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José Antonio Orts

4 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #scultura

José Antonio Orts

Ho conosciuto José Antonio Orts a Roma nell’89, quando si trovava da noi, all’Accademia Spagnola, per una delle sue innumerevoli borse di studio. José Antonio ha una vita completamente immersa nell’arte, elencare i suoi titoli e riconoscimenti – sono così tanti - sarebbe quasi tedioso e questo articolo non lo leggereste più. E io vorrei che lo leggeste. José Antonio a 21 anni vinse un premio importantissimo per aver inventato un giocattolo per bambini. Che c’entra? C’entra. José Antonio è un compositore di Valencia che, durante la sua permanenza a Roma, ha capito che, se l’arte non dà pane, la musica contemporanea ancora meno. E pensare che ha studiato con Berio, con Xenakis, e con altri nomi e cognomi celebri. La musica (quella musica) non dà pane. Certo, avrebbe potuto mettersi a scrivere canzoni per Rihanna, avrebbe fatto soldi a palate, ma l’arte avrebbe perso uno dei più grandi talenti che oggi sono in grado di proporre qualcosa di nuovo, e vi assicuro che sono pochi. Dicevo, durante quel suo periodo di “studio” a Roma, José Antonio, che intanto era diventato anche un mio amico, capì che se voleva vivere con l’arte avrebbe dovuto esplorare linguaggi diversi dalla musica, e anche grazie alle sue frequentazioni nell’Accademia Spagnola e ai suoi incontri serali nella meravigliosa città che lo ospitava indolente, pensò di orientarsi verso le arti visive. Non ha di certo abbandonato il suo campo principale, e ancora compone brani musicali per committenti prevalentemente tedeschi, ma oltre alla musica oggi José Antonio gira il mondo con le sue istallazioni concettuali un po’ robotiche e un po’ musicali che cambiano completamente il modo di fruire dell’arte.

Il 24 e 25 aprile sono andato a visitare la sua mostra all’Accademia Spagnola. La prima volta ero solo, ma dopo aver visto le opere di José, sono voluto tornare con le mie figlie, e vi è un motivo.

La mostra si sviluppa in quattro ambienti, con il tema comune dell’acqua. Il primo ambiente, dove troviamo altoparlanti per terra, e vicino uno steli e un fil di ferro, lo stelo ha una banderuola in cima che, muovendosi anche con il nostro passargli vicino o soffiarci sopra, tocca il fil di ferro, fa contatto, e attiva un amplificatorino che prende le informazioni da una memoria con su registrati suoni di acqua. Nella seconda sala vediamo dei tubi con sopra degli altoparlanti, sopra uno stelo delle sonde, basta passargli vicino e parte il suono, profondo e prolungato. La terza sala invece riproduce il suono della pioggia, e anche la luce della pioggia. Ultima sala, per terra dei tubi grossi e lunghi, delle sonde ad altezza d’uomo, e stessa storia: suoni, suoni e suoni… che variano in funzione dei nostri movimenti. Risultato? Siamo noi che muovendoci animiamo le sculture che… fanno musica! Sì, musica! José Antonio Orts è un musicista, e tutti i tubi sono accordati in modo da suonare in armonia con gli altri… e le sculture o istallazioni si possono vivere ad occhi chiusi perché l’artista in quel momento è il pubblico.

Per questo ho voluto portare le mia figlie di 10 e 12 anni a vedere questa mostra. Ne sono uscite entusiaste ed hanno avuto un contatto con l’arte contemporanea che invece di essere noiosamente passivo è diventato gratificante e attivo.

José Antonio Orts, non esito a dirlo, è un genio, ed è riuscito a proporre una nuova forma di arte!

Claudio Fiorentini

José Antonio Orts
José Antonio Orts
José Antonio Orts
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Scrittori, editori e premi letterari

30 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Scrittori, editori e premi letterari

Oggi orientarsi nel mondo dell’editoria non è per niente facile e gli scrittori hanno serie difficoltà a scegliere il cammino da intraprendere. Non intendo con questo mio scritto trovare la formula magica per capire come muoversi, ma un briciolo di orientamento credo che sia necessario.

A quanto pare, in Italia si pubblicano circa 64000 titoli l’anno, esistono circa 2700 editori e si indicono ogni anno oltre 1800 concorsi letterari. Questi numeri vanno naturalmente aggiornati e variano a seconda della fonte, comunque sono cifre da capogiro. Ci verrebbe da chiedere: ma allora, quanti scrittori ci sono in Italia? O peggio, quanti lettori? Supponiamo che vi siano un paio di milioni di scrittori (inclusi i poeti)… non credo che sia un numero lontano dalla realtà… e quanti lettori in Italia leggono più di dieci libri (compresi i libri di poesia) l’anno?

È chiaro che si pubblicano troppi titoli, ed è altrettanto chiaro che si pubblica di tutto, senza curarsi della qualità perché avendo un mercato facile alcuni editori si limitano a stampare qualsiasi cosa, e il libraio chiude le porte al distributore perché anche lui, vedendo cataloghi con migliaia di schede, ha difficoltà a identificare l’opera valida da proporre ai lettori, e immancabilmente ripiega sui nomi noti, facili da identificare e da vendere.

Ma andiamo per parti.

Editori

Per conoscere un editore occorre leggere le opere che ha in catalogo. Facile non è, ma frequentando circoli e salotti, parlando anche con addetti ai lavori, si possono scambiare impressioni e imparare molte cose su quali editori hanno reputazione solida e quali invece pubblicano di tutto (spesso senza neanche leggere l’elaborato mandato dall’autore). L’editore deve anche avere una buona distribuzione (se possibile nazionale) e deve seguire l’autore anche dopo la pubblicazione. Tuttavia, la cosa più importante che l’editore deve proporre è l’EDITING. Un libro con un buon editing è un lavoro che nel mercato si fa onore, un editing mediocre invece boccia il libro e rovina la reputazione dell’editore… L’editing consiste nella revisione dell’opera da parte di un esperto che, in collaborazione con l’autore, corregge errori, rivede la punteggiatura e soprattutto rivede la redazione. Un buon editor può proporre delle modifiche significative, questo non deve essere preso come un attacco all’autore, al contrario, se il libro non valesse, l’editor serio non lo commenterebbe, semplicemente si rifiuterebbe di fare il lavoro.

Insomma, l’autore sprovveduto rischia di alimentare un mercato editoriale fuorviante, quindi deve tenere a mente che l’editore valido fa selezione di testi, fa un buon editing, ha una buona distribuzione e segue i propri autori. Infine, non è detto che un editore non a pagamento sia migliore di un editore a pagamento; certo, meglio non a pagamento, ma intendiamoci: tra un editore a pagamento che fa un buon editing e uno non a pagamento che non lo fa, meglio il primo.

Esistono, in questo panorama, alcuni editori piccoli che si fanno onore, questi sono il vero trampolino di lancio per uno scrittore di talento.

Premi letterari

Difficile scegliere a quale premio letterario partecipare, se ve ne sono oltre 1800. Come scegliere? Prima occorre verificare la storia del concorso, la giuria, se si danno premi in denaro… Tuttavia ci sono altri parametri importanti, che variano a seconda delle sezioni. Parlando di narrativa edita, ad esempio, è importante verificare se tra data di pubblicazione del bando, data di scadenza e data della premiazione vi sia il tempo sufficiente per valutare i libri. È vero che vi sono delle tecniche per leggere rapidamente, ma se un giurato deve valutare 300 romanzi, come fa se ha a disposizione un tempo limitato, diciamo, un paio di mesi? Per la narrativa breve e per la poesia il tempo è meno tiranno, tuttavia questo parametro ha il suo peso. Oltre il tempo, occorre vedere chi ha vinto le edizioni anteriori e, se la giuria non cambia, si può avere una minima idea di quali sono i criteri di valutazione, ma questo lo può fare solo un autore esperto.

Sta di fatto che vincere un premio, anche importante, non cambia la vita né aumenta la visibilità, occorre insistere, vincerne diversi, perseverare, e non adirarsi se non si è tra i vincitori.

Scrittori

Veniamo al punto più importante, gli scrittori, o quelli che si definiscono tali. Se all’inizio abbiamo parlato di un mercato non selettivo e di un numero spropositato di opere pubblicate, dovremmo chiederci se tutte queste opere sono valide o meno, e chi è il vero responsabile di questo sproposito. Spesso, infatti, ciò che si pubblica non merita grande considerazione: è carta stampata per soddisfare l’ego dello scrittore e per dare lavoro all’editore. Attenzione però, questo è un danno terribile per la cultura perché opere di valore nuotano in un immenso mare di mediocrità senza poter emergere mentre il mercato tende a trattare allo stesso modo un capolavoro e un lavoro scadente, degradando l’Opera a prodotto. Inoltre, nella maggior parte dei casi i lettori sono gli amici e i parenti, e se spendono dieci euro per un libro, preferiscono quello dell’amico o parente, a prescindere dal valore dell’Opera, a quello dell’autore che probabilmente merita di emergere. Allora, cosa fare? Innanzi tutto l’autore deve fare autocritica, perché deve pubblicare meno e pubblicare meglio. È preferibile tenere un manoscritto nel cassetto piuttosto che pubblicarlo male. Mai pubblicare con editori che ti danneggiano la reputazione e mai pubblicare per forza o per vanità. Meglio aspettare il momento giusto, e nel frattempo frequentare circoli e salotti per conoscere gente, scambiare opinioni e, alla fine, trovare lettori critici prima di mandare il manoscritto a qualsiasi editore. La critica, che non è né polemica né elogio timoroso, ci aiuta a crescere. Meglio cestinare un lavoro immaturo e concentrarsi sul passo successivo che pubblicarlo solo perché è la nostra creatura.

In conclusione, il nostro lavoro di scrittori o di poeti è meraviglioso, ma dobbiamo fare attenzione all’ego che ci trascina nel torbido mondo dell’editoria piratesca, quando non addirittura nel fai da te, che non porta da nessuna parte. Quindi, una volta che siamo certi del valore della nostra opera, dovremo affrontare la scelta dell’editore e la scelta del concorso. Per fare una scelta ponderata occorre informarsi, frequentare i circoli giusti per saperne di più, condividere impressioni ed esperienze, insomma: fare un bagno di umiltà e prepararsi ad imparare… e poi, una volta fatta la scelta, mettersi in gioco e prepararsi anche ad accettare eventuali rifiuti, ricordando che è meglio non pubblicare niente che pubblicare male.

Claudio Fiorentini

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Antonio Moscatello, "Il lupo"

26 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Antonio Moscatello, "Il lupo"

Il lupo

di Antonio Moscatello

La prima cosa che noti, leggendo Il lupo, è che scorre come un ruscello, una pagina tira l’altra, vai avanti, e scorre sempre più forte. Non lasci il libro sul comodino perché vuoi continuare, e mentre rosicchi qualche minuto qui e là alla tua giornata, la lettura avanza. Non te ne accorgi, ma passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, questo ruscello cresce, diventa un torrente, poi un fiume in piena. Comunque l’acqua scende veloce, e se prima è cristallina, arrivando al fiume diventa torbida. Tutto si calma nella conclusione, il fiume finisce in un lago, non nel mare, perché non è immensa la fine, piuttosto sembra una tavola calma, con residui borbottii, un po’ tremante, grande, ma non immensa, come se l’autore volesse riconciliarsi con il mondo dopo aver esplorato gli orrori dell’animo umano. Sta di fatto che arrivi alla fine che neanche te ne accorgi, e tutte le vicende che hai vissuto in queste circa duecento pagine, sono presenti, non le dimentichi. Già, perché a differenza di altri racconti dello stesso genere che richiedono massima attenzione per i dettagli, qui gli stessi dettagli vengono dosati gradatamente, uno alla volta e non passano inosservati.

Mi ha colpito la gradualità con cui cresce il corso d’acqua, senza nessun intoppo, senza obbligarti a tornare alle pagine precedenti per rileggere quel particolare che andando avanti hai dimenticato, è così ben architettata che il ritmo rasenta la perfezione. Ogni tanto, sì, appare qualche guizzo che intende aggiungere altra vita nel flusso, e come un salmone che salta nell’acqua si presenta al lettore che sorride, senza però distrarsi.

Il protagonista, Marco, è un giornalista affermato sulla quarantina. Facendo un servizio su un orrendo infanticidio, Marco si deve confrontare con una sua orrenda verità nascosta. Non si sa di cosa si tratta, ma con l’aiuto di Leda, una giovane e bella giornalista, Marco comincia a scavare nel suo intimo, per capire da dove viene quel grumo, quel mostro che lo attanaglia bloccandolo e torturandolo. Comincia così un viaggio nell’orrore, un’indagine apparentemente innocua che porta i due giornalisti a scoprire un mondo infame e spietato.

L’equilibrio e la leggerezza della narrazione consentono di catturare l’attenzione del lettore senza stancarlo, e il narratore affronta con rara maestria l’esplorazione nell’avidità dell’animo umano. I fatti che vengono narrati riguardano direttamente i due protagonisti, tra i quali nasce inevitabilmente un forte legame.

Con descrizioni molto sintetiche e dialoghi perlopiù vivaci, questo libro si presenta come un giallo. Certo, gli elementi ci sono tutti, dall’omicidio irrisolto alle trame della malavita, ma non sono questi il fulcro della storia. La parte più importante, infatti, è la capacità di scavare nella memoria, fino a poter rivedere fatti successi nella prima infanzia. Il trauma vissuto da Marco bambino è la guida dei due improvvisati investigatori che, tra una scoperta e quella successiva, ricostruiscono un complesso rompicapo che consentirà a Marco di saldare un debito con la sua memoria. Il bello di questo giallo (o thriller, non importa come lo si cataloghi) risiede proprio nel fatto che non è un giallo. I personaggi non sono solo utili allo svolgimento della trama, ma sono oggetto e causa dell’indagine, e appaiono al lettore con i loro dubbi e le loro debolezze, le loro reazioni sono influenzate dai fatti che succedono nel momento della narrazione, e sono fatti credibili. Insomma, Il lupo è un gran bel libro.

Claudio Fiorentini

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Francesco Paolo Tanzj, "L'uomo che ascoltava le 500"

16 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Francesco Paolo Tanzj, "L'uomo che ascoltava le 500"

L’uomo che ascoltava le 500

di Francesco Paolo Tanzj

edizioni Tracce

A conclusione del libro c’è una dichiarazione di scrittura, dove Tanzj dice che tipo di lettore vorrebbe, e questo mi serve da spunto per chiedere: noi, che tipo di lettore siamo? E chiederei anche che scrittori siamo? Per chi scriviamo?

Il lettore o lo scrittore libero, a questo dovremmo ambire. Ma forse non è possibile, i condizionamenti, i modelli, i riferimenti sono sempre in agguato per deviarci… forse né il lettore né lo scrittore sono veramente liberi, semmai scrivendo o leggendo si cerca una certa libertà, e la si trova, spesso, quando la mente vola dietro o tra le parole, ma non la si trova per esteso, per intero… c’è sempre qualche macchia che ci impedisce di essere pienamente e intimamente liberi…

Nella dichiarazione di scrittura si fa la differenza tra lettore illuminato e lettore ignorante (la stessa differenza la farei con gli scrittori), vediamo un po’ di cosa si tratta. Il lettore illuminato, a seguito di una lettura, forse si esprimerebbe così:

Evinciamo un segnale di protoletteratura stigmatizzata nelle scene di un quotidiano divenire, che si articola in ogni sintagma tendente a stilema fino alla sua totale espansione che dall’incipit evolve nel corpo detautologizzato del racconto. Durante la lettura si articolano in un susseguirsi incessante i vari neo-simboli della genesi aurea, segnale evidente che da queste narrazioni meta-criptiche si dispiega la vitalità bronzea delle ultime correnti anti-avanguardiste che intendono spigolare la realtà quale ignara palingenesi del movimento di cui noi oggi siamo fortunati testimoni. Risulta quindi evidente, a dimostrazione della certaldità neoclassica insita nella compresente raccolta, una vena d’ironia asburgica evoluta, che avvampa nelle scoperte del secolo d’oro rendendo con esse omaggio alla centralità dell’uomo nella natura. Per quanto abbiamo detto, questo libro va annoverato tra i classici e i preclassici che una volta storicizzati determinano la veste culturale di questo nostro mondo, e questo nostro Paese.

Per chi non lo avesse capito, si tratta di una parodia.

Tanzj prende di petto il critico che si parla addosso, simbolo di un equilibrio che va attaccato con tutte le nostre forze, perché il giusto sta nel mezzo!

Ma veniamo al punto.

Il lettore tipo è un ibrido (lo stesso vale per lo scrittore). L’uomo medio è un ibrido. Non è accettabile invece colui che si cataloga bianco o nero, ergendosi a modello di qualcosa che evidenzia solo la propria ipocrisia.

Il libro contiene uno spassoso attacco a Nanni Moretti (o meglio, al modello che incarna), che diventa un chiaro segno di ribellione ai cliché della nostra vita. I cliché vanno abbattuti, occorre un uomo libero per un pensiero libero.

Quindi la chiave di lettura va ricercata in questa parola: libertà.

Ma veniamo alle mie impressioni di lettura.

I racconti qui raccolti non vanno letti cercando la trama o cercando il personaggio, che purtuttavia sono presenti, e non credo che la traccia lasciata dallo scrittore sia da cercarsi nel linguaggio o nella forma. C’è molto di più.

Certo, siamo davanti a storie scritte con grande maestria, il libro è meritevole da tutti i punti di vista e si colloca nella fascia alta della letteratura contemporanea, il punto, però, per me, è: che cosa vuole dirci Tanzj? Se c’è un messaggio. Che poi Tanzj abbia voluto metterci un messaggio o meno non è importante, alla fine qualcosa passa lo stesso. D’accordo, ma allora, come va letto questo libro? Io inizialmente ho cercato di leggere i racconti come dei racconti, poi ho cercato di leggerli come dei resoconti, poi ho cercato il lato giornalistico, eppure mi rimaneva sempre qualcosa da decifrare.

Ragionando per immagini ho pensato alla panna montata, che va messa sul gelato come il parmigiano sulla pastasciutta, ma a differenza di questo, la panna non si mescola e non si fonde, rimane sempre sopra. Per creare una miscela con il gelato devi metterli in bocca, ci devi mettere il tuo impegno. Già, la panna montata, immagine ora poco comprensibile, ma si chiarirà alla fine.

Il narratore non entra nel personaggio né nell’evento perché li vuole lasciare liberi di esprimersi, rimanendo lui, il narratore, un testimone di un pezzo di vita. Questo perché gli eventi e i personaggi li si vuole liberi, non addomesticati dalla penna, non inseriti nella drammaturgia letteraria sotto forma di qualcosa di diverso da quello che sono realmente. Ma attenzione, non si tratta di iperrealismo né di cronaca giornalistica.

I racconti, sebbene abbiano un forte stampo autobiografico, lasciano al lettore il lavoro di immersione nell’evento e nel personaggio. Tanzj rispetta questa libertà e la condivide.

Una citazione, più di ogni analisi del testo, permette di capire il lavoro di Tanzj: Il gagiò lavora, lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e, sperando così, muore. Poi ha fatto tante leggi, troppe. La libertà è bella, vai dove vuoi.

È stato proprio grazie a questa citazione che sono entrato nella narrazione ed ho inquadrato il lavoro di Tanzj, così come la sua persona, in questa ottica: la libertà è bella, vai dove vuoi…

Tanzj è un uomo libro, e rispetta la libertà altrui.

Quindi questo libro è un po’ nomade, un po’ zingaro, ma soprattutto vive nel rispetto delle storie che racconta e, privandoci di ogni considerazione, Tanzj ci insegna il rispetto per la libertà degli eventi. Ci dice (senza dirlo) che la sua libertà è riposta in questi racconti e, così come la vive, ce la restituisce.

Quindi mi viene da chiedere: l’anima, è zingara?

La zingaritudine dell’anima traspare anche in tutti i racconti. Tanzj la propone sempre, anche quando sembra di no. Troviamo questo suo modo di vedere la realtà anche nel j’accuse a Nanni Moretti dove non è la persona che viene presa di petto, ma il modello che propone. Statico come tutti i modelli, il modello è prigione, qualsiasi modello identifica il velo ipocrita che copre buona parte della nostra società.

Tanzj ce l’ha con quel velo d’ipocrisia.

L’anima è zingara, si contrappone ai modelli, per questo ci sfugge e, come dice l’autore: ogni creazione, ogni azione dell’uomo resterà per sempre una incompiuta.

Eppure proprio questa incompiutezza ci arricchisce, perché si continua, sempre, si cresce, sempre.

All’inizio della lettura mi chiedevo: l’uomo che ascoltava le 500, l’eremita, Milka… sono dei pazzi o sono dei geni? Sono normalissimi esseri umani o sono manifestazioni della più profonda delle passioni? Cercavo, come ogni lettore medio, la risposta in ciò che leggevo. Ma il libro non ci dà risposte, l’autore non giudica: è a noi che spetta farlo con il nostro metro; a noi spetta capire che il profondo rispetto che Tanzj manifesta per l’altro deve guidarci durante la lettura del libro. Non cerchiamo, quindi, passioni che appartengono solo a noi e che vorremmo proiettare nei personaggi e nelle storie che leggiamo, non cerchiamo emozioni private e nostre da mettere negli occhi di questo o dell’altro personaggio… astraiamoci, cerchiamo l’essenza delicata della vita e posiamoci come panna montata sul gelato, lasciando che il gelato sia quello che è, senza trasformarlo in altro, leggendo questo ottimo libro con la leggerezza e la libertà che Tanzj ci trasmette e ci fa vivere.

Claudio Fiorentini

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Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella

14 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia

Percorrendo il cammino poetico di Michela Zanarella

Nel 2006 pubblica “Credo”

Osservatrice, ma non sempre osservatrice allo stesso modo. Inizia osservando cose e situazioni, quasi volendole descrivere, cose come lampada accesa, tinozze colme, neve pini e sentieri, diciamo che i primi passi poetici di Michela Zanarella sono pittorici. Alcuni versi, i primissimi, dove la rima si affaccia birichina, non ritraggono ancora la profondità di Michela, ma sono pur sempre parte di un ritratto, raccontano l’inizio di una storia. Credo è quindi il lavoro più dinamico, presenta uno sviluppo molto rapido e passa dal dipinto alla contemplazione dello stesso in poche pagine. L’incontro con la morte sembra il punto di svolta, acquisendo la matura consapevolezza che a un certo punto le persone, dopo esserci state, non ci sono più, l’autrice smette di guardare in basso e comincia a guardare su, trovando il senso che piano piano, verso dopo verso, si plasma nella propria percezione.

Seduta davanti

A una pallida luna

Poetando versi d’amore

Tra infinite stelle

In una notte silenziosa

Ispirata

Da lieve brezza marina

Ecco la consapevolezza non più descrittiva che caratterizza la poesia più matura di Michela, comincia a farsi prepotentemente avanti. Lapilli. Non a caso la foto della locandina ritrae lapilli.

Ma la poesia di Michela può anche diventare un grido accusatore:

ladri di verità

profeti dell’esoterismo

picchiatori dell’onestà

destreggiatori di ipocrisia

imprigionati

nel girone infuocato

dell’inferno.

Si affaccia anche la sensualità, ma non è dichiarata, semmai è materna, tra l’altro la figura della madre fa spesso capolino qui e là. Anche la sensualità del sonno, dove l’essere donna di Michela rispetta il riposo dell’altro e lo osserva reprimendo le proprie aspirazioni nella contemplazione. Ridiventa un pulcino mentre, ammirata dal fluido vitale che traspare dalla pelle dell’altro, si lascia andare al sogno.

t’abbraccerei

finché il giorno non arriva

Finché i sogni

spengono la realtà

Finché una voce

sussurra eterno amore

Ma chiudo gli occhi

E vicino a te

M’addormento

Nel 2007 pubblica Risvegli

Molte poesie sono notturne, e il rapporto con la natura domina gran parte delle scene. Per Michela la poesia è un nettare, e come tale va succhiato dall’ape:

O poesia, nettare prelibato di pazienza

Dice Michela, e sembra che il titolo della sua seconda raccolta, Risvegli , sia quanto di più azzeccato. Sorge la poesia, cresce e borbotta, come se il vulcano che si preparava ad eruttare finalmente lo può fare zampillando libero con lanci di lava e lapilli che di lì a poco diverranno pietre. Ma è un’eruzione gentile, si può contemplare, non siamo davanti ad un vulcano assassino, non presentiamo tsunami o terremoti, è solo un borbottio che finalmente salta.

Ed è in genesi che si manifesta interamente. Dice Michela: nata per essere libera, e questa liberazione la porta all’allegria del giardino con l’erba che cresce, del granaio con i suoi odori, sembra di sentire gli odori della campagna, l’erba falciata, il fieno, si sentono anche i suoni, il frinire delle cicale, i grilli, qualche muggito… fino a ritrovarsi al mercato dei sogni, dove donne e giovinette con le gonne al vento van di fretta. Immagini della vita quotidiana: pigolante, gaia, vita che si risveglia dopo aver stentato a capire che gioia e dolore altro non sono se non indispensabili ingredienti del divenire umano. Ecco il senso di risvegli, giocosa, quasi trilussiana, quando dice: Nell’ombra un’ape ancora insonnolita si avvicina al candido fiore, del profumo si compiace e zitta zitta si innamora.

Poi ritrova le care montagne e capisce quanto sia bella e grande la distanza tra loro e lo sguardo.

E finalmente la descrizione, l’identificazione, la sensazione dell’amore condiviso, realizzato o no, poco importa, comunque è un discorso a due, e anche qui non conta l’oggetto del componimento, conta il percorso interiore che ci porta a comprenderlo, la ricerca dell’anima in ogni gesto di vita.

L’incanto fu

Tessere la tela del nostro vivere

Scegliendo d’essere meta l’uno dell’altro

Stringendo le nostre certezze al petto

Con tutta la forza di chi non teme nulla

Beato il divino

Che ci ha uniti quel giorno

Seguendo questo percorso si trova anche il figlio, cos’è un figlio?

Carne e spirito inediti alla vita

Nel passo successivo sembra che l’autrice abbia preso coscienza che la vita è profonda e che l’immobilità umana ha le sue dinamiche, tormentate dalla natura che ci contempla, forse ride di noi, ma è comunque afflitta dal nostro allontanarci, non si cura di noi che la maltrattiamo senza ascoltarla.

Michela, crescendo, non è più la poetessa che ascolta i grilli e le cicale, o forse lo è ancora, ma in modo ben diverso, non racconta più, ma si fa ambasciatrice del mondo che, ci trasmette Michela, attraversa ogni istante la fredda pianura, e dal silenzio di un cortile, non riesco a trattenere le lacrime per la mia assenza

Nel 2009 pubblica Vita, infinito paradisi

Essere consapevole, fino all’ultimo sorso d’orizzonte, della propria vita, della propria limitatezza, del proprio essere nulla oltre la coscienza, e quindi questa coscienza deve vivere pienamente, per cui ogni istante, ogni momento va vissuto sapendo che i piedi calpestano la superficie della terra e che sotto la terra c’è un bollore incessante, mentre la testa si avvicina, nel limite della nostra statura, al cielo, e sopra, sopra il cielo, e più su ancora c’è un movimento misterioso. La superficie della terra è il linguaggio con cui ci parla, ciò che vediamo è un’espressione della natura, e noi ne percepiamo ciò che ci consentiamo di percepire, comprendiamo ciò che delimita la nostra coscienza. Noi non vediamo ciò che è, ma solo ciò che ci aggrada vedere. E dicendo

Beate le onde

zingare perenni

Ci fa capire che non si è liberi come le onde ma fissi come uomini, e piangiamo l’orizzonte lontano, sempre irraggiungibile.

Vissi a lungo sperando che il carretto

Della mia inquietudine si fermasse

A fiancheggiare le pupille ardenti

Della giovinezza

Portando la mia anima

A contemplare quel domestico

Infinito rannicchiato nella luce

L’infinito domestico, quello che scopriamo vicino a un caminetto, dietro a una finestra, nel pentolone della polenta, nel racconto dei nonni… ma poi la strada ci prende sempre e quell’infinito non è più tale, ed occorre andare oltre la superficie, ma… ma anche se scavi la terra, quello che vedrai sarà sempre superficie. Solo da morti si entra nella terra e la superficie non è più.

Nel 2011 pubblica Sensualità, e nel 2012 pubblica Meditazioni al femminile

Qui sembra tornare alla contemplazione delle cose e delle situazioni, è come se la poetessa avesse voluto, dopo un viaggio iniziatico, tornare a ciò che l’ha animata, tornare alle origini, avendo coscienza di aver compiuto un cammino che l’ha portata a vedersi dentro. La capacità di osservazione è molto più acuta, l’aggettivazione si è andata via via diradando, ed ecco che

Trasloco lacrime

In un tappeto

E poi

Era bacio maledetto

Quell’arteria di luce

Chiusa nelle ultime saggezze

Di novembre

E finalmente si affaccia anche la fede, in ho pensato a te, Dio

È tempo di accendere preghiere

A riempire di grazia

Qualche itinerario d’anima.

Ho pensato a te, Dio,

quanto poco è il mio senso

di donna

senza l’ossigeno della tua luce.

Nel 2013 pubblica L’estetica dell’oltre e nel 2014 Identità del cielo

Arriviamo alle ultime poesie, dove il verso è maturo, asciutto, non più descrittivo, meno aggettivato, dove il lettore non viene più accompagnato alla lettura, ma si trova da solo, a combattere con versi scuri, sebbene sempre accesi, come se si passasse da uno spiraglio di luce per emergere di nuovo a quanto il dubbio esistenziale ci consente di capire, dubbio che alberga in tutti noi, che occorre esplorare per vivere le proprie ansie, i propri amori, e per percorrere la propria strada, per aprire le ali e spiccare il volo.

Essere nel tempo

Che ti sfoglia

Corpo e distanza

Come sudario nel cielo.

Ripetere membrane

D’aria

Un silenzio

E l’ombra di un umano

Azzurro

Accettando il ritmo

Di epidermidi e meteore.

Quel che vuole il mondo

Resta impronta creduta contorno di luce,

poi nel vero

strofinato il fango

si vede un limite in somiglianza a polvere

che dispera.

Michela ci travolge come i lapilli di un vulcano che erutta senza aggredirti. I lapilli, ricordiamo, sono fuoco e diventano pietra. E se le parole sono pietre, cos’erano prima? Quindi mi piace chiudere questo mio intervento, prima di dare la parola all’autrice, con questi suoi versi:

Comincio dalla polvere di un ricordo

Come qualcosa che amo

Claudio Fiorentini

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Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"

30 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"

Tempo addietro mi capitò tra le mani una meravigliosa e antica poesia degli indiani d’America (*) che ben rappresenta quello che fu il loro profondo amore e rispetto per la terra, che li rendeva capaci di capirne i minimi messaggi. Leggendo i versi di Sandro Angelucci ho ritrovato quello spirito contemplativo, quella capacità, per certi aspetti animale, di capire il linguaggio degli elementi. E il fatto è che gli elementi parlano con un linguaggio immenso, ma così minuscolo, così piccolo, che risulta difficile fermarsi ad ascoltare. Occorre prendere le pinze da orologiaio e fare gli stessi minimi movimenti per cogliere la brevità del volo di un’ape, la dolcezza di una piuma, il respiro del vento o il tremolio di un fiore su un prato. Non parlo di tempeste, di fiori giganteschi, ma di brezza e di fiori in un prato, un prato che non ha bisogno di essere sconfinato per stupirci, perché si riassume tutto nel nostro sguardo, canta nella sua pace, vive nel suo lasciarsi pettinare o calpestare. Mi viene in mente Vivaldi, ma non la sua tempesta, non il suo allegro, semmai qualche adagio appena accennato, che però, anche nella sua delicatezza ha il potere di trasformarsi in tuono e temporale.

La poesia di Sandro Angelucci risveglia in me quelle sensazioni. Quindi anch’io prendo in mano quella realtà, con le pinze da orologiaio, perché a volte la bellezza è fatta di cose minuscole, e non puoi prenderla in mano perché le dita sono troppo tozze e grandi, occorre quella delicatezza che non hai, le cose belle sono tanto piccole che se tentando di prenderle con la mano ti cadessero per terra, si confonderebbero con la polvere del pavimento. E qui la poesia riesce nel suo intento: “sono le traiettorie / senza nessuna logica apparente / la speranza”, già, le traiettorie. Nulla vi è di più effimero, perché nell’attimo stesso in cui le esprimiamo loro non sono più, sono solo linee immaginarie, in realtà è il movimento che le traccia, ma non esistono, come non esiste la speranza, se non nella nostra mente. Ma traiettoria e speranza non possono essere separate, loro vivono sempre insieme. Quindi “saranno i voli” indipendentemente dalle traiettorie, che ci salveranno.

Cogliere quindi il volo di un merlo, il battito d’ali di una farfalla, il ronzio di un’ape, il muggito di una mucca che non vedi, perché è lì nella sua stalla, lontana dal suo antico mondo. Ma non è poesia campestre, pur se il richiamo della natura è dominante, l’autore non si discosta dal suo mondo di “Abbrutiti. Schizofrenici. Impazienti.” Quel mondo siamo noi, mentre “… l’uccello non finisce di cantare / il vento / prende a respirare con le foglie / e le montagne / (immobili, sicure) / aspettano l’arrivo della luce”. Imperturbabile, la natura, continua il suo percorso, e pur se noi insistiamo “(distratti, inebetiti) / a spargere catrame, a bestemmiare”, lei ristabilisce sempre i suoi equilibri. Quindi l’autore contempla questa natura, e dice al merlo “Se fossero di piombo le tue bacche, / se al posto del becco / avessi una mitraglia / t’inviterei a spararmi addosso”.

Ma alla fine il poeta sa che non succederà, e continua il suo volo di versi, che come “una goccia di miele / che cade nel latte bollente” si dissolvono nel lettore per diventare un nuovo pensiero, perché “un grumo di bellezza che si scioglie” ha una forza struggente e regala la speranza di un nuovo battere di ali.

(*)

Perso

Fermati,

gli alberi davanti e i cespugli di fianco a te

non sono persi.

Ovunque tu sia, si chiama QUI,

e tu lo devi trattare come un potente sconosciuto,

devi chiedere il permesso di conoscerlo

e di essere riconosciuto

La foresta respira. Ascolta. Risponde,

ha creato questo luogo intorno a te,

se lo abbandoni potresti ritornare ancora, dicendo QUI.

Mai due alberi saranno uguali per il corvo,

mai due alberi saranno uguali per lo scricciolo.

Se ciò che un albero o un ramo fa non ha effetto su dite, tu sei sicuramente perso.

Fermati.

La foresta sa dove sei. Devi lasciare che ti trovi.

Antica poesia degli indiani americani.

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Dario Pontuale, "L'irreversibilità dell'uovo sodo"

28 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Dario Pontuale, "L'irreversibilità dell'uovo sodo"

Dario Pontuale

L’irreversibilità dell’uovo sodo

Non cercate una trama fatta di intrecci, dove i vari personaggi vi accompagnano dall’inizio alla fine. Non cercate un giallo, un thriller, qualcosa che viaggia su un registro esterno all’uomo. Questo bellissimo romanzo narra di un viaggio che porta Gabriele Grodo (probabilmente voluta l’assonanza con Drogo), il disincantato protagonista, a trovare se stesso.

Un’agenzia investigativa va maluccio, la segretaria se ne va, il socio se ne va, rimane Grodo, con il suo factotum ucraino, e una pianta grassa che Grodo si ostina ad innaffiare fino ad affogarla. Grodo non è un uomo raffinato, anzi, direi ignorante e superficiale, forse non ha mai letto un libro in vita sua, è disincantato e demotivato, crede di aver sbagliato tutto. Un suo amico, ex libraio ora gestore di una birreria, gli consiglia di leggere Conrad. Il giorno dopo Grodo riceve un incarico da parte di Arduini, uomo facoltoso, appassionato giocatore di scacchi, condannato sulla sedia a rotelle, che gioca una partita per corrispondenza da oltre dieci anni, ritenendo che il suo avversario sconosciuto sia uno dei più grandi giocatori mai apparsi sulla terra. Questa partita sembra che sia stata vinta dall’Arduini, che vuole averne la certezza, e incarica Grodo di andare a cercare il suo avversario in Argentina. Il birraio e Arduini sono i primi sognatori che si incontrano nel libro, ma il refrattario Grodo non appartiene a quella categoria. Sta di fatto che compra un libro di Conrad e accetta l’incarico senza neanche pensare alla retribuzione.

Inizia il viaggio, e Grodo entra in un crescendo di sensazioni e di consapevolezza. Incontra i personaggi più strampalati: il venditore ambulante di libri che recita a memoria tutti gli incipit, il collezionista di bolle di sapone che è figlio di un collezionista di ragnatele, il ritrattista greco che invece di usare matite e pennelli usa le parole, i fratelli contrabbandieri di alcol che litigano sempre, e infine Neto, il marinaio appassionato di modellismo che ritiene che nulla sia importante, che fugge dai ricordi e che si chiede perché l’uovo bollito invece di ammorbidirsi, diventa sodo, e non torna indietro. A quel punto Grodo ha capito che i sogni sono il vero senso della vita, le minuscole soddisfazioni, e investiga su questa realtà, per regalare, come dono di saluto, al suo amico Neto la spiegazione.

Un viaggio di quasi 3000 chilometri su mezzi di fortuna, da Buenos Aires a Ushuaia, seguendo una logica simile alle mosse degli scacchi. Un viaggio ricco di incontri in cui il nostro Grodo si rende conto che forse la sua vita può essere ancora salva, forse un senso alla sua esistenza lo può ancora trovare, ed inizia piano piano a sognare di fare il guardiano del faro.

Il libro vanta un linguaggio molto fluido, ed appassiona sin dalla prima parola. Si ha all’inizio la sensazione di perdere contatto con i personaggi, che appaiono quasi come quadri in una galleria d’arte che impone un percorso, visto e dimenticato, ma non è così, perché quei personaggi iniziano un lavoro nell’anima di Grodo, ed è lì che bisogna leggere. Un libro che va dentro, dove il fuori sono stimoli per crescere, e così succede, anche attraverso le splendide metafore che riassumono i momenti di crescita in equilibro tra poesia e filosofia e che rendono il libro degno della più alta letteratura latinoamericana.

Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri. Speranza e smarrimento, tra questo si oscilla, schieramenti opposti, città antitetiche, ma indivisibili perché anelli della stessa catena. Catena alla quale ognuno è cinto, che passa intorno al collo, lambisce la gola, toglie e concede aria a seconda dei casi.

Claudio Fiorentini

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Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

16 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

Vedo l’angolo di una casa a sinistra, e davanti campagna libera che digrada a valle come la voglia di correre di un bambino. Va, quella voglia, nel sogno che incarna un tempo che fu e che continua ad essere. Non vedo una città con le sue borgate, con i suoi centri privilegiati. Lo spazio che mi accoglie è ben lungi dal proporsi chiuso e grigio. I colori che dominano sono il verde e il giallo della primavera, il bianco dei fiori. Questi canti non chiudono la percezione in un magazzino, semmai da lì escono per correre con il pensiero, quel pensiero libero, giovane, pensiero spensierato.

Così, leggendo questi canti vivo l’assenza, eppure le immagini sono presenti, le stesse immagini che ho visto in altre poesie dello stesso autore. Prati sconfinati che ospitano la giovane libertà, viva nel poeta e vivace nel lettore, libertà che mi prende per mano e che nei versi diventa musica. Ed io “attratto dai richiami del meriggio” volo quel volo che Icaro visse in parte. E anche se “è un naufragio per la nostra essenza” non naufrago, semmai mi ritrovo il giallo autunnale di un novembre che insiste, poi “ascolto i silenzi dell’anima” e vago alla ricerca di me stesso.

Queste poesie, molto intime, molto personali, mi chiedono di diventare Nazario bambino, e vedo che nel fondo dell’anima il poeta è rimasto quel Nazario bambino, non si è perso, e corre nei prati, vive in un ricordo di un tempo che in tutta la sua crudeltà scompare per lasciar spazio ad altro tempo.

È una poesia molto naturale ma non naturalistica. Gli odori della natura ci sono tutti, e sono forti, presenti. Torno ai miei otto, dieci anni, e quel regalo della vita è di nuovo in me, non è stato sommerso dagli anni, semmai è tornato in primo piano facendomi giocoliere incauto.

E infatti “Non sarà la sera che calante / annuncia solo un giorno che va via / coi suoi colori vecchi. Declinante / il segno non sarà della mia vita / volta a rammemorare. Alla natura / riaprire le finestre di un ostello / non varrà che annunciare alle mie mura / colori di serate ritrovate.” Mi dona questa ribellione.

Ma il seguito, questi canti vanno letti in ordine, è un “presto ritornerò”, perché si torna, sempre. Il tempo è un ciclo che consuma le forze, ma che torna sempre all’inizio, l’istante in cui non si è e non si sa. Prima e dopo. In mezzo c’è la vita, e tutta intera va vissuta.

E non basta, perché il poeta ci invita, ci sfida, ci rende partecipi quando ci dice “E tu che fai, non suoni? A cosa pensi, / perché resti da te?”. Allora percepisco il messaggio di questo canto come uno scuotimento dove il poeta mi prende per mano e mi sprona a cantare con lui, ma con il mio canto, con quello che posso fare, perché io sono come lui, insieme stiamo giocando nei campi, insieme “immaginiamo di essere un’orchestra / di veri musicanti che in concerto / suonano melodie per la platea”

Vado avanti, sono ancora con il poeta, vedo che “Poi giunto è ottobre a mietere le foglie / di una stagione che ha reciso il sole”, e pur sapendo che “Il frutto cade / del giorno ormai maturo ed è la notte”, non vado a dormire, perché lui con me rimane a contemplare il mondo, perché “se restava solo, nella sera, / si abbandonava un po’ alle sue memorie. / cespiti in boccio / voci di sorgente / occhi indomiti da equino all’età / che aveva gli anni della primavera.” Ecco la ribellione all’abbandono, gli occhi che indomiti guardano quel bambino e lo fanno vivere ancora.

Così “Giovinezza: / sortivi il tuo profumo / intento ad un sorriso dolce amaro.”, sei sempre lì, giovinezza, anche se ti abbandoni al flusso del tempo e “ti trattieni con aria indifferente / sulla panchina della piazza verde / a seminare amore.”

Insomma, non voglio parlare della tecnica poetica, della fluidità dei versi, della musicalità di questi canti. Posso solo dire quale effetto ha su di me la poesia, e in questo caso, i canti di Nazario Pardini. Mi sono quindi lasciato guidare, non ho pensato alla storia del poeta, non ho cercato il suo vissuto, perché le poesie, secondo me, non devono essere lette come un diario, ma vissute come uno sprone. Quindi ho rivissuto la mia storia, perché questi canti parlano al mio IO profondo, diventano quasi un alter ego, una guida che mi scuote, e che stimola la mia creatività, facendomi migliore.

Ringrazio Nazario Pardini per l’opportunità di leggere queste belle pagine

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Claudio Fiorentini, "Captaloona"

15 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Claudio Fiorentini, "Captaloona"

Recensione di Patrizia Stefanelli

Un passaggio per Captaloona?

Sì, grazie.

Di fronte a me un incontro, solo quello e comincia il viaggio. La risposta ad un andare verso l’ignoto. Un giorno uno scrittore mi chiese: cominceresti un viaggio senza conoscerne bene la meta? Dopo un attimo risposi: certo che sì.

Così, Galatea, che ha il nome della ninfa del mare, cara ad Omero, a Ovidio e a Raffaello, compie il viaggio della metamorfosi. Quasi da subito attraverso l’incipit il romanzo mi ha riportata a Joyce di “Gente di Dublino”, non per la storia ma per la tecnica narrativa che prediligo. Captaloona è una meta dalle molte sfaccettature in cui il fuori e il dentro si intersecano nella trama. Questa città, ha in sé il logorio della paralisi dei valori e la fuga degli stessi e dei suoi personaggi che però torneranno. Marc Mullet, torna, portando un futuro migliore, realizzando il sogno del Santo Asceta e la sua “Verità delle cose” : La via dello spirito che cerca un varco nella dittatura del sapere indotto.

La fabula e l’intreccio del racconto seguono la tecnica del flusso di coscienza. Il narratore non è onnisciente e attraverso il flashback procede semplice nella sintassi, usa intercalari come: “Mh!” , fa uso di epifanie (ad esempio l’ossessione degli specchi) e del punto di vista. Tutto si dipana attraverso i “movimenti” che l’autore indica all’inizio di un nuovo capitolo. Egli parla sempre al plurale, a pagina 21 dice : “ … che narreremo”. Sì, perché il suo ruolo è quello di presentare la realtà del romanzo, nel modo più oggettivo possibile lasciando al lettore la possibilità di comprenderla attraverso la sua percezione.

Dunque, qual è la verità delle cose? Dice Mullet: “La verità che ti sbatte in faccia ciò che sei anche quando non ti piace, e la maldicenza che ti obbliga a essere quello che non sei sulla bocca di tutti per questioni tue private, e che ti fa vittima dei loro pregiudizi” . “…dopo un po’ la verità e la maldicenza si confondono, diventando la stessa cosa”. E allora bisogna agire, giocandosi il tutto per tutto al fine di potersi guardare allo specchio senza paure.
In un giorno di pioggia, sembra farsi largo una realtà pirandelliana. In una stanza ci sono un architetto malato, una donna dalla bella voce, un fattorino col suo pacco da Captaloona e la sua ossessione per i call center e i codici in un mondo certificato da IOS… Ognuno pensa qualcosa di diverso rispetto alla realtà dei fatti ma il pacco che il fattorino reca è l’elemento narrativo che unirà la storia, l’introduzione dei presupposti e del suo fantasma.

Captaloona è il caos, nella sua descrizione tutta una serie di negazioni ci portano a ciò che non è più. Attraverso la figura della portinaia, scopriamo il peccato che non si perdona e una serie di loschi personaggi insieme alle riflessioni sulla condizione umana, legata al principio di libertà.

Le ossessioni si rivelano come un fiume in piena nel parlare della Dott.ssa Lematite. La cura stessa è la malattia; è la malattia che cura.

Nell’explicit del romanzo, la morte è l’ordine di tutte le cose in una polifonia dissonante di voci, nell’intreccio ingarbugliato della vita. Non racconterò la storia per lasciarvi il piacere di leggerla e, in conclusione, mi viene alla mente il discorso di Tacito, tratto da "Annales" VI ,22

“Ma io, quando sento dire queste cose e altre simili resto incerto se le vicende umane si svolgano per opera del fato e della necessità immutabile oppure per caso. Perciò troverai discordi i maggiori filosofi antichi e coloro che ne seguono la dottrina, e troverai che in molti è radicata l’opinione che gli dèi non si curino della nostra origine, della nostra fine e in definitiva degli uomini; e che perciò con tanta frequenza le disgrazie capitino ai buoni e le fortune ai malvagi. Altri al contrario ritengono che il fato trovi corrispondenza negli eventi, ma non per influsso dei moti astrali, bensì in base ai principi e alle concatenazioni delle cause naturali; e tuttavia ci lasciano liberi di scegliere la nostra vita, ma quando la si è scelta, la serie degli eventi che ci attendono è determinata. Né il male – ritengono – né il bene sono quelli che pensa il volgo: molti, che sembrano stretti dalle avversità, sono felici e molti altri invece, pur tra grandi ricchezze, più infelici che mai, se quelli sopportano con fermezza il peso della mala sorte, e questi fanno un uso sconsiderato della buona…”

Patrizia Stefanelli

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Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

11 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

Cos’è il cielo? O meglio, di che cielo si parla nel titolo? Non si parla certo di galassie, firmamenti, costellazioni, stratosfera, atmosfera o di zona riservata al traffico aereo. Il cielo di Luca Giordano passa dal corpo, e quindi non può essere un fenomeno meteorologico. Di che cielo parla, allora? Forse di quel luogo oltre la physis, il luogo dell’anima, il luogo della divinità.

Quel cielo contiene ciò che è celato, qualcosa che non si può vedere con occhi fisici, qualcosa di intimo che si manifesta passando da… da dove?

Qualsiasi manifestazione passa da lì.

Manifestare è rendere percepibile ciò che prima non lo era. Manifestare è dar forma, dar corpo. E tutto quanto è celato, per potersi manifestare deve prender corpo, passare dal corpo, uscendo dalla non-dimensione per entrare in dimensione.

Passa dal corpo il cielo è una metafora profonda, è il sunto della manifestazione di un mistero che ci guida nel percorso, del resto questo è la poesia: dal marasma dell’inconscio qualcosa si trasferisce nella mente e attraversa i centri nervosi fino ad arrivare alle mani per… manifestarsi…

Il cammino interiore parte dalla luce del cielo per entrare nella dimensione e nella misura, e non essere più in chi ha vissuto questa trasformazione, che ora è un codice su carta, e che chi legge decodificherà facendo un cammino inverso, partendo dagli occhi entra nella mente per poi rompere il velo, e per un attimo permettere di vedere ciò che è celato…

Luca ci vuole accompagnare in questo viaggio, e lo fa scrivendo poesie senza fronzoli, senza inutili manierismi, brevi e profonde. A volte ci sono anche delle rime, ma sono del tutto casuali, o forse volute per alleggerire il fardello di un messaggio dirompente. La scrittura di Luca Giordano è essenziale e sintetica, ed energizza la comunicazione perché, una volta raggiunta la destinazione, esplode nell’anima del lettore e lo mette davanti allo specchio delle verità profonde.

Passando dal corpo, il cielo si lascia comprimere in queste pagine, per entrare in un altro corpo e ridiventare cielo.

Del resto questa è la magia del linguaggio, l’idea diventa un codice compresso e si espande nel momento in cui arriva a destinazione. Tutta la nostra comunicazione, verbale, gestuale, scritta, visiva, musicale… vive di questo processo di compressione ed espansione. Tutta… solo che… a volte si trova chi comprime di più, e riusciamo a leggere delle poesie (ma lo stesso discorso vale per altre discipline artistiche) istantanee, fulminanti, che quando si espandono in noi prendono diverse forme e vivono di vita propria. Le leggiamo e le rileggiamo, e troviamo sempre nuovi significati… in una manciata di parole…

E a che serve usare tante parole se la sintesi è una delle maggiori qualità della poesia contemporanea, a che serve infarcire la pagina di significati quando con una pennellata di metafora ci si può lasciare andare nello Stupore?

E proprio stupore è il titolo di questa lirica…

Si muovono le foglie sfiorate dal vento.

Un lampione è nuca che s’allontana.

C’è una tristezza che toglie il respiro,

i passi ripetono un ritmo che conosco.

Alzo la testa: è meraviglia la notte.

Atmosfere, immagini, sensazioni che sono di tutti, ma che nessuno riesce a ridare, se non il poeta. Chi non si è sentito vincere dallo stupore quando, passeggiando senza meta, da solo, ha alzato la testa al cielo e… mio Dio, che bello!

Atmosfere e immagini anche nelle onde che si seguono instancabili.

Un’onda forte

Del vento di tempesta

È prima lenta

E rotolando avanza,

sale, scende

coprendo la distanza

poi maestosa alza la cresta

ed è così

che sciabordando

si sfascia la sua schiera

e arriva a riva

soltanto mormorando.

La metafora di tutte le passioni: rabbia, amore, brama, voglia, ira… cosa ne rimane quando si consuma la sua energia? Come un’onda solleva la cresta, ma poi si frange a dieci metri dalla sua fine, e il bagnasciuga è solo una carezza d’acqua e sabbia.

Chi ne è immune?

In queste poesie c’è la contemplazione della realtà come immagine dell’altra realtà, quella che passa dal corpo. Il poeta accetta le due realtà e le assimila.

E certi aspetti della realtà sono duri, impietosi.

Il libro è suddiviso in cinque capitoli, come a delineare le tappe di un percorso, una crescita che va dalla giovinezza all’addio. Non a caso la prima delle tappe non ha titolo, conta 21 poesie che contemplano la vita, la vedono intorno e la sentono dentro, riassumendola con “non s’arresta mai la vita che corre”. La tappa seconda è un momento di crescita, quasi adolescente, si intitola “mare”, e conta solo otto liriche, come il passaggio dall’infanzia all’età adulta dura circa otto anni. Il tono è pur sempre contemplativo, introspettivo, ma non c’è pietà nella crescita, e si devono affrontare le più dure realtà, si diventa grandi, poi vecchi… e il terzo capitolo si intitola “non chiamarla debolezza”, e ci accompagna per 13 liriche, un grido d’amore che dice: “arma sottile il sapere”. “Degni di un nome” ha 17 liriche che incontrano, l’altro, il diverso, e l’amore si dispiega in altro modo, dando senza chiedere, dandosi a chi, secondo noi, implora che gli si tenda la mano.

Amico down

Non uscisse quello sguardo dai tuoi occhi,

non fosse alcun difetto nel tuo corpo

non amerei di più la tua allegria.

Grato, nonostante il difetto

Fatichi ogni gioia della vita

E la godi più di quanto faccia io.

Qui c’è l’incontro con l’altro, la ricerca dell’anima dell’altro, non solo la propria, e Dio sa quanto sia difficile guardare negli occhi dell’altro, specie se l’altro è diverso.

L’ultima tappa del viaggio è “infine”, due liriche a chiusura di questo bellissimo libro, che si conclude con la promessa di un abbraccio, alla fine della strada, perché “si starà insieme oltre questi cieli”.

Claudio Fiorentini

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