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Lucio Sandon, "Il trentottesimo elefante."

24 Maggio 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Lucio Sandon, "Il trentottesimo elefante."

IL TRENTOTTESIMO ELEFANTE

LUCIO SANDON

Tre storie che si sviluppano parallelamente e in modi diversi: un ufficiale di polizia penitenziaria, un medico in Afghanistan e Amilcare, il figlio minore di Annibale. La prima storia diventa un giallo mistico-investigativo che giustifica la narrazione delle altre due, la seconda storia è invece un ottimo racconto ambientato in Afghanistan ai tempi dei talebani, e la terza, invece, è il tronco del libro, la colonna portante, la parte più sostanziosa e impegnativa, a tutti gli effetti un romanzo storico di grande pregio che scava nella realtà di un viaggio e una guerra lontanissimi nel tempo. Tre storie, quindi, lontane tra loro, ma vicine e connesse grazie a un misterioso oggetto, una sorta di croce a forma di buco di serratura, un amuleto che rappresenta il simbolo di Tanit, la dea della morte dei cartaginesi. Il libro, che alla fine si rivela un mélange di romanzo storico e thriller contemporaneo, parte infatti dai ritrovamento accidentale di quest’oggetto. Il protagonista, Angelo, di servizio a Poggioreale, si trova ad affrontare una fase della vita in cui le motivazioni sono scarse. Il caso lo costringe a rivoluzionare la sua esistenza e diventa un ignaro prescelto quando, dopo aver comprato un bidet per la ristrutturazione del bagno di casa, cominciano le sue sventure, come se quel pesante oggetto fosse portatore di sfortune e di disgrazie. In realtà quell’innocuo sanitario contiene un antico amuleto, un oggetto insignificante che sembra vivo e che sembra voler tracciare una strada all’ignaro possessore affinché i disegni del destino siano adempiuti. Si tratta proprio della croce di Tanit.

Tutto questo si allaccia necessariamente alla vicenda di Annibale, in quanto lui era devoto di Tanit e con lei ha un debito, non avendole sacrificato Amilcare, il figlio più piccolo, come voleva la tradizione. E sarà proprio Amilcare a narrare la storia della spedizione voluta dal padre, ci racconterà quel viaggio e quei combattimenti con gli occhi di un figlio, e ci svelerà perché nel titolo si cita un trentottesimo elefante quando la storia ci ha insegnato che gli elefanti erano trentasette.

La capacità descrittiva dell’autore, vincente nei tre rami della narrazione, merita tuttavia uno speciale encomio per la narrazione centrale, il romanzo storico, che è ben lungi dall’essere accademico e nozionistico. Lucio Sandon ha, infatti, la capacità di proporci una garbata quanto appassionante ricostruzione di quella spedizione senza cadere nell’accademia, e gli anni di lavoro e di ricerche che ha eseguito per poter arrivare a raccontarla non pesano sul lettore, che viene letteralmente sedotto e travolto dalla fluidità della scrittura. Diciamo che quando si legge questo libro non si legge l’autore, ma la storia.

E poi, leggendo, sembrerebbe quasi naturale che un uomo solo sia riuscito a riunire quasi centomila uomini e a guidarli per un viaggio di 5000 chilometri, affrontando rischi e fatiche d’ogni sorta e mantenendo per anni l’assoluta fedeltà del suo esercito. Immaginate, però: anni di viaggio a piedi da Cartagine a Capua, riunendo durante il viaggio altre truppe, un esercito di valorosi in terra straniera, per combattere Roma a Roma. Un uomo solo, e tutti a seguirlo… Di che fibra doveva essere fatto! Comunque è con lui, visto dagli occhi di un bambino, che arriviamo nella campagna molisana, nei pressi delle sorgenti del Volturno, dove l’esercito cartaginese fece una lunga sosta, forse di anni, e dove chissà quali misteri ancora sono nascosti. Ed è proprio lì, in quel tratto di campagna, che si concentrano tutti gli eventi che danno vita al giallo, che si verifica una serie di misteriosi omicidi, in qualche modo collegati ad una lontana scorribanda di un gruppo di giovani delinquenti finita in violenza pochi decenni prima. Le vittime sono proprio quei delinquenti, e sono tutti conoscenti del protagonista. Da uno di loro, però, Angelo riceve una lettera, ed è da quel momento che si sente obbligato a diventare non solo investigatore, ma anche investigatore dell’occulto, perché solo così riuscirà ad evitare che la spirale di morte continui la sua strada. Tutto si riallaccia ad una scelta di Annibale che, a un certo punto della sua vita, preferì gli affetti al sacrificio.

Per la natura degli eventi narrati, le presenze femminili sono necessariamente limitate; le donne, si sa, non sono come gli uomini che giocano a farsi male con le armi. Tuttavia, nella narrazione delle vicende di Angelo ve ne sono, e sono anche determinanti, a cominciare da Tanit, che è una dea, ed è una forza misteriosa che trascina gli eventi nell’abisso; poi c’è proprio una donna - anzi, una misteriosa figura che si direbbe un fantasma - la chiave che svela i segreti più infami; ed è anche una donna colei che spinge il nostro poliziotto a risolvere il caso, motivandolo ad addentrarsi nei disgustosi sentieri del malaffare e della violenza.

Insomma, siamo davanti a tre storie molto ben costruite e collegate tra loro, che compongono un romanzo di grande pregio. Scritto con un linguaggio fluido che unisce alla bellezza e all’interesse del romanzo storico una vena pulsante di mistero che lo collega ai giorni d’oggi e, in tinte di giallo mai eccessive, ci fa scoprire che quella vena pulsa ancora, e ci riporta in Afghanistan, dove una storia diversa chiede di essere raccontata e dove un intero Paese chiede di essere salvato. Ma alla fine tutto ritorna al luogo degli omicidi, dove dopo tanto orrore il nostro Angelo, finalmente, ritrova la serenità e la voglia di vivere. Buona lettura!

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