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Amalia Guglielminetti

31 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Amalia Guglielminetti



AMALIA GUGLIELMINETTI
(1885-1941)


Ricordo con simpatia e conservo ancora il biglietto di Arturo Graf che mi scrisse - alla pubblicazione del mio libro di poesie Le Vergini folli - « la sua ispirazione è viva, schietta, delicata quanto più si possa dire…. Quelle sue figure di fanciulle e donne son cose di tutta gentilezza… »
Caro prof: Arturo Graf, che già si era entusiasmato per la mia opera quando gli avevo mandato in visione il manoscritto, definendo i miei versi "belli
e nuovi"!
Fu la raccolta che mi diede importanza, ero ancora giovanissima, quindi l'insperato successo mi fece ancora più piacere; ma qualche anno prima, alla morte di mio padre, avevo già pubblicato un libro di poesie, che gli dedicai: Voci di Giovinezza, versi come dice il titolo che portavano dentro tutta la mia ancora fanciullezza, avevo solo 18 anni.
Perché ho cominciato a parlare di me partendo da queste due
raccolte?
Beh, perché oltre ad avermi consacrato poetessa, furono i versi - almeno quelli di Le Vergini folli, il mio "libro galeotto" che mi avvicinò a Guido Gozzano.
Un critico famoso, ricordo, mi definì "un insieme di Gaspara Stampa e Saffo", quale onore! E onestamente non so dire se vide giusto. E pressappoco allo stesso modo mi definì poi Guido. Che ebbe a dire cose belle anche lui, di Le Vergini folli; per esempio mi scrisse, - dandomi del Lei - … ella… egregia Guglielminetti… conduce il lettore attraverso i gironi di quell'inferno luminoso che si chiama verginità…
Io gli avevo fatto dono del libro appena stampato in risposta ad una sua lettera con la quale mi aveva inviato la sua opera di poesia La via del
Rifugio.

Così il male durò. Più tentatore d’allora, a tratti, il tuo volto mi abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore, desiderio di te me lo
attanaglia.

Si conobbero nel 1906, in un incontro alla Società di Cultura; in quel periodo il poeta non riusciva più a scrivere, perché era tutto preso a selezionare, scegliere, correggere, integrare i suoi scritti per farne una raccolta, e fu preso dalla conoscenza casuale di questa giovane donna dall'aspetto tutto particolare. Tra i due poeti iniziò una lunghissima relazione epistolare che durò alcuni anni (dal 1907, appunto, alla fine del 1910), dapprima lettere in cui si disquisiva sui canoni delle loro poesie, ma ben presto le lettere si trasformarono in lettere d'amore,

Il nostro amore che sarebbe fiorito
con tutti i fiori della primavera torinese!
(così dolce per l’
esule che ritorna!)

scriveva la poetessa.

Gozzano si rivolge alla Guglielminetti con un Egregia Signorina, per complimentarsi con lei della bontà delle sue poesie, mentre lei lo appella con un ben più austero Cortese Avvocato, chiedendogli, se fosse possibile, un (primo) incontro, in quella paciosa Torino di inizio secolo (ripetiamo, siamo nel 1907) ancora invischiata nel tepore di una morente primavera.
Il poeta si confida con lei, le confessa la sua malattia e le illustra i suoi timori per essa; e le dice della temporanea lontananza da Torino, sta sulla Riviera Ligure, "sto… in esilio… in solitudine" lontananza obbligata dai medici, per curarsi.
Una lettera tira l'altra, tra schermaglie a volte simpatiche, altre volte dolorose, lei che lo circuisce con richieste assillanti di un incontro, lui che la respinge girando e rigirando sempre intorno alla stessa causa, la malattia. Eppure le fa molti complimenti, per i begli occhi, per la bella bocca, per i bei capelli, per il fascino che ella emana; e tra il serio ed il faceto le dichiara la sua paura di conoscerla, proprio per questo fascino che emanano i suoi occhi da maliarda che potrebbero farlo capitolare.
Passa la primavera, che del resto era già per finire, passa l'estate, tra preoccupazioni da una parte e speranze dall'altra. Il poeta torna a casa, ad Aglié, ma poi la malattia lo porterà ancora fuori, tra andate e ritorni, che potevano apparire alla scrittrice più delle fughe da lei (alternate a ritorni obbligati a casa) che partenze per curarsi. E le lettere si susseguono per anni, dal 1907 appunto, fino al 1910, quando Gozzano decise di porre fine a quella relazione inquieta e turbolenta. Tra i due montagne di lettere; centoventiquattro, per l'esattezza; quelle del poeta sono un terzo del totale; lettere che ambedue conservarono, tra riflessioni e riletture.

"… In uno di questi bei pomeriggi di primo autunno
mi piacerebbe di venirvi a trovare»..."
"… indicarmi… un' ora e un paese q
ualunque di convegno…"

gli scrive la scrittrice; ma Gozzano tergiversa, non sa decidersi, la paura l'attanaglia; e quando si sbilancia con un quasi sì, lo fa escludendo di incontrala da solo a sola, e soltanto a condizione che sia in casa sua (di lui), e alla presenza di sua madre.
E' mai avvenuto questo incontro a casa del poeta? Non lo sappiamo, sappiamo che ce ne sarà uno a casa della donna, qualche tempo dopo, e in una lettera successiva sappiamo che il poeta ammirò molto … le vostre ciglia… le vostre labbra
Ci sarà qualche altro appuntamento, dove il poeta non si presenterà, lasciando la scrittrice delusa e - scrive lei: « umiliata, avvilita, annientata »
La donna, che si definiva "scontrosa come un'ortica" e che nella Torino/Belle Epoque del periodo dava scandalo continuamente alla borghesia benpensante che le ruotava attorno, per la trasgressività che la distingueva, per le opere e per i versi delle sue prime pubblicazioni; e più tardi per le storie di eroine sensuali e disinibite, protagoniste dei suoi romanzi: tra ammirazione di molti ma critiche dei più.
Quell'amore impossibile per la mancata volontà di uno dei due, resterà sempre, fino alla fine, un amore platonico che non si trasformò mai in un amore materiale. Perché Amalia era una donna che dimostrava tutta la sua irrequietezza, tutto il suo ardore di ragazza nel pieno della sua femminilità che stava prorompendo impetuosamente, quasi un contrappasso alla educazione ricevuta nell'istituto religioso per ragazze, denominato Fedeli Compagne di Gesù…
Scrisse una poesia che pare proprio ispirata alla figura del "suo" poeta.

Bevvi a piccoli sorsi la menzogna /
come un filtro che induce fantasie /
fascinatrici al cuore di chi sogna. /
In ogni cosa io scoprii malie /
nuove; talvolta perseguii la traccia /
di un dolce incanto per malcerte vie. /
Non riguardai l'ingannatore in faccia /
per non tremar di oscura diffidenza /
nell'amoroso cerchio di sue braccia. /
Quegli blandiva: Niuna sapienza /
che insegni vale un
bel gioco che finga. /
E mi versava in cuore una sua essenza /
fatta d'ombra, d'amore e di lusinga. )
(da Le seduzioni)

Erano anni difficili per la donna nella letteratura, i benpensanti della Torino bene di quei primi anni del novecento male accolsero i tentativi in versi di una donna, c'erano pregiudizi molto profondi, e si accentuarono e si accanirono contro di me dopo la pubblicazione della terza raccolta di poesie dal titolo, che dice già tutto, "Le seduzioni", che fecero di me, sulla bocca di tutti, una donna perversa. Sì, è vero, parlavano di me come di una poetessa sensuale, ma io la prendevo sul ridere, non me ne preoccupavo molto anche perché mi inorgogliva che si parlasse di me.Quella società, specialmente quella non letteraria, non poteva accettare che una donna si esprimesse in poesia trattando quegli argomenti scabrosi…

Del resto Amalia si presentava immediatamente come una femmina anticonformista, se teniamo presente la tradizione del tempo a Torino: capelli lunghi, che ella amava acconciare secondo la moda di Parigi, e i vestiti all'ultimo grido della capitale transalpina. A ciò si aggiunga il suo carattere chiuso, e il fatto che non le piaceva frequentare gente, anzi amava essenzialmente la solitudine. Con un carattere "passionale, focoso" in contrapposizione a quello del poeta "cinico e retrivo".
La storia, prima difficile, presto diventa impossibile.
Anche perché Guido era timoroso di questa relazione causata dalla sua malferma salute, malato, di quella forma di tubercolosi manifestatasi fin da bambino, e che lo avrebbe portato alla tomba.
Per contrasto al poeta di Aglié, in Amalia c'era solo voglia di provocare, di cercare e di cogliere in ogni occasione ogni frutto proibito, un carattere nato per scandalizzare con le sue poesie, i suoi drammi, i suoi romanzi, i suoi modi di fare e di presentarsi. Pensate, quando nel 1923 pubblicherà il romanzo Quando avevo un amante, Amalia subì uno dei tanti processi per oltraggio al pudore.
La Guglielminetti ha rincorso il poeta tempestosamente per tutta la durata della loro relazione a distanza, ma nulla poté il vigore di questo suo desiderio dinnanzi all'assenza cercata costantemente da Gozzano, ossessionato dalla paura di una donna decisa a tutto. Amalia non si sposò. Avrebbe volentieri sposato soloGozzano; ma quegli cercava la fuga dalla donna (e dalle donne), qualcuno dirà poi per aridità e impotenza sentimentale. E si fece derivare questa sua paura dalla maledetta malattia ai polmoni che l'afflisse da sempre.
Guido non voleva il suo amore, voleva la sua amicizia. Non voleva il contatto fisico, voleva l'immaginazione. Non voleva un rapporto reale (che lei rincorreva strenuamente, con ogni mezzo), desiderava solo un rapporto ideale. Glielo scrisse anche, in una lunga lettera del novembre del 1907: leggiamone qualche passo:

Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo.
un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi… … sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo della prima primavera, …
… si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine, il vostro profilo apparirebbe appena…
… allora io, che avrei le vostre mani nelle mie mani, crederei di sognare, e inconscio, irresponsabile come in un sogno, mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra, fino a mordervi le vene del polso…
… istintivamente, sempre come in sogno, la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio, alla radice dei capelli fini, e vi morderei alla nuca (il mor
so è il mio vizio preferito).

Ecco, Guido ci pensava, eccome se ci pensava al rapporto fisico con l'amante ideale, ma la paura (o qualche altra cosa?) lo tratteneva, e si limitava a fantasticare a sognare.
Non voleva soffrire per questo, lei aveva capito questo timore, tanto che gli scrisse: « Non mi sfuggite, Guido, non abbiate paura di me, io non voglio farvi del male »
Scriveva Amalia, ne Le Vergini folli (1907), in un sonetto che poteva ben attagliarsi a se stessa, estroversa, libera e libertina, in un periodo culturale in cui si presentava talvolta ornata di piume di struzzo, con cappellini alla francese e una veletta che le copriva gli occhi di maliarda:

Tu t'abbandoni, o pallida indolente,
nella ricca mollezza de' cuscini,
e in sonnolenta voluttà reclini
l
e ciglia gravi tediosamente,

quasi un'ebrezza tenue la tua mente
oziosa per strane ombre trascini,
o vélino i tuoi occhi felini
soporiferi aromi d'oriente.

O sei come una bella agile tigre,
che s'allunghi a giacer sotto una palma,
con tue movenze regalmente pigre.

Ma non t'insidia il serpe tentatore,
e tu per scuot
er la tua uggiosa calma
ti lasceresti pur suggere il cuore.

Anche nei versi più belli si sente un certo dannunzianesimo, dal quale la scrittrice non seppe mai staccarsi, alla continua ricerca dell'estetismo estremo: e nel portamento, e nelle vesti, e nel suo atteggiarsi, tutto al contrario del crepuscolarismo di cui erano intrise le opere del Gozzano. Nelle sue poesie, poi, sembra quasi specchiarsi l'impossibilità di una unione materiale coll'amato, quell'unione sempre agognata ma mai raggiunta.
Ella lo sente lontano, sfuggente, quasi un nemico.

"… che avete, Guido, contro di me? Vi sento fasciato di freddezza e di ostilità."

Era passato già un anno e il loro rapporto non aveva fatto nessun passo avanti, le solite rincorse di lei, le solite ritirate di lui. In un ennesimo tentativo di appuntamento (galante) la Guglielminetti scrive:

"… voi attendetemi nella piazza del monumento a Vittorio Em. sotto i portici presso l’ufficio postale. Vi raggiungerò verso le cinque. Prenderemo, se credete, una vettura e andremo fuori. Bisogna ch’io vi guardi negli occhi e nel cuore un momento...".

Ma si tratterà ancora un incontro mancato.

perché mi fate piangere Guido...
… vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tant
o lontano.

Gozzano sentiva il bisogno di amare, ma non nella vita reale bensì nella vita di sogno, amare come si immaginava nella fantasia, disegnandosi "in mente" una figura di lei simile a quella signorina cocotte che lo stregò, lui ancora bambino, mentre giocava nel giardino

ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si b
acia un uccellino in gabbia

… un ideale di donna sognata, da quel momento fatato, per sempre; una donna che non dimenticherà mai, e che avrà davanti anche durante la relazione sentimentale con la Amalia Guglielminetti.
Dirà pochi versi appresso nella suddetta poesia, infatti

Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbar
re quadre

Questo amore per Gozzano non fu mai amore, fu piuttosto, come ebbe a definirlo una volta: "fraternità spirituale".

Mi feci le ossa, non lo dimenticherò mai, dentro la redazione della rivista "La donna", ne fui l'anima, ma la gente non apprezzava i miei scritti, già da allora sentivo intorno a me un'atmosfera negativa, per le mie idee nuove, per il mio modo di poetare.
… conobbi Guido, e imparai ad apprezzarlo prima, ad amarlo poi, ma lui…
… ci definivano crepuscolari, ma eravamo poeti nuovi, innamoratissimi della poesia…
… cominciavo ad essere conosciuta anch'io, rare volte però ho frequentato i salotti, preferivo stare sola, ero molto riservata, e ciò non piaceva ai letterati di Torino.
… ci scrivemmo lettere…
« Vi bacerei le mani, le vene dei polsi, vi morderei la nuca. È il morso il mio vizio preferito »
« Guido, ditemi una parola di tenerezza, mentit
ela pure se non la sentite, cercatela se non l'avete »

Finì anche la relazione sentimentale con il poeta. Ciò che la scrittrice aveva previsto già molto prima, in un sonetto famoso:

Folle è lasciarci, tutti accesi ancora
di desiderio, ancor pronti a godere
di tutto ciò che l'un dell'altro ignora.

La volontà che tiene prigioniere
le nostre giovinezze le flagella,
per farle in solitudine tacere.

Ma più le volge incitatrice a quella
gioia non mai gioita, che la morte
pur ci farebbe nel suo riso bella.

Più
dolce sorte è la comune sorte :
darsi con umiltà l'un l'altro, ciechi.
Abbandonarsi al vortice più forte
e dirsi dopo un breve addio, senz'echi.

Morì dunque un amore mai nato. Era dicembre, un dicembre dei più tristi per Amalia; terminava un amore "solo finto" per Guido, molto sofferto e mai raggiunto, per la scrittrice. Il poeta scappa di nuovo in Riviera, e lascia sola l'amata inconsolabile, disfatta.

« Addio, Amalia, senza molta tristezza. Di lungi vi scriverò ancora quando avrò qualche bella notizia della nostra poesia. E voi anche. Ma non parleremo della nostra passione e del nostro passato. La passione è un ingombro al nostro cammino di gloria... ».

Ma lei gli risponde ancora testardamente: « Io non voglio che tu mi sfugga, Guido…poi si arrende: …Guido… mi respingi… mi allontani… pure implorando … qualche segno di bontà in cambio di tutta la mia tenerezza ».
E la parola fine, da parte di lui: … questa è la grande verità. Io non t' ho amata mai...
io non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l' avidità del desiderio… dichiarando implicitamente, forse, la propria incapacità di amare fisicamente.
Pier Paolo Pasolini, in un saggio di circa quarant'anni dopo, dice di Gozzano: l’essere è un colloquio con se stesso, in cui dibattere il problema della propria impotenza, rendendolo infinitamente complicato per poter avere, insieme, infinite ragioni per giustificarsi…

Intorno al 1914 Amalia si lega sentimentalmente con lo scrittore Pitigrilli. In breve divenne suo amante, ciò che contribuì ad aumentare le voci negative che la circondavano.
Lo stesso Pitigrilli, nella biografia della scrittrice/poetessa (Amalia Guglieminetti, Milano, 1919, D.Segre) ebbe a scrivere:

"i malati di impotentia coeundi dei giornali clericali, i moralisti d'ambo i sessi, i gesuiti con o senza cotta, si scaraventarono contro questa poetessa che non chiudeva le imposte prima d'accendere la veilleuse del suo boudoir".

Il romanzo della Guglielminetti La rivincita del maschio, pubblicato nell'anno 1923 fu ritenuto osceno e contrario alla moralità e favorì ancora di più l'opinione negativa sulla scrittrice.
I due amanti non ebbero vita facile, tutt'altro, ma come tutte le cose anche questo rapporto presto virò verso la fine: tra accuse e controaccuse, denunce e controdenunce, arresti e processi e assoluzioni e condanne dei due scrittori,
Fu un rapporto molto turbolento e tormentato, che la scosse profondamente e alterò i suoi nervi. Finì ricoverata per alcun tempo; fino a che poté tornare alla realtà quotidiana, ma profondamente cambiata: dentro e fuori. Non era più la donna de Le Vergini folli, né quella dei libri di fiabe per bambini che aveva scritto anni prima. Certo, continuò a scrivere: racconti brevi, testi teatrali (che ebbero anche un discreto successo) ma niente era come prima.
Quella Amalia Guglielminetti che visse a lungo nella eterna rincorsa del solo uomo che amò, non c'era più.
Morì a Parigi nel 1941.

marcello de santis

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In giro per il Molise: Cerro al Volturno

30 Ottobre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: Cerro al Volturno

Riprendiamo, dopo la pausa estiva, le nostre passeggiate molisane in compagnia delle suggestive fotografie di Flaviano Testa.

Oggi siamo a Cerro al Volturno, un paesino di 1300 abitanti, nell'Alto Molise, in provincia di Isernia. Ed è proprio dallo scorcio panoramico scattato dalle rovine del castello che ci accorgiamo degli splendidi paesaggi che si possono ammirare.

Situato a circa 1000 metri di altitudine sul livello del mare, apre lo sguardo verso il Parco Nazionale d'Abruzzo. Si possono ammirare distese di boschi con varie qualità di piante, dove regna la Quercus Cerris, il cerro appunto, che dà il nome al paese. Nel territorio comunale vi sono parecchi rilievi: la zona montana di Alta Spina e Bassa Spina, Monte della Foresta (944 mt.), il Curvale, che è un massiccio montuoso di cui fa parte la vetta maggiore del Santa Croce (1151 mt.). Su queste montagne sono state rinvenute fortificazioni sannitiche lunghe oltre un chilometro e alte in alcuni punti quasi tre metri, edificate molto probabilmente prima delle guerre sannitiche, quando la presenza di Roma incominciò a farsi minacciosa e cioè intorno al IV secolo a.C. . Si tratta di fortificazioni poligonali che i Sanniti costruivano, nello stile ciclopico, per rafforzare i propri confini naturali, erano delle mura erette con massi grezzi, sovrapposti senza cemento e tenuti insieme dal loro stesso peso.

Un territorio ricco di verde, di monti e di acque, i torrenti Rio, Mandre e il fiume Volturno, di fontane e di sorgenti che, anticamente, prima della messa in opera dell'acquedotto comunale, servivano alla popolazione per l'approvvigionamento.

Cerro al Volturno ha ospitato eventi ciclistici di levatura internazionale: oltre al Giro Donne del 2009, la Tirreno-Adriatico, la prima volta nel 1989 e tante altre volte negli anni successivi. Questo proprio grazie alla morfologia del territorio con percorsi “vallonati” ma con pendenze pedalabili.

Di indubbio interesse nazionale è il castello Pandone, eretto sulla rupe calcarea, alla quale si addossa l'abitato, nel 1980 fu emesso un francobollo a testimonianza del notevole valore artistico dell'opera. Collocato sulla sommità, domina il borgo sottostante e risulta molto suggestivo per il turista che lo raggiunge inerpicandosi per le strette stradine del paese. Voluto da Camillo Pandone tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, pare fosse edificato sui resti di una fortificazione longobarda e divenne residenza della famiglia nel seicento.

Tra le specialità da gustare in paese sicuramente la polenta con verdure, piatto tipicamente invernale che si sposa bene col clima della zona di tipo appenninico, con estati brevi, autunni freschi e piovosi e lunghi inverni ricchi di precipitazioni nevose.

Importante appuntamento invernale a Cerro è il presepe vivente allestito per le vie del paese, molto suggestivo, richiama una partecipazione straordinaria di molisani.

In giro per il Molise: Cerro al Volturno
In giro per il Molise: Cerro al Volturno
In giro per il Molise: Cerro al Volturno
In giro per il Molise: Cerro al Volturno
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Il fascino per eccellenza, Marilyn Monroe

29 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Il fascino per eccellenza, Marilyn Monroe



Marilyn Monroe l'abbiamo ammirata in molti, l'abbiamo amata in moltissimi, l'abbiamo rimpianta e la rimpiangiamo ancora tutti. Quelli di una certa età, intendo, quelli non più giovanissimi né giovani sono sicuro l'avranno sempre nel cuore.
Se ne andò nel mezzo dell'età (quei trentacinque del grande poeta della Commedia) e, ad oggi, ancora nessuno ha saputo spiegare il mistero della sua morte: suicidio, omicidio, disgrazia, o che. O forse sì, si è scoperto e, come altri tantissimi misteri insoluti, non si vuole che il mondo sappia. Il suo decesso, alla fine, venne ufficialmente classificato come "probabile suicidio".
Si parlò di rapporti affettuosi (?) (ma anche carnali), in quell'ultimo anno di sua vita, col presidente degli stati uniti John F. Kennedy, poi (o prima) col fratello di lui Robert, e si vociferò che in quella morte ci fosse implicato l'uno e/o l'altro. Voci. Per cui si ricorse al segreto di stato, uno dei tanti, dei troppi, che costellano la storia della più grande nazione del mondo.
Io non sono qui per cercare di sciogliere l'arcano; sono qui per ricordare, con un breve saggio, una figura tanto cara alla gente; per la sue genuina bellezza, forse anche troppa, tanto che la ragazza veniva dipinta dai critici che contano come una ochetta che si era fatta largo sgomitando, pur di arrivare: ché di classe ne aveva pochina, si è detto e ripetuto. E forse era vero. Ma ciò non toglie che la sua dolcissima figura, è vero che fu costruita, (il biondo dei capelli, le particine da ochetta, la maniera di muovere le sue grazie) ma è vero anche che, senza i requisiti essenziali propri di una sensualità innata, propria solo di lei, non sarebbe mai ascesa alla fama che raggiunse, e che tanto mestamente fu costretta a lasciare.
Tanto i media dell'epoca hanno fatto per buttarla giù da quel modesto e pur brillante piedistallo, dove era a fatica arrivata a godersi il briciolo di fama, tra le star più famose di Hollywood, che le bastava per sentirsi appagata e vivere felice, tanto la gente del cinema l'ha amata e osannata per la sua spontaneità, per la sua pura vaporosità.
Già la sua doppiatrice italiana Rosetta Calavetta fece un miracolo vocale portandola nelle nostre sale cinematografiche, su quegli schermi bianchi dai quali essa scendeva ogni sera tra di noi, per entrare nei nostri cuori (e così penso anche le doppiatrici di tutti gli stati del mondo abbiano fatto, e al meglio anche, perché è indubbio che Marylin infondeva in loro stesse, femmine come lei, un particolare calore). Rosetta, pensate, cominciò con Walt Disney dando la voce alla dolcissima Biancaneve (nel 1938, quando aveva solo 20 anni, ed aveva iniziato appena a doppiare l'attrice Deanna Durbin, bionda anche lei, dolce anche lei; ma quanto a fascino, non era davvero Marilyn!) Curiosità: Deanna era stata scartata tra le aspiranti doppiatrici per Biancaneve. Poi, nel tempo, oltre agli altri cartoons di Disney (Lilly e il vagabondo, Mary Poppins, e, ne La carica dei 101, la perfida Crudelia Demon), doppiò le più grandi attrici di Hollywood. Solo nel '50 passò ad essere la doppiatrice ufficiale italiana di Marilyn Monroe. E la sensualità sprigiona tutta nella sua inconfondibile sensualissima voce in originale, nelle sue poche canzoni che ha portato inusitatamente al successo; un successo da fare invidia ai dominatori della musica leggera americana. Su tutte, due canzoni: quella bye bye baby che cantò nel film Gli uomini preferiscono le bionde, nel quale aveva accanto l'altra bomba sexy Jane Russell, con cui costituì un duo che raggiunse una fama che dura ancora oggi, e l'altra, altrettanto celebre, dal titolo I Wanna Be Loved By You, interpretata nel film A qualcuno piace caldo
Ci basta questo - dicevamo - per innamorarci di lei, ché era per tutti la più sensuale donna del mondo; un fenomeno sexy verificatosi quando ancora in giro non c'erano - o almeno non c'erano ancora - i mezzi d'informazione di oggi, internet compreso, che ci portano costantemente davanti agli occhi attrici nude e pornostar, languide, sì, belle e bellissime, sì, ma che "fascino" non sanno neppure cosa voglia dire.
E' vero, Marilyn, quando ancora non era Marilyn, ma solo una comunissima ragazza di nome Norma, posò nuda per dei servizi fotografici, ma la sua celebrità e il suo fascino da calamita non si devono affatto a quelle fotografie; si può dire che nessuno o quasi, al di fuori dei pochi addetti ai lavori, le conosca o le abbia mai viste. C'è da dire che la sua infinita bellezza e la sua grazia risaltavano in maniera eccezionale molto di più da dentro i vestiti, che per lavoro indossava, che quando non li aveva affatto.

Cominciò a fare film quasi subito, ma voglio riportare davanti ai vostri occhi la scena che l'ha immortalata, e che è tra le più belle della storia della cinematografia mondiale: quella tratta dal film Quando la moglie è in vacanza di quel grande regista che era Billy Wilder. Lei, in piedi su una delle grate a terra, scena girata all'incrocio di Lexington Avenue e la 52° strada, a New York, davanti a centinaia di fans entusiasti. Sembra che l'allora marito della Monroe, il giocatore di baseball (si dice il più grande di sempre, di origini italiane) Joe Di Maggio, mentre veniva girata, rimanesse molto turbato e contrariato dal fascino sprigionato dalla ragazza, e che tra i due scoppiasse una lite furiosa; di lì a poco si separarono dopo solo otto mesi di matrimonio; ma forse le cose non andavano già tanto bene tra i due.
Marylin era una ragazza semplice e ancora oggi la ricordiamo così, in tutta la sua dolcezza e fragilità. Ma aveva curve mozzafiato che, pur esposte quasi sempre in maniera molto parziale, ce la mostravano nella sua micidiale esplosività. Portava ancora il suo nome Norma, quando nella sua città approdò al cinema che contava, in cerca di una pur modesta affermazione, almeno nei suoi primi intenti; oggi molti ancora non sanno che Norma era il suo vero nome, Norma Jeane Baker; ma non importa poi molto.
Quando fu rinvenuta riversa a terra senza vita, Norma-Marilyn aveva poco più di trentacinque anni; troppo giovane e troppo bella per morire. Che peccato! Le trovarono in corpo tracce di idrato di cloralio, miste a nembutal, per usare le parole dei tecnici, una mistura di barbiturici che lei era solita assumere per tentare di sconfiggere l'insonnia (normale per chi è stressato, e Marilyn lo era.)
Era il 5 agosto 1962: ricordiamola questa data, ché segna la dipartita di una delle più affascinanti attrici mai conosciute, una bionda deliziosa, ma non era il suo colore naturale; l'oro nei capelli ce lo mise la sua parrucchiera, dopo molti tentativi per renderla "visivamente" perfetta, e sistemati subito a mo' di permanente che non abbandonò mai nel corso della sua breve carriera. Era un colore che ispirò qualcuno a portarlo sullo schermo in un film in cui aveva accanto un'altra maggiorata hollywodiana, "mora di capelli" quella Jane Russell, in Gli uomini preferiscono le bionde, film che sconvolse i sensi di molti di noi, allora giovani, giovanissimi e uomini fatti.
Se proviamo a pensare alle molte grandi attrici del cinema mondiale, dal prototipo francese Brigitte Bardot fino alla nostra Sofia Loren, passando per Elizabeth Taylor fino all'altra bomba-sexy, la rossa per eccellenza, l'indimenticabile e indimenticata Rita Hayworth, (quando oggi si dice Gilda, si pensa solo a Rita), bene: la donna che più di tutte resta nella nostra memoria più viva che mai, è Marilyn.
Io avevo diciotto, diciannove poi vent'anni, e, quando a sera passavo davanti agli allora famosi "cartelloni" del cinema del paese insieme agli amici, ricordo che non potevamo non fermarci ad ammirare quelle fotografie fantastiche, leggere, sensuali, bellissime in bianco e nero, di questa attrice che ci avrebbe cullato di lì a poco nei nostri sogni.
Norma Jane Baker vide la luce a Los Angeles, e, ironia della sorte, a Los Angeles finì la sua vita. Non ebbe una infanzia facile, passò da una famiglia a un'altra in affidamento, (la madre non poteva pensare a lei, andò presto in tilt con la mente, rasentò la pazzia, venne internata), qualcuno e più d'uno scrisse di questa fragile ragazza che fosse una donna nevrotica, dall'umore balzano, e che aveva ripreso qualcosa del suo carattere da quello della madre. Forse era vero; ma non voglio parlare di "quella" sua vita. Nevrosi e sex appeal, è il miscuglio che ha caratterizzato Marilyn. Che cercava - per non pensare ai suoi mille problemi di vita - l'affermazione nel cinema, passando - per poco, va detto - per il mondo delle modelle (qui la fecero posare nuda, e lo faceva col sorriso sulle labbra ma con una gioia triste nel cuore).
Venne il successo, poi la gloria, poi la fama, che dura ancora oggi: dopo alcuni filmetti senza importanza, ella prese a rifiutare copioni su copioni, dove la si voleva far passare per oca.
Allora vennero Niagara, Fermata d'autobus, A qualcuno piace caldo, oltre ai due cui abbiamo accennato più sopra.
Sui set di Hollywod dominavano ormai una bionda Mariyn e il suo corpo mozzafiato! Ma la sua inquietudine mentale la faceva da padrona; amò e sposò Arthur Miller, ma non durò, ché non poteva durare. E lei ben lo sapeva (se lo ripeteva spesso: mi lascerà, mi lascerà, e così fu); forse fu lei stessa che lo costrinse a lasciarla, del resto non seppe mai accettarlo completamente, lei che sapeva di non saper accettare neanche se stessa.
Abbiamo detto della sua immensa fragilità, ma era anche una ragazza forte, e, soprattutto, sensibile come nessun'altra. Si mostra sempre con un viso pulito nella sua, ogni volta fresca, innocenza, ma il suo fascino prevale su tutto, insieme alla incontenibile "sensualità". Sensualità che attrae gli uomini come una calamita; uomini che vorrebbero averla, magari per una notte, ma che si rodono di rabbia per la consapevolezza di non poter realizzare la loro brama.
Anche noi allora ragazzi covavamo dentro questo desiderio; ma - confesso - non per farci in qualche modo all'amore; no! Per noi era pura e troppo bella, volevamo averla vicino solo per ammirarla, per potercene vantare con gli amici, e, se possibile, farle carezze sulle guance di bambina.
Qualcuno, in una delle tante manifestazioni post mortem, ebbe a definirla in diversi modi, da angelo biondo a venere contemporanea, da bomba sexy (ma così veniva definita anche in vita) a icona popolare.
Il cantante inglese Elton John, all'apice del suo successo, anni dopo la sua scomparsa, in ricordo di questa creatura divina, (così la definiva) comporrà per lei, e per lei canterà, la sua migliore canzone di sempre, Googbye Norma Jean!
Marilyn, una delle ultime cose che fece, e fece scalpore, fu esibirsi davanti al presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, in occasione del compleanno di questi, e, con la sua voce bassa e maliziosa, indefinibile in altra maniera, sussurrò con una carica sensuale impressionante "Happy Birthday to you, mr. President".
Era definitivamente nato - anche per i posteri - il più grande sex symbol d'America. Di allora. E di tutti i tempi!


marcello de santis

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J.C. Casalini, ".OTTO. Luce e ombra"

28 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

J.C. Casalini, ".OTTO. Luce e  ombra"

.OTTO.

Luce e ombra

J.C. Casalini

Vertigo, 2015

pp 233

14,00

Il tema del doppio in narrativa ha precedenti illustri, a partire dal ritratto che invecchia al posto del corrotto Dorian Gray fino ad arrivare a dottor Jekyll e Mister Hyde. Nel romanzo .OTTO., di J.C. Casalini, il doppio si esprime nella classica dicotomia Bene/Male, dove il male è Lucifero, portatore di luce, mentre è il buio ad essere salvifico.

L’aspirante mago Otto e la sua assistente/fidanzata Anna si ritrovano alle prese con un malvagio riflesso fuoriuscito dallo specchio. L’immagine dell’illusionista si materializza in un momento di sconforto, lo salva dal suicidio imminente e gli promette, in un faustiano patto col diavolo, onori, soldi, gloria e amore. Ma non sarà il vero Otto a goderne, bensì il suo parassitario riflesso, che, attraverso la luce e la rifrazione degli specchi, vivrà di vita propria, compiendo azioni sempre più terribili.

Vero è che l’altro Otto, l’Otto Riflesso, (con il neo/punto dalla parte sbagliata) è pur sempre lui, è l’altra parte di sé, quella oscura che tutti noi possediamo e che ci turba, è l’inconscio, L’Es che potrebbe prendere il sopravvento e trasformarci in mostri da un momento all’altro, basterebbe un allentamento dei freni inibitori, basterebbero una droga o un trauma. Otto è il mister Hyde che si cela in ognuno di noi.

Il riflesso del mago non è catturabile con i mezzi tecnologici, non può essere ripreso né fotografato. Per contrasto, è proprio l’assenza d’immagine, o la sua rifrazione e scomposizione negli specchi, a renderlo più forte, più potente, più visibile. Questa, forse, è una metafora del mondo moderno, dove, paradossalmente, fa più notizia chi non si mostra, (come Elena Ferrante) di chi è tutti i giorni in televisione, e la polverizzazione e frantumazione dei dati nel magma caotico della rete equivale all’annullamento degli stessi.

La storia sarebbe molto godibile, almeno nelle promesse. Si trasforma, però, in una sorta di film snuff, dove, se non si assiste propriamente a un omicidio, il sesso violento e gli stupri quotidiani la fanno da padrone quasi in ogni capitolo. Il tutto è condito in una salsa similfilosofica, quantistica, con ipotesi riguardanti la materia oscura, affascinanti ma che appesantiscono la narrazione (e il linguaggio). Esse contrastano con ciò che rimane, in fondo, solo un thriller d’azione.

È l’equilibrio mutevole delle forze a determinare il successo o meno di un universo ricombinato in varie dimensioni. Ne assaporo ogni volta il piacere evolutivo per puro egotismo, e ne sollecito l’espansione per gioire il più possibile. Sono il contenitore instabile che si dona con generosa curiosità agli eventi consequenziali nel mio interno per poi riappropriarsene alla fine.” (pag 195)

Un evento mai accaduto in tutto l’universo. Una trinità scardinata. La triangolazione monistica della luce-materia-vuoto di un essere organico vivente e pensante era stata finalmente spezzata.” (pag 195)

Si sente che Casalini proviene dalla regia cinematografica: .OTTO. è una sceneggiatura ampliata e sviluppata fino a farne un romanzo. Il finale rimane aperto per un eventuale sequel: abbiamo una cometa con la doppia coda che annuncia la probabile venuta di un anticristo, abbiamo Anna gravida di un maligno figlio della Luce, la quale, forse, avrà anch’essa da combattere col proprio riflesso, come lascia intendere la profezia conclusiva.

La parte più bella della storia è senz’altro quella iniziale, prima che il malvagio abbia il sopravvento. Allora la narrazione è scorrevole e ci appassioniamo alle vicende dei due innamorati con le loro crescenti e realistiche difficoltà. È su questa falsariga che l’autore dovrebbe incamminarsi, a nostro avviso, per ottenere risultati ancora migliori. Quando il protagonista diventa il Riflesso, invece, l’empatia viene a cadere persino verso la vittima Anna, l’immedesimazione non è più possibile, si assiste al crescendo dei misfatti sentendoci disturbati ma non coinvolti, come se, davvero, vedessimo scorrere le immagini su una lastra riflettente.

Lo stile del romanzo, seppure fluido, presenta delle imperfezioni che l’editing non ha corretto, e un fastidioso alternarsi di tempi verbali, sempre più in voga oggi. Sebbene si tratti di una scelta finalizzata a farci vivere le varie dimensioni temporali della narrazione, questa, chiamiamola tecnica, risulta spiazzante e rallenta la lettura. Peculiare, sottolineiamo anche in questo caso, il contrasto fra i passaggi di azione scritti in un linguaggio standard e quelli filosofici che si avvalgono di periodi circonvoluti e artificiosi.

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Il Futurismo e la poesia

27 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il Futurismo e  la poesia

La poesia futurista, se di poesia è lecito parlare, oltre a servirsi come già detto della forma libera, affronta gli argomenti più strani, se posti in relazione ai contenuti della poesia dell’800 e di certa poesia del primo novecento.
Nascono allora composizioni che si presentano con termini come (scusate l’elenco un po’ fastidioso) carrozze, pagnotte di sterco, verzure, dormiglioni, faccia marmifica, bocciuoli, famigliola, garofani, ruffiani, sconcezze, sputacchi, sbudellare, etc, oppure componimenti chiaramente artefatti, vorremmo aggiungere, fatti per stupire, con locuzioni del genere pettinare pensieri, bulinare il cervello, cantare l’epicinio; con definizioni tipo tiremolla d’allegria, altare cornuto dell’incudine, decapitazione del sole, ventarole di latta, pipe sornione.
Ecco come, in questa breve poesia, descrive le orchidee Corrado Govoni (e notate che Govoni fu un poeta futurista solo per alcuni tratti, noi infatti lo ricordiamo piuttosto come un crepuscolare influenzato dal Pascoli e D’Annunzio):

Ernie variopinte dei fiori/ semicupi delle farfalle/ spegnitoi
delle lucciole verdi/ aborti gialli degli incubi/ malattie veneree riprodotte
in cera/ vulve complicate ed oscene/ berretti da notte degli gnomi/
pitali delle silfidi/ fiori di stupro/ fiori di lupanare/ fiori omosessuali/
tavolozze dell’arco
baleno/ afrodisiaci peni rossi/
serviti sopra piatti di maiolica”.


Abbiamo detto più sopra: "se di poesia è lecito parlare", e il dubbio è nato (e resta) dopo la lettura di un bel mucchio di versi (abbiamo affrontato, per amore di informazione, poesie chilometriche di vari autori futuristi e, quando siamo giunti alla fine di ogni composizione, con tanta fatica e tanta tanta noia, ci siamo accorti di aver dimenticato nel frattempo il senso ed il contenuto “delle liste di cose elencate alla rinfusa”).
E’ necessario qualche esempio:

In sera di festa, la veglia era piena/ smagliante di luci e di gemme/
fiorita dai petali rossi e scarlatti/ di dolci sorrisi lunghissimi,/
fra muover di passi leggeri,/ di piccoli passi dorati/ strisciare d’inchini
profondi, lentissimi,/ frusciare di serici manti,/ di manti vermigli,
violetti,/ di manti bianchissimi,/ coperti di gemme fulgenti,/
cosparsi di perle finissime,/ goccianti di vivi diaman
ti,/
fluenti di trecce biondissime/…

Riportiamo adesso una decina di versi sempre di Palazzeschi, presi da La passeggiata, che si snodano sullo stesso tono per più di cento versi:

… orologeria di precisione./ 43./ Lotteria del milione./ Antica trattoria/
la pace,/ con giardino;/ mescita di vino./ Loffredo e Rondinella,/
primaria casa di stoffe,/ panni, lana e flanella./ Oggetti d’arte,/
antichità./ 26,/ 26 A./ Corso Napoleon
e Bonaparte,/ ecc…

Passiamo ad un’altra poesia, e vi prego se potete, arrivate fino in fondo:

… Or sibili e zirli, fra trilli e strilli acutissimi e fischi!/
All’ombra di tristi lentischi, li gnomi in arcione su grilli/
cavalcano./ Il Re, su la groppa si perde di un sorc
io
in gualdrappa/ turchina,/…

Leggiamo adesso qualcosa di Ardengo Soffici, altro munifico rappresentante del movimento, ma anche grande pittore e saggista e precisamente alcuni versi tratti da Atelier (non sappiamo dove cominciare, visto che non esiste punteggiatura, né consecutio… logica!).

Dai quattro punti del mondo/ addipano l’arcobaleno/
lasciate le cose gli uomini i paesi/ venite a me come semplici fanciulli/
posarmisi intorno ognuno al suo posto nelle cornici/ bottiglie di tutti
i liquori scritti sull’etichetta/ Sher Tyui Césa/ un f
ico dottato/ cocomeri
che marman la bocca/

E alcuni versi della poesia dall’argomento principe per i futuristi: Aeroplano: …

Frrrrr frrrrrfrrrrr affogo nel turchino ghimé/ mangio triangoli di turchino
di mammola/ fette d’azzurro/ ingollo bocks di turchino cobalto/
celeste di lapislazzuli/ celeste blu celeste chiaro celestino/
blu di pr
ussia celeste cupo celeste lumiera/

E, per finire, un ultimo esempio, tratto da Sobborgo di Luciano Folgore:

… Mezzodì. Pausa./ Riposo delle ciminiere./ Facce di nero all’aperto./
Fuliggine di mani./ Bocche spalancate:/ stridenti musiche di denti,/
e passanti radi/ nei vicoli
,/ e guadi d’orina./


Assistiamo inoltre alla esaltazione degli “automobili” degli aeroplani, delle ranocchie, dell’elettricità, della paglia, del caffè, etc…
Il fenomeno, però, pur presentando quasi sempre creazione scadenti sotto l’aspetto della “poesia”, fu senza dubbio importante per la spinta che portò a quel cambiamento, di cui si avvertiva il bisogno, in un’epoca in cui la staticità stava debilitando gli animi.
Il rinnovamento che il Futurismo propugnava forse ci voleva; ma non avrebbe dovuto essere portato alle estreme conseguenze formali e sostanziali di cui sopra, che generarono la morte della letteratura e dell’arte in generale.
Non vogliamo parlare qui delle conseguenze decisamente forti che il movimento ebbe negli altri campi della cultura, specie nelle arti figurative. Ma è doveroso accennare all’influenza rilevante che esercitarono in tutta l’Europa, il Marinetti e la sua avventura politico-letteraria.
La Russia, la Francia, la Germania subirono in maniera sensibilissima quella violenta scossa; in tutta Europa venivano pubblicati i manifesti futuristi lanciati da Marinetti e dai suoi adepti e seguaci; e si andò ancora oltre, con l’allestimento in diverse capitali europee di mostre di pittura, dove si potevano toccare i prodotti più veri ed immediati della idee scaturite dal movimento d’avanguardia ita
liano.


CONCLUSIONI

Giuseppe Prezzolini, contemporaneo di Marinetti, riteneva lo stesso: “uomo scarsamente colto, ma di una verbosità eccezionale”. Nel Futurismo, ebbe a dire, qualcosa di buono c’era; ma questo qualcosa non era “né nuovo né futurista, e consiste nell’anelito verso una arte moderna in Italia, quale l’Italia ancora non ha” . La voce, V, n.15, 10 aprile 1913. Continua l’articolo di Prezzolini: ”Alla domanda di un’arte moderna, le opere stesse dei futuristi non rispondono che imperfettamente, piene come sono di roba vecchia, di residui, di rimasticature, di zeppe d’annunziane, pascoliane, corazziniane, maeterlinckiane, decadenti, simboliste, wildiane, e anche classiciste e romantiche”. Forse Prezzolini esagera un poco, ma ci trova sostanzialmente d’accordo.

Parere non troppo dissimile fu quello di altri uomini di cultura del tempo, i quali riconobbero al buon Filippo Tommaso un’esuberanza che forse essi stessi avrebbero voluto avere.

Che il torto di Marinetti fosse quello di reputarsi un “maestro”, un “caposcuola”, come dubita lo stesso Lucini? In effetti, non ci fu una scuola di futurismo, quanto meno non se ne hanno i prodotti (in senso positivo). Per cui il nostro personaggio, che un po’ ironicamente nel titolo abbiamo definito un “regista” del movimento, possiamo definirlo come un uomo di buona volontà, che ebbe il coraggio di tentare, e di combattere per le sue idee, e al quale bisogna riconoscere il merito di aver dato una scossa indimenticabile (che contribuì in maniera determinante a “cambiare”) alla letteratura e all’arte di quel periodo. Tutto qui.
Intanto parallelamente al movimento, stavano mettendo le ali giovani di valore, quali Cardarelli, Montale, Ungaretti.

marcello de santis

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GRODEK di Georg Trakl

26 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #poesia, #storia

GRODEK di Georg Trakl

Grodek è una poesia del poeta salisburghese Georg Trakl (1887 - 1914) che pubblica le sue prime opere sulla rivista Der Brenner nel 1912.

Negli ambienti culturali di Vienna conosce Karl Kraus, Wittegstein e Kokoscha. La vocazione poetica si accompagna a vari sfortunati tentativi di trovare un impiego stabile. I suoi ultimi slanci si spengono nei primi mesi della Grande Guerra in cui serve come medico in Galizia.
I massacri del conflitto lo traumatizzano; le nuove armi (artiglierie e mitragliatrici) mostrano effetti micidiali ai soldati.

Godrek è una poesia scritta dopo l'omonima battaglia sul fronte orientale combattuta contro i russi nel 1914; Trakl termina di scriverla pochi giorni prima di morire in ospedale a Cracovia.

Come medico si trovò ad assistere con mezzi minimi molte decine di feriti, subendo uno shock enorme.

Venne ricoverato dopo aver tentato di uccidersi.

La sera risuonano i boschi autunnali
di armi mortali, le dorate pianure
e gli azzurri laghi e in alto il sole
più cupo precipita il corso; avvolge la notte
guerrieri morenti, il selvaggio lamento
delle loro bocche infrante.
Ma silenziosa raccogliesi nel saliceto
rossa nuvola, dove un dio furente dimora,
Il sangue versato, lunare frescura;
tutte le strade sboccano in nera putredine.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i sanguinanti capi;
e sommessi risuonano nel canneto gli oscuri flauti dell’autunno.
O più fiero lutto! Voi bronzei altari,
l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente dolore,
i nipoti non nat
i.

Nel testo si descrive un mondo fisico e storico giunto al tramonto; il bosco è immerso nei colori cupi di una sera d'autunno, il sole sta sparendo (per sempre?). Si parla di guerrieri morenti e lamenti aspri che escono da bocche squarciate. Una nuvola rossa mostra un dio irato che guarda lo spettacolo di nefandezze costruite dall'uomo, oppure egli stesso vi partecipa.

La nuvola rossa che ospita la divinità, infatti, è nel saliceto, in mezzo all’orrore.

Un senso di freddo, di atmosfera gelida domina la lirica. Nella parte finale il concreto della sofferenza (“guerrieri morenti” e “bocche squarciate”) si fa più sfuggente e astratto; si parla enigmaticamente dell'ombra della sorella che se va (il poeta ebbe un rapporto intenso con la sorella che si ucciderà qualche anno dopo la sua morte) e di anime degli eroi, per tornare poi all'immagine forte delle teste sanguinanti; nell'apocalisse del mondo (austriaco e non) nulla resta, neanche il suo unico conforto affettivo e familiare rappresentato dalla sorella.

All'inizio c'erano ancora l'azzurro e l'oro del sole; poi tornano dominanti i colori scuri e cupi e la sublimazione di un dolore senza rimedio. L'ultima riga dice: " I non nati nipoti", quasi un'epigrafe; i guerrieri morenti non lasciano nessuno dopo di loro.

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Le serate futuriste e Palazzeschi

25 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Le serate futuriste e Palazzeschi

Torniamo un attimo indietro, alla affermazione “il movimento contribuì al superamento del classicismo accademico e al rinnovamento dei mezzi espressivi”.
Sarà anche così, ma a noi, ad un esame accurato delle opere così concepite e create, non sembra proprio. Cosa è rimasto del futurismo oggi, a distanza di un centinaio di anni, che possa dirsi “far parte della letteratura italiana”? Nelle antologie scolastiche ad uso di qualsiasi tipo di istituto, oggi non c’è più notizia di tale movimento; in quelle dei mie tempi, al futurismo veniva riservata, sì e no, una mezza pagina, e solo a scopo di nozione, per non dire di curiosità. Più spesso, e talvolta in libri non propriamente scolastici, se ne parla come movimento più vicino alla politica e alla società del tempo, che non alla letteratura. Delle opere nate sotto l’egida di tale “iniziativa” non mi pare che se ne ricordino molte, se si esclude la sola che viene (veniva?) pubblicata sui libri di scuola, quella Fontana malata di Palazzeschi, dai rumori veramente “malati”:

- clof, clop, choch, / cloppete,/ cloffete/ clocchete/ chchch….
- /…. / e giù nel/ cortile/ la povera/ fontana/ malata, / che spasimo/
- sentirla/
tossire/…,

poesia che io stesso, in trasmissioni eseguite in radio libere e in spettacoli di poesia, ho proposto e riproposto al pubblico, solo ed esclusivamente per la musicalità che essa presenta, e per un omaggio al grande Palazzeschi, oltre all’originale recitativo da me composto, intitolato appunto “Il futurismo”, che presentai più volte al pubblico negli anni novanta insieme al mio gruppo appuntamento con la poesia.
Il resto, per parodiare allegramente il cantante autore Franco Califano, “tutto il resto è noia”!
Con l’adozione dei due princìpi suddetti, dunque – verso libero e paroliberismo – sorge spontanea la domanda: esiste la poesia? esiste il racconto? esistono il romanzo, la novella? esiste la “letteratura”?
O non si è provveduto a distruggere solamente, per lasciare libero spazio a “parole in libertà, usando la forma libera del verso”?

Non dimentichiamo, nel porre la domanda, che il Marinetti era un eccezionale declamatore, diremmo meglio un attore-istrione, che iniziò la sua attività, in teatro.
Nel 1900 decide di dedicarsi solo alla letteratura (aveva allora 26 anni) presentando “cosiddetti” spettacoli di poesia in Francia e in Italia, recitando e leggendo versi non solo di poeti italiani, ma anche e soprattutto di poeti francesi.
Fu così che il Marinetti prese (e riuscì) a diffondere, nel nostro paese (ed è uno dei pochi meriti che gli vanno riconosciuti), la poesia di Baudelaire, di Rimbaud, di Verlaine e di tutti quei poeti transalpini che andavano per la maggiore nella rive gauche de la Seine, in quella Parigi della fine ottocento.
Poi, dopo l’invenzione e la pubblicazione dei manifesti, mise in pratica il futurismo, con lettura e declamazione delle neonate opere, aiutato in ciò da alcuni o molti poeti e scrittori futuristi, appunto; e con loro venne a trovarsi anche il malcapitato Palazzeschi, che quasi sempre - avendo una voce esile e una poca o nulla faccia tosta, (ciò che era richiesto dalla bisogna) - doveva venire sostituito da altri compagni di avventura, o di sventura, quando non proprio da lui, il Filippo Tommaso, stante la gazzarra che gli spettatori mettevano “in scena” in platea, rispetto a quella che gli attori mettevano in scena sul palco, palco preso di mira da atroci invettive e lazzi e lancio di erbe e frutta. Erano queste le serate futuriste.

Quella del 12.1.1910 al Politeama Rossetti a Trieste. Palazzeschi si presenta, al suo turno, per declamare “la regola del Sole”. Sulla ribalta la sua poca voce viene soffocata quasi immediatamente dallo strepito incredibile e dagli schiamazzi di un pubblico incandescente.

E quella dell’ 8 marzo dello stesso anno al Politeama Chiarelli di Torino. Anche qui atmosfera surriscaldata. C’è da dire che i presenti sono più calmi che a Trieste. Ciò nonostante, Palazzeschi interrompe la sua lettura. Gli subentra Marinetti, la cui presenza sul palco genera quello che fino ad allora non è successo: urli e fischi sommergono ogni cosa.
Ultima ma non ultima, la serata del 20 aprile al Teatro Mercadante a Napoli. Ancora elettricità in sala. Al già sperimentato nelle sale nelle precedenti serate, si aggiungono gli ortaggi: patate, pomodori, frutta varia, dalla platea al palco; tutto in allegria.
Ecco: questo (anche questo) era il futurismo.
Come poteva Palazzeschi viverci a lungo? Resistere? Doveva durare poco. E fu così.
Finì in breve un altro periodo del suo vivere giocondo, di quella giocondità che le sue poesie avevano il dono (il pregio?) di generare; confessò a Giacinto Spagnoletti:

“allorquando ne volli far parte agli altri, tutti si misero a ridere,
ridere tanto da doversi reggere la pan
cia”. G. Spagnoletti, Palazzeschi, Longanesi, Milano, 1971, pag.68

Non poteva, questo nuovo modo di fare poesia (e prosa) che il Marinetti propugna a spada tratta, essere più utile, più aderente alla dizione in palcoscenico? Abbiamo provato anche noi a declamare a voce alta, davanti ad un microfono, alcune poesie dell’epoca futurista; e dobbiamo convenire che l’idea appena esposta potrebbe non essere completamente errata.
Fatto sta che Il Marinetti e i suoi amici futuristi “scrissero” secondo i nuovi canoni e, lasciatecelo dire, ne combinarono di tutti i colori. Non furono certo, Marinetti e gli altri, scrittori sprovveduti e mediocri, tutt’altro! Scrivevano bene, sapevano usare la penna; ma erano dei costruttori abilissimi e dei mestieranti convinti e capaci, che si attenevano strettamente alle regole dei manifesti.
Non erriamo se affermiamo che le cose migliori che “crearono” furono proprio “i manifesti”.

marcello de santis

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Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

24 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

LA FEROCIA – Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra

Valentino Appoloni

ilmiolibro.it

Il libro La ferocia - Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra racconta la vicenda di un giovane veronese che resiste all'orrore del conflitto ricorrendo alle sue armi; la cultura umanistica, l'ironia, le lezioni napoleoniche. Assiste, stando in prima linea, al regredire dell'uomo verso uno stato di animalità proprio di tempi molto antichi. Il soldato infatti vive dentro a tane, non si lava, deve uccidere. Dopo una delle tante azioni sanguinose, il protagonista commenta così:

"È stato feroce il sottotenente? D’altronde la Patria gli chiede anche questo; sparare e gettarsi avanti con una vanghetta in mano per colpire con un colpo secco alla gola il nemico, combattendo come un uomo delle caverne".

Eccone un breve estratto dedicato al momento più terribile per il fante, quello dell’assalto.

Siamo in trincea da ieri sera e c’è l’aria che precede gli assalti; zaffate di alcolici, puzza di vomito e urina. Le trincee che occupiamo erano in mano a un reparto di ungheresi; ce lo ripetiamo per convincerci che sono avversari battibili. Sono state girate verso il nemico e ora si punta a sfondare ancora. Non ho trovato quasi nessuno dei miei cari amici della compagnia. Guerriero e Filosofo sono a Monfalcone dove pure là l'aria è calda. Guiderò due plotoni di complementi e veterani, vecchi e giovani, sbarbatelli e topi di trincea.

Abbiamo avuto solo poche ore per riprenderci dal viaggio e per conoscere il terreno. Bruttezza e asprezza della zona devono essere parse così grandi anche a Dio tanto da compensarle creando il Lago di Pietrarossa, in cui ogni fante spera di andar presto a fare il bagno, come premio per tante fatiche e tanti pericoli. In attesa di potersi tuffare nel mare di Trieste, ci si accontenterà di un lago. Chi si salva, farà il bagno, si diceva stamattina. Sembra il premio promesso a degli scolari prima di un duro esame. È grottesco.

Guardo avanti verso il nemico; la calura e il sudore rendono il sottogola dell’elmetto particolarmente fastidioso e appiccicaticcio. Chiudo gli occhi e spero che sia già finita. Il capitano Romano, mio superiore, mi si è presentato così: “Sono Romano di nome e di virtù”. Bene! Abbiamo Giulio Cesare.

Ieri sera un ufficiale dei bombardieri è passato per controllare ancora la linea avversaria e scrivere i dati di tiro. Sembrava sicuro e pieno di fiducia nella sua arma che fino a poco fa ha tirato. Quei giavellotti che volano sono terrificanti. Ma ora è il nemico che per quanto squassato cerca di farci male. Qualche cannoncino sbraita, qualche arma stanca cerca di affondare le sue unghie su di noi; certi ricoveri sono colpiti, ma la linea resta ferma.

Non è merda!” gridò un ufficiale napoleonico, indicando le palle di cannone in arrivo sui suoi uomini immobili come statue sotto il bombardamento nemico.

Nulla può impedire l’attacco. L’attaccante in certi casi sente di avere una superiorità materiale e morale sull’avversario, forse figlia solo del vecchio assunto che chi attacca per primo dimostra più coraggio e forza.

Cerchiamo di restare fermi, come per mostrare un’unica volontà a quelli che ci aspettano là fuori. Scorrono i minuti lentamente, come trascinati da ruote quadrate. Si attende, mentre l’ansia genera piccoli brividi che scuotono il corpo pieno di sudore. Un poeta scrisse: “Si vive aspettando qualcosa. È ridicolo. Irrita”.

Cosa aspettiamo? Un secondo giro di anice?

Mi volto e guardo le trincee più arretrate; anch’esse sono gremite di uomini, spuntano elmetti e baionette. Un ufficiale non dovrebbe girarsi. Se noi che siamo davanti non avremo successo, starà a loro provare. Il cielo è biancastro e omogeneo, come un’enorme pietra chiara sospesa su di noi. Questa immaginaria pietra là in alto ha un potere semplificante; quello del destino che incombe sulle nostre teste. Qualcuno prega, altri hanno bisogno di muovere braccia e gambe e urtano i compagni, come animali messi in un recinto troppo stretto. Cresce il nervosismo. Si uscirà uno per volta, con gli altri alle spalle a sospingere, come bestie al macello. La paura riempie ogni particella d’aria; respiriamo pura angoscia. Guardo i volti dei miei compagni. Quando si attacca?

Le facce assumono di continuo nuovi lineamenti, guance e zigomi si piegano come se fossero maschere di gomma. La paura è la regina; un giovane sottoposto due o tre volte a una simile tensione invecchia brutalmente, perde forza, fiato, spirito. La giovinezza viene estratta dai corpi e dalle anime per lasciare ai superstiti involucri consunti e logori. Ma la guerra è affare per giovani! Non potrei essere altrove. Fuori dalla trincea, non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà. Non potrei stare ancora a guardare da lontano i commilitoni sul punto di attaccare, come feci sul Calvario.

Questo pensiero, all’insegna del rispetto verso me stesso e della responsabilità che mi lega agli altri, mi dà animo; lo stringo in me come una preziosa scoperta, come un’inattesa riserva di energia. Mi fortifico intorno ad esso.

Guardo il capitano Romano, guardo la terra di nessuno, brulla e giallastra; l’ufficiale sembra non sentire il peso degli sguardi su di sé. Mormoro qualcosa agli uomini più vicini in modo che si tengano pronti. È questione di secondi, ogni uomo lo sente sulla pelle il momento dell’attacco. I nervi si tendono al massimo, le unghie graffiano le canne dei fucili, i colli si allungano verso l’alto e finalmente il fischio del capitano taglia l’aria come una spada affilatissima. Tutti fuori!

Il romanzo, dedicato al soldato Angelo Appoloni, è disponibile in cartaceo su ilmiolibro.it; come e-book su Amazon e su Feltrinelli.it

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Il verso libero

23 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il verso libero

Nelle antologie scolastiche per licei e istituti superiori in genere, per rappresentare il Novecento letterario italiano si scriveva, almeno negli anni del mio ormai lontano liceo (perché non so se oggi nelle scuole si studi ancora poesia e futurismo) che “la letteratura del nuovo secolo si apre all’insegna della insoddisfazione e dell’irrequietezza”.
E questo per giustificare (e forse va bene così) la nascita di diversi movimenti, vedi: futurismo, crepuscolarismo, ermetismo, anche se per alcuni di questi non può parlarsi di vero e proprio movimento, formati, e diremmo meglio fondati, da gruppi di letterati o artisti (pittori, scultori, musicisti) tutti presi da anelito di rinnovamento, in antitesi ai vari decadentismo e simbolismo che non rispondevano più agli scopi della vita.
L’imperatore Gabriele D’annunzio, il focoso D’annunzio, canta la gloria militare, si ciba di rischio e di azione fremente, mostra una certa simpatia, anche se talvolta velata, per la violenza intesa in senso lato. Tutto questo – si commenta – è giustificato dal periodo in cui egli vive.

Già negli ultimi anni del secolo precedente, infatti, se andiamo a vedere nel sociale, ci sono movimenti di ribellione dei lavoratori, tendenti ad ottenere miglioramenti salariali e normativi; e non sempre l’autorità costituita interviene a proposito per portare o riportare la calma, per cui gli odi aumentano e gli scontenti si allargano. Allo sviluppo dell’industria fa riscontro una stasi delle misere condizioni dei braccianti e spesso un peggioramento delle stesse. I rincari dei generi di prima necessità rendono difficili le condizioni di vita. Nel periodo che ci riguarda (1900-1920), con Giolitti al governo, c’è qualche miglioramento, ma, ad un approfondito esame, è un miglioramento solo apparente, perché, con la crescita della coscienza della classe lavoratrice, crescono i fremiti di ribellione. La guerra di Libia (1911) e la forte emigrazione, in parte calmano, in parte eccitano, il popolo italiano.

Se sul piano politico e morale il giudizio sul futurismo italiano non può essere favorevole, bisogna però dire che nell’ambito letterario esso contribuì al superamento degli ultimi residui del sentimentalismo e del classicismo accademico; e stimolò il rinnovamento dei mezzi espressivi (A. Pasquali – M. Balestrieri – G. Terzuoli: La società e le Lettere. Edizioni Principato, Milano, 1981)

Il Futurismo, in effetti, nascendo e crescendo in mezzo alla “storia” cui abbiamo accennato, fu anche un movimento politico e morale (ma di quest’aspetto non parleremo nel presente saggio, perché l’argomento ci porterebbe troppo lontano; oltretutto richiede una trattazione a parte), per cui la prima affermazione (relativa alla politica e alla morale del futurismo.) l’accogliamo sic et simpliciter.
Cosa dire, invece, della seconda, che detta: … nell’ambito letterario esso contribuì… al rinnovamento dei mezzi espressivi? Ci torneremo sopra tra poco. Occupiamoci per adesso dell’aspetto propriamente letterario del futurismo. Se leggiamo le decine di manifesti pubblicati nel periodo storico del movimento, che copre appunto i primi quindici/venti anni dell’inizio del secolo, ci accorgiamo che le innovazioni, che lo stesso prevede e “ordina” ai seguaci, sono tantissime; accenneremo ad alcune (le più importanti) di esse, ché elencarle tutte richiederebbe troppo tempo e spazio.

Ecco le due novità basilari che il movimento propugna:

a) adozione del “verso libero”, all'inizio
b) adozione delle “parole in libertà”, in un secondo momento, quando si addiviene al rifiuto categorico del “verslibrisme” come “ormai sorpassato e non più rispondente” (F.T.Marinetti. Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili – Parole in libertà – 11 maggio 1913. “… il Verso libero dopo aver avuto mille ragioni di esistere, è ormai destinato a essere sostituito dalle parole in libertà”.)

Con il “verso libero” si intende dare un calcio al passato, creando qualcosa di diverso e di nuovo; ricordiamo, tra le altre, l’affermazione del Marinetti:

“Le forme prosodiche regolari devono essere escluse; lo scrittore futurista si servirà dunque, pel teatro, del verso libero; mobile orchestrazione di immagini e suoni…”.

Concetto che Marinetti rigetterà subito dopo, giustificando il rifiuto con il fatto che, purtroppo, nel verso libero non può esistere la sintassi e la grammatica, residuo di quel romanticismo che il Futurismo oppugna con tutte le sue forze.
Per cui lo troviamo ad addentrarsi nei meandri, invero contorti, delle parole in libertà, dove vanno ad imporsi altre regole; ricordiamo il bisogno di distruggere la sintassi, l’uso del verbo all’infinito, la necessità di abolire l’aggettivo e l’avverbio, e la punteggiatura.
E per ognuno di questi punti vengono dettate giustificazioni le più varie e le più strambe, che solo una mente fervida e superattiva come quella del nostro poteva immaginare.
Alla luce (o non sarebbe meglio dire “al buio”?) di quanto sopra, l’uomo di lettere si doveva ridurre a scrivere in questo modo:

“sole oro bilancia piatti piombo cielo seta calore imbottitura porpora azzurro torrefazione Sole=vulcano+3000 bandiere atmosfera precisione corrida furia chirurgia lampada raggi bisturi…”

Si noti che ho preso le poche righe di cui sopra, e non a caso, da quella che Marinetti chiama la sua “opera futurista… creata dal cervello” e che si affretta a precisare essere “un frammento fra i più significativi” (sic!).
Certo, secondo i canoni del suo “Manifesto tecnico della letteratura futurista” dell’11 maggio 1912, non poteva che essere così.


marcello de santis

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Wilson Saba, "Smart Life"

22 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Wilson Saba, "Smart Life"

Wilson Saba

Smart life

Tascabili Bompiani – Euro 11 – Pag. 210

Nuova Edizione e-book – Euro 4,99

http://www.ibs.it/ebook/Saba-Wilson/smart-life/9788858773949.html

Wilson Saba, sardo trapiantato a Roma, attore in prestito alla letteratura, debutta con Sole e baleno (2006), finalista al Premio Strega, lanciato da un piccolo editore come Il Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it). Si conferma con Bompiani, compiendo il grande slnto verso il mondo letterario che conta, gruppo RCS, che pubblica i successivi Giorni migliori (2008) e Smart life (2011), in uscita adesso come e-book. Nel frattempo dà alle stampe un saggio su Artaud e Figli delle stelle (Lucio Pellegrini, 2010). Lo scrittore ci confida che sta portando a termine un romanzo di fantascienza a quattro mani (assieme a un autore più esperto, ancora top secret), un romanzo lungo ambientato a Roma (da tempo in gestazione) e un saggio sui migliori traduttori di letteratura italiana in Europa.

Per il momento concentriamoci su Smart life, che si può avere a prezzo contenuto (4,90) in una nuova edizione e-book, dopo il buon successo riportato nei tascabili Bompiani. Siamo di fronte a una storia di formazione, come Sole e baleno e Giorni migliori, nelle corde di Saba, visionaria e incalzante, capace di raccontare il mondo giovanile contemporaneo, senza alcuna retorica. I protagonisti sono Andrea e Michele, due ragazzi che inventano un social network dedicato alle droghe (u-Dose, un nome che è tutto un programma), un luogo dove spacciatori e clienti si ritrovano per conoscersi, scambiarsi esperienze e portare a compimento loschi affari. Il mondo adolescenziale viene narrato attraverso l’analisi impietosa dell’utilizzo massiccio di Internet, senza inutili moralismi e giudizi esterni, ma con una visione interna al problema, dalla parte di Caino. Abbiamo la droga, l’importanza del denaro, trovare il modo per diventare ricchi senza sporcarsi troppo le mani, in questo caso inventando un mercato per giovani tossicodipendenti, mascherato da lotta al proibizionismo e alla criminalità organizzata. Il romanzo di formazione si tinge di giallo e assume le sembianze di un thriller psichedelico quando arriva sul mercato telematico un misterioso venditore e propone una nuovissima droga di sua invenzione. I problemi per i giovani gestori del social cominciano quando alcuni ragazzi si mettono insieme per organizzare un rave party e poter provare la nuova essenza.

Il romanzo è scritto con stile rapido e incalzante, in sintonia con il mondo contemporaneo e con una generazione che vive connessa a Internet e incollata a un telefonino. Wilson Saba rifugge da ogni retorica, racconta il mondo giovanile con tutte le contraddizioni e vive dall’interno i suoi cambiamenti. Molti dialoghi sembrano conversazioni su Internet, prelevate da una chat, leggiamo brani di e-mail, pezzi legati a connessioni telematiche. La scrittura di Saba è moderna, incalzante, essenziale, senza tentativi letterari fuori luogo, visto il tema crudo affrontato dalla storia. Da leggere.

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