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Post con #lorenzo campanella tag

L'ologramma (parte 2)

31 Gennaio 2017 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

Non puoi cronometrare un sogno, non puoi registrarlo su supporti, non dovresti morire dentro.
Perché se l’ologramma ha una valenza, una portata enorme, lo si deve alla sua interiore matematica. È un insieme senza tempo di millisecondi. Una narrazione dentro le zanne d’avorio.

Forse dovremmo insegnare ai neonati ad essere folli. Forse follia e felicità sono indivisibili.
Perché un’idea oggi normale una volta è stata folle, fuori da questo mondo.
Ma quando ho scritto di non essere soltanto un ologramma, l’ho fatto di getto. Senza se e senza ma.
Ho letto che l’anima è un fenomeno border e in parte secondo me ha senso.
Come l’inizio di Futura di Dalla. E poi senti: “Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.”
Penso che ci sono persone che annullerebbero l’ologramma. Lo eliminerebbero.
Perché la storia ci spiega che lager e gulag fecero fuori milioni di persone.
L’ologramma è un manifesto blu forte su un muro opaco, è un progetto infinito. È una macchina da scrivere bianca. È l’Aida di Rino Gaetano. Come il mokele-mbembe.
Come le luci nella valle di Hesdalen, in Norvegia. È il satellite Black Knight sempre in orbita.

A Washington, da qualche parte, c’è un Museo dedicato al mondo dello spionaggio. Ed è anche questo il progetto.
Siamo il sogno. Siamo l’ologramma di questo puntino chiamato Terra. Esseri umani.
Siamo un trattato non rispettato. Gli eredi della rivoluzione digitale.
Siamo in cerca di un George Orwell anche se sappiamo che i tempi sono cambiati e che il controllo è massificato, diffuso.
Siamo le righe d’incipit di Cent’anni di solitudine.
Siamo il cervello positronico nato dalla mente di Asimov.
Ecco. L’ologramma è un noi di musica, poesia, letteratura, cinema, follia, arte, altri mondi.
Perché nell’ologramma c’è l’Alfa e l’Omega, come nel mare.
Perché è un panta rei senza padrone. È un geroglifico addormentato. È un pentagramma dove scriverai la tua musica. È urlo dentro. È La metamorfosi di Kafka. È un profeta accecato dal mondo. È Dottor Jekyll e Mr Hyde. È la sentenza di una clown.
Da anni sono affascinato dalle opere del pittore belga Magritte. Al quale accosterei certe idee di Jung. È un giacimento d’oro nel Klondike.
L’ologramma, nostro, ha la vista del Pamukkale in Turchia. Passa da Uluru alla cinese Valle del Jiuzhaigou. È tra i 45 messicani fondatori di Los Angeles.
Siamo, come dice Camus, un popolo di colpevoli che camminerà senza posa verso un’impossibile innocenza, sotto lo sguardo amaro dei grandi inquisitori.

L’ologramma è ubiquo senza materia. È un torrente in mezzo al deserto.

Ma deve generare felicità. Senza di essa non può esistere.
Un’altra condizione d’esistenza del progetto è la matrice della bellezza. Perché senza bellezza nemmeno l’universo può esistere.
L’ologramma è la nave di Comfortably Numb. L’ologramma è un’ombra rossa.
L’ologramma è un sogno che non muore, un vulcano pronto ad esplodere.

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L'ologramma

5 Gennaio 2017 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

Immagino una dimensione dove Winston Smith chiama Susan Calvin. Dove i precogs si mettono in comunicazione con John Constantine, Ipazia è papessa, la Stanza 101 è dentro un mirrorselfie e l’istruttore Hartman è in fuga da un T1000 con le sembianze di Travis Bickle. Shakespeare fa il magistrato e due Houyhnhnms vengono intervistati. L’ologramma di Hieronymus Bosch fa un ritratto a Ziggy Stardust, Giordano Bruno pilota un MagLev. Tutto normale.

Immagino pace, libertà e narrazioni visive nude come la pietra.
Ma il mio ologramma è tra i canyon della mia identità. Immagino libertà in un mondo prigioniero, schiavo, dove il Money supera il Love, suddito di un bis pensiero, dove anche le anime nere parlano di anima. È il mio ologramma a consigliare una solitudine che porta ad esplorare nuovi mondi. Ma dovremmo trovare in quei luoghi la felicità.
Il mio ologramma è un’identità senza tempo. Il mio ologramma è ontologicamente infinito.
L’ologramma supera i luoghi e diventa memoria soltanto nell’amore e nella felicità.
L’ologramma è la coscienza che attraversa i secoli e trascende il DNA. E quando hai coscienza che non puoi più commettere gli stessi errori, anche il mare ti parla.
Questo ologramma non ha materia, è immanente, non ha limiti materiali, si trova nelle mediateche dell’inconscio.
L’ologramma è un insieme di bit atemporali. L’ologramma è un glifo, un input.
L’ologramma è un libro, un cuore, un temporale, un pianeta. L’ologramma è perché esiste negli occhi di un sognatore, come universi che cambiano. Esiste come una stella che scoppia, come la corsa di un fiume. Perché? Gli universi cambiano e l’essere umano ha un valore inversamente proporzionale alla quantità di qualità positive che si auto-attribuisce.
Battezzeremo androidi, sposiamo aliene. Stiamo bene se vediamo i nostri simili soffrire per qualcosa, qualsiasi cosa.
Siamo frames impazziti. L’ologramma è zero settembre.

È la storia di una prostituta che diventa regina, è la storia del mondo.
In questo ologramma c’è magma della vita, sabbia, c’è flusso creativo, c’è bellezza.
Ma non sono soltanto un ologramma. Sono l’oceano delle coste americane, i canyon di terra rossa, il maremoto, lo spioncino di una porta, una cassaforte, una gonna a fiori, l’orchestra invisibile.
L’ologramma è bianco ed è nero e si trova su strade che devono nascere, su terre inaccessibili.
L’ologramma è una narrazione senza peso ma con massa infinita, è un lampo fluorescente tra la nebbia e il sole rosso della notte.
L’ologramma è un algoritmo senziente, un’anima mundi che non muore e non invecchia. È un manicomio travestito da parrocchia.
È il calcolatore HAL9000 di Odissea 2001.
Zero settembre è un progetto, l’eruzione di un vulcano, un labirinto che porta alla bellezza, un falò, una nuvola, un campo minato, una festa a sorpresa, assolo di chitarra elettrica, il viaggio di Ulisse, Moonlight Sonata di Beethoven.
Un’anima che non si usura, uno scheletro di cristallo, un logogramma cognitivo.

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#lartetisomiglia

20 Dicembre 2016 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #cultura, #lorenzo campanella

Con questo spot il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, punta alla promozione dei Musei Italiani.
L'iniziativa/campagna sui social porta l'hashtag #lartetisomiglia.

In Italia abbiamo più di 4.500 istituti a carattere museale e simili. Questo dato imporrebbe un generale ripensamento delle politiche occupazionali.
In compenso c'è il monologo di Crozza del 2013 a darci una panoramica di cosa è la Cultura per il Popolo Italiano.


Dal mio punto di vista, la Cultura non è dentro un libro, un museo, un partito, una biblioteca, ma nel cambiamento di un sistema di pensiero. Knowledge porta knowledge. Perché se i media cambiano noi dovremmo cambiare.
Ma new media e old media devono coesistere e questo sarà il nucleo di un prossimo intervento.

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L'Altro

30 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

L'Altro

Quante volte si dovrà accarezzare l’inopportuna sacralità di gesti accorti e poco noti. Dalle viuzze inorridite di paesi perplessi, radicati nell’altrui sventura. Focolai di persone, in processione verso il magma della vita, che potrebbe trovarsi in una stretta di mano, rapida e tagliente. Dal bosco i pensieri trovano conclusione in un’ampolla di sabbia. In fondo è questa l’Italia, quella in cui la corruzione invade anche le private case, si gioca con la vita e con la morte degli altri. L’altro è valenza se il percorso è completato, se la linea viene tracciata in tempo, se il tempo non diventa debito. E se il debito non diventa questione di vita. L’alterità spunta come un fungo se fruiamo del nostro Io, se accediamo ad una dimensione umana dell’esistere. Non basta capovolgere, bisogna rivolgere. Perlomeno volgere (lo sguardo, le attenzioni). Domani è l’altro e mai oggi. Domani il gesto, la nota musicale, la bicicletta dietro la vetrina. L’altro è anche invasione, inversione, complessità. Ma all’estremo della complessità c’è il mare limpido della semplicità. Gli estremi combaciano. L’altro è in noi. L’altro urla, ci urla, si può intravedere nei silenzi o in mezzo al caos delle metropoli. L’altro in noi è sentenza, è vincolo che garantisce libertà. Noi siamo diversi per ritornare uguali. Chissà se capiremo che la libertà non ha realtà se non quella soggettiva, personale. Nella realtà dell’altro si completa la nostra. Sei marinaio e corsaro. Sei giudice e imputato. L’altro non è immutabile, come noi. Ma nella tangenziale di percorsi affollati è improbabile trovare una serenità durevole.
L’indifferenza che ti uccide, quella che ti colpisce alle spalle, quel veleno quotidiano, quella che nega la libertà è quella che ti fa morire dentro. La morte interiore. Una rinascita viene rincorsa quando i totem del passato vengono abbattuti, quando il simbolo trova una sua consapevolezza. Accedere ad una dimensione umana dell’esistere significa non praticare indifferenza, carro d’esclusione, d’isolamento. Perché quando ti lasciano solo inizi a piangere. Perché chi ti lascia solo non ti vuole bene ed è uno dei messaggi più semplici da capire. Si possono spendere migliaia di parole, ma chi pratica esclusione non è una persona solidale. Una solidarietà umana si realizza nell’aiuto, non nel profitto. Ho commesso un sacco d’errori, ma le persone non devono essere lasciate sole. Una società che esclude, che emargina non è positiva. Il messaggio l’ho lanciato, vediamo chi comprende.

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Interstellar

28 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #cinema, #fantascienza

Interstellar

Un astronauta (Cooper) diventato agricoltore, vive insieme ai suoi figli (Murph e Tom) e ad un altro prente in campagna. Tutta la trama si snoda in un tempo sempre più relativo. “Ho dei figli professore..” “Vai lassù e salvali.” Insieme al concetto di anomalie gravitazionali, il tempo è il conduttore della pellicola. “Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”, una frase di Cooper a Murph prima di partire in missione. Interstellar si candida a diventare il Titanic della fantascienza. In certi passaggi ricorda opere come Amabili Resti e Al di là dei sogni. Emozionante, al limite della catarsi, la scena nella quale Cooper, dopo aver attraversato Gargantua (il buco nero) si ritrova proiettato in una sorta di mondo di mezzo. A separarlo dalla terra sono i libri della figlia. Paragonare il film di Nolan a 2001 Odissea nello Spazio è una grossa esagerazione, perché Kubrick sa far riflettere sulla condizione umana, ma nel nuovo millennio le pellicole devono contenere caos narrativo. Da sottolineare che l’idea di tutto proviene dal fratello del regista, Jonathan. A me questo film ha fatto piangere e non mi resta che condividere il discorso di Cooper dentro il tesseratto dimensionale: “Loro non ci hanno portati qui. Siamo arrivati qui da soli. Mi sono portato io qui. Noi siamo qui per comunicare col mondo tridimensionale. Siamo il ponte! Pensavo avessero scelto me... Non hanno scelto me: hanno scelto lei! Per salvare il mondo! Tutto questo è una stanza di una bambina, ogni singolo momento. È infinitamente complesso. Loro hanno accesso a tempo e spazio infinito ma non sono legati a niente! Non possono trovare un posto specifico nel corso del tempo! Non possono comunicare, per questo sono qui io! Troverò un modo per dirlo a Murph così come ho trovato questo momento. È l’Amore! Il mio legame con Murph è quantificabile, è la chiave! Dobbiamo trovare come dirglielo.. L’orologio.. Ma certo! Codifichiamo i dati nel movimento della lancetta dei secondi. Ancora non ti è chiaro. Non sono esseri. Siamo noi, quello che io ho fatto per Murph, loro lo fanno per me! Per tutti noi. Un giorno, non io e te, altre persone, una civiltà che si è evoluta al di là delle quattro dimensioni che conosciamo.” Un buco nero diventerà la soluzione per l’umanità? L’Amore rimane una forza indistruttibile, che riesce ad attraversare (e farci, con lei, attraversare ed esplorare) l’Universo sconosciuto, portandoci da un battito d’ali di farfalla giù fino alle tenebre nell’iper-spazio. Ne abbiamo bisogno.

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Distopia e Futuro

21 Giugno 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #saggi

Distopia e Futuro

Questo intervento è incompleto, chiunque vedrà errori, ma in fondo sono l’incompletezza e l’errore universale a dominare questo mondo. Dovevo sistemare il testo, renderlo più schematizzato (e per alcuni leggibile) o magari completarlo. Ma ripeto: da me troverete frammenti, ricollegabili, e quindi una sorta di indagine, di quesito fondamentale.

Mi affascinano le distopie non mediate, non immediate, quelle che portano su di esse il carico di un mondo vissuto. Non esiste distopia perfetta, ma il punto di riferimento (e rifornimento) rimane e rimarrà “1984”. Nessun ordinamento consente una libertà esprimibile a massimi livelli, poiché l'ordinamento stesso ha la funzione/forma di scatola, di struttura in grado di sovraordinare le istituzioni, i simulacri d'autorità, le sembianze del potere. La disumanizzazione dello Stato è in altri termini un nodo delle realtà distopiche, l'impatto gravoso delle soluzioni statali sulle persone diventa meccanismo a bassa democrazia. La distopia non descrive democrazie ma piuttosto aristocrazie, oligocrazie, tecnocrazie, generalmente totalitarismi. D'altronde nemmeno l'Utopia porrebbe come suo asse immaginario la forma democratica, intesa perlomeno nella sua dimensione rappresentativa, ma operando un allargamento quantitativo e qualitativo dei poli del consenso. Ciò evidentemente produce sovvertimento, un capovolgimento della visione generale dello Stato, delle assemblee che hanno il compito di normare.

Origini della Distopia

Per poter parlare del futuro di un elemento si deve essere a conoscenza delle sue origini, dei motivi della nascita e porsi parecchie domande riguardo allo sviluppo seguito. La celebrità ha portato 1984 di Orwell, Il Mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, in qualche modo a bandiera del genere distopico, ma in realtà è possibile segnalare altre opere paradigmatiche. Le idee certe volte non si fanno trovare, hanno bisogno di spazi immensi come campi di frumento, altre volte ammorbano i silenzi: 1984 non è politically incorrect, ma è di fatto parecchio main-stream. Ciò che colpisce è la ruvidezza, la costruzione di un linguaggio che costituisce il mondo, la compiutezza innaturale degli scenari narrati. Poi c'è l'imponibilità. Fin quando un popolo vorrà essere sottomesso, schiavo di un sistema fatto si da casi eccezionali, che nella loro semplicità mettono in discussione la genuinità stessa della loro essenza, ma purtroppo permeato da burocrazie oscure, segreterie misteriose che cadono spesse volte nel patetico, potentati patentati e non. Il gioco della sottomissione ha un suo limite, sue proprie regole di decenza che non credo una legislatura possa lontanamente pensare o pianificare di scalfire. Oltre al discorso del volere c'è quello del potere. Scardinare, aprire come una scatoletta di tonno un'assemblea legislativa (ad esempio il Parlamento) è azione di forte impatto comunicativo, propagandistico per accaparrare consenso, numero variabile di elettori. Per trovare materiale distopico è necessario varcare i confini dei libri di scuola, leggendoli sì ma salpando con l'immaginazione verso costellazioni ed esplorando le stesse; mettere in discussione gli ordinamenti pseudo-democratici è una buona pratica. In questi tempi di crisi e follia si sta formando una nuova classe intellettuale, disponibile a nuove forme di compromessi, falsamente silente, non sottomessa ma forse addormentata. Ma tra follia e sanità mentale la linea di demarcazione talvolta non c'è.

Propaganda.

Sappiamo un po' tutti cosa sia, cosa rappresenta, le modalità d'intervento sulla popolazione. Non intendo la stampa, distribuzione e conseguente diffusione di volantini, depliant, né tanto meno affissioni presso luoghi pubblici. Per propaganda intendo un reale processo/percorso di indottrinamento, attuato mediante mezzi di comunicazione di massa (comunemente definiti “media”). Da certi media è necessario disintossicarsi. Il '900 ha visto la nascita della TV, un mezzo comodo, diretto (che cioè permette una fruizione libera, faccia a faccia, privata) ma sostanzialmente unidirezionale. La TV diventa autorità, medium massificante (e per certi versi terrificante) quando decide la linea. Premetto che non sono un terrorista della TV, ma bisogna dare atto che esiste quantomeno una “bilinearità” da seguire: la programmazione di un palinsesto e gli applausi all'interno di una trasmissione. La TV crea delle colonie umane e viene gestita da una elite.

Per l’Islam, altra grande religione di redenzione, la guerra santa (jihad) costituisce addirittura un caposaldo della sua dottrina di salvezza, peraltro largamente frainteso e conosciuto più per la sua vulgata popolare che per la sua originaria e più complessa matrice culturale. In estrema sintesi possiamo tradurre il concetto di jihad come scopo e ragione dell’esistenza, ovvero come perfettibilità morale, da perseguire attivamente mediante una costante ed attiva guerra o lotta morale contro il principio del male; che è in noi non meno che fuori di noi. Quindi contro l’egocentrismo e contro le forze che operano nella storia. Inscritta in un’etica di potenze contrapposte, che ambiscono all’anima umana, la concezione religiosa coranica postula un dualismo di fondo per certi versi assai simile a quello della christianitas delle Crociate. Operare e lottare contro le forze malvagie (Iblis è il corrispettivo demoniaco islamico), è quindi il senso originario della jihad come delle Crociate, come sforzo per migliorarsi, come una sorta di ascesi intramondana, per usare un termine weberiano. E tuttavia, la jihad è stata, ed è ancora oggi brutalmente intesa come “guerra perenne contro gli infedeli”, e come tale praticata; spesso al servizio di mire espansionistiche politiche, o come giustificazione di economie predatorie. (Antonio Riccio, Il pensiero religioso sulla guerra e la violenza politica. Mutamenti storico-culturali)

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. L’adesione ai modelli imposti dal Centro è incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. (P.P.Pasolini, Scritti corsari)

La globalizzazione rende le città sempre più simili: dappertutto abbiamo gli stessi quartieri d’affari, gli stessi centri commerciali, gli stessi alberghi di lusso, gli stessi aeroporti […] (Saskia Sassen, Intervista a Grégoire Allix, Le Monde, 21 Aprile 2009)

Non so per gli altri come sia, ma io sento che non posso fare come gli altri. (Dostoevskij)

Si arriva ben presto alla suddivisione dei poteri per organi rigidamente disciplinati. Tali organi posseggono funzioni, poteri da gestire, amministrare, possibilmente in linea con il gioco dei pesi e contrappesi posto come direttiva sovraordinata. La suddivisione dei poteri (e delle relative funzioni) delinea una di quelle questioni sul quale si fonda una democrazia, o quantomeno una garanzia di democraticità vigente. Il livello di democraticità di uno Stato, di un organo statale, di un’assemblea legislativa, non può essere stabilito a priori. Bisogna aggiungere che la schematizzazione in livelli crea gerarchie sul duplice piano del significato e della valenza del singolo organo o elemento posto in esame. Una schematizzazione che quindi non fa altro che influire in modo negativo nella sfera valoriale e per quanto riguarda le sintassi delle architetture d’ordinamento. L’operazione non è più interpretare il mondo che ci circonda, ma indebolire e al tempo stesso rafforzare le dicotomie tradizionali ravvisabili in molteplici contesti. Ci troviamo nel bel mezzo di un periodo d’espansione del concetto stesso di Stato-nazione. I confini crollano. Non si parla più di una forma di democrazia post-nazionale ma dell’inesorabile processo di abbattimento delle identità particolari, dei modelli tradizionali di Stato propriamente inteso e quindi delle sovranità nazionali. Questo quadro può risultare approssimativo ma è l’immagine di ciò che accade e continuerà ad accadere. Ho una prospettiva della democrazia che coincide con un percorso senza eschaton.

Ogni parola evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo. Ogni parola si definisce in base ad un frame. E anche quando neghiamo un certo concetto, non possiamo evitare di evocarlo. Il framing consiste proprio in questo: nell'usare il linguaggio che riflette la propria visione del mondo. Ma naturalmente non è solo una questione di linguaggio. (George Lakoff)

Il termine “Popolo” è connotato da un frame temporale ottocentesco. Il significato della parola tende a sbiadirsi in presenza di un mondo globalizzato. Permane una condizione d’imperialismo delle idee. Senza patria non c’è nazione, senza nazione non esiste nozione di popolo. Siamo dinnanzi alla notte delle democrazie, delle mezze democrazie, delle monarchie, delle aristocrazie, delle oligarchie, delle autocrazie, dei regimi. Dovremmo sapere che la storia è ciclica e che commettere lo stesso errore può costare la vita di una nazione, la genesi di una prospettiva. I programmi e gli spot elettorali illudono, producono quel senso di benessere interiore misto a speranza. Le forme espressive diventano forze espressive, gli ordinamenti descrivono la legge fondamentale di uno Stato, ma le società maturano quando non restano soggiogate da balletti di palazzo. Vivere sul filo del terrore, provando a convivere con flussi di notizie che producono instabilità psichiche, può garantire soltanto tensione sociale in un prossimo futuro. Il futuribile è indagine da fare con i dovuti dispositivi, strumenti, le reali sovranità decisionali, intercettando moti di pensiero. Il punto è, se mai ne esistesse uno, che ogni interpretazione deriva dall'interpretazione delle fonti, ossia delle origini stesse del filone letterario che rimanda all’impianto distopico.

Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria. Ricordare è un modo di dissociarsi dai fatti come sono, un modo di mediazione che spezza per brevi momenti il potere onnipresente dei fatti dati. La memoria richiama il terrore e la speranza dei tempi passati. (Herbert Marcuse, L’Uomo ad una dimensione)

Il filosofo prussiano (Kant) ebbe a dire con molta chiarezza: “Fra le tre forme di Stati la Democrazia è, nel senso proprio della parola, necessariamente un despotismo in quanto che essa fonda un potere esecutivo in cui tutti deliberano intorno e, dato il caso, anche contro uno che non è d’accordo con gli altri; ciò significa volontà di tutti che tuttavia non son tutti; una contraddizione, cioè, della volontà generale con sé stessa e con la libertà.

Intendo la sovranità non soltanto come nozione giuridica fondamentale dell’impianto ordine mentale di un paese; è elemento d’impatto sociale, in grado di restituire dignità ed identità all’organismo fondante del popolo. Non è mero esercizio di potere o d’autonomia, ma concetto da porre alla base di ogni Stato-nazione che voglia essere libero, indipendente e mantenere una posizione globalmente credibile. L’indipendenza di uno Stato esige indipendenza delle sue persone, del suo popolo e ciò è da porre come assunto indiscutibile.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto. (Tiziano Terzani)

Mi costa non essere d’accordo con Franco Cardini, quando afferma: “è necessario superare anzi rinnegare il dogma dello stato-nazione 'sovrano'.” – aggiungendo - “Lo stato-nazione è il risultato dello sviluppo di un’ideologia giacobina divenuta tra Otto e Novecento 'dogma civile', ma che non trova alcun riscontro necessitante né sul piano storico né in quello del diritto internazionale.” Un pensiero che sul piano storico potrebbe funzionare, ma nella realtà delle singole Nazioni sostengo maggiore sovranità individuale, casomai a beneficio (successivamente) dello scopo unitario, che poi è quello comunitario. È possibile intravedere un’alba solo se ognuno la può pensare liberamente, senza dogmi comunitari. Ecco perché fare l’autore di distopie ti mette nella posizione di mediare, immaginare certe tipologie di scenari dentro “contenitori”, scatole vuote, contesti talvolta lontani. I rapporti di forza che sovrastano, per intensità, i rapporti di forma e ben mostrano la suddivisione in blocchi dell’intero pianeta. Si fanno avanti nuove modalità di schiavismo, le singole sovranità vengono aritmeticamente sbiadite, gli equilibri diplomatici e geopolitici di intere fasce territoriali vengono posti a dura prova da tensioni più o meno evidenti. D’altronde siamo di fronte a nuovi spinte colonialistiche, che seppur seguendo percorsi e dinamiche piuttosto velate e intrise di nascondimenti, mostrano una faccia dei nuovi totalitarismi. Il nuovo totalitarismo esiste grazie a noi. Ciò non deve provocare reazioni di timore, ma dovrebbe permettere una riflessione a lungo raggio sul perché di tutto ciò.

La democrazia funziona se sono assicurate le sue precondizioni: un effettivo pluralismo, la limitazione delle concentrazioni di potere (politico, economico, ideologico-comunicativo), politiche pubbliche volte a garantire gli standard minimi dei diritti di cittadinanza (occupazione, salute, istruzione, abitazione, retribuzione dignitosa, democrazia nei luoghi di lavoro). Soprattutto, la democrazia presuppone una formazione civile, che argini i rischi di decivilizzazione (ricerca di capri espiatori, pregiudizi razzisti, omofobi e sessisti, ossessioni identitarie) che attanagliano le nostre società, in virtù della perdita di sicurezza sociale e di riferimenti simbolici credibili. Siamo di fronte a una democrazia impoverita e messa alla prova. La democrazia è vitale solo se non nega i problemi e le aspettative dei cittadini, se non si chiude in un bunker, ma accetta il conflitto delle idee e degli interessi (ovviamente non violento né distruttivo), riconoscendolo come un decisivo fattore vivificante, che può e deve essere portato a sintesi politica solo se viene preso sul serio. (Stefano Rodotà, Presentazione Festival del Diritto 2015)

Si dice che la televisione, che è stato il mezzo che ha dominato e che ancora continua a dominare, sia un mezzo in sé intimamente non democratico. Per quale ragione? Perché è una comunicazione dall'alto verso il basso. C'è una persona che parla a una platea silenziosa, magari di decine di milioni di cittadini, che non hanno la possibilità di reagire, se non in maniera molto indiretta. Alla fine si calcola l'audience: quante persone hanno seguito la trasmissione, quanti, a un certo punto, se ne sono andati via, quali sono stati i picchi di attenzione, e via dicendo. Ma questo è appunto qualcosa che lascia un segno sulla comunicazione Indipendentemente dal fatto che si dicano cose buone o cattive, accettabili o non accettabili, il carattere non democratico sta nel fatto che il cittadino non può reagire. Invece le nuove tecnologie, si dice, sono interattive. Non è una comunicazione verticale, ma orizzontale. Internet mette tutti sullo stesso piano. Se c'è un forum di discussione, tutti possono intervenire in ogni momento, quando vogliono, dicendo le cose che vogliono. Non c'è gerarchia. Chi entra in Internet si espone a questo controllo diffuso. Non c'è chi sta su e chi sta in basso. Questo è il momento decisivo. Si dice: non ci sono più produttori e consumatori d'informazione, ma tutti sono allo stesso tempo produttori e consumatori. Poi vedremo quanti problemi ci sono dietro a tutto ciò. (Stefano Rodotà, Intervista 08/01/2001)

Quindi ognuno di noi deve anche cominciare ad avere coscienza del fatto che la rete non è il paradiso, che le offerte vanno vagliate con una certa attenzione. Non mi offrono gratuitamente nulla, perché io in cambio gli do quella che oggi è la materia prima più importante, che sono le informazioni personali. Senza queste informazioni il meccanismo della rete si ferma. Quindi dobbiamo essere tutti consapevoli che noi abbiamo un potere legato alla gestione delle nostre informazioni. Se lo sappiamo usare bene questo rischio non credo che scompaia, ma certamente può essere ridimensionato. (Stefano Rodotà)

D’altra parte non si deve credere che l’ideale corrisponda all’ideologia. Le ideologie che hanno avuto maggiore spazio nel XX secolo erano tutte fondate sull’assunto di un cambiamento radicale del mondo, nella storia e attraverso la storia. Morte le ideologie, l’ideale, concernendo, più che altro, la "forma" assoluta in cui si presenta un’istanza intellettuale o morale, può sussistere anche nel nostro tempo. Il "cambiamento" in parola corrisponde a una ipotesi di forzosa volontà atta a scardinare una realtà intera, ai fini della costruzione di un edificio completamente nuovo, la quale, fra le altre cose, impone la massificazione della società e la violenza sistematica esercitata dal potere nei confronti dei propri cittadini. Nei regimi totalitari e "terribili" del XX° secolo il potere ha sviluppato essenzialmente una guerra contro il proprio popolo. (Domenico Fisichella, Intervista 09/01/2001)

Il totalitarismo ha sempre bisogno della dittatura. Che cosa intendiamo per dittatura? Il potere. Il potere è necessario alla società. La società non può vivere senza che esista un'autorità che esercita una qualche forma di potere. Nei regimi totalitari la dittatura divenne permanente. Non c'è totalitarismo senza esercizio dittatoriale del potere. I mass media sono stati, come dicevo prima, la condizione stessa per la nascita dei totalitarismi, per la loro conservazione e da essi sono stati ampiamente utilizzati. Possiamo addirittura asserire che i regimi totalitari abbiano fatto progredire i mass media. La radio ha avuto una grande importanza in Italia come in Germania. I mass media contengono, in sé stessi, una "minaccia totalitaria". Vi dico una cosa che può sembrarVi inquietante. Perché? Perché tendono al consolidamento della omologazione del giudizio, della omologazione dei gusti. (Pietro Scoppola, Intervista 1998)

Il controllo è soltanto un'espressione del potere, ma è possibile constatare altri nodi come il possesso, l'imposizione, il rivendicare la sovranità sull'identità. Una discussione sulla distopia non può fare a meno di considerazioni ricollegabili a campi apparentemente opposti come le dinamiche di potere, l'ordinamento di uno Stato, lo studio delle forme d'autorità, il Diritto a rilevanza penale e tanti altri. Il confronto tra Democrazia e Totalitarismo, come quello sul piano narrativo tra Utopia e Distopia è una gigantomachia, una lotta tra titani. È materia complessa stabilire a priori pro e contro di ogni singola teoria generale dello Stato. Però rappresentatività, consenso e libertà di pensiero sono dei segnali ai quali è possibile tenere conto. Una democrazia si completa nel cittadino, le istituzioni non risultano invasive, l’istruzione e il sistema sanitario sono garantiti a tutti in modo gratuito, i trasporti pubblici per motivi di lavoro, formazione, prevenzione sanitaria, sono gratuiti.

Se vogliamo metterci d’accordo, dobbiamo intenderla in un certo modo limitato, attribuendo al concetto di democrazia dei caratteri particolari. Tutti partecipano alla decisione, direttamente o indirettamente. La democrazia politica non si è estesa alla società e non si è trasformata in democrazia sociale. Una società democratica dovrebbe essere democratica nella maggior parte dei centri di potere. Il centro di potere in cui dovrebbe avvenire l’estensione delle regole democratiche è la fabbrica. Le decisioni vengono prese da una parte sola, non da tutte le parti in gioco. (Norberto Bobbio, Intervista 28/02/1985)

La satira fa esistere il regime. Ogni regime è caratterizzato dalla satira, ma che quest’ultima sia effettivamente libera da influenze dirette o indirette, rimane un falso storico. Nella rappresentazione dell’agone politico il ciclo cosmico delle stagioni è diventato da ormai troppo tempo un ciclo comico. L’uomo totale è un profeta, è profondamente umile, non danneggia l’altro, non rimane nella sfera dell’Io. Non so se tutti potremmo diventarlo, perché a volte i cambiamenti hanno un prezzo. Un patibolo della democrazia è rinvenibile nell’invasione della vita privata del singolo cittadino, della sua famiglia.

Quella che dalle parti di Depardieu viene chiamata “transformation systémique” potrebbe rimanere una fase, un intervallo tra due espressioni di potere, d’autorità. L’ingorgo delle idee non ha mai fatto del bene. Ogni teorizzazione della rivoluzione dovrebbe partire dell’assunto che se la mente vuole sottomissione, il contesto gliela concederà, farà in modo di garantire ciò. La gerarchia segna una forma di sottomissione.

La storia di tutti i popoli è caratterizzata da mitologie dualistiche sulla genesi dell’umanità in cui il cammino dell’ uomo è tormentato fin dalle origini dalla lotta tra il bene ed il male. Detti concetti, dopo un lunghissimo processo di elaborazione attraverso i sistemi religiosi, filosofici, e politico-amministrativi, hanno trovato una codificazione formale negli ordinamenti giuridici nazionali, in termini di valore e disvalore sociale dell’illegalità. (Claudio Ianniello, Cos’è la Criminologia, 2010)

Ritorna il concetto falsificabile di popolo. L’elaborazione di rappresentazioni (e relativi significati) applicata alle scienze sociali è da intendersi come processo d’interpretazione che prosegue nei secoli attraverso sovrastrutture. Quest’ultime compongono la base del sistema di pensiero (sottoponibile a cambiamenti). In ogni caso l’interpretazione è passibile d’errore e ciò viene dimostrato dall’esperienza delle scienze giuridiche.

L’errore in sé è questione ontologicamente e patologicamente umana. Senza epistemologia o sistema morale non esiste concetto d’errore. […] comandare significa esercitare autorità sulle persone, non già avere potere di infliggere del male, e, benché possa essere unito a minacce di male, un comando è essenzialmente un richiamo non alla paura ma al rispetto dell’autorità […] (H.L.A. Hart, Il concetto di diritto)

Questa è una manifestazione moderna di vizi antichi, quelli che hanno fatto considerare la democrazia, fino a metà del XVIII secolo, come una pessima forma di governo, dominata da demagoghi, attraversata da conflitti, spazzata da ventate irrazionali, incapace di perseguire l’interesse del Paese in una prospettiva di lungo periodo. La tensione tra democrazia e buon governo è endemica, connaturata a caratteri definitori di questa forma di governo, non soltanto un vizio italiano. (Michele Salvati, Democrazia, Buon Governo e Legge Elettorale, articolo 2012)

Non possiamo raggiungere l’individuazione senza il senso di connessione con gli altri, e d’altro canto è impossibile avere rapporti veri con gli altri senza aver raggiunto l’individuazione. (Carl Gustav Jung)

È la sosta che traccia il percorso, un volo di gabbiano che offre la panoramica di una visione. Senza passato, la foresta diventa radura, e le basi inseguono l’idea terminale, il nucleo si fa superficie. Tutti, quando la nostra coscienza viene assassinata, proviamo un senso di distopia, di separatezza fra l’intelligenza del sorriso e la rabbia delle occasioni perse. Distopia dentro. Tutti siamo un po’ distopici dentro, quando tra le valli dell’ego deponiamo l’ascia e la corona d’alloro diventa un flusso discontinuo d’idee, un masso pesante da trasportare. C’è una grossa differenza tra diritti del lavoratore e diritti del consumatore, da far rientrare nella minorità della complessa sfera dei diritti. L’armamentario si pone oltre il semplice giusto o sbagliato. L’errore è uno strumento della dimensione morale, quando ad esso viene collegato un sistema di valori che si articola tra i concetti “madre” di Male e Bene. A mio avviso il legislatore deve mettere da parte ogni forma di morale. Capovolgere la dimensione umana, premiando la bellezza dell’azione.

Persone la cui memoria - individuale o collettiva - venga nazionalizzata, divenga una proprietà dello Stato, completamente manipolabile e controllabile, si trovano del tutto alla mercè dei loro dominanti; sono state deprivate della propria identità; sono indifese e incapaci di mettere in discussione alcunché di ciò che è stato detto loro di credere. Non si ribelleranno mai, non penseranno mai, non creeranno mai […] (Leszek Kolakowski, Il totalitarismo e la virtù della menzogna)

La caratteristica fondamentale di un essere spirituale, qualunque possa essere la sua costituzione psico–fisica, consiste nella sua emancipazione esistenziale da ciò che è organico […] Paragonato all’animale che dice sempre di sì alla realtà effettiva, anche quando l’aborrisce e fugge, l’uomo è colui che sa dir di no, l’asceta della vita, l’eterno protestatore contro quanto è solo realtà […] l’uomo è l’eterno “Faust”, la bestia cupidissima rerum novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere “ora-qui-così”, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante. (Max Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo)

L’uomo non è che un’invenzione recente, una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che sparirà non appena questo avrà trovato una nuova forma (avendo, al momento, quella che questo potere ha prodotto:) un allotropo empirico-trascendentale che è stato chiamato uomo. (Michel Foucault, Le parole e le cose)

Giunti a questo punto, è questione di seminari e convegni la premessa dello scontro, diatriba tra Capitalismo e Democrazia. È nella bilancia degli interessi, dei pesi e contrappesi stabiliti da leggi “di meccanismo”, che si gioca il futuro di tutte le riflessioni sulla narrazione distopica. Il ruolo e le valenze della sfera pubblica (e conseguentemente di quella privata), la privacy ed il lato oscuro del controllo sociale, lo sviluppo della tecnologia e le relative scoperte sull’intelligenza artificiale, l’informatica e l’umanità. Senza ancoraggio al suolo e punti di riferimento, la libertà soggettiva diventerà situazione di controllo, le forme del potere adatteranno al loro scopo le masse, i limiti verranno ripristinati in interruzioni. Ogni Totalitarismo ha riscritto la storia.

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L’altra faccia di Konrad Lorenz

28 Settembre 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

L’altra faccia di Konrad Lorenz

Konrad Lorenz, una delle personalità più importanti nella storia della Scienza e fondatore dell’etologia, lui il protagonista di questo intervento. Vinse il Nobel per la Medicina, ma l’ambiguità della sua figura riguarda il suo modo di pensare (almeno fin quando non venne catturato e spedito presso un campo di concentramento sovietico Armeno). Ricoprì l’incarico di Psicologo e di Dottore in neurologia presso un ospedale. Lavorava per l’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale.

La citazione aberrante in questione è la seguente:

<< Dovere dell'eugenetica, dovere dell'igiene razziale dev'essere quello di occuparsi con sollecitudine di un'eliminazione di esseri umani moralmente inferiori più severa di quella che è praticata oggi. Noi dovremmo letteralmente sostituire tutti i fattori che determinano la selezione in una vita naturale e libera.>>

Sembra una sentenza e per ogni sentenza è prevista un’esecuzione. Lorenz, dopo essersi iscritto al Partito Nazionalsocialista di Hitler, insegnava Psicologia a Konigsberg, emblematica città natale di Immanuel Kant. In effetti non c’è nulla da biasimare o da indignarsi, poiché l’effetto di una ideologia è una sorta d’inglobamento in certi modelli di pensiero, di simbolizzazioni (il più delle volte ricollegabili alle idee di potenza, virilità, purezza), di rappresentazioni fisiche e mentali. In fondo lo diceva anche lui: << Nessuno di noi sospettava che la parola "selezione", nell'accezione data ad essa da questi governanti, significasse assassinio.>> Il sospetto segna un interessamento ma al tempo stesso aziona un meccanismo di disvelamento, di caoticità. C’è un rapporto conflittuale con il padre che lui considera però al tempo stesso “umano”.

Hitler, durante il periodo di carcere, scriveva:

<< Ci si deve render conto di questo: Quando un popolo presenta una determinata somma di altissima energia appuntata ad uno scopo ed è sfuggito definitivamente all'ignavia delle vaste masse, i pochi diventano padroni del gran numero. La storia del mondo è fatta da minoranze, se nelle minoranze numeriche si incorpora la maggioranza della volontà e della forza di decisione. Quindi, ciò che oggi può a molti apparire molesto, è in realtà la premessa della nostra vittoria. Appunto nella grandezza e nelle difficoltà del nostro compito è riposta la probabilità che solo i migliori combattenti si accingano a lottare per esso. E in questa selezione sta la garanzia del successo. In generale, già la Natura prende certe decisioni ed apporta certi emendamenti nel problema della purezza di razza di creature terrestri. Essa ama poco i bastardi. Soprattutto i primi prodotti di incroci, per esempio nella terza, quarta, quinta generazione, debbono soffrire amaramente: non solo sono privi del valore proprio del più nobile fra i primitivi elementi dell'incrocio, ma, mancando loro l'unità del sangue, manca pure l'unità del volere e della forza di decisione, necessaria alla vita. In tutti i momenti critici, in cui l'essere di razza pura prende decisioni giuste ed unitarie, l'essere di razza mista diventa esitante e prende mezze misure. >>

Affermazioni tristemente note che marchiano a fuoco le sorti della vita di Governo, l’inscindibilità tra frenesia ed approvazione popolare, il tema sempre presente del consenso, la tragedia dell’olocausto. Un pensiero simile a quello di Lorenz, esplicitato ancora da Hitler: << Se, per esempio, un individuo d'una razza si unisse ad uno di razza inferiore, ne risulterebbe in primo luogo l'abbassamento del livello in sé, e, in secondo luogo, un indebolimento dei discendenti di fronte agli altri individui rimasti puri di razza.>>

Questo intervento non ha lo scopo di attaccare, di mettere in uno stato soggezione il lettore, ma soltanto di farlo pensare, renderlo più o meno consapevole di una parte di realtà. Dobbiamo essere consapevoli che Lorenz nutriva dentro sé una “bipolarità”, forse scaturita dall’eterno ed insanabile conflitto col padre, sosteneva dei paradigmi (modelli) basati sulla Dottrina nazista, razzisti, pericolosi. È la solita storia dell’esecutore di totalitarismo. È sorprendente rievocare nel 2014 la strategia del nazismo. Per far si che non si ripeta abbiamo il dovere di resistere alle spinte autoritarie di talune forze. Non possiamo permetterci di rimanere in letargo, vivendo un distacco. Kant, fedele sostenitore del Re di Prussia, scriveva: “[…] delle cose noi non conosciamo a priori, se non quello che noi stessi vi mettiamo.”. Si tratta di un monito, di un ragguaglio, al quale bisogna prestare particolare attenzione. R. Michels, in un saggio di sociologia, già nel 1910 avvertiva: “Chi dice Organizzazione dice tendenza all’oligarchia.”.

Documento d'identità di Konrad Lorenz

Documento d'identità di Konrad Lorenz

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Come può il cielo...

14 Agosto 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #poesia

Come può il cielo...

Come può il cielo non apparire bello, la notte, se è trainato da una flotta di stelle?
Come può il mare sbiadire i pensieri o le persone, se porta con sé la vita?
Come può l’uomo farsi la guerra, uccidere, ergersi a dominatore, stabilire cos’è il bene e cos’è il male?
Di fronte alla bellezza di un cielo adornato da masse stellari, da sguardi umani, da carri che corrono su piste invisibili, c’è la certezza dell’esistenza. Sei di fronte a questo enorme spettacolo e non tieni le parole giuste per vestire le tue emozioni. Sei di fronte alla stessa natura che ti ha partorito, ti ha reso centro del tuo mondo, ti ha dato ossigeno. Sei fermo ad aspettare nuovi segni dall’alto e forse speri. Di fronte alla danza delle stelle, pensi di essere immune al male delle persone, al veleno gettato in faccia, ai castighi che hai dovuto subire. Diventi una fortezza, un castello incantato, un palazzo di nuove idee. Poi il cielo prende le tue sembianze e tu per gentilezza o forse per coscienza ti mischi a lui, ma non puoi prendere le redini fin quando non sei consapevole. La tua biga non è alata e rimane immobile in mezzo ad un sentiero di pietre. Passi dal benedire il silenzio al maledire tutto il cielo, passando dalle stelle fino ad arrivare alle più sparute e lontane galassie. Sei nel tuo limbo e ritrovi una pace, ma deve passare del tempo per iniziare tutto da capo. Dentro noi restano eserciti e poi sopravvengono avventurieri.
Vorremmo capire gli altri, ma noi stessi non ci capiamo.

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Le avventure di Richard - episodio 3

5 Giugno 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 3

Aprendo l’atlante, certo con uno stile appassionato ma pur sempre confuso, ogni travagliata ricerca di sensibilità senza senso si concludeva in una chiusura del cancello. Certo, il temporale non sarà giunto, ma i cerchi alla testa, sì! L’isola, oltre a farsi conquistare e farmi inevitabilmente conquistare una dolce visione d’utopia, si dimostrava non vincolante. Potevo creare e lei non parlava, me lo permetteva. Era (è) il luogo dell’assenza di concessioni. Non posso fare a meno di pensare al modo tramite il quale venivano trattati i libri. Erano messi in ordine all’interno di gigantesche biblioteche-città. Questi spazi pubblici e liberamente condivisibili, erano gratuiti. Nessuna tessera d’iscrizione, completa fruizione. In fin dei conti, a volerci pensare proprio bene, non c’era bisogno di denaro perché di fatto veniva continuamente adottato un metodo che veniva chiamato dalla gente del posto: “libero scambio di conoscenza”. Io ti do un libro, tu me ne dai uno, oppure mi dai qualcos’altro, uno scambio alla pari insomma. Capito come funziona? Semplicissimo. Questo metodo non l’hanno neanche messo per iscritto, mi hanno detto: “Non è necessario. Il Libero scambio di Conoscenza, di Sapere, funziona da sempre. Basta che ognuno si fidi dell’altro e custodisca l’opera con amore.” Io ho risposto: “Come fate a fidarvi l’uno dell’altro? Da me ci si fida poco.” La loro risposta è stata, dapprima un lieve silenzio, poi: “La fiducia parte dall’altro.” - ancora silenzio, riflessione – “Se non si ha fiducia in se stessi non si può avere fiducia negli altri, ma contemporaneamente, se gli altri non hanno fiducia in noi stessi noi non possiamo spingerci oltre le nostre brutture. Non basta sincronizzare i tempi o i gesti, ci vuole linfa come in un rapporto sentimentale.” Certo è che se avessi lasciato naufragare le vele di questo dialogo sul mare aperto di un’utopia ne sarebbe uscita qualcosa di ben più profondo, ma la persona che stava parlando con me si interruppe e quando io gli chiesi il motivo, lui rispose in questo modo: “Mi sono fermato perché le interruzioni fanno bene. Interrompere un legame può essere più consacrante del volerlo per forza incollare.” Alla parola consacrante non darei accezioni religiose, ma quantomeno un significato di natura ed intenzione metafisica. “L’atto dell’interrompere dà luogo a nuovi legami, dà luogo a nuovi spazi ossigenati delle facoltà mentali. Il dolore crea devastazione, certamente quella umana che ha peculiarità fondamentale. I problemi non sono nella mente delle persone, bensì nella società. Quella che chiamate società civile è più incivile di una bestia. Noi questo lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, ma voi siete lontani dall’essere disposti all’accettare una realtà dei fatti dilagante. Non abbiamo la necessità di fare leggi sulla morale, sull’etica delle singole persone e non tassiamo finanziariamente i più deboli, i diseredati, gli ultimi. È vero, qui non esiste moneta, non esiste il vostro denaro, ma c’è un cuore. Non c’è il continuo e assillante desiderio di assassinio, non può esistere una volontà dittatoriale. Dovreste chiederci consigli e ci trattate come se fossimo un’utopia. Se questa è un’utopia vorrei che ognuno di voi, nel profondo del proprio cuore, si utopizzasse. Il denaro è uno dei tantissimi esempi del degrado sociale e delle scorribande. I vostri studiosi di economia, il sistema che gli permette un sereno e proficuo rifugio, sono degli alienati, vagabondano tra nevrosi apocalittiche e stati di onnipotenza. I vostri studiosi forse soltanto negli ultimi anni stanno capendo che economia e società sono da considerare a pari livello. Ma la vostra società, per quanto si impegni, non è etica. Una Storia senza sconfitte è una Storia che non dimostra il suo tenore. La vostra civiltà, e conseguente rito di civilizzazione, rinnega e ributta come la peste la questione della sconfitta. Perdere è sano. Ricercare o voler ottenere ad ogni costo una vittoria è rendere brandelli il vostro senso di esseri umani. Ogni miseria nasce da un pianto negato, ricordatevelo. Le lacrime liberano da catene. Ricorda: ci si perde e poi ci si dimentica di essersi persi, se si riesce appieno, e poi ci si ricorda e poi ci si perde e poi riparte tutto dall’inizio. Il grimaldello non è in testa, è nella persona.”

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Le avventure di Richard - episodio 2

23 Maggio 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 2

Mi presento. Sono Richard e conoscendomi so che non posso negare niente a me stesso, perché se lo facessi (e l’ho già fatto, tante di quelle volte) potrei tormentare l’anima fino all’esasperazione. In fondo, oltre l’inquietudine, ho deciso di andare ad abitare sull’isola perché questo mondo dà tanto. Arriva una mattina in cui il mondo ti consegna un baule pieno di oggetti smarriti e tu devi sentirti in dovere di andare a ricollegare le coordinate, come un puzzle. All’inizio sembra tutto facile, ma in realtà, con il trascorrere dei giorni, la tua volontà, le tue passioni, le tue facoltà mentali, perdono linfa vitale. E ti metti a frugare tra quegli oggetti. Vorresti essere uno scopritore, potresti trovare il tesoro che hai dentro, ma in quei momenti è praticamente impossibile, quasi non riesci a respirare, e guardi la fessura di una finestra con tono rosso. Trovi che il tempo debba regalarti gli istanti persi. Diventi silenzioso davanti ad una porta. Ho deciso di abitare in un’utopia quando mi concepirono. Il mondo mi è stretto. Tutta la linfa che è, attorno a me e certamente dentro me, è piccola cosa riguardo la grandezza di questo universo. Ogni flusso di energia inganna la persona. Riprendi a frugare, incessantemente e senza sbadigliare. Poi c’è un premio. Ti dicono che sei bravo, ma la tua felicità non durerà molto e riprenderai a commiserare una statua d’oro. Di tanto in tanto cerchi di porti delle domande, come: Sono giusto? Sono giusto con me stesso? Frugando troverai una non-ricerca. Ogni ricerca parte dallo scoprire uno spazio. Ritornerai a te stesso e fisserai il tuo passato su carta semplice. Una frase non può descrivere un maremoto e ti vorresti illudere che possa incidere quantomeno le iniziali della tua vita. Uno inizia ad “utopizzarsi” quando perdendo il senso e la calma, ne acquista volentieri un’altra, di calma. Ma non trova collocazione di senso ad un ragionamento monotono. Ogni virtù è sbagliata se conclamata. Vincere il senso di colpa sarà una delle maggiori battaglie che potrai constatare su te stesso, il residuo è ovvietà. Accigliarsi per una luce monotona non è apprezzabile in una persona, ricordati che nemmeno la tristezza è bella se è spenta. Quando parlo di grandezza intendo la quantità di un oggetto o di un elemento, poiché questo mondo (e modo) di intendere le cose, ha trasformato il mio assetto cerebrale, rendendomi automa, vittima di concezioni scientifiche che aiutano ad indebolire la fantasia, creare frustrazioni, sviluppare sentimenti poco apprezzabili di onnipotenza e non fanno guardare più il cielo come una volta. Migliaia di anni fa il cielo lo si poteva guardare con più facilità e l’ossigeno era respirabile, annusabile anche con l’orecchio. Adesso l’azzurro che ci sovrasta non è mirabile e si lascia ammirare dalle formiche. Non voglio perdere questo dono. Se non vivo in un’utopia, non esiste il “me stesso”. La mia personalità, la mia esistenza, è vincolata alla conoscenza di una consapevolezza. Il cielo non può tradirmi, gli uomini, le persone, si. L’utopia che vivo è più reale della vostra realtà. Nella mia utopia c’è un punto interrogativo ogni fine verso. Tante volte ho provato (e continuo a farlo) ad ingannare me stesso, ma non ci sono riuscito. Accontentarsi di una morte lenta e dolorosa, con un’agonia da patibolo, questo è il destino di chi non vive un’utopia. È anche vero che la società non è gran cosa se il risultato del mondo come è oggi deriva essenzialmente e paradossalmente da lei, o quantomeno dalla sua condotta e dalle decisioni mancate, forzate o issate dall’alto. Chi invece dovrebbe spaventarsi è il Potere. Le sue innumerevoli forme acquistano consenso in un modo subdolo, non molto chiaro, ma comunque accettato, reso luce della divinità sociale. Matematicamente si dice che quando si arriva a compiere il mezzo secolo di età si son passati all’incirca tredici anni e mezzo stesi su un letto a dormire. Il tempo, quando i giorni passano, trova la sua perfetta deriva. Il tronco del discorso naufraga. Poi, tenti di ritrattare, come fossi in letto di morte, con la tua coscienza ma lei ti accarezza pugnalando la tua sordità infantile. C’è un ricovero. Non dentro te, dentro gli altri. Vorresti abbandonare gli attimi, ritrovare le sedie per tornare a parlare attorno ad un tavolino, ma ogni tentativo è una rincorsa verso la perdita di significato. I gesti traballano, gli occhi stridono, le braccia miagolano. Aspetti che arrivi un temporale.

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