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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Claire Douglas, "Le sorelle"

10 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Le sorelle

Claire Douglas

 

Editrice Nord, 2016

 

Quasi trecento pagine. Per duecento buone non si capisce granché. Non si abbandona la lettura, però: diventa una lettura compulsiva, quasi malata, senza ombra di dubbio urgente. Perché questa frase? Ora che sarà capitato? Ma chi è il colpevole?

Ma vediamo le cose nel dettaglio.

Abi è devastata. Si sente impotente, svuotata. Dev’essere così, quando hai un gemello e il destino te lo strappa via presto, senza aver potuto dirgli addio. Ciò che non può sopportare Abi, poi, è il fatto di essere la causa della morte di Lucy, della sua gemella. All’inizio queste sono le uniche cose che comprendiamo. Lei l’ha involontariamente uccisa, non si capisce bene né dove né perché, e il senso di colpa la sta mangiando. Ah, certo, l’altra cosa che ci appare chiara come il cielo a maggio è che lei mente. Ha paura che si venga a sapere ciò che, diligentemente, ha sepolto in un anfratto della sua mente malata. Gli unici che sanno di questa ipotetica menzogna erano con lei quella sera, la famosa sera della morte di Lucy. Non sta bene, Abi, e tra le righe leggiamo di un ricovero in un ospedale psichiatrico, di antidepressivi, di un suicidio mancato.

Quindi, ricapitoliamo: abbiamo una ragazza mangiata viva dal rimorso e con problemi psicologici non indifferenti, una bugia che non vuole vedere il sole e una morte incomprensibile avvenuta un anno e mezzo prima. Ci sono gli elementi giusti affinché la nostra attenzione venga catturata.

Abi cerca Lucy in ogni ragazza che incontra, ma questo è comprensibile. Chi, dopo una morte, non cerca quel viso – quello che non si potrà mai più vedere, quello che non potrà più sorridere né piangere né vivere – tra la folla? Un giorno, però, rimane interdetta. Lucy è lì, dinanzi a lei. Poi si riprende, capisce. Non è Lucy ma sembra lei. Quella ragazza con il caschetto biondo e la personalità effervescente somiglia così tanto a sua sorella che per un attimo il dolore della sua perdita si affievolisce. Assomiglia a sua sorella gemella Lucy, sì, ma anche a lei. Perché lei e Lucy erano identiche. Solo che lei ora ha qualche ruga attorno agli occhi che la gemella non avrà mai. Lei ha quasi trent’anni e Lucy ne avrà per sempre ventotto. Lei invecchierà e Lucy sarà sempre uguale, una giovane donna strappata alla vita e consegnata alla morte.

Così, vanno a vivere insieme. Ma Beatrice ha un gemello. Strano il destino, quando decide di giocare tiri mancini. Quella ragazza così maledettamente uguale a lei, quella che le ricorda immensamente la gemella sepolta nella fredda terra, ha un gemello. Ben.

Così inizia il tunnel delle cose strane. Dei fraintendimenti. Degli avvenimenti che fanno venire la pelle d’oca. Delle incomprensioni – perché sfido chiunque a capire che avviene – e delle menzogne sussurrate a mezza voce.

Non perdiamo concentrazione neppure per un secondo, così presi dall’impulso maniacale di arrivare all’ultima pagina. Per capire. Per analizzare i fatti. Per non perderci.

Comunque, la psicologia dei personaggi – di tutti i personaggi –, anche quando si arriva alla parola “Fine” e tutti i tasselli tornano al proprio posto, rimane interessante. Nessuno è completamente sano, nessuno è completamente malato. Ci sono tragedie, colpi del destino, sbattimenti di testa. C’è il fato che talvolta si accanisce. C’è tristezza, amarezza perché non sempre si può capire tutto dalla vita.

Ma, soprattutto, c’è la cupa presenza della morte che aleggia, ricoprendo di un oscuro nero che sa di presagio tutto quello che incontra.

 

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Radioblog : Ancora "Tana Libera tutti"

6 Luglio 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog

 

 

Facciamo un'altra “incursione” nel libro di Franco Piol, Tana libera tutti.

Ho terminato la lettura e devo dire che è un bellissimo viaggio in un mondo dal quale in fondo ci separano poche decine di anni, ma che a ripensarlo e riviverlo tramite le pagine di questo libro, sembra tanto, ma tanto lontano.

Siamo a Roma e siamo negli anni che seguono la Seconda Guerra Mondiale.
Attraverso le storie di un gruppo di ragazzini, che incontriamo all’inizio del libro mentre giocano a nascondino in Piazza Navona, ci immergiamo in quegli anni miseri, difficili, tristi per gli affetti perduti e le poche possibilità economiche, ma anche anni pieni di speranza, solidarietà e desiderio di rinascita.

Viaggiamo attraverso piazze, collegi, orfanotrofi, quartieri di Roma, il cui aspetto oggi è completamente cambiato, e li conosciamo come erano allora.

Respiriamo l’atmosfera delle feste rionali in cui si dava sfogo alla voglia di divertirsi e dimenticare i brutti anni che ci si lasciavano alle spalle.

E poi ci sono ritornelli, filastrocche, canzoni popolari, cartoline di luoghi che possiamo rivivere solo attraverso la memoria di che c’era.

Prima di fare due chiacchiere con l’autore di questo bel libro, Franco Piol, ve ne leggo un altro estratto, l’inizio del racconto “Mario l’eroe del Lazzaretto”.

Buon ascolto!!!

 

Musica: http://www.bensound.com

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Ovunque è Legnano

5 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

 

 

L’imperatore Federico Barbarossa ordinò di radere al suolo il più importante dei Comuni medievali: Milano, che si trovava all’incrocio dei traffici fra le repubbliche marinare e il cuore dell’Europa. I Milanesi assistettero alla distruzione della loro città giurando vendetta. Si riunirono con molti altri comuni nella Lega Lombarda e affrontarono il potente esercito dei cavalieri imperiali sotto la protezione del papa.

L’esercito dell’imperatore era forte, composto di cavalieri pesantemente armati. Quello della lega lombarda, invece, si basava sulla fanteria, una fanteria, però, di tipo nuovo, non più i contadini armati di forcone dei tempi di Carlomagno, bensì mercanti e artigiani facoltosi, attrezzati con ottime e leggere armature. Era proprio nel bergamasco che si costruivano, infatti, le migliori armi d’Europa.

Si riunirono tutti attorno al Carroccio, un grande carro a quattro ruote recante le insegne cittadine. Inizialmente usato come carro da guerra, aveva assunto col tempo un valore puramente simbolico. Pavesato con i colori del Comune, era trainato da buoi e trasportava un altare, una campana, una croce e le insegne cittadine. In tempo di pace era custodito nella chiesa principale della città cui apparteneva.

Il Carroccio fu protagonista nella battaglia di Legnano, durante la quale fu difeso, secondo la leggenda, dalla Compagnia della Morte, ovvero un'associazione militare di 900 giovani cavalieri accomunati dall'ordine di battersi fino alla morte senza mai retrocedere, guidata da Alberto da Giussano, personaggio immaginario che comparve in realtà solo in opere letterarie del secolo successivo. Sempre secondo la leggenda, durante il combattimento, tre colombe, uscite dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, si posarono sul Carroccio causando la fuga di Federico Barbarossa. Questo scontro è stato poi celebrato durante il Risorgimento come una vittoria del popolo italiano contro l'invasore straniero, tanto da essere menzionato ne Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro, inno nazionale italiano dal 1946.

 

Fratelli d'Italia,

l'Italia s'è desta,

dell'elmo di Scipio

s'è cinta la testa.

Dov'è la Vittoria?

Le porga la chioma,

che schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Noi fummo da secoli

calpesti, derisi,

perché non siam popoli,

perché siam divisi.

Raccolgaci un'unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l'ora suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Uniamoci, uniamoci,

l'unione e l'amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti, per Dio,

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Dall'Alpe a Sicilia,

Dovunque è Legnano;

Ogn'uom di Ferruccio

Ha il core e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

Il suon d'ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

Già l'Aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue Polacco

Bevé col Cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte,

siam pronti alla morte.

Siam pronti alla morte,

l'Italia chiamò, sì!

 

In realtà il vero protagonista della battaglia di Legnano fu Guido da Landriano. Giussano non è mai esistito.

I cavalieri del Barbarossa erano appesantiti da molta ferraglia, si muovevano male, abituati com'erano a battersi contro un’altra schiera di cavalieri. Fu così che a Legnano (1176) i fanti lombardi accerchiarono la cavalleria imperiale, disarcionandola.

Fu in seguito a battaglie come questa che la cavalleria pian piano scomparve e con lei quell’aura favolosa che aveva accompagnato l’alto medioevo di Artù ed Excalibur, della Chanson de Roland e dell’amor cortese. Si prospettava un’aria nuova più prosastica, che avrebbe portato all’ascesa della classe media, la borghesia che preferirà il romanzo all’epica medievale.

Da allora in poi i Comuni furono liberi di governarsi da soli, di commerciare e persino farsi la guerra fra loro.

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Rosa Montero, "In carne e cuore"

4 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

In carne e cuore

Rosa Montero

Salani, 2017

 

"La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi intorno storditi."

 

Soledad ha quasi sessant’anni e, benché odi il passare del tempo – guardandolo non come un qualcosa di inevitabile ma alla stregua di una maledizione –, le rughe hanno avvizzito la sua pelle e scolorito un’antica ma forte bellezza. Cerca l’amore in un modo così forte, intenso, incondizionato da non riuscire mai a saziare questa sua fame.

Il suo giovane amante sposato l’ha lasciata, ha scelto la legittima compagna incinta, e lei non si dà pace. Vorrebbe urlarlo, questo suo amore, riconquistare quel legame. Così, certa che sia una soluzione, ingaggia un gigolò affinché la accompagni a un evento cui sarebbe stato presente anche il fedifrago e consorte; la gelosia, pensa, lo farà tornare da me, lo risveglierà dal torpore. Nulla di più sbagliato, ma quella sera cambia l’intero suo futuro.

Si tiene bene, Soledad, con il suo fisico sodo e il buon gusto nel vestire. Ultimamente, però, un forte senso di inadeguatezza e un profondo malessere le ghermisce il cuore con una presa fatale: è appassita, malgrado tutto. Ecco perché la sproporzione tra lei e il giovane gigolò la sente, eccome se la sente; pulsa, le entra nelle viscere, la fa tremare. 

Adam è bello, prestante. Ha poco più che trent’anni – un’età che Soledad considera ancora valida, giusta – e lei vorrebbe perdersi in quegli occhi e in quella mente così inquieta, così tormentata.

 

"Il buio della notte era davvero pieno di mostri, come Soledad temeva e sospettava fin dall’infanzia. E gli orchi si chiamano ossessioni."

 

Fanno l’amore più e più volte, durante i giorni a seguire. Soledad si vergogna quando, portafogli alla mano, lo paga; d’altronde vorrebbe essere amata, e lui – lui così strano, chiuso, cupo – non si espone. Soledad non riesce a scrutarlo dentro, nei profondi anfratti della sua anima. La speranza mista alla consapevolezza di non poter reggere il confronto la devasta.

 

"Lei si sentiva angosciata, afflitta, straziata, sconsolata, sconcertata, perduta, fallita, a pezzi, preoccupata, infelicissima... insomma, più morta che viva."

 

Esperta di arte, sta organizzando una mostra sugli scrittori maledetti alla Biblioteca Nacional di Madrid. Ci mette tutta se stessa, anima e corpo. Ama quelle vite, quei fatti, quei nomi. Hanno un non so che di magico, pur nella loro follia.

Quegli animi tormentati, afflitti, appassionati – di una passione forte da far male, da uccidere – la affascinano. Rimarrebbe ore e ore a raccontarsi di quelle vite sul filo di un rasoio, di quegli artisti che, perseguitati dalla propria mente, fecero dell’illusione e del sogno realtà, perdendosi talvolta nella spirale dell’allucinazione. Noi con lei ne veniamo toccati, cambiati, ammaliati. Seguiamo le sue parole e le facciamo nostre, le ripetiamo nella nostra mente perché il buio e la follia hanno un potere assoluto: sanno spaventare e incantare allo stesso tempo. 

 

«Essere maledetto significa sapere che la propria arte non trova alcuna eco, perché non ci sono orecchi in grado di comprenderla. In questo assomiglia alla follia» sbottò improvvisamente Soledad. «Essere maledetto è sentirsi fuori dal proprio tempo, dalla propria classe sociale, dal proprio ambiente, dalla propria lingua e dalla cultura cui si dovrebbe appartenere. Essere maledetto è voler essere come gli altri senza riuscirci. È voler essere amato e invece suscitare soltanto diffidenza o qualche risata. Essere maledetto è non sopportare la vita e soprattutto non sopportare se stessi.»

 

Soledad, nella sua incapacità di voler invecchiare, è come un frutto che, troppo maturo, non vuole staccarsi dall’albero. È come una goccia che si ferma a mezz’aria, non capace di comprendere che il suo destino è il freddo suolo – come normale, naturale conseguenza della vita stessa.

Ha un sapore dolce e amaro insieme, la certezza di non potercela fare. Lei, così persa in un’illusione, sa bene che niente è semplice, niente è scontato. Perseguitata dai fantasmi del passato, non sa vivere il presente in modo totale.

 

"Il fallimento era un lupo affamato che la osservava da lontano fin da quando era bambina, un lupo che girovagava per le lande deserte della sua vita in attesa di un suo passo falso per avventarsi su di lei."

 

Rosa Montero riesce – in un crescendo di emozione, di forte trepidazione – a catapultarci in un mondo fatto di turbamento, di paure, di angosce. In un mondo dove tutto viene capovolto, analizzato, stravolto e ricucito. In un mondo di scrittori maledetti che, a causa di menti maledette, hanno condotto vite maledette. In un mondo, quello della giovane/vecchia Soledad, dove nulla è lasciato al caso.

 

"Tutti gli amori erano ossessivi? O forse le ossessioni si nascondevano dietro le apparenze di un amore per sembrare qualcosa di bello, e non un banale squilibrio psicologico? […] L’amore avvelena, non v’è dubbio. Abbrutisce, fa commettere ogni sorta di sciocchezze e di eccessi."

 

In carne e cuore racconta la storia di Soledad, è vero, ma non si ferma qui. Diventa una profonda riflessione su temi cari, importanti, degni di nota... la Montero parla delle donne – si sofferma sul concetto di identità, sulle incertezze e sulle paure –, della morte, della passione, dell’arte. Parla di quotidianità ma anche di stranezza. Parla di bellezza e inganno. Parla di tante vite, pur soffermandosi su una in particolare.

Parla dell’animo umano.

 

 

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Quello che tutti odiano

1 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Ciò che siamo torna sempre a galla e, dopo un’overdose di fantasie, rieccomi alle tinte unite.

Poche cose prima dell’orgia saldi.

 

Il tris di maglie basic: nero, grigio e verde militare.

La maglia beige con gli smerli alle maniche.

Il completo canotta più t-shirt a rete, finto (o vero?) spiegazzato.

Il costume bianco, che addosso a me fa tanto Moby Dick, balena spiaggiata, specialmente da quando mi è stato proibito di prendere il sole. E le cose proibite, si sa, sono quelle che più ci desideriamo.

 

Dal viaggio sono tornata abbastanza rigenerata, anche se stanca, e ora sono alle prese con l’estate nella mia città, in attesa dei due mesi che più amo, Luglio e Agosto, mesi in cui, complici le alte temperature, io, - differenza di chi patisce il caldo – mi sento viva e ho voglia di uscire la sera, di andare al mare e di girare in città.

Mi piace quello che tutti aborrono, le strade assolate nel pomeriggio, l’asfalto che ribolle sotto i sandali, l’aria calda e pesante, gli odori amplificati dagli angoli pisciosi, dai cassonetti che traboccano. È l’estate di quando ero bambina, quando mia nonna mi portava fuori il pomeriggio. Giravamo per le strade deserte, mentre tutti erano al mare, ci fermavamo in Via Grande, sotto le finestre dell’ufficio, dove lavorava mia madre, ed io la chiamavo per un saluto. Giravamo per i pratini spelacchiati della Questura, sedevamo sul muretto di mattoncini vicino ai quattro Mori, che ora il sindaco ha abbattuto strappandomi un pezzo di cuore e di ricordi, finivamo nella chiesa della Madonna. “L’aria è mezzo vitto”, diceva mia nonna, e mi trascinava fuori. Allora mettevo il muso, avrei preferito restarmene a leggere in terrazza, ora la ringrazio perché è a causa sua, di quelle uscite pomeridiane nella calura estiva, se io adesso amo la mia città come la amo, e ce l’ho dentro, nel sangue. La città di Virzì, di Mascagni, di Modigliani.  

 

 

What we are always comes back and, after an overdose of fantasies, I am back to the united colors.

Few things before the orgy of discounted sales.

 

The tris of basic t-shirts: black, gray and green military.

The beige one with scallops on the sleeves.

The full tank top plus a network t-shirt, fake (or true?) wrinkled.

The white costume, which on me resembles Moby Dick, especially since when I was forbidden to sunbathe. And forbidden things, we know, are what we want most.

 

From my trip I came back fairly regenerated, even if tired, and now I'm waiting for the two months I love most, July and August, months in which, due to high temperatures, I feel alive and want to go out in the evening,  go to the sea and stroll downtown.

I like what everyone else hates, the sunny streets in the afternoon, the scorching asphalt under my sandals, the hot and heavy air, the smells in the dirty corners, the overflowing dumps.

When I was a kid, my grandmother used to take me out in the afternoon. We went down the deserted streets, while everyone was at the sea, we stopped at Via Grande, under the windows of the office where my mother worked, and I called her for a greeting. We walked near the Questura, we sat on the brick wall next to the Quattro Mori, which the mayor has now destroyed togheter with a piece of  my heart and memories, we ended up in the church of Our Lady. "The air is half a meal," my grandma said, and dragged me out. Then I pouted, since I would have preferred reading on the terrace, now I thank her. It is because of those afternoon in the summer heat, if I now love my town as I love it, and I have it in my blood. The city of Virzì, of Mascagni, of Modigliani.

Quello che tutti odiano
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