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Post con #claudio fiorentini tag

Visioni da Captaloona

9 Giugno 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini

Visioni da Captaloona

Carissimi,

Visioni da Captaloona è diventato un programma radiofonico. Chi vorrà seguirci tutti i lunedì alle 12,30, dal 20 giugno 2016, oppure in podcast, in qualsiasi momento.

Proporremo raccomandazioni di lettura e parleremo di letteratura, il tutto condito con ascolti di opportune selezioni musicali.

Seguiteci su radiopalcoscenico, e visitate il blog: claudiofiorentini.blogspot.it

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Ubaldo De Robertis, "L'epigono di Magellano"

31 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Ubaldo De Robertis, "L'epigono di Magellano"

L’epigono di Magellano è un gran libro. Iniziamo dal linguaggio: pieno d’ironia, brillante, inaspettato e compresso, a tratti anche fiabesco. Lo stile di Ubaldo De Robertis convince subito e serve da esempio ai tanti scrittori che oggi cercano di farsi strada nell’affollato mondo della narrativa contemporanea, ma serve anche da elisir di piacere per i lettori che hanno dimenticato che oggi si può leggere qualcosa di diverso. L’autore è un poeta, e si vede nelle descrizioni, nei dialoghi, nelle situazioni che narra: “Lassù, oltre il crinale di ulivi, l’assalto di rovi e cespugli. Le ombre penetrano il bosco, divorano i colori; rimane l’odore del muschio asservito alle rocce, ai tronchi più vecchi e cadenti…”. Questa qualità è mantenuta in tutte le pagine e l’opera vanta un ritmo fortemente lirico e musicale. Anche nelle situazioni comiche, che non sono poche.

L’originalità, tratto principale di quest’opera, sta nel partire da una trama apparentemente insignificante, trasformando ogni minimo evento in una fonte di arricchimento sia lirico che di pensiero. La trama, comunque, a un certo punto esplode e si dipana come un filo di Arianna in un labirinto, guidando il lettore verso la soluzione della stessa, che ci mette in pace con quella parte di noi che borbotta, sbuffa, tentenna e brontola sempre. In pace, direi, temporanea, perché quella parte rimane pur sempre un nodo irrisolto di un uomo che si vuole irrisolto per essere in qualche modo felicemente in pace con se stesso. Quindi essere in pace non porta la pace, semmai soffoca il brontolio, che alla fine ci piace e ci permette di identificarci nel personaggio che ci fa da specchio.

La narrazione è in prima persona. Il protagonista, Mike, un ricercatore di fisica che si vuole scrittore, ha un gattone, Magellano, che osserva il mondo dai suoi vispi occhietti, diventando alter ego del protagonista, riuscendo là dove Mike fallisce, essendo migliore degli uomini in generale. Comparte il loro spazio vitale Camilla, la correttrice di bozze, che odia il gatto e che ha sempre una battuta acida pronta per partire come un fendente verso il suo datore di manoscritti nonché padron di casa. Le donne del romanzo, oltre Camilla, sono Margherita, amante dello scrittore, e Ottavia, donna di mezza età esperta di astrologia. Altro personaggio chiave è Marco, farmacista e amico per la pelle, ed è proprio con lui che si verificano le situazioni più esilaranti. La trama ha un punto di svolta quando muore Magellano, il gatto tricolore, grasso e saccente, e Mike, vedendosi costretto ad affrontare la vita da solo, rimette a posto i tasselli del suo rompicapo, grazie alla grandezza e alla saggezza delle sue amiche, donne, meravigliose donne che hanno una marcia in più, e che per dimostrarlo non hanno bisogno di superpoteri, ma di gesti minimi, di parole, di dignità.

Aleggia in tutto il libro Bulgakov, con il suo Il maestro e Margherita, che riesce a riportare il lettore verso veri riferimenti letterari, non certo sceneggiati di prima serata della TV. Troppi libri, infatti, oggi ricalcano ritmi e stilemi da sceneggiatura, come se la nostra letteratura, invece di essere guida, fosse trainata costantemente dalle tendenze della moda. L’autore dimostra che per fare un buon libro, oggi, non è necessario emulare linguaggi cinematografici, e grazie al suo stile e alla sua capacità descrittiva dell’animo umano, propone un romanzo di grandissimo pregio, partendo da spunti di vita quotidiana e restituendoli con cipiglio narrativo, preda di descrizioni poetiche, trasformandoli in grandi cose. Si sa, del resto, le grandi cose, quando le fai, non sai cosa sono, e cominciano piccole.

Claudio Fiorentini

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Lucio Sandon, "Il trentottesimo elefante."

24 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Lucio Sandon, "Il trentottesimo elefante."

IL TRENTOTTESIMO ELEFANTE

LUCIO SANDON

Tre storie che si sviluppano parallelamente e in modi diversi: un ufficiale di polizia penitenziaria, un medico in Afghanistan e Amilcare, il figlio minore di Annibale. La prima storia diventa un giallo mistico-investigativo che giustifica la narrazione delle altre due, la seconda storia è invece un ottimo racconto ambientato in Afghanistan ai tempi dei talebani, e la terza, invece, è il tronco del libro, la colonna portante, la parte più sostanziosa e impegnativa, a tutti gli effetti un romanzo storico di grande pregio che scava nella realtà di un viaggio e una guerra lontanissimi nel tempo. Tre storie, quindi, lontane tra loro, ma vicine e connesse grazie a un misterioso oggetto, una sorta di croce a forma di buco di serratura, un amuleto che rappresenta il simbolo di Tanit, la dea della morte dei cartaginesi. Il libro, che alla fine si rivela un mélange di romanzo storico e thriller contemporaneo, parte infatti dai ritrovamento accidentale di quest’oggetto. Il protagonista, Angelo, di servizio a Poggioreale, si trova ad affrontare una fase della vita in cui le motivazioni sono scarse. Il caso lo costringe a rivoluzionare la sua esistenza e diventa un ignaro prescelto quando, dopo aver comprato un bidet per la ristrutturazione del bagno di casa, cominciano le sue sventure, come se quel pesante oggetto fosse portatore di sfortune e di disgrazie. In realtà quell’innocuo sanitario contiene un antico amuleto, un oggetto insignificante che sembra vivo e che sembra voler tracciare una strada all’ignaro possessore affinché i disegni del destino siano adempiuti. Si tratta proprio della croce di Tanit.

Tutto questo si allaccia necessariamente alla vicenda di Annibale, in quanto lui era devoto di Tanit e con lei ha un debito, non avendole sacrificato Amilcare, il figlio più piccolo, come voleva la tradizione. E sarà proprio Amilcare a narrare la storia della spedizione voluta dal padre, ci racconterà quel viaggio e quei combattimenti con gli occhi di un figlio, e ci svelerà perché nel titolo si cita un trentottesimo elefante quando la storia ci ha insegnato che gli elefanti erano trentasette.

La capacità descrittiva dell’autore, vincente nei tre rami della narrazione, merita tuttavia uno speciale encomio per la narrazione centrale, il romanzo storico, che è ben lungi dall’essere accademico e nozionistico. Lucio Sandon ha, infatti, la capacità di proporci una garbata quanto appassionante ricostruzione di quella spedizione senza cadere nell’accademia, e gli anni di lavoro e di ricerche che ha eseguito per poter arrivare a raccontarla non pesano sul lettore, che viene letteralmente sedotto e travolto dalla fluidità della scrittura. Diciamo che quando si legge questo libro non si legge l’autore, ma la storia.

E poi, leggendo, sembrerebbe quasi naturale che un uomo solo sia riuscito a riunire quasi centomila uomini e a guidarli per un viaggio di 5000 chilometri, affrontando rischi e fatiche d’ogni sorta e mantenendo per anni l’assoluta fedeltà del suo esercito. Immaginate, però: anni di viaggio a piedi da Cartagine a Capua, riunendo durante il viaggio altre truppe, un esercito di valorosi in terra straniera, per combattere Roma a Roma. Un uomo solo, e tutti a seguirlo… Di che fibra doveva essere fatto! Comunque è con lui, visto dagli occhi di un bambino, che arriviamo nella campagna molisana, nei pressi delle sorgenti del Volturno, dove l’esercito cartaginese fece una lunga sosta, forse di anni, e dove chissà quali misteri ancora sono nascosti. Ed è proprio lì, in quel tratto di campagna, che si concentrano tutti gli eventi che danno vita al giallo, che si verifica una serie di misteriosi omicidi, in qualche modo collegati ad una lontana scorribanda di un gruppo di giovani delinquenti finita in violenza pochi decenni prima. Le vittime sono proprio quei delinquenti, e sono tutti conoscenti del protagonista. Da uno di loro, però, Angelo riceve una lettera, ed è da quel momento che si sente obbligato a diventare non solo investigatore, ma anche investigatore dell’occulto, perché solo così riuscirà ad evitare che la spirale di morte continui la sua strada. Tutto si riallaccia ad una scelta di Annibale che, a un certo punto della sua vita, preferì gli affetti al sacrificio.

Per la natura degli eventi narrati, le presenze femminili sono necessariamente limitate; le donne, si sa, non sono come gli uomini che giocano a farsi male con le armi. Tuttavia, nella narrazione delle vicende di Angelo ve ne sono, e sono anche determinanti, a cominciare da Tanit, che è una dea, ed è una forza misteriosa che trascina gli eventi nell’abisso; poi c’è proprio una donna - anzi, una misteriosa figura che si direbbe un fantasma - la chiave che svela i segreti più infami; ed è anche una donna colei che spinge il nostro poliziotto a risolvere il caso, motivandolo ad addentrarsi nei disgustosi sentieri del malaffare e della violenza.

Insomma, siamo davanti a tre storie molto ben costruite e collegate tra loro, che compongono un romanzo di grande pregio. Scritto con un linguaggio fluido che unisce alla bellezza e all’interesse del romanzo storico una vena pulsante di mistero che lo collega ai giorni d’oggi e, in tinte di giallo mai eccessive, ci fa scoprire che quella vena pulsa ancora, e ci riporta in Afghanistan, dove una storia diversa chiede di essere raccontata e dove un intero Paese chiede di essere salvato. Ma alla fine tutto ritorna al luogo degli omicidi, dove dopo tanto orrore il nostro Angelo, finalmente, ritrova la serenità e la voglia di vivere. Buona lettura!

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Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

5 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

Michela Zanarella, "Tragicamente rosso"

Il titolo è già una poesia e verrebbe da pensare che questo libro covi violenza e manchi di pudore, invece è proprio il contrario. Tragicamente rosso è una suite per parola e silenzio scritta da passione e pensiero. La suite è composta da cinque movimenti: rosso donna, rosso shoah, rosso mondo, rosso natura e rosso guerra. Ogni movimento è composto da un minimo di sei e un massimo di quindici poesie. Si chiude con un monologo che ben si presta ad adattamenti teatrali, e infatti è stato già più volte rappresentato riscuotendo numerosi successi.

Ma veniamo al libro: potrebbe essere definito una silloge, un libro di poesia, una raccolta, ma in realtà è ben altro, perché raccoglie in un corpo perimetrico cinque fascicoli molto ben delineati, come se le sillogi fossero cinque, oppure cinque fossero i temi trattati con intonazioni diverse, quindi, come dicevo, una suite che in cinque movimenti racchiude l’estro creativo di un musicista romantico.

Cosa dice l’autrice in questa suite? O meglio, cosa cerca? Già, perché dire e cercare sono due cose molto diverse. Dire significa imporre un proprio suono e ritmo, esprimere idee o proporre pensieri. Da -> a, mai al contrario, l’ascolto non è contemplato nel dire. Cercare significa scavare, esplorare, scoprire, scoperchiare, spostare i mobili, alzare i tappeti e… guardare, ascoltare, toccare, annusare con attenzione, quindi ricevere tutti gli stimoli sensoriali, attivare i neuroni dell’ascolto e rendersi disponibili a ricevere. Ricevere cosa? Per ora basti sapere che cercare è anche predisporsi a ricevere.

La parola è lo strumento, ma non solo, c’è il silenzio, la pausa, l’intenzione… il tutto condito da interiorità inespressa che attende di farsi spazio nella luce.

Bene, allora, la poesia? È questo: ricerca! Leggendo i versi di Michela Zanarella non si trova, ma si cerca. Le poesie non sono risposte ai nostri quesiti, ma scaturigine di altri quesiti. Per questo non occorre capire, ma solo lasciarsi andare già dall’inizio:

Appesa ad un silenzio

nel precipizio di un amore

tragicamente rosso

cedo e m’adeguo

alle forme del dolore.

L’autrice non descrive luoghi o contesti, semmai definisce una presenza che si identifica con la nostra. E quando dice

La pelle cosparsa di dolore

Non grida

E cede il respiro

Ad un silenzio

Che lacera e nasconde

Vuoto intorno

Non denuncia, ma comunica con le fibre più intime di ogni lettore rendendolo protagonista della lettura.

Molto più esplicita, invece, quando scrive

Aggrappata al sangue dell’odio

Anche la neve ha sguardi neri

Hanno inghiottito il grano e le epidermidi

Le oscurità di Auschwitz.

Il linguaggio che sembrerebbe tenue invece stringe come una tagliola. Già, non è un linguaggio facile, non è chiaro né immediato, ha qualcosa di subdolo, perché ti accerchia con le sue poco effusive moine, e se fai attenzione ti accorgi che il messaggio veste un velo di seta che lo rende all’apparenza dolce. Ma si sa, il velo è anche un simbolo profondo: ciò che si squarcia quando muore Cristo, è l’imene custode della verginità, è il pudore che si stende come l’ombra delle nuvole, è ciò che nel suo “velare” giustifica la menzogna, perché sotto il velo c’è la verità che non ha pudore, che è cinica, che è sempre preferibile alla falsità, ma che atterrisce!

Non ha motivo

di insistere il dolore

nei palmi tesi del mendicante

nelle infanzie infrante

di un bambino

nel respiro muto

di una terra

che inciampa tra le mine,

nel grembo in croce

di una donna

dove il falso amore

ricalca prepotente

lividi e promesse.

La vita

non ha bisogno di lacrime

o avidità del tempo.

Dove piange il mondo

è debole la radice di ogni uomo

che ha macerie

incise sulla pelle,

come silenzi

addestrati ad ignorare

il sangue e il sudore

delle epoche.

L’autrice non sentenzia né impone il suo pensiero, ma attraverso un verso libero, quasi scarno, assolutamente privo di pizzi e merletti, apre le porte della percezione e mette l’uomo di fronte all’abisso, là dove non sapevi che un giorno saresti arrivato e dove potresti cadere. Del resto questo deve proporre la poesia: l’abisso! Quindi

Toglietemi la vostra giacca

D’incenso,

il furore assurdo,

l’intreccio di logiche assenti.

E lasciatemi così, mentre

Intorno a me follie bellissime

Rovesciano la mente

E mi schiantano nel buio

Ad imparare l’assurdo.

Perché nell’assurdo c’è verità nuda, e imparando l’assurdo saluto questo libro che disegna un percorso poetico dipinto di tragico e meraviglioso rosso, e musicato da un iride di parole e silenzi.

Claudio Fiorentini

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Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

23 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Stefanelli Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #racconto

Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

Permettetemi, dice Patrizia Stefanelli, di consigliare un libro: Piricotinali col ruspetto di Claudio Fiorentini. Molto divertente.

LETTERA ALL'AUTORE

Caro Claudio, quante risate mi hai fatto fare e quanto, tra quelle risate, mi hai fatto pensare. Ehm… uhm… so che sei discreto, ma hai insistito ben bene con la signorina “Frufrù” e diamine! Un raccontino dei fatti lo potevi fare, una sfumatura, dico, almeno una delle possibili. Beh, scherzi a parte di certo la fantasia non ti manca. I tuoi mondi rispecchiano l’alienazione che a piccole dosi stiamo inglobando; senza accorgercene, siamo noi l’alienazione.
Cibi normali? Non sia mai! In cucina come in arte, ognuno vuol dire la sua ma "un culetto di Branchiatore" val bene la divisione in parti uguali, e chi si contenta gode due volte. Se poi, in un giorno quasi fortunato, a qualcuno venisse voglia di intervistare Il Divino, beh, forse farebbe meglio a vivere la vita, magari in un bel borgo troglodita (rispetto al futuro), dove la vita profuma “normalmente”. Un borgo al contrario, un "ogrob" per l’esattezza, in cui è difficile rinunciare alle false certezze ma non impossibile. Poche persone, fortunate e coraggiose, riescono a sentire i veri profumi.

Pausa - quartetto d’archi

Procedi per generi musicali e indicazioni agogiche, e questa indicata è la mia pausa. Ho ripreso dopo due giorni il tuo libro con incoscienza, giacché dovrei dormire. Non dormo da ventiquattro ore ma di fronte al pugile che accusa il grande amatore di "non aver usato il guanto", non resisto (sto ridendo, scusami, anzi, siine contento, solo non vorrei perdermi mentre ti leggo e intanto ti scrivo).
Ha sofferto senz’altro di una sindrome da abbandono di "Coscienza" e ne ha goduto terribilmente, così come solo un incosciente può fare. Mai giudicare però, perché a quanto pare, la coscienza da un momento all’altro, se le prende il capriccio, abbandona chiunque. E da un "crescendo ostinato" volgo al "canto popolare". Mi aspetto panismo e prodotti genuini. Eccoli! Personificati in -" Tea, Limone, Zafferano, Ginestra (bella citazione) e Mazza d’oro della famiglia delle primulacee". Un bel vivaio!
Ancora personificazioni con il "navigatore" monocorde schizofrenico. In crisi di autostima? Esilarante. Il prodotto tecnologico che dovrebbe essere privo di emozioni si stufa? Chi non ha vissuto la voce del navigatore come compagno di strada, spesso invadente e insistente. Le inversioni a U, che esso dichiara consentite, o le zone ZTL da attraversare, avrebbero portato a un percorso diverso e chissà… Se poi la tecnologia dovesse inventare un "Mutatempo", meglio leggere le istruzioni prima di qualsivoglia viaggio. Che bella che è la tua proverbiale pazienza, caro il mio Fiorentini, si percepisce ovunque.
Torna la "Coscienza", ehilà! Che dire della sospensione della coscienza dopo la morte, in attesa dell’espansione, per divenire un punto dell’infinito? Come hai fatto a scrivere di questo, mi chiedo. Filosofia e religione, grazia e leggera ironia in un mix che incanta. In fondo siamo solo esseri umani e anche limitati. Certo, se fossimo dei supereroi, le cose andrebbero diversamente, non sarebbe per niente male, ma che fatica! Meglio allora usare la fantasia, possiamo inventarci di esserlo, ma l’ossessività del protagonista di "Danubio blu", credimi, mi ha lasciato uno stress tremendo. Se poi penso che la vita sia solo un "Dlin" suonato col cuore, come bene sapeva fare l’amico John Smith, capisco che è tutta una musica, la vita, in attesa di quel momento unico e singolare. Sì, è bello vivere, stupenda la Terra, con gli animali, i suoni, l’aria, le piante, i cicli… senza l’uomo, almeno da un punto di vista alieno. L’essere umano è infettato, come tutto ciò che tocca, dal virus "m.o.n.d.e.z.z.a". Peccato.
Infine, la tua "conclusione rock": “Sei ROCK!” ti direbbe Celentano, per questo ti scrivo una lettera pubblica che non servirà ad alcuno per la comprensione del tuo fortissimo libro. Ognuno potrà capirla solo dopo averlo letto!

Con affetto e stima,

Patrizia Stefanelli

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Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"

14 Aprile 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"

Il Paese degli orfani di Karolina Frankov (nome d'arte di Olga Korotkikh). Uno spaccato di vita nella Russia del dopo Gorbaciov, visto da cinque donne che si trovano in un Paese che non riconoscono, senza più riferimenti, senza più sicurezza… Loro affrontano la disperazione e cercano di uscirne. La storia recente della Russia che conosciamo fa da sfondo alla storia delle donne, ed è estremamente interessante esplorare la visione al femminile di una situazione che ha sfiorato il disastro. Il linguaggio è molto letterario, si entra nella psiche delle protagoniste e le descrizioni non sono mai eccessive, diciamo che il libro vive con gli occhi delle donne raccontate, si entra in loro e si ammira la forza d'animo che le caratterizza.

Penetriamo quindi nel libro, lo faremo parlando dei personaggi. Le loro storie si intrecciano, si trovano a condividere lo stesso destino, eppure nessuna di loro vede la vita allo stesso modo, hanno tutte punti di vista diversi, esperienze, anche traumatiche, diverse.
Si inizia con Katerina, o Katia, sposata con Boris, un fannullone che vive in un mare di guai. Per pagare i debiti, Katerina cerca un lavoro, ma nella Russia di quel periodo, dove vige la legge del più forte, dove l’anarchia è di casa, deve fare i conti con una realtà confusa, difficile, non ha appigli se non la speranza di trovare una vita migliore. Lei deve anche occuparsi del figlioletto, del padre disoccupato, e si dà da fare come può. Katerina non condanna nessuno, vive le sue esperienze con dignità, non si lamenta, e non si lascia abbattere neanche dalle violenze subite. Finalmente trova un annuncio: cercasi ballerine in Svizzera.
Irina, amica di Katerina, è anche lei madre, e vedova. In casa l’aiuta Tatiana, o Tanja, mentre lei cerca di sbarcare il lunario come meglio può. Sembra che la fortuna le sorrida quando conosce Leonid, un uomo ricchissimo che la prende con sé, alla fine si innamora, ma lui è ancora sposato, anche se separato. Le disgrazie però non finiscono e l’uomo viene ucciso in un agguato, riappare la moglie che si prende tutti i suoi beni e Irina si trova, di nuovo, sul lastrico.
Galina, la sorella di Boris, è una donna di vita. Si direbbe superficiale e vanesia, ma anche lei è vittima di un mondo atroce ed ha la sua umanità.
Eduarda, il cui vero nome è Svetlana, vive con una zia, la madre ha una relazione con un uomo che l’assorbe fino a farle ignorare completamente i destini della figlia, che è sola. Anche lei conosce Boris, forse cederebbe alle sue avances se il destino non si interponesse tra loro.
Tatiana è la più mite delle cinque donne, la sua vita è quasi priva di escursioni nel mondo dell’amore, si occupa della figlia di Irina, e dà la sua amicizia senza se e senza ma.
Le cinque donne si troveranno insieme, a formare un corpo di ballo per andare in Svizzera.
È interessante notare che alcuni personaggi marginali, come sembrerebbe essere, ad esempio, Boris, vengono visti da donne diverse in modo diverso, per Boris l’effetto è significativo, perché i molteplici punti di vista, lo presentano da più angolazioni fino a riscattare in lui un briciolo di umanità.
Mi colpisce, però, in questa storia, il fatto che le cinque donne, tutte immerse in drammi di grande portata, non condannino nessuno. Si potrebbe dire che accettano il loro destino e vanno avanti. Quindi è un libro al femminile, ma non è femminista, tutto quello che succede viene accettato senza recriminazioni, è così e basta, sembra che ci dicano.
Anche le violenze subite non danno adito a proteste. I personaggi cattivi, ovvio, ci sono, ma l’autrice non punta il dito contro nessuno, e la cattiveria, che venga da uomini o da donne, è solo cattiveria, un elemento della vita con cui è inevitabile scontrarsi.
Questo non significa che le protagoniste siano buone e gli altri cattivi, anzi... semmai significa che comunque vada, troverai sempre cattiveria e bontà, fai tesoro della bontà e lascia che la cattiveria vada per la sua strada, tanto non puoi azzerarla, puoi solo fare i conti con te stesso.
Curiosamente, infatti, anche se queste donne hanno subito ogni sorta di angheria dagli uomini, i personaggi più maligni sono altre donne, ad esempio la mamma di Eduarda e la moglie di Leonid. Tutto questo però non popola le menti delle protagoniste se non per un tempo breve, prima e dopo è un’altra vita, e loro cercano il dopo. Sembra facile, ma proviamo a pensarci con i nostri parametri, noi, tanto abituati alla nostra sicurezza, al nostro quieto benessere… forse la virtù dei personaggi narrati da Olga è proprio la capacità di svincolarsi dal passato e guardare al futuro? Loro non hanno nulla da perdere, hanno una storia stremante, estenuante, agghiacciante, eppure sembra che non se ne dolgano perché sanno che comunque c’è un futuro, e fanno di tutto per andargli incontro. Cosa troveranno è il soggetto del secondo libro di Olga, intanto però sappiamo da dove vengono e, tra uno spaccato di storia recente e l’ammirevole coraggio con cui l’affrontano, queste donne prendono vita dalle parole del libro che ha il pregio di dar voce a chi non l’ha avuta.
Alla fine si attende il seguito, si è curiosi di sapere come vedono, queste cinque giovani, la tanto ammirata Europa, e ancor più precisamente, la tranquilla, ricchissima e inoffensiva Svizzera. Uscire dal caos per entrare nel meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione. Le loro anime, come reagiranno? Ce lo dirà Olga, in arte Karolina, nel suo prossimo libro!

Claudio Fiorentini

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Laboratorio di scrittura Il filtro delle parole

24 Novembre 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #corsi di scrittura creativa

Laboratorio di scrittura  Il filtro delle parole

Polmone Pulsante: Il Filtro delle Parole, laboratorio di scrittura

Sono aperte le iscrizioni al laboratorio di scrittura previsto a gennaio presso il Polmone Pulsante:

Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca POLMONE PULSANTE

Associazione Amici del Polmone Pulsante Salita del Grillo 21 - 00184 Roma

Cell: 334 1290293 - 388.6798218 - 335.6334388 Tel/Fax: 06.6798218 Web:

www.polmonepulsante.it Fb: Polmone Pulsante I nuovi giovani del polmone pulsante

E-mail: info@polmonepulsante.it

Il laboratorio è strutturato in cinque incontri di due ore ciascuno e si rivolge a scrittori in erba, o semplicemente amanti della scrittura, che vogliano perfezionare il proprio modo di scrivere. Lavoreremo sia la poesia che il racconto breve. Per la prima ci occuperemo di identificare le parole parassita, o le parole inutili che indeboliscono l’opera. Per il secondo ci occuperemo della fluidità, della non linearità e della istantaneità del racconto.

È opportuno che ogni partecipante porti qualche suo elaborato, e soprattutto che venga con entusiasmo e disponibilità, per partecipare a un lavoro di gruppo che trasformeremo in un’allegra palestra letteraria.

Durante la sessione finale leggeremo i nostri lavori e brinderemo alle nuove amicizie, perché anche se il laboratorio finisce dopo cinque sessioni, le relazioni rimangono e sarà possibile continuare a lavorare insieme.

Le iscrizioni si chiuderanno il 15 dicembre.

• Obiettivo: alla fine del laboratorio i partecipanti saranno in grado di rielaborare il testo scritto per renderlo più agile o più efficace, di filtrare i lavori che più corrispondono alla propria ricerca, e infine di lavorare sulla musicalità e sulla fluidità del testo.

• Durata: circa dieci ore in cinque sessioni di due ore ciascuna • Partecipanti: minimo 5, massimo 15

•Descrizione: si tratta di un laboratorio pratico, ogni sessione sarà introdotta da riflessioni e analisi di esempi reali, e da una discussione di gruppo sui temi da trattare. Gli esercizi fatti durante il laboratorio saranno condivisi a beneficio di tutti. L’elaborato scelto dal partecipante sarà letto prima e dopo il laboratorio.

• Occorrente: ogni partecipante porterà un suo lavoro, o un lavoro su cui discutere

• Data: Il laboratorio si terrà di martedì alle 19,30, inizio previsto il 12 gennaio • Quota d’iscrizione 80 euro a partecipante

• Contatti: 335 5496809, claudio_fiorentini@yahoo.it – www.claudiofiorentini.it

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Claudio Fiorentini, "Grido"

7 Giugno 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Claudio Fiorentini, "Grido"

La Silloge di Claudio Fiorentini "Grido", pubblicata da Rupe Mutevole intriga già nel titolo. Conoscendo l'Autore, infatti, si conosce la sua attitudine a non alzare mai il tono della voce, a esprimere anche i sentimenti negativi con toni che oserei definire più inglesi che italiani.
La sua Opera mi ha indotto a riflettere sul moto ondoso che ribolle sotto tanta calma. La splendida prefazione del Professor Nazario Pardini allude proprio a una forma di 'sdoppiamento'. L'interiorità dell'Autore si potrebbe definire con la metafora del mare: s'infrange contro gli scogli del quotidiano con voce nutrita di sdegno e rabbia e, sulla cresta dei versi, ruggisce verso la pochezza, verso le miserie, verso la rassegnazione, lanciando un 'grido' di amarezza, di sfida e di speranza.
Non si tratta di una Raccolta di poesie imperniata sui sentimenti inflazionati. I testi sono privi di titolo e danno al lettore l'impressione di un romanzo in versi. L'altro uomo che Claudio porta in sé, nascosto dalla valva di un'educazione rigida, che non gli consente di svuotarsi in entusiasmi facili, é libero e vola:

"Giuro e rigiuro: vivrò fino alla fine
senza che un solo attimo si sprechi!
fino alla fine in me, con me, di me,
così come son fatto
cercando l'altro Me, finché con Lui
ritornerò c
ompleto, e sarò Uomo"

La mia attenzione é stata rapita dalla forza espressiva dei versi, dal progetto che raccontano, dalla musica che li contraddistingue, ma anche dall'uso delle maiuscole per connotare l'altro se stesso. V'é in Claudio, forse, una sorta di slancio verso il lido dell'anima libera dalle catene dei giorni, alienati da sterili alluvioni di parole e dalla rassegnazione, che induce a camminare a testa bassa come greggi di pecore. Il 'Me', il 'Lui' che l'Autore insegue, è l’uomo che ha il coraggio di vivere in stormo, di volare!
'Gioia' é il termine che troviamo più volte nella Silloge. Non felicità. Claudio è senz'altro consapevole che la felicità esiste solo in forma frammentaria, é formata da attimi, da emozioni, da momenti di follia... La gioia ha altra accezione: di piena e viva soddisfazione, di allegria, di letizia. Non a caso l'Autore é amante della musica classica e l'Inno alla gioia composto dal poeta e drammaturgo tedesco Schiller, e divenuto famoso in tutto il mondo per essere stato usato da Ludwig van Beethoven nel finale del quarto movimento della sua Nona Sinfonia, sembra il sottofondo ideale al suo Canto.

"Gioia,

se vera, anche nell'abisso vive

e dovunque vada lascia il suo seme"

Si potrebbe dire che Claudio é teso ad arco verso questo seme, difficile da piantare, tant'è che i suoi versi martellano convulsamente sulle pareti dell'anima, non esitando a sfidare 'il bozzolo che la protegge'...

La poesia, pur mantenendo carattere di narrazione, non ha uno sviluppo logico, com'é giusto che sia. Il poeta tenta e ritenta inizi che poi non svolge. Questa serie di approcci all'inesprimibile, di piccole minute non occultate, costituisce il coagulo testuale definitivo del testo.

Egli, infatti, passa, con funambole capacità liriche, dall'inno alla gioia, al sentimento panico dell'esistenza.

L'io narrante é uomo innamorato; è figlio di un oscuro ventre materno, descritto, forse inconsapevolmente, con il 'taglio che incide in rosso sangue' in cui egli 'si trastulla... in attesa di trascendere una vita / che più non lo contiene/ e lo rigetta"; è, soprattutto, essere umano pronto a sfidare l'impossibile per realizzare il sogno.

Tema ricorrente quello del sogno anche nelle Opere di narrativa di Claudio. Novello Lancillotto, pronto a mettersi in gioco ‘mille volte’ pur di avvertire sull'anima nuda, il soffio del sogno.

"Vivi, voce che ancora non è

ma che vorrebbe essere.

Vivi senza pietà, non una mille volte

e con te porta il destino

a tessere nuovi momenti

a far di me futuro e sogno"

La poesia é il filo teso tra l'oggi incerto, la paura, la solitudine, le valve dell'ostrica e il mondo.

"Con tenacia bovina

e forza tellurica

io amo"

E in questi tre versi diviene inevitabile andare con il pensiero a Neruda. Il Poeta cileno che leggeva le liriche 'con voce strangolante di boa' e faceva l'amore con i versi e con il filo spinato. Cattedrale tonante' venne definita la sua voce ... 'la forza tellurica' di Claudio echeggia gli scenari selvaggi e composti di linee essenziali, che caratterizzarono le "Odi" del grande Pablo. E il suo grido silenzioso e inafferrabile, rende la Silloge un'opera imbevuta di originale e inconfondibile magia.

Maria Rizzi

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Io parlo jazz

24 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #musica

Io parlo jazz è uno spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo di Claudio Fiorentini, pubblicato nel 2004.

Lo spettacolo consiste in letture e musica che non raccontano tanto una storia quanto le emozioni legate al Jazz, e che affrontano l’epopea di questo linguaggio musicale, che inizia nei campi di cotone e che culmina nell’espressione libera che oggi conosciamo. Ma il Jazz può essere anche un modo di parlare, un modo di scrivere, e l’esperimento, prima letterario e poi teatrale, tratta proprio di questo: musica e parole, ritmate insieme, che portano un messaggio di leggerezza. Lo spettacolo, tenuto a Roma il 30 e 31 gennaio, poi replicato ad Ostia il 15 aprile, ha visto la luce grazie al contributo del Teatro Porta Portese, e alla regia e voce di Susy Sergiacomo, al canto di Eleonora Tosto, alla voce di Tonino Tosto, al piano di Dario Troisi e alla musica di tanti, tantissimi musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra storia.

Buona visione.

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Strange Fruit

6 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #musica

Strange Fruit

Abel Meeropol, dopo aver visto la foto del linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith avvenuto nell'Indiana, scrisse la poesia Strange Fruit che pubblicò con lo pseudonimo di Lewis Allen (nomi dei suoi figli morti bambini). Più tardi la musicò, ma non trovò chi fosse disposto a cantarla, a parte sua moglie. Ci volle Billie Holiday, che ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia, per farla sentire al mondo che ignorava gli orrori, che fino a pochissimi anni fa, i bianchi perpetravano ai danni dei neri nel Sud degli USA. Propongo la canzone, nella struggente interpretazione di Billie Holiday, e il testo tradotto.

Gli alberi del sud danno strani frutti

Sangue sulle foglie e sangue sulle radici

Neri corpi oscillano alla brezza del sud

Strani frutti appesi ai pioppi

Scena pastorale del valoroso sud

Gli occhi sporgenti e le bocche contorte

Odore di magnolie, dolce e fresco,

E d’improvviso odore di carne che brucia

Ecco il frutto che piluccheranno i corvi

Che raccoglierà la pioggia, che succhierà il vento,

Che il sole farà imputridire, che l’albero lascerà cadere

Ecco uno strano e amaro raccolto

https://www.youtube.com/watch?v=h4ZyuULy9zs

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