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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

La pietra e la corda

30 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Il sole c’è, e allora forza, bevi il caffè, fatti la doccia, metti i pantaloni e vai, che non si prevede pioggia né oggi né domani e camminare ti fa bene.

Felpa, zaino, cappello, scarponi. Su, non essere pigra, non pensarci anche mentre t’infili i calzini, non chiederti cosa avrebbe detto lui di quest’aria frizzante. Lo sai, avrebbe tirato fuori la macchina digitale dallo zaino, avrebbe scattato foto su foto, costringendoti in posa, immortalando cime e nuvole, camosci così piccoli e lontani che li vedeva solo lui. Avrebbe detto le parole che sai, le parole che ti parevano banali e ora ti mancano come manca l’aria a uno che affoga.

Sei venuta quassù, hai affittato la solita casa, forse perché le foto non ti bastano, forse perché hai paura di dimenticare anche un solo dettaglio.

Coraggio, metti un piede avanti all’altro e attenta a non inciampare. Il sentiero è ripido, bagnato, lui stava sempre dietro casomai tu scivolassi. Ora sei sola e hai già l’affanno, ma l’odore dei pini ti aiuta a respirare.

Ecco la prima cascata, poi la seconda. Qui è dove ti levavi sempre le scarpe e lui restava a guardare mentre immergevi i piedi nell’acqua fredda. Non ne hai voglia, non ti sembra più così divertente. Allora, dai, prosegui.

Eccoti in cima, finalmente, sull’altopiano dove il fiume gorgoglia e le marmotte urlano. Ne scopri una lì davanti, di vedetta, pronta a lanciare l’allarme alle compagne. Intorno la consueta pace, il silenzio sovrumano dei monti. Non c’è anima viva qui.

Invece no, qualcuno siede a gambe incrociate sotto la roccia e guarda in alto. Punti il binocolo ma non scorgi scalatori aggrappati alla parete. Allora cosa sta fissando l’uomo?

Gli arrivi alle spalle, in punta di piedi. Non si volta, non ti ha nemmeno sentito. Ora anche tu puoi vedere ciò che il suo corpo nasconde. Una lapide da cui penzola una corda. È davvero quello che pensi la macchia scura sulla corda?

In ricordo

di

Antonio Marradi

19 Agosto 2001

Siedi accanto all’uomo, che neanche ora si volta.

“Era suo figlio?”

“Sì.”

Quasi due ore di salita e lui, vecchio com’è, deve farsela ogni volta, per poi investigare le rocce che conservano ancora una traccia del suo ragazzo, forse l’impronta di una mano, o forse l’eco di un urlo. Si chiede cosa ha provato quando gli è mancato l’appiglio, quando la pelle si è lacerata e la corda ha frustato l’aria.

Sai cosa sta pensando perché è ciò che hai pensato anche tu la notte che ti hanno fatto vedere il corpo. Ti è rimasto dentro lo scricchiolio del carrello, il fruscio del lenzuolo.

“È suo marito?” hanno chiesto. E tu non riuscivi a dire sì, perché, se lo avessi detto, il corpo che avevi di fronte sarebbe diventato davvero di tuo marito. Lo fissavi incredula, ti chiedevi se si era accorto di morire mentre l’auto si ribaltava, se era ancora vivo nel fosso. Ti domandavi perché da sua madre quella sera lo avevi lasciato andare solo. “Vai da mammina?” avevi chiesto sarcastica e lui aveva alzato le spalle. Sapeva che il nervoso ti sarebbe passato presto.

“L’ho portato io, in montagna, mio figlio, la prima volta. Gli ho comprato pure una piccozza.”

“Anche mio marito è morto.” Ecco, l’hai detto, hai pronunciato l’impronunciabile. Di solito usi frasi come “lui ora non è qui”.

“Non ci si perdona più niente, vero?”

“Già.”

Chi dei due ha parlato? È la tua voce o è quella di quest’uomo anziano che ora sta piangendo?

“Dicono che la morte è un atto di generosità. Dobbiamo lasciare il posto a chi viene dopo di noi. Ma mio figlio era giovane.”

“Ho smesso di chiedermi perché mio marito è morto. Se anche un motivo ci fosse, ciò che provo non cambierebbe.”

“Gli amici sostengono che mio figlio è scomparso facendo ciò che più amava, che quando arrampicava metteva in conto di morire. Io non lo credo.”

“Non si mette mai in conto di morire.”

Ora, se la tua vita fosse un film americano, abbracceresti quest’uomo sconosciuto ed ognuno di voi sfogherebbe il suo dolore, lo lenirebbe, dividendolo con l’altro. Ma non è un film e così non ti muovi, non gli prendi la mano, non gli porgi nemmeno un fazzoletto. Rimanete in silenzio, a un metro di distanza, e lui continua a piangere e fissare la roccia.

Tu, intanto, ascolti il grido dell’aquila, tocchi il lichene e i ciottoli lavorati dal movimento del ghiacciaio. Ti chiedi se non tutto è perduto, se una vibrazione almeno si conserva. Sai che l’uomo che ti siede accanto prova il tuo stesso strazio e si sta ponendo le stesse domande

Ma neanche lui ha le risposte.

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Virzì, un romanziere prestato al cinema

29 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Paolo Virzì nasce nel 1964 a Livorno, città di mare ricca di ironia, la Napoli del Centro Italia, una fetta di meridione capitata per caso vicino a Firenze. Livorno è importante per la formazione culturale di Virzì, per quel che dice, per le storie che si porta dentro e che ci racconta con delicata maestria. Il regista nasce nel quartiere popolare delle Sorgenti, cresce con la passione della letteratura, delle storie di vita quotidiana raccontate nei romanzi di Mark Twain e Charles Dickens. Il romanzo di formazione è nel suo futuro di intellettuale, di regista che rivitalizza e rinnova i canoni della commedia all'italiana. Francesco Bruni è suo sodale sin dai tempi del liceo, con lui comincia a scrivere per alcune filodrammatiche e coltiva il sogno del cinema. Virzì si trasferisce a Roma, studia al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diploma in sceneggiatura con il maestro (in tutti i sensi) Furio Scarpelli. Tra i suoi autori di riferimenti va citato anche Gianni Amelio, che gli insegna i trucchi del mestiere al Centro Sperimentale. Collabora alla sceneggiatura di Tempo di uccidere di Giuliano Montaldo (1989), Turné di Gabriele Salvatores (1990), Condominio di Felice Farina (1990), Centro storico di Roberto Giannarelli. Esordisce alla regia con La bella vita (1994), dove racconta la vita problematica di Piombino alle prese con la crisi della siderurgia. Il film viene presentato a Venezia e ottiene il Ciak d'Oro come nuova proposta italiana. Non solo: Sabrina Ferilli ottiene il Nastro d'argento come migliore interprete femminile dell'anno. Il titolo in lavorazione è Dimenticare Piombino. Realizza Ferie d'agosto (1996), che racconta la difficile convivenza sull'isola di Ventotene di due gruppi di turisti italiani in vacanza. Questo film si aggiudica il David di Donatello. Nel 1997 è la volta di Ovosodo, scritto dal maestro Furio Scarpelli e sceneggiato come sempre da Virzì e dall'ottimo Francesco Bruni. Ovosodo vince il Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e il Ciak d'oro per la migliore sceneggiatura ed è uno dei titoli italiani di maggior successo della stagione. Ovosodo consacra la grandezza di Paolo Virzì e della sua factory tutta livornese (o quasi) composta da autori e attori semi professionisti, ma eccezionali. Nel 1999 Virzì gira Baci e abbracci, un'altra commedia tragicomica con protagonisti un gruppo di disoccupati che si inventano allevatori di struzzi nelle campagne della Val di Cecina. Il film convince critica e pubblico ed entra in competizione al Festival di Locarno. Nel 2001, dopo vicende difficili legate al fallimento della produzione Cecchi Gori, esce finalmente l'ottimo My nime is Tanino, un film fuori dalle corde di Virzì, girato tra la Sicilia e New York. La mano del narratore e del grande Francesco Bruni tuttavia si sente ancora. Caterina va in città (2003) è un buon lavoro non compreso fino in fondo dalla critica. Il regista con mano delicata traccia pregi e difetti dell'Italia di oggi, tra una destra di governo, una sinistra indecisa e la povera gente che si sente sempre più abbandonata. Passano tre anni per rivedere Virzì all'opera, ancora una volta con una pellicola girata a Piombino: N (Io e Napoleone) (2006), che rappresenta l'Isola d'Elba ai tempi dell'esilio dell'imperatore francese, ma la location sono le fonti dei Canali di Marina e il centro storico piombinese, giudicato più idoneo e meglio conservato, ideale per restituire il colore del tempo. Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Ernesto Ferrero, risulta piacevole, ma non è tra le cose memorabili del registra livornese, non troppo tagliato per le commedie in costume. Monica Bellucci fa girare la testa ai piombinesi per il periodo in cui si trattiene in città.
Tutta la vita davanti (2008) è un film politico, azzeccato per tempi comici e amarezza di fondo, che affronta il problema del lavoro, dei ragazzi sottopagati sfruttati all'interno di infimi call center. Sabrina Ferilli, Isabella Ragonese e Micaela Ramazzotti sono le mattatrici di una pellicola galeotta che fa incontrare il regista con l'amore della sua vita. Una commedia realistica interpretata da donne.
Virzì vince il Premio Sergio Leone alla carriera, assegnato dal Festival di Annecy nel 2008, gira L'uomo che aveva picchiato la testa (2009), un documentario sull'amato Bobo Rondelli, cantautore livornese underground poco noto al grande pubblico. La pellicola è prodotta dalla sua casa di produzione, Motorino Amaranto, fondata nel 2001, che produce anche La prima cosa bella (2010), forse il suo miglior film, sospeso tra ricordi del passato, ricerca del tempo perduto e sogni di un futuro migliore. Un bel cast composto da Micaela Ramazzotti (fresca sposa del regista), Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Stefania Sandrelli e Marco Messeri. Le vicende di una famiglia livornese e di una madre bellissima (Ramazzotti e poi Sandrelli), dagli anni Settanta a oggi, che condiziona la vita dei figli, soprattutto di Bruno, che torna a Livorno per starle accanto negli ultimi giorni di vita. Diciotto candidature al David di Donatello. Tre successi: sceneggiatura (Virzì, Bruni e Piccolo), attrice protagonista (Ramazzotti) e attore protagonista (Mastandrea). Nastro d'Argento a Taorimina, come miglior film dell'anno.
Tutti i santi giorni (2012) è l'ultimo lavoro di Virzì, purtroppo non all'altezza del precedente, un passo indietro per il regista livornese che gira una storia paradossale, ispirata al romanzo La generazione di Simone Lenzi. La cosa più bella della pellicola è la colonna sonora, composta dalla protagonista Thony, del tutto fuori ruolo come attrice. Luca Marinelli nei panni di Guido salva il film a livello di recitazione, ma può fare poco di fronte a una storia improbabile che finisce per diventare irritante mano a mano che scorrono le immagini. Il desiderio di maternità è il tema conduttore, ma è trattato in maniera troppo sopra le righe e ai limiti della farsa per risultare interessante.
Paolo Virzì è il maestro della nuova commedia all'italiana, quella di Furio Scarpelli e di Age, fatta di storie e di personaggi, non certo la commedia scollacciata e ridanciana che non fa pensare. I migliori film di Virzì sono ambientati in provincia, costituiscono un'epopea livornese dei ceti più umili, degli sconfitti che lottano senza speranza ma che sanno pure stemperare le difficoltà in un sorriso liberatore.
Parlare di Virzì vuol dire anche affrontare il problema di cosa voglia dire per lui essere oggi un uomo di sinistra.
"La mia sinistra è un connubio tra l'allegria popolare e le tematiche alte, ma soprattutto deve essere unita e non elitaria" ha detto a Il Tirreno di Livorno in un'intervista rilasciata a Mario Lancisi, il 18 novembre del 2003. Paolo Virzì è contro chi ha creato un Ulivo-chic e partendo dall'esempio della sua Livorno mezza rossa e mezza anarchica attacca l'intellettualismo girotondino di Nanni Moretti e il politichese di Fabio Mussi. C'è già chi lo ha definito l'anti-Moretti, ma lui non vuole essere contro nessuno, caso mai si sente propositivo e non è abituato a esibire la sua persona. Virzì viene da simpatie giovanili per gli anarchici, ha frequentato la sede di via Ernesto Rossi e il piccolo bar dei vecchietti reduci dalla guerra di Spagna del 1936. Per il giovane Virzì l'anarchia è il comunismo libertario, le canzoni di De Andrè, la lotta contro il palazzo guidato dalla sinistra ufficiale. Dopo il liceo Virzì viene eletto come indipendente nelle liste del PCI, nel consiglio della Circoscrizione 1, quella dei quartieri popolari di Sorgenti e di Corea. Ricopre per alcuni anni la carica di assessore alla cultura e dà una mano per il cinema e per il teatro anche a Claudio Frontera, assessore alla cultura del Comune di Livorno.
Paolo Virzì proviene da una famiglia di sinistra che ha solide radici popolari, gli zii sono socialisti e comunisti, lavorano al Cantiere, le sue letture e le prime visioni cinematografiche sono nutrite di cultura popolare. Quello che Virzì vuole dalla sinistra di oggi è un ritorno all'unità e un riavvicinarsi alle esigenze della gente. "La sinistra deve tornare a essere quella delle vecchie Feste dell'Unità dove andavano a braccetto la porchetta e i dibattiti sulla fame nel mondo", afferma. Virzì vede una borghesia di destra inaffidabile, senza una forte impronta morale e democratica, priva di senso dello Stato. A suo parere serve una sinistra aperta alla società civile che faccia propri gli interessi culturali e politici dei ceti più bassi. Per Virzì la sinistra di governo deve essere come la Biblioteca dei Portuali della sua Livorno: un luogo dove si mescolano tematiche sociali e culturali che provengono dall'alto e dal basso. "La sinistra deve smettere di avere fastidio per ciò che è popolare", conclude Virzì. Un'impostazione condivisibile, più di tanti snobismi elitari.
Per approfondire la figura del regista consigliamo: Alessio Accardo, Gabriele Acerbo, My name is Virzì. L'avventurosa storia di un regista di Livorno, prefazione Gianni Canova, Le Mani, 2010.

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Un uomo fortunato

28 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Pronto, sì? Dimmi, Iole. Hai ordinato il completino? Hai fatto bene. Il compleanno dei gemelli? Sì, certo che mi ricordo la torta. Tuo marito? Ha ottenuto punti d’invalidità? Uhm… quanti? Così tanti, però eh, caspita…”
Perché quel “caspita” le era uscito così strascicato e invidioso, si chiese la Tilde, e cos’era quell’improvviso magone? “Bene, bene, sono felice per voi”. Mise giù la cornetta con un senso di scontentezza crescente.
“Tilde, amore…”
Dalla stanza accanto, Gino, suo marito, le lanciò un bacio sulla punta delle dita e sorrise coi suoi trentadue denti da pubblicità di dentifricio. Aveva appena ripudiato i calzoncini da tennis in favore della tuta da jogging. “Io esco, amore.”
“Sì, vai, vai.”
La Tilde Tacconi andò in cerca di un fazzoletto perché sapeva che presto il magone sarebbe evoluto in lacrime amare. Si affacciò alla finestra e guardò Gino che, appena sbucato dal portone, già accennava i balzelli elastici della sua corsa. Lo fissò con tutta l’attenzione possibile, fece schermo al sole con la mano aperta, strizzò gli occhi per vedere meglio.
Niente da fare. Gino era irrimediabilmente giovane, bello e sano.
Ogni giorno, scalpitante come un puledro allo start, timbrava il cartellino allo scoccare delle diciassette. Dopo cinque minuti, era già sul campo da tennis, dove non sbagliava mai un colpo. L’idolo degli amici, saltava e guizzava sul terreno di gioco, mentre dal bordo le signore lanciavano occhiate vogliose ai suoi muscoli da discobolo greco.
Tilde non era gelosa, no. Tilde si vergognava.
Un uomo che guadagnava mille euro il mese era ridicolo con quell’abbronzatura da barca a vela. Gli impiegatucci, gli scribacchini, le oscure mezze maniche perse nei sottoscala dell’azienda come lui, non hanno la sfacciataggine d’essere belli e felici come se possedessero panfili e macchine da corsa.
Le lacrime traboccarono, calde ed inesorabili. Com’erano fortunate le sue amiche, la Iole, la Vanda, la Sirte, ad avere quei maritini pelati ed asmatici, panciuti e colitici, che giravano col digestivo in tasca e le pillole per la pressione nel portafoglio. Tutte le fortune capitavano alle altre.
Il marito di quella linguacciuta della Iole s’era allevato la sua bronchite come un figlio piccolo, fino a farsi venire un bell’enfisema coi fiocchi, capace di regalarti tutti quei punti d’invalidità in un colpo solo. Ora, si sa, tempo un mese avrebbe fatto un bel passo avanti e allora chi la reggeva più la Iole. Chissà quanto si sarebbe vantata della sua nuova posizione! Che le venisse un accidente, a lei, a suo marito e a quelle bestie dei gemelli.
Cosa gli sarebbe costato al suo Gino di ammalarsi un po’, magari solo un tantino per farla contenta, per strappare qualche punto all’annuale visita di controllo dell’azienda?
Macché.
Ogni volta il medico si congratulava: “Complimenti, Tacconi, lei ha occhi di falco, polmoni perfetti e cuore d’atleta.”
E quell’idiota di Gino tornava a casa felice. “Il dottore ha assicurato che sono sano come un pesce”, la informava, stringendola forte da toglierle il fiato, senza capire che per lei quelle parole erano una coltellata.
Ah, ma lo aveva sempre detto la mamma che Gino non avrebbe mai mosso un dito per far carriera! A quei tempi, lei, accecata dall’amore, non ci aveva dato peso. Pensava che alla fine Gino avrebbe messo la testa a posto, si sarebbe dato da fare per guadagnare di più.
Invece niente. Tennis e jogging, jogging e palestra, palestra e piscina. Una condanna.
La sera, dopo cena, Tilde raccontò a Gino la fortuna che era capitata alla Iole Grimaldi. Gli disse quanto lei, invece, si sentisse triste ed infelice. Gli ricordò i suoi doveri di padre di famiglia. Spiegò che i bambini a scuola si vergognavano, dovendo confessare ai figli degli avvocati e degli ingegneri che il loro padre era un modestissimo impiegato aziendale.
“Ma, amore”, si difese Gino, “i bambini crescono bene, non abbiamo debiti, la casa è di proprietà. Siamo felici anche così.”
“Tu!” ruggì Tilde, “tu sei felice! Sei contento come una Pasqua di quel misero impiego, di questi quattro soldi, degli stracci che indossa tua moglie. Eh, certo, perché tanto, poi, il signorino si fa una bella partita a tennis e una corsa nel parco. Ah, ma aveva ragione la mamma! Perché non l’ho ascoltata?”
Per ore Tilde pianse, gridò, fece appello al senso del dovere, rivangò la magia del loro primo incontro, minacciò il divorzio. Finalmente, attorno alla mezzanotte, un Gino frastornato e insonnolito ammise che, forse, era un po’ immaturo per un uomo di trentacinque anni essere ancora tanto atletico ed in salute.
Tilde, allora, si alzò dal divano e scomparve per qualche istante. Tornò con un misterioso pacchetto, che scartò con amore. Apparve una boccettina e lei la sorresse con mani tremanti, come una reliquia. “Ecco, tesoro.”
“Che cos’è, cara?” chiese lui, sbadigliando.
Tilde lo baciò con devozione sulla guancia. “Oh, amore, non è niente. E’ una cosina che tenevo in serbo per te, per quando ti fossi deciso. Sapessi quanto l’ho pagata, Ginuccio.”
“Sì, ma cos’è?”
“Ma, niente, ti ho detto. E’… è solo acido farnetico.”
Gino spalancò gli occhi, fece un balzo che catapultò il gatto giù dal divano. “Acido farnetico! Ma è paralizzante! Sei diventata matta, non vorrai fami prendere quella roba!”
Tilde era arrivata al culmine della pazienza. Tanta ingratitudine da parte di Gino le pareva crudele. Si sforzò di mantenere un tono calmo. “Via, Ginuccio, non sentirai niente. Sarà un momento. Ti darà un deficit lievissimo, ed otterrai qualche punto. Su, fallo per me, apri la boccuccia, guarda, ti ci metto anche lo zucchero, da bravo!”
Gino strabuzzò gli occhi, fece di no con la testa, serrò le labbra, tanto che Tilde fu costretta a fargli gli occhiacci e a ricordargli che, se non si decideva a spalancare quella benedetta bocca, avrebbe chiesto la custodia dei bambini.
Prima d’ingoiare lo zuccherino bagnato con tre gocce di acido farnetico, Gino strinse forte a sé la moglie. “Ti amo tanto, Tilde. Amo te ed i ragazzi.”
La mattina dopo si svegliò con tutti i sintomi di un’emiparesi facciale. Il suo bellissimo occhio sinistro, di un azzurro spettacolare, ora se ne stava là, semichiuso ed incrostato di cispa lattiginosa. La bocca era scesa in giù di qualche spanna, la lingua sporgeva un pochettino all’angolo delle labbra.
Gli amici furono assai sorpresi e dispiaciuti, i dottori non si capacitarono della disgrazia. Fece subito domanda ed ottenne i punti d’invalidità. L’avanzamento fu automatico nella sua amministrazione.
Non potendo giocare a tennis, per colpa dell’occhio che non inquadrava la palla come prima, Gino si fermava di più in ufficio. Il capo era contento del suo nuovo zelo. Comprarono il frigo con il tritaghiaccio all’americana. Tilde acquistò qualche vestito nuovo per sé e per i bambini.
Passarono alcuni mesi sereni, poi, una sera, Tilde accennò ad un appartamento che aveva visitato nel pomeriggio. Era nel centro storico, disse, ed anche molto luminoso. I ragazzi avrebbero avuto camere separate come desideravano.
“Ma, amore, non possiamo permettercelo”, sorrise Gino.
“No, certo, con quello che guadagni adesso, non possiamo proprio, ma se tu potessi fare un altro piccolo passo avanti…”
Dopo mezz’ora Gino era là, con la lingua di fuori, che inghiottiva cinque gocce di acido farnetico. Nella nottata ebbe una crisi epilettica e lo portarono all’ospedale. Guarì in fretta ma rimase impedito al braccio ed alla gamba. Gli affidarono immediatamente un settore tutto suo da dirigere. Ottenne una scrivania di mogano e una segretaria che faceva le veci della sua mano. Si trasferirono nel nuovo appartamento, i bambini furono iscritti ad una scuola privata e Tilde si comprò la pelliccia. La domenica uscivano a passeggio sul corso, Tilde si pavoneggiava nel visone nuovo, mentre Gino si strascicava dietro la gamba come una scopa.
E poi la carriera continuò. Ogni anno a Gino veniva un colpo che gli storpiava un braccio, un occhio, la favella, secondo il numero di gocce che la sua premurosa moglie versava sullo zuccherino.
Colpo dopo colpo, Gino Tacconi salì ai vertici dell’amministrazione aziendale.

Come ogni mattina, la signorina Elisabetta spinse la carrozzella del direttore nel suo faraonico ufficio. Gli accese un sigaro di marca e versò le pillole nel bicchiere. Il direttore strabuzzò gli occhi, mugolò un ringraziamento ed inghiottì un sorso d’acqua con una compressa.
“Se non ha più bisogno di me, io vado, direttore.”
“Uuuughh…”
“Buon lavoro anche a lei, direttore.
Il direttor Tacconi rimase solo. Aspirò alcune boccate del sigaro, lottando contro il catarro che gl’intasava la laringe. Roteando gli occhi, riuscì a vedere il lato della scrivania dove erano in mostra le immagini della sua famiglia. I suoi ragazzi, ormai grandi, sorridevano fieri col cappello della laurea. Con la maturità, Tilde si era fatta, se possibile, ancora più bella. Il completo da montagna le donava, nella foto presa a Cortina insieme al maestro di sci. Era veramente orgoglioso della sua famiglia.
Davvero, Gino Tacconi poteva dirsi un uomo fortunato.
Il sigaro gli si scollò dalle labbra e gli cadde in grembo. Si agitò sulla sedia quel tanto che bastava a farlo scivolare a terra, prima che gli bruciasse i pantaloni. Una lacrima, una sola, seguì il contorno del naso prima di guadagnare il mento, dove rimase a dondolarsi, indecisa.
Le sue mani non erano in grado di asciugarla.

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EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI

27 Settembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.

È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.

Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.

E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.

Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.

In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.

Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.

Quali sono le manifestazioni dell’eros?

Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.

Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)

Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)

Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)

A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;

Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).

Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)

*costellazione delle Pleiadi

Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)

Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.

Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)

Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.

Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)

Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)

In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.

Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)

Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:

chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno

e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge

eros nella lotta invincibile

I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.

Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)

Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.

a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)

Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.

Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)

Adriana Pedicini

EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI

Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.

È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.

Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.

E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.

Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.

In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.

Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.

Quali sono le manifestazioni dell’eros?

Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.

Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)

Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)

Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)

A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;

Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).

Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)

*costellazione delle Pleiadi

Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)

Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.

Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)

Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.

Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)

Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)

In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.

Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)

Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:

chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno

e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge

eros nella lotta invincibile

I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.

Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)

Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.

a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)

Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.

Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)

Adriana Pedicini

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Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

26 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

“The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Herberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie “Fuera del juego”, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche . Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

“Fuera del juego” “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

La sua “colpa” è

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

“Fuera del juego” è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato ,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

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La Dignità dell'Essere

25 Settembre 2013 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #filosofia

 

Urge dunque, per l'avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell'essere umano, ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere " 

Queste parole, presenti nell’Enciclica Evangelium vitae di Papa Giovanni Paolo II, rimangono di grande attualità, costituendo per certi versi una fertile base sull’elemento Dignità. Le atrocità, le sofferenze, i vuoti esistenziali creati dal maligno, come effettivamente è accaduto in via del tutto paradossale in realtà disastrate come la Siria o l’Egitto, vanno a comporre un quadro, soprattutto una via maestra, che potrebbe e dovrebbe servire da lezione per la dignità umana.
La Dignità è una situazione, una condizione, un atto di coscienza, un evento di salvezza interiore e sociale. È per questo che l'uomo, l'uomo vivente che è Spirito e Materia, costituisce la prima e fondamentale via di questo immenso atto di coscienza.

Vi è poi un momento culminante in cui la comunicazione delle coscienze si fa eterna comunione con il Bene, con quella intensa condizione di tranquillità, di fresca serenità.

Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo stesso pieno come un magazzino; quando invece le leggi con cui vanno regolati i rapporti sono di natura differente, e vanno cercate dentro di noi, cioè nella natura umana.

La Dignità in quanto tale, non è un bene che si vende o che si acquista, ma è quell’universale condizione in cui l’Uomo deve essere considerato tale, legittimato, Essere Umano. Nessun Potere e nessuna Autorità può distruggere questa condizione naturale, attraverso violenza e sopraffazione.

Dire che la Dignità è, al tempo stesso, una situazione, una condizione, un atto di coscienza, un evento di salvezza interiore e sociale, significa attivare una Rivoluzione. Una Rivoluzione del Bene.
Soltanto una Rivoluzione delle Coscienze può salvare la Società. Senza Coscienza non c’è alcuna Storia, non c’è Linguaggio, non c’è sfera d’interiorità, non c’è Pace.

Quando si perde la concezione dell’identità dell’essere umano, non vi è più un criterio per valutare il bene e il male, e si crea un enorme vuoto.

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Mancheranno

24 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Mancheranno

le istruzioni di volo

all’alba

sui tetti.

Mancheranno

le prime ricognizioni d’aprile,

il fischio

nell’ora indefinita

della sera

quando il pipistrello

vola radente.

Mancheranno

le stoviglie

le voci

gli asciugamani stesi

la quiete della domenica

giù nel cortile.

Fra qui e là

c’è solo

tempo da riempire.

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Vedersi da fuori

23 Settembre 2013 , Scritto da David Di Luca Con tag #david di luca, #psicologia

Vedersi da fuori per me è molto efficace. Per dire, se quando ho il giramento di scatole provo a immaginarmi come mi vedrei se mi guardassi dall'esterno, capisco immediatamente quanto non mi piaccio con la faccia ingrugnata. Subito, da qualche parte, non importa dove, si sviluppa una reazione potentemente costruttiva. Sì, perché in definitiva so che non mi merito di stare male. Mai. Neanche se ho fatto la cazzata più enorme possibile. Ci sono molti buoni motivi per non stare male. Il primo, a mio modo di vedere, è che il tempo passato a provare malessere è tempo in cui uno avrebbe potuto benissimo esser morto. Invece, se esco il prima possibile dallo stato di sfiga, ecco che quel tempo può essere usato per costruire. Che cosa? Mi pare ovvio, qualsiasi cosa.

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Marco Campogiani, "Smalltown boy"

22 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Campogiani, "Smalltown boy"

Smalltown boy

Marco Campogiani

Edizioni Anordest 2013

pp. 335

€ 12,90

Quando noi eravamo Noi, e il mondo se ne stava fuori, tutto era leggero, e come scivoloso, mentre ora non riesco a muovere un passo.” (pag 294)

Alla fine, sono ancora Babi e Step, alla fine è ancora “un’altra storia d’amore”. E tuttavia…

“Smalltown boy”, di Marco Campogiani, finalista al XXVI premio Calvino, s’inquadra sì nel filone dell’amore giovanilistico ma, soprattutto, in quello della ricerca dell’identità sessuale, adesso tanto in voga. Lo fa con un attacco lieve, quasi tragicomico, come fossimo, appunto, ancora “tre metri sopra il cielo”, poi, però, va in crescendo verso lo scavo interiore, verso l’accettazione dell’ineluttabile, verso la sofferenza, verso l’essere costretto a misurarsi con il metro della cosiddetta normalità, con “l’altro da sé”.

Davide Guizzardo s’innamora a quattordici anni con una profondità, con un’assolutezza drammatica, superiore alla sua età, e il suo è un amore tragico come quello di Romeo. Ma l’anima gemella non è Giulietta, bensì Guido, l’amico con cui è solito giocare a calcio e parlare di ragazze. Guido è bello, forte, atletico, è il campione che tutte vogliono. Guido è omosessuale, Guido ha una gemella, Martina, considerata da tutti stramba, dark, solitaria. Anche Martina è omosessuale e ama Cristina che tutti credono la ragazza di Guido. Per stare insieme, Davide e Guido, Martina e Cristina, dovranno fingere di uniformarsi, diventare agli occhi del mondo ciò che la società richiede. “Essere. Come. Gli. Altri.”

Nascerà così una commedia degli equivoci, un intreccio strano fra i quattro ragazzi, dove Davide farà finta di stare con Martina, mentre Guido darà a vedere di essere il ragazzo di Cristina. In realtà, le coppie vere saranno omo e non etero.

Come dicevamo, la storia parte con tono leggero, all’inizio l’omosessualità è solo un’evenienza, un’esplorazione nell’ambito di un’età confusa, della quale si saggiano tutte le potenzialità. Davide, Guido, Martina provano a essere come tutti, testano le sensazioni del loro corpo e le emozioni del loro cuore a contatto con l’altro sesso, ma l’amore ha un sopravvento vitale, giocoso. I ragazzi accettano ciò che non possono più nascondere o rifiutare, vivono in una bolla isolata dal resto del mondo, creano un loro spazio alternativo, un giardino segreto dove coltivano la loro personale felicità. “Dio quanto siamo belli, mi pare.” (pag 197)

Ma questa loro bellezza esteriore ed interiore non è capita, deve essere negata.

Cos’altro potrei raccontare al Capitano dei Carabinieri? Sarebbe lungo spiegargli il Mondo Parallelo delle “regole Speciali”. O la teoria dei Nostri Momenti. Cosa capirebbe? Niente. Perché quello in cui vive lui è un mondo diverso, che non ci appartiene: il mondo dell’Ordine.” (pag 196)

Inevitabilmente, questi giovani puri e felici dovranno scontrarsi con il perbenismo, con la società, con la famiglia, con la scuola, con la Chiesa, che li vogliono come non sono, che pretendono di cambiarli anche se non fanno niente di male, anche se sono bravi ragazzi studiosi. Perché Davide, Guido e Martina non sono soltanto la loro omosessualità ma anche giovani qualsiasi, che scandiscono la vita a suon di pizze e musica anni ottanta. Le canzoni fanno da colonna sonora a tutto il romanzo e ritmano i capitoli (e anche questo, ultimamente, sta diventando un cliché della narrativa.)

Chi decide cosa è in ordine e cosa no?” (pag 196)

L’irrompere dell’Ordine, in quello che solo dall’esterno sembra Disordine senza esserlo, porterà a rotture, a lacerazioni, a dolorose separazioni che distruggono l’energia del protagonista, che lo “reificano”, che lo trasformano in un automa capace solo di provare nostalgia, perdita, solitudine. Il dramma di Davide è narrato con un tono semplice e penetrante insieme, dove il dolore è ancora più intenso perché ipertrattenuto.

Mi alzo, colazione, scuola, rispondo persino quando mia madre mi chiede qualcosa, ma è come se non fossi io, è come se avessi premuto il tasto rosso del telecomando e ora fossi in standby.” (pag 294)

Se le atmosfere, ripetiamo, possono essere ascritte ad un clima che ricorda Moccia o persino le canzoni della Pausini, lo scavo interiore è, però, lucido e tagliente nella sua elementarità, la lingua scabra e studiata. I dialoghi sentono gli effetti del vissuto da sceneggiatore di Campogiani, sono avvincenti, realistici, fin troppo perfettini per un protagonista ragazzino, al punto che è lo scrittore stesso, a volte, ad auto criticarsi: “Potevi dire qualcosa di più originale Guido: ‘Ho sbagliato, non voglio perderti…’ Sei… sdolcinato. Sei finto.” (pag 253) Peculiare l’abitudine di zoomare dalla terza persona alla seconda, per avvicinarsi al personaggio, per dialogarci.

Concludiamo dicendo che nel testo è presente anche una forte componente di denuncia dell’omofobia, sebbene sfumata, addomesticata. Dopo la presa di coscienza si giunge al rifiuto dei pregiudizi, delle categorizzazioni, delle etichettature.

Non ho mai conosciuto la vita di un camionista. Non ho mai parlato d’amore con un camionista. E d’un tratto mi rendo conto di una cosa magari semplice, ma la voglio dire. Non esistono “i camionisti”. Esistono degli uomini, delle persone che fanno i camionisti. Semplice no? Ma non ci avevo ancora mai pensato. S’imparano un sacco di cose, viaggiando.” (pag 327)

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Due scrittori piombinesi Luigi Carletti e Sacha Naspini – Cadavere squisito e Il canile

21 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #recensioni

Due scrittori piombinesi  Luigi Carletti e Sacha Naspini – Cadavere squisito e Il canile

Che cosa hanno in comune due scrittori come Luigi Carletti (Cadavere squisito - Mondadori) e Sacha Naspini (Il momento del distacco, Guanda)? Una città: Piombino, dove sono cresciuti; il primo ci è pure nato, nel 1960 (proprio come me, ma ha fatto più strada), il secondo è nativo di Grosseto (1976), sempre Maremma, ma ha studiato e si è formato culturalmente sotto le ciminiere della Lucchini, tra Riotorto e Follonica. Era un bimbo quando vinse il Premio Licurgo Cappelletti, bandito dal Foglio Letterario, subito dopo un altro della Biblioteca di Massa Marittima, dove mi trovavo (per caso, ché non mi chiamano mai, sono un battitore libero) a fare il giurato. Un’altra cosa che hanno in comune Sacha e Luigi è che nella loro terra non sono mai stati celebrati a sufficienza, vorrei dire a torto, ché sono due narratori di razza. A Piombino preferiscono riservare pagine e pagine al prossimo libro di Silvia Avallone (Acciaio era un buon romanzo), pure se non è ancora uscito, quando sarà in libreria Il Tirreno le dedicherà un numero monografico, credo. Il nuovo romanzo della Avallone fa stare tutti con il fiato sospeso, non ci si dorme la notte, pare.

Partiamo da Carletti per diritto di anzianità. Vive a Roma, dove ha lavorato per anni alle dipendenze del Gruppo L’Espresso - Repubblica come giornalista. Credo di aver letto quasi tutto quel che ha scritto e non smetterò mai di consigliare di recuperare Alla larga dai comunisti (2006) e Lo schiaffo (2008), due struggenti storie di provincia edite da Baldini e Castoldi. Lo stesso editore di Faletti. Chi l’avrebbe mai detto? Pubblica pure scrittori veri. Da un paio d’anni Carletti esce per Mondadori, nel 2012 dà alle stampe Prigione con piscina, che ci riporta alle atmosfere hitchcockiane de La finestra sul cortile, mentre da pochi giorni è in libreria Cadavere squisito. Il suo ultimo lavoro segue una pubblicazione francese: Six femmes au foot (Liana Levi, 2013) e un racconto utilizzato per la fiction di Raiuno, Operazione pilota. Cadavere squisito è un altro giallo hitchcockiano costruito su flashback ambientato in una Roma decadente che ricorda (in meglio) quella de La grande bellezza. Avvertiamo la presenza di un personaggio seriale, l’ostinato ispettore di polizia Gennaro Falasco, proprio quel che chiede il mercato editoriale, ma Carletti non rinuncia a fare letteratura. La è partenza è scioccante, da thriller angoscioso e claustrofobico, con un cadavere in primo piano, poi arrivano le ombre del passato e i fantasmi della memoria di un pubblicitario di successo. Due delitti e tanti dubbi investono la scrivania di questo nuovo ispettore di polizia pensato per un panorama editoriale italiano affollato di commissari e marescialli.

Sacha Naspini, invece, debutta con Il Foglio Letterario (per questo l’ho tanto caro) con L’ingrato e I sassi, due romanzi brevi ancora in catalogo e che consiglio di leggere. Per Il Foglio dirige la collana Demian, insieme a Federico Guerri, curando la selezione di storie adolescenziali ispirate al capolavoro di Herman Hesse. Naspini non si ferma alla piccola realtà di provincia, ma esce con romanzi di taglio diverso, ispirandosi a una sorta di terrorismo dei generi tanto caro a Lucio Fulci. Cento per cento e Noir Desir sono del marchio Perdisa Pop, I Cariolanti (2009, forse il suo miglior testo) e Le nostre assenze (2012) escono per Elliot. Il suo ultimo libro che mi è capitato di leggere lo vede coinvolto in un’antologia (Il momento del distacco - Nove racconti italiani, a cura di Alessandro Greco) edita niente meno che da Guanda, nella quale ho trovato (purtroppo, non me ne voglia il signor Guanda) degno di nota soltanto il suo racconto. Il canile, nero e torbido, sembra la sceneggiatura di un film di Tarantino, eccessivo e tagliente, scritto con lo stile dei migliori narratori horror statunitensi.

Luiogi Carletti e Sacha Naspini hanno in comune anche Gordiano Lupi, ché sono entrambi amici miei, ma non ne parlo solo per questo. Ne parlo perché anche in provincia - come a livello nazionale - bisognerebbe dedicare più spazio agli scrittori veri, meno agli imbrattacarte e ai personaggi televisivi. Ne parlo perché entrambi rappresentano una piccola gloria provinciale, in fondo, sono due scrittori che portano in alto, in giro per l’Italia, il nome di Piombino. Naspini, tanto per dire, è stato ospite del Festival della Letteratura di Mantova, insieme a personaggi del calibro di Leonardo Padura Fuentes.

Leggeteli, ne vale la pena.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Luigi Carletti

Luigi Carletti

Due scrittori piombinesi  Luigi Carletti e Sacha Naspini – Cadavere squisito e Il canile
Sacha Naspini

Sacha Naspini

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