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Post con #federica cabras tag

L’amore quando si hanno quindici anni e si leggono libri strappalacrime

20 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #psicologia

 

 

 

Ricordo quando ero ai primi anni delle superiori. Si sogna in grande, a quell’età. In tutti i campi… si è ambiziosi ed energici e si pensa di poter diventare tutto ciò che si vuole. Medici senza frontiere, astronauti, cantanti e attori. Nulla è precluso, nulla è troppo difficile o troppo lontano. Nulla è impossibile. Sì, tutto viene visto come ipotetico e distante, ma la frase “Non posso farlo” non esiste nel vocabolario mentale dei quindicenni. Grazie al cielo, aggiungerei – perché ci pensa l’età adulta a rompere molti sogni e smantellare gran parte delle certezze adolescenziali. Ma, benché questa voglia di arrivare in alto in ambito lavorativo sia tanto magica quanto preziosa, a quell’età il sogno più grande riguarda l’amore. Il cuore batte più forte, quando si hanno quindici anni, e tutto fa più male, tutto è più vivo e duole di più. Gli amori infiniti che poi terminano sempre lasciando un solco nell’anima; le lacrime davanti a un telefono; le uscite più o meno nascoste e un po’ temute; le bugie – perché non è amore, a quell’età, se non è condito da qualche menzogna – sussurrate a fior di labbra. I primi ti amo un po’ sofferti e un po’ lanciati al vento – quello stesso vento che poi li porta via e li disperde senza ritegno e senza conseguenze – e le prime cocenti delusioni. Un’altra che prende il tuo posto, quello che credevi fosse unico e speciale, e una nuova estate che nasce e che cresce. E finisce. Malgrado non si creda di poter aggiustare quel cuore, il futuro risana le ferite, sempre. Ecco a cosa penso, se cerco di ricordare quei tempi andati. Mi capita di sorridere, malinconica; tutto si viveva a mille, allora. Ora sarebbe impossibile buttarsi su qualcosa con quella foga, con quel bisogno. Perché è proprio questo che muove, a quell’età: foga e bisogno. Emozione. Passione.

Ieri, più di altre volte, mi è capitato di tornare indietro nel tempo. Navigando su Facebook, mi sono imbattuta nel nuovo romanzo di Federico Moccia, il seguito di “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te”. Sono certa che la io di adesso non si perderà tra quelle righe. Sono cambiata e ho lasciato da parte sentimentalismi e cose affini. Non piango quasi più, sono molto pratica e molto poco romantica. Sono grande, insomma, e l’adolescenza è come un brutto sogno: sai che c’è stato e ne porti ancora addosso le conseguenze, ma non riesci più ad afferrarlo. So che Moccia non è King né Gazzola – i miei autori preferiti. So anche che le storie d’amore su carta stampata le sopporto poco. Troppi singhiozzi e troppi abbracci e troppi baci, ed è vero che nel mondo ne servirebbero sempre di più ma io ho bisogno di altro, di altre vette da esplorare e di altri stimoli che muovano la lettura. Lo so, conosco tutto questo, ma credo che lo leggerò comunque. Anche solo per capire se sono capace di essere un po’ come allora… di piangere e di ridere perché l’amore questo è, e lo è sia nella realtà che nella finzione di un libro.

Babi e Step mi fecero appunto piangere e ridere – soprattutto piangere, se non ricordo male – e muoio dalla voglia di capire se riesco ancora a innamorarmi di una scritta su un ponte. Di una fuga da una finestra. Di un mare che sa di cielo e di un cielo che sembra il mare. Di un dolce far pace… Un amore acerbo, breve ma forte come una tempesta. Un amore che non aveva senso di esistere e che quindi è morto con la fine dell’estate – che poi, chissà perché, le più belle storie iniziano quando il sole colora la pelle e tutt’intorno si sente profumo di mare. Un amore che è presente solo nei sogni più limpidi, quando si hanno i brufoli e si temono lunghe interrogazioni di latino.

Spero di sentirmi quindicenne per un attimo. E spero di piangere, almeno un po’. Se non altro per dimostrare a me stessa di non essere diventata troppo cinica da non riuscire a sognare.

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Evelino Loi, "Non l'ho fatto apposta"

8 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Posso dare solo un consiglio ai lettori: questo libro non vi annoierà, anzi, vi ricorderà di essere vivi, però ne sconsiglio vivamente la lettura ai bigotti, ai perbenisti, ai razzisti, agli omofobi, ma soprattutto ai deboli di cuore. Vi farà ridere, ma vi farà vedere il mondo da un’altra angolazione e vi suggerirà qualcosa su cui riflettere” dice lo scrittore Giulio Cesare Mameli, nell’introduzione all’opera, e non avrebbe potuto scrivere parole più adatte.

Ho incontrato Evelino Loi in un giorno di inizio aprile e, dandomi in dono questo libro, mi ha detto solo: «Mi raccomando, però, se appartieni a una delle categorie che nomina il signor Mameli nell’introduzione, non leggerlo nemmeno.»

Fin dalle prime pagine ci si rende conto che Evelino Loi, con tono disilluso e una punta di cinismo, ci sta dando in dono quella che è stata la sua vita senza addolcirla minimamente. Ne parla con ironia, a tratti, un’ironia sofferente che odora di ingiustizia, talvolta, ma anche di libertà.

È nudo e crudo, come si suol dire. Non ha paura di darci l’opportunità di entrare nella sua testa, anche quando il passato diviene torbido o scomodo.

Ci parla – in un modo che ricorda un racconto fatto davanti a un camino – della sua nascita, del fatto che pareva fosse nato morto e di come nessuno lo volesse battezzare.

Ci parla, come si fa ad amici d’infanzia, dell’alluvione del 1951 a Bari Sardo, del fratello che non mancava di punirlo e maltrattarlo, della mamma buona ma sfortunata, della prima partenza dall’amata isola.

Ci parla di quanto facesse male non avere un babbo accanto.

“[…] chiesi al padre che non avevo mai visto il perché non venisse mai a trovarmi. Perché? Mi comportavo male? Niente affatto. Andavo male a scuola? Non abbastanza da giustificare il suo comportamento.

Non ci viene difficile pensare al piccolo Evelino, triste per il fatto di non poter godere della vicinanza del babbo. Un bambino d’altri tempi, vivace e brillante, sveglio, scottato dalla vita ma ancora entusiasta. Gli manca suo padre, lo vede la notte, gli parla, gli domanda perché non sia lì a tendergli la mano ma non ottiene mai risposta. Suo padre è in una fredda cella per un reato poco grave ma che non gli ha lasciato scampo. Uscirà morto da quella prigione.

Non ci narra questi episodi chiedendo compassione, Evelino. Lo fa con risoluta fermezza, con tono canzonatorio. Si lascia andare a una narrazione burlesca, divertente. Durante la lettura ci capiterà spesso di sorridere; empaticamente, ci sentiremo un po’ amareggiati, un po’ abbattuti ma saremo anche dilettati dai toni disillusi e ironici con cui vengono farciti gli eventi.

Tuo babbo è in carcere, io con te non ci gioco. Ora, diciamoci la verità, avrei potuto staccare gli occhi dalla foglia, alzare il mento verso di lui, guardarlo negli occhi e dirgli Guarda che nessuno te lo ha chiesto. Oppure avrei potuto alzarmi, prenderlo per mano e dirgli Figlio mio, son cose che capitano, è giusto che a un uomo si dia una seconda possibilità, e poi noi chi siamo per poter giudicare gli altri? Lo avrei anche potuto ignorare. Invece fu una pompata di sangue improvvisa al cervello. […] Al primo calcio seguì il secondo, al secondo il terzo e mentre lui mi guardava come fossi indemoniato sentii improvvisamente la temperatura delle mie guance aumentare. Non era spuntato il sole. Era mia mamma bidella che mi stava prendendo a schiaffi e lo faceva con una sapienza e una maestria che non avevo mai visto prima. Di fronte a tutti.

Ci parla, poi, del suo viaggio alla volta della Capitale.

La sua è una partenza che sa di speranza e di sogni. Roma ai suoi occhi è perfetta, è il centro del mondo. Ci sarà spazio per quel ragazzino pieno di sogni nel cassetto, nella città che per lui è l’ombelico del mondo? Lasciando la propria bella isola, che comunque non smette di mancargli, almeno di tanto in tanto – “Raddrizzai la testa sul cuscino e pensai alla mia bella isola lontana, mi sembrava così vecchia e bella, soprattutto al mattino presto, quando il sole si stiracchiava dietro le colline” –, troverà quella pace che cerca?

“Stavo iniziando una nuova vita e non avevo voglia di condividerla con il passato.”

Ci parla della sua omosessualità liberamente, senza remore né problemi. I suoi amori, i suoi struggimenti, le sue passioni… tutto questo è nero su bianco, con una naturalezza che sa di giustizia, finalmente, di ragione, di libertà. Di amore universale… quello stesso amore universale che dovrebbe essere considerato sacro e che sarebbe bene difendere dagli attacchi di chi non è capace di vedere la bellezza nella varietà del mondo.

Poi arriva la prigione. Dura e senza scampo.

Avevo scagliato una pietra su un poliziotto, ferendolo. Questa era l’accusa. Io? Li guardai increduli.”

Chiuso in una cella, Evelino non sa che fare. Tutti i suoi sogni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri devono rallentare, al ritmo cupo e lento di quella cella senza distrazioni.

Parte dalle prime detenzioni, quelle contraddistinte da una certa calma, da una certa tranquillità.

Felice, angosciato, stanco, stremato, speranzoso, giù di morale. Non aveva importanza, ero sempre lì, dentro quello spazio limitato.

L’idea di scrivere è sempre presente, come un mantello che lo copre e lo protegge. Quasi come fosse un bisogno. Quasi come fosse un obbligo. Vuole narrare al mondo intero quello che pensa, quello che vorrebbe fare e quello che fa realmente.

Il giorno dopo mi svegliai con l’idea di scrivere un libro sulle mie prigioni. Un’idea che mi era ronzata per la strada tutta la notte. Così di mattina presi carta e penna e quando Ettore mi chiese Cosa stai facendo?, glielo dissi chiaro e tondo. Orgoglioso. Scrivo un libro sulla mia detenzione. Mai lo avessi fatto. Quello iniziò a ridere come un cretino. Ma se hai fatto una settimana di carcere che cazzo devi scrivere? Rideva lui e faceva ridere pure gli altri. Neanche riusciva a respirare da quanto faceva lo spiritoso e io lo guardavo e speravo morisse da un momento all’altro così avrebbe smesso. Mi fecero passare tutta l’ispirazione.”

Ci parla di questo e di molto altro.

Delle sue avventure in Vaticano, della sua storia d’amore con un Monsignore, delle sue scalate di monumenti, coraggioso e senza freni.

Viene picchiato in carcere, fa a botte, manifesta per ideali precisi con forza e sentimento, si occupa di politica, lavora… non un attimo della sua vita è stato contraddistinto da quiete, da rassegnazione.

C’è sempre entusiasmo, voglia di mettersi in gioco.

C’è allegria – anche quando le cose non si mettono bene – e c’è realtà. C’è soprattutto realtà, traspira dalle pagine arrivando fino a noi.

 

 

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Urla nel silenzio, il thriller vincente di Angela Marsons

3 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Teresa Wyatt è tanto ricca quanto sola. Ha un segreto, e questo segreto si è insinuato nelle viscere della sua anima minandola, però non si è arresa né ha confessato. Lì, nella sua casa arredata con gusto e stile, attende la fine, la sua fine. Sapeva che sarebbe arrivata, non per questo la teme di meno. Ma non è la sola. Il passato ha fatto marcire il suo cuore e quello di altre quattro persone, tutte unite da una verità che non può essere nominata. Una verità che va chiusa in uno scrigno. Una verità che sa di crudeltà e di egoismo. Una verità che è destinata a venire a galla, a dispetto di tutto quel silenzio imposto alla vita con forza maniacale.

Basterebbe, per spaventarci, il prologo… un prologo che racconta di una sepoltura e di un sacrificio; solo quella scena è capace di turbarci, provocando un’ondata di sdegno e di terrore. Ma, come ogni buon thriller che si rispetti, continua. Sale di intensità, si evolve. Ciò che è accaduto quella notte è ancor più raccapricciante di ciò che avremmo mai immaginato.

Kim, detective arguto e donna brillante, è, senza ombra di dubbio, un personaggio che colpisce. Da subito abbiamo un rispetto reverenziale per quella donna che ha tanti problemi, tanti scheletri nel cassetto. Tanta forza. Tanto coraggio. Tanta voglia di stare fuori dalle righe.

Non rispetta il protocollo, è maleducata e impulsiva, si comporta da maschiaccio e incute paura in chi la incontra.

Attacca prima di essere attaccata, quasi fosse l’unico modo per difendere il suo onore, ma è sensibile e profonda, malgrado non lo dia a vedere.

È capace di sentimenti violenti, di commozione e di compassione.

È stata in un orfanotrofio – un’infanzia, la usa, che sa di sofferenza e sfortuna – ed è proprio per questo che quando nel quadro si inserisce Crestwood, istituto per bambine abbandonate, il suo cuore si rompe in mille pezzi.

Assistiamo, impotenti, a quello che è un abominio.

Chi ha ucciso tre ragazzine innocenti? Perché qualcuno che avrebbe dovuto proteggerle, amarle, rispettarle le ha date in pasto alla terra in un modo così crudo, così vigliacco?

Mentre queste morti si legano ad altre morti, in un lago di sangue che pare non volersi prosciugare mai, in noi nascono i primi dubbi, le prime congetture.

Molte volte la salvezza non è una vera e propria salvezza, e noi, da bravi esseri umani abituati allo schifo del mondo, lo sappiamo; tuttavia ci è impossibile abituarci alla malvagità più cruda, meno compassionevole.

Malgrado tutto, vincendo l’orrore, ci avviamo, passo dopo passo, alla risoluzione della faccenda.

Quando un romanzo di quasi 400 pagine ci ruba il sonno, quando ci porta a leggere senza chiedere il permesso alla nostra stessa testa, quando riesce a rapirci fino alla parola FINE malgrado gli impegni e i casini e gli sbattimenti di testa, be’, vale. Vale sì.

E poi, ad aggiungere interesse, è un thriller, un genere a me caro da sempre – malgrado ultimamente mi stia avvicinando a letture diverse da quelle usuali. Cosa non si farebbe per un buon thriller?

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Sull’educazione dei bambini: il meccanismo dell’imitazione

30 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #educazione, #psicologia

 

 

Avete dei bambini? Quale tattica usate per farvi ascoltare?

Io non ho figli, ma ho una sorella più piccola alla quale ho sempre urlato molto, moltissimo. Nemmeno so contare le volte che mi sono ritirata in stanza con un gran mal di gola, senza nemmeno aver raggiunto quello che era il mio scopo originario.

Ora lei è una bellissima piccola donna che si prepara – fra pochi mesi, ahimè, prenderà il volo – alla prima superiore, ma quando era piccola si comportava, appunto, da piccola. E come biasimarla? Io però, nel frattempo, entravo in quel periodo della vita dove le energie sono a mille ma la pazienza scarseggia. Più lei ballava e cantava mentre io studiavo, più cercavo – con quelle che erano urla spacca timpani – di convincerla ad andare in un’altra stanza, eventualmente, per provare quelle coreografie degne di Amici e quegli acuti che sembravano quelli di Adele. Non ho mai capito – ora miriadi di studi chiariscono la questione – che urlare non serviva. Nemmeno un po’.

È bene che mi segni questa regola fondamentale, nel caso di eventuali figli: i bambini sono spugne, fanno tutto ciò che ci vedono fare. Ecco perché quelle urla erano sbagliate, dannose. Le hanno insegnato, probabilmente, ad urlare a sua volta.

La frase da usare?

“Fai come me.”

Possiamo usare questa frase ogni volta che vogliamo che il bambino in questione imiti il nostro comportamento.

Prendi come me la forchetta; leggi come sto facendo io; disegna come me.

È proprio tramite l’imitazione degli adulti che stanno loro accanto – dicono gli psicologi – che il bambino inizia quello che è il suo personale processo di crescita.

Per prima cosa, impariamo a modulare il tono. Deve essere deciso, sì, ma non troppo severo. Non si deve essere duri, occorre solo cercare di esortare il bambino a seguire con attenzione ciò che abbiamo da dirgli.

Poi, seconda cosa, i gesti: no a nervosismo o chiusura; sì a gioco, amorevolezza, dolcezza.

Serve tatto, affetto. Dobbiamo apparire disponibili.

Per i bambini, il processo di imitazione inizia presto: già intorno ai due mesi di vita – tramite il meccanismo pianto/riso – sembrano interessarsi alle nostre reazioni, poi affinano la tecnica. Si sentono grandi, quando cercano di emulare i comportamenti degli adulti.

Per far raccontare la loro giornata, quale modo migliore del raccontare noi la nostra?

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Sesso e amore e controllo maschile in libri da due milioni di copie: il caso di Meredith Wild

24 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Anni e anni di lotte, di manifestazioni, di movimenti, di scioperi affinché la donna potesse giungere all’emancipazione. Affinché potesse avere il diritto di esistere senza che l’uomo avesse ruolo chiave in quella sua esistenza. Affinché potesse smettere di essere considerata inferiore, stupida, incapace.

Anni e anni di lotte affinché potesse cessare di essere considerata una lavastoviglie e un’incubatrice. Affinché potesse diventare un anello della catena lavorativa. Affinché potesse dimostrare il suo valore, competere con l’uomo, scalare vette mai raggiunte.

Anni e anni di lotte, ma non siamo ancora andati troppo lontano… la prova è in ciò che ci circonda.

In un mondo che la maltratta, che la umilia, che la uccide e che la stupra, la donna cerca a tentoni di dimostrare il suo valore, la sua forza. Anche quando viene accusata di aver cercato una violenza perché poco vestita; anche quando in un Parlamento Europeo viene tacciata di scarsa intelligenza; anche quando non viene assunta a lavoro perché, si sa, la donna non vale quanto l’uomo e a un certo punto le verrà voglia di mettere su famiglia; anche quando la sua morte non fa rumore.

Facciamo finta di essere diversi, di esserci emancipati, ma non è cambiato il succo.

L’uomo la vuole lì, in una cucina immacolata, a sfornare torte margherite per lui e a partorire i suoi figli – meglio maschi, eh –. Perché è questo il suo compito, no? Preparare spuntini per il suo uomo, accoglierlo in casa quando torna da lavoro e, remissivamente, porgergli tutto l’amore che prova in quel suo cuore dolce. Stamparsi su una faccia da “farei di tutto per te”, vestire una gonna con i quadrati al ginocchio, essere felice per ciò che la vita le ha concesso: un marito. E quando non lo fa, in certi casi muore; viene sfigurata; viene picchiata.

Be’, in questo mondo, signori, i libri che vendono, quelli che fanno soldi grossi, sono quelli dove l’uomo è ricco, bello, potente e ha bisogno del controllo. Quelli dove la donna rinuncia alla sua indipendenza – parzialmente o totalmente – dovendo riferire al suo boss ogni spostamento, ogni respiro, ogni conversazione.

Questi libri hanno qualcosa di insano, di perverso, di marcio e non certo per l’argomento amoroso o per le parti erotiche – che poi, di grazia, cento scene tutte uguali danno la nausea dopo un po’, o no?

Si parla sempre di Cinquanta Sfumature, ma anche Meredith Wild con la sua Saga non scherza.

Il secondo volume della saga è peggio del primo – che certo non mi aveva entusiasmata comunque – sotto più punti di vista.

Erica è follemente innamorata di Blake. Lui hackera il suo account, pretende che lei non faccia nulla senza il suo consenso, la segue. La domina. Lei un po’ si stranisce, ma quando lo vede tutto passa in secondo piano.

Blake aveva le sue belle contraddizioni. Un attimo era dolce di una tenerezza struggente, l’attimo dopo riusciva a mandarmi su tutte le furie con la sua mania di controllo compulsivo.”

Lui è stato un colpo di fulmine, una manna dal cielo, un meteorite. Ha bisogno di comandare ed Erica glielo concede. Come farebbe senza di lui? Le dà sicurezza nella vita quotidiana e le dona, fisicamente parlando, qualcosa che non sa nemmeno spiegare.

Soprattutto a letto, ha bisogno di sapere che lei farà tutto ciò che lui desidera. Dipende da lui. Da ogni sua parola. Da ogni suo gesto. La ribellione non è ammessa. Lei è una marionetta, una bambola. Lui è il capo.

“«Stenditi e non farmelo ripetere un’altra volta.»

Ripresi il respiro che avevo trattenuto, improvvisamente intimorita dal tono autoritario della sua voce. Il pensiero di protestare per quella semplice ma potente richiesta era lontano e fu subito travolto dal desiderio che lui prendesse il controllo del mio corpo per tutto il tempo che ritenesse opportuno. Obbedii e mi stesi sulla schiena. (…) Di nuovo il rumore di una busta e poi mi legò i polsi con una stoffa setosa e strinse il nodo, non lasciandomi alcuna possibilità di liberarmi.”

Si fa trattare come un oggetto sessuale per compiacerlo, si fa punire con la convinzione di aver meritato quel male. Soffoca il pianto e i sussulti. La sua anima intera, squarciata per l’umiliazione, trema. Poi, inaspettatamente, le piace. Il dolore la acceca, però nel frattempo freme di piacere. Ma che si è fumata, questa Wild?

“«Non ti sei comportata tanto bene mentre sono stato via, vero?» Scossi il capo più che potei. Il suo palmo si stampò duramente sul mio sedere. Sussultai per lo shock del dolore. (…) Era così severo che giurai fosse una vera punizione. Volevo che fosse così, e mi concessi di crederlo. Mi convinsi che Blake mi stesse punendo e glielo lasciai fare. Per aver scatenato la sua gelosia, per aver premesso a James di avvicinarsi tanto. (…) Tutto il mio corpo si irrigidiva a ogni colpo. Perché lo stai facendo? Le lacrime bruciavano gli occhi, la gola era chiusa dall’emozione repressa. Te lo meriti. L’hai voluto tu. Prenditele. Prenditele tutte.

Fa tutto quello che lui vuole che faccia, persino convincersi che quello sia un amore giusto, equo. Che sia un amore speciale, diverso, bello e puro. Quello dove lui dà ordini e lei si sottomette, insomma, è un miracolo.

“«No, aspetta, ti prego» Sospirai e mi premetti le tempie, infastidita da quello che stavo per ammettere. «C’è una parte di me… Anche quando mi sforzo di bloccare ogni passo che fai, c’è una parte di me che vorrebbe darti il controllo di ogni cosa. Sottomettersi per la vita.»”

Va avanti così, con scene di sesso miste a problemi; sono molti gli ostacoli che la coppia modello dimostra di saper affrontare, sempre mano nella mano e con un frustino per animali a tracolla.

Il padre di Erica – che conosce da una manciata di giorni, ricordiamolo – cerca di comandare la ragazza offrendole un accordo – probabilmente l’uomo è destinato a comandare, per l’autrice –; non si capiscono le motivazioni di questo sbattimento di testa da parte del politico rampante, né si comprende perché scelga proprio lei visto che è un pericolo farla entrare nella sua vita proprio in quel momento.

L’impressione è che serva un diversivo, un motivo perché Erica possa dimostrare appieno l’amore per il suo lui. Quale modo migliore, se non quello che rinunciare a lui per un ordine che arriva da un uomo senza scrupoli?

Ed ecco di nuovo, a ruota e senza che al lettore venga concesso un attimo di pietà, un vortice di bugie, gelosia, desiderio e colpa. E pianto e mezzi tradimenti e mezze comprensioni.

Come poteva mancare l’altro uomo?

James, bello da paura e dolce come un cannolo ripieno, le fa la corte. Lei quasi cede, poi però si ricorda di ciò che è Blake per lei. Non sia mai.

Alla fine Erica dimostra un po’ di spina dorsale. Però non con Blake, da lui continua a dipendere come una pianta dalla terra.

Contenta lei.

 

 

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Un tuffo nel passato

20 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Quando da piccola la mia mamma mi metteva tra le mani un libro – per “leggere come lei”, malgrado fossi ancora troppo piccola per farlo – non aveva idea di ciò che la lettura sarebbe divenuta per me. Non sapevo ancora cosa quegli scarabocchi scuri significassero, badate bene, ma quel testo tra le mani mi dava sicurezza. Mettendolo al contrario, lo sfogliavo, percependo già il fascino nascosto e un po’ misterioso delle pagine ingiallite dal tempo e rovinate dall’uso. Guardavo, scandagliavo con attenzione. Cercavo di fare come lei, sfogliando ogni pagina con calma e cura maniacale e focalizzando la mia attenzione su dettagli che, di fatto, non ero in grado di percepire. Con ossessione. Con passione. Quando poi ho imparato a leggere, ho volto la mia attenzione verso la sua immensa libreria, e da lì è iniziato tutto.

La cosa bella è che ancor oggi sento un immenso amore per i libri antichi, quelli che hanno una storia, un passato, qualcosa da raccontare che sia di cornice a quella che è la vicenda narrata vera e propria. Ogni pieghetta e sottolineatura è un ornamento, un decoro. Ogni foglietto dimenticato – magari tra il capitolo 7 e l’8 – è una storia dentro la storia. Amo l’odore di vecchio che impregna le pagine, quell’odore che sa un po’ di muffa e un po’ di polvere. È diverso da quello dei libri nuovi, di quelli che se li metti sotto il naso senti la fragranza dell’inchiostro e di fogli vergini su cui tu per primo imprimerai la vita, la tua vita.

Ho letto di tutto, prendendo avidamente dalla sua collezione ogni testo che pensavo potesse darmi sollievo.

Ho letto Stephen King – che poi si è impossessato del mio cuore, rimanendo impresso come un tatuaggio –, ma anche Mary Higgins Clark, Ken Follett, Jeffery Deaver e molti altri. Amavo il thriller e il risvolto macabro già allora, quando per spaventarmi bastava uno spiffero e una finestra ballerina. Ho letto qualche romanzo rosa, all’epoca, ma poco capivo dell’amore e delle sue sfumature… Preferivo quelle del terrore, più comprensibili e a portata di mano.

Amavo stare sveglia – gli occhietti aperti, spalancati verso la porta e quel tremore alle mani che non andava via nemmeno con la camomilla della mamma –, in preda all’agitazione, malgrado non lo potessi ammettere nemmeno a me stessa. La sensazione di rendere un libro tanto vivo nella realtà da permettergli di condizionare la mia mente era la forma di legame più forte cui potessi dare luce. Bambina paurosa e un po’ chiusa, facevo di quegli incubi impressi su carta ragione di vita o di morte. Mi ci avvolgevo completamente; davo il cuore e l’anima.

Poi i miei interessi si sono differenziati e ho ampliato le mie letture. Ora leggo di tutto, insomma, ma allora, in quei giorni lontani nel tempo e nello spazio, quello che cercavo era proprio il brivido. Il brivido di non poter chiudere gli occhi; il brivido di sentire rumori e sussurri e rintocchi; il brivido di fare della fantasia realtà.

Le mie letture giovanili mi sono tornate in mente nei giorni scorsi.

Ho scovato, recentemente, una vecchia libreria e l’ho eletta a paese dei balocchi. Mentre rivolgevo il mio sguardo un po’ qua e un po’ là, mi sono imbattuta in un’enciclopedia. La biblioteca del brivido. Ho letto qualche titolo, qualche autore. Poi mi sono fermata.

Mary Higgins Clark, Nella notte un grido.

Mi sono ricordata de La culla vuota e del brivido che mi aveva percorso la schiena all’ultima pagina. Avevo sì e no dieci anni. Rimasi sveglia per qualche giorno, dopo averlo letto, impaurita e condizionata da quella trama forte, da quei personaggi enigmatici. Da quel mistero che sapeva di abominio.

Allora l’ho comprato.

L’ho letto con avidità e con interesse, quasi fossi tornata quella bambina che, a lume di un’abat-jour della Disney e avvolta dalle coperte degli Aristogatti, trovava i meandri della terra e ci si immergeva.

La bella protagonista, Jenny, è una donna che va avanti, nonostante tutto… nonostante due figlie, nonostante i problemi economici pressanti e nonostante un lavoro dove non viene valorizzata. Ogni sera torna a casa e non ha tempo di essere felice, di godersi i migliori anni della sua vita. Quando il bell’Erich, pittore di spicco schifosamente ricco, inizia a farle la corte, a lei non sembra nemmeno vero.

Ho affrontato, durante la lettura, le sue stesse paure e i suoi stessi dubbi. Ho amato quel bell’artista tenebroso, voglioso di sicurezza e tranquillità. Così come Jenny, ho avuto pena per lui, per la sua incapacità di lasciare indietro la morte e il passato. Poi ho avuto, proprio come lei, paura. Sono stata confusa, stranita.

Dimentica di ciò che la Higgins Clark era capace di provocare, mi sono donata alle sue parole.

Un tuffo nel passato, un salto nel vuoto.

Sono rimasta sveglia a lungo, dopo la parola fine.

Alla luce di un’abat-jour viola, da adulta, in un letto matrimoniale grigio-pallido sito in una camera sobria in legno chiaro, mi sono sentita un po’ come allora.

Poi mi sono girata, ho spento la luce e ho dormito. No, il passato è solo passato.

 

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Un mucchio di ossa per ritrovare l’equilibrio

6 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Per un’inguaribile abitudinaria come me, i cambiamenti – sintomo, ahimè, del tempo che passa – sono fonte di terrore e di ansia. Malgrado mi renda conto che uscire dalla propria zona di comfort sia utile – come dicono gli specialisti? – a sentirsi vivi, io sto bene quando le cose sono stabili. Con una tazza di cioccolata bianca tra le gambe, una copertina in pile sulle ginocchia – la stessa da sempre –, il cane che sonnecchia ai miei piedi e un buon libro. Ecco perché mi capita, talvolta, di sentirmi indietro… rispetto a tutto. Capita mai anche a voi di aver voglia di fermare il tempo? Sì, quando tutto va veloce e non si riesce a dominare lo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni. Quando mi capita, be’, io leggo Mucchio d’ossa di Stephen King. È una storia un po’ d’amore e un po’ di morte – e chi mi conosce capirà perché mi piace così tanto – ma non è tanto la trama a rendermi così tranquilla, così certa che tutto andrà bene, mentre lo stringo tra le mani. Sarà che l’ho letto per la prima volta a dodici anni – quando l’unico cruccio era arrivare preparati all’interrogazione di storia – o sarà che King ha su di me lo stesso effetto che hanno le coccole nel collo sul mio cane, fatto sta che non saprei spiegare quel misto di dolce quiete che mi investe quando leggo di Mike Noonan e della sua bella, defunta Jo. Lui viene assalito, con la stessa potenza di un treno in corsa, dal senso di perdita. La ama alla follia, e di follia quasi muore quando la vede in sogno. Se c’è una cosa che è irreversibile, questa è certo la morte. Alla morte non si può trovare una ragione, una spiegazione. Quando qualcuno che amiamo muore, non ci resta che farcene una ragione… ed è proprio ciò che prova a fare Mike. Afflitto da un terribile blocco dello scrittore, si trasferisce nella casa del lago. Un’imponente dimora vecchio stile che domina uno specchio d’acqua salmastra: ecco dove lo scrittore dal cuore rotto cerca la pace. Ma qui c’è un segreto. Con la sua classica vena horror, King ci trasporta in un mondo che sa di presenze e di sussurri, di nomi sputati fuori dalle viscere della terra e di alberi che hanno un’aura strana. Di una casa che pare voler ingoiare chi c’è dentro. Di una maledizione che va avanti da anni e che pare non voler risparmiare nessuno. La morte aleggia, circonda tutto e minaccia tutto, fino a farci sentire la gola chiusa e il respiro mozzato. Vorremmo correre ma le nostre gambe, rese ferme dall’immaginazione che non può sfogarsi in modo totale, sono anch’esse fredde e rigide e cadaveriche. Alla fine crederemo più nell’amore, certo, ma anche nell’odio. Nella cattiveria. Nella estrema capacità dell’uomo di produrre male, di produrre abominio. E quella casa nel lago, triste testimone di un fatto aberrante, tornerà e tornerà e tornerà nei nostri pensieri.

Più volte mi sono ritrovata a parlare di questo libro con chi, come me, l’aveva letto. Ho notato, con rammarico, di essere la sola a trovarci tutto questo. Sì, è bello, come ogni capolavoro firmato S. K., ma nessuno vede tra quelle righe tutti i significati che io sono stata capace di fare miei. Nessuno lo legge per trovare se stesso. Nessuno ci basa la propria salvezza mentale.

Be’, avete presente il detto: “Il primo amore non si scorda mai”?

Mucchio d’ossa è il mio primo amore.

Chiudo con un passo del romanzo, un significativo passo che quasi ricordo a memoria:

“Seduto dalla sua parte del letto, reggendo in mano la sua polverosa edizione tascabile di La luna e sei soldi, piansi. Credo che fosse la sorpresa non meno del cordoglio; nonostante la salma che avevo visto e identificato su un monitor ad alta risoluzione, nonostante il funerale e Blessed Assurance cantata da Pete Breedlove con un’acuta e dolce voce tenorile, nonostante la funzione al cimitero con le sue ceneri alle ceneri e polvere alla polvere, in fondo io non ci avevo creduto. Quel paperback della Penguin suppliva a quello che la grande cassa grigia non era stata capace di fare: mi diceva senza mezzi termini che era morta.

Buffo ometto, disse Strickland.

Mi distesi sul nostro letto, incrociai gli avambracci sul volto e piansi tanto da assopirmi come capita ai bambini quando sono infelici. Feci un sogno orribile. In esso mi svegliavo, vedevo il tascabile di La luna e sei soldi ancora sul copriletto accanto a me e decidevo di rimetterlo sotto il letto dove l’avevo trovato. Sapete come sono confusi i sogni, dove la logica è come orologi di Dalì divenuti così flaccidi da poterli appendere come stracci ai rami degli alberi. Rinfilai la carta da gioco tra le pagine 102 e 103, a un giro d’indice da Buffo ometto, disse Strickland ora e per sempre, e mi girai sul fianco sporgendomi con la testa oltre la sponda del letto con l’intenzione di riporre il libro precisamente dove l’avevo trovato. Là sotto, tra i riccioli di polvere, era sdraiata Jo. Un lembo di ragnatela che pendeva dal fondo del materasso a molle le accarezzava la guancia come una piuma. I suoi capelli rossi erano opachi, ma i suoi occhi erano scuri e vigili e feroci nel bianco del viso. E quando parlò, capii subito che la morte l’aveva fatta impazzire.

«Dammelo» sibilò, «è il mio acchiappa polvere.»

Me lo strappò dalla mano prima che potessi offriglielo. Per un momento le nostre dita si toccarono e le sue erano fredde come ramoscelli dopo una gelata. Aprì il libro al segno, lasciando svolazzare fuori la carta da gioco, e si sistemò Somerset Maugham sul volto: un sudario di parole. Quando si incrociò le mani sul petto ridiventando immobile, mi accorsi che indossava il vestito blu con cui l’avevo seppellita. Era uscita dalla sua tomba per nascondersi sotto il nostro letto.”

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Il potere del pianto

4 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #salute

 

 

 

Vi capita di piangere? Io amo la sensazione di liberazione che mi assale quando mi asciugo le lacrime… è un misto tra rassegnazione – quel qualcosa che mi ha condotto alla disperazione più nera diventa, in un certo qual modo, sopportabile solo dopo un bello sfogo – e comprensione. In particolare, mentre le lacrime rigano il mio viso, capisco che comunque l’unica cosa irrimediabile è la morte. Per tutto il resto esiste una soluzione. È risaputo: il pianto è una manifestazione fisiologica che riequilibra l’umore. Tramite esso, possiamo scaricare le tensioni ritrovando la serenità interiore. Sapevate che trattenere il pianto ha delle terribili conseguenze a livello fisico? Il nostro corpo soffre, quando non può gestire lo stress e il nervosismo in modo naturale. Tra le possibili conseguenze del blocco delle emozioni abbiamo, a livello fisico, gastriti, dolori intestinali e irrigidimento alla muscolatura. Nei casi più gravi, danni al cervello e infarto. Inoltre, durante il pianto il corpo elimina le tossine.

Mettiamo mano a statistiche e numeri…

L’88% della popolazione dichiara a voce ferma di sentirsi meglio dopo un bel pianto. Una donna piange mediamente 47 volte l’anno (da questo numero possiamo tranquillamente escludere me, che piango un giorno sì e l’altro pure).

Un biochimico dell’Università del Minnesota, poi, in una ricerca recente, ha formulato la “teoria della guarigione”: pare che le lacrime emozionali riescano a fare sì che l’organismo si ricarichi dopo una forte tensione. Siamo sopravvissuti alla selezione naturale, secondo Frey, proprio grazie a questo meccanismo.

Be’, e dopo tutto ciò, ragazzi…

Buon pianto.

Dopo starete meglio… vi sentirete ricaricati, meno tesi, più sani a livello psicofisico. Non sottovalutate il potere della mente la quale è capace, talvolta, di ricaricarsi da sola.

 

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Meredith Wild, "Senza difese"

23 Febbraio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Senza difese

Meredith Wild

Newton Compton

 

 

Erica Hathaway, dopo anni di tribolazioni e rinunce, si è laureata ad Harvard. Il blasonato istituto, oltre a vantare i posti migliori in classifiche dove sono presenti quasi tutte le università dell’intero globo terracqueo, ha sfornato alcune tra le personalità più di spicco degli Stati Uniti (e del mondo intero, in realtà). In più, già un anno prima della laurea, è riuscita a far spiccare il volo a Clozpin, un social network sulla moda. La bella Erica è un po’ Rory Gilmore – devota agli studi e impareggiabile nei suoi risultati accademici – e un po’ Mark Zuckerberg – tra picchi di utenti, ricerche di investitori e siti da migliorare –. Doverosa parentesi affinché il lettore sappia che la protagonista è arguta, sveglia e indipendente. Quale buco nero inghiottisca parte di queste qualità durante il suo primo incontro con Blake Landon, non c’è dato da sapere. Lui è bello, ricco e potrebbe comprare una città intera con un solo click.

L’amore a prima vista esiste? Io sono sempre stata scettica, un po’ cinica, riguardo queste cose. Ma pare, in pieno Sfumature’s universe, che siano guai, quando l’amore arriva così… Un po’ per tutti, certo, ma soprattutto per la protagonista in rosa. Lei lo guarda e si perde. Lui la guarda e la vuole. Non ci sono i comuni rituali di corteggiamento… sapete quali? I sorrisini, le occhiate lanciate per caso per un’ora intera prima di essere notati, i movimenti delle spalle. No. Figurarsi. Loro si guardano e si amano. Direttamente. Come se Cupido in persona li avesse trafitti con una sua freccia. E per lei? Cosa ci si deve aspettare? Dovrà disabituarsi a respirare da sola, la bella e futura imprenditrice; d’altronde un giovane palestrato – che ha nel portafogli più soldi di quelli che io saprei mai solo immaginare – sa farlo per lei. Lui ha la mania del controllo – mica l’abbiamo già sentita, questa – e non gli sta bene che lei lo contraddica. La ama profondamente già dal primo incontro, ma su di lei ha le stesse pretese che ho io verso il mio PC: sapere sempre dove è e comandarne ogni azione. Quello puoi farlo, quello no, ma fidati lo faccio per il tuo bene: questo è il cardine della storia. Una delle fortune è che la coppia Hathaway/Landon ha un dialogo un po’ meno stringato della coppia Steel/Grey, benché non notare delle profonde somiglianze sia impossibile. Inoltre la Hathaway ha più rispetto per se stessa… e talvolta dice di no. E, udite udite, non viene nemmeno sculacciata per questo.

Entrambi hanno un bagaglio di sofferenze e problemi alle spalle… riusciranno a mandare avanti sia la loro storia, giungendo magari a compromessi, che le loro carriere senza che questo amore morboso offuschi le loro vite?

 

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Federica Cabras, "E non VISSERO FELICI E CONTENTI"

16 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

E non VISSERO FELICI E CONTENTI

Federica Cabras

Streetlib

pp 254

12,50

Un romanzo, questo E non VISSERO FELICI E CONTENTI di Federica Cabras, che disorienta sotto tanti punti di vista. Appartiene al genere noir ma sembra voler scavare nell’approfondimento psicologico. Parte da una premessa accattivante (e da un paio di capitoli in medias res che sono i migliori del libro e fanno ben sperare) per poi evolvere in qualcosa di inaspettato e diverso. È scritto con un linguaggio divertente ma che ha anche ambizioni letterarie. Alterna una narrazione fin troppo tradizionale con agili dialoghi (le visioni del protagonista maschile) che sono la parte più riuscita. Vuol dimostrare che da un atto malvagio può scaturire anche il bene ma lo fa mescolando a un’apparente leggerezza un’atmosfera mortuaria.

I protagonisti sono Eddie e Sandie, due coniugi che riportano alla mente certe coppie diaboliche della cronaca recente: Olindo e Rosa, Erica e Omar etc. Amori malati, dipendenza eccessiva e reciproca, una delle due figure che plagia l’altra fino a indurla al male, fino all’omicidio.

I due sposi vivono un rapporto tormentato, si sono allontanati psicologicamente dopo la morte in culla di una figlia, non hanno, però, mai smesso di amarsi di un amore malato che somiglia all’odio e che li terrà uniti fino alla morte e oltre. Lei è bellissima, fredda, egoista, calcolatrice, cattiva. Lui è debole e la subisce. Lei gli è infedele con un uomo che si dimostrerà pericoloso.

Ma la storia, che non posso svelare per intero, sebbene avvincente e scorrevole, non quadra, mostra delle incongruenze. Com’è possibile che una persona che fa di tutto per salvarsi dalla morte decida subito dopo di uccidersi?

Anche lo stile, come abbiamo detto, alterna momenti letterari ad altri comici, dialoghi serrati e moderni ad altri più banali. Le figure secondarie sono sviluppate in un modo che forse è eccessivo per il ruolo che ricoprono, come se si volesse rendere più corale il romanzo, senza però avere il coraggio di farlo fino in fondo.

Credo che l’autrice abbia bisogno di lavorare ancora, non solo di editing (c’è una serie di strani refusi che fa apparire il testo quasi tradotto da una lingua straniera) ma anche per liberarsi dalla zavorra che sembra frenarla. Parlo del fatto di non aver ben deciso quale strada prendere, se quella della storia di sentimenti o del thriller - per mescolare i due generi e farlo davvero bene bisogna essere Stephen King - e neppure quale stile adottare, se una narrazione effervescente che mal si sposa con il cupo e orrifico argomento trattato, oppure un linguaggio più elevato e poetico.

Se la Cabras saprà scegliere una delle due strade, senza mixarle indecisa - errore che riscontro in parecchi esordienti - raggiungerà senz’altro degli ottimi risultati perché le premesse per un buon incremento ci sono tutte.

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