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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #le prese per il deretano di umberto bieco tag

Umberto Bieco espleta funzioni fisiologiche su “La solitudine dei numeri primi”

9 Maggio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

La lettura, come il tempo di amare, dilata il tempo di vivere, e a quanto pare anche il tempo di defecare. Alle vittime della defecazione è infatti dedicato il primo capitolo di questo capolavoro scatologico, che, vincitore del Premio Strega, ha stregato centinaia di migliaia di lettori - mentre altri se lo sono preso come un'influenza intestinale, a Natale, impacchettato sotto l'albero: non c'è niente di più letale dei libri che ti vogliono regalare.

 

Il libro narra di Mattia, Alice, e della terrificante sofferenza dell'essere incongruenti con il mondo circostante – benché da due prospettive diverse, quella di chi – autistico genio matematico autolesionista - non vuole farne parte e quella di chi – sciancata e anoressica – non riesce ad integrarvisi: data questa affinità riusciranno almeno ad incontrarsi tra di loro?

Come anticipato, il romanzo inizia subito col più sublime tripudio intimistico: una fatale scarica fecale, per quanto peculiare, questa è in ultima analisi la causa dell'azzoppamento della protagonista femminile. Caspita, che deiezione violenta!

L'artefice di queste pagine, del resto, si compiace di crogiolarsi nei più svariati umori umani e sporcizie miscellanee, costellando il suo capolavoro con imbarazzanti water traboccanti, a coronamento della cena romantica più fallimentare di sempre [capitolo 29], con vomitate poltigliose [capitolo 15], nonché con l'ingerimento di luridume rivoltante [capitolo 5] – tanto che vien da sospettare sia questa la materia di cui son fatti i sogni dell'autore, e quindi del libro stesso.

Lo stile secco complessivamente sembra indeciso tra momenti, nel loro piccolo, spettacolarmente drammatici e una narrazione psicoesistenziale sobria e contrita, densa del grigiore della banalità quotidiana – e così troviamo sequenze eccessive da film o telefilm americano, se non proprio alla Stephen King: il rapporto di Alice con le sue coetanee adolescenti – tipiche aguzzine televisive bidimensionali senza un perché - si cristallizza nella deliziosa circostanza accennata, quella del capitolo 5 – una violenza psicologica che si espleta in modo fisicamente disgustoso, e che potrebbe uscire, per l'appunto, da Carrie di King – ma che in questo contesto risulta effettisticamente becero. Così come l'esagerazione sensazionalistica di Mattia, che al compagno di scuola che cerca di confessargli la propria omosessualità con un baratto di segreti, rivela il suo in questo modo:

 

Strinse il coltello con tutte e cinque le dita. Poi se lo piantò nell'incavo tra indice e medio e lo trascinò giù fino al polso”.

 

In altre parole, sembrano generose porcate con cui intrallazzare facilmente il lettore impressionabile – per quanto, certamente, veicolino bene il concetto che per i due protagonisti gli anni formativi siano stati Puro Orrore – un po' come la lettura di questa gemma letteraria per il sottoscritto.

Intanto, laureatosi, Mattia confessa ad Alice il proprio colpevole trauma originario – e ciò li porta finalmente vicini, ma non a sufficienza: il culo colloso del giovane matematico rimarrà appiccicato alla sua comoda inerzia anaffettiva, lui partirà per un'università straniera, e lei si accontenterà di un surrogato, per la verità un gradevole e appetibile partito, di cui però non è davvero e innamorata e che però non la conosce davvero, né la conoscerà davvero durante la vita matrimoniale – la quale quindi si spezzerà dopo qualche anno.

A questo punto lei spedirà un messaggio a Mattia.

Avrei trovato maggiormente appassionante uno sviluppo della tematica sollevata a pagina 129:

 

“Non so” rispose Mattia alle zucchine.

 

Più conversazioni con le zucchine, e, possibilmente, anche con altri ortaggi.

Perchè questo spunto è stato lasciato intentato?

In definitiva, che dire di questo angoscioso e poltiglioso Capolavoro Assoluto della Recente Narrativa Italiana?

Che il giudizio coincide con l'inizio: una evacuazione indesiderata.

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NATO: the Age of Russia – un'interpretazione di Avengers: the Age of Ultron [2015]

30 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Avengers: the Age of Ultron è una chiassosa storiella piena di effetti speciali, costumi e calzamaglie il cui scopo è quello di educare subliminalmente i ragazzini, e non solo, sulla situazione geopolitica mondiale.

La Comunità Internazionale [gli Avengers] deve salvare il mondo un'altra volta. Il complesso Militare-Industriale [Tony Stark, alias Iron Man] ha sbadatamente creato una nuova, potente ed ostile entità [ovvero una forza, un'arma], mentre tentava di utilizzare risorse rubate al nemico. Il suo nome è Isis [Ultron]. Gli anti-americani, i critici dell'Occidente e della Comunità Internazionale [sempre Ultron] accusano gli Avengers di essere i veri distruttori, il vero ostacolo alla pace mondiale. Ciò sembra confermato dall'alleanza di Ultron con due superstiti dall'Europa orientale [guerra del Kosovo/Serbia], i cui genitori sono stati uccisi dalle bombe costruite da Tony Stark. Ma no, non può essere. Capitan America [il volto idealizzato dell'America], infatti, si preoccupa costantemente dei civili e costantemente li salva e li protegge.

Nonostante ciò, inizia egli stesso a dubitare della natura positiva degli Avengers e del loro effetto sul mondo: che abbiano ragione i loro critici? Come se non bastasse, l'Incredibile Hulk va fuori controllo e distrugge elementi architettonici di una città americana, insieme ad Iron Man, nel tentativo di fermarlo, e, persino, ferisce lievemente alcuni civili: ma la colpa, ovviamente, è dei nemici che hanno manipolato la sua mente. Ciò contribuisce ad alimentare dissidi interni agli stessi Avengers: c'è una crisi [i componenti della Comunità Internazionale non vanno sempre d'accordo].

Alla fine, la Russia [anch'essa rappresentata da Ultron] solleva un'intera città dell'est europeo nel cielo con tutti i suoi cittadini [l'annessione della Crimea/la questione Ucraina] ed è pronta a lasciarla precipitare sulla terra, distruggendola e sterminando l'intera popolazione umana – Ultron dice di voler la pace, ma, evidentemente, non vede differenza tra pace e totale distruzione: quindi, in definitiva, gli Avengers [USA/NATO/Comunità Internazionale] sono davvero i Buoni, e i loro critici e avversari sono i Cattivi – che possono nascondersi persino dietro speciose motivazioni pacifiste.

Mai fidarsi di un pacifista!

Trionfo finale: gli Avengers si ricompattono e distruggono Ultron e i suoi tirapiedi, salvano tutti i cittadini e riportano delicatamente la città sulla terra, esattamente dove era stata sottratta.

Come al solito, siamo dalla parte giusta della Storia.

Molti spettatori si sono chiesti se Scarlet Johansson desiderasse consumare un rapporto completo con il dottor Bruce Banner nelle fattezze dell'incredibile Hulk.

 

 

 

NATO: the Age of Russia - an interpretation of Avengers: the Age of Ultron [2015]

 

Avengers: the Age of Ultron is a boisterous subliminal little story designed to educate the kids, but not only them, on international politics.

The International Community [The Avengers] must save the world once again. The Military-Industrial Complex [Tony Stark, a.k.a. Iron Man] headlessy created a new, powerful and hostile entity [=force, weapon], while trying to use resources stolen from the enemy. His name is Isis [Ultron]. The anti-americans, the critics of the West and of the International Community [Ultron] accuse The Avengers of being the real destroyers, the real obstacle to world peace. This seems confirmed by Ultron's alliance with two east-european survivors [Kosovo/Serbian war], whose parents were killed by Tony Stark's bombs. But no.
Captain America costantly worries about civilians and costantly protects them and saves them.

In spite of that, he begins himself to doubt The Avengers' nature and effect on the world.
Moreover, the Incredible Hulk spins out of control and destroys architecture elements of a city [along with Iron Man trying to stop him] and even slighty wounds some civilians: but the fault is the enemy's, of course, who manipulated his mind. Now there are contrasts and rifts among The Avengers. There's a crisis. [The International Community's members don't always agree].

Eventually, Russia [Ultron] lifts an entire eastern Europe town in the sky [Crimea's annexation/the Ukrainian issue], with all its citizens, and he's ready to drop it on the Earth, destroying it and killing all the human population: he wants to bring peace, but he sees no difference between peace and total destruction: so, The Avengers [International Community/NATO/USA] really are the Good Ones, and their critics and opponents are the Bad Ones - who can hide themselves even behind the specious pacifist justification.

Never trust a pacifist!

Final triumph: The Avengers unite again and destroy Ultron and its minions, save all the citizens and bring back the city to its place on Earth, and very delicately put it back exactly where it belongs.

As usual, we are on the right side of History.

Many spectators wondered if Scarlett Johansson's character [Romanoff] wanted to have sexual intercourse with dr. Bruce Banner while he's the Incredible Hulk.

 

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Siamo tutti gay

18 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

 

C'era l'artista vanitoso e narcisista, che era dichiarato. Si sapeva. Si era anche lasciato, diciamo, maneggiare e usare dal direttore di una qualche mostra per tentare di, come dire, promuovere la propria produzione artistica. C'era l'aspirante architetto un po' indeciso, ok - apparentemente bisessuale. Si sapeva. Poi c'era il tizio misterioso e invalidato da un qualche altrettanto misterioso incidente, il protagonista, il tormentato, il delicato - che alla fine è "venuto fuori dall'armadio", e quindi si è saputo.
Poi c'era il bell'attore etero e virile. Piaceva a tutte le ragazze. E stava con le ragazze.

Ma non sarà mica che...  Non staremmo per caso arrivando a... Non starà per succedere che... Ed è successo: il ridicolo colpo di scena paventato si è materializzato senza ritegno.
Quattro su quattro: siamo tutti gay.

Ad ogni modo, fosse solo questo, ma non è. Questo libro è un monumento di migliaia e migliaia di parole che comunicano nozioni e particolari privi di qualsiasi interesse, che nutrono solo la mania e l'illusione dell'autrice di descrivere, o costruire, un mondo: quello di cui non si accorge è che si tratta di un mondo senza mondo - difatti, non esiste nulla al di fuori delle "vite come tante" di questi personaggi, non c'è società, non c'è politica, non ci sono avvenimenti globali: ci sono solo i loro problemi artistici, sessuali, carrieristici quando non i problemi organizzativi per la festa dell'ultimo dell'anno, riportati ovviamente con imprescindibile minuziosità. Ci sono solo individui senza un mondo attorno, se non un vacuo microcosmo nuovayorchese di ambito più che altro artistico: un miope sguardo su dei miopi.

Per fortuna, per gli appassionati di polpettoni misti a pulp, vi è la svolta di violenza raccapricciante - psicologica, emotiva, sessuale, sadica, punitiva, corporale - quando finalmente finisce il teasing durato centinaia di pagine sulla storia nascosta del vero e proprio protagonista, verso cui l'autrice magnetizza pian piano il lettore, lasciandolo avvolto nel mistero, lasciandolo per ultimo, mentre racconta gli altri tre, la loro formazione, il loro percorso, la loro psicologia:

ne valeva la pena?

No, ovviamente: tutta la lenta edificazione esplode come materia organica nel tripudio sguaiato dei colpi di scena da filmetto thriller-horror di quarta serata, o da drammatico pasticcio sadomaso: poteva arrivarci 300 pagine prima senza problemi.

Poteva, anzi, direttamente fare a meno di scrivere il libro: o scriverne uno sulla psicologia del magnaccia pedofilo, una delle poche cose interessanti del romanzo, che è una monumentale schifezza.

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Karl Marx recensisce Dark Shadows di Tim Burton

11 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Collins (Johnny Depp) è un conservatore, un succhiasangue vetero-capitalista affermatosi durante la rivoluzione industriale inglese, costretto ad essere eternamente assetato di profitto a causa della maledizione inflittagli da una tizia con la brutta faccia di Eva Green, nel ruolo di Angelique Brochard, domestica respinta, che rappresenta il tormentoso pungolo dell'economia capitalista, l'economia capitalista stessa, nonché i conflitti inter - e intra- classisti. Barnabas, infatti, in quanto sfruttatore, vive del sangue degli operai, che ammazza e drena non appena affrancato dalla prigionia della bara in cui è costretto da un paio di centinaia d'anni, e, in quanto conservatore, disidrata di plasma ed emoglobina gli hippie rincoglioniti che sognano un mondo differente, basato su pace e su amore. Pace e amore che, incarnati nell'oggetto del suo più puro desiderio, Barnabas ha perso proprio a causa della persecuzione inflittagli da Angelique: la domestica, in realtà una strega, nel prologo si vendica del rifiuto ipnotizzando la di lui amata, e inducendola a gettarsi dalla scogliera.

Il personaggio di Eva Green, che ritroviamo negli anni settanta (del 20° secolo), è un simbolo inconscio polivalente che rappresenta ulteriori due questioni psico-economico-sociali: nel prologo, le classi subordinate rigettate dal benessere elitario, che cercano vendetta, quindi la cattiva coscienza di Barnabas, nonché, nella contemporaneità, la rivalsa femminista contro la discriminazione sessuale – la conquista di nuovi ruoli sociali per la donna. La lotta di Collins contro Angelique è scontro intra-borghese, nel momento in cui lei diventa suo rivale sul mercato, tentando di conquistarlo, ma anche nostalgia conservatrice di un mondo in cui la donna non intraprendeva, e l'uomo dominava – l'era patriarcale. Nel complesso emerge la lucida consapevolezza politica di Burton, che condanna e fa condannare dalla storia lo stesso protagonista del film, nonché la sua finta nemesi - in realtà a lui affine. Difatti "ora gli mostrerò quel che siamo veramente", è ciò che esclama trasparentemente Birbaba, accingendosi a rivelare la propria vampiritudine assieme alla natura stregonesca di Angelique. Ed è lui stesso che riconosce la propria ipocrisia e crudeltà, menzionando le stragi operaie e controculturali da lui commesse, e analizza come ciò sia ineluttabilmente legato al rapporto con la sua amante e torturatrice. E comprende come l'unica soluzione possibile sia la distruzione di questo rapporto, e la creazione di uno nuovo - basato sull'amore - per transitare dal capitalismo al comunismo - nonché per distruggere le lunghe ombre oscure che infestano la dimora della famiglia borghese e i suoi sanguinari e cinici segreti - frutto marcio della falsa coscienza.


Uno spettro si aggira per il mondo, terrorizzando l'orrore capitalistico. E' lo spettro di Tim Burton.

 

Karl Marx und Friedrich Engels

articolo tratto da Das Kapital KinoRezension (edizione del maggio 2012)



 

 

Karl Marx reviews Tim Burton's Dark Shadows

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Coffins (Johnny Depp) is an oldcon, a veteran capitalistic bloodsucker which established himself during the English industrial revolution, compelled to be eternally profit-thirsty due to the curse inflicted on him by a gal with Eva Green's ugly face, Angelique Brochard, representing the tormenting goad of capitalistic economy, capitalism itself, as well as the clashes among and inside the social classes. Barnabas, in fact, being an exploiter, lives by the workers' blood, which he kills and drains as soon as he is enfranchised from the prison of the casket, and, being a conservative, he dehydrates of their plasm and hemoglobin the idiotic hippies dreaming of a different world, built on peace and on love. Peace and love which, incarnated in the object of his most pure desire, Barnabas lost precisely because of the persecution Angelique inflicted upon him: the maid, in truth a witch, in the proloque takes revenge for the rejection by hypnotizing Barnabas's loved one, and inducing her to jump from a cliff.

Eva Green's character, which we find again in the seventies (of the 20th century), is an unconscious and polyvalent symbol representing another two psycho-socio-economical issues: in the prologue, the subordinated classes rejected by the elitarian welfare and wealth, seeking revenge, therefore Barnabas's bad conscience, and, in addition, in the contemporary world, a feminist fight against sexual discrimination – the conquest of new social roles for women. Coffins's fight against Angelique is an intra-bourgeois clash, since she becomes a rival on the market, but also the conservative ache for a time when women didn't take up a career – a homesickness for the totally male-dominated patriarcal era. Overall, we see the emerging of Burton's clear headed political awareness, which condemns and makes history condemn the very protagonist of the movie, as well as his false nemesis – in reality, as a matter of fact, akin to him. Sure enough “now I will show them what we really are” is what Barnaby transparently exclaims, preparing to reveal to the public his vampiresque attitude and the witchy nature of bitchy Angelique. And it's he himself who recognizes his own hypocrisy and cruelty, mentioning the workers' killing and the countercultural slaughter that he commited, and analyzes how this is inevitably connected to his relationship with his lover and torturer. And he realizes that the only possible solution is the destruction of this relationship, and the creation of a new one – based on love – in order to transit from capitalism to communism as well as destroying the long, Dark Shadows which haunt the bourgeois family's abode and its sanguinary and cynical secrets – false conscience's festering fruits.

A ghost wanders about the world, terrorizing the capitalistic horror. It's the ghost of Tim Burton.

 

Karl Marx & Friedrich Engels

taken from Das Kapital KinoRezension (may 2012 issue)

 

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King Kong [Peter Jackson, 2005]: l'orrore della noia graficocomputerizzata.

6 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Il film parte come una commedia, con un Frank Joe Jack Black, o come si chiama, che conserva qualche sprazzo della sua solita ilarità, per poi diventare una specie di Heart of Darkness, di Cuore di tenebra, citato del resto nel film, edificando lentamente una tensione misteriosa, fino ad un approdo isolano vagamente alla Arthur Gordon Pym.
Fin qui, bello. Dal sacrificio in poi, e dall'apparire del "protagonista" inizia una discesa qualitativamente vertiginosa, ci si trova incastrati in uno di quei moderni incubi cinematografici in cui hanno assunto un equipe di programmatori di Playstation per girare il film, che sbanda verso un Jurassic Park mediocre e tecnicamente fatto un po' male con mostri e umani mal amalgamati, che corrono su piani diversi, come se fosse un aggiornamento all'era della computer grafica dei vecchi film mitologici con mostri di pongo o delle sequenze automobilistiche di una volta, in cui la strada e il paesaggio venivano visibilmente proiettati attorno all'auto, mentre le richieste di sospensione all'incredulità si fanno sempre più esose e insostenibili.
La facilità della grafica digitale porta spesso a indulgere in ridondanze inutili, nel tentare di ottenere qualche effetto sullo spettatore meramente mediante la tattica della cumulazione di bestie strane, faccende giganti varie, e in genere basandosi sul concetto "guardate, possiamo fare qualsiasi cosa, non è meraviglioso?", ecco: no, non lo è. Da una parte perché queste cose richiedono moderazione e dosaggio, dall'altra perché la computer graphics dà spesso una alienante sensazione di inconsistenza e di algida irrealtà. Siamo in una surrealtà cinematografica o in un videogioco della Playstation?
La creatura più spaventosa che si vede nell'arco del lungometraggio è infatti in definitiva il naso di Adrien Brody.
La quasi totalità della seconda parte si snoda attraverso una marea di scene d'azione inutili e snervanti. Frank Joe Jack Black (non ricordo il vero nome) interpreta un personaggio cinico, arrivista ed egoista, che nella seconda parte è praticamente monoespressivo: occhiata torva fissata su qualcosa o persa nel vuoto. Naomi Watts si cala nel ridicolo ruolo di una pervertita zoofila che si innamora di un gorilla di otto metri. E poi ti vengono a dire che le dimensioni non contano! È un peccato non ci siano scene più esplicite.
Adrien Brody è a sua volta un rincretinito innamorato di una ragazza da una mezz'oretta, ma già disposto a dare tutto il suo sangue per lei. Oltre a ciò, è uno scrittore di commediole che fa il supereroe nel tempo libero. Il finale interminabile sul Golgota dell'Empire State Building diventa un calvario, ma per lo spettatore
Film che parte bene, ma poi diventa stupido e prolisso, in concreto una marea di soldi sprecati – e tutto questo mentre i bambini del Biafra ancora non hanno una Playstation.

 

King Kong [Peter Jackson, 2005]: the horror of CGI boredom.

The film begins as a comedy, with a Frank Joe Jack Black, or whatever his name is, which preserves some flashes of his usual hilarity, then evolving into some kind of Heart of Darkness, after all explicity quoted in the movie, slowly building up a mysterious tension, until an island docking vaguley tasting of Arthur Gordon Pym.

So far, so good. From the sacrifice on, and since the appearance of the “star”, a vertiginous quality slope starts, you find yourself stuck in one of those modern cinematic nightmare in which they have enrolled an equipe of Playstation programmers to shoot the movie, which swings toward a mediocre Jurassic Park, technically a bit bad, with monsters and humans not so well amalgamated, running on different perspective planes, as if it was a computer era update of those old mythological movies made out of play dough, or of those automobile sequences of old, in which the road and the landscape were visibly projected around the car, while the suspension of disbelief requests are becoming increasingly exorbitant and untenable.

The ease of the computer graphics often leads to indulge into useless redundancy, in attempts to obtain some effects on the viewer merely through the tactic of accumulation of weird beasts, various giant things, and generally reveling on the “look at that! we can do whatever we want – isn't that wonderful?” concept. Listen: no, it's not. On one side because these things require moderation and calibration, on the other side because computer graphics often give an alienating feeling of volatility, inconsistency, and cold unreality. Are we in a cinematic surreality or in a Playstation videogame? The most frightening creature that you're going to see in the whole movie is ultimately Adrien Brody's nose. Almost the totality of the second part unwinds through a mass of worthless and exasperating action sequences. Frank Joe Black, I really can't remember his exact name, plays the role of a cynic, self serving, egotical character, which – in the second half – is pratically a monofaced guy: grim gaze focused on something or lost into nothing. Naomi Watts makes a fool of herself playing the part of a perverted zoophiliac falling in love with a 26 feet tall gorilla. And then they tell you that size doesn't matter! It's a pity that there's no explicit scene.

Adrien Brody in turn is a feeble-minded [a.k.a. idiot] that has fallen in love with a girl since half an hour but he's already ready to give all of his blood for her. Furthermore, he's a writer of mediocre playlets, which poses as superhero in his free time. The endless final sequence on the Golgotha of the Empire State Building is an ordeal, but for the spectator.

The movie starts okay, and then becomes silly and long-winded, factually a huge waste of money. And all this while the children of Biafra are still without a Playstation.

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Invasion of the Body Snatchers [1978]: cavolfiori dall'iperspazio

2 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Trama.

Dei cavolfiori dallo spazio profondo sviluppano cloni di umani, allo scopo di rimpiazzare questi ultimi, mentre Donald Sutherland cerca di incastrare un ristorante sostenendo che un cappero trovato in cucina sia in realtà popò di topo.

L'invasione si diffonde molto velocemente.

 

 

Leonard Nimoy, a.k.a. Dr Spock , cerca di contenerla organizzando sessioni di terapia di coppia. Jeff Goldblum e sua moglie la combattono con bagni di fango. Mentre Brooke Adams opta per il preoccuparsi moltissimo e muovere le pupille in maniera inquietante.

Riuscirà il nostro manipolo di eroi a sconfiggere gli alieni?

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Significato

 

Le relazioni umane sono diventate così alienate che noi stessi siamo alieni l'uno all'altro. Questo concetto è rappresentato letteralmente: gli alieni sostituiscono gli umani. Questi alieni sono freddi ed indifferenti. Sono l'oggettificazione fantascientifica dei concetti espressi dal Dr Spock ("entriamo ed usciamo dalle relazioni come se non significassero nulla"). All'invasione del distacco alieno è giustapposto e opposto il calore umano della coppia protagonista, formata da Sutherland e Adams, che verso la fine, in particolare, dichiara effusivamente le proprie inclinazioni sentimentali.
Ma la freddezza aliena incombe su di loro

 

 

 

Leonard regge il cappero

Leonard regge il cappero

Titolo italianoTerrore dallo spazio profondo
Anno1978
GenereFantascienza
RegistaPhilip Kaufman
Voto in asterischi o stelletteBellino!
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Bob Dylan: tutta la verità sulla risposta che soffia nel vento!

23 Marzo 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #musica, #le prese per il deretano di umberto bieco, #personaggi da conoscere

 

 

Bob Dylan, il misterioso menestrello di Duluth: quali insondabili profondità umane, se non sovrumane, si celano in questo cantore di visionarietà bibliche, in questo poeta del folk-rock, che ha trasversalmente traghettato la musica popolare nella letteratura, aggiudicandosi persino il più recente Nobel nella relativa categoria?

Cari amici, la risposta sta soffiando nel vento. E per capire quale questa risposta sia, partiamo dal principio, raccapezziamoci con i pezzi del suo puzzle, e inebriamoci degli aromi della sua vita artistica, che, evocati, ci solleticheranno le nari.

Solennemente devoto allo strimpellare impegnato di Woody Guthrie, che stornellava aspramente le aride asperità della Grande Depressione, e la cui chitarra uccideva fascisti, egli viaggiò dal MidWest statunitense a quel di New York, dove i cantautori anti-commerciali si esibivano nei locali bohemien del Greenwich Village, nudamente accompagnati dalla propria sei corde.

Ai brani tradizionali o di altrui concezione cominciò ad affiancare composizioni originali, e finalmente incise la celeberrima Blowin' In The Wind, che nel contesto della crescente consapevolezza sociale dell'epoca divenne un inno pacifista, adottato anche dal movimento per i diritti civili. Bob nel frattempo iniziò a far coppia fissa con la pasionaria Joan Baez, regina del folk, fruendo della costante promozione offertagli da quest'ultima, e formando il perfetto connubio amoroso della canzone di protesta – per quanto la voce di lei fosse cristallina quanto quella di lui nasale e starnazzante. Bobby fu persino invitato a partecipare alla Marcia per il Lavoro e la Libertà durante la quale Martin Luther King Jr., il 28 agosto 1963 a Washington, infiammò gli astanti con il suo più storico, fervente e ispirato sermone, famosamente reiterante la frase “io ho un sogno”, e in quest'occasione Blowin' In The Wind – benché eseguita dal noto trio folk Peter Paul & Mary, la cui versione era al momento nella top ten - fu l'apice della parte musicale, spodestando la storica e tradizionale We Shall Overcome.

Successo! Svolta! Flash dei fotografi! Remunerative cover d'alta classifica! Erba sempre più abbondante! Kennedy assassinato a Dallas!

Pago dei frutti di quella ricca stagione di sfruttatamento dell'indignazione del cittadino consapevole, scavatosi la sua nicchia di popolarità, Dylan effettuò quindi una graduale trasformazione che lo portò nell'arco di due anni ad abbandonare il folk impegnato e ad elettrificarsi fino a giungere ad una nuova forma di rock dai versi caleidoscopici quanto vaghi, e, in piena coerenza tra artistico e privato, ad abbandonare Joan Baez per una coniglietta di Playboy, che sposò nel '65. E come biasimare il giovane marpione? È la bellezza dell'ascesa sociale, è il sogno americano! Trovare il modo di svicolare e arrampicarsi alla faccia, e con i piedi sulla faccia, dei poracci che rimangono nel Vicolo della Desolazione! Come non ammirare una simile astuzia strategica e la sua esemplare abilità attuativa? Del resto, che motivo c'è di protestare quando puoi drogarti da mattina a sera, con relativa pausa per titillare e fecondare la tua coniglietta del cuore? Io farei lo stesso. O, come disse Joan Baez, senz'altro un po' piccata per lo smacco sentimentale: “Bobby crede che le cose non possano essere cambiate e che l'unica soluzione sia passare la giornata rollandosi grossi cannoni”. Joan Baez, a sua volta, pur senza drogarsi – stando a sue recenti dichiarazioni – sembra davvero convinta di aver contribuito a concludere la guerra del Vietnam.

Dylan passò quindi i restanti sixties e l'inizio dei seventies a smantellare e sbriciolare il mito del sé stesso alfiere del bene che molti ancora reclamavano indietro, tanto da invadere in massa la sua abitazione di Woodstock, come se lui e le sue proprietà fossero una loro proprietà, una proprietà hippie del movimento per il cambiamento flower power – cosa che non si conciliava perfettamente con la tranquillità imborghesita in cui egli voleva comodamente accasarsi – ancor di più dopo il trauma di un incidente motociclettistico in cui rischiò la tipica Fine alla James Dean. Pubblicò quindi album sempre più disorientanti per il suo originario pubblico progressista, imperniati sulla musica americana conservatrice per eccellenza, ovvero il country, snocciolando persino frivolezze [Country Pie, Lay Lady Lay], reimpostando e ripulendo la propria voce – il tutto per disinfestarsi da coloro che ancora credevano al, e cercavano il, Dylan profeta della rivoluzione e condottiero etico verso una società migliore. E vi riuscì, nel contempo mantenendosi sulla cresta – grazie al suo magnetismo, talento e trasformismo. Il maledetto bastardo!

Ma il meglio doveva ancora venire: il matrimonio con la coniglietta collassò e il boato prese la forma sonica di Blood On The Tracks, uno dei suoi migliori album, che Bob negò avesse alcuna valenza autobiografica, attribuendo il suo contenuto a qualche indubbiamente immaginaria “rielaborazione di racconti di Čechov” - ma soprattutto ciò spianò la strada ad una nuova fase della sua vita, che diede luogo ad un imperdibile delirio cristiano, così come da lui stesso descritto:

C'era una presenza nella stanza che non poteva essere di nessun altro se non di Gesù. Gesù ha posto la sua mano su di me. Era un'esperienza fisica. L'ho percepita. L'ho sentita su tutto me stesso. Ho sentito il mio intero corpo tremare. La gloria del Signore mi ha abbattuto e poi mi ha raccolto.

Rinacque cristiano e si sentì investito della missione di convertire le masse, arringando un pubblico stranito dal palco dei suoi concerti, ora negli espliciti panni del profeta biblico invasato:

Vi ho detto che i tempi stavano cambiando e sono cambiati. Ho detto che la risposta stava soffiando nel vento ed era così. Vi dico ora che Gesù sta tornando e lo sta facendo! E non c'è altra via di salvezza.

Era evidentemente evidente che nella Rivelazione di San Giovanni Apostolo si descrivevano gli eventi che stavano accadendo ora, nel 20° secolo, a partire dal ristabilirsi della patria degli Ebrei, ovvero Israele: ed identificando Iran e Russia rispettivamente con Gog e Magog, che nelle scritture costituivano le entità responsabili del precipitare negli eventi, diveniva chiaro che la Battaglia dell'Apocalisse si ergeva epicamente all'immediato orizzonte, come un uragano nero che si avvicinava svellendo ogni cosa.

O come si espresse egli stesso durante un concerto del '79:

Sapete che siamo alla fine dei tempi... Le Scritture dicono 'negli ultimi giorni tempi perigliosi incomberanno su di noi... Gli uomini diventeranno innamorati di sé stessi. Blasfemi, grevi e superbi'... Date un'occhiata al Medio Oriente. Siamo sull'orlo di una guerra […] Gesù sta tornando per fondare il Suo regno a Gerusalemme per mille anni!

Il tutto evitando accuratamente di suonare i propri classici, ma proponendo solo i pezzi recenti scaturiti dalla sua ultima illuminazione: incomprensibilmente, alcuni spettatori uscivano chiedendo venisse rifuso loro il biglietto.

Smaltita la sbornia di allucinazioni apocalittico-religiose, e notando come il mondo che conosciamo non fosse finito precipitando in una qualche fatale battaglia finale, e tutto tendesse a proseguire ostinatamente come prima ignorando irrispettosamente le sue preveggenze, tornò verso le proprie radici ebraiche, e nell'album Infidels dell'83 infilò anche una favolistica difesa di Israele che, nella sua descrizione, tutti giudicano erroneamente come “il bullo del vicinato”, quando tutto quello che vuole fare è meramente “esistere”, e per ciò si sta solo “difendendo”, più o meno la stessa posizione che esprimeva il noto fondamentalista islamico Gandhi quando diceva: “E' sbagliato e disumano imporre gli Ebrei agli Arabi”.

Del resto, come ammetteva lui stesso in un altro brano dello stesso disco, Union Sundown:

 

La democrazia non guida il mondo

fareste meglio a mettervelo in testa

questo mondo è governato dalla violenza

ma suppongo sia meglio non dirlo”

 

E con questo sembrerebbe rispondere anche alle domande che poneva in Blowin' In The Wind, e decifrare la risposta sussurrata dal vento a quell'anelito pacifista: la pace? Una favoletta che si racconta a fessacchiotti e minchioni per farli dormire.

Ma la vera risposta non è questa. La vera natura della replica finale portata dal vento è stata sperimentata dai vicini di Bob, ed è scaturita dalla sua più intima interiorità – così come riportato da giornali e agenzie:

I vicini di Bob Dylan si lamentano dell'odore dei bagni chimici [The Guardian]

Il cantante Bob Dylan affronta proteste per i maleodoranti bagni chimici fuori dalla sua casa [Telegraph]

La puzza del bagno di Bob Dylan soffia nel vento [Reuters]

 

Estratti dagli articoli:

 

“Hanno spostato il bagno chimico proprio di fronte alla mia porta” ha detto Emminger.

Non essendo riusciti ad ottenere risposta da Dylan, Emminger ha provato a respingere l'aria fetida installando dei ventilatori.

“È uno scandalo” ha dichiarato il marito di Emminger, David: “Il signor Diritti Civili sta uccidendo

i nostri diritti civili!'

L'odore dal cortile di Dylan è così forte, ha testimoniato Cindy Emminger, che la famiglia deve

sgomberare ogni notte.

“Quando fuori è umido, è anche peggio” ha aggiunto “Attiviamo i cinque ventilatori industriali, ma il fetore riesce comunque ad entrare in casa! Non stiamo più nemmeno usando il piano superiore: dormiamo da basso”.

Funzionari del consiglio comunale di Malibu stanno investigando il reclamo, per quanto il tentativo di un ufficiale dell'assessorato alla sanità di ispezionare il bagno sia stato respinto dalle guardie del corpo di Dylan, che hanno dichiarato che l'ufficiale stava violando una proprietà privata.

E in sostanza, essenza, e fragranza, questo è senza dubbio il reale nucleo della poetica di Bob.

 

Bob Dylan: tutta la verità sulla risposta che soffia nel vento!
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