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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Incompiuta

20 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Al funerale ci sono gli amici che trovano il morto smagrito e sciupato. Per forza, è sciupato. Si ragiona della vita, siamo tutti attaccati a un filo, oggi ci siamo e domani no, ma nessuno dice la verità, cioè che quello lì, Tommaso, mai avrebbe chiesto di venire al mondo, e ha vissuto tutti i suoi anni senza sapere qual era la sua meta, giusto per finire così, stecchito e rigido nella bara.
Perché, quello lì, Tommaso, era un poeta.
Scendeva al mare, la mattina, là dove la schiuma sferzava gorgogliando gli scogli, e scriveva versi. Poi si rimetteva i mocassini, risaliva la scarpata e andava a lavorare al magazzino.
Non era più giovane Tommaso, ma per lui l’ultima poesia era ancora la prima. Per lui era ancora il primo giorno di lavoro, quel lavoro temporaneo, meschino, che non gli piaceva. Si sentiva appena fresco di studi, in attesa di tuffarsi nella vita vera, la vita che ti dà gioia, soddisfazione, piacere.
Invece la pelle era grigia, e gli occhi non vedevano più, specie il sinistro. Sua moglie, Pina, adesso non lo riconosceva neanche, quando la sera tornava casa.
Eppure lui aspettava, fiducioso, aspettava la vita.
C’era una cosa che non osava neppure pensare, una frase che non poteva nemmeno formulare, mentre Pina già parlava di pensione e di nipoti.
Che senso avrebbe, si chiedeva, se ora io morissi, che senso avrebbe mai, questa mia vita incompiuta, sprecata?
E, dentro di sé, sbatacchiava come un leone in gabbia, si rivoltava come un matto nella camicia, mentre, in silenzio, con estrema calma, smarcava le vernici e contava i barattoli.
Prima, aspetti e sai che ce la farai, poi, aspetti e sei un po’ meno sicuro, ma, dici, non è possibile, ci deve essere uno scopo, una meta, un pianerottolo. Alla fine capisci che stai rinunciando, che davvero nessuno leggerà mai le tue poesie.
Allora morire non è poi così grave.
Piangeva, la notte, Tommaso, e stringeva i pugni.
Forse perché se lo sentiva, forse perché le sigarette gli avevano ingiallito le dita e arrochito la voce. Come adesso stanno dicendo in tanti, se l’è voluta. Il coso dentro il polmone è cresciuto, gli ha disintegrato gli alveoli, l’ha soffocato. È morto guardando la finestra, lo so perché c’ero. Pina stava zitta, in un angolo, con le bollette in mano.
Allora sono andato di là, dove lui teneva le poesie. Scritte a mano, perché non gli piaceva picchiare sui tasti, perché lui era rimasto indietro, ai tempi del liceo. Ho preso i fogli dal cassetto, li ho messi nella borsa.
E ora, Tommaso, sarebbe bello dirti che ho trovato un editore, che il mondo ti leggerà postumo, che Pina ed i ragazzi diventeranno ricchi con i tuoi versi. Questa storia avrebbe un senso, un lieto fine.
Ma il mondo non gira in questo modo, il mondo non è degli illusi, come noi.
Domattina andrò al mare, là dove tu scendevi, appena farà giorno.
Non avrò bisogno di leggere le tue parole perché le conosco, come tu conosci le mie. Ci scambiavamo rime, consigli, figure.
Mi toglierò le scarpe, come tu facevi, e immergerò i fogli ad uno ad uno nell’acqua. Resterò a guardare mente l’inchiostro si scioglierà, e le parole scompariranno.
Le tue parole, Tommaso, le parole nate sul mare, che il mare raccoglierà.
E le mie parole, le parole dei poeti sconosciuti, delle anime nascoste, delle vite incompiute.

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Segnalazione

19 Settembre 2013 , Scritto da redazione Con tag #redazione

Vi segnaliamo

Web Comedy di Giovanna Angelino

su Bookolico.com

Una guida sulle potenzialità della rete combinata con le vicende dell’Avvocato Giorgino e della moglie Concettina e di tutti i personaggi che gravitano attorno a questa singolare coppia: collaboratori, stravaganti clienti, originali vicini di casa, amici vip; non mancano viaggi reali, virtuali e ben immaginati, gag e colpi di scena; tutti gli ingredienti di un sano humor.

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Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

18 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

Il ragazzo del Cobre

Gordiano Lupi

L’inferno e altri racconti brevi

Virgilio Piñera

Edizioni Il Foglio letterario, 2013

pp 104

4,90

Da sempre le hanno insegnato che non si deve programmare il futuro, perché sono i giorni a scegliere la successione degli eventi. Vivere la vita momento per momento è la medicina migliore per sconfiggere la malinconia”. (pag 62)

La neonata collana Demian de Il Foglio letterario, diretta da Sacha Naspini e Federico Guerri, ha caratteristiche molto particolari. Il motto è “Il tentativo di una vita, l’accenno di un sentiero” (H. Hesse), la collana ospita 2 racconti per libro ed è organizzata in stagioni – ogni numero un episodio, con una antologia ogni dieci episodi. L’argomento esplorato è l’adolescenza.

L’episodio 7 raccoglie un bel racconto di Gordiano Lupi, “Il ragazzo del Cobre”, e uno speciale dedicato ad alcuni testi di Virgilio Piñera (1912 – 1979), scrittore cubano “dimenticato” dal regime castrista perché omosessuale, in un paese che considera l’omosessualità un vizio borghese, individualista e decadente.

Protagonista de “Il ragazzo del Cobre” è una famiglia che vive negli alagados, i quartieri costruiti su palafitte alla foce del fiume, a Salvador de Bahia. Gli abitanti del Cobre sono così poveri da trovarsi, nella scala sociale, addirittura sotto a quelli delle favelas. Padre, madre, un nonno, due figlie adolescenti, un ragazzino che gioca al calcio, un’altra bambina in arrivo, la lotta per portare a casa il pane ogni giorno con mezzi leciti e illeciti, la rassegnazione allo sfruttamento e al turismo sessuale, la speranza che non muore mai.

Ci sarà un riscatto, alla fine, ma sarà solo al prezzo di una vita, quella della giovane Anabel, uccisa mentre vende il suo corpo acerbo “alla luce della luna”. Sono gli stessi spiriti del Candoblè, intuiamo, a esigere questo sacrificio. Anabel muore e rinasce nella piccola che porterà il suo nome e i suoi occhi, cosicché la secondogenita, Maria, non faccia la sua fine, ma trovi un bravo ragazzo italiano disposto a toglierla dalla strada e offrirle una nuova esistenza in quel di Piombino, cosicché Juanito, a furia di tirar calci al pallone, venga notato dai procuratori sportivi ed entri a far parte di una squadra importante, allontanandosi – ma non con il cuore – dagli alagados, realizzando il suo sogno e ottenendo la possibilità di aiutare tutta la famiglia.

“I ragazzi saranno felici. Solo di questo è sicuro.

Nessuno dovrà più fare la loro vita.

Nessuno dovrà più lottare per non morire.” (pag 69)

Quella di Lupi non è una denuncia sociale ma una dichiarazione d’amore: per le notti tropicali, per le creole dalla pelle ambrata e i corpi sinuosi, per il calcio povero, quello dei campetti sterrati, che crea campioni come Pelé e Ronaldo.

La sonorità del titolo si trasmette tutta al testo. La lingua è asciutta, ci sono echi di Santiago de Il Vecchio e il mare ma lo stile vira decisamente al poetico, al nostalgico, al reiterato con strascichi da ritornello di ballata.

Per quanto riguarda i racconti di Piñera, alcuni possono essere ascritti ad una vena avanguardista da teatro dell’assurdo. Piñera precorre Ionesco. Ne è un esempio il racconto “L’interrogatorio”, illogico e kafkiano nelle atmosfere.

La novella che più ci colpisce è, però, “Il secchio”, col cerchio della vita rappresentato, appunto, dal secchio pieno di tamponi insanguinati, con il bisogno del protagonista di aggrapparsi a un ruolo, a una funzione, di trovare quello che Vasco Rossi chiamerebbe “il senso a una vita”, la quale di per sé “non ha importanza”, se non per la funzione sociale che svolge.

“Dopo il 1985”, ci viene spiegato nell’appendice, "a Cuba comincia il processo di rettificazione degli errori, le figure letterarie di Lezama Lima e Virgilio Piñera vengono rivalutate e valorizzate, omettendo tutte le persecuzioni che hanno dovuto subire.” (pag 102)

Si spera che tale opera continui anche in Italia, dove di Piñera esiste solo un romanzo, “La carne di Renè”, pubblicato da un piccolo editore e ormai fuori catalogo.

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Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

17 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

Chi scrive di storia e' non soltanto appassionato della materia di cui
scrive, ma e' percorso a mio avviso da una sorta di febbre da ricerca alla
quale per l'intera sua esistenza non puo' sottrarsi. E per quanto tantissimo
venga scritto quotidianamente e diffuso con mille veicoli in tutto il mondo,
egli sarà sempre stimolato da nuove scoperte, da eventi grandi e piccoli, a
conferma che mai si finirà di dire e di scoprire. Come l'archeologo non sa
mai cosa apparirà esattamente rimuovendo la terra o le pietre, come in quel
momento si accende in lui la speranza di trovare ciò che intuiva di poter
reperire, chi si occupa della storia, quella degli eventi drammatici che
forgiano il corso dell'umano procedere, scava perennemente negli archivi,
legge tomi dimenticati, sfoglia carte ingiallite e vecchie immagini
nascoste nei luoghi piu' diversi , cercando la documentazione che confermi
quegli eventi e i suoi perche'. Se si può sintetizzare in poche parole il
significato di questo stimolo inarrestabile,si può parlare di ricerca della
verità, questo e' il vero motore che da secoli spinge chi scrive di storia.
Nella mia lunga esperienza editoriale nel settore, una delle persone che ho
incontrato che piu' rappresenta il ricercatore storico, e' stato Daniele
Lembo. Mai fermo nel suo sforzo incessante di portarci a conoscenza di
qualche dettaglio, di qualche immagine,di qualche intuizione o di qualche
prova che gettasse nuova o ulteriore luce su qualche evento storico.Il
periodo di cui si occupava era il Novecento, con attenzione particolare per
la seconda guerra mondiale, ma soprattutto per gli eventi italiani, di cui
mai credo abbia cessato un solo giorno della sua non lunga vita di occuparsi
e di studiare, producendo una serie di opere sul tema a ritmo serrato, quasi
avesse il presentimento che il tempo non gli sarebbe bastato per tutto ciò
che la passione lo spingeva a fare.
Quest'opera e' l'ultima che Daniele Lembo mi ha consegnato prima della sua
scomparsa prematura, un tema a lui molto caro, perché per lui dolorosissimo,
come dovrebbe esserlo per ogni italiano: quell ' 8 settembre che lui ha
definito così bene,così lapidariamente, come ' il giorno in cui mori' la
Patria".
Una sintesi degli eventi, questa narrata da Daniele Lembo, che, sono
certo, rimarrà a lungo nelle biblioteche non solo dei cultori di storia,ma
di chiunque abbia a cuore il nostro paese. Un punto di riferimento essenziale
a testimonianza del lavoro incessante e appassionato di uno storico dei
nostri tempi.

L' editore

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"
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San Galgano

16 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #patrizia puccinelli, #Impronte d'Arte, #fotografia, #luoghi da conoscere

La Toscana, ricca di luoghi indimenticabili. Uno di questi è San Galgano in provincia di Siena. La pregevole articolazione delle masse murarie si unisce all’eleganza delle linee architettoniche, che sembrano, per l’assenza del tetto, protendersi verso il cielo. Nel cortile dell’Abbazia c’è la Sala Capitolare, luogo di riunione della comunità. Poche centinaia di metri la distanziano dalla Cappella di Montesiepi, una piccola chiesa dove è custodita la Spada nella Roccia.

Patrizia Puccinelli

San Galgano
San Galgano
San Galgano
San Galgano
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Lucca

15 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #patrizia puccinelli, #fotografia, #luoghi da conoscere

Sta finendo l’estate e Lucca, con le sue Mura, si riempie di colori caldi ed ineguagliabili, mentre l’orologio del Palazzo Pretorio scandisce il tempo nelle notti di luna piena.

Patrizia Puccinelli

Lucca
Lucca
Lucca
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Intervista a Ida Verrei: "Vesna è la speranza in una nuova primavera."

14 Settembre 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #interviste

Intervista a Ida Verrei: "Vesna è la speranza in una nuova primavera."

«Sono nata a Venezia ma vivo a Napoli – così inizia a raccontarsi Ida Verrei, autrice del romanzo Le Primavere di Vesna, recensito proprio qui, sulle pagine di Critica Letteraria – una città che mi è molto cara e dalla quale credo di aver assorbito tutte le mille contraddizioni. Tutto quanto è accaduto nella mia vita – prosegue – è stato fuori tempo: o troppo presto o troppo tardi».

Anche se involontariamente, queste prime righe di presentazione sembrano riecheggiare proprio Vesna: Napoli e Venezia sono le città tra cui la protagonista si divide e quel “troppo presto o troppo tardi” richiama non poco il carattere delle sue scelte, esistenziali e non solo. «A vent’anni – ci racconta – ho vinto il concorso magistrale e ho iniziato la mia carriera di insegnante. Avevo già un bambino di un anno. E tre anni dopo è arrivata la seconda figlia. A quaranta, quando i figli erano già quasi adulti, mi sono laureata in Pedagogia, con una tesi sperimentale in Psicologia dell’Età Evolutiva».

«Sin da bambina – così inizia a parlare di una delle sue più grandi passioni – sono sempre stata una lettrice appassionata; da adolescente mi tuffavo di nascosto nella biblioteca di mio padre e divoravo tutto quello che trovavo, in modo confuso e disordinato. Ho amato moltissimo gli scritti di Hemingway, Scott Fitzerald, Steinbeck. Ma leggevo di tutto, e anche ora, non ho un genere preferito, ho degli autori che amo più di altri, rileggo sempre volentieri gli scritti della Morante, della Ortese, sono innamorata di Erri De Luca, ma qualche volta mi accosto anche a nuovi autori premiati, come la Muggia o Veronesi».

Ida, però, non ama soltanto leggere: come qualsiasi buon lettore, ha scritto e scrive ancora oggi moltissimo: «Ho sempre scritto molto, ma i miei scritti – precisa – nel passato erano soprattutto inerenti il mio lavoro e la mia formazione: pedagogia, metodologia, didattica, psicologia, con qualche saltuaria incursione in attività più creative, come sceneggiature e riduzioni teatrali per le scuole. Al romanzo sono arrivata tardi e per caso: pensionamento, figli sposati, una camera-soppalco tutta per me, un PC e, finalmente, un po’ di tempo a disposizione. Il mio primo libro Un, due, tre, stella! è un romanzo di formazione, con molte concessioni all’autobiografia; cosa che mi ha creato qualche problema, perché, pur avendo avuto un discreto successo tra i lettori, ha spesso suscitato interesse per le vicende della mia vita, piuttosto che fermare l’attenzione sul valore letterario dell’opera. Ma, in fondo, riuscire a risvegliare la curiosità del lettore è pur sempre un merito!».

Come è nato Le Primavere di Vesna? – le chiedo – Lo hai scritto di getto oppure è "venuto fuori" pian piano? C'è un episodio particolare che ti ha spinto a scrivere?

«Proprio la curiosità di alcuni dei miei lettori è stata la molla che mi ha spinto a scrivere il secondo, Le Primavere di Vesna. Molti chiedevano: “E poi?...” “ci racconterai il seguito?” Non ci ho pensato neanche lontanamente! Non l’ho fatto e non lo farò. Ma mi è venuto in mente che avrei potuto affabulare, a modo mio, il “prima”. E ho scoperto che mi piace molto raccontare le persone che, in qualche modo, hanno attraversato la mia vita. Qui non c’è autobiografia, la storia del secondo romanzo si svolge in gran parte in un’epoca in cui io non c’ero ancora e forse non ero neanche un progetto. Mi è piaciuto raccontare, piuttosto che ciò che è stato, ciò che sarebbe potuto essere, con qualche memoria rubata, e molta fantasia. Solo alcuni dei personaggi, luoghi ed eventi appartengono alla realtà. Ho manipolato la verità e l’ho dipinta di finzione».

La protagonista del romanzo, Liana, è il simbolo della "rinascita". Il suo soprannome, d'altra parte, è "Vesna", un essere mitologico, come tu scrivi, che "al suo arrivo porta la primavera". Perché hai sentito l'esigenza di mandare un messaggio di speranza al lettore?

«Non ho mai avuto l’intenzione di lanciare messaggi al lettore, ma a me stessa. Mi sono spalancata una porta, anche se è alle mie spalle».

Ho adorato sua madre, il suo pudore e il suo amore incondizionato, che poi è tipico di tutta la famiglia di Liana. Ho odiato, invece, il secondo compagno di lei: credevo l'avrebbe resa felice davvero, ma si capisce sin da subito che non sarà così. A quale personaggio sei più affezionata? E di quale faresti a meno, se fossi costretta a scegliere?

«Mi piace un personaggio secondario, uno di totale fantasia, uno che non viene citato quasi mai nelle recensioni che ricevo: l’anziana maestra slovena Vera. Per me rappresenta l’incarnazione dei luoghi di cui parlo, è l’antico, la tradizione. È quella che dà il soprannome a Liana, quella che ne intuisce la natura selvaggia e solare, insieme. Ma anche la forza di rinascere mille volte. Farei a meno, invece del personaggio di Flora, ma il corso degli eventi, forse, sarebbe cambiato. Non mi piace perché rappresenta una categoria di donna che detesto: quella che può distruggere un uomo, avvolgendolo di un amore soffocante ed esclusivo e annientandogli la volontà; quella che, alla fine, un uomo finisce col temere più che amare».

Più delle sequenze descrittive, sono i dialoghi uno tra i punti di forza del romanzo. Li hai costruiti in modo spontaneo oppure ci hai ragionato su? Ce n’è qualcuno a cui sei legata in modo particolare?

«Sai che non lo ricordo? Penso siano nati spontaneamente. Se riesci a “diventare” i tuoi personaggi, riesci anche a parlare come farebbero loro. Più che ai dialoghi, sono legata ai monologhi interiori di Liana-Vesna, specie a quelli finali, nella chiesa. Penso che la rappresentino davvero: c’è la nostalgia, il rimorso, l’ansia di madre, la religiosità e la superstizione. C’è la speranza di una nuova primavera».

Parlavamo di "punti di forza". Quali sono quelli de Le Primavere di Vesna?

«Credo siano in quello che tu indichi al termine della recensione: l’assenza di riflessioni personali. Non amo i romanzi pieni di dissertazioni filosofiche, di messaggi in codice o disquisizioni dotte, preferisco sia il lettore a riflettere spontaneamente. Diversamente mi sembrerebbe di dare una chiave di lettura precostituita che toglierebbe la libertà di interpretare, scegliere e “sentire” la storia come propria».

E i "punti deboli", invece?

«Forse nella caratterizzazione di alcuni personaggi minori? Flora e Manuel li ho resi così sgradevoli che non mi andava neanche di parlarne troppo…».

Cosa non hai apprezzato della recensione? Avresti scritto qualcosa in più? Cosa, invece, ti è piaciuto particolarmente e perché?

«Ho apprezzato molto la recensione. Mi sembra una lettura attenta e competente; ho apprezzato soprattutto quello che ho sottolineato sopra: che sia stata messa in rilievo la fluidità della narrazione, senza la presenza ingombrante del narratore (narratrice). E mi piace che un giovane lettore di talento abbia saputo cogliere con sensibilità tutte le sfumature del mio romanzo».

Quanto di te c'è in questo tuo secondo libro, quanto di ciò che pensi del mondo e quanto, invece, di chi ti è (o ti è stato) vicino? In relazione al romanzo, c'è qualcuno a cui ti senti di dire "grazie"?

«C’è la madre, la figlia, la donna. Ma mi è purtroppo estranea la positività della protagonista. C’è anche, forse, una considerazione dell’uomo come compagno di vita, viziata da un vissuto personale. Si, devo senz’altro dire “grazie” a mia sorella Olga e a mia figlia Giovanna. Hanno sempre creduto in me e mi hanno sostenuta con continue “iniezioni” di entusiasmo».

Dicevi che nel 2008 hai scritto anche il romanzo Un, due, tre, stella! Non sei proprio una esordiente, insomma. Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Hai mai attraversato un periodo di crisi? Cosa ti ha spinto ad andare avanti e tenere duro?

«Credo di avere con la scrittura un rapporto mutevole, ma sostanzialmente sano. Scrivere mi fa stare bene, alcune volte mi esalta, altre mi rasserena, altre mi fa anche soffrire, ma è una sofferenza cercata, anche se consuma energie. Penso sia così per tutti. Non ho avuto periodi di crisi quando scrivevo Vesna, di incertezza, forse, ma questo dipende dall’alternanza dell’autostima. Il periodo di crisi è quello attuale, ma soltanto perché, per motivi contingenti, non riesco a dedicarmi alla scrittura come vorrei».

Prima di pubblicare Le Primavere di Vesna, hai ricevuto delle porte in faccia? Come hai reagito?

«No, nessuna porta in faccia. Ho pubblicato il secondo libro con lo stesso editore del primo».

Cosa consiglieresti a un esordiente?

«L’umiltà».

Una scrittrice così in gamba avrà sicuramente dei progetti futuri...

«Grazie per “la scrittrice così in gamba”! Mi piace che un romanzo venga definito “un progetto”… Dà l’idea di qualcosa di predisponibile e certamente realizzabile. Io ho sempre pensato al romanzo come a una avventura che inizia senza che se ne conosca l’esito finale. E in una nuova avventura mi sono lanciata, non so come andrà a finire, devo rubare il tempo, e questa volta, superare tante crisi…».

Intervista di Michele Rainone a Ida Verrei

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Nebbie

13 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #patrizia puccinelli, #Impronte d'Arte, #fotografia

Nebbie
Nebbie
Nebbie

Ho avuto fortuna e di abitare in campagna, fra vigne ed ulivi delle colline Chiantigiane, in autunno, quando la temperatura cambia e la terra calda si scontra con l’aria fresca del mattino, si possono ammirare queste meraviglie. Ogni giorno è uno spettacolo diverso.

Patrizia Puccinelli

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Viaggio senza fine racconto di Adriana Pedicini

12 Settembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

“E che ca**o!” un urlo uscì di botto dalla chiostra sconnessa dei denti anneriti dalle troppe sigarette. Un prurito enorme lo aveva costretto ad affondare le unghie indurite nella carne fino a farla sanguinare. Nel dormiveglia ancora non capiva se apparteneva al suo corpo tutto questo prurito o a quello che ormai restava del suo sarcofago. Prese una ciabatta nel vano tentativo di schiacciare qualche cimice o altro lurido insetto in agguato.

Si girò e rigirò nella brandina ed ebbe schifo del suo compagno di cella che aveva il gusto orrendo di pisciare sulle pareti tracciando chissà quali improbabili disegni. Gli disse di smettere e che usasse la latrina. Ne ebbe in risposta un calcio in bocca che gli mandò giù un incisivo già traballante nella sua sede.

Rimpianse per un attimo, come riscosso alla coscienza per una improvvisa luce, i tempi in cui ogni sera raccattava per strada cartoni abbandonati per farne il giaciglio personale da quando aveva preso a vivere in strada, lasciando la casa in cui - lo aveva capito - non c’era più disponibile per lui neppure un centimetro quadrato che non fosse occupato da lei.

Sparse a terra guepiere bordate di trine, boccette di profumo rovesciate, scarpe di ogni tipo e colore. Puzzava di marcio questa eccessiva cura di sé, questa voluttà di apparire la tigre aggressiva dal cuore tenero e compiacente. Anche perché non era lui il destinatario di tali soavità. Il colmo fu quando trovò sul suo comodino, -non capì mai se volutamente lasciata o frutto di sbadataggine- la foto di un lui in una piccola bustina di plastica con su scritto Dott. Avv. A. Z.

Una colata di emozioni rabbiose scese dentro di lui da capo a piedi per poi lasciarlo in uno stato di prostrazione indicibile. Si sentì affiorare sulla pelle il tante volte provocatoriamente sbandierato orgoglio maschile. Ne ebbe paura lui stesso, temette un gesto insano che gli potesse recare giustizia immediata, diede una testata al muro, corse in bagno mettendo la testa sotto lo scroscio gelido del rubinetto. Si guardò pietosamente allo specchio, gli passarono davanti agli occhi le immagini tutte della sua vita fino a quel momento. Trattenne con grande sforzo la voglia di urlare e di spaccare tutto, la tensione nervosa gli provocò un collasso.

La testa ancora gli girava, era pesante; riuscì tuttavia a raccogliere dentro una ragionevole decisione le sue energie residue. Senza prendere nulla, anzi lasciando persino i suoi effetti personali, si chiuse alle spalle la porta di casa avendo deciso una volta per tutte di troncare i ponti col passato. Vagava ormai senza meta come spinto da una strana forza, da una volontà ossessiva di andare via, di andare oltre, lontano. Solo un viaggio continuo e incessante l’avrebbe potuto condurre lontano da sé, dalla sua sofferenza interiore, dal suo smacco come uomo e come marito.

Quel giorno aveva preso l’ultimo treno, come ormai faceva da anni, pagando il biglietto con i pochi spiccioli raccattati all’angolo poco distante grazie all’elemosina di frettolosi e distratti passanti

Si era trovato catapultato in una grande piazza, dove un via vai di gente di diverse razze, dalle facce ebeti più della sua -pensava- non faceva altro che andare avanti e dietro come automi impazziti. Tutto quel brulicare, quel vocìo, quelle risate scomposte, quel fervore di vita gli dava ai nervi come quell’insegna di Illy-caffè che sinistramente svettava sul palazzo più alto della piazza. Non voleva vedere nessuno, voleva stare solo. Pensò di andarsi a seppellire nel sottopassaggio. Peggio. Il puzzo dell’urina che i cani leccavano come acqua pura e i resti di cibo sminuzzato che donne, uomini e bambini raccoglievano nel fondo di luride ciotole gli diedero il voltastomaco e stette ad un punto dal vomitare. Più in là corpi deturpati da antiche malattie e volti stravolti da alcol e droghe di pessima qualità creavano come una via Crucis di dannati destinati a condividere la sofferenza del Golgota tra l’indifferenza della gente comune. Molti di essi non avrebbero visto l’alba schiarire il cielo del giorno successivo.

Il vento sibilava incuneandosi nel tunnel come in una corsia preferenziale diradando almeno in parte la cappa di effluvi maleodoranti. Decise di tornare su, almeno avrebbe respirato meglio; a notte fonda sarebbero rimasti a girovagare solo i soliti bastardi in cerca di avventure o accomunati dalla voglia di fare qualche rapina -bel colpo- senza correre rischi.

Non si sarebbero curati certo di lui poveraccio senza neppure una lira.

Aveva fatto male i conti.

Seduto e poi sdraiato su una panchina ai bordi della piazza, poco a poco si era abbandonato al sonno più per la stanchezza che per il piacere di una buona dormita All’improvviso si sentì prima strattonare e poi tirare per i piedi fino al punto che di scatto si ridestò. Capì di aver occupato un posto fisso, già ricovero notturno di un giovane sbandato che dopo aver praticato i suoi riti serali andava lì a far decantare il suo sangue di tutte le tossiche sostanze, sdraiato semimorto senza un cencio che gli coprisse il corpo. E dire che l’aveva notato avanzare col passo traballante e soprattutto lentissimo, fermarsi di tanto in tanto come per dondolarsi su se stesso. Non aveva calcolato il tempo, non sapeva che, trascorsi i minuti necessari a ricoprire il breve tratto, i passi avrebbero condotto lì il giovane, proprio a quella panchina.

Trascorse il resto della notte alla meno peggio sdraiato alla stazione ferroviaria su una panchina di granito, troppo fredda e dura per un sonno ristoratore. Dormì agitando braccia e gambe in quell’improvvisato letto. Non era abituato a quelle anguste superfici. Si ritrovò a terra, la testa dolente e un sopracciglio spaccato. Ebbe un sussulto. Era stordito, non ricordava più dov’era.

Vide davanti a sé un’ombra, un’immagine strana. Non vedeva bene, forse a causa del sangue gocciolato nell’occhio. Si risedette, si rialzò mille volte. Era sconvolto, non capiva. Gli giravano gli occhi, la testa, i vagoni e i palazzi. Tutto gli sembrava mostruoso e nemico.

Soprattutto lo innervosiva il fatto che le braccia, per quanti pugni dessero all’ombra, sempre ricadevano inerti, senza riuscire a scacciarla. "Ho bisogno di muovermi” pensò, “devo andarmene di qui, non posso rimanere neppure un minuto, non posso darla vinta a questo diavolo che m’insegue”.

Per poco non si fracassò la caviglia salendo d’un balzo sul treno che si era appena avviato, un attimo prima che le porte a soffietto si sbarrassero ritraendo l’ultimo gradino.

Sedette in un angolo dello scompartimento quasi vuoto. Grondava sudore e dolore.

Il cuore era ancora pieno di amore e di donna, la sua. La mente no.

“Ca**o, perché sono su questo treno? dove va, dove vado adesso?”

Si guardò intorno; nessuno, neppure un’anima viva. Per un attimo. Di lì a poco una straniera, di pelle olivastra, dalla gonna sgargiante, coi seni costretti in una blusa troppo attillata si sedette alle sue spalle.

" Chi sarà questa baldracca", pensò. "Quasi quasi me la spasserò stasera con lei; non farà mica storie. Con quella faccia di merda avrà fatto scuola a chissà quanti giovani e deliziato chissà quanti vecchi rimbambiti". - Avrò tra le mani almeno un po’ di quello che era mio e me l’hanno scippato".

Si alzò percorrendo guardingo il breve spazio che separava le due poltrone del vagone, si sedette proteso a intessere un qualche dialogo.

Appena le fu accanto la pur non troppo linda signora si ritrasse al puzzo che l’uomo ormai emanava. Non toccava acqua da parecchio.

Il fiato fetido rantolando su dai bronchi costipati dal catrame veniva fuori con zaffate nauseabonde.

Con un ghigno malefico la donna gli ordinò di non starle addosso, di andarsi a sedere a un altro posto.

La mente andò in corto circuito. Si vide di nuovo accerchiato dal fantasma traditore, da un’ombra scura che in forma di corvo lo accompagnava svolazzando fuori dal finestrino battendo il becco contro il vetro lurido.

Non tollerò questo ennesimo affronto. Non distinguendo più tra il nero corvino dei capelli di sua moglie e il rossiccio impastato di striature bianche della sconosciuta, né ricordando più l’aspetto dell’una e dell’altra, protese il braccio sinistro e facendo una torsione del corpo la strinse alla gola fino a farle uscire gli occhi fuori dalle orbite.

Le sputò sul viso e si dannò nel tentativo di aprire le portiere del treno in corsa. All’arrivo del controllore e della polizia di bordo non seppe pronunciare una sola parola ma solo emise grugniti di rabbia e uno strano riso disperato. Non oppose resistenza, si fece stringere le manette ai polsi. Finì in carcere. Si sentiva un vincitore, aveva ormai sconfitto per sempre l’ombra che gli toglieva l’aria, la bestia rivale nera e oscura come la notte che di tanto in tanto gli faceva visita. Eppure mai come in quel momento il cielo attraverso la grata del lucernario gli sembrò piccolo e lontano. Il viaggio da sé era stato troppo breve oppure aveva sbagliato la meta. O forse il modo.

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Il sogno di una cosa

11 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Il sogno d’una cosa,

desiderio inespresso,

illusione perduta.

Il sogno d’una cosa,

libro letto milioni d’anni fa.

Il sogno d’una cosa,

le tue parole mendaci,

tristezza d’un ritorno,

casa disabitata dai sogni,

rifugio del tempo perduto

e di troppe sconfitte,

perduta passione

che assale e distrugge.

Il sogno d’una cosa,

senza tempo da vivere,

senza rimpianti,

senza ricordi,

senza recriminare

d’aver creduto al sogno,

come se un sogno infranto

non conservasse il fascino

delle cose perdute.

Il sogno d’una cosa,

tentativo di brutta poesia

quando mancano le parole

e non sai come uscirne,

parlare a un amico,

se soltanto ci fosse ancora,

aprire le porte ai ricordi

e lasciar scorrere il tempo,

tra brusche virate del cuore

e soffi di vento africano.

Una delle mie tante notti insonni

deve averti portata via da me

bambina dai mille volti

e non riesco più a sorridere.

Gordiano Lupi (Piombino, 29 agosto 2013)

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