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Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia

29 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Nel capitolo nonmiricordoquale di Alcune Note Su Una Non Entità, il Superato decide che la cultura è espressione di una società iniqua, e, come quest'ultima, merita di essere distrutta, perché in definitiva giustificatrice e paludatrice di quella stessa iniquità.

Forte di questi concetti rivoluzionari, scrive un pamphlet dadaista, e, come al solito, cambia radicalmente il mondo andando a dormire.

Questa è la seconda parte di quel pamphlet. E la terza come bonus track.

 

Distruggendo La Letteratura Temporaneamente Per Sempre Parte II:

Edgar Allan Poe, Cronache da Cadaverilandia.

 

Un volume arancione con quattro o cinque racconti fu l'introduzione ad Edgardo Allano Poeocom'era stato rinominato in epoca fascista, durante l'estate tra la prima e la seconda media, o tra la seconda e la terza media. Con precisione non ci è dato di sapere.


Mi piaceva Lo Scarabeo d'Oro, con il suo enigma criptato - copiato poi da Conan Doyle per una storia di Sherlock (Il Caso degli Omini Danzanti) - e la caccia al tesoro sulla classica isola, il tutto ben lontano dallo stereotipo morboso, pomposo e cimiteriale del racconto alla Poe. C'era altra roba interessante, ma non ricordo esattamente cosa, a parte uno riguardante la mummia di un faraone, che veniva risvegliato e descriveva la sua civiltà, così superiore alla nostra salvo per un particolare che era nonsocosa. Ce n'era abbastanza per approfondire attraverso gli anni.

 

E quindi libretti ammuffiti e polverosi che si sbriciolavano in mano presi da antiche biblioteche parentali, ah, e prima ancora un bel volume voluminoso di mio padre, con un'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch (di Munch). Ovvero l'incisione in bianco e nero dell'Urlo di Munch era di Munch - con una marea di racconti divisi per stile, genere, argomento. Poi il Gordon Pym, preso forse in biblioteca, un volume della Gnu Editori con un introduzione completamente ridicola, vergata da un presentatore televisivo notturno, in cui si descriveva tragicamente, quanto involontariamente comicamente, il probabile trauma infantile di Edgardo, che - piccolo - osserva suo padre vestirsi da donna e far finta di essere sua madre, morta, per sopperire alla sua mancanza. Sublime. Comunque, ce n'erano di racconti che colpivano, a bizzeffe: il doppio di William Wilson, la coscienza che ineluttabilmente lo segue ovunque, ho sudato e sofferto claustrofobicamente con Gordon Pym mentre soffocava nella stiva della prima nave o qualcosa del genere, con la solita illusione di essere stato inserito vivo in una bara o simili, il naufragio con esito cannibale che profeticamente si avverò qualche anno dopo (tre uomini si ritrovarono soli dopo un naufragio e tirarono a sorte per decidere chi doveva farsi mangiare - o almeno così riporta l'indiscutibilmente attendibile "Cronache dell'Impossibile di Selezione dal Reader's Digest"). Per non parlare della trovata polare, in cui tutto è bianco o nero, che rimanda a qualche misterioso senso dualistico cosmico, ma che in realtà è solo un effetto formale privo di sostanza, calcolato lucidamente da Edgardo il bastardo. Tutto fumo e niente sostanza. Tutto forma e niente arrosto.


Il calvario sadomasochistico de Il Pozzo e il Pendolo che citavo nel testo di una canzone scritta a quattro anni e mezzo per tentare di darmi un tono erudito e letterario. Non lo rileggerò mai più. Il raggio d'azione dei suoi racconti era comunque abbastanza vasto: ha praticamente fondato il genere giallo/thriller/investigativo, o quantomeno così si sostiene, con i tre racconti dell'ispettore Dupin, sempre impegnato a inseguire il formidabile ladro Lupin, ne ha realizzati di filosofici in forma dialogica, con i quali mi sono sempre fermato alla terza riga, brevi allegorie ombrose, una favola silenziosa, parodie, pagine grottesche, assurde e umoristiche: cose peculiari come Il diavolo nel CampanilePerdita di FiatoRe Peste, deliranti esempi prematuri di nonsense, onirismo, surrealismo, o quantomeno così ho letto. Quel racconto in cui un individuo spaventatissimo dalla finestra vede volare sulle colline un mostro delle dimensioni di un elefante, per poi scoprire che è solo l'effetto ottico dovuto a un insetto che vola sul vetro, parallelamente ai rilievi. La serie "della colpa" che oltre, volendo, a William Wilson, comprende Il Gatto NeroIl Cuore RivelatoreIl Genio Della Perversione,"Sei Tu Il Colpevole". Quella melassosa delle figure femminili BereniceLigeiaMorella ecc., interessante solo quando si arriva a strappare i denti a qualche cadavere.

 

In definitiva il suo era uno stile ampolloso e arzigogolato, sofisticato nella narrazione, o che voleva apparire tale, drappeggiandosi di pensose considerazioni introduttive, ornandosi di citazioni preferibilmente in francese, arabo, latino o italiano - tutti i linguaggi più chic e d'effetto del momento, per poi addentrarsi in qualche macabra disgrazia o delirio, in ambientazioni semi-gotiche e non riuscendo mai a scrollarsi del tutto di dosso la pesantezza del proprio linguaggio, da cui si salvava con un senso dell'umorismo perverso, e con il macabro spinto, spinto talmente da emergere come una tematica compulsivo-ossessiva.


Le sue poesie, scorse interamente, mi hanno trovato sbadigliante, con l'eccezione di quella in cui una casa infestata o simili diveniva la metafora della tormentata mente dell'uomo.
I racconti che ricordo con piacere: Lo Scarabeo d'Oro, la magia spazio-temporale di Un'Avventura delle Ragged Mountains, l'osservazione psicologica de L'uomo della Folla e I Fatti Riguardanti il Caso del Signor Valdemar. Nonché la "commedia degli equivoci" intitolata Gli Occhiali, imprenscindibile per ogni miope che si rispetti.


In definitiva, è un bene per l'umanità che un tale porta jella si sia tolto dai piedi in età relativamente giovane e non abbia ulteriormente piagato il nostro sistema nervoso con le sue baggianate mortifere, morendo in pieno delirium tremens a Richmond o Baltimora o da qualche parte - non rendendosi conto che in realtà era da decenni in un costante "delirio tremebondo".


Ora sarà in qualche bara insieme a Baudelaire a giocare alle "esequie premature", e farsi vezzeggiare da quest'ultimo, che gli starà sussurrando quanto è carina la scritta "iella" che Edgardo porta tra le pieghe della fronte - anche se ogni tanto Charles si allontana imbronciato dicendo che la loro vita di coppia è uno strazio e che è tutto un moribondo e grigiastro spleen che gli invade il cranio come una cappa claustrofobica di ratti putrefatti e ragni brulicanti, o se ne va urlando "la vita fa schifo!" sbattendo forte il coperchio della propria bara. Altre volte scrive poesie ornitologiche come "Lo struzzo" in cui dichiara che il poeta ha zampe da gigante, troppo veloci per proseguire al passo limitato degli altri umani. Edgardo, con un cocktail in mano e lo sguardo annoiato, gli risponde che, al massimo, è Willy il Coyote.

Concludendo, per quel che mi concerne il seppellimento di Edgar Allan Poe non può mai essere troppo prematuro.

Addio Edgardo, a mai più.

 

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