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Non omnis moriar: una meditazione sullo scrivere

4 Novembre 2020 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #cultura

 

 

 

 

di Guido Mina di Sospiro, tradotto dall’inglese da Patrizia Poli

 

(pubblicato originalmente su New English Review sotto il titolo Non Omnis Moriar: A Meditation on Writing)

Nel 1992 inviai una lettera al mio vecchio professore di latino, nella quale, inter alia, avevo tradotto per lui il finale di un libro terminato  di scrivere alcuni mesi prima. The Story of Yew, alias Memoirs of a Tree, o, nell’edizione italiana, L’albero. Segue un estratto dalla risposta epistolare del professore:

 

II breve frammento del tuo romanzo, che mi hai trascritto, mi è piaciuto molto. Contiene una riflessione seria che credo sia uno dei motivi conduttori del libro. La natura, la morte: quesiti destinati a rimanere senza una risposta convicente. Tra le tante risposte possiamo scegliere quella dei libri poetici con il loro sofferto “non omnis moriar”. In verità l’uomo lavora, crea, per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che ha fatto.  C’è in noi una ansia di eterno insopprimibile. Prova a rileggere o a ripensare all’opera di un poeta prendendo come chiave di lettura il tema della morte, la sua risposta a questa mistero. E scoprirai forse che la letteratura è sorta in funzione della morte, come risposta al mistero della morte.

 

Non omnis moriar è tratto da ciò che probabilmente costituisce il più antico testamento poetico: L’ode 3.30 di Orazio. Significa “non morirò del tutto”. In uno stile piuttosto roboante

 

Ho creato un monumento più duraturo del bronzo

E più elevato della struttura delle regali piramidi

Che né la vorace pioggia, né lo sfrenato Vento del Nord

Potranno distruggere, né lo sterminato succedersi di anni e la fuga del tempo (…)

 

il poeta annuncia ai suoi contemporanei e soprattutto ai posteri che non morirà del tutto, che parte di lui vivrà nella sua poesia, come, infatti, è avvenuto: eccomi qui, nel 2020, a citare una poesia vecchia come l’albero di tasso nel mio romanzo: due millenni.

Aveva ragione il mio professore? È per questo motivo che scriviamo? Per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che abbiamo fatto? La letteratura è nata, come la religione, come risposta al mistero della morte? Ho posto tali domande a uno dei più acuti critici letterari che io conosca, Davide Brullo, egli stesso un poeta. Ha risposto:

Certamente, l’uomo scrive per trovare la parola che faccia risorgere. Ma è vero che la risposta alla morte è con la vita. La poesia è vita, fenomenale, funambolica. Credo, poi, che ci sia una eredità, un lascito in luce. Tanto la battaglia con la morte è persa, dunque scagliamo bolidi verbali sul viso del millennio venturo, che esista il nome dello scrittore o meno è iniquo, vano. Egli crea un linguaggio.

Immortalità, dunque, il vero scopo dell’alchimia, il fine escatologico di così tante religioni, maggiori e minori. È bello doppo il morire vivere ancora, come dice il motto rinascimentale.

Mi chiedo se sia stato lo stesso desiderio di immortalità ad animare Alfred Jarry quando scrisse Gestes et Opinions du Docteur Faustroll, Pataphyshycien (Gesta e opinioni del Dr. Faustroll, Patafisico)? Sì e no sarebbero entrambe risposte giuste. Uno dei libri più intelligenti e spiazzanti che io conosca, in grado di prevedere gli sviluppi futuri della cultura occidentale, è stato scritto nel 1898 e pubblicato per la prima volta postumo nel 1911, quattro anni dopo la morte di Jarry.

Lo stesso desiderio di immortalità ha permeato Dissipatio H.G. di Guido Morselli? La risposta può ben essere, ancora una volta, sì e no.

Il titolo sta per Dissipatio Humani Generis, una frase estratta dagli scritti di Giamblico; significa, la scomparsa dell’umanità.

Il protagonista-narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet.

Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata dall’unico componente superstite, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte.

Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite.

Il supremo solipsista finisce con il desiderare disperatamente gli esseri umani.

Questo fu l’ultimo libro di Morselli; a differenza del protagonista di Dissipatio H. G., non cambìo idea all’ultimo momento e, poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato, si suicidò. Ma poi fu pubblicato postumo, insieme a diversi altri suoi libri; la prima edizione in inglese uscirà negli Stati Uniti questo dicembre; ed eccomi qui, decadi dopo che il rifiuto spinse il suo autore a suicidarsi – senza però morire del tutto.

Alcuni giorni fa ho ricevuto una email da un’ammiratrice attraverso il mio sito. Aveva comprato il mio L’albero a Losanna, in Svizzera, in francese, e le era piaciuto; lo aveva quindi acquistato in edizione spagnola cosicché potesse leggerlo suo marito; e ora, a Quito, in Ecuador, lo voleva presentare al suo circolo di lettura, all’aperto per via delle restrizioni dovute al Covid, sotto il vulcano Pichincha – lo stesso libro con cui ho iniziato questa riflessione e il cui finale ho tradotto, agli inizi degli anni novanta, per il mio professore di letteratura latina. Ciò che mi colpisce in retrospettiva è che l’albero di tasso (Taxus baccata) è un essere tecnicamente immortale, capace di rigenerarsi all’infinito. I suoi primi fossili sono datati duecentocinquanta milioni di anni e, se paragonati alle sue condizioni attuali, mostrano che non c’è stata evoluzione: è nato perfetto per vivere in eterno.

 

Questo presunto desiderio d’immortalità, quanto risuonava in me più o meno mezza vita fa? Forse non così a livello conscio come adesso, ma può darsi che già allora fosse la motivazione.

Così tanti poeti e scrittori non sono morti del tutto, e il loro lascito vivente ci permea tutt’oggi. Gli autori contemporanei potrebbero ritenerli i loro mani, cioè le anime degli antenati, e venerarli come spiriti benigni. Alcuni di noi probabilmente già lo fanno.

 

Back in 1992 I sent a letter to my old Latin literature professor in which, inter alia, I translated for him the ending of a book I had finished a few months before, The Story of Yew, aka Memoirs of a Tree. There follows an excerpt from the professor’s epistolary reply:

        The short fragment of your novel, which you transcribed for me, I liked very much. It contains a serious reflection that I believe is one of the main themes of the book. Nature, death: questions destined to remain without a convincing answer. Among the many answers we could choose the one from poetry books with their suffered ‘non omnis moriar.’ In truth man works, creates, not to die wholly, to survive at least in part in what he has done. There is in us an irrepressible yearning for the eternal. Try to reread or rethink the work of a poet taking as a key to understanding the theme of death, his answer to this mystery. And perhaps you will discover that literature was born as a function of death, as an answer to the mystery of death.

        Non omis moriar is taken from what probably constitutes the oldest poetical testament: Horace’s Ode 3.30. It means, I will not wholly die. In rather bombastic fashion

I have created a monument more lasting than bronze
and loftier than the royal structure of the pyramids,
that which neither devouring rain, nor the unrestrained North Wind
may be able to destroy, nor the immeasurable
succession of years and the flight of time. (…)

the poet announces to his contemporaries and above all to posterity that he will not wholly die, that part of him will live on in his poetry, as, in fact, it has: here I am, in 2020, quoting a poem as old as the yew tree in my novel: two millennia.

        Was my professor right? Is that why we write? Not to die wholly, to survive at least in part in what we have done? Was literature born, much as religion, as an answer to the mystery of death? I posed these questions to one of the most insightful literary critics I know, Davide Brullo, himself a poet. His reply:

        Certainly, man writes to find the word that will resurrect him. But it is true that the answer to death is through life. Poetry is life, phenomenal, acrobatic. I believe, moreover, that there is an inheritance, a legacy in light. At any rate the battle with death is lost, so let’s hurl verbal fireballs at the face of the coming millennium, whether the name of the writer exists or not is unfair, vain. He creates a language.

        Immortality, then, the true goal of alchemy, the eschatological objective of so many religions, major and minor: È bello doppo il morire vivere ancora, as the Renaissance motto goes: it’s beautiful, after having died, to be still alive.

        I wonder if it was the same yearning for immortality that animated Alfred Jarry when he wrote Gestes et Opinions du Docteur Faustroll, Pataphysicien (Exploits and Opinions of Dr. Faustroll, Pataphysician)? Yes and no would be both appropriate answers. One of the cleverest and most mind-bending books known to me, predating developments in western culture by about eighty years, it was written in 1898 and first published posthumously in 1911, four years after Jarry’s death.

        Was it the same yearning for immortality that informed Guido Morselli’s Dissipatio H.G.? The answer may well be, once more, both yes and no.

        The title stands for Dissipatio Humani Generis, a sentence excerpted from the writings of Iamblichus; it means, the vanishing of humankind. 

        The narrating protagonist, a lucid, hypochondriac, “fobanthropic” more than misanthropic intellectual, decides to drown himself in a pond inside a cave high up in the mountains. But once there, he changes his mind, and walks back to his cottage.

        He will eventually discover that humankind, after he changed his mind about committing suicide, has vanished. Humanity is now represented by its single remaining component, a man who was about to leave it behind and who never felt that he belonged in it in the first place.

        Thus begins a monologue—philosophical, ontological and eschatological—with nothing but absolute silence as a background, except for a few noises caused by animals or by machines that keep on working. Soon his monologue turns into a dialogue, with his memories and then with all the vanished people.

        The ultimate solipsist ends up longing desperately for humans.

        This was Morselli’s last book. Unlike the protagonist in Dissipatio H.G., he did not change his mind at the last moment and did commit suicide shortly after this manuscript, too, was rejected.

        But then it was published posthumously, along with several other books of his; its first English edition will be released in the US this coming December; and here I am, writing about it decades after its rejection prompted the author to take his own life—but he did not wholly die.

        A few days ago I received through my website an e-mail from a fan. She had bought my Memoirs of a Tree in Lausanne, Switzerland, in its French edition, and had loved it; she had then bought it in its Spanish edition so that her husband could read it; and now, in Quito, Ecuador, she was going to present it to her book club, outdoors because of Covid restrictions, under the Pichincha Volcano—the same book with which I opened this meditation and whose ending I translated, back in the early 1990s, for my professor of Latin literature. What strikes me in retrospect is that the yew tree (Taxus baccata) is a technically immortal being, capable of regenerating itself in perpetuity. Its earliest fossils date back to two hundred and fifty million years ago and, compared to its present state, show that there has been no evolution: born perfect to live eternally.

        How did this purported yearning for immortality resonate in me more or less half a lifetime ago? Perhaps not as consciously as it does now, but I suppose it was, even then, the motivator.

        So many poets and writers did not wholly die, and their living legacy informs us to this day. Contemporary authors could think of them as their manes, i.e., the souls of dead ancestors, and worship them as benevolent spirits. Some of us probably already do.

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Breaking bad ai tempi di un Memento mori globale

21 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Tradotto da Patrizia Poli dall’originale Breaking Bad during a Time of Global Memento Mori, pubblicato nel numero di giugno, 2020, della rivista New English Review.

 “Quanti funerali passano davanti alle nostre case? E tuttavia non pensiamo alla morte. Quante morti premature?” Così scriveva Seneca duemila anni fa. Prima di lui, Platone, discutendo della morte di Socrate, nel Fedone, affermava che “i veri filosofi sono sempre intenti alla pratica di morire” .

La morte è stata al centro della filosofia occidentale e di tutte le religioni e le mitologie. Siamo tutti gravati da un memento mori, ma la maggior parte di noi cerca di dimenticarlo, fino a quando non siamo posti, direttamente o indirettamente, di fronte all’inevitabilità della morte. In tempo di pandemia, il memento mori, assunta la forma di un virus, si è acutizzato, poiché siamo tutti ansiosi circa il nostro benessere e quello dei nostri cari. Siccome la pandemia è coincisa con una quarantena, ci siamo ritrovati con molto tempo a disposizione. Oltre alla lettura, alla scrittura, all’ascolto della musica e alla preparazione di insolite ricette di cucina, ho fatto una maratona di alcune serie televisive. Breaking Bad, che ha vinto più premi di qualsiasi altra produzione e che è stata immensamente popolare, mi è sembrato un buon punto di partenza. Ora sono in grado di affermare che può essere considerata una rappresentazione della cultura occidentale agli albori del 21° secolo.

Vari sono i temi che ritengo emblematici. Il memento mori diventa all’improvviso molto pressante nella mente di Walt, l’insegnante di chimica delle superiori, quando gli viene diagnosticato un cancro polmonare inoperabile allo stadio tre. Circa cento anni prima, Thomas Mann aveva trattato il problema della malattia e dell’imminenza della morte ne La montagna incantata da un punto di vista metafisico e filosofico, con ogni personaggio principale nel sanatorio che impersona una diversa corrente filosofica. All’inizio del 21° secolo, Vince Gilligan e gli altri creatori di Breaking Bad trattano lo stesso tema della malattia e dell’imminenza della morte con la decisone, da parte di Walt, di diventare un produttore di metanfetamina.

Il pragmatismo americano – il non abbiente Walt intende lasciare soldi a sua moglie e ai suoi figli – al posto delle riflessioni ontologiche ed escatologiche. Per uno che ha studiato tutta la vita religioni comparate, mitologia e filosofia, una tale scelta sembra stupefacente. Ma, d’altra parte, è giusto paragonare Thomas Mann a Vince Gillian e ai suoi colleghi? L’ambiente europeo del post prima guerra mondiale agli Stati Uniti degli inizi del ventunesimo secolo? È giusto paragonare un’opera magna letteraria di immenso respiro con una serie televisiva? Considerando quanto hanno scritto di quest’ultima i critici, direi di sì, dal momento che hanno preso Breaking Bad molto sul serio. Forse perché contiene elementi di ciò che oggi passa per “literary fiction”, o narrativa letteraria (le mie opinioni a riguardo sono espresse nel saggio Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”). Il tempo dedicato al motivo della metanfetamina – la sua produzione e distribuzione e tutti i personaggi sgradevoli ma coloriti che queste comportano – è più o meno lo stesso di quello dedicato alle dinamiche della  famiglia di Walt: la moglie, i due figli, il cognato e la cognata. E tali dinamiche sono sviluppate nello stile di quella che oggi passa per narrativa letteraria: molta angoscia suburbana e complicazioni che aspirano all’universalità di uno Shakespeare o di un Cervantes, ma posano su spalle molto inadeguate. Walt e Hank, suo cognato, non sono né Amleto né Don Chisciotte. La gente comune non è in grado di occuparsi di problemi filosofici semplicemente perché non sa che la filosofia esiste, come d’altronde la gran parte degli americani. 

Ma, dopo tutto, la filosofia non è forse concepita solo per una elite? Il dramma La vida es sueño (La vita è sogno) di Calderon de la Barca fu estremamente popolare quando esordì nel 1635 e da allora  è rimasto nel repertorio teatrale come un classico senza tempo. I suoi motivi principali sono distintamente filosofici: il tema religioso preponderante nella vita di allora, ovvero il libero arbitrio contro la predestinazione; e il concetto di vita come sogno, che si può ritrovare nell’Induismo, nel Buddismo, in Eraclito, in Platone e, più a ridosso dei tempi di de la Barca, in Cartesio con il suo inquietante argomento del sogno, vale a dire: se nel sogno il mondo ci sembra reale e ci rendiamo conto che è irreale solo al risveglio, come facciamo a essere sicuri che quando siamo svegli siamo veramente svegli? Troppo complesso per lo spettatore comune? A giudicare dal successo del drama, il secolo d’oro della Spagna deve aver prodotto delle platee piuttosto sofisticate.

Ma torniamo ad Albuquerque e alle imprese dei narco. Breaking Bad è infarcito di incongruenze fin dall’inizio: Walt, da giovane, è stato un genio ma poi non è riuscito nella vita per motivi che non sono ben spiegati, o non sono spiegati affatto; suo cognato è, a favor di trama e di suspense, un agente della DEA; Walter Jr, il figlio adolescente di Walt e di sua moglie Skyler, soffre di paralisi cerebrale; Skyler rimane incinta a oltre quarant’anni e, sebbene la sua sia una gravidanza non programmata e sia lei sia Walt non siano affatto religiosi, non abortisce.

Confesso di essere rimasto affascinato da Pablo Escobar, una sorta di don Chisciotte malvagio, e di aver letto parecchi libri su di lui, principalmente in spagnolo, dato che i gringos sembrano del tutto incapaci di comprendere che tipo di personaggio fosse. Sebbene ciò che Escobar ha fatto nella vita sia più strano di uno stesso romanzo, all’inizio non c’era niente di insolito in lui o nella sua famiglia. Certo Escobar non era un futuro premio Nobel, tutt’altro; proveniva da una famiglia molto modesta, ma non moriva di fame; non era oberato da un figlio malato o da una gravidanza non voluta – la qual cosa rende la sua ricerca di ricchezze favolose a dispetto di tutto ciò che poteva opporglisi tanto più incomprensibile. In altre parole, a paragone della realtà, Breaking Bad sa di arbitrario. 

Skyler, la moglie da sempre sofferente, merita una menzione a parte. Innumerevoli spettatori hanno visto in lei l’archetipo della lagnona, della megera, della bisbetica. E per lagnarsi, si lagna eccome! Fortunatamente la funzione di avanzamento veloce mi ha risparmiato molta della sua petulanza. Ma questo è un problema comune ai polizieschi narco: non hanno spazio per le donne, le quali o piagnucolano, fino alla nausea, o scimmiottano gli uomini, in modo poco convincente. Le storie sul narco traffico sono chiaramente di stampo maschile; hanno come protagonisti buoni e cattivi, questi ultimi molto più avvincenti, e, tra di essi, una zona grigia popolata da anti-eroi o malavitosi con atipici crucci di coscienza.

Un extraterrestre che guardasse Breaking Bad concluderebbe che la cultura occidentale agli inizi del 21° secolo è diventata completamente atea. In cinque stagioni, per un totale di sessantadue episodi, e una durata di sessantadue ore, cioè due giorni e quattordici ore, Dio e la religione sono menzionati due sole volte: dopo la collisione di due aeroplani sopra Albuquerque, una ragazza della scuola di Walt chiede, parafrasando, “Come ha potuto Dio permettere che accadesse questo?” E la preside taglia corto esortando lei e altri studenti a rimanere nell’ambito della laicità; poi si vedono due sicari messicani strisciare per terra assieme ad alcuni contadini verso una capanna nel deserto che contiene simboli della Nuestra Señora de la Santa Muerte, una santa del cattolicesimo folk messicano. Oltre a ciò, niente. Questo campionario di umanità, l’extraterrestre relazionerebbe  ai suoi pari, non ha posto per gli dei o per la religione, salvo che per dei sicari e dei contadini che provengono da una società più primitiva.

In una storia la cui raison d’être è l’imminenza della morte e ciò che Walt può fare in risposta ad essa, non c’è Dio, né si prega, né c’è religione. In un contesto ideale per un’indagine ontologica ed escatologica, non c’è assolutamente niente del genere. Come inconsapevole, tardiva appendice all’esistenzialismo, l’uomo è ritratto nella sua vulnerabilità in un universo caotico e privo di significato. Cartesio, l’Illuminismo, Marx, Darwin, Wittgenstein e infine il Circolo di Vienna hanno lavorato alacremente all’annientamento della metafisica – con Rudolph Carnap che formalmente l’ha rifiutata come priva di senso poiché le affermazioni metafisiche, egli sosteneva, non potevano essere provate o confutate dall’esperienza – e hanno ottenuto un successo trionfale. Mentre la scienza, tra gli altri con Heisenberg – ironicamente, poiché questo è il nome di battaglia di Walt nella serie – che ha donato al mondo il suo principio d’indeterminazione, ha mostrato che le cose non sono così fisse in natura e che c’è molto più di ciò che si vede a occhio nudo (il che, incidentalmente, il coronavirus ha evidenziato molto vividamente con tutto il nostro frenetico lavarci le mani) la cultura convenzionale continua a basarsi su principi laici se non chiaramente atei, basati su costrutti occidentali arbitrari postulati da filosofi di tendenza aristotelica. Ancora oggi nel mondo occidentale una contraddizione è percepita come un grave faux pas in quasi ogni contesto. Ciò è dovuto alla legge di non contraddizione, o la seconda legge tradizionale, definita da Aristotele nella sua metafisica: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Mentre tale “assioma” è utile in un tribunale e in molte altre applicazioni terra terra, non dovrebbe mai essere stato frainteso per una legge che governa l’universo. La natura, infatti, è piena di contraddizioni, e gli eventi più importanti nella vita sono quelli che vanno contro le statistiche.

Ho finito Braking Bad grato alla Apple TV per la sua funzione di avanzamento veloce, e con la sensazione che i suoi autori siano sprovvisti culturalmente e matafisicamente falliti.

 

 

“How many funerals pass our houses? Yet we do not think of death. How many untimely deaths?” Thus wrote Seneca two thousand years ago. Well before him, Plato, discussing Socrates’s death in Phaedo, stated that “the true philosophers are always occupied in the practice of dying.”

 

Death has been at the core of western philosophy, and of all religions and mythologies. We are all burdened with the memento mori, but most of us tend or try to forget it, until we are faced, directly or indirectly, with the inevitability of death. During a time of pandemic, the memento mori, having assumed the form of a virus, becomes acute, as we are all anxious about our wellbeing and that of our loved ones. Since the pandemic has also come with a lockdown, we have found ourselves with a lot of time on our hands. In addition to reading, writing, listening to music and cooking unusual recipes, I have been binging on a few TV series. Breaking Bad, which has won more awards than any other production ever, and which has been immensely popular, seemed like a good starting point. I can now argue that it can be viewed as a representation of western culture at the dawn of the 21st century.

 

Various are the themes in it that I find emblematic. The memento mori suddenly becomes very pressing in the mind of Walt, the high school chemistry teacher, as he is diagnosed with stage 3, inoperable lung cancer. About a hundred years before, Thomas Mann treated the problem of illness and impending death in Der Zauberberg (The Magic Mountain) in philosophical and metaphysical fashion, with each main character in the sanatorium impersonating a different philosophical strain. Early on in the 21st century, Vince Gilligan and the other creators of Breaking Bad handle the same theme of illness and impeding death with the resolve, on the side of Walt, of becoming a maker of methamphetamine.

 

American pragmatism—as the impecunious Walt intends to leave behind funds for his wife and two children—in lieu of ontological and eschatological reflections. To a lifelong student of comparative religion, mythology and philosophy, such a choice seems astonishing. But then, is it fair to compare Thomas Mann to Vince Gillian and his associates? The milieu of post WWI Europe to that of the US in the early 21st century? Is it even fair to compare a literary magnum opus of immense breadth to a TV series? Judging from what critics have written about the latter, I suppose it is, as they took Breaking Bad very seriously. Presumably also because there are elements in it of what nowadays is understood as “literary fiction” (my views on this subject are delineated in the essay The Decline and Fall of Literary Fiction”). The time dedicated to the methamphetamine motif—its production and distribution and all the unsavory yet colorful characters that such activities entail—is more or less equal to the time devoted to the dynamics of Walt’s family: his wife, two children, brother-in-law and sister-in-law. And such dynamics are developed in the style of what nowadays passes for literary fiction: plenty of angst and complications that aspire to the universality of Shakespeare or Cervantes, but rest on very inadequate shoulders. Walt and Hank, his brother-in-law, are no Hamlet or Don Quixote. Ordinary people cannot deal with philosophical problems simply because, well, they are unaware that philosophy exists, as the vast majority of Americans.

 

But then, isn’t philosophy intended just for an elite? Calderón de la Barca’s play La vida es sueño (Life is a dream), was extremely popular when it premiered in 1635 and has remained in the theater repertoire ever since as a timeless classic. Its main motifs are distinctly philosophical: the religious theme prevalent in people’s life at the time, which was free will versus predestination; and the concept of life as a dream, which can be found in Hinduism, Buddhism, Heraclitus, Plato and, closer to de la Barca’s times, in Descartes’s unsettling dream argument. Too high-flung for the ordinary spectator? Judging from the play’s success, Spain’s Golden Age must have produced some sophisticated audiences.

 

Back to Albuquerque and narco undertakings. Breakind Bad is larded with improbabilities from the beginning: Walt, as a young man, was a genius, but then turned out to be an underachiever for reasons that are not explained satisfyingly, or in fact at all; his brother-in-law is, conveniently for the plot’s suspense, a DEA agent; Walter, Jr., Walt’s and his wife Skyler’s teenage son, has cerebral palsy; Skyler gets pregnant in her forties, and although it is an unplanned pregnancy and both she and Walt are thoroughly irreligious, she does not get an abortion.

 

I confess to having been fascinated by Pablo Escobar, a sort of evil Don Quixote, and to have read my share of books about him, chiefly in Spanish, as the gringos seem uniformly unable to comprehend what he was about. Although what Escobar did in his life is proverbially stranger than fiction, and then some, at first there was nothing unusual about him or his family. Escobar was no promising Nobel Prize material, far from it; he came from a family of very modest means, was not starving; he was not burdened with an ill son or an unwanted pregnancy—which makes his pursuit of fabulous riches in the face of everything that stood in his way all the more inexplicable. In other words, compared to the real thing, Breaking Bad reeks of arbitrariness.

 

Skyler, the long-suffering wife, merits a separate mention. Countless viewers have seen in her the archetype of the whiner, the nag, the shrew. And whine she does! Mercifully, the fast-forward feature has spared me most of her petulancies. But this is a common problem in graphic crime stories: they have little room for women, who either whine ad nauseam, or ape men, not very convincingly. Crime stories about narco-trafficking are distinctly male; they feature heroes and villains, the latter far more engaging, and a grey zone in between.

 

An extraterrestrial watching Breaking Bad would conclude that western culture in the early 21st century has become entirely atheistic. In five seasons, for a total of sixty-two episodes and a cumulative duration of sixty-two hours, i.e., two days and fourteen hours, there are two mentions of God or religion: after the collision between two planes over Albuquerque, a girl in Walt’s high school asks, paraphrasing, How could God allow this to happen? And the principal cuts her short exhorting her and all other students to keep things secular; and two Mexican hitmen are shown slithering along with some peasants towards a hut in the desert that contains symbols of Nuestra Señora de la Santa Muerte, a female saint in Mexican folk Catholicism. Other than that, nothing. This sampling of humanity, the extraterrestrial would relate back to his peers, has no place for gods or religion, save for killers and peasants who hail from a more primitive society.

 

In a story whose raison d’être is the imminence of death and what Walt can do in response to it, there is no God, no praying, no religion. In a context ripe for ontological and eschatological probing, there is absolutely nothing of the sort. As an unwitting, belated appendage to existentialism, man is portrayed in his helplessness in a chaotic and meaningless universe. Descartes, the Enlightenment, Marx, Darwin, Wittgenstein and finally the Vienna Circle worked alacritously at the annihilation of metaphysics—with Rudolf Carnap who formally rejected them as meaningless because metaphysical statements, he stated, could not be proved or disproved by experience—and succeeded triumphantly. While science, inter alios with Heisenberg—ironically, since that is Walt’s nom de guerre in the series—who gave the world his uncertainty principle, has shown that things are not so fixed in nature and that there is much more than meets the eye (which, incidentally, the coronavirus has brought home very vividly with all our frantic handwashing), mainstream culture continues to hang on to secular if not outright atheistic principles based on arbitrary western constructs postulated by philosophers of an Aristotelian slant. To this day, in the western world a contradiction is perceived as a grave faux pas in just about any context. That is because of the law of non-contradiction, or the second traditional law, defined by Aristotle in his Metaphysics as, “One cannot say of something that it is and that it is not in the same respect and at the same time.” While such an “axiom” is useful in a court of law and in many other such pedestrian implementations, it should never have been misconstrued for a law governing the universe. In fact, nature is full of contradictions, and the most relevant events in one’s life are the anti-statistical ones.

 

I came away from Breaking Bad grateful to Apple TV for its fast-forward feature, and sensing that its authors are culturally underprovided and metaphysically bankrupt.

 

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Dissipatio H.G. ai tempi del virus

1 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro

Tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato da New English Review

 

Immaginiamo un adolescente cervellotico che ha studiato troppa filosofia e troppo latino e, in generale, ha esercitato il cervello troppo per il suo bene. È diventato così maladattato al luogo e al tempo in cui vive che vorrebbe leggere un libro intitolato Contro la società: manuale di autodifesa per solipsisti. Invece s’imbatte in una nuovo testo Dissipatio H.G., di un certo Guido Morselli, pubblicato postumo. Morselli, come s’è venuto a sapere, era un collezionista di rifiuti; beatamente apolitico, sebbene gli editori conoscessero sia lui sia il suo considerevole talento, lo rifiutavano in serie poiché non apparteneva alla conventicola di sinistra.

Il titolo sta per Dissipatio Humani Generis, una frase estrapolata dagli scritti del filosofo neoplatonico Giamblico, uno dei più colti uomini del suo tempo, a cui si attribuivano anche poteri miracolosi; significa, la scomparsa dell’umanità.

Il narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet.

Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata da l’unico componente rimasto, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte.

Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite.

Il supremo solipsista finisce a desiderare disperatamente gli esseri umani.

Questo fu l’ultimo libro di Morselli. Lo stesso, a differenza del protagonista di Dissipatio H. G, non cambìo idea all’ultimo momento ed effettivamente si suicidò poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato.

Guido Morselli era stato rifiutato da tutti, compreso Italo Calvino quando quest’ultimo era editor per la casa editrice Einaudi. Tutti gli scrittori sanno che una lettera di rifiuto è una comunicazione laconica, al massimo due o tre righe. Gli editori non sono tenuti a motivare il rifiuto, né ci si aspetta che lo facciano. Calvino aveva rifiutato un altro romanzo di Morselli, Il comunista, con una lettera paternale che è stata conservata: a priori (a causa di un preconcetto ideologico che Calvino ammise espressamente), e anche perché non gli piaceva abbastanza. Infatti, stroncò il manoscritto, non senza toni condiscendenti: “Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli.”.

Dopo la morte di Morselli, le Edizioni Adelphi, la casa Editrice mainstream con gli orizzonti più vasti, fece uscire i suoi libri. Incontrarono il successo della critica e del pubblico. Io ero amico dei figli del leggendario editore Mario Spagnol. Mi ricordo che, al tempo, mi disse a proposito di Dissipatio H. G.: “Sebbene sia un buon libro, sta vendendo bene” *

Ora che siamo costretti a vivere nell’isolamento e nella paura, le sue pagine offrono un inquietante contrappunto alle nostre riflessioni, e alla difficoltà di addormentarsi la notte, quando pensieri non richiesti fanno capolino nella mente. Il grande solipsista, asociale, egocentrico e agorafobico, passa le sue giornate a cercare almeno un sopravvissuto come lui, mentre gli animali e le piante cominciano a riprendersi il pianeta abbandonato.

 

*Dissipatio H.G. di Morselli sarà pubblicato in inglese da New York Review Books Classics il primo dicembre 2020, col titolo Dissipatio H.G.: The Vanishing

 

Let’s imagine a brainy teenager, one who has studied too much philosophy and too much Latin and in general has exercised his brain too much for his own good. He has become so acutely maladapted to the place and time in which he lives, he wishes he could read a book entitled: Against Society: a Manual of Self-Defense for Solipsists. Instead, he stumbles upon a new release: Dissipatio H.G., by one Guido Morselli, published posthumously. Morselli, as it transpired, was a collector of rejections; blissfully apolitical, publishers knew of him and of his considerable talent, but rejected him serially because he did not belong to the left-leaning “clique”.

 The title stands for Dissipatio Humani Generis, a sentence excerpted from the writings of the Neoplatonist philosopher Iamblichus, one of the most learned men of his age, also accredited with miraculous powers; it means, the vanishing of humankind.

 The narrating protagonist, a lucid, hypochondriac, “fobanthropic” more than misanthropic intellectual, decides to drown himself in a pond inside a cave high up in the mountains. But once there, he changes his mind, and walks back to his cottage.

 He will eventually discover that humankind, after he changed his mind about committing suicide, has vanished. Humanity is now represented by its single remaining component, a man who was about to leave it behind and who never felt that he belonged in it in the first place.

 Thus begins a monologue—philosophical, ontological and eschatological—with nothing but absolute silence as a background, except for a few noises caused by animals or by machines that keep on working. Soon his monologue turns into a dialogue, with his memories and then with all the vanished people.

 The ultimate solipsist ends up longing desperately for humans.

 This was Morselli’s last book. Unlike the protagonist in Dissipatio H.G., he did not change his mind at the last moment and did commit suicide shortly after this manuscript, too, was rejected.

 Guido MorselliMorselli had been rejected by everyone, including Italo Calvino when the latter was an editor at the publishing house Einaudi. All writers know that normally a rejection slip is a laconic communication, two, three lines at best. Publishers are neither obliged nor expected to offer any reason for their refusal. Calvino rejected another novel by Morselli, The Communist, with a lecture of a letter that has been preserved: a priori (owing to an ideological bias to which Calvino explicitly admitted), and also because he didn’t like it enough. In fact, he buried the manuscript, and not without patronizing overtones: “Where every element of verisimilitude goes missing is when we are inside the Communist Party; let me tell you as much, I who know that world at its every level.”

 After Morselli’s death, Edizioni Adelphi, Italy’s mainstream publishing house with the greatest latitude, brought out his books. They met with critical and commercial success. I was friends with the two sons of the legendary publisher Mario Spagnol. I remember his telling me at the time apropos Dissipatio H.G.: “Although it’s a good book, it’s selling well.” *

 Now that we are forced to live in isolation and in fear, its pages offer an eerie counterpoint to one’s thoughts, and difficulty in falling asleep, at night, when unbidden vagaries intrude upon one’s mind. The preeminent solipsist, asocial, self-absorbed and agoraphobic, spends his every day looking for at least one fellow survivor, while animals and plants alike start taking over the abandoned planet.

* Morselli’s Dissipatio H.G. will be published in English by New York Review Books Classics on  December 1st, 2020 under the title Dissipatio H.G.: The Vanishing.

 

 

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Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

20 Giugno 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #poli patrizia

 

 

 

 

Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

 

di Guido Mina di Sospiro

Pubblicato su New English Review, tradotto dall’originale inglese da Patrizia Poli

 

Milioni di persone prendono quotidiane dosi di vitamine e integratori (chi potrebbe fare a meno, tra gli altri, delle bacche di Acai o della polvere Reishi?). Io prendo alte dosi di terapia anti-banalità più spesso possibile, il che include anche di notte. Sul mio comodino ci sono due pile di libri, tomi che fanno a gara per la mia attenzione, e che leggo a spizzichi. La maggior parte, se non tutti, provengono da librerie dell’usato che tendo a sovvenzionare, siccome in quelle “normali” la propaganda conformista è così inevitabile che esse ne sono diventate uno dei veicoli ufficiali.

Può darsi che una selezione dei libri che ho attualmente sul comodino catturi anche il vostro  interesse. Senza un ordine particolare:

El horror de Dunwich (L’orrore di Dunwich), by H.P. Lovecraft.

Considerato al centro dell’universo dei miti Cthulhu, questo racconto è simile ad altri di Lovecraft per quanto riguarda la reazione che provoca nel lettore: si passa da “Ma, è mostruoso?  a “Sì, è  mostruoso!” fino a “Mio Dio, è tremendamente mostruoso!”. In aggiunta, la sua prosa è indigesta: così manierata che sembra una parodia. La grazia salvifica arriva quando Lovecraft è tradotto in una lingua romanza. Ho letto Lovecraft tradotto in italiano e in castigliano, com’è avvenuto con questo particolare libro, e la sua prosa diventa più elegante e meno pesante semplicemente perché le lingue romanze aprono più parentesi e reggono meglio periodi lunghi. Ho comprato El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, o città del libro, in Castilla y Lèon, nella Spagna centrale. Lì ci sono più librerie che bar. Posta sulla sommità di una collina, circondata da antiche mura fortificate, è un luogo in cui qualsiasi bibliofilo vorrebbe perdersi. Con la prosa di Lovecraft resa più leggibile dal fatto di essere stata tradotta in una lingua romanza, posso capire perché egli sia diventato parte dell’attuale credenza in antichi alieni e nella manipolazione preistorica dell’umanità; a tal punto che è considerato un involontario chiaroveggente.

I fiumi scendevano a Oriente, di Leonard Clark.

Ah, i bei vecchi tempi quando un esploratore esplorava… l’inesplorato. Oggi che non è rimasto più niente da esplorare, i diari di viaggio avventurosi si sono trasformati in cronache d’imprese bizzarre, come, ad esempio, scalare l’Everest volgendo le spalle alla sommità, senza ossigeno e per giunta bendati. “A oriente delle Ande Peruviane”, recita la quarta di copertina, “c’è la vasta foresta pluviale del Gran Pajonal, impreziosita da fiumi cristallini e abitata da selvaggi per i quali la tortura e la morte sono cose di tutti i giorni”. Davvero? Allora devo leggere, l’editore deve aver supposto che i lettori pensassero. E a quel tempo lo fecero. Pubblicato nel 1953, riporta avventure datate 1949 che sono, per gli standard attuali, incredibili. Certi passaggi, come il seguente, sono comici nel loro candore. “È accertato che prima della scoperta dell’America e degli antichi Inca, la sifilide era sconosciuta in Europa. Uno scienziato di Lima ha estratto - dalle tombe degli Inca precolombiani - le ossa di persone sifilitiche, dovute, secondo lui, al fatto che gli Indiani andini lavoravano con i lama e avevano un antico istinto per la sodomia.  Molto probabilmente l’umanità deve questa maledizione a Pizarro e al lama andino. C’era una legge nazionale che proibiva a ogni maschio indiano di viaggiare con una mandria di lama per più di ventiquattro ore a meno che una donna non lo accompagnasse. E siccome tutte le donne disponibili facevano i turni nelle miniere, le carovane di lama furono bloccate per tempo indefinito.”

Back to God’s Country (Ritorno alla città di Dio) di James Oliver Curwood

Nella zona di Washington, le vendite BIG (Books for International Goodwill) sono imperdibili. Decine di migliaia di libri sugli scaffali, al prezzo di 3 dollari per quelli con la copertina rigida, 2 dollari per quelli in brossura, e 1 dollaro per i tascabili. Come funziona? “B.I.G raccoglie più di 1000 libri al giorno, la maggior parte dei quali vengono inviati in parti del mondo scarsamente fornite, per tenerli vivi e per aiutare la crescita dell’educazione e della cultura nelle nazioni in via di sviluppo. I libri non adatti alla spedizione vengono venduti ai residenti. I proventi delle vendite dei libri pagano le spese di spedizione oltreoceano verso comunità che si stanno costruendo le loro biblioteche.”  Sempre alla ricerca di libri vecchi, sebbene abbia imparato in questi ultimi gli anni che è più difficile rintracciarli, ho preso, tra gli altri, Back to God’s Country di Curwood, una raccolta di racconti su animali, umani e aspri elementi della natura nel Grande Nord, con la sua copertina originale, cosa rara per un libro pubblicato un secolo fa, insieme al quel sottile aroma di muffa che mi piace tanto, poiché compro i libri anche a seconda del loro aroma. A parte questo, ho pensato che Curwood fosse solo qualcuno che scopiazzava Jack London. Mi sono dovuto ricredere: sostenitore ante litteram dell’ambientalismo, fu uno degli autori più venduti negli anni venti, e almeno diciotto film sono stati ricavati dalle sue storie. Back to God’s Country (1919) fu il film muto di maggior successo della storia americana. Rappresenta, per inciso, una  delle prime scene di nudo della storia del cinema. Il personaggio principale del film fu stranamente cambiato: dall’alano a Dolores, una protagonista umana – cosa che dispiacque molto a  Curwood.

La voce delle pietre. Civiltà perdute di Robert M. Schoch

Ogni volta che mi trovo a Sedona, in Arizona, mi dirigo venti miglia più a sud verso Cottonwood, dove David Hatcher Childress, l’Indiana Jones della vita reale, ha una delle sue librerie Adventures Unlimited. Durante l’ultima visita ho quasi saccheggiato il posto. Fra le tante perle ho scovato Civiltà Perdute di Schoch. Non è facile farci cambiare la nostra opinione sulle origini della civiltà, ma Schoch gradualmente costruisce un percorso convincente. “Eresia!” Gridano all’unisono gli archeologi conformisti; ciò che irrita gli accademici è che questa non è l’opera di un ciarlatano ma di un collega accademico, dell’Università di Boston, con un PH.D dell’Università di Yale. “Dovrebbe ragionare diversamente!” è la critica che gli viene frequentemente mossa da colleghi meno arrabbiati ma ugualmente disapprovanti. Lo stesso, sebbene in altre branche della conoscenza, accade per Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin e altri. Tali studiosi sono tutti visti come rinnegati. Ma, siccome la verità non si cura delle conventicole, delle consorterie, né delle nozioni ed idee preconcetti, tali attacchi da parte del mondo accademico devono essere interpretati soltanto come un buon segno.

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza. (La grande avventura del regno delle Asturie: così iniziò la reconquista.)

A Cangas de Onìs, nelle Asturie, ho comprato questo libro del saggista e critico monocolo Esparza, il quale sta facendo una professione del revisionismo storico. Questo libro, in particolare, annuncia orgogliosamente sulla copertina di aver raggiunto l’ottava edizione, e forse più da allora (settembre 2016). Come molti altri imperi coloniali, la Spagna, dopo la fine del franchismo nel 1975, ha attraversato un periodo in cui si è sentita profondamente in colpa per il suo passato. A differenza del Regno Unito, tuttavia, si sta sviluppando una controtendenza, grazie alla quale la sua complessa e ricca storia viene rivalutata; alcuni spagnoli cominciano a sentirsi fieri della loro eredità. Le Asturie sono l’unica regione della Spagna che non è mai stata catturata dai Mori; la Riconquista, che è culminata otto secoli più tardi con l’espulsione dei Mori dalla penisola iberica, ha avuto inizio in quel reame remoto e montagnoso, capitanata da un regno visigoto. Ci è stato detto che i Mori hanno tenuto viva la cultura durante i secoli bui, mentre il resto dell’Europa era addormentato. In realtà, la cultura è risorta col rinascimento carolingio (dopo che Carlo Martello ebbe sconfitto l’esercito saraceno) ed è stata tenuta in vita da migliaia di monaci e frati, nei monasteri di tutto il continente, che trascrivevano antichi manoscritti, finché questi ultimi vennero riportati in auge nell’alto Medioevo, in Italia e altrove. I Mori produssero alcuni filosofi aristotelici dilettanti di seconda categoria e poco d’altro; mai musica o arte figurativa, ovviamente, perché erano entrambe proibite dal Corano. Qualcuno dirà che l’eredità architettonica che i Mori si sono lasciati dietro in Spagna è notevole, ma le chiese preromaniche in miniatura, che i primi re delle Asturie riuscirono a costruire attorno a Oviedo come segni di una Cristianità imperitura, sono toccanti, mentre così tante piazze e luoghi pubblici, edifici religiosi e universitari, palazzi e costruzioni sontuose che la Spagna ha prodotto nei secoli, mentre la Riconquista si spostava da nord a sud, sono spettacolari. Ciò che La gran aventura del reino de Asturias spiega nel dettaglio è come si sono comportati i Mori, in realtà come si comportano tutti i barbari invasori, saccheggiando, rapinando, uccidendo, dando fuoco e radendo al suolo tutto quello che incontravano sul loro cammino.

La lancia del destino, di Trevor Ravenscroft

Pubblicato per la prima volta nel 1973, La lancia del destino si riferisce alla lancia del centurione romano Longino che trapassò il fianco di Cristo sulla croce. Un giovane e squattrinato Hitler poté ammirarla nella camera del tesoro asburgico nella Hofburg, a Vienna (ci sono altre di queste lance in esposizione a Roma, a Echmiadzin, ad Antiochia e chissà qual è quella autentica, ammesso che ne esista una? Questa quisquilia non sembrava interessare al giovane Hitler). La lancia del destino è il primo ampio studio sulle origini occulte del nazismo. Il modus operandi nel produrre il libro sembrerebbe spurio: Ravenscroft, un seguace di Rudolf Steiner, disse di aver condotto la sua ricerca attraverso la meditazione mistica e rifacendosi agli scritti dell’antroposofista austriaco Walter Stein, affidatigli dalla vedova di quest’ultimo. L’iniziale pretesa dell’autore di aver incontrato Steiner fu in seguito modificata: aveva avuto contatti con lo spirito di Steiner attraverso un medium. Ma, caro lettore, sospendi l’incredulità: ciò che credo interessi di più è l’immagine che emerge dal libro, in cui l’avvento del nazismo sembra inevitabile: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Househofer e altri famosi pensatori furono tutti influenzati dalla Weltanschauung tedesca. L’avvento e l’ascesa di Hitler, se inseriti un contesto storico, sembrano, almeno col senno di poi, prevedibili. Inoltre, c’è l’intero aspetto occulto del macro-fenomeno, esaminato nei dettagli, che è ugualmente allarmante. Considerato che l’altra grande calamità, il comunismo, non è stato inventato dal niente da Marx ed Engels, ma ha avuto i suoi fondamenti nell’opera di Hegel e, prima di lui, in quella di Kant, e cioè è radicata nella più canonica tradizione filosofica tedesca, si giunge alla conclusione che la cultura germanica nel suo insieme, che sia di estrema destra e/o di estrema sinistra, ha regalato al mondo le sue due più tossiche e ferali ideologie.

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, di Adrian Recinos. (Pedro de Alvarado: Conquistatore del Messico e del Guatemala).

Acquistato anni fa a Città del Guatemala, questo libro, pubblicato nel 1952, ha sonnecchiato sullo scaffale fino a che di recente non ho letto l’affascinante trilogia di Graham Hancock War God sulla conquista spagnola del Messico azteco. Mentre Hernan Cortes ci appare come la reincarnazione di Ulisse, il suo braccio destro Pedro de Alvarado è il ragazzaccio fra i conquistadores: bello, appariscente ma temibile, con i capelli biondi lunghi fino alla vita e un arsenale di spade, coltelli e  pistole sempre addosso, spietato almeno quanto inarrestabile. Dopo aver partecipato alla conquista di Cuba e del Messico, si avventurò in quella che oggi è l’America Centrale, conquistò anche la maggior parte di quella regione e fondò il Guatemala, di cui divenne governatore. Riportata alla mia attenzione dal dimenticatoio, ho trovato la biografia di Alvarado, scritta da Recinos, illuminante. Recinos fu politico, storico, saggista, diplomatico, studioso e traduttore di opere precolombiane. Fu un grande esperto della storia nazionale del Guatemala, non solo della civiltà Maya, ma anche dei popoli K’iche’ e Kaqchikel. La sua fu la prima edizione in castigliano del Popol Vuh, basata sulla sua traduzione. Sebbene fosse un criollo, cioè di pura discendenza spagnola, aveva una grande affinità con le popolazioni indigene del centro America. La sua biografia, perciò, non si legge come un’agiografia. Si direbbe che egli si senta combattuto: Pedro de Alvarado è stato il fondatore del Guatemala, ma…

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl. (Creando la distopia: la strana ascesa e sopravvivenza della barbarie architettonica).

Questo recente libro è stato portato alla mia attenzione dal saggio Modern Architecture’s Disastrous Legacy, scritto da Stevens Curl stesso, e pubblicato sul numero di gennaio di NER. Il suo tomo di 551 pagine dovrebbe figurare orgogliosamente accanto a De architectura (Sull’architettura, o Dieci libri sull’architettura) dell’antico architetto e ingegnere romano Marco Vitruvio Pollio, dedicato al suo mecenate, l’imperatore Cesare Augusto, e I quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio (1508-1580).

Making Dystopia di Stevens Curl risponde adeguatamente alla domanda: Che cosa diavolo è successo da allora? Quando si viaggia in Estonia, fra tante altre nazioni, le guide sono pronte a mettere in evidenza varie mostruosità architettoniche ascrivendole ai sovietici. Vero ma, dov’erano, ad esempio, in New Jersey i sovietici? Nonostante la loro assenza, anche là c’è una quantità di orrori brutalisti. Alcuni recensori del libro di Stevens Curl lo hanno stroncato ferocemente: provenendo dal conformismo, da rappresentanti (indottrinati) delle élite che hanno decorato il mondo con una architettura così aberrante, ciò conferma quanto questo libro sia importante, di valore, per non dire profondamente informato.

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, (Tahiti Nui, in zattera da Tahiti al Cile) by Eric de Bisschop.

Ho trovato questo libro, pubblicato nel 1959, qualche anno fa nella deliziosa libreria Scarthin Books, a Cromford, nel Derbyshire, in Inghilterra. Da un estratto della copertina: “Quando Heyerdahl e i suoi compagni fecero il famoso viaggio sul Kon-Tiki a sostegno della loro teoria che la Polinesia era stata scoperta e colonizzata da genti provenienti dal Sudamerica, de Bisschop decise di confutare questa teoria facendo un viaggio in zattera nella direzione opposta. Con quattro compagni più giovani costruì Tahiti Nui (trattino omesso, G.M.d.S.) a Papeete e, all’età di sessantacinque anni, e contro l’avviso di tutti gli esperti, partì per il periglioso viaggio verso il Cile.” Un’azione spettacolare? Invidia per il successo mondiale ottenuto dalla spedizione del Kon- Tiki? È difficile dirlo leggendo questo libro. De Bisschop era un marinaio devoto e di grande esperienza, completamente francese e gesuita per giunta. Il cocktail di hybris francese/gesuitica è una sorta d’inaspettata delizia, specialmente nei primi capitoli, che sono più teorici, prima della traversata vera e propria. E come andò? Per non rivelarvi il seguito, vi dirò solo che alla fine fu costruito un secondo Tahiti-Nui…

E poi c’è l’altra pila di libri sul mio sovraffollato comodino. Borges aveva ragione quando diceva: “Non posso dormire se non sono circondato dai libri”.

 

Millions take daily doses of vitamins and sundry supplements (who could do without, among others, Acai berries and Reishi powder?). I take doses of mainstream-avoidance therapy as often as I can, which means also at night. There are two big piles of books on my nightstand, tomes that vie for my attention and that I read in dribs and drabs. Most, though not all, come from second-hand bookshops, which I tend to patronize since in the “normal” ones the mainstream propaganda is so inescapable, they have become one of its official vehicles.

 

A selection of the books currently on my nightstand may catch your fancy, too. In no particular order:

 

El horror de Dunwich (The Dunwich Horror), by H.P. Lovecraft.

Considered to be at the core of the fictional universe of the Cthulhu Mythos, this short story seems like Lovecraft’s every story as far as the reaction they provoke in the reader: from, “Is this monstrous?” to, “It is monstrous!” to, finally, “My God, it is inconceivably monstrous!” In addition to that, his prose is indigestible: so very mannered that sometimes it comes off as a parody. The saving grace comes when Lovecraft’s work is translated into a Romance language. I’ve read Lovecraft in Italian and in Castilian, as with this particular book, and his prose becomes more elegant and less heavy simply because Romance languages are more parenthetical and better support long-winded periods. I bought El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, or Bookville, in Castilla y Léon, in central Spain. There are more bookshops in it than cafés. Situated on top of a hill, surrounded by ancient fortified walls, it’s a place in which any bibliophile likes to get lost. With Lovecraft’s prose restored to better readability thanks to its being translated into Romance languages, I can see why he has become part of the current belief in ancient aliens and the prehistoric manipulation of humanity; so much so, in fact, that he is perceived as an inadvertent clairvoyant.

 

The Rivers Ran East, by Leonard Clark.

Ah, the good old days in which an explorer did explore the . . . unexplored. Nowadays, with nothing left to explore, adventure travelogues have turned into chronicles of bizarre undertakings, such as, say, climbing Mount Everest with no oxygen, backwards, and blindfolded to boot. “East of the Peruvian Andes,” reads the book’s flap, “lies the vast rain-forest of the Gran Pajonal, laced with white-water rivers and inhabited by savages to whom torture and death are everyday matters.” Really? Well, I’d better read on, the publishers must have assumed readers would think. And, back then, they did. Published in 1953, the adventures in it date back to 1949 and are, by contemporary standards, incredible. Also refreshing-if-not-comical in their candor are passages such as the following one. “It has been established that prior to the discovery of America and the ancient Incas, syphilis was unknown in Europe. Nearby pre-Colombian Incan graves were at the moment producing—under the spades of a Lima scientist—the bones of syphilitics, due, he believed, to the Andean Indians’ working with llamas and the ancient instinct for sodomy. Very likely humanity owes this curse to Pizarro and the Andean llama. There was a national law which forbade any male Indian from traveling with a herd of llamas on a trip exceeding twenty-four hours, unless a woman went along. And since all available women were working shifts in the mines, the llama trains were stalled indefinitely.”

 

Read more in New English Review:

• Europe

• Letter from Berlin

• Libertarianism VS Postmodernism and Social Justice Ideology

 

Back to God’s Country, by James Oliver Curwood.

In the DC area, the BIG sales (Books for International Goodwill) are unmissable. Tens of thousands of books are on the shelves, priced at $3 for hardbacks, $2 for trade soft-bound, and $1 for pocket paperbacks. How does this work? “B.I.G. collects over 1,000 books per day most of which are sent to under-served parts of the world to keep these books alive and to assist in the growth of education and culture in developing countries. Books not suitable for these shipments are offered for sale to local residents. Proceeds from book sales pay for shipments of books overseas to communities building their local libraries.” Always on the lookout for oldish books, though I have noticed down the years that they are harder to come by, I picked up, among others, Curwood’s Back to God’s Country, a collection of short stories about animals, humans and harsh elements in the Great North, with its original cover, which is rare for a book published a century ago, as well as its slightly musty aroma, which I welcome, as I buy books also in accordance to their smell. Other than that, I thought Curwood might be just some hack ripping off Jack London. I stand corrected: an ante litteram advocate of environmentalism, he was one the best-selling authors of the 1920s, and at least eighteen films have been based on his stories. Back to God’s Country (1919) was the most successful silent film in Canadian history. It features, incidentally, one of the first nude scenes in cinema history. The protagonist of the film was oddly changed: from the Great Dane to Dolores, a human female lead—much to Curwood’s chagrin.

 

Forgotten Civilizations, by Robert. M. Schoch.

Whenever I find myself in Sedona, Arizona, I drive twenty miles south to Cottonwood, where David Hatcher Childress, the real-life Indiana Jones, has one of his Adventures Unlimited bookstores. During my latest visit I nearly sacked the place. Among many pearls is Schoch’s Forgotten Civilizations. Changing our understanding on the origins of civilization is no small achievement, but Schoch gradually builds up a convincing case. “Blasphemy!” mainstream archeologists scream in unison; what further irritates academe is that this is not the work of a charlatan, but of a fellow academician, from Boston University, with a Ph.D. from Yale University. “He ought to know better!” is a frequent criticism moved to him by less outraged but equally disapproving colleagues. The same, if in other branches of knowledge, happens to Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin and others. Such scholars are all perceived as renegades. But, since the truth does not care about affiliations, cliques, preconceived notions and assumptions, such attacks by academe are only to be interpreted as a good sign.

 

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza.

In Cangas de Onís, in Asturias, Northern Spain, I bought this book by the one-eyed essayist and cultural critic Esparza, who is making a career out of historical revisionism. This particular book proudly announces on its cover to have reached the eight edition, and probably more since then (September 2016). Like other former colonial empires, Spain, after the end of Francoism in 1975, has gone through a period of acute guilt feelings about its past. Unlike the United Kingdom, however, a countertrend has come into being, thanks to which Spain’s complex and rich history is being reevaluated; some Spaniards are beginning to find pride once more in their heritage. Asturias is the only region in Spain that was never captured by the Moors; the Re-conquest, which culminated eight centuries later with the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula, began in that remote and mountainous kingdom, led by Visigothic royalty. We have all been told that the Moors from Spain kept culture alive during the Dark Ages, when the rest of Europe was asleep at best. Actually, culture was revived by the Carolingian Renaissance (after Charles Martel defeated the Saracen army) and kept alive by thousands of monks and friars in monasteries all over the continent who transcribed ancient manuscripts, until the latter were restored to prominence in the High Middle Ages in Italy, and then elsewhere. The Moors produced numerous second-rate dabblers in Aristotelian philosophy, and not much else; never any music or figurative art, of course, as they were both forbidden by the Koran. Some will say that the architectural heritage the Moors left behind in Spain is noteworthy, but the pre-Romanesque miniature churches that the early kings of the Asturias managed to build around Oviedo as the first statements of undying Christianity are touching, while so many of the squares and public spaces, religious and university buildings, palaces and palatial houses that Spain created down the centuries as the Re-conquest moved from north to south are utterly stunning. What La gran aventura del reino de Asturias explains in detail is how the Moors behaved, in fact, as all invading barbarians do, by sacking, plundering, raping, murdering, and burning to the ground everything in their path.

 

The Spear of Destiny, by Trevor Ravenscroft.

First published in 1973, The Spear of Destiny refers to the spear of the Roman centurion Longinus that pierced the side of Christ on the cross. Young and penniless Hitler could admire such a spear in the Hapsburg Treasure House at the Hofburg Palace, in Vienna, Austria (there are other such lances, on display in Rome, Echmiadzin, Antioch, and who knows which is the authentic one, if any? Such a quibble did not seem to concern young Hitler). The Spear of Destiny is the first very extensive study of the occult origins of Nazism. The modus operandi in producing the book would seem spurious: Ravenscroft, a follower of Rudolf Steiner, claimed that he conducted his research through mystical meditation and by resorting to the writings of the Austrian anthroposophist Walter Stein, whose widow had entrusted them to Ravenscroft. The original claim by the writer to have met with Stein was later changed: he had had contacts with Stein’s spirit through a medium. But, dear reader, like me do suspend disbelief: what I think matters most is the picture that emerges from the book, one in which the advent of Nazism seems inevitable: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Haushofer and other prominent thinkers all deeply influenced the German Weltanschauung. The advent and rise of Hitler, put in historical context, seems, at least in hindsight, foreseeable. In addition to that, there is the whole occult aspect of the macro-phenomenon, dissected in great detail, that is equally disturbing. Considering that the other great calamity, Communism, was not invented by Marx and Engels out of the blue, but had its foundations in the work of Hegel and, before him, in that of Kant, and that is, it was rooted in the most canonical German philosophical tradition, one comes to the conclusion that German culture as a whole, be it from the extreme Right and/or from the extreme Left, has given the world its two most toxic and deadly ideologies.

 

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, by Adrian Recinos.

Bought years ago in Guatemala City, this book, published in 1952, slumbered on a shelf until I recently read Graham Hancock’s riveting trilogy War God about the Spanish conquest of Aztec Mexico. While Hernán Cortés comes off as a reincarnation of Ulysses, his right arm Pedro de Alvarado was the most badass among the major conquistadores: handsome, flamboyant, but fearsome, with blond hair down to his waist and an arsenal of blades and pistols always on him, he was as ruthless as he was unstoppable. After participating in the conquest of Cuba and of Mexico, he ventured into what today is Central America, conquered most of that region, too, and founded Guatemala, of which he became governor. Restored to my attention from oblivion, I found Recinos’s biography of de Alvarado enlightening. Recinos was a politician, historian, essayist, diplomat, scholar and translator of pre-Columbian works. He was a great student of the national history of Guatemala, not only of the Maya civilization, but also of the K’iche’ and Kaqchikel people. His was the first edition in Castilian of the Popol Vuh, based on his own translation. Although he was a criollo, and that is, of pure Spanish descent, he had a great affinity for the indigenous people of Central America. His biography, therefore, does not read like a hagiography. One can tell that he is torn: Pedro de Alvarado is the founder of Guatemala, but...

 

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl.

This recent book was brought to my attention by the essay Modern Architecture’s Disastrous Legacy, penned by Stevens Curl himself, and published in the January issue of NER. His 551-page tome should stand proudly beside De architectura (On architecture, or Ten Books on Architecture) by the ancient Roman architect and military engineer Marcus Vitruvius Pollio, dedicated to his patron the emperor Caesar Augustus, and I quattro libri dell’architettura (The Four Books of Architecture) by Andrea Palladio (1508–1580). Stevens Curl’s Making Dystopia adeptly answers the question, What the hell happened since? When one travels to Estonia, among other countries, guides are quick to point out various architectural monstrosities and blame them on the Soviets. Fair enough, but in, say, New Jersey, where were the Soviets? Despite their absence, there are plenty of brutalist horrors there, too. Some reviewers of Stevens Curl’s book have produced fiery hatchet jobs: coming from the mainstream, from (indoctrinated) representatives of the élites who have festooned the world with such aberrant architecture, these confirm how great and valuable, not to mention profoundly informed, this book is.

 

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, by Eric de Bisschop.

I found this book, published in 1959, a few years ago in the delightful Scarthin Books, in Cromford, Derbyshire, in England. Excerpting from its flap: “When Heyerdahl and his companions made the famous voyage in the Kon-Tiki to support their theory that Polynesia had been discovered and colonised from South America, de Bisschop determined to refute this claim by making a raft voyage in the opposite direction. With four younger companions he built Tahiti Nui [hyphen omitted, G.M.d.S] in Papeete and at the age of sixty-five, and against the advice of all the experts, set forth on the hazardous voyage to Chile.” A publicity stunt? Envy over the worldwide success won by the Kon-Tiki voyage? It is hard to tell by reading this book. De Bisschop was a committed and vastly experienced seafarer, thoroughly French, and a Jesuit to boot. The cocktail of French/Jesuitical hubris is an unannounced delight of sorts, especially in the early chapters, which are more theoretical, before the actual crossing. And how did that go? Not to spoil anything, I’ll just add that a second Tahiti-Nui would eventually be built...

 

And then there is the other pile of books on my overloaded nightstand. Borges had it right when he stated, “I cannot sleep unless I am surrounded by books.”

 

 

 

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Un colloquio con COUN-HA-CHEE della tribù dei Miccosukee

18 Giugno 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #il mondo intorno a noi, #poli patrizia

 

 

 

 

Un colloquio con COUN-HA-CHEE della tribù dei Miccosukee

 

di Guido Mina di Sospiro

 

Pubblicato da New English Review, tradotto dall’originale inglese da Patrizia Poli

 

Sia durante la mia infanzia sia durante l’adolescenza ho letto innumerevoli libri – alcuni storici, la maggior parte di narrativa – sulla lotta “Pellerossa contro Uomo Bianco,” tifando sempre per il perdente designato, cioè il nativo americano. Nonostante ciò, qui negli Stati Uniti non avevo mai cercato di conoscere un nativo americano. C’è voluto il caporedattore di una rivista di viaggi italiana per farmelo fare. Quando vivevo a Miami, mi chiese il favore di scrivere un articolo sui Miccosukee, di origini Creek, che vivono nelle Everglades della Florida meridionale. Andai a incontrare il loro addetto alle pubbliche relazioni che, a sua volta, m’indirizzò al loro villaggio. Là, mi presentò vari membri della tribù, incluso un uomo umile e sereno, un promulgaore degli antichi costumi, o COUN-HA-CHEE, come specificò l’addetto alle pubbliche relazioni. Si scoprì che proveniva da una famiglia di guaritori, o uomini medicina, come lui stesso li definì. 

Nell’articolo che pubblicai sulla rivista menzionai COUN-HA-CHEE ma nessuna delle cose che mi aveva rivelato; non erano quelli i lettori giusti. Ma avevo registrato la nostra conversazione, e l’ho trascritta parola per parola.

Nel corso del nostro colloquio COUN-HA-CHEE parlava molto lentamente, scandendo ogni parola, sotto voce, a volte fin quasi a sussurrare. Il lettore, leggendo le mie domande a un ritmo normale, dovrebbe fare lo sforzo di leggere le sue risposte molto lentamente. Chiaramente, parlò come portavoce, con una voce non esclusivamente sua. È COUN-HA-CHEE stesso a usare la parola “indiano” al posto del politicamnte corretto “nativo americano”. Segue il colloquio, trascritto parola per parola (le mie domande sono in corsivo).

 

••••••••••••••••••••••

 

Gli indiani Miccosukee, e forse tutti gli indiani d’America, hanno sempre avuto storie sui bianchi. Ci è stato detto che quando sarebbero arrivati i bianchi, sarebbe stato il segnale dell’inizio della fine della Terra. E da parte nostra ci fu detto di riconoscere queste persone. Abbiamo, nel nostro vocabolario, una parola antica; e nel nostro vocabolario abbiamo due nomi che sono entrambi antichi e si riferiscono ai bianchi. La prima parola è AH-NAHT-KEE. AH-NAHT-KEE nella lingua Miccosukee si riferisce ai “non umani” – una forma di vita che somiglia all’umana ma non è umana. La seconda parola è YAHT-TAT-KEE. YAHT-TAT-KEE è un essere umano bianco.

 

Quindi la maggior parte dei bianchi è AH-NAHT-KEE?

 

Quando vediamo che la distruzione viene giustificata, ci riferiamo a essa come AH-NAHT-KEE. Ci riferiamo alla giustificazione della distruzione della natura come alla via dell’AH-NAHT-KEE. 
Vediamo persone che hanno uno stile di vita simile al vostro. Vediamo gente che ci avvicina, ci parla e fa domande sulla Antica Maniera; ci riferiamo a loro come YAHT-TAT-KEE. YAHT-TAT-KEE è un essere umano bianco. Sentiamo che l’Antica Maniera degli indiani è stata insegnata ai bambini di tutto il mondo, e per qualche motivo la maggior parte della gente nel mondo l’ha dimenticata. L’ha messa da parte per il bene del progresso. Forse è stato per raccogliere più cibo, forse i loro pensieri erano incentrati sul cibo, ma per qualche ragione hanno messo da parte gli insegnamenti. E quando hanno raggiunto la cima di ciò che stavano cercando, hanno dimenticato di portare con sé gli insegnamenti. Ma noi sentiamo che tutta la gente del mondo ha gli stessi insegnamenti degli indiani d’America; solo, non hanno deciso di seguirli.

 

Accecati dall’avidità?

 

Ci è stato mostrato il denaro. Il denaro non è mai esistito su questa Terra. Ci è stato fatto conoscere quando vennero gli spagnoli. Abbiamo combattuto contro gli spagnoli perché uccidevano la nostra gente. E non hanno potuto sconfiggere noi e la nostra Terra, così hanno fatto pace con noi. E ci hanno dato denaro, fucili, cavalli, mucche, e hanno contrattato per avere i prodotti naturali di questa Terra. Per avere zucchine, fagioli, zucche, pomodori, patate, patate dolci, grano – tutti i prodotti naturali di questa Terra. Era cibo mai visto dagli spagnoli. Ma serviva per sopravvivere qui. Non lo riconoscevano come cibo, glielo abbiamo fatto conoscere noi. Così ci hanno dato del denaro; non sapevamo cosa farcene; allora con le monete facemmo dei gioielli. Non era importante, e la nostra gente ancora ha questa mentalità, che il denaro è una cosa molto brutta. Ma oggi non solo gli indiani lo considerano una cosa brutta, sentiamo anche i bianchi definirlo “la radice di tutti i mali”. Così pensiamo che capiscano anche loro.

Ci viene detto che, se prendete l’esistenza di una persona e seguite il suo modo di fare e alla sua morte lo rendete un simbolo o ne fate qualcosa di cui il mondo non può fare a meno, allora state facendo una cosa molto brutta, state creando una malattia. Quando gli esseri umani muoiono non dovreste usare i loro spiriti al posto di Dio. Così la maggior parte del tempo che vedete gli indiani Miccosukee vedrete che portano con loro pochissimo denaro o non ne portano affatto. E gli indiani Miccosukee vi diranno che la ragione di ciò è che gli americani alla morte della loro gente hanno preso le loro facce e le hanno messe su questo pezzo di carta; e il pezzo di carta ha preso il posto della religione e del modo di vivere. Un pezzo di carta con una figura per la quale sarebbero pronti a ucciderti, e per il quale sarebbero tutti pronti a morire.

Così vedrete che gli Indiani Miccosukee portano poco denaro o non lo portano affatto, perché noi pensiamo che sia come portare lo spettro di una persona e un idolo.

 

E dove va lo spirito quando un uomo muore?

 

Ci hanno chiesto molte volte verso dove crede l’indiano d’America che lo spirito degli esseri umani viaggi. Quando diciamo che crediamo che ci sia un posto come il paradiso, di cui loro stessi parlano, ci chiedono “dove pensate che sia?” Noi diciamo che il paradiso non è oltre l’azzurro, quando guardi in alto. Il paradiso è lontano solo quanto l’aria che respiri; che l’aria che rende possibile la vita è la sola cosa che nasconde il paradiso dagli occhi degli esseri umani; che l’aria che respiriamo, se sarà  aperta, ti mostrerà il paradiso. Il paradiso si nasconde da noi. Ci viene detto che un giorno la sostanza dell’aria, quelle particelle che formano l’aria, si apriranno, si divideranno. E quando si apriranno, vedrai il paradiso, e potrai passare di là.

Così, per questo motivo, gli indiani d’America sono sempre molto attenti a quel che dicono e a quel che fanno. L’Antica Maniera che ha insegnato loro a considerare sacra la vita è perché si rendono conto che Dio non è lontano un miliardo di anni luce, ma è proprio qui, e solo l’aria lo nasconde. Così, se puoi toccare l’aria, stai toccando la sostanza stessa che nasconde Dio.

 

Esiste un qualche mezzo per raggiungere questo aldilà senza lasciare il vostro corpo, senza morire?

 

Ci viene detto che c’è il viaggio, ma questo dono viene condiviso solo con coloro che hanno già attraversato. Se muori, e passi attraverso l’aria che nasconde il paradiso, scoprirai che l’aria stessa è un’oscurità; dovrai passare attraverso questa oscurità. Ma passando attraverso questa oscurità verso l’altra parte, se decidi, quando sei con Dio, che vuoi tornare dai tuoi parenti… è possibile. È un dono. Così puoi riattraversare e far visita ai tuoi. Ma la nostra gente, gli indiani americani pensano che questo dono non è riconosciuto solo dagli indiani americani, ma da tutta la gente del mondo. Solo che non lo vedono come un dono; lo vedono come qualcosa di innaturale. Si parla tanto di fantasmi, “ci deve essere un fantasma in casa”, o, “è un fantasma a fare questo rumore”, ma lo si vede come qualcosa di innaturale. Noi non lo vediamo come qualcosa di innaturale – lo vediamo come un dono.  

 

E, per quanto ne sapete, può accadere qualcosa del genere mentre la persona è ancora viva? Essere in grado di raggiungere questo aldilà? Attraversare queste particelle d’aria e poi tornare indietro? Qualcosa come uno stato alterato? Allucinogeni, droghe speciali preparate dall’uomo medicina?

 

Non ci viene insegnato molto di come si può vedere l’altra dimensione, ma ci viene detto che si possono vedere coloro che ci hanno lasciato. E c’è un modo per vedere. Ma per vedere dovrai usare un animale. Ma è una cosa brutta prendere un’esistenza solo per soddisfare la tua curiosità su com’è dall’altra parte. Ma ci viene insegnato come farlo, e abbiamo bisogno di un animale per farlo, e non sacrifichiamo l’animale – l’animale deve essere vivo. E prenderemo qualcosa dall’animale mentre è ancora vivo e lo useremo, e questo rende possibile vedere.

 

È una cosa solo per sciamani o per chiunque?

 

 Chiunque. Chiunque può farlo.

 

Non avete bisogno di un addestramento speciale o di una certa condizione mentale?

 

Noi pensiamo che sia qualcosa che nessuno proverà a fare.

 

Lei lo ha fatto?

 

Non lo farei.

 

Come fate a sapere che c’è?

 

La cultura viene insegnata alla nostra gente attraverso l’esperienza personale. Da parte mia, non ne avevo bisogno.

Durante un incidente che ho avuto in passato sono riuscito ad “attraversare”. Mi ritrovai impossibilitato a parlare per via di un incidente, impossibilitato ad alzarmi da terra. E vidi della gente attorniarmi e cercare di sollevarmi e all’inizio li sentivo parlare, “Stai bene? Ti puoi alzare?”. Ma poi non riuscivo più a sentire le loro voci, potevo solo vedere i movimenti delle loro labbra. Ricaddi sul terreno, rimasi disteso mentre le persone stavano intorno a me. Guardai verso una piccola luce che lampeggiava sullo sfondo, e questo puntino luminoso lampeggiava, e tenni i miei occhi fissi su di esso e sembrò crescere. Mentre lo osservavo, crebbe sempre di più e molto presto questo puntino crebbe fino ad essere grande come il sole. E io pensavo, “Ci sono due soli!”. E quest’altra luce, questo sole, divenne così grande che non potevo vederne la fine. Dalla luce che copriva il cielo azzurro guardai a sinistra e non potevo vedere la fine di quella luce; guardai a destra, non potevo vedere la fine di quella luce. E mentre guardavo direttamente dentro la luce, sembrava che questa luce gigantesca stesse per schiantarsi sulla terra e distruggere tutto ciò che vive. Il pensiero che mi venne mentre guardavo questa cosa fu l’impatto con la terra. Chiusi gli occhi e mentre lo facevo sentii che la luce scorreva prepotentemente nel mio corpo. Al momento in cui percorse il mio corpo, spinse i miei capelli sul terreno, e sentii che i miei capelli ondeggiavano con forza nell’aria. Mescolò i miei capelli alla terra.

A quel punto provai una sensazione di calma e aprii gli occhi. Mi ritrovai a galleggiare sopra il mio corpo mentre una folla vi era radunata attorno. Lo guardai e pensai fra me e me, “Ci sono due persone come me – sono quassù in aria e c’è un altro me sul terreno…”. A quel punto, il mio corpo girò su se stesso e mi diressi verso dove il sole tramonta. Mentre il mio corpo viaggiava attraverso l’oscurità, questa oscurità finalmente si trasformò in luce.

Quando arrivai dentro la luce, trovai un luogo dove la terra era liscia ma non piatta, e coperta dalla luce che abbiamo anche noi qui, ma più bella. E dovunque guardassi vedevo gente – che sorrideva e camminava. Così quella gente mi  guardava e mi indicava, e io pensavo, “Devo trovarmi giù dove sono quelle persone, là è dove appartengo. E avevo l’impressione che non sarei mai stato con loro, che sarei rimasto in aria per sempre. Quelli giù continuavano a indicarmi e a guardarmi, - e all’improvviso mi sentii prendere per i piedi e trascinare indietro. 

Tornai indietro nell’oscurità e aprii gli occhi una seconda volta. Ero in una infermeria, coperto di ghiaccio, e un infermiere mi disse: “È tornato! Pensavamo di averla persa!” Quel giorno mi resi conto che in questa vita c’è più che il semplice camminare su questa Terra, che c’è uno scopo se siamo qui. Non dimenticherò mai quelle immagini, e quando ne parlano, ricordo ogni secondo. C’è un modo per passare di là. E gli indiani Miccosukee possono vedere, ma non attraversare, ma possiamo vedere.

 

(Seguì una lunga pausa. Queste ultime parole furono sussurrate, ognuna molto distanziata dalla precedente e da quella seguente.) 

 

Ha altre domande…? (A quel punto la mia mente non stava formulando altre domande…, né lo faceva la mia bocca.)

 

Stavo riflettendo, ritornando ad un livello più mondano, sul bel racconto che mi ha fatto, prima che iniziassi a registrare, sul ragazzo che va a caccia – una, due, tre, quattro volte, e finalmente ha il permesso di condividere il cibo, perché a quel punto ha imparato che sta cacciando per il clan, per la famiglia, non per se stesso. Così il fatto che anche lui possa mangiare la sua preda giunge come una sorpresa. Questo è il primo 4. Poi c’è l’altro 4 – i quattro elementi che ha menzionato, i quattro ceppi nel fuoco, a partire dalla Madre Terra, orientati verso il sorgere del sole, e poi, in senso antiorario, le Piante, gli Animali e finalmente noi, gli esseri umani. E poi ci sono i quattro colori, che sono i quattro colori della razza umana, non mescolati, cioè…

 

Anche i quattro colori sacri sono connessi con le quattro direzioni – est, nord, ovest e sud. Questi quattro colori giocano un ruolo importante nelle cerimonie di guarigione. Noi pensiamo che questi quattro colori sono quelli che abbiamo sempre usato durante tutta l’esistenza del nostro popolo. Oggi ci rendiamo conto che ciò che ci è sempre stato insegnato erano i colori più sacri – perché devono essere usati per guarire – e sono i colori degli esseri umani. 

 

Si deve essere chiesto perché il quattro è un numero magico?

 

Vedete che i numeri più usati dagli indiani Miccosukee sono il due e il quattro. Quando andiamo a caccia di cibo, usciamo sempre in due; quando diamo vita ad una danza per una cerimonia religiosa, ci sono due danze; quando facciamo le cerimonie di guarigione, usiamo quattro elementi. In ogni rituale di guarigione bisogna seguire uno specifico periodo di digiuno e viene fuori il quattro.

Noi abbiamo sempre avuto uno stile di vita molto semplice, e a noi non sembra misterioso. Questo modo di vita, ci viene detto, deve essere seguito; e se non lo segui, ci viene detto che  che il viaggio verso l’altra dimensione sarà pieno di punizioni.

Noi sentiamo dire dalla gente di fuori che c’è un paradiso e che c’è un inferno. E ci dicono che la religione che è venuta su questa Terra dall’altra parte dell’oceano parlava di diecimila anni. Noi non capiamo questo insegnamento. Ma se è un insegnamento dove gli esseri umani credono in Dio, allora lo accettiamo.

Noi crediamo che l’insegnamento sia un dono, che debba essere trattato come un dono – bisogna averne cura e apprezzarlo come un dono. Così, per gli indiani Miccosukee, la religione della nostra gente è rimasta intatta; è curata; è protetta.

Noi sappiamo che ci sono modi in cui l’uomo esiste senza andare mai contro natura. Capiamo che c’è un delicato equilibrio. Questo equilibrio delicato è delicato solo per l’uomo. E capiamo che, se sovvertiamo il delicato equilibrio, facciamo del male a noi stessi e non alla vita. E perciò ci viene insegnato a trattare la nostra vita con grande rispetto. Quando prendi la vita di un animale, lo tratti con grande rispetto. Onori il dono della vita che ti è stato elargito. E ci viene detto che l’animale si dona a te. E quando gli indiani Miccosukee vanno a caccia, essi cantano una canzone. La notte prima della caccia parlano di quale animale cercare. E quando vanno in cerca di quell’animale, se incontrano un altro animale, non lo uccidono, perché la notte prima non hanno parlato di quell’animale. Se quell’animale decide di donarsi agli Indiani Miccosukee, apparirà. Ti guarderà. E si preparerà a morire. Se l’animale non si dona a te, allora sulla via di casa un altro animale vede  il tuo percorso e riconosce che sei in cerca di cibo, e si dona a te.

La nostra gente ha un modo di preparare l’animale. Non tutti gli animali possono essere mangiati da un uomo o da una donna. La donna non può mangiare certe parti di un animale. Solo gli uomini Miccosukee. Certe parti dell’animale non possono essere mangiate né dall’uomo né dalla donna. Ci viene insegnato a donarle come offerta a Dio.

La nostra gente segue ancora questa Antica Maniera.

Lei è venuto in un luogo dove la gente ancora nasconde molte cose al mondo esterno. Il mondo esterno non è pronto a sapere molte delle cose che noi conosciamo. Noi possiamo offrire loro queste cose come doni, ma loro li distruggeranno. Così gli Indiani d’America possiedono molte cose che possono aiutare l’umanità. Ma l’umanità non è ancora pronta.

503 anni fa giunsero i  vostri antenati. Ci spararono, ma non si ricordarono di noi. E oggi si comportano ancora in quel modo. Quando dimostreranno di essere umani, gli Indiani d’America doneranno loro tutti i segreti. Non oggi.

La nostra gente conosce storie che si avverano. Ci sediamo e vediamo avverarsi le profezie, e ci chiediamo che cosa possiamo dire al mondo da poterlo risvegliare. E ci ritroviamo seduti a veder passare le profezie senza dire niente al mondo. Vediamo che le profezie sono state messe in moto e dipende da noi quando verrà la fine. Conosciamo l’inizio e conosciamo la fine. E sappiamo che dipende dall’uomo.

 

Il calendario Maia finisce nell’anno 2012; sembrerebbe la fine del mondo. Qualcuno può passare all’altra dimensione, ma molti se ne andrebbero. Cronologicamente, mi dica: pensa che sia attorno a quella data?

 

Ci è stato detto che alla fine le persone che sono venute su questa Terra costruiranno sentieri che segneranno questa terra nella forma di una ragnatela, e che tutti questi sentieri che saranno costruiti verranno usati come vie di fuga, in preparazione per quella che loro sanno essere la fine. Dicono che quando fanno questi sentieri sulla terra, fanno un segno su ogni sentiero per mostrare che sono pronti alla guerra, che sono pronti per la fine. E questo sentiero sarà segnato come una via per fuggire. Nel 1994 gli Indiani d’America, i Miccosukee, viaggiano su questa terra e noi vediamo ogni sentiero pavimentato segnato con un segno blu che dice “Sentiero di Evacuazione”. Ci viene detto che la fine è vicina.

Il segno che dovrete cercare oltre a questo è che la terra comincerà a riscaldarsi. Mentre la terra comincia riscaldarsi, appariranno forme di vita che non avete mai visto. Quella vita rinascerà. La vita come Dio l’ha creata all’inizio. Torneremo indietro e completeremo il cerchio. 

Quando sediamo ad ascoltare queste storie, ci chiediamo se il tempo non sia già arrivato. Vediamo le strade degli Americani segnalare “vie di evacuazione”. Sentiamo il mondo parlare di inquinamento che ha assottigliato lo strato di protezione dalle radiazioni solari – il calore intenso; sentiamo dire di aver aperto un buco che permette a un calore letale di penetrare. Ci dicono che la terra diventerà come una casa verde. Sentiamo dire dalla comunità scientifica che stanno creando della vita mai vista prima, eppure la stanno creando. Sentiamo dagli scienziati che sono capaci, con la tecnologia di oggi, di riportare in vita i dinosauri. E stiamo seduti qui e rammentiamo che la vita finirà nel modo in cui Dio la creò.

Quando la vita fu creata, la Terra parlava; gli alberi parlavano; gli animali parlavano. E oggi ci viene detto che in giro per il mondo c’è gente che trova il modo di parlare con gli animali e di farsi rispondere dagli animali. E qualsiasi giorno della settimana possiamo accendere la televisione e vedere un’animazione della terra che parla; e alberi parlanti  e animali parlanti. 

Ma l’ultimo segno non lo abbiamo ancora visto. C’è un ulteriore segno che giungerà e quello sarà l’ultimo. Di questo parliamo raramente. Pensiamo che sia meglio che il mondo non sappia.

 

Rispetto questa scelta

 

Partecipiamo a cerimonie religiose, e queste cerimonie sono molto speciali per il mio popolo. Nelle cerimonie religiose abbiamo sacchetti di medicine. E queste medicine ci predicono il futuro. In questi sacchetti trasportiamo spiriti che viaggiano da un posto all’altro e ritornano al sacchetto. Ed è attraverso il loro viaggio che ci viene detto cosa accadrà nell’anno. Sempre più ci accorgiamo che essi non ritornano. E questo ci dice che c’è uno squilibrio – sono sempre ritornati. Se doveste prendere un pezzo della medicina degli indiani Miccosukee e portarlo in una stanza e metterlo su un tavolo e chiudere a chiave la stanza senza finestre,  e ritornaste un altro giorno ad aprire la stanza, scoprireste che l’idolo del sacchetto di medicine è scomparso, ma se aprite il sacchetto sarà di nuovo lì. A volte non ritornano e qualche volta ci fanno preoccupare. 

Noi Indiani Micosukee siamo gente molto religiosa, crediamo che la Terra parli; crediamo che gli alberi parlino; e crediamo che gli animali parlino. E crediamo che noi siamo tutto ciò che rimane dell’esistente, quelli che hanno meno da offrire – e non abbiamo insegnamenti. E crediamo davvero che, se non seguiamo l’Antica Maniera, rendiamo più vicina la fine della Terra.

 

Vedrete che per gli indiani Miccosukee il cambiamento di cui lei ha appena parlato (fuori registrazione avevo parlato di una crescente coscienza ambientalista) non è una rinascita, ma è il tremore di una persona morente. Bisogna fare qualcosa per guarire quella persona. Sentiamo che, come esseri umani, siamo stati chiamati a essere guerrieri. L’Indiano d’America è un guerriero. E i guerrieri sono sempre esistiti, fin dalla creazione del Secondo Essere Umano. Ma i guerrieri non hanno mai combattuto fra loro. La ragione per cui sono stati creati i guerrieri è continuare la lotta per tener viva la religione. I guerrieri non sono stati creati per combattere e uccidere.

Siamo guerrieri, ma lo siamo per tenere viva la parola di Dio; non siamo guerrieri per uccidere la gente. Siamo ancora qui. Gli indiani Miccosukee sono quei guerrieri che cercano di tenere viva la religione.

Il giorno in cui l’essere umano dimenticherà l’Antica Maniera sarà il giorno in cui la Terra morirà. Così tutti i giorni parliamo dell’Antica Maniera così che la Terra rimanga viva.

Nell’anno 2012 i miei figli saranno qua. E insegnerò loro che hanno la responsabilità di tenere viva la Terra. Come fratelli degli animali, degli alberi e come figli della terra, nostra Madre. Dovremo essere preparati.

 

During both my childhood and adolescence I read countless books—some historical, most fictional—on the struggle “Red Man vs. White Man,” always rooting for the designated loser, i.e., the Native American. Despite that, here in the US I never sought to meet with a Native American. It took the editor-in-chief of an Italian travel magazine to make me do just that. When I used to live in Miami, he asked me as a favor to write an article on the Miccosukee, of Creek descent, who dwell in South Florida’s Everglades. I drove out to meet with their public relations manager, who in turn directed me to their village. There, he introduced me to various members of the tribe, including a humble and serene man, a promulgator of the Old Ways, or COUN-HA-CHEE, as their public relations manager said. As it turned out, he came from a family of healers, or medicine men, as he himself called them.

 

In the article I published in the magazine I did mention COUN-HA-CHEE but none of the things he revealed to me; it was just not the right readership for them. But I did tape our exchange, and have transcribed every word of it.

 

During our colloquy, COUN-HA-CHEE spoke very slowly, each word much apart from the other, sotto voce, sometimes down to a whisper. The reader, while reading my questions at a normal pace, should make an effort and read his words extremely slowly. Clearly, he spoke as a spokesperson with a voice not exclusively his. I’ve added some endnotes. It is COUN-HA-CHEE himself who uses the word “Indian.” Now follows the colloquy, transcribed word for word (my questions in italics).

 

••••••••••••••••••••••

 

The Miccosukee Indians and maybe all of the native Americans have always had stories about the white people. We were told that when these white people arrive they would signal the beginning of the end of the Earth. And for us, we were told to recognize these people. We have, in our vocabulary, an ancient word; and in our vocabulary we have two names that are both ancient and they refer to white people. The first word is AH-NAHT-KEE. AH-NAHT-KEE in the Miccosukee language refers to ‘not humans’—an existence that resembles human but that is not human. The second word is YAHT-TAT-KEE. YAHT-TAT-KEE is a white human being.

 

So most whites are AH-NAHT-KEE?

 

When we see destruction being condoned, we refer to it as AH-NAHT-KEE. We refer to the condoning of the killing of nature as the way of the AH-NAHT-KEE.

 

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We see people who live an everyday way of life such as yourself. We see people approach us, and they talk and they ask questions about Old Ways; we refer to them as YAHT-TAT-KEE. YAHT-TAT-KEE is a white human being. We feel that Old Ways of Native Americans were also taught to all children around the world, and for some reason most of the people around the world forgot them. They laid them aside for the sake of progress. Maybe it was to gather more food, maybe their thoughts were on their food, but for some reason they laid down the teachings. And when they got to the pinnacle of what they were after, they forgot to bring the teachings with them. But we feel that all the people around the world have the same teachings as the American Indians; only, they have not decided to pick them back up.

 

Blinded by greed?

 

For us, we were introduced to money. Money never existed here in this Land. We were introduced to it in the time that the Spaniards came. We fought with the Spaniards because they were killing our people. And they couldn’t defeat us, and our Land, so they made peace with us. And they gave us money, guns, horses, cows, and traded for the natural products of this Land. For us, squash, beans, pumpkins, tomatoes, potatoes, sweet potatoes, corn—all of the natural produce of this Land. It was food like the Spaniards never saw before. But they needed it to survive here. They did not recognize it as food, we introduced it to them. So they gave us money; we didn’t know what to do with it; so we made jewelry out of money. It was not important, and for our people we still carry on this way of thinking, that money is very bad. But today not only the Indian people see it as being bad; we even hear the white people refer to it as ‘root of all evil.’ So we assume that they also understand.

 

For us, we are told that if you take a person’s existence and you follow his ways and at death you make him into a symbol or a part of life that the world cannot live without, then you are doing a very bad thing, you are creating a sickness. When human beings die you should not use that person’s spirit in place of God. So most of the time that you see Miccosukee Indians you will find that they carry very little or no money at all. And the Miccosukee Indians will tell you that the reason for this is because the Americans at death of their people have taken their faces and put them on to this piece of paper; and the piece of paper which has taken the place of religion and way of life. A piece of paper with a picture that they will kill you for, they are all willing to die for.

 

So you will find the Miccosukee Indians carrying very little or no money at all, because we feel that it is carrying the ghost of a person, and an idol.

 

And where does the spirit go when a man dies?

 

For our people, we have been asked many times where the American Indian believes that the spirit of human beings travel to. When we tell them that we believe that there is such a place as heaven that they speak of, they will ask us, ‘Where do you believe heaven is?’ We tell them that heaven is not beyond the blue sky as you look upward. Heaven is only as far away as the air that you breathe[1]; that the air that makes life possible is the only thing that hides heaven from the eyes of human beings; that the air that we breathe, if it is to open, you will see heaven. It hides it from us. We are told that someday the existence of air, those particles that make up air will open, split apart. And when they open, you will see heaven, and you will be able to cross.

 

So for that reason the American Indians have always been very careful in what they say and what they do. The Old Ways that has taught to them to treat life as sacred is because they realize that God is not a billion light years away, but it is right here, and only the air is hiding it. So if you can touch the air, you are touching the very existence that hides God.

 

Is there any way by which you can reach this Otherness without leaving your body, without dying?

 

For our people, we are told that there is travel, but this gift they share with those who have already crossed over. If you die and you cross through the air that hides heaven you will find that the air itself is a darkness; you will have to go through this darkness. But in going through this darkness through the other side, if you choose when you are with God that you want to come back with your relations... it is possible. It’s a gift. So you can come back across and visit. But for our people, the American Indians, we find that this gift is not only recognized by American Indians, but by all people around the world. Only they don’t see it as a gift; they see it as something unnatural. They speak a lot about ghosts, ‘a ghost must be in the house, or, a ghost makes this noise,’ but they see it as something unnatural. We don’t see it as something unnatural—we see it as a gift.

 

And can anything of the sort happen, in your experience, while the person is still alive? To be able to reach this Otherness? To break through these air particles, and then come back? Something like an altered state? Hallucinogens, special drugs prepared by the medicine man?

 

For our people, not much of how you can see the other side is taught to us, but we are told that you can see those who left. And there is a way to see. But this way to see you will have to use an animal. But it is very bad to take such an existence just to benefit your own curiosity of what it looks like. But we are taught of how to do it, and we need an animal to do it, and we don’t sacrifice the animal—the animal has to be alive. And we will take something from the animal while it’s living and we will use it, and that makes it possible to see.

 

Have you done it?

 

I will not go that way.

 

Is it something only for shamans or for anybody among you?

 

Anyone. Anyone can do it.

 

Don’t you need a special training or a certain frame of mind?

 

For the Miccosukee Indians, we find that it is something that no-one will ever attempt.

 

How do you know it’s there?

 

The culture of our people is taught through personal experiences. For myself, I didn’t need it.

 

In an accident in my past I was able to cross. For me, I found myself from an accident unable to talk, unable to get up off the ground. And I saw people coming around me trying to lift me up and in the beginning I could hear them talking, ‘Are you OK? Can you stand up?’ By then I could no longer hear their voices, I could only see the movements of their mouths. As I fell back to the Earth, I lay as people stood around me. I looked up to a little small light that was flashing in the background, and this little pin light was flashing and I kept my eyes focused on it and it appeared to be growing. As I watched it, it grew and grew and pretty soon this little pin light grew to be as large as the sun. And I was thinking, ‘There are two suns!’ And this other light, this sun got so large that I couldn’t see the ends. From the light that covered the blue sky I looked to the left and I could not see the end of that light; I looked to the right, I could not see the end of that light. And as I looked directly into the light, it appeared that this gigantic light was going to crash into the earth and to destroy all that is living. The thought that I felt by looking into that was that of the impact with the Earth. I closed my eyes, and as I did I felt that light rush through my body. At the time that it rushed through my body, it pushed my hair into the ground, and I felt my hair waving through the air with force. It made my hair mingle with the Earth.

 

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At that point I felt a calmness, and I opened my eyes. I found myself floating above my body as a crowd was gathered around it. I looked down on it and I was thinking to myself, ‘There are two people like me—I am up here in the air and there’s another one of me in the ground . . .’ At that point, my body spun around and I headed the way the sun goes down. As it travelled on through the darkness, this darkness finally broke to light.

 

As I got into the light, I found a place where the Earth was smooth but not flat, and covered with the light that we see here, but more beautiful. And everywhere that I looked I saw people—smiling and walking around. So those people looked up at me and they were pointing to me, and I was thinking to myself, ‘I need to be down there where those people are, that is where I belong...’ And I got the feeling that I was never going to be with them, that I was going to just hang in the air forever. Those on the ground kept pointing at me, looking at me—and all of a sudden I felt myself being pulled backwards, feet first.

 

I went back through the darkness and I opened my eyes a second time: I was in an infirmary, covered with ice, and an attendant said: ‘You came back! We thought we lost you!’[2]

 

I that point I realized that there is more to this life than just walking this Earth, that there is a purpose for us here. These images I’ll never forget, and when they speak of it, I remember every second. There is a way to cross over. And the Miccosukee Indians can see it, but not cross, but we can see it. (A long pause followed. These last words have been whispered, each one very spaced  apart from the preceding and following one.)

 

Do you have any other questions? (By then my mind was not asking any other questions, nor was my mouth.)

 

I was wondering, going back to a more mundane level, about the beautiful tale that you told me, before I started taping, about the boy going out to hunt—one, two, three times, four times, and finally he is allowed to partake of the food, because by then he’s learned that he is hunting for the clan, for the family, not for himself. So the fact that he too can eat of his own prey comes as a surprise. That’s one 4. Then there is the other 4—the four elements you mentioned, the four logs in the fire, starting with Mother Earth, oriented towards sunup, and then, counter clockwise, the Plants, the Animals and finally us, human beings. And then there are the four colours, which are the four colours of the human races, unmixed, that is . . .

 

The four sacred colours are also connected with the four directions—East, North, West and South. These four colours play an importance at healing ceremonies. For our people, we find that these four colours that we have always been using throughout the history of our people’s existence. Today we realize that what we have always been told were the most sacred of colours—because they are to be used for healing—are the colours of the human beings.

 

You must have wondered why it is that 4 is a magical number?” [3]

 

For us you find that the numbers which are most often used among the Miccosukee Indians are Two and Four. When we go hunting for food, we always go out in two; when you go into a dance for a religious ceremony, there are two dances; when you have the ceremonies for healing, you will find four elements being used. For our people you will find that any healing rituals the time given is to follow a specific fasting period—it comes in four.

 

For us it has always been such a simple way of life, and to us it never seems mysterious. This way of life, we are told, must be followed; and if you do not follow it, we are told that your journey to the other side will be filled with punishment.

 

For us, we hear of outside people saying that there is a heaven and that there is a hell. And they tell you that the religion that came to this Land from across the ocean spoke of ten thousand years. We do not understand that teaching. But if it is a teaching where human beings believe in God, then we accept that teaching.

 

For our people, we believe that the teaching is a gift, that it must be treated as a gift—you must take care of it and cherish it as a gift. So for Miccosukee Indians, the religion of our people has kept intact; it’s cherished; it’s protected.

 

For our people, we know that there are ways in which man first exist and never go against. We understand that there is a delicate balance. That delicate balance is delicate only for man. And we understand that if we upset that delicate balance, we hurt ourselves and not hurt other life. And so we are taught that we must treat our life with great respect. When you take an animal’s life, you treat it with great respect. You honor the gift of life that was shared with you. And we are told that the animal gives itself to you. And the Miccosukee Indians when they go hunting they sing a song. They will speak the night before they go hunting of what animal they are going to look for. And when they go looking for that animal, if they come across another animal, they do not kill it, because the night before, that is not what they spoke of. They will continue on their journey in search of that animal that they spoke of. If that animal chooses to give itself to the Miccosukee Indians, it will appear. It will look at you. And it will prepare for its death. If the animal does not give itself to you, then on the way home another animal sees your flight and recognizes that you are here searching for food, and it does give itself to you.

 

For our people, we have way in which we prepare the animal. Not all of the animal is allowed to be eaten by man, or a woman. Certain parts of the animal woman cannot eat. Only a Miccosukee man. Certain parts of the animal, man or woman, is not allowed to eat. We are taught to give it as an offer of thanks to God.

 

For us, we still follow these Old Ways.

 

You have come to a place where we still hide many things from the outside world. The outside world we feel is not ready to know about many things that we have. We can offer them as gifts to them, but they will offer these gifts for destruction. So the American Indians as a whole have in their possessions many things that will aid mankind. But this day, mankind is not ready for them. [4]

 

503 ago your ancestors came. They shot us, but they will not remember us. And today they still follow that way. The day that they show us that they are human beings, the American Indians will give all our secrets. Not today.

 

For our people, we are told stories that we see coming true, and we sit and watch prophecies as they unfold, and we wonder what can we say to the world that can awaken them. And we find ourselves sitting and watching prophecies come to pass without saying anything at all to the world. We find that prophecies have already been set and timetables to be up to us when the end should come. We know the beginning, we know the end. And we know that it is up to man.

 

The Mayan Calendar ends in year 2012; that would appear to be the end of this world. Some might be able to cross over into the other dimension, but most of us would be gone. Chronologically, you tell me: Do you think it is around that time?

 

We were told that in the end the people who have come to this Land will construct paths that mark this Land to resemble a spider web, and that all of these paths that they construct will be only used as for escapement, or that they only do it in preparation for what they know is the end. They say that when they make these paths on this Land, they will make a mark on each path to show you that they are ready for war, that they are ready for the end. And this path will be marked as a way to escape that. In 1994 the American Indians, the Miccosukee, travel this Land and we see just about every paved path that the Americans build marked with a blue sign that says ‘Evacuation Path’. We are told that the end would be near.

 

The sign you will look for beside that is that the Earth will start to heat up. As the Earth starts to heat up, life that you have never seen will start to appear. That life will have a rebirth. And life the way that God created it in the beginning. We will come back full circle.

 

For us, when we sit and listen to these stories, we wonder if the time isn’t here. We see the roads of the American say ‘Evacuation Routes.’ We hear the world speaking of pollution that they have caused to have built over a thin layer of protection from the sun’s radiation—the intense heat; they say that they have broken a hole through it which is allowing deadly heat to come in. They are saying to us that the Earth will become like a green house. We are hearing from the scientific community life that they are creating that never existed before, but they are creating it. We are hearing from the scientists they feel that they are able, with their technology of today, to bring back dinosaurs. And we sit here and we are reminded that life will end in the way that God created it.

 

When he first created life, Earth spoke; trees spoke; animals spoke. And today we are told that around the world people are finding ways to talk with animals and have animals talk back with them. And any day of the week we can turn on a television set and through animation we can see Earth talking; we can see trees talking; and we can see animals talking.

 

But the last sign, we haven’t seen yet. There is one more sign that will come and that will be the last. That one we rarely speak of. We feel that it is better that world does not hear.

 

I respect that.

 

We go to religious ceremonies, and the religious ceremony is very special to my people. In the religious ceremonies, we have medicine bundles. And these medicine bundles tell us of the future. In these medicine bundles we carry spirits that travel from place to place and return back to the bundle. And it is through their travel that we are told what is coming in the year. For our people, more and more we find that the bundles, when traveling, sometimes do not return. And for us that tells us that there is an imbalance—they have always returned. If you were to take a piece of the medicine bundle of the Miccosukee Indians and take it into a room and place it on a table and lock the door with no windows to the room, and you returned another day and opened that room, you would find the idol from the medicine bundle to have vanished, but if you open up the medicine bundle it will be there again. Sometimes they do not return and sometimes that makes us worry.

 

For the Miccosukee Indians, we are very religious people, we believe that the Earth talks; we believe that the trees talk; and we believe that the animals talk. And we believe that we are all that’s left to exist, the ones that have the least to offer—and we have no teaching. And for us we really believe that if we don’t follow the Old Ways, we bring the timetable closer for the end of the Earth.

 

For the Miccosukee Indians you will find that the change you just spoke of (off tape, I had touched upon a burgeoning global environmental awareness) is not a rebirth, but is the shaking of a sick person. Something needs to be done to heal that person. We feel that as a human being we have been called upon as warriors. The American Indian is a warrior. And the warriors have always existed, since the creation of the Second Human Being. But warriors never fought among each other. The reason warriors were created was to continue a fight to keep religion alive. Warriors were not created to fight and kill.

 

We are warriors, but we are warriors to keep the words of God; we are not warriors to kill people. We are still here. The Miccosukee Indians are those warriors that are trying to keep religion alive.

 

The day that the human being forgets the Old Ways is the day that Earth will die. So every day we speak after the Old Ways so that the Earth will stay alive.

 

In the year 2012 my children will be here. And I will teach them that it is their responsibility to keep the Earth alive. As brothers to the animals, the trees—and the Earth is our Mother. We’ll have to be prepared.[5]

 

 

 

 

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Bei ricordi della “tolleranza repressiva”, come la chiamava Marcuse

31 Marzo 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #storia

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro – pubblicato nell’originale inglese da New English Review, tradotto in italiano da Patrizia Poli.

 

Il contesto: l’Italia durante gli anni di piombo nei secondi anni settanta.  

 

La situazione: dopo la seconda guerra mondiale, si era creata una tregua camuffata da pace; l’Italia era riuscita a rimanere nell’Occidente, ed era divenuta un membro della NATO. La sinistra italiana non poteva accettare questa realtà, né poteva farlo il blocco sovietico. Ma il boom economico degli anni cinquanta e sessanta aveva distrutto qualsiasi speranza realistica di una rivoluzione marxista. Con l’economia che peggiorava nei tardi anni sessanta, e poi con la crisi del petrolio, la sinistra, i sindacati di sinistra, e la sinistra extraparlamentare cercarono tutte di trarre vantaggio dalla situazione. A suon di picchetti, scioperi, dimostrazioni sempre più frequenti e tumultuose, edifici occupati, e di tutti i mezzi a loro disposizione, un certo numero d’italiani, ingenui ma duri, si persuasero che il destino dell’Italia fosse nelle loro mani piuttosto che in quelle delle due superpotenze e dei loro alleati. Perciò, fecero tutto quanto poterono per realizzare una rivoluzione marxista. I simpatizzanti dell’estrema sinistra – i radicali, quelli che tiravano bombe Molotov e facevano fuoco durante le dimostrazioni – e i terroristi in piena regola, decisero di prendere una scorciatoia, e si dettero alla lotta armata, trasformando le principali città della nazione in zona di guerra.

 

Tali convulsioni riaccesero la miccia, e cominciò così la “strategia della tensione” - con bombe presumibilmente esplose da agenti italiani (ma non necessariamente), i quali seguivano l’agenda delle organizzazioni straniere o dei governi che non comparivano (“stay-away-gornments”).

 

Logistica dell’autore: giusto nel mezzo di tutto ciò, da ragazzo, nel liceo più caldo di Milano.

 

Il nuovo anno scolastico poteva cominciare trionfalmente, con uno sciopero, seguito da un’assemblea generale.

 

Il liceo scientifico Leonardo da Vinci era dotato di quella che oggi è conosciuta come la sala dei congressi della provincia di Milano, un auditorio che accoglie cinquecentoventicinque ospiti ma, allora, con sedili più striminziti, di più.  Era sottoterra, proprio sotto la scuola. Gli attivisti politici lo avevano requisito, e trasformato nell’aula magna delle loro assemblee generali.

 

Io saltavo le assemblee ogni volta che le circostanze me lo permettevano, ma era prudente non saltarle tutte, poiché eravamo osservati dalla Psicopolizia (per usare il termine coniato da Orwell in 1984), e un saltatore seriale poteva essere un qualunquista o, peggio ancora, un apolitico, passi falsi entrambi.

 

I relatori alle assemblee avevano preso a cuore la massima latina repetita iuvant. Erano i leader o rappresentanti di vari gruppi di ultra sinistra, come Movimento Studentesco, Lotta Continua, Il Manifesto, Avanguardia Operaia e altri, oltre alla Federazione Italiana Giovani Comunisti.

 

Il primo oratore esprimeva sdegno per questo o quello (di solito qualcosa di molto topico, che interpretavano come una provocazione fascista o borghese),  quindi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. Dopo un applauso non proprio fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello (lo stesso argomento del suo predecessore), poi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. Dopo un applauso ancor meno fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello, (lo stesso argomento del suo predecessore / dei suoi predecessori), poi giurava sostegno a questo e quello, e terminava con un eccitante incitamento a combattere per tutti i compagni. Siccome c’erano diversi gruppi di ultra sinistra, ogni capo rappresentante sentiva che fosse suo dovere politico parlare, così il tutto andava avanti per ore.

 

Ogni tanto, un roboante “Lenin-Stalin-Mao-Ze-tung!” si frapponeva (per darci la sveglia?); suonava sia ideologicamente appropriato sia ritmicamente accattivante.

 

Se qualcuno fuori dei ranghi esprimeva un modicum di dissenso, gli o le veniva istantaneamente urlato “boo”, e gli o le veniva tolto dalla bocca il microfono altrettanto velocemente. Se qualcuno esprimeva dissenso effettivo, un accadimento molto ma molto più raro, che da solo valeva la partecipazione all’assemblea, veniva pestato a sangue. E perciò l’armonia regnava suprema nell’aula magna durante tali maratone di libertà di parola.

 

Quando questa particolare assemblea terminò, lasciai l’aula tutto anchilosato e, come se mi stesse aspettando, m’imbattei in Fletcher (un attivista di estrema sinistra che alla fine diventò un terrorista a tutti gli effetti e che, per ragioni che non capivo, visto che di certo non lo avevo mai incoraggiato, aveva deciso che mi avrebbe fatto da mentore in questioni rivoluzionarie). Avevo cercato di stargli lontano dopo la sua lezione sulle molteplici categorie umane che dovevano essere spazzate via per poter ottenere l’ideale società marxista senza classi, ma inciampare l’uno nell’altro di quando in quando sembrava inevitabile.

 

 “Ehi, compagno!” disse.  

 

 Ancora quell’appellativo. “Ehi, come stai?” risposi.

 

 “Sto bene – ma sono preoccupato.”

 

 “Oh, no! Per cosa?” chiesi, mostrandomi interessato.

 

“Può darsi che ci siano dei neofascisti nei gabinetti,” disse indicandoli. “Vai a controllare, compagno, e fammi sapere cos’hai scoperto.”  

 

“Vacci tu,” pensai, ma invece mi sentii dire: “Consideralo fatto,” e all’interno dei gabinetti marciai stoicamente.

  

Non si muoveva una foglia, e comunque a dire il vero non ce n’erano. I gabinetti erano piuttosto grandi. Mi sarei preso tutto il tempo per ispezionarli. Non avevo paura, ero piuttosto sul riflessivo, forse come risultato della stimolante assemblea alla quale avevo partecipato.

 

Nei gabinetti c’era puzza di urina e di quell’altra secrezione umana; inoltre, altra cosa prevedibile, non c’era traccia dei fantomatici neofascisti.

 

Quando uscii, trovai Fletcher esattamente dove lo avevo lasciato. “Allora?” mi chiese, ansiosamente. 

 

“Non c’è nessuno lì dentro,” dissi. “I neo fascisti se la sono squagliata. Che peccato, compagno.”

 

Mi riservò lo stesso sguardo dell’insegnante compiaciuto dei progressi del suo allievo.

 

Mentre tornavo a casa, a piedi, poiché i mezzi pubblici erano spesso inutilizzabili per via degli scioperi, fui fermato dalla polizia. Niente d’insolito in questo; succedeva tutti i giorni, a volte anche due volte al giorno.

 

La polizia e i carabinieri come categoria erano uno strano gruppo. Molti venivano dal mezzogiorno rurale e poverissimo, dove la scelta era fra arruolarsi o morire di fame. Avevano subito un acuto shock culturale mentre, nello stesso tempo, erano già traumatizzati. Esili, bassi, spaventati, confusi, e di solo pochi anni più grandi di noi, o in alcuni casi ragazzi come noi, ci odiavano perché, a differenza di loro, ci stavamo facendo una cultura (insomma, di tanto in tanto); perché non eravamo contadini; e perché parlavamo italiano senza il loro pesante accento, del quale erano diventati acutamente consapevoli, poiché a casa parlavano esclusivamente nel dialetto del loro paese d’origine, e di cui erano ora imbarazzati. Ci percepivano come esseri privilegiati di un altro universo, il che non faceva che fomentare il conflitto di classe e il razzismo. Ad esempio, il termine usato da molti settentrionali per definire i meridionali era terroni, termine tanto offensivo quanto nigger in America; i poliziotti e i carabinieri l’avevano sentito raramente o addirittura mai quando vivevano ancora nel mezzogiorno. 

 

E c’era di più, la cosa più importante di tutte – il sospetto strisciante che dovevano provare di essere dalla parte sbagliata delle barricate: anche loro erano proletari, forse erano i veri proletari ma, durante le dimostrazioni, dovevano sopportare la furia distruttiva di una moltitudine di militanti invasati, e per poche lire.

 

Nessuna meraviglia, quindi, se la polizia e i carabinieri erano abbattuti e attoniti allo stesso tempo. Non c’era possibilità che potessero contrastare ogni reato, e ciò comportava che la criminalità comune prosperava. E, - ci credereste? – non amavano affatto la gioventù. Si basavano sull’equazione: giovane maschio abile, capelli lunghi, blue jeans = più che sospetto. La cosa arrivava fino a ciò che oggi si chiama “profiling razziale”, un serio passo falso nel decalogo della correttezza politica. A quei tempi la correttezza politica significava che ti avrebbero sparato alle gambe invece che al petto, come gentile avvertimento che t’inducesse a desistere dalle tue attività. Tali attività potevano consistere nell’esprimere il tuo dissenso come professore d’università, investigare alcuni compagni-che-sbagliavano come giudice, o ficcare il naso dove non dovevi come giornalista. Molta di questa gente veniva gambizzata (sparata nelle gambe), mentre altrettanti venivano direttamente ammazzati.


Io, e decine di migliaia di altri ragazzi della mia età, subivamo il profiling razziale giornalmente. Ecco perché la polizia fermava me e la mia criniera ondulata, talvolta puntandomi una mitraglietta, chiedeva la mia carta d’identità, e poi mi faceva aspettare per una mezz’oretta. Inoltravano via radio i miei dati al quartier generale per vedere se ero o meno su qualche loro lista nera. Nel frattempo, mi prendevano in giro nel loro accento pittoresco, e parlavano fra loro in un dialetto per me misterioso, sperando che reagissi in qualche modo. Qualunque cosa avessi detto diversa da “Sì, signore” o “No, signore” avrebbe dato loro un pretesto per arrestarmi e trascinarmi fino alla più vicina stazione di polizia per accertamenti, ovvero ulteriori investigazioni. Ben addestrato dalla Psicopolizia dell’estrema sinistra, tuttavia, riuscivo sempre a rimanere calmo. Alcuni amici e mie conoscenze non erano altrettanto composti e, portati in qualche stazione, sperimentavano la loro parte di brutalità poliziesca, sebbene non avessero fatto alcunché.

 

Perché non mi tagliavo i capelli? Perché, in quel caso, i militanti dell’estrema sinistra mi avrebbero potuto scambiare per un neo-fascista, e mostrare ancor meno civiltà della polizia. I capelli corti erano un altro passo falso del decalogo. La scelta era fra essere vessato dalla polizia o finire col cranio fracassato. Era più sicuro sembrare un attivista di sinistra.

 

***

 

 

The context: Italy during the Years of Lead in the 1970s.

 

The situation: After WWII, a truce-camouflaged-as-peace had come into being; Italy had managed to remain within the West, and had become a member of NATO. The Italian Left could not accept this reality, nor could the Soviet Bloc. But the economic boom of the 1950s and of the 60s had thwarted any realistic hope for a Marxist revolution. With the economy worsening in the late 1960s, and then with the oil crisis, the Left, Leftist trade unions, and the extra-parliamentary Left all tried to take advantage of the situation. By dint of picket lines, strikes, ever-more frequent and tumultuous demonstrations, occupied buildings, and all the means at their disposal, a number of Italians, naïve but tough, became persuaded that Italy's destiny was in their hands rather than in those of the two superpowers and their accessory allies. Accordingly, they did all they could to bring about a Marxist revolution. Ultra-Left sympathizers—the radical ones among them, those who threw Molotov cocktails and fired guns during demonstrations—and full-blown terrorists decided to take a shortcut, and engaged in armed struggle, turning the country's major cities into a warzone.

 

Such convulsions reignited the fuse, and the "strategy of tension" began—with bombs going off presumably exploded by Italian agents (but not necessarily) carrying out the agenda of foreign organizations or stay-away governments. In other words: if no revolution had been so tenaciously and so stubbornly pursued, in all likelihood the Years of Lead would not have happened. Then, with the fall of the Berlin Wall and with the falling apart of the Soviet Union, the elements of friction would have gone missing altogether, as they did.

 

Logistics of the author: right in the midst of it all as a teenager in Milan's most hazardous high school.

 

 

The new academic year could now commence triumphantly, with a strike followed by a general assembly.

 

The Leonardo da Vinci High School was graced with what is now known as the Congress Hall of the Milan Province, an auditorium that accommodates five hundred and twenty-five guests but then, with skimpier seats, more. It was underground, right beneath the school. Political activists had possessed themselves of it, and turned it into the official great hall for their general assemblies.

 

I used to skip assemblies whenever circumstances allowed me to, but it was judicious not to skip them all, as we were being watched by the thought police, and a serial-skipper may well be an anythingarian or, worse yet, an apolitical element—faux pas both.

 

Read more in New English Review:

• The Insidious Bond Between Political Correctness and Intolerance

• The Battling, Baffling Watergate Editor

• Our Irrepressible Conflict

 

Speakers at the assemblies had taken the Latin maxim repetita iuvant (repeating does good) to heart. They were the leaders or representatives of various ultra-left groups, such as Students’ Movement, Continuous Struggle, The Manifest, Working Class Avant-Garde and others, as well as the Federation of Italian Communist Youth.

 

The first speaker would express outrage at this and that (usually something very topical, possibly what they interpreted as a fascist or bourgeois provocation), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. After not-so-thunderous applause, the next speaker would express outrage at this and that (the same topic as his predecessor), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. After even-less-thunderous applause, the next speaker would express outrage at this and that (the same topic as his predecessor[s]), then pledge support to so-and-so, and end with a rousing incitement to all comrades to fight on. As there was quite a number of ultra-left groups, each chief representative felt that it was his political duty to speak, so this went on for hours.

 

From time to time, a loud “Lenin-Stalin-Mao-Ze-dong!” would be interposed (as a wake-up call?); it sounded both ideologically appropriate and rhythmically fetching.

 

If somebody from outside the ranks expressed a modicum of dissent, he or she was instantly booed, with the microphone being removed from their lips just as quickly. If somebody expressed actual dissent, a far, far rarer occurrence which alone was worth attending the event for its entertainment value, he was beaten unconscious. That was why harmony reigned supreme in the great hall during these marathons of free speech.

 

As this particular assembly came to an end, I left the hall feeling stiff in the joints and, as if he were waiting for me, I stumbled upon Fletcher (an ultra-left activist who eventually turned into a full-fledged terrorist and who, for reasons I could not understand since I certainly had never encouraged him, had decided that he would be mentoring me in revolutionary matters), I’d been trying to stay away from him after his lecture about the many categories of human beings that needed to be swept away in order to achieve the ideal Marxist classless society, but bumping into each other from time to time seemed unavoidable.

 

“Hey, comrade!” he said.

 

That appellation, again. “Hey, how are you?” I replied.

 

“I’m good—but worried.”

 

“Oh no! About what?” I asked, looking concerned.

 

“There may be neo-fascists in the restrooms,” he pointed at them. “Go check them out, comrade, and let me know what you’ve found.”

 

"You’re quite welcome to go yourself," I thought—but heard myself say, “Consider it done,” and into the restrooms I did march.

 

Nothing stirred. The restrooms were sizable. I’d take my time to inspect them. I was not afraid, but in a meditative mood, perhaps as a result of the stimulating assembly I had just sat through.

 

In the restrooms it reeked of urine and of that other human excretion; also predictably, there was no trace of the phantasmal neo-fascists.

 

As I exited, I found Fletcher exactly where I’d left him. “So?” he asked, anxiously.

 

“There’s no one in there,” I said. “The neo-fascists got away. Too bad, comrade.”

 

He looked at me like a teacher pleased with his pupil’s progress.

 

On my way home on foot, as public transportation was so often unavailable due to strikes, I was stopped by the police. Nothing unusual in that; it happened every day, sometimes twice within the same day.

 

The police and carabinieri as a category were a funky lot. Most of them came from the rural and impoverished south, where their choice had been between enlisting and starving. They were undergoing acute culture shock while at the same time they were already shell-shocked. Skinny, short, frightened, in a daze and only a few years older than we were, or in some cases teenagers like us, they hated us because, unlike them, we were getting an education (well, on and off); because we were not peasants; and because we spoke Italian without their heavy accent, of which they had become acutely aware, since at home they spoke almost exclusively in the dialect from their town of origin, and by which they were embarrassed. They perceived us as privileged beings from another universe, which only fomented class conflict, and racism. For example, the word used by many northerners to call southern Italians was terroni, as offensive as the N-word in America; policemen and carabinieri had never heard it as much, or even at all when they were still living in the south.

 

And there was something else, which topped it all—the sneaking suspicion they must have felt that they were on the wrong side of the barricade: they too were proletarians, in fact they probably were the real proletarians but, during demonstrations, they had to endure the destructive wrath of a multitude of possessed militants, and for a pittance.

 

No wonder, then, if the police and carabinieri were overwhelmed and stupefied alike. There was no way that they could address every violation, which entailed that ordinary criminality thrived. And—wouldn’t you know it?—they didn’t like young people one bit. They went by the equation: young, able-bodied male, long hair, blue jeans = more than a suspect. That amounted to what today is called racial profiling, a very serious faux pas in the scale of political correctness. Back then political correctness meant that you’d be shot in the legs rather than in the chest as a polite warning to desist from your activities. Such activities could be voicing your dissent as a university professor, investigating some comrades-who-make-mistakes as a judge, or sticking your nose where it didn’t belong as a journalist. Many such people were gambizzati (“legged”, shot in the legs), while as many were killed outright.

 

Read more in New English Review:

• Skewed Projection in a Broken Mirror

• The Revolution of Evolution

• Days and Work (Part One)

 

I, and tens of thousands of other kids my age, experienced profiling on a daily basis. That was why the police stopped me and my mane of wavy hair, sometimes at gunpoint, asked for my ID, and then made me wait for about half an hour. They’d radio in my data to headquarters, and see whether or not I was on some black list of theirs. In the meantime, they would mock me in their colorful accents, and speak in dialect among themselves, which I couldn’t understand, hoping for some reaction from me. Anything I’d say other than “Yes, Sir,” or “No, Sir,” would prompt them to arrest me and whisk me to the nearest police station for accertamenti, further investigations. Well-schooled by the ultra-left thought police, however, I always managed to keep calm. Some friends and acquaintances of mine were not as collected and, taken to some station, they experienced their share of police brutality although they had done nothing.

 

Why didn’t I cut my hair short? In that case, ultra-left militants might have mistaken me for a neo-fascist and they would have shown less civility than the police. Short hair was yet another faux pas from the decalogue. The option was between being harassed by the police or ending up with a crushed skull. It was safer to look like a left-leaning activist.

 

 

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Due punti di vista sulla New Age, con una introduzione

11 Febbraio 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro

tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; originalmente pubblicato su Reality Sandwich.

 

Introduzione

 

Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò Der logische Aufbau der Welt, “La struttura logica del mondo”. Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico Tractatus Logico – Philosophicus, l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) inserì:

RIFERIMENTI. Wittgenstein ha chiaramente formulato l’orgogliosa tesi dell’onnipotenza della scienza razionale, così come l’umile intuizione relativa alla sua importanza nella vita pratica: per una risposta che non può essere espressa, anche la domanda non può essere espressa. Il problema non si pone. Se si può fare una domanda, allora vi si può rispondere… (…) Wittgenstein riassume la portata del suo trattato nelle seguenti parole: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”

Quel famoso aforisma, che conclude il trattato, avrebbe dovuto essere interpretato come una confessione di umiltà gnostica, non come un’orgogliosa tesi dell’onnipotenza di una scienza razionale. Basta prestare attenzione a tutte le implicazioni dell’opus. Giusto due aforismi prima di quello finale, infatti, Wittgenstein afferma: “C’è davvero dell’inneffabile. Esso mostra sé, è il mistico.” (6.522)

Tutto ciò risale a un secolo fa—perché dovrebbe interessarci ancora? Perché le implicazioni del razionalismo, del positivismo, del determinismo, del riduzionismo, e del meccanicismo hanno invaso il globo come una peste. Non si deve biasimare Wittgenstein: ha trasceso la sua epoca, sebbene l’abbia epitomizzata usando e sviluppando i suoi strumenti, da poco riscoperti e perfezionati, quelli della logica. (Una evidente obiezione al suo Tractatus è l’uso dell’aforisma e un criterio di classificazione altamente soggettivo al posto di un testo strutturato più sistematicamente. Perché mai dovremmo sventrare la logica attraverso un assortimento di aforismi criptici?) I suoi meno dotati seguaci, attraverso il loro fraintendimento storico, partirono per la tangente (sbagliata.) E questo solo nel campo della logica. In tutti i rami della conoscenza, il determinismo è venuto e se n’è andato, o piuttosto, sarebbe dovuto andarsene, ma non lo ha fatto, è rimasto, e ha permeato il mondo, coadiuvato dall’amplificazione del suo più fedele alleato, il progresso economico. 

Segue un irrispettosamente succinto riassunto di alcuni dei colpi che avrebbero dovuto decretare la fine del determinismo, del meccanicismo, del riduzionismo, del darwinismo, etc. Coloro che hanno familiarità con tali sviluppi scientifici, non leggano questa sezione. Coloro che non ne hanno, possono usarla come un invito ad approfondire la lettura degli scienziati citati.

La geometria euclidea è stata surclassata da quella non-euclidea, le cui principali figure furono: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1973 -1856); János Bolyai (1802- 1860); e Bernhard Riemann (1826-1866). Se il riconoscimento di Lobachevski e Bolyai è postumo, l’accettazione della geometria non euclidea avvenne sotto l’influenza delle idee di Riemann, nel 1866, di Eugenio Beltrami nel 1868, e di Felix Klein nel 1871. Nel 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) pubblicò il suo principio di indeterminazione. La sua radicale reinterpretazione dei concetti base largamente newtoniani della meccanica applicata alle particelle atomiche nel contesto della teoria quantistica avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla meccanica di Newton. (E lo fece, in effetti. Tuttavia, la nozione di tempo come mera durata è ancora cardinale, ad esempio, per il mondo finanziario, con ripercussioni di proporzioni globali.)

Il positivismo logico era stato ferito nel suo nucleo — la sua coercizione vero/falso e conseguente tacita aderenza al principio di bivalenza — dalla scoperta di Jan Łukasiewicz (1878 – 1956) della logica trivalente già nel 1917, nota bene: prima del trattato di Wittgenstein. Seguirono una logica a molti valori (e calcoli multivalore), aiutata dal fiorire della scuola di logica di Varsavia, della cui nascita Łukasiewicz è indirettamente responsabile.

Per quanto concerne la selezione naturale e la concezione del mondo darwiniana, accoppiata al moderno approccio biologico molecolare convenzionale, che insiste sul fatto che, quando si conoscerà la sequenza del DNA di qualsiasi organismo, allora tutto sarà  manifesto, sta diventando  evidente, come suggeriscono, fra gli altri Brian Goodwin e Gunther Stent, che la morfogenesi e lo sviluppo possono essere visti come un sistema dinamico.

La teoria del caos sta appena uscendo allo scoperto, gradualmente guadagnando terreno fra  biologi,  matematici e filosofi.

Riassumendo, tutti i suddetti sviluppi, in rami diversi ma sempre più interconnessi della conoscenza, puntano al fatto che il mondo, la vita, e la vera essenza dell’essere, l’ontologia, debbano essere reinterpretati e re-investigati con un approccio interamente nuovo (o interamente revivalista). Gli organismi non sono mere raccolte di parti, come geni, molecole e i vari componenti dei loro organi. E, soprattutto, sono vivi.

La prodigiosa proliferazione di asfalto, blocchi di cemento, edifici e grattacieli in tutto il mondo; il processo in atto e senza precedenti di deforestazione e totale desertificazione; l’omogeneizzazione culturale che il mondo ha subito, nell’interesse di una sottocultura globale, taglia unica, con la quale soppiantare le precedenti culture multiple—tutto ciò sembra essere un inarrestabile processo di spaventosa grandezza distruttiva.

Più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva predetto, in vera e propria tradizione oracolare sebbene nelle sembianze di moderno scienziato della storia, che il mondo si sarebbe mosso, in uno spasmo dialettico, verso un proletariato internazionale globale. Il ventesimo secolo, secondo le sue predizioni, avrebbe dovuto annunciare e confermare la nascita di un proletariato mondiale senza classi, internazionale, transnazionale e sopra nazionale. Ma il comunismo ha fallito platealmente, nonostante gli sforzi tenaci e vigorosi che i vari regimi hanno esercitato per tenerlo in vita, a nonostante le decine e decine di milioni di vite umane sacrificate al suo altare. L’umanità è regredita verso l’adorazione degli dei e, ciò che è peggio, se c’è stata una sola e dominante tendenza nel ventesimo secolo, è stata il nazionalismo. Le previsioni di Marx si sono rivelate sbagliate e il suo determinismo storico... difettoso, per coltivare l’arte dell’eufemismo.

Ma centinaia di milioni di persone, dall’Unione Sovietica alla Cina, da Cuba al Vietnam, hanno preso parte, volenti o nolenti, in questo colossale esperimento: dimentica la tua proprietà (se ce l’hai) – la tua religione – i tuoi costumi – i tuoi istinti... Probabilmente come reazione, stiamo assistendo al riemergere di istinti tribali a lungo dimenticati, mentre permangono scenari da incubo dal lato oscuro dell’umanità: pulizia etnica, guerre di religione etc.

Le società androcratiche, di libero mercato e consumistiche, capitanate e ispirate dagli Stati Uniti, sono riuscite a far sembrare il mondo tutto uguale, applicando concetti di ampia portata che sono apparentemente di casa ovunque, poiché fanno appello a una componente della psiche umana alla quale la maggior parte di noi non sembra in grado di  rinunciare: l’avidità. Un osservatore extraterrestre, dopo una completa valutazione del mondo, potrebbe commentare che esso appare come una mistura freudiana e adleriana, un ribollire d’istinti base provocati da pulsioni sessuali e di potere.

Fra queste principali e, sebbene differenti, ugualmente distruttive forze, c’è una particolare classe di esseri umani: i simpatizzanti della New Age. Come si possono caratterizzare?

 

New Age, da un punto di vista solidale

 

Oggigiorno le religioni abramiche si occupano di questioni molto poco ermetiche, mentre la massoneria è solo una di tante confraternite. In un certo senso, ciò è andato a vantaggio della tradizione ermetica, che adesso non si trova più sul limitare di altre istituzioni. Infatti, è diventata una chiesa per conto suo, e ha sviluppato la sua parte più essoterica nel movimento New Age. Uno sguardo retrospettivo alla storia conferma la diagnosi.

Al pari dell’ermetismo rinascimentale, che sperava di restaurare pace al mondo cristiano e la ragione all’umanità belligerante, il movimento New Age è ecumenico, non dogmatico e pacifista. Come gli alchimisti, che pensavano che tutta la materia fosse sulla via di diventare oro, i New Agers si dedicano alla trasformazione personale e alla realizzazione del potenziale latente in ciascuno. Le scienze occulte fioriscono, certamente nelle loro modalità meno profonde, in sistemi di divinazione (tarocchi, rune, I Ching), nell’astrologia, nella scienza delle piante, (medicina delle erbe) e delle pietre (cristalli). Così come Paracelso attraversò l’Europa chiacchierando con boscaioli e vecchie sagge, i New Agers ricercano la saggezza dei popoli indigeni, a cui danno valore.

Come tutte le manifestazioni essoteriche, la New Age ha i suoi aspetti sfortunati. Ma al suo peggio è stupidotta piuttosto che malvagia, e al nostro osservatore extraterrestre sembrerebbe la più umanistica ed ecologica di tutte le religioni attuali. Inoltre, offre porte che non sono sigillate dal dogma o dall’autorità religiosa attraverso le quali pochi auto-selezionati possono passare per ottenere una conoscenza più profonda.   

 

New Age, da un punto di vista ostile

 

Se la New Age riguarda principalmente il risveglio, perché mi fa dormire? Quelle copertine lucenti con disegni kitsch; quella musica da ascensore riciclata con titoli pomposi; e soprattutto quei profeti, o illuminati, o qualsiasi cosa siano, col loro catechismo nuovo fiammante—mi fanno dormire.

In tutta buona fede partecipo a un seminario. Eccomi dinnanzi all’illuminato, che chiacchiera. La prima impressione che mi assale è un grande torpore. Ma non mi posso addormentare, sarebbe maleducato. Così ascolto. E cosa sento? Una stupenda quantità di  ovvie assurdità. Pensandoci, non è semplice ammassare così tante stupidaggini in così poco tempo. È una cosa degna di nota di per sé, se non esattamente degna di lode.

Imparo che ci reincarniamo 84.ooo.ooo volte; che ho dell’ectoplasma nero che fuoriesce dalla mia bocca; che alcuni di noi stanno per vedere le luci ultraviolette; che siamo osservati da extraterrestri con un terzo occhio (mi chiedo da quale occhio?) etc. etc. Sebbene la sospensione dell’incredulità sia una conditio sine qua non, c’è anche una curiosa infusione di pseudo-scienze, cosicché i termini sono presi in prestito liberamente dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia, etc. Se non altro, funzionano egregiamente come scioglilingua. Abbondano le frasi fatte, immagino perché non c’è un correttore grammaticale che avvisi l’illuminato: “Frase fatta, usare con parsimonia”. Il logos è confuso con la logorrea.

Prospera anche un sentimentalismo del tipo più infimo, e dispiace perché sembrerebbe esserci spazio per l’umorismo. Ad esempio, da un catalogo di libri New Age, ecco un titolo azzeccatissimo: Dai la colpa alle tue vite precedenti. Tale libro esiste davvero. Dovrebbe essere un best-seller fra i perdenti, e posso già immaginare il secondo volume: Punta tutto sulla tua prossima vita!

È tutto qui? Sono circondato da perdenti? Mentre sedevo in mezzo a loro, la canzone di Beck continuava a frullarmi in mente col suo maligno ritornello: “Sono un perdente, amore, allora perché non mi uccidi?” Tutti i New Agers hanno forse un tremendo bisogno di psicoanalisi?  Stanno tutti cercando una via di salvezza psichica ed emozionale? Se fosse questo il caso, allora, in forza della compassione, sono costretto a rispettare i loro erronei tentativi, e tacere.

A ben pensarci, i New Agers, per quanto kitsch siano, sono fra i migliori rappresentanti della società occidentale. Perché, almeno, loro avvertono che qualcosa non va. Sfortunatamente, sembrano accorgersene solo quando qualcosa va terribilmente storto nella loro vita. Allora cercano un rimedio e, avendo rifiutato la religione cattolica, se sono cattolici, la zingara che legge i tarocchi o il palmo della mano, e lo psichiatra, confluiscono in questa nuova genia di ciarlatani, cioè persone che dispensano frasi fatte rimescolate in guisa di saggezza trascendentale. E allora, com’è che la fanno franca? La fanno franca perché coloro che partecipano ai loro seminari e leggono i loro libri sono per la maggior parte gente disperata pronta a credere a tutto e abbracciare qualunque idea. 

Ci siamo passati tutti nella nostra vita, impotenti nelle grinfie della depressione. Quando niente va come dovrebbe andare, qualsiasi antidolorifico capace di alleviare la nostra sofferenza è il benvenuto. In un tale stato di profondo abbattimento, non solo si ottiene automaticamente la sospensione dell’incredulità, ma il futuro illuminato crederà più di ciò che si può realisticamente credere. E tuttavia l’Altro possiede il senso dell'umorismo e, se lo si avvicina in modo così disarmante, è probabile non si riuscirà mai a vendergli una polizza di assicurazione sulla vita. L’Altro ha anche bisogno di noi, ma non s’interessa di coloro i quali, avendo rinunciato a un atteggiamento critico, sono pronti a credere a qualsiasi cosa. L’Altro snobba tali persone.

Coloro di voi che non hanno mai letto un libro tipicamente New Age ne devono comprare almeno uno e rendersi conto da soli di cosa intendo. Di solito la prefazione informa frettolosamente il lettore che l’Autore è stato magistralmente guidato da tale o talaltro (uno spirito, una reincarnazione, una voce divina) e che lui o lei deve comunicare un messaggio, anzi, il messaggio. Comincia poi una litania di regole. Sono elencate nel più canonico ordine causale, cioè, da A segue B; da B, C, e così via. Sembra che la Rivelazione, il Messaggio consista nella lista della spesa. Solo che, al posto delle carote, del pane e del prezzemolo, la lista è composta da frasi fatte prese in prestito da un potpourri mal digerito di religioni/pseudoscienze comparate, compilate da sfogliatori di libri di seconda classe.

D’altra parte, coloro la cui vita è apparentemente in ordine, che abbondano in soddisfazioni familiari e professionali, che sono normali e in salute, raramente sentono il bisogno di avvicinarsi a ciò che, di fatto, è sepolto in profondità dentro ciascuno di noi. E poi ci sono le masse, coloro che guardano cinque ore di televisione al giorno, e sono bombardati da incessanti spot pubblicitari, una media di 21.000 all’anno negli Stati Uniti; coloro che hanno ormai l’encefalogramma piatto e, sebbene ancora funzionali a livello  fisico e psichico, sono in effetti diventati dei manichini.

Finché, un giorno, uno di tali manichini viene trovato, legato, imbavagliato e strangolato in uno stanzino o in uno scantinato. Alla fine, i parenti normali e sani, eccezionalmente risvegliati dal loro letargo che dura da una vita, vengono a sapere dalla polizia che il loro caro non è stato ucciso, bensì è morto di morte autoerotica.

 

Introduction

 

In 1928 a brilliant philosopher/logician from Vienna, Rudolf Carnap, published Der logische Aufbau der Welt, The Logical Structure of the World. Ten years before, Ludwig Wittgenstein had conceived his highly cryptic Tractatus Logico-Philosophicus, “the last philosophical book.” Carnap—and other exponents of the Vienna Circle—elaborated on Wittengstein’s message. Toward the conclusion of his mentioned work (183.Rationalism?) he inserted:

 

REFERENCES. Wittgenstein has clearly formulated the proud thesis of omnipotence of rational science as well as the humble insight relative to its importance for practical life: “For an answer that cannot be expressed, the question too cannot be expressed. The riddle does not exist. If a question can be put at all, then it can also be answered… (…)” Wittgenstein summarizes the import of his treatise in the following words: “What can be said at all, can be said clearly, and whereof one cannot speak, thereof one must be silent.”

 

That famous aphorism, which concludes the treatise, ought to have been interpreted as a confession of Gnostic humility, not as a “proud thesis of omnipotence of rational science.” All it takes is heeding all the implications of the opus. Just two aphorisms before the conclusive one, Wittgenstein states:

 

 

 

"There really is ineffability. It shows itself, it is the mystic." (6.522)

 

All of the above almost a century ago. Why should we care anymore? Because the implications of rationalism, positivism, determinism, reductionism, mechanicism, have invaded the globe like a plague. Wittgenstein is not to be blamed; he transcended his epoch, though he also epitomized it by using and developing its newly-rediscovered and perfected tools—those of logics. (One noticeable objection to his Tractatus is the use of aphorisms and a highly subjective ordering criterion in lieu of a more systematically structured text. Why should logic be disemboweled, as it were, through an assortment of cryptic aphorisms?) His less gifted followers, through their historical misunderstanding, went off the (wrong) tangent. And that just in the field of logics. In all branches of knowledge, determinism came and went, or rather, ought to have gone, but has not—it has persisted, and has permeated the world, aided by the amplification of its staunchest ally, economic “progress.”

 

There follows a disrespectfully succinct summary of some of the “blows” that ought to have done away with determinism, mechanism, reductionism, Darwinism, etc. Those of you who are familiar with these scientific developments, need not read this section. Those who are not, may use it as an invitation for further reading into the works of the quoted scientists.

 

Euclidean geometry was superseded by non-Euclidean geometry, whose chief figures were: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1793-1856); János Bolyai (1802-1860); and Berhard Riemann (1826-1866). If Lobachevski’s and Bolyai’s recognition is posthumous, acceptance of non-Euclidean geometry occurred under the influence of Riemann’s ideas, in 1866, Eugenio Beltrami’s in 1868, and Felix Klein’s in 1871.In 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) published his indeterminacy, or uncertainty, principle. His  radical reinterpretation of the largely Newtonian basic concepts of mechanics as applied to atomic particles in the context of quantum theory should have dealt the coup de grâce to Newton’s mechanics. (It did, as a matter of fact. Yet, the notion of time as mere “duration” is still cardinal to, for instance, the financial world, with repercussions of global proportions.)

 

Logical positivism was wounded at its core—its true/false coercion and ensuing tacit adherence to the principle of bivalence—by Jan Lukasiewicz’s (1878-1956) discovery of three-valued logic as early as in 1917, nota bene: before Wittgenstein’s Tractatus. Many-valued logic (and multivalued calculi) were to follow, aided by the flourishing of the Warsaw school of logic, for the inception of which Lukasiewicz is to be credited.

 

As for natural selection and the Darwinian world-view, coupled by the modern conventional molecular biological approach, which insists that when the DNA sequence of any organism be known, then all would be evident, and indeed all the reductionism and mechanisms it reeks of, it is becoming apparent, as Brian Goodwin and Gunther Stent, among others, suggest, that morphogenenis and development can be viewed as a dynamic system.

 

The theory of complexity is just coming out of the closet, gradually gaining ground among biologists, mathematicians, and philosophers alike.

 

In sum, all  the mentioned developments in different but ever more interrelated branches of knowledge point to the fact that the world, life, and the very essence of being—ontology—must be reinterpreted and re-investigated through an entirely new (or entirely revivalist, in a sense) approach. Organisms are not merely collections of parts, such as genes, molecules and the various components of their organs. And what is more, they are alive.

 

The prodigious proliferation of tarmac, concrete blocks, buildings and skyscrapers the world over; the ongoing, unprecedented process of global deforestation and outright desertification; the cultural homogenization the world has undergone, for the sake of a global one-size-fit-all subculture by which to supplant the previous, manifold endemic cultures; all of this seems to be an unstoppable process of appalling destructive magnitude.

 

Over a century and a half ago Karl Marx had predicted, in true oracular tradition albeit in the disguise of a “modern scientist of history”, that the world would move, in a dialectical spasm, towards a global international proletariat. The current century, according to his predictions, was to herald and confirm the birth of a classless, international, transnational and supranational worldwide proletariat. But Communism has failed bombastically, despite the tenacious and forceful efforts the various regimes exerted to keep it alive. Mankind has “regressed” to god-worshipping, and, what is worse, if there is one single, overriding trend in the twentieth century, that is the one of unbridled nationalism. Marx has been proven completely wrong, and his historical determinism, flawed to cultivate the art of euphemism.

 

But hundreds of millions, from the Soviet Union to China, from Cuba to Vietnam, have partaken, willy-nilly, in this colossal experiment of “forget your property (if any) — your religion — your customs — your instincts…” Possibly as a reaction, we are witnessing the reemergence of long-forgotten tribal instincts, as nightmarish scenarios reemerge from the shadow side of humanity—ethnic cleansing, religious wars, etc.

 

Androcratic, free-market, consumerist societies, with the US leading and inspiring the pack, have succeeded in making the world look the same by applying broad-sweeping concepts that are apparently at home everywhere, as they appeal to a component of the human psyche that most of us do not seem to be able to renounce—greed. An extraterrestrial observer, after a thorough evaluation of the world at the end of the twentieth century, could comment that it appears to be a Freudian and Adlerian delight—a turmoil of base instincts engendered by sex and power drives.

 

Caught in between these major and, although different, equally destructive forces, is a peculiar class of human beings: New Agers. How can they be characterized?

 

New Age (a sympathetic view)

 

Nowadays the Abrahamic religions are concerned with very un-Hermetic matters, while Freemasonry is no more than another fraternal order. In a way, this has been to the advantage of the Hermetic Tradition, which now no longer hangs on the fringes of other institutions. In fact, it has become its own church, developing its most exoteric side as the New Age movement. A backward glance at history confirms the diagnosis.

 

Like the Renaissance Hermetism that hoped to restore peace to Christendom and sanity to warring mankind, the New Age movement is ecumenical, undogmatic and pacifist. Like the alchemists, who believed that all matter is on its way to becoming gold, New Agers are dedicated to personal transformation and the realization of the latent potential in everyone. The occult sciences flourish, admittedly in their shallower modes, in divination systems (Tarot, Runes, I Ching), astrology, the science of plants (herbal medicine) and stones (crystals). Just as Paracelsus tramped through Europe chatting with woodsmen and wise women, the New Agers seek out and value the wisdom of indigenous peoples.

 

Like all exoteric manifestations, the New Age has its unfortunate aspects. But at its worst it is silly rather than vicious, and to our extraterrestrial observer it would seem the most humanistic and earth-friendly of all our religions. In addition, it offers doorways that are not sealed by dogma or religious authority, through which a self-selected few may pass to learn a deeper wisdom.

 

New Age (an unsympathetic view)

 

If New Age is all about awakening, why is it that it puts me to sleep? Those glossy book-covers with kitschy drawings; that recycled elevator music with pompous titles; and particularly those prophets or enlightened ones or whatever they are with their brand new catechism—they put me to sleep.

 

With all good faith I go to a “workshop”, that’s how it is called. So here is the enlightened one chatting away. The first impression to assail me is one of great torpor. But I can’t fall asleep, it would be impolite. So I listen. And what do I hear? A stupendous amount of conspicuous nonsense. Come to think of it, it is no small deed to amass so much nonsense in so little time. That’s noteworthy in itself, even if not necessarily praiseworthy.

 

I learn that we reincarnate 84,000,000 times; that I’ve got black ectoplasm pouring out of my mouth; that some of us are about to see ultraviolet lights; that extra-terrestrial beings with a third eye are watching (I wonder with which eye?), etc., etc. Although suspension of disbelief is a conditio sine qua non, there’s a curios infusion of pseudoscience too, so that terms are borrowed freely from physics, chemistry, biology, etc. They do make for a good mouthful. Stock phrases abound I suppose because there’s no grammar check to alert the enlightened one with “Stock phrase — use sparingly.” Logos is confused with Logorrhea.

 

Sentimentality of the basest kind thrives too, and that’s too bad, because there would seem to be room for humor. For example, from a catalogue of New Age books, here is a great title: Blame it on your Past Lives. Such a book actually exists. It should be a best-seller among losers, and I can already think of its sequel: Stake It All On Your Next Life!

 

Is that what it is? Am I surrounded by losers? As I was sitting among them Beck’s song kept revolving in my mind with its wicked refrain: “I’m a loser, baby, so why don’t you kill me?” Are all New Agers in dire need of therapy? Are they all seeking a psychic, emotional rescue? Should that be the case, then, out of compassion, I am bound to respect their misguided endeavors and say no more.

 

Indeed, New Agers, kitschy though they may be, are among the best representatives of the Western human race. For at least they sense that something is amiss. Unfortunately, they seem to do so only when something in their lives goes awry. Then they seek a remedy and, having rejected the Catholic confession, if they are Catholic; the gypsy tarot or palm reader; and the psychiatrist, they flock to this new breed of quacks, i.e., people who dispense reshuffled stock phrases in the guise of transcendental wisdom. How, why do they get away with it? They get away with it because those who attend their workshops and read their books are in most cases desperate people willing to believe and embrace anything.

 

We’ve all been there in our lives, helpless in the clutches of a depression. That’s when just about anything goes. Any painkiller capable of relieving us of our pain, we will welcome. In such a state of dire dejection, not only is suspension of disbelief automatically achieved, but the would-be enlightened will believe more than can be believed. And yet the Otherness is possessed of a sense of humor and, if you approach it so disarmingly, then you’ll probably never be able to sell it life insurance. The Otherness needs us, too, but has no interest in those who, having renounced a critical attitude, are willing to believe anything. The Otherness will snub such people altogether.

 

Those of you who have not read any typical New Age book must buy a few and see what I mean for yourselves. Usually the preface hastily informs the reader that the Author has been uncannily guided by such and such (a spirit, a reincarnation, a divine voice… ) and that (s)he has a message to impart a, nay, the message. Then commences a long litany of rules. They’re listed in the most canonical causal order, i.e., from A follows B; from B, C, and so on. Apparently, the Revelation, the Message consists of a grocery list. Only, in lieu of carrots, bread and parsley, the list is made up of stock phrases borrowed from a half-digested potpourri of comparative religion/pseudoscience compiled by second-class book browsers.

 

On the other hand, those whose life is in apparent order—rich in familiar and professional satisfaction—those who are “normal and healthy” seldom feel a need to approach that which, in fact, is deeply buried within us all. And then there are the masses, those who watch five hours of TV a day, and are bombarded by unceasing commercial advertisements—an average of 21,000 of them in a year, in the US; those who have gone brain-dead and, although still psychophysically functional, have in effect become clockwork dummies.

 

Until, one day, one of such dummies is found, bound and gagged, strangled in a closet, or a basement. Eventually, the “normal and healthy” relatives, exceptionally stirred from their lifelong lethargy, learn from the police that their beloved was not murdered, but rather died of autoerotic death.

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Coniunctio Oppositorum nel concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore”

26 Dicembre 2018 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #musica

 

 

 

Di Guido Mina Di Sospiro, originalmente pubblicato su New English Review sotto il titolo di Coniunctio Oppositorum in Beethoven's Emperor Concerto; tradotto da Patrizia Poli.

 

[Dal 1833 al 1838 il compositore francese Hector Berlioz scrisse un insieme di saggi che complessivamente venne conosciuto come Étude critique des symphonies de Beethoven, diventando così il più grande sostenitore di Beethoven in Francia. Mentre le intuizioni musicologiche sono degne di nota, lo stile è così carico e appassionato che, per la nostra sensibilità contemporanea, appare eccessivo. Essendo io ugualmente entusiasta del concerto l’Imperatore di Beethoven, ho pensato di scrivere un pezzo nello stile di Berlioz. Sebbene un approccio del genere possa puzzare di postmodernismo, la mia passione è sincera. Preparatevi pertanto a leggere qualcosa che scaturisce direttamente dall’epoca romantica.]

 

I musicologi sostengono che, nella storia della musica classica, la sinfonia e la sonata sono le più ambiziose forme di composizione. In effetti, il concerto per uno o più strumenti e orchestra è inevitabilmente più teatrale, promuovendo spesso, piuttosto che la musica in sé, un vacuo virtuosismo. Ma il concerto l’Imperatore di Beethoven per piano e orchestra eleva la generalmente ovvia contrapposizione tra solista e orchestra a una compiuta integrazione di animus e anima, sole e luna, i due elementi opposti dell’universo, in un trionfalmente riuscito esempio di coniunctio oppositorum (da non confondersi con il non-dualismo di filosofi pedanti).

Quanto segue dovrebbe incoraggiare i lettori a tornare alla fonte, cioè, al concerto stesso, che sia la prima volta che lo ascoltano o l’ennesima.

Il Concerto per pianoforte n° 5 in mi bemolle maggiore opera 73 l’Imperatore è il prototipo della perfezione concertistica. L’orchestra è la donna; il piano, l’uomo; la loro musica insieme, fare l’amore.

D’altra parte, che cosa significa “concerto”? Dal fiorentino antico, accordo, armonia, probabilmente dal tardo Latino concertus, participio passato di con-cernere, mescolarsi. I successivi tentativi di compositori meno dotati non reggono il confronto; alcuni sono di fatto risibili, specialmente il primo di Tchaikovsky, avventuroso ma istrionico e vuoto. Lo strumento solista che lotta contro l’orchestra; l’orchestra che cerca di sommergere il solista in caotici fortissimi. Maschio e femmina, in lite l’un con l’altro, che si azzuffano in pubblico!

Per ritornare all’Imperatore:

 

I. Allegro

Il primo movimento è ciò che gli smidollati uomini a venire – modernisti, esistenzialisti – non avrebbero mai potuto concepire, men che meno comporre. L’orchestra introduce il pianoforte improvvisamente: un sonoro, fortissimo tutti, solo pochi secondi e poi – à toi, mon amour, lei, l’orchestra, sembra sottointendere. E il piano la compiace con fantastici arpeggi e scale, riversandosi scintillante in un abbagliante, cadenzato, sfoggio di virtuosismo, ma non fine a se stesso. Lui, il piano, sta facendo tutto ciò per la sua amata, l’orchestra. Nella speranza di fare una buona impressione, non c’è niente di meglio che l’esuberanza. I fortissimi accentuanti dell’orchestra sembrano confermare che tale esuberanza è gradita. Poi, finiscono i fuochi d’artificio e i due si mettono all’opera.

Innegabilmente colpita dal suo corteggiamento, e dal grado di preparazione che ha evidentemente  comportato, lei accetta le sue ouvertures. Il tema è introdotto. E poi, che cos’è? È amore allo stato puro.

L’orchestra stessa gli mostra che non intende ricevere passivamente le sue attenzioni. La sua ispirazione e la sua abilità sono pari alle sue. Ed è ugualmente agile, cosa straordinaria, visto che conta cinquanta o più strumenti. Così è lei che prende il comando, e il piano si zittisce, rispettoso e ammirato mentre, senza che nessuno l’ascolti, piange sommessamente.

È tempo di essere di nuovo uniti. Lui ascende alle altezze di lei con una scala vertiginosa, che si livella con un trillo prolungato. Il piano vorrebbe poter sostenere le note come un organo, ma appena una nota è formata, comincia a svanire. Il trillo è il suo espediente per sostenere le note indefinitamente. D’altronde nessuno meglio di lui sa come cesellare simmetricamente melodie celestiali dagli accordi trancianti dei suoi martelletti. Percussivo o meno, tutto ciò che sa fare è cantare.   

Poi il tema è suonato di nuovo, questa volta più gentilmente. Ma presto la passione monta ancora e riconquista i due. È un altro fortissimo, poi un piano, mentre il tempo continua a mutare – niente sembra in grado di fermare le loro emozioni e i loro virtuosismi. Suonano con abbandono, e tuttavia si trattengono, attenti a non oltrepassare i rispettivi confini, fin troppo consapevoli che, se ciò accadesse, ne risulterebbero rumore e tormento invece che musica e amore.

È una sfida, ma entrambi gli sfidanti rispettano le regole autoimposte. E le ampie modulazioni enarmoniche; lo schema tonale così rispettosamente rivoluzionario (tenendo il genio dentro la bottiglia, piegando ed estendendo le regole, ma in ultimo rispettandole, Beethoven risulta più potente che il suo contemporaneo Schubert, il quale, invece, avendo lasciato uscire il genio dalla bottiglia, modulava liberamente verso tonalità distanti); gli accordi martellati dagli strati più profondi della psiche del piano, pronti a balzare avanti, sconfinando in vero e proprio romanticismo. 

Ma qui il piano inverte la marcia impetuosa, e regredisce, sorprendentemente, al contrappunto. Non è ancora tempo di balzare avanti. L’orchestra ritorna perentoriamente o alla dominante o alla tonica, nel tentativo di non superare il limite, in modo che non si verifichi una rottura, ma un’estasi. Il piano entra ed esce di scena con scale cromatiche, mentre l’orchestra approva e continua a suonare. Persino la cadenza diventa ridondante - l’intero movimento è intriso di  virtuosismo, è virtuosismo. Per il bene dell’amore, questo e altro!

L’Allegro termina all’unisono, forte, fortissimo e poi piano, oscillando ampiamente in dinamica ed emozioni. “Ti ho mostrato tutti i miei fuochi d’artificio,” annuncia il piano, “non potremmo adesso fare l’amore carezzevolmente?”

L’orchestra dà il suo consenso con tre accordi conclusivi.

È tempo di riposare.

 

II. Adagio un poco mosso

 

Le parole più forti di un amante sono quelle sussurrate nell’orecchio dell’amata. È L’orchestra, i suoi archi – dovrei dire le sue mani? – che inizia a carezzare. Partecipano anche alcuni strumenti a fiato. Una breve sospensione... e il piano deve intervenire.

Dapprima esitantemente melodico, e tuttavia con la perfetta volizione di un dio, canta la sua melodia in modo celeste, che contrasto con il suo precedente esibizionismo! Non si tratta che di poche scale discendenti.

E noi,

       che pensiamo alla grazia come a qualcosa che

                                                                                       ascende

                                                                                                          rimaniamone, ora, sconcertati

                                                                                                                                                      sentendola

                                                                                                                                                                                     discendere

                             

Ma lui non può resistere alla tentazione di alcuni trilli.

“Molto bene, dunque,” dichiara l’orchestra, “ma non eccedere!”

Presto lui riprende la melodia, e lei lo accompagna con signorile delicatezza. Poi è lui ad accompagnare, e lei a cantare, il suo flauto sopra gli archi. Questi sono i modi degli amanti. Adagio, ma, un poco mosso…

Il piano annuncia un cambio di direzione, timidamente, due volte...

Poi,

 

III. Rondò: Allegro ma non troppo

 

È un’improvvisa esplosione!

I due intonano uno sfolgorantemente volteggiante rondò, che reitera le stesse emozioni ma in toni più vividi e in tempo più serrato. Uomo e donna pienamente inebriati dal loro valzer rapido e sincopato, sebbene mai fuori controllo, mai lasciandosi andare a un caos orgiastico. Al contrario, il loro abbandono è conscio e inconscio allo stesso tempo. Volteggiando, ruotando, piroettando, disegnando cerchi, orbitando – non è ciò che fanno i pianeti nella loro annuale ricerca di amore empireo?

Dalla velocità e dall’altezza inebriante dell’Allegro, il piano rallenta la sua corsa, e ingaggia un duo con, fra tutti gli strumenti, i timpani! È la naturale conclusione di così tanto dare e ricevere.

I due si baciano per l’ultima volta, nel modo in cui si baciano gli amanti dopo che la loro passione si è placata. È un momento di tale enormità sia musicale sia spirituale, Dio ne è partecipe. Se la storia dell’umanità terminasse su quelle note finali, non sarebbe del tutto inaccettabile.

Sfortunatamente, Beethoven concluse il concerto con un bang, una ricapitolazione finale. Uno stridente fortissimo sia di piano sia di orchestra segue quel momento di sublime divinità. Convenzioni del tempo. È quasi come se due amanti, dopo aver fatto l’amore, si chiedessero l’un l’altro: “Ti è piaciuto?” e urlassero le loro risposte ai quattro venti.

 
***
 
 
From 1833 to 1838 French composer Hector Berlioz wrote what cumulatively became known as A Critical Study of Beethoven's Nine Symphonies, thus becoming Beethoven's greatest champion in France. While the musicological insights are noteworthy, the style is so florid and passionate that, to our contemporary sensibilities, it comes off as over the top. As I am equally enthusiastic about Beethoven's Emperor concert, I thought I would write a piece about it in the style of Berlioz. Though such an approach may reek of post-modernism, my passion is sincere. Just prepare yourself to read something straight out of the Romantic Age.
 
Musicologists maintain that, in the history of classical music, the symphony and the sonata are the more ambitious form of composition. In effect, the concerto for one or more instruments and orchestra is inevitably more theatrical, often promoting, rather than music per se, vacuous virtuosity. But Beethoven’s “Emperor” concerto for piano and orchestra elevates the generally facile juxtaposition between soloist and orchestra to an accomplished integration of Animus and Anima, sun and moon, the two opposing elements of the universe in a triumphantly réussi instance of coniunctio oppositorum.
The following should encourage readers to go back to the source, i.e., the concerto itself, whether it be the first time they listen to it, or the umpteenth.
 
Beethoven’s Klavierkonzert No. 5 [Piano Concerto No. 5 in E flat major Op. 73 (“Emperor”)] is the prototype of concerting perfection. The orchestra being the woman; the piano, the man; their music together, lovemaking.
 
What does concert mean anyway? From Italian concerto, from Old Italian, agreement, harmony, possibly from Late Latin concertus, past participle of con-cernere, to mingle together. Later attempts of less gifted composers pale in comparison; some are actually laughable, especially Tchaikovsky’s first, swashbuckling but histrionic and hollow. The solo instrument struggling against the orchestra; the orchestra trying to drown the soloist in jumbled fortissimi.Male and female at odds with one another, brawling in public!
 
To return to the Emperor.
 
 
I. Allegro
 
The first movement is what enfeebled men to come—modernists, existentialists—could never have conceived of, let alone composed. The orchestra introduces the piano abruptly: a loud, fortissimo tutti, just a few seconds and then—à toi, mon amour, she, the orchestra, seems to imply. And the piano obliges her with fantastic arpeggi and scale-figures, cascading scintillatingly in a dazzling, cadenza-like display of virtuosity, but not end in itself. He, the piano, is doing this for his lover, the orchestra. Hoping to impress her, there is nothing like flamboyance to do so. Her punctuating fortissimi seem to confirm that he is pleasing her. Then, the fireworks are over and the two settle down to business.
 
Undeniably impressed by his courtship and by the degree of preparation that’s clearly gone into it, she accepts his overtures. The theme is introduced. And then, what is it? It is unadulterated love.
 
The orchestra herself shows him that she doesn’t intend to be a passive receiver of his attentions. Her inspiration and her prowess are equal to his. And even as nimble, which is amazing, for she numbers fifty instruments or more. So she takes the lead, and the piano keeps quiet, respectfully and admiringly while, unheard by anyone, he gently weeps.
 
It is time to be united again. He ascends to her heights by ways of a vertiginous scale, which levels off with a sustained trill. He wishes he could sustain notes like an organ, but as soon as a note is struck, it starts waning. A trill is his expedient to sustain his notes indefinitely. But then no one better than he knows how to chisel symmetrically heavenly melodies out of the chopping chords of his hammers. Percussive or not, all he can do is sing.
 
Then the theme is played again, more gently this time. But before long, passion builds up again, and re-conquers the two. It’s another fortissimo, then a piano, while the tempo keeps changing—nothing will stop their emotions and dexterity. They play with abandonment, and yet restraint, careful not to overstep their respective bounds, knowing only too well that if that should happen, noise and pain would result, rather than music and love.
 
It is a challenge, but both challengers respect the self-imposed rules. And the wide-ranging enharmonic modulations; the key-scheme so respectfully revolutionary (by keeping the genie inside the bottle, by bending and stretching the rules but ultimately respecting them, Beethoven was more powerful than his contemporary Schubert, who instead did let the genie out of the bottle, and would modulate freely to distant tonalities); the chords hammered out from the deepest layers of the piano’s psyche, ready to leap forward, into full-blown romanticism.
 
But here the piano reverts his impetuous march, and recedes, astonishingly, to counterpoint. It is not time to leap yet. The orchestra returns peremptorily to either the dominant or tonic, in a bid not take it all too far, lest breakage should ensue, not rapture. The piano enters and departs the scene with chromatic scales, while the orchestra approves and plays on. Even the cadenza becomes redundant—the whole movement is awash in virtuosity, it is virtuosity. For the sake of love, this and more!
 
The Allegro ends in unison, forte, fortissimo, and then piano, oscillating widely in dynamics and emotions. “I’ve shown you all my pyrotechnics,” the piano announces, “could we now make love caressingly?”
 
The orchestra gives consent with three conclusive chords.
 
It’s time to repose.
 
 
II. Adagio un poco mosso
 
A lover’s strongest words are the ones whispered in his lover’s ears. It is the orchestra, her strings—should I say her hands?—who begin the caressing. A few reeds participate too. A brief suspension . . . and the piano must intervene.
 
Hesitantly melodic at first, and yet with the perfect deliberation of a god, he sings his tune in a celeste-like manner, what a contrast with his former flamboyant self! It’s but a few descending scales.
 
And we, who think of grace as rising, let
 

us

            be

               disconcerted

              hearing it . . .

                       descend.

          

But he can’t resist the temptation of a few t(h)rills.

 
“Very well then,” declares the orchestra, “but do not exceed!”
 
Soon he resumes the melody, and she accompanies him with ladylike delicacy. Then it is he who accompanies, and she who sings, her flutes above her strings. Those are the ways of lovers. Adagio, but, un poco mosso . . .
 
The piano announces a change in direction, timidly, twice . . .
 
Then,
 
 
III. Rondò: Allegro ma non troppo
 
it’s a sudden explosion!
 
He and she intone an effulgently gyrating rondò, which reiterates the same emotion but in more vivid tones and faster tempo. Man and woman fully intoxicated by their syncopated, fast waltz, but never quite out of control, never trespassing into orgiastic chaos. On the contrary, their abandonment is conscious and unconscious at once. Gyrating, rotating, spinning, circling, orbiting—isn’t that what planets do in their annular pursuits of empyrean love?
 
From the dizzying speed and height of the Allegro, the piano slows down his race, and engages in a duo with the timpani, of all instruments! It’s the natural conclusion to so much giving and taking.
 
The two kiss for the last time, the way lovers kiss after their passion is placated. It is a moment of such musical as well as spiritual enormity, God partakes of it. If the history of mankind ended on those final notes, it wouldn’t be entirely unacceptable.
 
Lamentably, Beethoven finished the concerto with a bang, a final run-up. A clashing fortissimo of both piano and orchestra follows that moment of sublime divinity. Conventions of the time. It’s almost as if two lovers, after having made love, asked each other, “Did you like it?” and shouted their answer for the world to hear.

 

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Un neopaganesimo contemporaneo praticabile

30 Ottobre 2018 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #cultura

 

 

 

 

[Pubblicato originalmente da Reality Sandwich sotto il titolo di A Viable, Contemporary Neopaganism; traduzione dall’inglese di Patrizia Poli.]

 

Quindi, se voglio che i messicani imparino il nome di Quetzalcoatl, è perché voglio che parlino con le lingue del loro stesso sangue. Vorrei che il mondo teutonico parlasse di nuovo in termini di Thor e Wotan e dell’albero Idrasil. E vorrei che il mondo druidico riconoscesse, onestamente, che il vischio è il loro mistero, e che loro stessi sono i Tuatha De Danaan vivi, ma sommersi. E un nuovo Hermes dovrebbe ritornare nel Mediterraneo, e un nuovo Ashtarot in Tunisia; e Mithra di nuovo in Persia  e Brahma tutto intero all’India, e il più vecchio dei draghi in Cina.” – D. H. Lawrence Il serpente piumato

Già nel 1968, Alain de Benoist fondò in Francia il gruppo di ricerca e di studi per la civiltà europea, un pool di esperti etno-nazionalisti che rifiutava il Cristianesimo e promuoveva il ritorno al paganesimo. Alcuni anni prima, a Findhorn, in Scozia, era nata quella che chiamiamo la New Age. Coloro che non accettavano la propaganda materialistica e atea dell’Occidente laico, ma che, allo tesso tempo, avvertivano che le risposte ai loro bisogni spirituali non si trovavano più nel Cristianesimo, stavano cercando nuove opzioni.

Per anni studente di religioni comparate e di esoterica accademica, io stesso considero il paganesimo una prospettiva praticabile, specialmente in Europa, mentre il tradizionalismo del genere sostenuto da Renè Guenon, Ananda Coomaraswamy, Titus Bruckhardt, Julius Evola e altri tradizionalisti del ventesimo secolo sembra realisticamente insostenibile. In altre parole, nonostante la mia buona volontà, trovo che pregare,  per dire, Mercurio o Odino o Mitra sia leggermente impraticabile, se non comico. D’altra parte, molte delle deità appartenenti alla mitologia greco romana furono di fatto incorporate nella religione cattolica romana. Quest’ultima, nonostante affermi l’opposto, è completamente politeista, per la fede nella Trinità, per la sovrabbondanza di santi maschi e femmine, e per la Vergine Maria adorata attraverso una moltitudine di apparizioni in paesi, e persino regioni, diversi all’interno della stessa nazione. Non potrebbe essere altrimenti, data l’ineluttabile influenza della mitologia che il cattolicesimo romano ha alla fine soppiantato.

Una caratteristica che distingue il Cattolicesimo dalle altre sette cristiane, e in realtà da tutte le religioni abramiche, è il già menzionato culto della Vergine, cioè il culto della Dea. Va da sé – letteralmente: nessun membro del clero cattolico lo ammetterebbe apertamente – che, nella religione cattolica, Nostra Signora è allo stesso tempo Cibele, Minerva, Diana, e varie altre dee dell’antichità. Una festività fra tutte  evidenzia questo: il 15 agosto è la festa dell’Assunzione, l’assunzione della Vergine Maria in cielo. In Italia questa festa è oggi chiamata “Ferragosto”. L’intera nazione chiude, e in questo, così come in popolarità, compete con il Natale. Infatti “Ferragosto” deriva dal latino “Feriae Augusti” (il riposo di Augusto), una festa fissata dall’imperatore Augusto nel 18 d.c. per celebrare il raccolto, il ciclo della fertilità e della maturazione, e, infine, la dea Diana.

Di conseguenza pregare la Vergine Maria evoca molte dee precedenti, delle quali lei è diventata, per così dire, un ricettacolo. Niente di tutto ciò mi era chiaro fino a circa quindici anni fa, e ancora mi meraviglio di tale fenomeno neopagano sotto mentite spoglie.

Viaggiando attraverso l’Europa cattolica in particolare ci s’imbatte in un certo numero di santuari mariani, eretti per celebrare l’apparizione della Madonna in uno specifico luogo. Ad esempio, alcuni saranno devoti alla Vergine di Loreto, altri a quella di Lourdes, o di Fatima – è sempre la stessa Madonna, ovviamente, ma ancora una volta sembrerebbe riaffermare i suoi tratti politeisti per il fatto di essere adorata sotto nomi diversi.

Recentemente, mia moglie ed io abbiamo celebrato un importante anniversario di matrimonio attraversando in auto la Spagna e la Francia. Volenti o nolenti, il sottotema del nostro grand tour è stato la Madonna.

Persino a  Girona, il posto dove stavamo e che abbiamo usato come base per esplorare le terre amate da Salvador Dalì, ci siamo imbattuti in una magnifica cattedrale gotica, in origine un foro romano in cima a una rampa di scale, dedicata a Nuestra Señora (Nostra Signora).

Dopodiché abbiamo fatto una breve tappa a Saragozza, per porgere omaggio a Nuestra Señora del Pilar (Nostra Signora del Pilar [Pilastro]). Poi avanti fino a Burgos, con la sua splendida e ricchissima cattedrale gotica, anch’essa dedicata a Nuestra Señora. Lo stesso dicasi per l’impressionante cattedrale di Leon, con una distesa di vetrate multicolori. Covadonga, nelle Asturie, rappresenta un pellegrinaggio mariano per l’intera Spagna; è dove un futuro re visigoto, Pelagio, vincendo una battaglia contro i mori – che, in ogni modo, odiavano il clima piovoso – fece in modo che le Asturie non fossero mai conquistate...  

In Francia, la nostra prima tappa è stata Rocamadour, non solo per Durlindana, la spada del paladino Rolando conficcata nella roccia ma, ovviamente, per Notre Dame (Nostra Signora), alla quale l’intero complesso medievale, magnificamente stratificato e intagliato nella roccia viva, è dedicato. Anche Rouen e Parigi hanno maestose cattedrali dedicate a Notre Dame.

Fra tutti questi luoghi, quello che ha “parlato” sia a mia moglie sia a me è stata la Basilica-Cattedral de Nuestra Señora del pilar, in Saragozza.

Mi corre l’obbligo di contestualizzare la nostra visita.

Si è trattato di una semplice tappa, sulla strada da Girona a Burgos. Essendo il trasferimento più lungo del nostro grand tour (670km), non c’era tempo da perdere. Inoltre, si dava il caso che fosse domenica, e la Basilica-Catedral era prevedibilmente affollata – ma per lo meno di fedeli, quindi in uso per ciò per cui era stata costruita, come luogo di culto piuttosto che come museo, com’è il caso, ad esempio, di Burgos. Cerco di essere un guidatore attento, e sono estremamente concentrato quando guido sulle autostrade o in qualsiasi altro posto che comporti alta velocità. Ma quando arrivo in città, mi rilasso e prendo fiato. Dopo tutto, un incidente in un parcheggio è un graffio, o un coccio, mentre un incidente in autostrada può facilmente essere mortale. Mia moglie, invece, diventa inquieta nel traffico e piuttosto impaziente nei parcheggi, suppongo per la voglia di arrivare. Così, mentre io mi rilasso, lei tende a innervosirsi. In un parcheggio sotterraneo, presso la Basilica–Catedral, stavo avendo difficoltà a parcheggiare la nostra grande Kia Carens (Carens? Ci credereste che i coreani le hanno dato il nome dal latino “carente”?), noleggiata a Barcellona. Alla fine di un breve battibecco, le ho detto: “Se sei così brava, parcheggiala tu”. Non ha gradito l’affronto, ma ha parcheggiato la macchina. Emergendo nella piazza, siamo stati gratificati da inaspettate proprozioni americane. L’enorme Basilica–Catedral al centro; altre due chiese su entrambi i lati dell’oblunga e immensa piazza; e il fiume Ebro dall’altra parte, attraversato da un glorioso ponte romano. Distratti, siamo entrati nell’affollata Basilica-Catedral e abbiamo subito trovato Nostra Signora del Pilar: una statuetta di esattamente trentasei centrimetri e mezzo posta in cima a un piccolo pilastro. Quell’immensa piazza con due co-cattedrali e un’altra chiesa importante; quell’enorme basilica cattedrale che risale agli inizi della Cristianità, poi costantemente modificata durnate i secoli—per questo? Non appena il mio intelletto ha formulato  tale domanda, mi sono trovato commosso fino alle lacrime. Non so perché. Mia molgie, di fianco a ma, era ugualmente sopraffatta. 

In altri santuari mariani lungo la strada eravamo riusciti ad avere il posto tutto per noi, ed eravamo in uno stato d’animo più calmo, più incline, si potrebbe dire, alla meditazione. Nella Basilica–Catedral era tutto l’opposto—eppure mai prima avevamo sperimentato niente del genere.

Nella mia beata ignoranza, non conoscevo l’esatta natura di questa particolare apparizione, sebbene io intuissi che doveva essere portentosa, dato che, in un viaggio precedente, avevo notato che la cattedrale di Chartres è anch’essa dedicata a Nostra Signora del Pilar. Così si dice:

“Secondo la leggenda, nei primi tempi della chiesa, il 2 gennaio del 40  d.c., l’apostolo Giacomo (Santiago) Maggiore stava predicando il Vangelo in Caesaraugusta (l’odierna Saragozza) presso il fiume Ebro, quando vide Maria, miracolosamente apparsa in carne e ossa su un pilastro, che gli chiedeva di ritornare a Gerusalemme. Si crede che il pilastro, che era trasportato da angeli, fosse lo stesso venerato in Saragozza, nella spagna di oggi. Guarigioni miracolose sono state segnalate nel luogo.”

Questa, ho appreso inoltre, è stata l’unica apparizione della Vergine prima della sua Assunzione in cielo (o Dormizione, come la chiamano gli anglicani), cioè mentre era ancora viva. È anche la prima apparizione mariana fra tutte, e la chiesa originariamente eretta per celebrarla è la prima chiesa della cristianità dedicata a Nostra Signora.

Così, nonostante l’importanza di tutti gli altri santuari mariani che abbiamo visitato prima e dopo di allora (ad esempio Guadalupe, nell’Estremadura, in Spagna, che poi, attraverso un’altra apparizione al di là dell’oceano Atlantico, divenne la Santa Patrona del Messico; Loreto, nelle Marche, in Italia, dove il santuario della Santa Casa si suppone contenga la casa nella quale ha vissuto la Vergine, trasportata in volo fin là attraverso il mare Adriatico dagli angeli), è poetico che questo, fra tutti, ci abbia commosso così profondamente—quello in cui è nato il culto della Vergine, ed è rinato il culto della Dea.    

Ma se doveste ancora pensare al marianesimo come ad un culto esclusivamente per Cattolici, sebbene io abbia cercato di mettere in evidenza le sue forti connotazioni pagane, considerate il nome della città “Los Angeles”. Mentre spesso ci si riferisce ad essa come alla Città degli angeli, il suo nome completo è: El Pueblo de Nuestra  Señora la Reina de los Angeles de Porciùncula – “La città di Nostra Signora la regina degli angeli della Porziuncola”. La Porziuncola è la chiesetta che San Francesco di Assisi restaurò dopo aver ricevuto una visione mistica, un’altra è la piccola cappella di Santa Maria degli Angeli, che più tardi divenne la sua casa. Sopra alla minuscola Porziuncola è stata costruita l’enorme basilica di Santa Maria degli Angeli. Così, persino Los Angeles ha un’origine squisitamente mariana—e risonanza?

“So if I want Mexicans to learn the name of Quetzalcoatl, it is because I want them to speak with the tongues of their own blood. I wish the Teutonic world would once more think in terms of Thor and Wotan, and the tree Igdrasil. And I wish the Druidic world would see, honestly, that in the mistletoe is their mystery, and that they themselves are the Tuatha De Danaan, alive, but submerged. And a new Hermes should come back to the Mediterranean, and a new Ashtarot to Tunis; and Mithras again to Persia, and Brahama unbroken to India, and the oldest of dragons to China.” —D.H. Lawrence, The Plumed Serpent

As early as in 1968, Alain de Benoist founded in France the Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne, a ethnonationalist think-tank that rejected Christianity and advocated a return to Paganism. A few years before, at Findhorn, in Scotland, what we now call New Age was born. Those who did not buy the materialistic and atheistic propaganda of the secular West, but who at the same time no longer felt that the answers to their spiritual needs would be found in Christianity, were searching for new options.

For years a student of comparative religion and of scholarly esoterica, I myself find Neopaganism to be a viable prospect, especially in Europe, while Traditionalism of the sort advocated by René Guénon, Frithjof Schuon, Ananda Coomaraswamy, Titus Burckhardt, Julius Evola and other 20th century Traditionalists seems realistically untenable. In other words, despite my good will, I find praying to, say, Mercury, or Odin, or Mithras bordering on the impractical, if not on the silly. On the other hand, many of the deities belonging to Greco-Roman mythology were de facto incorporated into the Roman Catholic religion. The latter, despite its claims to the opposite, is thoroughly polytheistic, owing to its belief in the Trilogy; in an overabundance of male and female saints; and in the Holy Virgin, worshipped through a multitude of apparitions in different countries and even regions within the same country. It couldn’t be otherwise, given the inescapable influence of the mythology Roman Catholicism eventually supplanted.

One feature that distinguishes Catholicism from the other Christian sects, and indeed from all Abrahamic religions, is the mentioned cult of the Virgin, i.e., the cult of the Goddess. It goes without saying — quite literally: no member of the Catholic clergy would ever admit as much openly — that, within the Catholic religion, Our Lady is at once Cybele, Minerva, Diana, and various other goddesses of antiquity. One festivity above all illustrates this: the 15th of August is the Feast of the Assumption, the Assumption of the Virgin Mary into Heaven. In Italy such a feast is to this day called “Ferragosto”. The whole country shuts down, and in that, as well as in popularity, it rivals Christmas. In fact, “Ferragosto” comes from the Latin “Feriae Augusti” (Augustus’s rest), a celebration established by Emperor Augustus in 18 BC to celebrate the harvest, the cycle of fertility and ripening, and ultimately the goddess Diana.

Consequently praying to the Blessed Virgin Mary conjures up much earlier goddesses, too, of which she has become, so to speak, a repository. None of this was clear to me until about fifteen years ago, and I still marvel at this neopagan phenomenon in disguise.

When travelling across Catholic Europe in particular, one chances upon a number of Marian shrines, erected to celebrate her apparition in a specific place. Some people will be devoted to, say, the Virgin of Loreto, others of Lourdes, or of Fatima—it’s always the same Virgin, of course, but once more she would seem to be reasserting her inherent polytheistic traits by being worshiped under different names.

Recently my wife and I celebrated an important wedding anniversary by motoring across Spain and France. Willy-nilly, the sub-theme of our grand tour turned out to be Our Lady.

Even in Girona, the first place we stayed at and were using as a base from which to explore Salvador Dalí’s stomping grounds, we chanced upon a magnificent Gothic cathedral, originally the Roman forum atop a flight of steps, dedicated to Nuestra Señora (Our Lady).

We then paused briefly in Zaragoza to pay homage to Nuestra Señora del Pilar (Our Lady of the Pillar). Then on to Burgos, with its supremely rich and gorgeous Gothic cathedral, also dedicated to Nuestra Señora. The same goes for Léon’s impressive cathedral with acres of stained glass windows. Covadonga, in Asturias, is a Marian pilgrimage for the whole of Spain; that’s where a Visigothic king-to-be, Pelagius, by winning a battle against the Moors — who hated the rainy climate anyway — made sure that Asturias would never be conquered. Pelagius/Pelayo was helped in this battle by the Virgin. From a mini-kingdom born in a cave deep in the Asturian mountains to a world power and today a world language—who would have thought…

Over in France, our first stop was Rocamadour, not only for Durendal, paladin Roland’s sword stuck in the stone, but of course for Notre Dame (Our Lady), to whom the whole magnificently stratified medieval complex carved out of sheer rock is dedicated. Rouen and Paris have magnificent cathedrals dedicated to Notre Dame, too.

And yet, out of all these places, the one that “spoke” to both my wife and to me was the Basilica-Catedral de Nuestra Señora del Pilar, in Zaragoza.

I should contextualize our visit.

This was a mere stop, coming from Girona on the way to Burgos. Being the longest transfer in our grand tour (670 kms), there was no time to waste. Also, it happened to be a Sunday, and the Basilica-Catedral was predictably crammed—but at least with the faithful, hence being used for what it was intended, as a place of worship rather than as a museum, which is the case, for example, in Burgos. I try to be a careful driver, and am extremely concentrated when driving on highways or anywhere at high speed. But when I get to a town or to a city, I relax and decompress. After all, an accident in a parking lot is a scratch, or a dent, while an accident on a highway can easily be deadly. My wife, on the other hand, gets restless amid traffic and quite impatient in a parking lot, I suppose out of eagerness to have arrived already. So while I relax she tends to tense up. In an underground parking by the Basilica-Catedral I was a having trouble getting the maneuver right to park our largish Kia Carens (Carens? Would you believe the name the Koreans gave it? From the Latin, “lacking”?). We bickered, and I said, “If you’re so good at it, park it yourself.” She didn’t like such effrontery, but went ahead and parked the car. As we emerged in the plaza, we were treated to unexpected American spaces and scope: the gargantuan Basilica-Catedral in the center; two more churches at either end of the oblong and immense plaza; and the river Ebro on the other side, crossed there by a glorious Roman bridge. Still in a somewhat distracted mood, we entered the crowded Basilica-Catedral, and quickly found the Virgen del Pilar: a statuette of 14.37 inches exactly standing atop a smallish pillar. That immense plaza with two co-cathedrals and another church of merit; that enormous Basilica-Catedral dating back to the outset of Christianity and then constantly modified over time—all for this? No sooner had my intellect formulated this than I was moved to tears, and started weeping. I have no idea why. My wife, a few footsteps behind me, was equally overwhelmed.

In other Marian shrines along the way we had the place to ourselves, and were in a calmer mood, conducive, one would think, to meditation. It was all the opposite inside the Basilica-Catedral—and yet, we’d never experienced anything of the sort.

In my blissful ignorance, I didn’t know the exact nature of this particular apparition, though I realized it must be portentous as I was surprised to discover, on a previous journey, that the cathedral in Charters is also devoted to the Virgen del Pilar. There it follows:

“According to legend, in the early days of the Church on January 2nd, 40 AD, the Apostle James (Santiago) the Greater was proclaiming the Gospel in Caesaraugusta (present day Zaragoza) by the river Ebro, when he saw Mary miraculously appearing in the flesh on a pillar calling him to return to Jerusalem. The pillar, which was being carried by angels, is believed to be the same one venerated in Zaragoza, Spain today. Miraculous healings have been reported at the location.”

This, I also learned, was the only apparition of the Virgin before her Assumption into Heaven (or Dormition, as the Anglicans call it), i.e., while still alive. It is also the first Marian apparition of them all, and the church originally erected to celebrate it, the first church in Christianity dedicated to Our Lady.

So, the importance of all other Marian shrines we’ve visited before and since notwithstanding (for example, Guadalupe, in Extremadura, Spain, which then, through another apparition across the Atlantic Ocean, became the Patron Saint of Mexico; Loreto, in the Marche, Italy, where the Shrine of the Holy House supposedly contains the house in which the Virgin lived, flown there from across the Adriatic Sea by angels), it is poetic that this one, of them all, would move us so deeply—the one in which the cult of the Virgin was born, and the cult of the Goddess, reborn.

But should you still think of Marianism as a cult exclusively for Catholics, though I’ve been trying to point out its strong pagan connotations, consider the name of the city “Los Angeles”. While often referred to as the City of Angels, its full name is: El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles de Porciúncula—“The Town of Our Lady the Queen of Angels of Porziuncola.” The Porziuncola is the little church that Saint Francis of Assisi restored after receiving a mystical vision; another one is the little chapel of Saint Mary of the Angels, which later became his house. On top of the tiny Porziuncala was built the huge Basilica of Saint Mary of the Angels. So even Los Angeles happens to have a distinctly Marian origin—and resonance?

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L'ethos "ammazza-mori" della Spagna

2 Settembre 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #storia

 

Di Giambattista Tiepolo - www.szepmuveszeti.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4043039

 

 

di Guido Mina di Sospiro

tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato in inglese da New English Review con il titolo Spain’s “Moor-slaying” Ethos

 

[In Spagna sono pubblicato con vari libri tradotti dall’inglese, ai quali contribuisco lavorando a fianco del traduttore o dei traduttori; parlo spagnolo (castigliano) fluentemente e sono stato intervistato alla radio e alla televisione nazionali spagnole, così come dai maggiori giornali del paese; mia moglie è di discendenza spagnola (Basca, galiziana e cantabrica) e lo spagnolo è la sua madre lingua; sono un Grande di Spagna, (titolo concesso a un mio antenato da Carlo V); leggo avidamente libri in spagnolo, particolarmente un sottogenere revisionista in espansione che racconta le conquiste militari della Spagna lungo i secoli; e ho viaggiato in lungo e in largo attraverso la Spagna più che in qualsiasi altro paese europeo, Italia inclusa. Detto ciò, nel saggio seguente ho cercato di offrire al lettore un distillato: alcuni aspetti, più o meno famosi, o famigerati, che sono emblematici di un certo spirito spagnolo.]

Due enormi autobus si sono appena fermati e hanno parcheggiato vicino al santuario. Mi volto verso mia moglie e le dico, “Ci sono i cinesi! Svelta, andiamo a porgere i nostri rispetti alla Vergine finché abbiamo il posto tutto per noi.“ E che posto: Nostra Signora di Covadonga è un santuario mariano dedicato alla Vergine Maria, a Covadonga, nelle Asturie, nel nord ovest  della Spagna. Le Asturie sono una regione strana che, per la maggior parte della gente, non richiama alla mente la Spagna stereotipata: un misto fra le Dolomiti e l’Irlanda, molto verde perché molto piovosa, scarsamente popolata, eccetto che per le due città principali, Oviedo e Gijon, e molto bella. È stato qui che, all’inizio del VII secolo, la nobiltà visigota si ritirò dopo essere stata sconfitta dai Mori che stavano conquistando l’intera penisola iberica. Pelagio, o Pelayo, fondò il regno delle Asturie, e quattro anni più tardi guidò ciò che restava dell’esercito visigoto contro i Mori che avanzavano, e li fronteggiò a Covadonga; una statuetta della Vergine Maria era stata segretamente nascosta in una delle grotte sopra la cascata (Cova Donga, dal latino Cova Dominica, cioè Grotta della Signora). Miracolosamente, Re Pelagio e i suoi uomini riuscirono a sconfiggere i Mori, e ogni visigoto credette che fosse stato grazie all’aiuto della Vergine. Era il 722, una data celebrata in tutta la Spagna come l’inizio della Reconquista, la Ri-conquista, che, dopo 800 anni di guerra costante, portò all’espulsione dei Mori dalla Penisola Iberica.

Come poi si è scoperto, gli autobus non erano pieni di turisti cinesi, ma di bambini delle elementari spagnole. Erano là per un pellegrinaggio che unisce il nazionalismo al marianesimo. Abbiamo sentito i loro insegnanti raccontare di Pelagio e della Vergine che lo aiutò, della nascente Spagna contro i Mori che conquistavano tutto; poi hanno spiegato che la Reconquista è nata lì; infine, non senza un certo orgoglio, hanno parlato degli otto gloriosi secoli che seguirono, ricchi di battaglie che si conclusero con l’espulsione dei Mori, con l’unificazione della Spagna, e con l’inizio della Conquista, cioè l’impero spagnolo. Come una capsula di storia e metastoria, (la fine della Reconquista coincide, quasi in modo soprannaturale, con l’inizio della Conquista nell’anno 1492), potrebbe essere risultata pesante per i bambini, ma sembravano assorbire le informazioni con attenzione. Erano silenziosi e ascoltavano. Il luogo stesso, alla fine di una lunga galleria scavata nella roccia a strapiombo, sopra una cascata sull’orlo di un precipizio, è straordinario. E la piccola statua della Vergine di Covadonga, che qualcuno potrebbe ritenere kitsch, sembrava operare la sua magia sui ragazzi (e su mia moglie e me, ma questa è un altro discorso).

Abbiamo domandato a una delle insegnanti se portare i bambini a Covadonga è qualcosa che fanno solo le scuole asturiane; ci ha risposto, “No, portano qui bambini da tutta la Spagna. È un monumento nazionale. Qui sono stati sconfitti i Mori per la prima volta; qui è dove ha avuto inizio la Reconquista.”

L’Estremadura, nell’ovest della Spagna al confine col Portogallo, è una terra di conquistatori che ha prodotto più famosi (o famigerati, a seconda del punto di vista) Conquistadores di qualsiasi altra regione della Spagna. Trujillo oggi è principalmente ricordata per due dei suoi figli: Francisco Pizarro, che conquistò l’impero Inca; e Francisco de Orellana, il primo a navigare l’intero corso del Rio delle Amazzoni, da principio chiamato Rio de Orellana: 4345 miglia verso l’ignoto. Ma ben prima di allora, Trujillo ha contribuito anche alla Reconquista.

Mentre Alfonso VIII iniziò a testare la resistenza dei Mori nell’area, fu Ferdinando III “el Santo” il monarca che, nel 1232, riconquistò Trujillo alla fede cristiana grazie a un intervento sovrannaturale: la Vergine, con in braccio il bambin Gesù, apparve sopra le mura del castello moresco, nel punto più alto della città, e perciò la battaglia fu vinta dai soldati di Alfonso VIII. Da quel momento in poi, l’intero esercito si rivolse alla Vergine col titolo “La Victoria” (la Vittoria), come santa patrona e avvocato della Reconquista. Fu messa sul trono in cima alla porta principale che porta al castello, dove fu creata una cappella per lei.

Ferdinando III “il Santo” (el Santo) – re di Castiglia dal 1217 e re di León dal 1230 come pure re di Galizia dal 1231 – fu uno dei capi militari di maggior successo durante la Reconquista. Era anche un uomo devoto, sempre pronto ad ascrivere le sue vittorie contro gli “infedeli”, sia militari sia diplomatiche, a Dio o, come mostrato, alla Vergine. Secoli dopo la sua morte, papa Clemente X lo canonizzò. La Valle di san Fernando, vicino a Los Angeles, nel sud della California, porta il suo nome.

Le feste patronali in onore di Nostra Signora della Vittoria sono tenute ancora oggi a Trujillo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Contemporaneamente, ci sono festival di musica, danza e teatro. La cittadina si anima e attrae visitatori da tutta la regione. 786 anni dopo che Nostra Signora della Vittoria aiutò gli spagnoli a sconfiggere i Mori e riconquistare la città, la sua memoria continua a vivere in modo molto tangibile. Un estraneo penserebbe che Pizarro o de Orellana siano stati scelti dalla città per cantare la sua gloria. Certamente molto vien celebrato su di loro e sui Conquistatori, ma il capitolo che riguarda la Reconquista, con l’intervento, niente meno, di Nostra Signora della Vittoria, è ancora quello festeggiato e sentito di più.

Al pari di Trujillo, Zamora, in Castiglia e Leon sulle rive del Duero, è un’altra città che difficilmente sarà visitata da orde di turisti parlanti lingue misteriose. Quando ci siamo stati, abbiamo incontrato solo visitatori spagnoli, e pochissimi dal vicino Portogallo. E tuttavia, Zamora è sia una gemma sia una stranezza molto emblematica. Annovera ventiquattro chiese del XII e XIII secolo, tutte in stile romanico, così come altri edifici non religiosi nello stesso stile. Nessun’altra città al mondo è abbellita da così tante chiese romaniche – sono ovunque. Ce n’è persino una in miniatura (non del tutto) nel centro della plaza mayor .

Durante i secoli della dominazione moresca nella penisola iberica, Zamora, allora alla periferia del regno delle Asturie, divenne una roccaforte strategica per la Reconquista dei Cristiani. Dall’inizio dell’ottavo secolo fino alla fine del decimo, cambiò di mano dai Cristiani ai Mori attraverso feroci contrasti militari; furono costruiti edifici difensivi e ogni sorta di fortificazione. Durante il dodicesimo secolo il combattimento s’intensificò.  La città, in quel momento parte del regno di Leon, fu finalmente riconquistata e tolta agli Almoravidi e Almohadi. Fu allora che si decise di popolare la città di cristiani provenienti da altri centri, e costruire un numero impressionante di chiese, tutte più o meno nello stesso momento e perciò tutte nello stile corrente, il romanico. La straordinaria, grande ed estremamente composita cattedrale fu costruita in soli ventitré anni.

Mentre si viaggia da nord a sud, le chiese in Spagna diventano più “recenti”, poiché quest’ultima regione fu riconquistata più tardi. In nessun altro luogo più che a Zamora è evidente che la costruzione delle chiese era più di una affermazione religiosa; implicava, in modo abbastanza esplicito, il trionfo sugli “infedeli” e la costruzione della nazione. Liberando città dopo città dalla dominazione moresca, la Spagna gradualmente divenne la Spagna. Con l’eccezione di alcune chiese preromaniche nelle Asturie, quasi ogni chiesa in Spagna è una testimonianza della Reconquista. La Spagna visigota era cristiana (all’inizio ariana, poi, dopo che Recaredo, il re visigoto di Toledo, si convertì al cattolicesimo nel 587 d.c., ci fu un tentativo mai riuscito di cattolicizzare l’intera penisola iberica) e produsse alcune chiese. Ma poi i Mori o le trasformarono in moschee o le distrussero, così, una volta riconquistato il territorio, molte chiese dovettero essere costruite  da zero oppure le moschee convertite in chiese.

La Galizia, una vasta e verdeggiante sotto-regione di montagne, colline, rias, (cioè piccole baie, estuari e fiordi), oceano, spagnoli di origine celtica e zampogne, è dove si trova Santiago di Compostela. Nel mio libro La metafisica del ping pong scrivo: “... per festeggiare il mio quarantesimo compleanno in un luogo mitico che avevo sempre desiderato visitare, mi ero imbarcato nel pellegrinaggio alla cattedrale di San Giacomo, a Santiago di Compostela, insieme a mia moglie. Era stato un incredibile pellegrinaggio di cinquanta metri – quanti ne distava l’albergo dalla cattedrale – percorsi tutti a piedi e senza alcuna sosta, malgrado il tempo inclemente: un’acquerugiola.” A dispetto della mia leggerezza, Santiago de Compostela è uno dei più importanti santuari della cristianità, e di gran lunga il più famoso pellegrinaggio del mondo occidentale. Decine di migliaia di pellegrini di tutte le nazionalità e di tutte le fedi (incluso nessuna) percorrono faticosamente ogni anno il cammino di Santiago, dalla Francia, o dal Portogallo, o da qualsiasi altro posto in Spagna, centinaia di chilometri a piedi. Se ce la fanno, alla fine raggiungono la Plaza de Obradoiro [la piazza della (completata) opera d’oro, un appellativo con chiare sfumature alchemiche], dove sorge la grandiosa cattedrale. Molti, se non la maggior parte, dei pellegrini rimangono scioccati quando, una volta entrati nella cattedrale, s’imbattono nella statua di Santiago (San Giacomo) a cavallo di un destriero bianco che brandisce una spada. Non sanno che, dietro il verde provvidenzialmente collocato per decisione della chiesa cattolica, ci sono statue di Mori che si contorcono sul terreno mentre vengono trucidati dal santo. L’iconografia di Santiago, con la quale tutti diventano familiari, è quella di un primigenio hippy vagabondo, barbuto e comprensibilmente arruffato, con un bastone da passeggio, un ampio cappello e la distintiva conchiglia (che i francesi chiamano coquille Saint-Jacques, per la precisione). Sembra uscito da una comune hippy dei tardi anni sessanta. Dentro la cattedrale, d’altro canto, i pellegrini contemporanei s’incontrano con quest’altro Santiago, il Matamoros, letteralmente, san Giacomo ammazza-Mori.

Giacomo era uno dei dodici apostoli di Gesù, ed è considerato il primo apostolo a essere stato martirizzato. È il santo patrono sia degli spagnoli sia dei portoghesi, chiamato rispettivamente Santiago o São Tiago. Il suo mito come guerriero dalla parte dei cristiani contro i musulmani deriva da quella che sembra essere una finta battaglia, presumibilmente combattuta vicino a Clavijo, tra i cristiani, guidati da Ramiro I delle Asturie, e i musulmani, guidati dall’emiro di Cordoba. In essa, Santiago Matamoros (ammazza-Mori) apparve all’improvviso e aiutò un esercito cristiano in minoranza numerica a raggiungere la vittoria. La data assegnata alla battaglia, l’834, fu più tardi cambiata in 844 per adattarsi a dettagli storici più plausibili.

Sebbene nata da un incidente che, nella migliore delle ipotesi, è spurio, la storia del culto di Santiago procede di pari passo con la storia della Reconquista, e incarna una delle più formidabili icone ideologiche dell’identità nazionale spagnola. “iSantiago y cierra, Espana!” e cioè, “Santiago e addosso, Spagna!” o “Santiago e contro di loro, Spagna!” divenne il grido di battaglia degli eserciti spagnoli che combattevano contro i Mori [e continuò a essere usato, più tardi, dai Conquistatori, con Santiago Matamoros opportunamente trasformato in Santiago Mataindios (ammazza-indiani), ma questa è un’altra storia]. L’Orden de Santiago, cioè l’ordine di San Giacomo della spada, fu fondato nel dodicesimo secolo. Il suo scopo era proteggere i pellegrini del Camino de Santiago, difendere la cristianità, ed espellere i mori dalla penisola iberica. Il suo emblema era la cruz espada, la croce di San Giacomo, cioè una croce che somiglia molto a una spada. Infine, Santiago fu un tema importante delle arti, nella pittura come nella scultura, e si trova in un’infinità di chiese, palazzi e musei in tutta la spagna contemporanea. 

Entrando finalmente nell’impressionante cattedrale di Santiago di Compostela, la maggior parte dei pellegrini sono stupiti nel vedere Santiago trasformato dal classico vagabondo in un ammazza-mori che brandisce la spada. Nel 2004, poco dopo l’attentato al treno di Madrid, l’attacco terroristico di Al-Qaeda che sterminò 192  persone e ne ferì circa 2000, la chiesa cattolica decise di rimuovere la statua di Santiago Matamoros dalla cattedrale, per non offendere la sensibilità dei musulmani  (tardivamente?). Ci fu un sollevamento popolare contro tale rimozione, e si trovò un compromesso, coprendo di piante i mori uccisi, cosa che è stata mantenuta fino ad oggi. I pellegrini, siano essi cattolici, agnostici, umanitari o ipertolleranti globalisti politically correct, pensano che niente potrebbe essere più contrario agli insegnamenti di Gesù dell’idea che uno dei suoi discepoli venga glorificato come assassino. Probabilmente nessuno ha detto loro delle lettere di Bernardo di Chiaravalle ai Templari, o Liber ad milites templi de laude novae militiae (Libro dei cavalieri del Tempio, in lode del a nuova milizia), scritte fra il 1120 e il 1136.

San Bernardo scrisse tale lettera/libro per i cavalieri templari demoralizzati, che nutrivano seri dubbi sul ruolo dei guerrieri cristiani, specialmente riguardo all’atto dell’ammazzare, che consideravano non etico. Dimostrando la sua eloquenza, e partendo dalla premessa della teoria della guerra giusta di Agostino di Ippona (jus bellum iustum), San Bernardo, nel suo libro, introdusse il concetto di mali-cidium (l’uccisione del male). I Milites Christi, i guerrieri di Cristo, non potevano commettere homi-cidum (omicidio, alla lettera uccisione dell’uomo), che è proibito dal quinto comandamento. Ma, siccome il bene superiore dello sradicamento del male lo richiedeva, il malicidium del musulmano “infedele” (l’uccisione del male  dentro di lui) era giustificata.

Nel medioevo ogni sorta di divinità cristiana fu reclutata per il bene delle Crociate e, in Spagna, ben prima di allora, anche della Reconquista: Santo Cristos de las Batallas (Santo Cristo delle battaglie, tutt’oggi un culto molto seguito particolarmente a Salamanca, Avila, e Cáceres), portato in forma di statua sui campi di battaglia quando si combattevano i Mori; la Vergine, in varie apparizioni (ho menzionato quella decisivo a Covadonga, e un’altra a Trujillo); così come, ovviamente, Santiago Matamoros.

Mentre la chiesa cattolica era occupata a mantenere la sua cortina di verzura alla base della statua di Santiago Matamoros, è avvenuto l’attacco di Barcellona, che ha ucciso 13 persone e ne ha ferite almeno 130, la cui indiretta responsabilità è stata attribuita allo stato islamico dell’Irak e del Levante (ISIL)

Dato il suo passato, dato il fatto che la Reconquista è vivamente commemorata fino ad oggi in tutto il paese, e il suo fondamentale significato inculcato nelle menti di tutti i cittadini a partire dai bimbi delle elementari, trovate la correttezza politica occidentale, che sfiora la tolleranza ad ogni costo, adatta o non adatta alla Spagna?

 

I am published in Spain with various books in translation from the English, to which I contribute by working alongside the translator(s); I speak Spanish (Castilian) fluently and have been interviewed on Spanish national radio and television, as well as by the country’s major newspapers; my wife is of Spanish descent (Basque, Galician and Cantabrian) and Spanish is her mother tongue; I am a Grandee of Spain (a title bestowed upon an ancestor of mine by Charles the Fifth); I avidly read books in Spanish, particularly in a burgeoning revisionist subgenre that recounts Spain’s military feats down the centuries; and I have traveled across Spain more than across any other country in Europe, Italy included. Having said that, in this essay I have endeavored to offer to the anglophone reader a distillate: a few aspects, more or less famous, or notorious, that are emblematic of a certain Spanish spirit.

Two huge buses have just pulled up and parked near the sanctuary. I turn to my wife and say, “The Chinese are here! Quick, let’s go pay our respects to the Virgin while we’ve got the place ourselves.” And what a place: Our Lady of Covadonga is a Marian shrine devoted to the Virgin Mary at Covadonga, Asturias, in north-west Spain. Asturias is strange region that for most people does not call to mind stereotypical Spain: a mix between the Dolomites and Ireland, it is very green because it is very rainy, sparsely populated except for its two main cities, Oviedo and Gijon, and very beautiful. It was here that, at the outset of the 7th century, the Visigothic nobility retreated after being defeated by the Moors, who were conquering the entire Iberian Peninsula. Pelagius, or Pelayo, founded the Kingdom of Asturias and four years later led what was left of the Visigothic army against the advancing Moors, and met them at Covadonga; a small statue of the Virgin Mary had been secretly hidden in one of the caves above the waterfall (Cova Donga, from the Latin Cova Dominica, i.e., Cave of the Lady). Miraculously, King Pelayo and his men managed to defeat the Moors, and every Visigoth believed it was thanks to the aid of the Virgin. It was 722, a date that is celebrated all over Spain as the beginning of the Reconquista, the Re-conquest, which, after eight hundred centuries of constant fighting, led to the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula.

As it turned out, the buses were not full of Chinese tourists, but of Spanish elementary school children. They were there on a pilgrimage that unites nationalism with Marianism. We overheard their teachers tell them about Pelayo and the Virgin who helped him, and nascent Spain, against the all-conquering Moors; next they explained that the Reconquista was born there; finally, not without pride, they elaborated about the eight glorious centuries that followed, rich in battles, resulting in the expulsion of the Moors, in unified Spain, and in the beginning of the Conquista, and that is, the Spanish Empire. As a capsule of history and metahistory (the end of the Reconquista coincides almost preternaturally with the beginning of the Conquista in the year 1492), one would have thought that it might be overwhelming for the children, but they took the information in stride. They were quiet, and listening. The place itself, at the end of a long tunnel dug into sheer rock, over a waterfall above a precipice, is stunning. And the little statue of the Virgin of Covadonga, which some may qualify as kitsch, seemed to work her magic on the children (and on my wife and me, but that’s beside the point).

 We asked one of the teachers if taking the children to Covadonga was something done only by Asturian schools; she replied, “No, school children are taken here from all over Spain. It’s a national monument. The Moors were defeated here for the first time; this is where the Reconquista began.”

Extremadura, in Western Spain at the border with Portugal, is a land of Conquistadors that produced more famous (or notorious, depending on one’s view) Conquistadores than any other region in Spain. Trujillo is today chiefly remembered for two of its sons: Francisco Pizarro, who conquered the Inca Empire; and Francisco de Orellana, the first to navigate the entire length of the Amazon River, at first named Rio de Orellana: 4,345 miles into the unknown. But well before their time, Trujillo contributed also to the Reconquista.

While Alfonso VIII began to test the resistance of the Moors in the area, it was Fernando III “el Santo” the monarch who, in 1232, re-conquered Trujillo to the Christian faith thanks to a supernatural intervention: the Virgin, holding baby Jesus in her arms, appeared above the walls of the Moorish castle situated at the highest point in town, and thereafter the battle was won by Fernando III’s soldiers. From that moment on, the whole army addressed the Virgin with the title “La Victoria” (The Victory), as the patron saint and advocate of the Reconquista. She was enthroned on top of the main door that leads into the castle, and a chapel in it was created for her.

Ferdinand III “the Saint” (el Santo)—King of Castile from 1217 and King of León from 1230 as well as King of Galicia from 1231—was one of the most effective military leaders in the Reconquista. He was also a pious man, ever willing to ascribe his victories against the “infidels”, be they military or diplomatic, to God or, as illustrated, to the Virgin. Centuries after his death, Pope Clement X canonized him. The San Fernando Valley, near Los Angeles, in Southern California, is named after him.

The patron saint festivities in honor of Our Lady of Victory are held to this day in Trujillo between the end of August and the beginning of September. At the same time, there are festivals of music, dance, and theater. The small town comes alive and attracts visitors from all over the region. 786 year after Our Lady of Victory helped the Spaniards defeat the Moors and re-conquer the city, her memory lives on in a very tangible way. An outsider would think of either Pizarro or de Orellana as being chosen by the town to sing its own glory. To be sure, much is made about them and the Conquistadors, but the chapter pertaining to the Reconquista, with the intervention of Our Lady of Victory, no less, still is the one that is celebrated, and felt, the most.

Like Trujillo, Zamora, in Castilla y León on the banks of the Duero, is another town unlikely to be visited by hordes of tourists speaking mysterious languages. When we were there, we only came across Spanish visitors, and a very few from nearby Portugal. And yet, Zamora is both a gem and a highly emblematic oddity. It numbers twenty-four churches from the 12th and 13th century, all in Romanesque style, as well as some other non-religious buildings in the same style. No other city in the world is graced with as many Romanesque churches—they are everywhere. There is even a diminutive one (not quite) in the center of the plaza mayor.

During the centuries of Moorish rule in the Iberian Peninsula, Zamora, then at the periphery of the Kingdom of Asturias, became a strategic stronghold for the Christians’ Reconquista. From the early 8th century to the late 10th century it was a city changing hands from Christians to Moors through fierce military engagements; defensive buildings and all sorts of fortifications were built. During the 12th century, the fighting intensified. The city, by then part of the Kingdom of León, was finally re-conquered from the Almoravids and the Almohads. It was then that it was decided to populate the city with Christians from other towns, and build an impressive number of churches, all more or less at the same time and therefore all in the then current style, the Romanesque. The stunning, large and extremely composite cathedral was built in only twenty-three years.

As one journeys from north to south, churches in Spain become more “recent”, as the latter region was re-conquered later. Nowhere more than in Zamora is it evident that church-building was more than a religious statement; it implied, quite explicitly, triumph over the “infidels” and nation-building. By liberating city after city from Moorish domination, Spain gradually became Spain. With the exception of a few pre-Romanesque churches in Asturias, almost every church in Spain is a testament to the Reconquista. Visigothic Spain was Christian (at first Arian; then, after Reccared, the Visigothic king in Toledo, converted to Catholicism in 587AD, there was a never completely successful attempt to Catholicize the entire Iberian Peninsula) and did produce some churches. But then the Moors either turned them into mosques or tore them down, so, once the territory was re-conquered, most churches had to be built from scratch, or mosques would be converted into churches.

Galicia, a vast and green sub-region of mountains, hills, rías (i.e., inlets, estuaries, fiords), ocean, Spaniards of Celtic heritage and bagpipes, is where Santiago de Compostela is found. In my book The Metaphysics of Ping-Pong I note: “To celebrate my fortieth birthday and go to a mythical place I’d always wanted to see, I too had embarked on the pilgrimage to St James’s Cathedral, in Santiago de Compostela, with my wife. It’d been an incredible fifty yards, from the hotel straight to the cathedral, nonstop and all on foot despite the inclemency of the weather: a drizzle.” Notwithstanding my levity, Santiago de Compostela is one of the most important shrines in Christendom, and far and away the most celebrated pilgrimage in the western world. Tens of thousands of pilgrims of all nationalities and all faiths (including none) trudge every year along the Camino de Santiago, from France, or Portugal, or elsewhere in Spain, hundreds of kilometres on foot. If they make it, they eventually reach the Praza do Obradoiro (the Square of the [completed] Work of Gold, an appellation with distinct alchemical overtones), where the grandiose Cathedral stands. Many if not most pilgrims are shocked when, once inside the cathedral, they come across a statue of Santiago (St. James) mounted on a white horse and wielding a sword. Little do they know that behind the greenery providentially placed there by decision of the Catholic Church, are the statues of writhing Moors on the ground being slaughtered by the saint. The iconography of Santiago all pilgrims become familiar with along the way is that of the prototypical wandering hippy, bearded and understandably a little dishevelled, with a walking stick, a large hat and the distinctive scallop on it (which the French call coquille Saint-Jacques, precisely). He looks straight out of a hippy commune in the late 1960s. Inside the cathedral, on the other hand, the contemporary pilgrims meet with that other Santiago—Matamoros, literally, St. James the Moor-slayer.

James was one of the twelve apostles of Jesus and is considered the first apostle to be martyred. He is the patron saint of both Spaniards and Portuguese, respectively called Santiago or São Tiago. His myth as a warrior on the side of the Christians against the Muslims derived from what seems to be a fictional battle allegedly fought near Clavijo between the Christians, led by Ramiro I of Asturias, and the Muslims, led by the Emir of Córdoba. In it, Santiago Matamoros (the Moor-slayer) appeared suddenly and helped an outnumbered Christian army to gain victory. The date assigned to the battle, 834, was later changed to 844 to suit more plausible historical details.

Although born out of an incident that is spurious at best, the history of the cult of Santiago goes hand in hand with the history of the Reconquista, and incarnates one of most formidable ideological icons in Spain’s national identity. “¡Santiago y cierra, España!” and that is, “Santiago and close, Spain!” or “Santiago and at them, Spain!” became the battle cry of Spanish armies when fighting against the Moors (and continued to be used, later on, by the Conquistadors, with Santiago Matamorors morphing opportunely into Santiago Mataindios [Indian-slayer], but that’s another story). The Orden de Santiago, i.e., the Order of St. James of the Sword, was founded in the 12th century. Its aim was to protect the pilgrims of the Camino de Santiago, to defend Christendom, and to expel the Moors from the Iberian Peninsula. Its emblem was the cruz espada, the Cross of St. James, and that is, a cross that looks very much like a sword. Lastly, Santiago was a major theme in the arts, in paintings and sculptures alike, and is found in countless churches, palaces and museums all over contemporary Spain.

 Upon entering at long last the overwhelming cathedral of Santiago the Compostela, most pilgrims are astonished to see Santiago transformed from the prototypical wanderer to a sword-wielding Moor-slayer. In 2004, shortly after the Madrid train bombings (or 11-M), the Al-Qaeda terrorist attack that killed 192 people and injured around 2,000, the Catholic Church decided to remove the statue of Santiago Matamoros from the cathedral, not to offend the sensitivity of Muslims (belatedly?). There was a popular uproar against such a removal, and the compromise was found of covering the slain Moors with greenery, which is kept up to this day. Pilgrims, be they Catholics, agnostics, humanitarians or politically correct hypertolerant globalists feel that nothing could be more contrary to the teachings of Jesus than the idea that one of his disciples would be glorified as a murderer. Nobody must have told them about St. Bernard of Clairvaux’s letter to the Templars, or Liber ad milites templi de laude novae militiae (Book to the Knights of the Temple, in Praise of the New Knighthood), written between 1120 and 1136.

 St. Bernard wrote that letter/book for the demoralized Knights Templar, who were having serious doubts about the role of Christian warriors, and especially about the act of killing, which they deemed unethical. Displaying his eloquence, and starting from the premise of Augustine of Hippo’s just war theory (jus bellum iustum), St. Bernard introduced in his book the concept of mali-cidium (the killing of evil). The Milites Christi, the warriors of Christ, could not commit homi-cidum (homicide, literally the killing of man), which is forbidden by the fifth commandment. But since the higher good of the eradication of evil demanded it, the malicidium within the Muslim “infidel” (the killing of evil inside him) was justified.

 In the Middle Ages, all sorts of Christian divinities were recruited for the sake of the Crusades and, in Spain, well before that time, of the Reconquista: Santo Cristo de las Batallas (Holy Christ of the Battles, to this day a very followed cult particularly in Salamanca, Ávila, and Cáceres), carried as a statue in battlefields when fighting against the Moors; the Virgin, in various incidents (I have mentioned the seminal one at Covadonga, and another at Trujillo); as well as, of course, Santiago Matamoros.

While the Catholic Church was busy keeping its curtains of greenery around the base of the statue of Santiago Matamoros, there occurred the Barcelona Attacks, that killed 13 people and injured at least 130 others, whose indirect responsibility was attributed to the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL).

Given its past, given the fact that the Reconquista is vividly commemorated to this day all over the country and its fundamental significance inculcated into the minds of all citizens starting with elementary school children, do you find the western political correctness trespassing into tolerance à outrance well- or ill-suited to Spain?

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