ora Lupi siede nella tarda maturità con in mano un giornale. I pratini sterrati sono gli stessi, il vento porta gli stessi suoni e gli stessi colori, e lui è avvolto dalla stessa maledetta nostalgia, il cuore strutto da memorie perdute, da ambizioni fallite e da quella “brama di rifiorire” che prende a una certa età ma non è mai soddisfatta.

Un realismo composto di piccole cose, sempre uguali, ripetute all’infinito, trasformate e poetizzate dal tempo. Una poesia piana e distesa, anche se le parole sono distillate con cura. Incisi che ricordano Caproni (a messa non andava) e enjambement che rendono colloquiale il versificare.

Il coprotagonista di questa raccolta è Fabio Strinati, poeta che avevo già avuto modo di leggere. Il suo mondo non è la Maremma bensì le Marche, il suo mare è l’Adriatico. Lo troviamo immerso in un paesaggio che è, sì, quello appenninico, fatto di selve e masserie, ma è anche interiore, nutrito di sentimenti privati come l’amore verso la Donna con la d maiuscola, uno sfuggente eterno femminino.

Poesia discorsiva quella di Lupi, più comprensibile e per questo più struggente, versi maggiormente ricercati quelli di Strinati, molto maturati rispetto alle prove precedenti, frutto di grande rispetto per la parola e di grande ricerca stilistica ancora in divenire, sospesa fra “arcaismo ed ermetismo”, come giustamente afferma Alberto Figliolia nella prefazione.

Una bella raccolta corredata di fotografie in bianco e nero, testimone della funzione consolatoria che la poesia ancora oggi possiede, dolce carezza per il nostro cuore affannato.

Mostra altro

Patrizia Poli, "L'ultima luna"

24 Febbraio 2021 , Scritto da Ida Verrei Con tag #patrizia poli, #lultimaluna, #idaverrei, #recensioni

 

 

 
 
 
 
Ogni parola è sempre scritta pensando ai lettori, ai cuori da far vibrare”, dice Patrizia Poli. E ci riesce, ancora una volta, con un romanzo che è storia, la storia di una vita che non si svolge sotto il segno di grandi avventure, né di episodi fortemente drammatici. Mary, la protagonista, non è un’eroina né una vittima, ci sono illusioni e delusioni, ma non guarda il mondo che la circonda con rancore, né con distacco, la sua storia si racconta su uno sfondo che spesso diventa il vero protagonista. Un contesto che diviene speciale, perché lo è e perché l’autrice così lo conosce, così lo ha vissuto.
Una storia, una vita, un mondo. Una strana casa a forma di manyatta, sull’orlo del Masai Mara, un’insolita famiglia inglese benestante, dove ciò che accomuna padre e figlia è il grande amore per l’Africa, la gioia e il piacere di galoppare per la savana, mentre la madre angloindiana vive chiusa in se stessa con l’unico sogno di lasciare il Kenya e andare a vivere in Inghilterra.
Dopo un dolore inaspettato, sempre inaspettato arriverà per Mary anche l’amore. Ma la storia non si chiuderà come la più tenera delle fiabe, ci saranno difficili prove che la protagonista dovrà affrontare, anche se ne uscirà arricchita e certamente più forte.
Più che la trama, quello che colpisce nel romanzo di Patrizia Poli è l’atmosfera che si nutre di riferimenti culturali ma soprattutto di emozioni che svelano immedesimazione e una tecnica descrittiva che combina ritratto e racconto. Come, per esempio, l’articolata narrazione dei cortei di animali per i boschi della savana, che si trasforma in un vero e proprio affresco della terra africana. E’ una sorta di mescolanza tra reportage e la memoria di emozioni assimilate alla fantasia.
Ancora un romanzo bello e particolare, che conferma Patrizia Poli scrittrice di talento.
Mostra altro