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Scuola di cucina: crocchette di patate

30 Aprile 2016 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #ricette

Scuola di cucina: crocchette di patate

Qualche giorno fa il mio sposo si fa male, cade sfavorevolmente e si frattura 6 costole. Dopo i primi giorni passati fra guardia medica, lastre, dottore di fiducia, tutto condito con un dolore forte e costante, oggi inizia a respirare.

Voglio in qualche modo coccolarlo e decido di fare le crocchette di patate: pasto sfizioso e gradevole. Guardo in frigo: ho tutti gli ingredienti e quindi metto subito le patate a bollire. Ovviamente la ricetta che vi do’ e’ per un bel po’ di persone: io ho ridotto le dosi per noi due soli.

Un suo impalpabile, timido, “ Buoni questi panzarotti”, mi ha rallegrato; il dolore non e’ passato … Giorgio non e’ guarito ma un po’ d’attenzione e un sorriso hanno alleviato la tensione.

CROCCHETTE di PATATE

Lessare 1kg e mezzo di patate sbucciate, quindi schiacciarle e aggiungere: tre uova, tre mozzarelle, un hg di prosciutto cotto a dadini, tre cucchiai di formaggio e tre di pane grattato, sale. Amalgamare. Fare dei cilindretti e passarli in altro pane grattato. Friggerli in olio bollente

(Le crocchette non devono essere troppo attaccate l’un l’altra e le patate è meglio che siano rosse.)

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Da Zero ad Amazon - Guida pratica al Self Publishing

29 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #corsi di scrittura creativa

Da Zero ad Amazon - Guida pratica al Self Publishing

Ci scrive Marco Frullanti:

"Scrivo per segnalarvi una nuova iniziativa di Nativi Digitali Edizioni che riteniamo possa essere d'interesse per i vostri lettori.

Si tratta di "Da Zero ad Amazon - Guida pratica al Self Publishing", un corso pratico in tredici lezioni di cui ho curato i testi, pubblicato sulla piattaforma LifeLearning, che spiega come pubblicare e promuovere con successo e con i propri mezzi un libro.

Tutte le informazioni sul corso le trovate qui:http://lifelearning.it/corso-online/corso-online-da-zero-ad-amazon-guida-al-self-publishing/

Il corso “Da Zero ad Amazon: Guida al Self Publishing” nasce dalla collaborazione di Nativi Digitali Edizioni, casa editrice digitale, con Evoluzione Finanziaria, blogger e speaker in radio. I testi delle lezioni sono stati redatti da Marco Frullanti, direttore editoriale nonché specialista e consulente di web marketing nell’ambito dell’editoria digitale, mentre la rielaborazione dei testi e il montaggio audio/video sono a cura di Davide Mastrosimone e Giorgio Monteforti, speaker radiofonici e autori Self-Publisher.

Attraverso dodici lezioni su argomenti mirati, l’autore sarà guidato lungo tutti i passaggi dall’idea iniziale alla pubblicazione e alla promozione del libro. Saranno fornite le competenze di base per affrontare in autonomia tutti i passaggi, minimizzando il tempo impiegato e gli eventuali costi. Saranno inoltre messe in luce le possibili “trappole” che possono ritardare il corso della pubblicazione o rovinarne il successo potenziale."

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In uscita "I racconti della mano destra" di Sergio Costanzo

28 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #presentazioni

In uscita "I racconti della mano destra" di Sergio Costanzo
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L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

27 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

Questa è una novella all'altezza del miglior De Roberto, letta nell'edizione Garzanti; è il De Roberto che pur non avendo servito nella Grande Guerra si dimostra ottimo scrittore di cose militari.
I protagonisti sono due ufficiali e l'ambiente è quello della guerra in montagna. La neve ha costretto italiani e austriaci ad arretrare alla ricerca di posti più riparati. Gli ultimi attacchi invernali del regio esercito non hanno prodotto risultati; anzi, una compagnia, guidata dal capitano Colombo e in possesso solo di armi leggere, è sparita senza lasciare tracce dopo un assalto quasi suicida.

L’inverno passa e quando il tempo migliora, il capitano Tancredi manda pattuglie verso le linee nemiche; i parenti dei soldati scomparsi e soprattutto la moglie di Colombo fanno pressione per avere notizie sui loro cari. Tutti morti? Oppure ci saranno dei prigionieri? Servono risposte.

Qui il mistero si fa gradualmente più fitto; il reparto sparito tra le fredde rocce, l'individuazione di un soldato impigliato nei vecchi reticolati, l'insuccesso di ogni pattuglia mandata a recuperarlo accrescono l'interesse per la vicenda. Chi è quel soldato? Bloccato da mesi, irrigidito dal gelo, sembra racchiudere la soluzione al mistero. Ma gli uomini che devono riprendere quel corpo falliscono e si nascondono dietro a laconiche giustificazioni; è pericoloso intervenire perché c'è una mina vicina, sostengono con poca convinzione. Tancredi, pur avendo ottenuto una sospirata licenza, decide di andare a vedere di persona conducendo pochi uomini; è suo dovere farlo.

Qui c'è la parte più emozionante; sembrano pagine tratte da un diario di guerra. L'ufficiale si muove nella nebbia, sfida i cecchini, raggiunge il corpo martoriato dai colpi e dal freddo; il recupero riesce con grande fatica. Non c’è nessuna mina. Si trattava proprio del capitano Colombo che guidò lo sfortunato assalto alla trincea austriaca; i commilitoni che lo conobbero raccontano del suo valore e dell'amore per la giovane moglie, più volte ribadito in modo appassionante.

Proprio Tancredi si assume l'onere di andare a Roma a riferire la tragica notizia alla donna. Non vorrebbe farlo; è molto a disagio e allora si fa accompagnare dall'amico Laurana, un imboscato piuttosto sfacciato. Davanti alla vedova, una contessa, il disagio diventa sconcerto; la donna non mostra dolore. In realtà voleva conoscere in modo sicuro la sorte del marito per avviare le pratiche per avere la pensione.

Laurana si offre di aiutarla a reperire la documentazione.

Più tardi, al ritorno al fronte, Tancredi apprenderà che l'amico e la contessa stanno per sposarsi.
È una novella amara; il divario tra fronte e Paese è enorme. Uomini di trincea da una parte e imboscati e civili dall'altra appaiono separati da una distanza fisica e morale incolmabile; sono due mondi che usano linguaggi diversi e che anzi non si parlano. Su tutto domina la figura del capitano Colombo, con il suo corpo martoriato, quasi "cristico", offeso dai colpi nemici e dalla corona di spine dei reticolati: “ … il braccio destro disteso e la pistola ancora spianata; il capo eretto e la mascella fracassata … le palpebre chiuse, l’uniforme lacera … pareva un’opera di scultura, un simulacro intagliato nella pietra e nel legno”. Sembra già di vedere uno dei monumenti ai caduti che nel dopoguerra saranno costruiti in ogni paese.

Ma il suo sacrificio non è capito da chi lo aspetta a casa; è un'icona di sofferenza che però lontano dal fronte non suscita interesse o emozione. Tancredi invece è turbato da quella fine e ne apprezza la statura morale. L'unico vero e intenso “dialogo” dello stesso capitano Tancredi è infatti quello virtuale con la salma del commilitone caduto che egli stesso ha fisicamente staccato dal luogo di morte; è la sola persona che ha voglia di conoscere meglio, attraverso le testimonianze di chi gli era accanto in guerra. Tutto concorre nella novella, in definitiva, a fare dei combattenti una categoria morale diversa da chi non ha mai visto il fronte e l’inumanità delle sofferenze che affratellano i soldati.

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Come eravamo: I Quindici

26 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Come eravamo: I Quindici

Suonava alla porta il rappresentante de I Quindici, ben vestito e con la valigetta. Erano i primi anni sessanta, le enciclopedie a fascicoli (Motta, Galileo, Le Muse) invadevano le case, segno di un’emancipazione alla portata di tutti, di un progresso sociale tangibile, fatto di cose concrete, come l’automobile, le vacanze, il vino in bottiglia, il frigorifero, la tv dei ragazzi, il maestro Manzi che alfabetizzava l’Italia via cavo. Madri casalinghe e nonni intimiditi lo facevano accomodare nel salotto buono, offrendo caffè e liquori. Pieno di sussiego, apriva la ventiquattrore e mostrava campioni nuovi di stampa dei libri che avrebbero segnato (insieme alle fiabe sonore) un’intera generazione, stimolando curiosità e fantasia, forgiando il gusto di molti di noi.

I Quindici fu diffusa dalla metà degli anni sessanta alla metà dei settanta. Derivava dall’omologa statunitense Childcraft ed era edita in Italia dalla Field educational, con direttore Armando Guidetti e per la parte grafica Filippo Maggi. Altri collaboratori italiani sono stati Aldo Agazzi, Vittoria Belluschi, Dino S. Beretta, Andrea Cavalli Dell'Ara, Jolanda Colombini Monti, Roberto Costa, Giancarlo Masini, Deda Pini, Luigi Santucci, Francesco Valori e Domenico Volpi.

Il genitore o nonno perplesso osava a mala pena far presente che il bambino/la bambina ancora non sapeva leggere ma l'aggurerrito rappresentante aveva pronta la foto dell’ippopotamo grande quanto sei vasche da bagno, tratto da La vita intorno a noi, mostrando come i libri fossero ricchi di figure intuitive e d’immediata comprensione.

L’enciclopedia era composta da quindici volumi tematici, rivolti a ragazzi di massimo 10 anni - ragazzi di allora, che non conoscevano Internet e playstation ed erano abituati ad andare a letto dopo Carosello - più un volume dedicato ai genitori (Voi e il vostro bambino) che ebbe grande successo data la scarsità di scritti sull’argomento allora disponibili in Italia.

Poesie e rime

Racconti e fiabe

Il mondo e lo spazio

La vita intorno a noi

Feste e costumi

Come le cose cambiano

Come si fanno le cose

Come funzionano le cose

Fare e costruire

Cosa fanno gli uomini

Scienziati e inventori

Pionieri e patrioti

Personaggi da conoscere

Luoghi da conoscere

Voi e il vostro bambino

I libri erano caratterizzati da dorsi multicolori che creavano un arcobaleno inconfondibile e riconoscibile a distanza sugli scaffali domestici, ed è appunto a questa edizione, la prima e mitica, che qui facciamo riferimento, le altre - nero su crema, oro su nero, e, ancora, parzialmente multicolori (2006) - non hanno lo stesso impatto evocativo.

Nessuno può dimenticare il numero nove Fare e Costruire, individuabile dall’orlo superiore slabbrato e sporco per il troppo uso. I bambini lo utilizzavano in continuazione per fabbricare di tutto, dai segnalibri, ai portapenne fatti con le mollette da bucato, ai dolci americani come gli scones, che nessuno sapeva cos’erano ma facevano tanto modernità, laddove moderno, allora, era sinonimo di progredito e giusto. Il volume veniva letto mentre sullo schermo scorrevano le immagini in bianco e nero di Giocagiò, il programma preferito dei ragazzi di allora, una sorta di Art Attack ante litteram che, condotto da Lucia Scalera e Nino Fustagni, si avvaleva di autori del calibro di Gianni Rodari.

I quindici coloratissimi volumi coprivano l’arco dello scibile, indirizzando i fruitori verso tutti gli aspetti del mondo circostante. Alcuni aprivano gli occhi sulle meraviglie della scienza e della tecnica (Come funzionano le cose, Il mondo e lo spazio, Come si fanno le cose, Scienziati e inventori, Cosa fanno gli uomini), altri stimolavano l’interesse per la storia (Come le cose cambiano, Pionieri e patrioti, Personaggi da conoscere), la natura (La vita intorno a noi), la geografia (Luoghi da conoscere, Feste e Costumi).

I volumi erano definiti “i libri del come e del perché”, spiegavano concetti complicati in modo semplice e immediato, avevano un intento didattico, didascalico, divulgativo ma anche etico. Spingevano all’eroismo, al patriottismo, alla divisione fra male e bene, com’era nella sensibilità dell’epoca, ci rendevano desiderosi di sapere, di esplorare, di viaggiare, di leggere, di approfondire, suscitavano domande e la voglia di andare oltre a ciò che i sensi mostravano.

Così si presenta ai lettori il primo volume: “I Quindici (…) non è un trattato né un’enciclopedia, né un sillabario, né un manuale scolastico. Tuttavia i vostri bambini e fanciulli troveranno in essa la realtà nei suoi molteplici aspetti e impareranno innumerevoli cose: impareranno, speriamo, a leggere meglio, cioè a raccogliere, con intelligenza, esatte nozioni e buone emozioni”. (Volume 1 pag. 6)

Ecco dichiarato il doppio intento: insegnare ed emozionare, avvicinare alla conoscenza attraverso il coinvolgimento, la commozione, la partecipazione.

E, sempre nell’introduzione, possiamo cogliere la spinta al progresso, all’elevazione sociale e spirituale, che era tipica di quegli anni e che portava gli operai a studiare alle scuole serali per diplomarsi, per innalzarsi al di sopra della massa ignorante: “I bambini desiderano veramente apprendere e capire. Non è forse vitale che essi imparino, come e meglio del papà, della mamma e dei fratelli maggiori, se questo è appena possibile?

E chissà quanti talenti letterari, quanti orecchi ritmici, non siano stati incoraggiati dalla lettura di Racconti e fiabe e Poesie e Rime, due volumi che insegnavano ad amare le parole, spronando la fantasia, il senso del reale ma anche del magico, del mistico, del fantastico, con poesie tratte dalla cultura di tutto il mondo, con brani di Pascoli, Belli, Wanda Bontà, Cardarelli, Carducci, D’Annunzio, De Amicis, Fucini, Ada Negri, Palazzeschi, Pezzani, Saffo, Ungaretti?

Le poesie erano ridotte e riadattate per i bambini, secondo una moda che tendeva alla condensazione dei classici per l’infanzia, ma anche dei best seller per adulti, sulla scia di Selezione del Reader’s Digest che pubblicava "riassunti" di romanzi della letteratura contemporanea, concentrando in 20/30 pagine l'intera trama, salvando alcune descrizioni e dialoghi dell'originale.

Ciò che la raccolta de I Quindici si proponeva, rispecchiava in pieno l’ideale di un’intera epoca: “creare una generazione migliore, aperta alla bellezza, alla verità, alla bontà”. Quello di bontà è un concetto che ritroviamo anche nel jingle iniziale delle contemporanee fiabe sonore della Fabbri.

Forse perché influenzati dai programmi ministeriali della DC, a loro volta fortemente condizionati dalla chiesa cattolica, non ci si vergognava allora a parlare di bontà e di onestà, a considerarle valori da trasmettere alle generazioni future, fini cui tendere per il miglioramento del singolo individuo e, di conseguenza, della società tutta.

Non sarebbe male se, ogni tanto, qualcuno se ne ricordasse anche oggi.

Come eravamo: I Quindici
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IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

25 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

In questa novella il vecchio Maràbito cede il suo terreno al mercante Maltese; in cambio avrà un vitalizio che l'acquirente spera naturalmente di breve durata. L'anziano dice, per rassicurare l'avido interlocutore, che dopo la vendita andrà nella sua casa in paese aspettando la morte. E aggiunge di voler lasciare il podere non per pigrizia ma perché stanco e fiducioso che altri più forti di lui lo lavoreranno meglio.

In poche frasi c'è quasi tutto il protagonista della vicenda, con la sua moralità e la sua schiettezza. Il mercante Maltese spera di ripetere l'affare di qualche anno prima quando un altro vecchio morì appena sei mesi dopo aver firmato un contratto simile. Spera quindi che il contraente anche stavolta muoia presto.

Maràbito non chiede più nulla alla vita; ha già dato tutto e gli basta quanto avuto.

Il tempo passa e l’uomo fatica a vivere senza le sue attività. La noia lo assale.

Soffre in silenzio quando viene a sapere che il nuovo proprietario amministra male il terreno. Ma non protesta; il suo ruolo è solo quello di attendere la morte nel suo alloggio, circondato dalle donne del vicinato che gli sono solidali perché detestano il cinico Maltese.

Gli anni scorrono, il vecchio ancora vive e il mercante gli paga il vitalizio con crescente rabbia, scoprendo di aver fatto male i suoi calcoli. Accade poi però che proprio Maltese muoia improvvisamente. Sono passati oltre cinque anni in cui il vecchio è diventato ottantenne e sta abbastanza bene. Quando una malattia sembra stroncarlo, le cure stregonesche di una delle donne lo salvano. È molto a disagio; accusato in modo strampalato dalla vedova del mercante che gli rinfaccia di essere ancora vivo, crede suo malgrado di essere uno strumento di vendetta dell'altro anziano morto poco dopo la firma del contratto.

Ora è lo scaltro notaio Zagàra a prendersi il podere e i relativi oneri; il vecchio non può durare a lungo, pensa. Invece fa in tempo a morire lui, mentre si festeggia il compleanno di Maràbito, ora addirittura centenario.

Tutti quindi scommettono frettolosamente sulla prossima fine del protagonista, associato a una morte che non arriva. Lui stesso soffre quando sopravvive ai più giovani. Gli sembra di essere un peso. Avete il vizio di campare a lungo, gli diceva il notaio facendolo irritare. In mezzo alle furbizie di tanti che non lo rispettano, lui brilla per equilibrio, coerenza, dignità. Ha sempre lavorato, è stato un emigrato, ha dato tutto; nella sua moralità non trova spazio ciò che non è meritato. A un certo punto, infatti, vorrebbe non ricevere più vitalizi, avendo avuto dopo tanti anni nel complesso ben più del valore della proprietà. Sembra il vincitore, dato che alla fine si riprende il podere dopo la morte del notaio. Eppure lo troviamo triste mentre da centenario guarda le nuvole stando nel suo terreno.

Non ci sono vincitori nella novella. Vince l'assurdo; chi voleva vivere muore, chi è stanco di campare continua a dover sopportare l'afa della vita. L'eternità senza la giovinezza è un fardello durissimo, come insegna la figura mitologica di Titone. Perciò più che il cinismo che domina la vicenda ambientata in un paesino siciliano, colpisce il lato enigmatico dell'esistenza. Si può essere beffati dalla morte che arriva inattesa, ma anche dalla vita che si aggrappa a chi non la vorrebbe più e diventa una condanna.

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Zerocalcare, "Kobane calling"

24 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

Zerocalcare, "Kobane calling"

Zerocalcare

Kobane Calling

Bao Publishing

Pag. 280

Ho letto tutto di Zerocalcare, credo di essere preparatissimo sulla sua poetica e sul suo stile, magari prima di morire ci scrivo un libro. In una precedente recensione affermavo che i suoi fumetti sono letteratura, molto più letteratura di tanta carta straccia travestita da libro e diffusa a suon di fanfare dal gigante Monnezzoli.

Kobane Calling non solo conferma la mia impressione ma supera ogni più rosea aspettativa, portando la verve scanzonata e surreale del fumettista romano (di Rebibbia, lui ci tiene, ma aretino di nascita) a contatto con l'impegno politico, senza mai scivolare nel lavoro a progetto, senza voler dimostrare a ogni costo una tesi. Non era facile parlare di Kobane, Turchia, Siria, Irag, Isis, Rojava e il regno dell'utopia, problemi dei curdi e guerra globale, tra terroristi veri e presunti, resistenza e diffidenza, luoghi comuni e realtà, senza scadere nel pippone politico (per usare il suo gergo) fine a se stesso. Zerocalcare scrive un diario di viaggio a fumetti, un reportage sincero dalla parte dei curdi, compie un'operazione alla Joe Sacco (Palestina), ma meno ideologica e per niente saccente. Lo fa con il suo stile disincantato, tra dialoghi con l'armadillo immaginario e il mammut dei peggiori incubi, con le rappresentazioni tratte dal mondo dei cartoni e del cinema, da Barbapapà a Peppa Pig, passando per Ken il guerriero, il mondo fantastico di Guerre Stellari e il fantasy della Compagnia dell'anello.

Zerocalcare avvisa i suoi lettori: "Troverete un racconto il più possibile onesto di quello che ho vissuto durante il viaggio e nei giorni immediatamente precedenti, sia dal punto di vista emotivo che da quello della cronaca, comprese le contraddizioni e i dubbi del caso." Il fumettista non ha nessuna intenzione di dispensare certezze che non possiede, ribadisce più volte che ha scritto un fumetto e non un trattato di sociologia, tanto meno sta partecipando a un talk show televisivo dove ogni idiota grida la sua verità. Perfette le sue parole: "Un tentativo di tenere un equilibrio tra il pippone didascalico e la cazzata spicciola. In certi punti spero di non aver fatto nessuno dei due, in altri probabilmente li ho fatti entrambi, però oh se nascevo imparato non stavo qua."

Kobane Calling a tratti è opera di pura poesia, anche se Zerocalcare scherza e smitizza la sua vocazione lirica, che viene fuori con prepotenza, davanti allo spettacolo della polvere di stelle sul cielo notturno dei territori martoriati dalla guerra, di fronte agli occhi di una ragazzina che si è rifugiata sulle montagne per sfuggire a un padre padrone e agli orrori della persecuzione turca. Un libro da leggere assolutamente. Un'opera importante per la letteratura italiana contemporanea. Un'alternativa al niente che ci circonda.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

23 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Stefanelli Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #racconto

Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

Permettetemi, dice Patrizia Stefanelli, di consigliare un libro: Piricotinali col ruspetto di Claudio Fiorentini. Molto divertente.

LETTERA ALL'AUTORE

Caro Claudio, quante risate mi hai fatto fare e quanto, tra quelle risate, mi hai fatto pensare. Ehm… uhm… so che sei discreto, ma hai insistito ben bene con la signorina “Frufrù” e diamine! Un raccontino dei fatti lo potevi fare, una sfumatura, dico, almeno una delle possibili. Beh, scherzi a parte di certo la fantasia non ti manca. I tuoi mondi rispecchiano l’alienazione che a piccole dosi stiamo inglobando; senza accorgercene, siamo noi l’alienazione.
Cibi normali? Non sia mai! In cucina come in arte, ognuno vuol dire la sua ma "un culetto di Branchiatore" val bene la divisione in parti uguali, e chi si contenta gode due volte. Se poi, in un giorno quasi fortunato, a qualcuno venisse voglia di intervistare Il Divino, beh, forse farebbe meglio a vivere la vita, magari in un bel borgo troglodita (rispetto al futuro), dove la vita profuma “normalmente”. Un borgo al contrario, un "ogrob" per l’esattezza, in cui è difficile rinunciare alle false certezze ma non impossibile. Poche persone, fortunate e coraggiose, riescono a sentire i veri profumi.

Pausa - quartetto d’archi

Procedi per generi musicali e indicazioni agogiche, e questa indicata è la mia pausa. Ho ripreso dopo due giorni il tuo libro con incoscienza, giacché dovrei dormire. Non dormo da ventiquattro ore ma di fronte al pugile che accusa il grande amatore di "non aver usato il guanto", non resisto (sto ridendo, scusami, anzi, siine contento, solo non vorrei perdermi mentre ti leggo e intanto ti scrivo).
Ha sofferto senz’altro di una sindrome da abbandono di "Coscienza" e ne ha goduto terribilmente, così come solo un incosciente può fare. Mai giudicare però, perché a quanto pare, la coscienza da un momento all’altro, se le prende il capriccio, abbandona chiunque. E da un "crescendo ostinato" volgo al "canto popolare". Mi aspetto panismo e prodotti genuini. Eccoli! Personificati in -" Tea, Limone, Zafferano, Ginestra (bella citazione) e Mazza d’oro della famiglia delle primulacee". Un bel vivaio!
Ancora personificazioni con il "navigatore" monocorde schizofrenico. In crisi di autostima? Esilarante. Il prodotto tecnologico che dovrebbe essere privo di emozioni si stufa? Chi non ha vissuto la voce del navigatore come compagno di strada, spesso invadente e insistente. Le inversioni a U, che esso dichiara consentite, o le zone ZTL da attraversare, avrebbero portato a un percorso diverso e chissà… Se poi la tecnologia dovesse inventare un "Mutatempo", meglio leggere le istruzioni prima di qualsivoglia viaggio. Che bella che è la tua proverbiale pazienza, caro il mio Fiorentini, si percepisce ovunque.
Torna la "Coscienza", ehilà! Che dire della sospensione della coscienza dopo la morte, in attesa dell’espansione, per divenire un punto dell’infinito? Come hai fatto a scrivere di questo, mi chiedo. Filosofia e religione, grazia e leggera ironia in un mix che incanta. In fondo siamo solo esseri umani e anche limitati. Certo, se fossimo dei supereroi, le cose andrebbero diversamente, non sarebbe per niente male, ma che fatica! Meglio allora usare la fantasia, possiamo inventarci di esserlo, ma l’ossessività del protagonista di "Danubio blu", credimi, mi ha lasciato uno stress tremendo. Se poi penso che la vita sia solo un "Dlin" suonato col cuore, come bene sapeva fare l’amico John Smith, capisco che è tutta una musica, la vita, in attesa di quel momento unico e singolare. Sì, è bello vivere, stupenda la Terra, con gli animali, i suoni, l’aria, le piante, i cicli… senza l’uomo, almeno da un punto di vista alieno. L’essere umano è infettato, come tutto ciò che tocca, dal virus "m.o.n.d.e.z.z.a". Peccato.
Infine, la tua "conclusione rock": “Sei ROCK!” ti direbbe Celentano, per questo ti scrivo una lettera pubblica che non servirà ad alcuno per la comprensione del tuo fortissimo libro. Ognuno potrà capirla solo dopo averlo letto!

Con affetto e stima,

Patrizia Stefanelli

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Dal verismo all'ultraromanticismo: "Cenere" di Grazia Deledda

22 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Dal verismo all'ultraromanticismo: "Cenere" di Grazia Deledda

Cenere

Grazia Deledda

Oscar Mondadori, Milano 1973

Grazia Deledda (1871-1936) compì solo studi elementari ma accumulò letture disparate che spaziano da Dumas a Balzac, da Scott alla Invernizio. Fu appassionata soprattutto di Eugene Sue che definì “atto a commuovere l’anima di una ardente fanciulla.” Come afferma Vittorio Spinazzola nella prefazione all’edizione Mondadori di “Cenere” del 73, la sua vocazione si alimenta di un “disordinato ultraromanticismo” incline all’enfasi e al melodramma. "Leggeva di tutto, roba buona e roba mediocre, nella libreria messa insieme, un po’ a caso, dal padre; e obbediva all’istinto che le suggeriva di scrivere.” (Dino Provenzal)

I primi romanzi rientrano, infatti, nell’ambito di un gusto feuilletonistico. A disciplinare quest’apprendistato fu decisivo l’influsso della narrativa verista. Ma trent’anni separano Giovanni Verga da questa verista in ritardo, che opera quando all’orizzonte si affacciano già d’Annunzio e Fogazzaro e subisce suo malgrado l’influsso di Flaubert, Zolà, Maupassant e del romanzo russo di Tolstoj e Dostoevskij.

Così ella si esprime a riguardo: “Han detto che io imitavo in qualche modo il Verga, del quale conosco solo due o tre cose, tanto diverse dalle mie, e han tirato fuori autori tedeschi, francesi, inglesi, che io non conosco affatto. Dei russi non si parli! Io ho letto i romanzi russi solo dopo l’insistente paragone che i critici ne facevano.”

Mentre lentamente al verismo si sostituiscono correnti mistiche, simboliste e idealiste, e una più complessa ricerca psicologica dei personaggi romanzeschi, la Deledda ritrae caratteri, costumi e paesaggi della Sardegna con uno stile che oscilla fra realismo e fiaba. Le sue pagine rivelano una visione del destino umano legato a forze misteriose e il regionalismo dei suoi scritti è visto in un alone favoloso, superstizioso, di vita rurale e primitiva. Il Sapegno fa notare la mancanza d’ideologia a favore di “un’aura commossa e incantata”.

Afferma Dino Provenzal: “Per quanto, a proposito di un’artista indipendente, originale come la Deledda mi ripugni citare uno schema, credo che la formula bontempelliana “realismno magico” non potrebbe avere un’attuazione migliore.”

Anche se meno famoso degli altri romanzi, proprio Cenere, del 1904, fu citato nella motivazione del premio Nobel che la Deledda ricevette nel 1926. Come negli altri romanzi, il tema è quello consueto della scrittrice, l’incapacità di opporsi alla forza delle passioni, in special modo quelle amorose, da parte di noi creature, “fragili come canne”, tutt’altro che superuomini dannunziani, ma anzi, pervasi dall’orrore e dal peccato. La scrittrice, tuttavia, non analizza il turbamento dei personaggi ma si limita a riviverne l’emotività.

Insorge prepotente nei protagonisti la coscienza del peccato, unita a un’inquietudine e a una spiritualità religiosa estranea al verismo che è, soprattutto, vergine e barbarica, panteista e animista. Così, se la corte dei miracoli dei personaggi nuoresi ha tratti victorughiani, - e, guarda caso, è proprio una copia de “I miserabili” che lo studente Anania tiene aperta sul tavolo della camera -

vibrava nel silenzio caldo il silenzio acuto di Rebecca, che saliva, si spandeva, si spezzava, ricominciava, slanciavasi in alto, sprofondavasi sotterra, e per così dire pareva trafiggesse il silenzio con un getto di frecce sibilanti. In quel lamento era tutto il dolore, il male, la miseria, l’abbandono, lo spasimo non ascoltato del luogo e delle persone; era la voce stessa delle cose, il lamento delle pietre che cadevano ad una dai muri neri delle casette preistoriche, dei tetti che si sfasciavano, delle scalette esterne, e dei poggiuoli di legno tarlato che minacciavano rovina, delle euforbie che crescevano nelle straducole rocciose, delle gramigne che coprivano i muri, della gente che non mangiava, delle donne che non avevano vesti, degli uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne ed i fanciulli e le bestie perché non potevano percuotere il destino, delle malattie non curate, della miseria accettata incoscientemente come la vita stessa.” pag. 66

- Olì, la ragazza madre poi donna perduta, ci ricorda la figlia di Iorio.

Il vitalismo naturale dei personaggi porta alla loro sofferenza, ai tormenti della coscienza e alla perdizione, il tabù fa più paura proprio a chi è fatalmente destinato a infrangerlo, e un amore proibito porta sventura. Tuttavia, i protagonisti non hanno intima cognizione del male, non vi si abbandonano perciò completamente, rimangono innocenti, come innocente, lirica, pura, e al contempo spietata, indifferente, è la natura.

In mezzo ai campi quell’anno coltivati dal mugnaio, sorgevano due pini alti, sonori come due torrenti. Era un paesaggio dolce e melanconico, qua e là sparso di vigne solitarie, senza alberi, né macchie. La voce umana vi si perdeva senza eco, quasi attratta e ingoiata dall’unico mormorio dei pini, le cui immense chiome pareva sovrastassero le montagne grigie e paonazze dell’orizzonte.” pag.59

Proprio la natura accompagna tutti gli stati d’animo, li sottolinea, se ne fa correlativo oggettivo, alter ego.

Anche se il personaggio principale è il giovane Anania, la madre, Olì, rimane protagonista assoluta, giganteggia sullo sfondo, con la sua assenza che si fa presenza ingombrante e destino segnato, con l’infamia del suo lavoro, con l’umiliazione dell’abbandono, con l’odio amore che ella suscita nel figlio. Vittorio Spinazzola definisce Cenere “una sorta di Bildungsroman incentrato su un complesso edipico”.

La nostalgia per il ritorno alle origini nasconde il desiderio del recupero della comunione biologica con la madre e la pulsione amorosa viene sublimata nell’espiazione della morte, eterno connubio di eros e thanatos.

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Fra naturalismo e simbolismo: "Vino e pane" di Ignazio Silone

21 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Fra naturalismo e simbolismo: "Vino e pane" di Ignazio Silone

Vino e Pane

di Ignazio Silone

Mondadori, 1955

Vino e Pane di Ignazio Silone, al secolo Secondo Tranquilli (1900- 1978), uscito nell’edizione definitiva Mondadori nel 1955, s’iscrive nell’ambito della narrativa meridionalista degli anni ’30, molto diversa da quella verista della fine dell’800, quella cioè di Verga, di Capuana e de Roberto.

Alvaro, Brancati e, in parte, Silone, accompagnano il loro grido di protesta sociale con un moto di nostalgia verso un mondo che va scomparendo. La città, nella fattispecie Roma, rappresenta la realtà, il vero, mentre la campagna abruzzese dei cafoni ha connotazioni ancora tardo romantiche, liriche, è popolata di figure ottocentesche e attraversata da un senso della natura panico e mistico.

Laddove, fra ottocento e novecento, il reale perde senso, si fa simbolo e decadenza, l’opera dei meridionalisti oscilla fra naturalismo e simbolismo. Possiamo dire che Verga passa attraverso d’Annunzio, che I Malavoglia s’intridono del lirismo delle Novelle della Pescara.

"Il prete tardò a tornare nella locanda. Si sedette sul ciglio erboso della strada, oppresso da molti pensieri. Voci perdute si udivano in lontananza, richiami di pecorai, latrati di cani, sommessi belati di greggi. Dalla terra umida si levava un leggero odore di timo e di rosmarino selvatico. Era l’ora in cui i cafoni rientravano gli asini nelle stalle e andavano a dormire. Dai vani delle finestre le madri chiamavano i figli ritardatari. Era un’ora propizia all’umiltà. L’uomo rientrava nell’animale, l’animale nella pianta, la pianta nella terra. Il ruscello in fondo alla valle si gremiva di stelle. Di Pietrasecca sommersa nell’ombra, non si distingueva che la cervice di vacca con le due grandi corna arcuate sulla sommità della locanda."

È nostro convincimento che brani come questi non si possano né spiegare né insegnare, il lettore deve sentirli da solo, dentro di sé.

Vino e pane descrive l’angoscia dell’intellettuale di sinistra che vede crollare tutti gli ideali, ridotti a schemi e regole di partito, malvagi quanto il potere al governo che sfrutta e opprime la popolazione, i cafoni, ora rinominati “rurali”. La differenza fra il protagonista Pietro Spina e le altre figure letterarie di ribelli, immaginate da autori contemporanei di Silone, è l’inazione. Spina è costretto dalla malattia all’inattività, la sua rivolta è tutta interiore, sta nel passaggio da un nome all’altro, da Pietro a Paolo, don Paolo, (non a caso entrambi nomi di apostoli) per poi tornare di nuovo a Pietro senza preavviso. Pietro è il rivoluzionario, Paolo il finto prete, alla disperata, ma autentica, ricerca di Dio. La sua ribellione è interna, morale, intellettuale, per questo “Vino e pane” si configura come testo incerto fra romanzo d’azione e d’idee.

La figura di Luigi Murica, il giovane comunista infiltrato tra i fascisti ucciso dalla milizia, ha connotazioni fortemente cristologiche. Un intero capitolo, il penultimo, è dedicato al suo martirio che richiama la crocifissione, dove il vino e il pane sono quelli della comunione e rappresentano, com’è esplicitamente detto, l’unità, la fraternità, la solidarietà fra uomini.

Cristina Colamartini, l’aspirante novizia di cui Pietro s’innamora, raffigura l’innocenza, l’agnello sbranato dal lupo, e la sua morte ha tratti decadenti e sensazionali.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià e tutti gli altri protagonisti, sono figure realistiche ma anche simboliche, attingono al naturalismo di Zolà ma anche a d’Annunzio, a Mistral e allo stesso Verga di Storia di una capinera e di La lupa, bestia evocativa di lussuria, di pulsioni rimosse.

Egli mostrò sulla collottola della bestia il segno dell’amore, il morso profondo di una femmina. L’amore dei lupi è serio. Banduccia sapeva riconoscere da lontano gli urli dei lupi: l’urlo del pericolo, che il lupo lancia quando è attaccato con le armi; l’urlo della carnaccia, che vuol dire che ha trovato qualche bestia da sbranare e chiama i compagni, perché alle bestie non piace mangiare da sole; l’urlo dell’amore, che vuol dire che avrebbe bisogno di una femmina e non si vergogna di farlo sapere.

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