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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Carlos Reyes - Rodrigo Elguerta, "Gli anni di Allende"

31 Luglio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere, #storia

 

 

 

 

Carlos Reyes – Rodrigo Elguerta

Gli anni di Allende

Euro 16 – pag. 130

Edicola – www.edicolaed.com, 2016

 

Mi è capitato tra le mani, quasi per caso, uno straordinario romanzo per immagini (parliamo italiano!) scritto da Carlos Reyes e disegnato da Rodrigo Elgueta: Gli anni di Allende. Non potevo non restarne sedotto e affascinato, io che ho sempre amato l’America Latina, la sua cultura, i suoi scrittori, i legami con Cuba e con tutte le possibili ribellioni al potere nordamericano. Per prima cosa vi consiglio di fare un giro in rete per scoprire questa casa editrice coraggiosa e romantica che pubblica cose legate al Cile e alla sua cultura. In secondo luogo vi invito ad acquistare e diffondere Gli anni di Allende, se volete capire che cosa è accaduto in Cile  dal 4 settembre 1970 al 10 settembre 1973, in quei mille giorni d’illusione che portarono un rivoluzionario democratico al potere, un uomo romantico e sognatore che voleva costruire un Cile indipendente ma che fu vittima dei suoi errori e degli opposti estremismi. Badate bene, il libro non è sceneggiato su una tesi precostituita, non è un lavoro a progetto, ché l’autore racconta i fatti, in maniera obiettiva e asettica, partendo dalla storia d’amore tra un giornalista nordamericano e una rivoluzionaria cilena. Il lettore è chiamato a ragionare con la sua testa, a farsi un’idea personale su come andarono le cose, a spiegarsi come mai un esperimento di socialismo democratico fu affogato nel sangue dal boia Pinochet. Potremmo concludere che socialismo e democrazia non vanno d’accordo, che il governo di una sinistra radicale è impossibile perché destinato a inseguire illusioni troppo grandi e funestato da frammentazioni interne tra gruppi massimalisti e moderati. Potremmo pensare che in America Latina la mano padrona della Cia e degli Stati Uniti, al tempo rappresentata dal perfido Nixon, è destinata sempre a decidere per tutti, a fare il bello e il cattivo tempo. A futura memoria resta la massima di Allende, epitaffio per una rivoluzione democratica fallita: “Essere giovani senza essere rivoluzionari è una contraddizione persino biologica, ma avanzare nel cammino della vita e continuare a essere rivoluzionari in una società borghese è difficile”. La morte di Allende apre un periodo nefasto per il povero Cile, tra condanne sommarie, fucilazioni, desaparecidos e crudele repressione. Pinochet è morto nel suo letto, a 91 anni, il suo corpo non ha avuto funerali di Stato ma esequie militari. Allende è morto suicida - o trucidato da forze fasciste - per aver commesso l’errore di non aver voluto seguire l’esempio di Cuba. Il Presidente voleva una rivoluzione democratica, forse soltanto una fantastica utopia. E quella rivoluzione è stata la sua tomba. Cercate questo gioiello di libro, disegnato da Rodrigo Elgueta con tratto anni Settanta, lineare e preciso, sceneggiato in maniera quasi didattica ma con tanto cuore, da Carlos Reyes. Credo che dopo averlo letto mi ringrazierete. E lo sapete bene che non faccio marchette…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Sa di sale lo pane altrui

30 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

Sconfitto l’impero, i Comuni furono liberi di ingrandirsi a loro piacimento. Dalle città marinare, il commercio passava attraverso la penisola, così la ricchezza cresceva. Furono fondate grandi banche, a Milano e a Firenze, e create ingenti produzioni di tessuti, come la lana di Firenze e la seta di Lucca. Gli artigiani e i commercianti erano riuniti in corporazioni. C’erano gli artigiani della lana e della seta, i banchieri, i macellai, i legnaioli. Le corporazioni controllavano la qualità dei prodotti e calmieravano i prezzi, erano dette Arti e artigiani si chiamavano gli iscritti. Ogni corporazione eleggeva i suoi capi e tra questi si sceglieva chi doveva governare la città, fissare le tasse e distribuire le risorse. Erano le corporazioni, inoltre, a fondare ospedali, scuole, orfanotrofi, ospizi e facevano a gara fra loro per costruire i più begli edifici.

Fra comuni e comuni non avvenivano solo gare a chi innalzava il duomo più bello, ma anche guerre di conquista. Così alcuni comuni riuscirono a radunare, attorno alla città principale, degli stati piuttosto vasti. Nessuno, però, era abbastanza forte da prevalere sugli altri e impadronirsi di tutta l’Italia. Le guerre continue, quindi, risultarono solo in un indebolimento dei comuni stessi, dilaniati anche da contrasti interni fra le varie categorie (proprietari di case e terreni, mercanti, banchieri, operai, artigiani, negozianti) che avevano interessi diversi. A Firenze i ricchi erano chiamati popolo grasso mentre i poveri appartenevano al popolo minuto.

Quando un gruppo vinceva, cacciava dalla città i suoi nemici, finché, vinto a sua volta, doveva abbandonare. Così la vita del Comune era un continuo succedersi di lotte sanguinose e di esili, a riprova che non è mai facile essere uomini liberi.

Fiorentino d’eccellenza fu Dante Alighieri, eletto podestà e fautore dei guelfi bianchi in guerra con Bonifacio VIII, patì l’esilio come nessuno:

 

Tu lascerai ogne cosa diletta

Più caramente; e questo è quello strale

Che l’arco de lo esilio pria saetta.

 

Tu proverà sì come sa di sale

Il pane altrui, e com’è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

 

E quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia

con la qual tu cadrai in questa valle;

 

che tutta ingrata, tutta matta ed empia

si farà contr’ a te; ma, poco appresso,

ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo

farà la prova; sì ch’a te fia bello

averti fatta parte per te stesso. (Paradiso XVII)

 

Una curiosità su Dante. Pare che il profilo aquilino sia una caratterizzazione solo psicologica. In realtà, pur non essendo bello, non aveva tratti così marcati e somigliava molto all'immagine che ne dette la scuola giottesca, ricostruita anche da studi del 2007.   

 

Sa di sale lo pane altrui
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Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia

29 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel capitolo nonmiricordoquale di Alcune Note Su Una Non Entità, il Superato decide che la cultura è espressione di una società iniqua, e, come quest'ultima, merita di essere distrutta, perché in definitiva giustificatrice e paludatrice di quella stessa iniquità.

Forte di questi concetti rivoluzionari, scrive un pamphlet dadaista, e, come al solito, cambia radicalmente il mondo andando a dormire.

Questa è la seconda parte di quel pamphlet. E la terza come bonus track.

 

Distruggendo La Letteratura Temporaneamente Per Sempre Parte II:

Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia.

 

Un volume arancione con quattro o cinque racconti fu l'introduzione ad Edgardo Allano Poeocom'era stato rinominato in epoca fascista, durante l'estate tra la prima e la seconda media, o tra la seconda e la terza media. Con precisione non ci è dato di sapere.


Mi piaceva Lo Scarabeo d'Oro, con il suo enigma criptato - copiato poi da Conan Doyle per una storia di Sherlock (Il Caso degli Omini Danzanti) - e la caccia al tesoro sulla classica isola, il tutto ben lontano dallo stereotipo morboso, pomposo e cimiteriale del racconto alla Poe. C'era altra roba interessante, ma non ricordo esattamente cosa, a parte uno riguardante la mummia di un faraone, che veniva risvegliato e descriveva la sua civiltà, così superiore alla nostra salvo per un particolare che era nonsocosa. Ce n'era abbastanza per approfondire attraverso gli anni.

 

E quindi libretti ammuffiti e polverosi che si sbriciolavano in mano presi da antiche biblioteche parentali, ah, e prima ancora un bel volume voluminoso di mio padre, con un'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch (di Munch). Ovvero l'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch era di Munch - con una marea di racconti divisi per stile, genere, argomento. Poi il Gordon Pym, preso forse in biblioteca, un volume della Gnu Editori con un introduzione completamente ridicola, vergata da un presentatore televisivo notturno, in cui si descriveva tragicamente, quanto involontariamente comicamente, il probabile trauma infantile di Edgardo, che - piccolo - osserva suo padre vestirsi da donna e far finta di essere sua madre, morta, per sopperire alla sua mancanza. Sublime. Comunque, ce n'erano di racconti che colpivano, a bizzeffe: il doppio di William Wilson, la coscienza che ineluttabilmente lo segue ovunque, ho sudato e sofferto claustrofobicamente con Gordon Pym mentre soffocava nella stiva della prima nave o qualcosa del genere, con la solita illusione di essere stato inserito vivo in una bara o simili, il naufragio con esito cannibale che profeticamente si avverò qualche anno dopo (tre uomini si ritrovarono soli dopo un naufragio e tirarono a sorte per decidere chi doveva farsi mangiare - o almeno così riporta l'indiscutibilmente attendibile "Cronache dell'Impossibile di Selezione dal Reader's Digest"). Per non parlare della trovata polare, in cui tutto è bianco o nero, che rimanda a qualche misterioso senso dualistico cosmico, ma che in realtà è solo un effetto formale privo di sostanza, calcolato lucidamente da Edgardo il bastardo. Tutto fumo e niente sostanza. Tutto forma e niente arrosto.


Il calvario sadomasochistico de Il Pozzo e il Pendolo che citavo nel testo di una canzone scritta a quattro anni e mezzo per tentare di darmi un tono erudito e letterario. Non lo rileggerò mai più. Il raggio d'azione dei suoi racconti era comunque abbastanza vasto: ha praticamente fondato il genere giallo/thriller/investigativo, o quantomeno così si sostiene, con i tre racconti dell'ispettore Dupin, sempre impegnato a inseguire il formidabile ladro Lupin, ne ha realizzati di filosofici in forma dialogica, con i quali mi sono sempre fermato alla terza riga, brevi allegorie ombrose, una favola silenziosa, parodie, pagine grottesche, assurde e umoristiche: cose peculiari come Il diavolo nel CampanilePerdita di FiatoRe Peste, deliranti esempi prematuri di nonsense, onirismo, surrealismo, o quantomeno così ho letto. Quel racconto in cui un individuo spaventatissimo dalla finestra vede volare sulle colline un mostro delle dimensioni di un elefante, per poi scoprire che è solo l'effetto ottico dovuto a un insetto che vola sul vetro, parallelamente ai rilievi. La serie "della colpa" che oltre, volendo, a William Wilson, comprende Il Gatto NeroIl Cuore RivelatoreIl Genio Della Perversione,"Sei Tu Il Colpevole". Quella melassosa delle figure femminili BereniceLigeiaMorella ecc., interessante solo quando si arriva a strappare i denti a qualche cadavere.

 

In definitiva il suo era uno stile ampolloso e arzigogolato, sofisticato nella narrazione, o che voleva apparire tale, drappeggiandosi di pensose considerazioni introduttive, ornandosi di citazioni preferibilmente in francese, arabo, latino o italiano - tutti i linguaggi più chic e d'effetto del momento, per poi addentrarsi in qualche macabra disgrazia o delirio, in ambientazioni semi-gotiche e non riuscendo mai a scrollarsi del tutto di dosso la pesantezza del proprio linguaggio, da cui si salvava con un senso dell'umorismo perverso, e con il macabro spinto, spinto talmente da emergere come una tematica compulsivo-ossessiva.


Le sue poesie, scorse interamente, mi hanno trovato sbadigliante, con l'eccezione di quella in cui una casa infestata o simili diveniva la metafora della tormentata mente dell'uomo.
I racconti che ricordo con piacere: Lo Scarabeo d'Oro, la magia spazio-temporale di Un'Avventura delle Ragged Mountains, l'osservazione psicologica de L'uomo della Folla e I Fatti Riguardanti il Caso del Signor Valdemar. Nonché la "commedia degli equivoci" intitolata Gli Occhiali, imprenscindibile per ogni miope che si rispetti.


In definitiva, è un bene per l'umanità che un tale porta jella si sia tolto dai piedi in età relativamente giovane e non abbia ulteriormente piagato il nostro sistema nervoso con le sue baggianate mortifere, morendo in pieno delirium tremens a Richmond o Baltimora o da qualche parte - non rendendosi conto che in realtà era da decenni in un costante "delirio tremebondo".


Ora sarà in qualche bara insieme a Baudelaire a giocare alle "esequie premature", e farsi vezzeggiare da quest'ultimo, che gli starà sussurrando quanto è carina la scritta "iella" che Edgardo porta tra le pieghe della fronte - anche se ogni tanto Charles si allontana imbronciato dicendo che la loro vita di coppia è uno strazio e che è tutto un moribondo e grigiastro spleen che gli invade il cranio come una cappa claustrofobica di ratti putrefatti e ragni brulicanti, o se ne va urlando "la vita fa schifo!" sbattendo forte il coperchio della propria bara. Altre volte scrive poesie ornitologiche come "Lo struzzo" in cui dichiara che il poeta ha zampe da gigante, troppo veloci per proseguire al passo limitato degli altri umani. Edgardo, con un cocktail in mano e lo sguardo annoiato, gli risponde che, al massimo, è Willy il Coyote.

Concludendo, per quel che mi concerne il seppellimento di Edgar Allan Poe non può mai essere troppo prematuro.

Addio Edgardo, a mai più.

 

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Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo

28 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

Ho scoperto che solo sentendosi utili, e avendo tanti impegni a scandire la settimana, si riescono ad apprezzare i rari momenti liberi. Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo.

Anche questa estate cerco di godermi le serate di patana, il nido dei rondinotti in garage, la palla rosso carminio che sprofonda al tramonto, le cicale che rintronano, le libecciate, le feste sul tetto, lo sguardo che spazia a trecentosessanta gradi sulla città, sul mare, sulle colline verdi. Cerco di vivere proiettata all’esterno, ché a guardarmi dentro ci ho già perso troppo tempo, e la vita va vissuta per quello che è, senza aspettative ma con qualche sogno residuo, col sapore dolceamaro del passato sulla lingua, con la paura del futuro tenuta a bada, con quel pizzico di curiosità per ciò che può esserci ancora di bello e di brutto dietro l’angolo, con la voglia di sapere come andrà a finire.

E poi, quando meno te lo aspetti, tutto torna, magari ci si ritrova dopo trent’anni e si riscoprono gli stessi gesti, quel modo di buttare i capelli dietro le orecchie, quella voce e quell’intonazione particolare. Si ritrovano radici e ricordi comuni. Allora è come se il tempo non fosse trascorso, perché siamo ancora noi e tuttavia non lo siamo più, c’è l’abisso nel mezzo, ci sono figli e nipoti, ma qualcosa di noi è rimasto anche nel cuore degli altri.

Come previsto, l’orgia dei saldi è arrivata e non è ancora finita. Vediamo com’è andata.  

 

  

Tanta allegra bigiotteria, di tutti i colori e di tutte le forme, per dare personalità a qualsiasi mise.

La camicia bianca smanicata, elegantissima nella sua semplicità. Un vero must di qualunque guardaroba.

La camicia con i brillantini sulle tasche, easy e chic.

La camicia a fiorellini, più lunga sui lati, vi assicuro che copre bene ogni difetto.

Le righe celesti, declinate sia in canottiera che in camicia a mezze maniche, tanto fresche e marinare.

La maglia doppiata, outdoor e indoor.

I sandali beige, linea comoda che fa signora attempata.

Le ballerine, già in anticipo sulla prossima stagione

Il vestitino di finto jeans, leggero e piacevole da portare.

E poi ci sarebbe anche un copricostume rosso, stile Positano, ma il computer si rifiuta di caricarne la foto.

Mi sa che ci risentiamo presto.

 

 

I found that only by feeling useful, and having so many commitments in the week, you can appreciate the rare free moments. Always doing what you want is the best way not to do it.

I try to enjoy the patana nights, the nest of the swallows in the garage, the red carmine ball sinking at sunset, the screeching cicadas, the libeccio wind, the parties on the roof, the gaze that spans three hundred and sixty degrees on the city, on the sea, and on the green hills. I try to live projected outward, for I have already lost too much time looking inside me, and life has to be lived for what it is, without expectations but with some residual dream, with the sweet taste of the past on the tongue, with the fear of the future, with that pinch of curiosity for what can still be beautiful and ugly around the corner, with the desire to know how it will end.

And then, everything comes back, maybe you rediscover the same gestures, that way of throwing hair behind the ears, that voice and that particular pitch. Common roots and memories are found. Then it's as if time has not elapsed, because we are still ourselves, and yet we are no longer, there is an abyss in the middle, there are children and grandchildren, but something of us has remained in the hearts of others, as well.

As expected, the orgy of discounted sale has come and is not over yet. Let's see how it went.   

 

So much fun jewelery, of all colors and all forms, to give personality to any mise.
The sleeveless white shirt, elegant in its simplicity. A real must of any wardrobe.
The shirt with glitter on the pockets, easy and chic.
The floral shirt, longer on the sides, I assure you that it covers well any defects.
Light blue stripes, both in a tank top and in a t-shirt, so mariner and fresh.
The double, indoor and outdoor, jersey.
The beige sandals, a comfortable line that makes you an elderly lady.
The ballerine, already ahead of next season
The jeans dress, lightweight and nice to wear.
And then there would also be a red-haired positano style little dress, but the computer refuses to load the photo.
I guess you'll hear from me very soon.

Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farloPoter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
Poter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farloPoter sempre fare quello che si vuole è il modo migliore per non farlo
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Farfalla

27 Luglio 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

   

 

 

Mi viene in mente la FARFALLA.
Mi piace pensarla in sospeso, in volo tra l'infinito FARE e l'imperativo FALLA, anzi, tra l'infinito FAR e l'imperativo FALLA, perché FAR non è finito.
Quell'infinito FAR potrebbe essere l'inizio di un FARO che illumini il volo ed il volto della FARFALLA, ma è un FAR: è incompleto, senza fine, senza scopo ed il volo della FARFALLA potrebbe concludersi, chiudersi a buio, in una FALLA, in uno squarcio, in un difetto, in un punto debole della FARFALLA, in un punto e basta e non un punto e a capo per un volo nuovo della FARFALLA, senza permetterle di chiedersi perché sia accaduto.
     La FARFALLA ha le ali, spesse, belle, variopinte, ma le ali potrebbero diventare sleali nei riguardi della FARFALLA e farla precipitare, alla maniera del mitico Icaro.

          Luca Lapi luca.lapi@alice.it

 

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Alessio Piras, "Nati in via Madre di Dio"

26 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #alessio piras, #recensioni

 

 

Nati in via Madre di Dio

Alessio Piras

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 179

11,90

 

Avendo continuato sul filone del noir che ha come protagonisti il commissario Andrea Pagani e il ricercatore universitario Lorenzo Marino, Alessio Piras, in questo suo secondo romanzo dal titolo Nati in via Madre di Dio, si trova ingabbiato. Deve continuare il “racconto nel racconto”, perché, come nel primo romanzo, a narrare tutta la storia è un terzo incomodo, una voce fuori scena di cui non si sentiva il bisogno. E deve portare avanti la storia dei due coprotagonisti, Andrea e Lorenzo, quando di protagonista ne basterebbe uno solo. Si capisce che Piras spalma un po’ di se stesso su entrambi i personaggi, ed è vicinissimo a Lorenzo Marino, ma bisogna tenere viva l’attenzione per capire di quale dei due personaggi il capitolo si stia occupando, perché, a volte, non è facile distinguerli.

Siamo nel 2014. Un barbone viene ritrovato ucciso, uno di quelli di cui non interessano a nessuno né la vita né la morte. Lorenzo Marino e Andrea Pagani si ritrovano ancora una volta fianco a fianco ad indagare sul suo omicidio, che risulta collegato alle loro famiglie. Nella vicenda sono, infatti, coinvolti niente di meno che i loro nonni. Tutto si rifà ad un passato partigiano, a tradimenti, denunce e vendette. Se c’è una morale è che, quando si tratta di sentimenti umani, di azioni e reazioni, di conseguenze, non esiste in realtà una parte giusta. Giusta lo è solo per i vincitori, per chi si lava la coscienza di ogni rimorso e allontana da sé ogni scrupolo. Per gli altri si tratta pur sempre di vite umane, di legami di sangue e carne, di dolore sopportato e scontato una vita intera. Alessio Piras è sufficientemente giovane e sufficientemente distaccato dagli eventi del passato da potersene rendere conto.

Nel frattempo, Marino e Pagani portano avanti le loro vite private, uno dà principio a una convivenza - lacerato fra Genova,  città natia, e Barcellona, città di adozione – l’altro prova turbamento nei confronti di una donna molto più vecchia di lui, figlia della vittima (questa parte della storia è lasciata in sospeso, forse per sviluppi futuri.)  E, quindi, se c’è un vero personaggio del romanzo, è solo ed unicamente, ancora una volta, la città di Genova. Questa è la parte più bella e più vera del romanzo, sebbene, forse, inquinata un eccesso di toponomastica.

La Genova dei cantautori, del pesto, delle piante di basilico sul davanzale, della focaccia mangiata a  tutte le ore. Ma anche dello scempio edilizio e dei carruggi malfamati.  Una città costretta a lottare per lo spazio, mangiata dal mare e che si mangia la montagna, una città che invade gli argini, cosicché i fiumi, ad ogni alluvione, si riprendono il loro letto. Genova ha sempre più spazio, forse perché manca all’autore ogni giorno di più.

 

Sentiva il bisogno di aria e quella del balcone non gli bastava. Anzi, più che di aria, era l’esigenza di sentirsi Genova sulla pelle, di sentirla sua, di sentirla vicina. Il conforto di una madre, doveva perdersi nelle sue viscere, lasciarsi avvolgere dai suoi carruggi lastricati, stordirsi nel suo viavai di disperati che da tutto il mondo cascano in quel magnifico pantano. (pag 83)

 

Genova, porto di mare in tutti i sensi, crogiolo di vite, babele di lingue, rifugio di anime inquiete che devono ancora trovare se stesse. E qui, forse, fra gabbiani e sartie che cigolano al vento, sta il nocciolo di quel racconto nel racconto, di quella cornice, di quel narratore marinaio che evoca Melville o Conrad, di quell’impossibilità di andarsene – e Piras lo ha fatto  - di noi gente che non viviamo sul mare ma nel mare.

Amore, desiderio, incolmabile saudade. La stessa di Gordiano Lupi per Piombino, la stessa che proverei io se mi lasciassi Livorno alle spalle, ma non riesco nemmeno a pensarlo. Una nostalgia che contempla tutto, il bello e il brutto, i difetti e i pregi, il presente e pure il passato che non c’è più. Una nostalgia che non si scioglie mai in pianto ma diventa magone (el magun di Alberto Sordi) bloccato in gola come un gabbiano a mezz’aria e controvento.

Come nell’altro romanzo, ma forse in modo meno intellettuale, sono presenti la riflessione e il flusso di coscienza. I due protagonisti rimuginano, come tutti noi, sull’esistenza e sul suo fluire, e i loro pensieri finiscono con l’accavallarsi, fra loro, con quelli dell’autore e con i nostri.

 

E un giorno il domani sarà il presente, mentre il presente sarà il passato. In questo scambio di ruoli in cui il futuro diventa presente e il presente passato c’è un solo vincitore. Il passato, che non cambia né si sostituisce, ma semplicemente si ricorda. E interviene la nostalgia, perché il tempo sparge di zucchero i nostri ricordi che divengono comunque dolcemente amari e lontani.  (pag 148)    

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Spiderman - homecoming

25 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 

 

 

 

 

Sono una fan dei fumetti Marvel e l'Uomo Ragno l'ho conosciuto proprio con gli albi degli anni '60, il cui spirito ho poi piacevolmente ritrovato nei film di Sam Raimi. Ma squadra che invecchia, pur vincente, si cambia, e Spiderman non fa eccezione all'operazione di "ringiovanimento" dei granitici miti di noi 40-50enni che sono a quanto pare gli unici veri eroi che resistono alla corrosione dei decenni che passano (Alien, Star Wars, Star Trek, Predator e Terminator addirittura!), visto che quelli dei millennials evaporano con grande facilità. Ma bisogna farli digerire ad una popolazione di adolescenti e ventenni che, secondo Hollywood, non sono forse in grado di apprezzare troppa tensione morale, troppi conflitti psicologici che erano la cifra stilistica dei personaggi inventati da Stan Lee: "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" è un messaggio che in questo film passa in maniera molto sfumata e da un personaggio da cui non ci si aspetterebbe, il Tony Stark che con il padre ha avuto un rapporto conflittuale e cerca di fare meglio come "padre spirituale" del giovane Peter Parker. L'adolescente Tom Holland, che aveva dato buona prova di sè in "The impossible" salvando la madre da uno tsunam,i torna con il faccino smarrito da quindicenne preso solo dai problemi dei suoi coetanei: prima cotta, primo ballo, lezioni. Nessun senso di colpa per avere cagionato indirettamente la morte dello zio, nessuna responsabilità verso la zia, del resto zia May ha perso le sembianze da Nonna Papera antropomorfa con crocchia argentea sul capo per essere sostituita da una Marisa Tomei inguainata in pantaloni attillatissimi e canotte che la rendono una vedova molto allegra e certamente più capace di badare a se stessa di Peter. La prima metà del film passa così con una superficialità imbarazzante tra dialoghi cacofonici infarciti da "fico" e "zio" che in un contesto scolastico statunitense mi fa rabbrividire, tanto che viene da chiedersi se non siamo finiti in un mondo parallelo con un altro Peter Parker che NON si umilia per quel giornalaccio da quattro soldi pur di sostentare la zia, che non si rende conto di quanto la vita sia complicata ancora di più dai suoi poteri, che addirittura gode di poteri ipertecnologici forniti dalla Stark&co anche se questo, pur trovandolo subito irritante, trova una sua ragion d'essere in seguito. Il boato di sdegno giunge a metà della pellicola quando Peter con la sua stupidità mette a repentaglio la vita di un intero traghetto carico di passeggeri per sventare un passaggio di armi da fuoco, cosa che lo Spiderman di Lee mai avrebbe fatto, tanto che mi ha lasciato l'amaro in bocca vedere lo zio Stan partecipare ad un simpatico cameo a mo' di timbro apposto a certificazione della qualità del "nostro amichevole spiderman di quartiere". Poi nella seconda metà tutto cambia. La mia teoria è che la prima parte è lo zucchero con cui si è dovuta farcire la pillola di un personaggio molto più complesso e combattuto per farla andare giù agli spettatori più giovani. Dal flop del traghetto il film prende un'impennata che per mezz'ora vale da sola la visione. Finalmente tutta la tensione morale che conoscevamo in Peter emerge insieme a quella del cattivo di grande caratura interpretato da un Michael Keaton che si mangia tutto il resto del cast a colazione (escluso Downey Jr ma lui recita sopra le righe e non fa testo). Il conflitto riflette la situazione già vista in passato con altri personaggi e il colpo di scena arriva inaspettatamente dopo un anticlimax gestito bene e si intravede solo due secondi prima che accada, il tempo che passa tra il suono di un campanello e l'apertura di un uscio. Finalmente ritroviamo Spiderman con tutti i suoi dubbi e le sue domande a cui non è possibile dare una riposta netta e un cattivo che è solo confuso e arrabbiato ma che conosce il codice d'onore. A tale proposito vi avverto: non alzatevi dopo la sequenza a cartone animato. L'ultimo inaspettato colpo di scena arriva lì ed è un piccolo colpo al cuore che fa venire la pelle d'oca. In sintesi: prodotto confezionato per piacere soprattutto ai più giovani che solo nella seconda parte ricalca il vero spirito del fumetto.

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Jenny Blackhurst, "Era una famiglia tranquilla"

24 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Era una famiglia tranquilla

Jenny Blackhurst

Newton Compton, 2017

 

Susan è appena uscita da un ospedale psichiatrico. È stata dentro, tra quelle mura tristi, per due anni e otto mesi. Lei non ricorda nulla, di quel fatidico giorno di quasi quattro anni prima. Psicosi puerperale, dicono i dottori. Depressione post parto. Il piccolo Dylan aveva solo una manciata di settimane quando qualcuno gli calò un cuscino sulla faccia. Quando Susan venne trovata, quel cuscino giaceva tra le sue mani.

Adesso è fuori, può nuovamente guardare dritto verso il sole. Si è trasferita. Si chiama Emma, ora. Ha cambiato posto in cui vivere e identità. Non vuole che la gente la additi come infanticida, come pazza, come pericolosa. D’altronde lei ha sempre creduto, nel profondo del suo cuore, di non aver ucciso il piccolo amore della sua vita. Sì, si ricorda di essersi sentita inadeguata; si ricorda la stanchezza, il dolore, lo smarrimento che ha provato quando Dylan era tra le sue braccia. Tutti stanno lì a esaltare la maternità sempre e comunque, e nessuno che spieghi quanto può essere difficile essere all’altezza, sentirsi pronti. Lei lo sa, forse avrebbe avuto bisogno di un po’ d’aiuto, ma l’ha davvero ucciso? Ha davvero privato della vita quel piccolo pezzo di cuore, il sangue del suo sangue?

Qualcuno le manda presto un macabro messaggio: una foto di un bambino di quattro anni sorridente. Dietro, la scritta: Dylan. Ma è il suo Dylan?

Tra scoperte e mezze verità e colpi di scena, arriviamo a una fine che è macabra, spaventosa. Niente è come si crede.

La Blackhurst mette su un thriller che a tratti è forse un po’ surreale, ma che risulta pienamente riuscito. Si legge e si legge e si legge, e finché tutti i nodi vengono al pettine non ci si può dare pace. La narrazione è veloce ma non lascia nulla al caso.

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Claudia Schreiber, "La felicità di Emma"

23 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La felicità di Emma

Claudia Schreiber

Edizioni Keller, 2010 

 

Un libro irritante, tanto più che inizia illudendo il lettore di trovarsi di fronte ad un racconto con personaggi fuori dagli schemi e un intreccio originale. I protagonisti vengono descritti nei primi capitoli e sono davvero ben riusciti: Emma, trentenne lercia, trasandata e disordinata un po' come i maiali che ama a modo suo, coccolandoli fino a poco prima di accopparli e trasformarli in prosciutti e salamelle; Max, ossessivo - compulsivo rupofobico, verosimilmente vergine non in senso zodiacale alla tenera età di 40 anni, che aspetta il momento giusto di vivere la sua vita e scopre che ha solo sei mesi per farlo grazie ad un tumoraccio dei peggiori; Hans, "migliore amico" di Max, che è in realtà un truffaldino da due soldi, un faccendiere di quarta categoria che nulla sa fare se non piccole truffe assicurative, tanto  alla parte dei conti ci pensa Max, e rifilare auto usate a cinquantenni incrostate di fondotinta e arroganza piccolo borghese. Un trio perfetto, un inizio spumeggiante con l'incontro dei tre che con questi presupposti può dare solo una cascata di trovate esilaranti, innovative, magari politicamente scorrette, perché no? Ripeto: PERCHÉ NO? Perché invece dopo la prima metà la scrittrice opta per immettere la storia nei binari del normale, del falsamente consolatorio e bugiardo, ipocrita e prevedibile, distruggendo l'originalità iniziale e scrivendo svogliatamente un romanzetto rosa dei più beceri, in cui TUTTI si ravvedono e si raggruppano al centro della gaussiana dove si posizionano le persone cosiddette "normali"? Dove Emma da sudiciona diventa Mary Poppins, Hans un filantropo e Max strumento per la "felicità di Emma". E quale sarebbe cotanta agognata felicità? Il sogno piccolo borghese della nostra società micragnosa e consumistica, soldi e famiglia, ci mancava la casetta col giardino e il cagnetto yorkshire, ma immagino che un paradiso tropicale con gli albatros possa fare da succedaneo in assenza delle ultime due. Pollice verso.

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Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"

22 Luglio 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Storie di un tempo minore

Angela Angiuli

 

Fara Editore, 2016

 

 

È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.

È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.

Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

 

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

 

Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel

 

“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.

 

E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:

 

A Mino  (pag. 31)

 

Mio fratello è un tramonto di rose

a cui ha mangiato le spine

uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione

e vola vola e guida l’avanzata

delle stelle sul mare

che tanto ha amato fino a traboccare.

Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,

ci è saltato sopra con un salto gentile

troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,

ha avuto un bell’ardire.

Veleggia ancora lui dalla spiaggia,

ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio

e il coraggio di dire - si -

ad un mondo nuovo che albeggia.

 

E ancora da pag. 24

 

I suicidi sono animali interessanti

hanno il becco di un picchio

con cui rompere la scorza della vita

mangiano ossa spellate dalla consunzione

                               quotidiana

le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.

Ma io so che hanno la vista lunga

più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare

tarlare il creato fino in fondo

perché il loro frutto non è più qui

ha allungato i rami nel giardino del Vicino,

e loro - lì - se lo vanno a prendere.

 

La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.

Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.

La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.

Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41

 

Scrivo fragile

sono un popolo senza storia

- tracce di mosca - tarli di carta.

Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice

linee storte o oblique per tracciare la Speranza

                               che fugge ogni misura

 

Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !

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