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Less Than Zero [titolo italiano: Al di là ogni limite]

30 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Vieniamo introdotti nel luccicante mondo yuppie dei diplomati dei quartieri alti di Beverly Hills, tra superville, megapiscine, iperfeste, fantabolidi e paparini paperoni – nonché nelle vicende di due amici e un'amica, che si triangolano, si perdono, si ritrovano, si riscuotono, e altri intrecci del genere.

Uno è il laureando ed equilibrato Andrew McCarthy, faccina idolatrata da un po' di ragazzine dell'epoca, che nello stesso anno appare anche nella blandissima commedia romantica low fantasy Mannequin con Kim Cattrall, poi famosa come bionda semi-ninfomane nella serie Sex and the City, la ragazza è Jami Gertz, altro giovane faccino noto del tempo, che nel film non prosegue gli studi per diventare modellina, e per fare l'indecisa tra Andrew e il carismatico e beffardo Robert Downey Jr., impegnato a calarsi più droga possibile, e a calarsi un po' troppo nella parte, giacché, notoriamente, nel decennio successivo diventerà noto più per i problemi di tossicodipendenza e giustizia che per la carriera, che poi comunque recupererà vendendosi al mercato dei blockbuster cretini dei supereroi, diventando la megastar che è ora.

Ma qui era ancora decisamente un attore, non solo una personalità carismatica che indossa un'armatura d'acciaio in mezzo a un tripudio di fastidiosi effetti speciali. Il modo in cui interpreta il personaggio e il progressivo passaggio da cool in control a rottame alla deriva privo di dignità nella sua caduta progressiva nel vortice della droga, e di come procurarsela, raggiunge picchi raccapriccianti e tutta la cartapesta yuppie, tutta la assordante vacuità di quell'ambiente, viene imbrattata dal vomito febbricitante dell'astinenza quando i soldi finiscono – una vita fatta di meri tintinnìi e luccichìi, in cui in definitiva, come dice la canzone di Elvis Costello da cui è tratto il titolo, everything means less than zero.

Ed è anche il titolo del romanzo che ispira il film, di Bret Easton Ellis, chiaramente - così leggo - più brutale e ambiguo del film, che, come se non bastasse, è stato ulteriormente commercializzato anche rispetto a quanto concepito dal regista Marek Kanievska [assoldato per il suo lavoro su Another Country del 1984], arginato dalla produzione.

Con McCarthy e Downey, completa il trio di attori in forma James Spader, viscido spacciatore privo di scrupoli, una torva sanguisuga dandy, che convince Downey all'ignominia, pur di continuare il flusso di droga nonostante il debito accumulatosi. McCarthy, nel ruolo del tizio con la testa sulle spalle, decide di salvare l'amico, trascinato da un legame radicato nell'infanzia, aiutato dalla Gertz, in realtà anch'essa con un “problema” - del resto, sempre nel 1987, era protagonista femminile di The Lost Boys, in cui il vampirismo diventava metafora di tossicodipendenza adolescenziale: ma in questo film, nel suo ambiente ricco e chic, non è una epidemia – è un'usanza, una pratica, una cultura – cristalizzata dall'immagine di una ragazza che scherza con le amiche sul proprio naso sanguinante durante una festa: e non si tratta di ordinaria epistassi.

In definitiva, il film fa un discreto lavoro nell'evidenziare quando la droga e l'esser drogati faccia defecare l'indefecabile e vomitare l'invomitabile, e di certo ci rende partecipi di quanto sia difficile la vita dei poveri ragazzetti delle classi alte. È proprio dura essere ricchi, siamo fortunati noi che non lo siamo.

Less Than Zero [titolo italiano: Al di là ogni limite]
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Oriana Fallaci, "Un uomo"

29 Giugno 2017 , Scritto da Alessio Piras Con tag #alessio piras, #recensioni, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Nel 2002 un mio compagno di classe decise di scrivere la tesina per la maturità attorno alla figura di Oriana Fallaci. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Statale “G. Ferraris” di Savona e andavamo, in quell’estate di 15 anni fa, a diventare periti capotecnici in elettronica e telecomunicazioni. Figurarsi: Oriana Fallaci, oltre al mio compagno, la conoscevamo in tre su diciotto e tutti per quel La rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, non certo il libro migliore della scrittrice fiorentina. Chiesi a Emiliano, questo il nome del mio compagno, perché Oriana Fallaci. La sua risposta fu lapidaria: “Leggi Un uomo”. Lì per lì non ci feci molto caso, raccolsi qualche informazione sul testo, mi chiesi “ma chi era sto Panagulis?”, e dimenticai tutto per vivere quella che doveva essere la migliore estate della mia vita e che poi si rivelò essere una delle più piatte e prive di emozioni.

È stato solo di recente, e dopo un insistente consiglio di mia moglie, che ho letto, divorato e sudato Un uomo di Oriana Fallaci, un libro al quale, e non sta a me dirlo, non manca né avanza nulla: non una parola di più o di meno, non un’emozione di più o di meno. Apparentemente è la storia della prigionia e degli ultimi tre anni di vita di Alekos Panagulis, l’uomo che da solo osò sfidare la Giunta militare che tra il 1967 e il 1974 instaurò una feroce dittatura fascista in Grecia. Ma questa è la superficie: in realtà Un uomo è la storia di una donna, Oriana Fallaci, che scopre nell’amore incondizionato nei confronti di Panagulis una nuova dimensione di se stessa, un nuovo io abbastanza lontano dalla figura della giornalista in prima fila, sempre sul campo e sul pezzo, indipendente e autonoma donna in un universo professionale dominato dagli uomini.

Ma è anche, Un uomo, un canto universale alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, all’utopia come obiettivo finale di un cammino che, nel suo divenire, comporta dolore e patimento. È una constatazione del fatto che la morte può essere un’arma sottile e ambigua: ti toglie di mezzo, ti cancella dal mondo, ma ti rende immortale. E quindi Alekos Panagulis non viene ammazzato, la sentenza di morte non viene eseguita, durante il regime. Lì viene, o ci provarono, annichilito, disumanizzato, inaridito, inutilmente. Nel carcere di Boiati, in una cella di pochi metri quadrati, senza finestre né ritirata, Panagulis si mantiene vivo con la poesia, con la letteratura, la matematica: un tentativo di soluzione del teorema di Fermat viene confuso dai suoi carcerieri con un messaggio in codice. Alekos si aggrappa alla sua prigionia quasi con affetto, quasi a capire che alla fine era più una spina nel fianco del regime così che da libero. Il reprobo, come lo definisce Oriana Fallaci, dà fastidio al Potere e il male minore è tentare di fargli dimenticare cos’è un uomo, cos’è la vita. Panagulis lo capisce, si attacca alla vita e alla morte, non come due termini contrapposti, ma complementari, e non accetta la grazia, e quando è costretto ad accettarla, cerca di uscire dalla Grecia perché “Per le tirranie il reprobo in esilio costituisce un problema più grosso del reprobo in patria perché in esilio egli pensa, si esprime, agisce e per liberarsi di lui bisogna scomodarsi a inviare un sicario che lo ammazzi a colpi di pistola o di piccozza, diciamo”.

Paradossalmente, Alekos Panagulis muore quando è meno vulnerabile e per questo più facile da attaccare. Muore da deputato, da Onorevole del Parlamento greco, a dittatura finita. E muore ammazzato da coloro che, indossando “le mutande con la scritta Popolo e quelle con la scritta Libertà”, hanno cambiato tutto per non cambiare nulla, hanno sancito una continuità latente, e per questo insidiosa, tra la dittatura e la democrazia. Georgios Papadopoulos, il dittatore, il capo della Giunta, morirà nel suo letto vent’anni dopo Panagulis, come la maggior parte dei suoi gerarchi.

Ciò che fa di Alekos un uomo vulnerabile proprio quando, in apparenza, doveva trovarsi all’inizio di una brillante carriera politica tra i politici è la solitudine. E vi è qui un filo rosso che unisce i destini di molti uomini e donne che si sono spesi, soli o in ridotta compagnia, in una battaglia che ha sortito qualche frutto solo quando essi vennero ammazzati. È il deserto che gli si crea intorno che fa dell’eroe un eroe: un don Chisciotte che, solo, combatte guerre impossibili da vincere contro mulini a vento che lui confonde con temibili giganti. Giganti che abilmente Panagulis identifica con una metafora letteraria, la seconda del libro oltre a quella cervantina, quasi premonitrice: Moby Dick. Se la Giunta è la balena cattiva, allora lui è il capitano Achab che cerca di acciuffarla ed ammazzarla, mentre Oriana sarebbe Ismaele, il nocchiero che ha il compito poi di scriverne la storia affinché se ne preservi il ricordo, il monito e l’insegnamento alle generazioni future.

È il vedere dove altri non vedono, è il non arrendersi al fatto che è così che scatena in Panagulis (e dopo di lui, per esempio, in Giovanni Falcone in Italia) questo senso universale della giustizia e della libertà, dell’etica e della morale più pura. È questa cocciuta volontà di lottare per arrivare alla libertà, alla verità o alla giustizia ad alimentare le vite di queste persone. E come don Chisciotte, queste persone hanno sempre bisogno uno scudiero, di un Sancho Panza che ne segua i disegni e le follie, che sia loro coscienza materiale e appiglio sulla realtà: questo è il ruolo che si dà Oriana Fallaci nella storia di Alekos Panagulis.

C’è un’insidia nella morte, che l’eroe greco non sottovaluta e accetta come contropartita al fatto che solo la fine della sua vita può dare inizio al trionfo delle sue idee: l’appropriazione del suo cadavere da parte dei suoi avversari, quegli stessi che l’hanno mandato a morire, che l’hanno abbandonato, lasciato solo, escluso, dimenticato, ignorato finché era vivo, ma che chiameranno eroe a partire dall’esatto istante in cui il suo cuore smetterà di battere. È il destino dell’eroe, è il prezzo da pagare per l’universalità delle sue idee, dei suoi principi e delle sue lotte, ineguagliabile detergente quando si tratta di lavare coscienze luride. Ma nella morte di Panagulis e nell’appropriazione del suo corpo da parte dei suoi amici/nemici e del popolo, nello spettacolo immondo dell’ipocrisia morale, etica e politica, Oriana Fallaci si ribella e lancia il suo grido solitario, controcorrente e ostinato: “mentre il popolo accettava questo, di nuovo, subiva questo, di nuovo, cieco e sordo e zitto, di nuovo, piegato di nuovo all’obbedienza o alla convenienza o all’impotenza; mentre nessuno osava dire assassini tutti, a destra a sinistra al centro, lo avete ammazzato tutti insieme, lerci assassini che vivete sugli alibi dell’Ordine e della Legge, della Moderazione e dell’Equilibrio, della Giustizia e della Libertà; mentre la balena del male, Moby Dick, si allontanava indenne e le acque si placavano morbide, molli, obliose sul gorgo della tua voce affondata, il Potere vinse ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a sé stesso, diverso solo nella tinta”.

 

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MORTE!

28 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto

 

 

“Pasta con il tonno. Riso con il tonno. Ecco la prima cosa che mi viene in mente quanto penso a nonna” scribacchiò vagamente mesto sul suo schiacciatasti da letto. Pallida come cera rappresa, con la bocca aperta, contorta. Aveva sentito la voce di suo cugino, quello più giovane, che si crepava in qualche sillaba, mentre fingeva disinvoltura. Quell'esperienza comune cementificava la consanguineità dei presenti, gli ricordava che – finché venivano risparmiati – non avevano null'altro che loro stessi a ricordare e possedere un'origine comune – non avrebbero avuto nessun altro a sostenere con certezza, nella cattiva sorte, fortunati di non esser stati diroccati dalle faide che colpivano altre famiglie.

I figli di nonna avevano completato il loro percorso di orfanitudine iniziato 55 anni prima. Lo zio Solingo se n'era tornato a casa, vuota, senza moglie, senza figli – vuota, ma solcata dagli spettri della morte. L'aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio, opposta a quella degli altri, ed ebbe l'impressione che stesse per rompersi, frantumarsi in pochi, grossi pezzi. O accartocciarsi. Gli era sembrato fragile e vulnerabile come qualcuno che ha perso l'ultima barriera, l'ultima difesa contro la morte. Non c'era più sua madre. Ora era lui, erano loro, ad essere ufficialmente in lizza. Gli era sembrato si allontanasse come indeciso se raccogliersi in sé stesso, appallottolarsi come un riccio, per non essere divorato dalla notte, sotto impassibili lampioni elettrici. Il Superato aveva sbirciato la propria madre, a letto, con l'abat-jour accesa, gli occhi socchiusi – come se contemplassero, spossati, amaramente sollevati, la nuova condizione – l'accadimento che era stato annunciato come imminente da almeno un mese, e a cui quel mese – e nessun altro lasso di tempo – poteva preparare. Occhi socchiusi, troppo emotivamente stremati perché l'angoscia fosse dominante, persi nella fine di un'agonia, in cui si è cullati dai flutti dello stordimento, dopo la battaglia, al crepuscolo. Occhi tra il ghermire ricordi e il corteggiare l'incoscienza. Infilanti la testa nel dell'oblìo l'oblò. Almeno per qualche ora.

Zio Biliardo aveva detto: “Del resto, ogni volta che venivo qua e la trovavo così, mi innervosiva”.

In ogni caso, che importanza aveva una vita in più o una vita in meno, quando normalmente morivano ventiquattromila bambini al giorno per malnutrizione?

 

Per continuare a conoscere le disavventure del Superato, leggete Alcune note su una non entità di Umberto Bieco

MORTE!
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ElbaBook, la terza edizione: Per ritrovare una dimensione del libro meno mercificata e più umana

27 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #cultura

 

 

Nel blu del Tirreno ElbaBook Festival presenta una terza edizione ancora più intensa e coinvolgente. L’intento dell’associazione che lo ha ideato resiste: dar voce e visibilità ai piccoli editori più interessanti della scena indipendente italiana. Da quando è nata, la manifestazione ha restituito l’accoglienza a Rio nell’Elba, che la ospiterà dal 18 al 21 luglio, rivelandosi un’attrazione intelligente, una risposta al territorio. Fin dagli anni ottanta, dopo la chiusura delle sue storiche miniere di ferro, il borgo ha deciso coraggiosamente di investire su un turismo lento, sostenibile e culturale. Il festival, perciò, vuole rilanciare una zona ricca di tradizioni immutate e un’editoria che necessita, più che di grandi eventi, di occasioni radicate ai luoghi e alle piccole istituzioni per ritrovare una dimensione del libro meno mercificata e più umana.

 

Martedì, alle 19.30, il Premio “Lorenzo Claris Appiani” per la migliore traduzione sarà l’evento inaugurale. Il concorso, sostenuto dalla famiglia del giovane avvocato scomparso e organizzato dall’Università per Stranieri di Siena, quest’anno premierà un libro tradotto dal russo. A intervenire saranno Andrea Gullotta e Massimo Maurizio, rispettivamente linguisti dell’Università degli Studi di Glasgow e dell’Università degli Studi di Torino. A seguire la Terrazza del Barcocaio, il salotto buono dell’isola, sarà la cornice ideale per accogliere tre tavole rotonde: mercoledì, alle 18.30, gli ospiti si esprimeranno sul futuro dei libri e sul loro valore intrinseco, insieme a Carlo Montalbetti, direttore generale del Consorzio Comieco (main sponsor), Gino Iacobelli, presidente di Odei - Osservatorio degli editori indipendenti, Orfeo Pagnani di Exòrma, Gabriele Ametrano di Edizioni Clichy e allo scrittore Roberto Pazzi; modererà Alessio D’uva di Kleiner Flug. Dalle 22 alle 23, il cuore del paese si riaccenderà per un’ora prima della notte: in Piazza Matteotti, prenderà vita un dibattito per indagare la tendenza delle grandi città a investire nei musei, per innescare anche all’Elba un processo virtuoso che favorisca il lavoro in ambito culturale. Dialogheranno a riguardo Monica Barni, vicepresidente della Regione Toscana, Daniele Pitteri, direttore del complesso museale di Santa Maria della Scala di Siena, Stefano Lamorgese, autore di Report, Maria Luisa Pacelli, direttrice delle Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, Massimiliano Zane, consulente strategico per lo Sviluppo e la Valorizzazione del Patrimonio museale e culturale e l’imprenditrice Ilaria D’uva. Giovedì, alle 18.30, le graphic novel saranno lo strumento per affrontare il tema delle nuove cittadinanze con l’illustratrice Takoua Ben Mohamed, il reporter Domenico Quirico, Tiziana Bonomo di ArtPhotò e il fotografo Francesco Pistilli; a moderare sarà il giornalista Luca Lunedì. La forza della Storia, dalla scelta di Lazzaro all’isola di N. sarà il filo conduttore della chiacchierata tra la giornalista Annarita Briganti e Roberto Pazzi, il quale alloggerà sull’isola per tutta la durata del festival, vivendo a distanza di duecento anni le atmosfere che tolsero il sonno a Bonaparte. Il soggiorno di scrittura lo accompagnerà nella stesura di alcuni testi che allo scoccare delle 22, in piazza Matteotti, saranno interpretati dai detenuti del Carcere di Porto Azzurro. L’emozione dominerà la serata. Venerdì, alle 18.30, il focus si sposterà sul turismo responsabile grazie a Isa Grassano, autrice di Forse non tutti sanno che in Italia…(Newton&Compton), Giampiero Sammuri, presidente del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, Roberto Della Seta, saggista ed ex presidente Legambiente e Giacomo Bassi, autore della guida Isola d’Elba e Pianosa per Lonely Planet; li introdurrà il geografo e ambientalista Marino Garfagnoli. Il gran finale darà voce a una personalità che solitamente non ama rilasciare interviste: alle 22, in piazza Matteotti, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si racconterà senza freni al giornalista Luciano Minerva.

 

È stato l’affiatamento degli editori stessi a permettere la terza edizione: L’orma, Neri Pozza, Clichy, La Vita Felice, Exòrma, Kleiner Flug, Edt e Robin, sono solo alcuni di quelli che parteciperanno. Si tratta di una vera e propria “comunità”, non di semplici espositori a una fiera del libro. ElbaBook è un festival che vuole diventare un punto di riferimento, ritagliandosi un proprio spazio nell’arcipelago delle manifestazioni nazionali di settore. Infatti gode della collaborazione di aziende affermate, come Dampaì, Ilva, Locman e Moby, delle strutture alberghiere dell’isola, di Comieco (main sponsor), il più importante consorzio del riciclo della carta in Italia che ha creduto sin dall’inizio nel progetto, di enti prestigiosi come Symbola e Fondazione Elba, della Regione Toscana, del Comune di Ferrara che grazie a ElbaBook ha suggellato nel 2016 un patto di amicizia con Rio nell’Elba, e dei detenuti del carcere di Porto Azzurro, che ogni volta riscoprono la potenza delle parole.

 

ElbaBook, il nome venne da sé: un festival del libro indipendente vicino al luogo dove soggiornarono, in stato di ostaggio creativo, alcuni tra i più importanti intellettuali della cultura mondiale del secondo Novecento. A un paio di chilometri da Rio nell’Elba, nel 1977 Hans Georg Berger trovò l’eremo di fondazione medievale dedicato a Santa Caterina. Infestato dalle erbacce, decise di ristrutturarlo per edificare, come scrisse Michel Foucault, un falansterio, un presidio della cultura in una delle isole più affascinanti del Mediterraneo.

 

Per conoscere il programma completo dell’iniziativa e restare aggiornati sugli eventi collaterali si può fare riferimento al sito www.elbabookfestival.com oppure seguire la pagina Facebook:www.facebook.com/Elbabookfestiva

ElbaBook, la terza edizione:  Per ritrovare una dimensione del libro meno mercificata e più umana
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Stelvio Mestrovich, "Mar'ja Ivànova Petrova"

26 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

Mar’ja Ivànova Petrova

Stelvio Mestrovich

 

Carabba, 2017

pp 93

13,00

 

Due sono le cose che colpiscono in Mar’ja Ivànova Petrova, di Stelvio Mestrovich, la prima è la familiarità con la letteratura russa e con la Mosca di Bulgakov, la seconda è l’assoluta metanarratività.

La prima condizione fa sì che un romanzo ambientato in Russia negli anni novanta, ai tempi di Putin etc, ci appaia ottocentesco. Il conte Fedör Michaijlovic Golovkin e la sua bella amata Mar’ja – ma amata di quale amore? – sono personaggi moderni, però sembrano muoversi in una Russia addirittura prerivoluzionaria.

La trama è semplice: un uomo di nobili origini vede osteggiato il suo amore per una bella e talentuosa popolana, figlia di macellai. Geloso di lei, e dei suoi rapporti con il direttore dell’orchestra in cui ella suona magistralmente il violino, si comporterà come molti maschi odierni che non accettano di perdere l’oggetto del loro amore e scambiano l’affetto per possesso. Addirittura pagherà un killer per amputare una mano alla ragazza, fino alla tragica conclusione.

Ma torniamo un passo indietro: per ovviare alle insistenze materne di fargli sposare un’appartenente all’aristocrazia, Golovkin si era finto evirato di guerra in Cecenia. A una falsa mutilazione se ne aggiunge quindi una vera, il taglio della mano, gravissimo per una donna innamorata della sua arte come Mar’ja, a dimostrare che ciò di cui il protagonista è veramente geloso, più che di un rivale in carne ed ossa, è il talento (e l’ambizione) della donna.

Grazie al virtuosismo di Mar’ja, protagonista è la musica, dato che Mestrovich è un ricercatore del tardo barocco, con particolare conoscenza delle opere di Salieri, rivale di Mozart. Lo stile, però, non è affatto ampolloso, è sorvegliato e piacevole ma discorsivo.

La seconda condizione fa sì che questo sia uno dei romanzi più metanarrativi che io abbia letto, con l’autore che interviene fisicamente nella storia, dialoga con i personaggi, agisce e mette in moto gli eventi, come ad esempio chiamare aiuto dopo il ferimento di Mar’ja. L’effetto prepotente di straniamento non interrompe, tuttavia, la scorrevolezza della storia, che risulta appassionante comunque. La non divisione in capitoli è utilizzata per non interrompere il flusso degli eventi e dei pensieri - come se ieri fosse di nuovo oggi, come se il tempo non fosse passato - e anche per non darci l’impressione di essere in un romanzo quando, invece, ci siamo dentro fino al collo, siamo spettatori al pari dell’autore di ciò che i personaggi fanno. Siamo, forse, il terzo incomodo fra i personaggi e l’autore.

 

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Sui treni da prendere e sui sogni da rincorrere: c’è sempre tempo

25 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #psicologia

 

 

Qualche tempo fa, compilando il curriculum aggiornato, mi è piombata addosso un’angoscia terribile, da mozzare il fiato. Mi sono resa conto di avere 26 anni, ormai. Io, con il cervello ancora impostato su “giovinezza”, non avevo ancora realizzato di essere più vicina ai trenta se non ai venti. Certo, nell’ultima torta di compleanno che mi ha fatto la mia mamma – la stessa che per coccolarmi mi fa tutti i ventitré maggio da quando sono venuta fuori dalla sua pancia tra atroci dolori, e queste sono parole sue – campeggiava, in cera e color azzurro acceso, il numero 26. Mica però, soffiando con lo stesso entusiasmo di quando di anni ne avevo quattro e dopo mi aspettava una vagonata di regali, mi sono resa pienamente conto del fatto. Anche il mio fidanzato e la mia sorellina mi hanno chiamata ventiseienne per giorni. Nemmeno questo mi ha mandata in crisi. Quel curriculum ha scatenato in me la stessa tristezza che mi assale quando apro il barattolo di Nutella, decisa a mangiarne un chilo almeno, e lo trovo vuoto. Mi ricordo quando, a diciannove anni, mi sentivo una wonder woman immortale. Ero più che convinta di poter fare di tutto, persino l’astronauta. A diciannove anni si pensa che si rimarrà sempre giovani, pieni di speranze e di energie. Adesso, a ventisei suonati, ho capito tre cose: il mio essere lunatica e psicologicamente instabile non era legato all’adolescenza; non posso più diventare astronauta – non perché non ci sia più tempo, e di questo parlerò dopo, ma perché non mi va proprio più –; le zampe di gallina sugli occhi non rendono certo lo sguardo più sexy. Però, oltre il fatto che sia un po’ sconvolta dal tempo che, inarrestabile, scorre senza che nessuno possa controllarlo, mi sono resa conto di una cosa: troppo presa a fare quello che si sarebbe aspettato il mondo da me, mi sono dimenticata di ciò che volevo io. Ecco perché non mi ero accorta di avere – non mi ero accorta veramente, intendo – già ventisei anni.

In questi ultimi anni ho vissuto di lavoro, di corse, di studio e di traguardi da seguire per essere “nella norma”. Laurea in pochi anni – anche se, con quella velocità e quell’ansia, non mi sono goduta il percorso – e specialistica iniziata presto, come era socialmente ritenuto giusto fare, malgrado le mille ansie e i mille dubbi. Risultato, quattro esami dati in pochi mesi con successo ma grande, immensa frustrazione. Non era il mio campo, non era la mia passione... non per adesso almeno. Malgrado la tristezza di essermi accorta del tempo che è volato, ho compreso che l’amarezza maggiore è data dal fatto che, nel rincorrere ciò che invece il mio cuore rifuggiva, ho sprecato del tempo prezioso, tempo che non tornerà; tutti noi sprechiamo il nostro tempo. Lo sprechiamo quando facciamo qualcosa che non vorremmo fare, quando ci concentriamo più sugli obiettivi che sul percorso, quando non sorridiamo per le piccole cose, quando non capiamo il perché della nostra pelle sciupata e delle borse sotto gli occhi. Ecco, ho capito che il mio tempo è passato perché mi sono preoccupata più dell’essere “normale” che dell’essere felice. Allora cosa ho fatto? Decisione repentina e cambio, Master. Niente specialistica. Se un giorno un’ondata di ispirazione mi coglierà, be’, vivrò l’attimo. Finalmente soddisfazione. Recensisco molti libri al mese, scrivo articoli, studio per il Master... e c’è persino qualcosa che bolle in pentola per quanto riguarda il mio sogno di scrivere di nuovo qualcosa che mi renda orgogliosa, malgrado non arrivi mai in alto.

Quindi, sapete a che conclusione sono giunta? Se volete fare filosofia, fatela – anche se non c’è lavoro. Se volete dipingere quadri in riva al mare, trovate un cavalletto e guardate il panorama. Volete ballare, cantare? Siete iscritti a giurisprudenza ma vorreste fare gli assistenti sociali? Cambiate. Mettetevi in gioco. Saltate nel buio.

Ho capito, senza mezzi termini e mezze parole, che di vita ne abbiamo una sola. Sì, so che sembra una frase fatta, però troppo spesso ce ne dimentichiamo. Dimentichiamo che vale più un sorriso di un pianto; dimentichiamo che l’ambizione è una gran cosa, senza ombra di dubbio – io sono ambiziosa da far paura, quindi mai potrei dire il contrario –, ma solo quando è rivolta verso qualcosa che ci riempie il cuore e la giornata; dimentichiamo che i traguardi si tagliano meglio e con maggior successo quando le cose si affrontano con passione. Vivere felici – irrilevante che sia in mezzo ad arte, musica, libri, numeri, colori, espressioni, stetoscopi, bambini – è l’unico nostro scopo; trovare la serenità, una serenità che odora di verità e di giustizia, dà un senso di estasi che nessuna sostanza stupefacente potrà mai regalare.

Ho capito, inoltre, che non è tardi per nulla e che è sbagliato conformarsi agli altri per forza. Che non si deve fare il 3+2 per soddisfare mamma e papà. Che non si deve prendere sempre 30, pena la delusione di qualcuno. Che è sbagliato rincorrere la normalità che fin da piccoli il sistema ci vuole inculcare. Siamo tutti normali. Siamo tutti diversi. Tutti abbiamo sogni e aspirazioni. Tutti noi cadiamo. Tutti noi possiamo rialzarci, ginocchia sbucciate, per fare meglio. L’ho capito quando mi sono sentita libera, felice di ciò che avevo scelto, finalmente affrancata dalle catene della superficiale normalità.

Non è mai troppo tardi per nulla, poi.

E magari mi starà sbucando qualche capello bianco, per carità, ma se domani mi svegliassi e capissi che sarei felice a studiare psicologia – o lingue, o biologia –, be’, prenderò quel treno.

Siate felici alla luce del sole. Mostrate i vostri desideri, rincorreteli come fareste con un aquilone se foste bambini. I sogni nel cassetto si rovinano: tirateli fuori. Anche quando credete di non avere più tempo. Tutti abbiamo tempo. Possiamo fare qualunque cosa. E questa è la più grande ricchezza che abbiamo.

 

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Dubbio e consolazione

24 Giugno 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 

     Consiglio i dubbiosi?
     Consolo gli afflitti?
     Mi lascio consigliare quando sono nel dubbio?
     Mi lascio consolare quando sono afflitto?
     Scrivo, a volte di più, a volte di meno, su Facebook e sono contento quando vengo a sapere di qualcuno meno dubbioso, meno afflitto a motivo di ciò che ho scritto su Facebook.
     La questione fondamentale è la condivisione, la voglia, il bisogno di confidare a qualcuno, di condividere con qualcuno i nostri dubbi, le nostre afflizioni.
     Fondamentale è anche riuscire ad arrivare ad ammettere di avere dubbi ed afflizioni, non innamorarcene, aprirci, non chiuderci nel nostro bozzolo, come bruchi che abbiano la presunzione di riuscire a non arrendersi all'inevitabilità di diventare, prima, crisalidi e, poi, farfalle.
     Qualcuno si sente bruco e dice:"Brucio, lo preferisco all'affrontare il rischio nel diventare crisalide!"
     Qualcuno si sente crisalide e dice:"Mi mette in crisi l'idea di diventare, un giorno, farfalla!"
     Qualcuno si sente farfalla e dice:"Mi sento in bilico tra l'infinito, non finito "far" e l'imperativo "falla!", temendo la "falla" in cui potrebbe cadere, diventando farfalla.
     Resta in bilico, all'inizio, ma, poi, non spiega le ali, le ali diventano sleali, lasciandola cadere senza spiegazione.

          Luca Lapi

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Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"

21 Giugno 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #eva pratesi, #recensioni, #radioblog, #vignette e illustrazioni

 

 

Illustrazione di Eva Pratesi

 

Eccoci pronti per il secondo appuntamento con RadioBlog - Voce agli scrittori. Questo mese scopriamo Franco Piol con il suo libro Tana libera tutti , ambientato a Roma nel dopoguerra.

Vi ricordo che, durante la lettura, potrete partecipare lasciando commenti sul libro o domande che vi piacerebbe porre all’autore con il quale faremo una chiacchierata tra un mese circa.

Intanto vi leggo un piccolo estratto delle prime pagine del libro dove conosceremo subito i dubbi ed i tormenti della bella Adelaide, segnata profondamente dalle vicende della guerra, che si trova a dover rendere conto al figlio Giannino di una scomoda realtà, specie in quei tempi.

Accompagnerà la lettura un’illustrazione della brava Eva Pratesi che coglie il momento in cui madre e figlio si confrontano.

E mi raccomando, cari scrittori, se volete anche voi essere protagonisti di questo spazio scrivetemi!Buon ascolto e buona lettura.

 

Musica: http://www.bensound.com

 

Per conoscere meglio il mondo delle illustrazioni di Eva Pratesi: http://www.geographicnovel.com

Radioblog: Franco Piol, "Tana libera tutti"
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Nasce DeA Planeta

20 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

 

DeA Planeta Libri


Nasce DeA Planeta,
il nuovo marchio dedicato alla narrativa
della casa editrice DeA Planeta Libri

 

Milano, 19 giugno 2017 – Nasce DeA Planeta, il nuovo marchio della casa editrice DeA Planeta Libri dedicato alla narrativa, frutto delle sinergie tra il Grupo Planeta e il Gruppo De Agostini.

DeA Planeta Libri è una casa editrice operativa dal 1 gennaio 2017, in cui sono confluiti i marchi De Agostini, AMZ, Abracadabra e UTET, già operanti negli ambiti kids e ragazzi, saggistica e varia. Con DeA Planeta si arricchisce l’offerta sul mercato italiano di una nuova proposta dedicata a tutti i filoni della fiction: dal thriller al femminile, dalle storie vere ai libri evento, dagli autori affermati agli esordienti.

 

IL MARCHIO - DeA Planeta è una proposta contraddistinta da trame dalla forte personalità e orientate alle nuove tendenze, con uno sguardo attento ai gusti dei lettori, sempre messi al centro nella scelta delle storie. «Il punto di forza sarà il network internazionale che lega la casa editrice alle altre realtà dei gruppi editoriali di cui fa parte: globalitàtrasversalità e rapidità di reazione saranno i tratti distintivi di DeA Planeta» dice Daniel Cladera, alla guida del marchio.

 

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Guido Mina di Sospiro, "Sottovento e sopravvento"

19 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #guido mina di sospiro

 

 

Sottovento e sopravvento

Guido Mina di Sospiro

 

Ponte alle Grazie, 2017

pp 198

14,90

 

Lo stereotipo de la bella e la bestia “sperduti nell’azzurro mare” in questo romanzo multistrato, suo malgrado avvincente.

In Sottovento e sopravvento, di Guido Mina di Sospiro, ci sono i classici elementi della storia di avventure - la mappa del tesoro, l’indizio cifrato, il cattivo che mette in pericolo i buoni, il naufragio, l’isola del tesoro – il tutto, però, complicato dallo stile non banale e dal non facile sostrato metafisico e alchemico. Senza fare spoiler, possiamo solo dire che, alla fine, il tesoro si rivela dapprima l’oro degli alchimisti, poi la pietra filosofale stessa, condensata in un concetto assoluto: la congiunzione degli estremi altro non è che l’amore, quello che riesce a unire il diverso, la bella e la bestia, il maschile e il femminile, l’intelletto e la natura, ed è capace di restituire ai protagonisti il senso di sé e della vita, di andare oltre la presenza fisica dell’altro, di farsi talmente infinito ed immenso da permettere la possibilità di altri amori collaterali.

I personaggi principali sono Chris e Marisol. Lui è il buon selvaggio, l’uomo rude irlandese, forzuto e puzzolente, nato con un difetto fisico, una gobba da far invidia a Leopardi e a Quasimodo, e con un animo semplice ma dolce e risoluto. A causa di quella gobba di cui non si è mai lamentato, pensa che la vita, Dio o chi per lui, gli debba un risarcimento che infine otterrà. È religioso e terreno insieme, prega Dio e accetta la realtà per quella che è, traendone il meglio. È un cercatore ma si rende conto che, comunque, tutto è caso, e le cose migliori sono quelle capitategli accidentalmente, come i figli. In effetti, se ci pensiamo, per quanto ci affanniamo a programmare, a studiare, a lavorare, a farci una posizione, tutti gli eventi davvero importanti della nostra vita sono occorsi per caso (o per congiunzione astrale) e sarebbe bastato un piccolo scarto per far andare tutto nella direzione opposta.

 

Può darsi, ma il fatto è che solo le cose che ho trovato accidentalmente m’hanno dato gioia nella mia vita. I miei bambini; tu; e ora persino Dio. Non l’avevo mai trovato nella Bibbia, e neanche in chiesa, per quanto lo avessi cercato. L’ho trovato sul vulcano, durante l’eruzione” (pag 176)

 

Poi c’è Marisol/Ruth, cubana trapiantata a sua insaputa a New York, tutta razionalità, scienza, filosofia e matematica.

 

Nel pensiero”, dice, “ci sguazzavo, me ne imbevevo, lo respiravo e assimilavo come se fosse ossigeno” (pag 40).

 

È alla ricerca dell’algoritmo capace di eludere i paradossi che sono “l’ultimo baluardo della non scienza”. Non riuscendo a confermarlo, diventa acatalettica, cioè dubbiosa di tutto, e di conseguenza depressa e abbattuta, per giungere infine alla scoperta di essere fatta di mare e di sole anche lei. Scopre che si può pensare in modo irrazionale, che possono esistere più dimensioni e più realtà parallele dove il tempo scorre in maniera diversa, che potrebbero esserci strani e misteriosi dei a muovere gli eventi creando congiunzioni astrali a nostro favore o sfavore.

Quando l’irrazionalità irlandese incontra la razionalità newyorkese, è in grado di smantellarla e far riemergere il sostrato sudamericano caraibico, cosicché Marisol si accorge che c’è un iperuranio nel quale gli opposti si attraggono e confluiscono sopra e sotto vento, dove gli dei del nord e del sud lavorano insieme, dove il tempo si annulla in un eterno presente, senza inizio né fine. Scopre, soprattutto, che la vita è bella e vale la pena viverla senza ragionarci troppo sopra.

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