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Mario Calabresi, "Spingendo la notte più in là"

31 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Mario Calabresi, "Spingendo la notte più in là"

Mario Calabresi

Spingendo la notte più in là

Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo

Mondadori – Pag. 130 – Euro 14,50

Mario Calabresi scrive il libro più difficile della sua vita, quello che ha pensato di realizzare per anni - ogni volta in modo diverso - ma che ha sempre evitato di concepire come una replica astiosa a troppe accuse infamanti. Spingendo la notte più in là racconta la storia della sua famiglia, distrutta dal terrorismo, da un atto insensato organizzato nelle segrete stanze dell’estrema sinistra italiana, avallato da articoli di fuoco pubblicati da quotidiani come Lotta Continua. Non solo, narra altre vittime della barbarie terroristica - poliziotti, giornalisti, medici, agenti di scorta, servitori dello Stato caduti a difesa delle istituzioni -, veri figli del popolo (come diceva Pasolini) eliminati da un’elite intellettuale che giocava (con il fuoco) alla rivoluzione. Mario Calabresi è figlio di Luigi, il commissario di polizia assassinato perché qualcuno aveva costruito la leggenda del boia addestrato dalla CIA reo di aver ucciso e gettato dalla finestra l’anarchico Pinelli. Spingendo la notte più in là parla alla coscienza di tutti noi, mi fa vergognare di aver ascoltato e persino canticchiato la cialtronesca canzone di Claudio Lolli che racconta la morte di Pinelli secondo le veline di Sofri e di Lotta Continua. Mi fa ricordare che negli anni Settanta e Ottanta ci avevano convinto che la realtà virtuale del commissario assassino fosse realtà storica. Gente come Giampiero Mughini, Erri De Luca - che parlano e scrivono ancora! -, persino Adriano Sofri - che scrive su Repubblica e io mi rifiuto i leggerlo! - adesso sono venerati come opinionisti e scrittori di rango, mentre con i loro articoli, con assurde opinioni dettero via libera all’omicidio di un servitore dello Stato. Mario Calabresi non si lascia andare ad alcun desiderio di vendetta in un libro che nel finale tocca vette di pura poesia quando l’autore segue la voce del padre e del nonno e decide che tutto sommato la cosa migliora è scommettere tutto sull’amore per la vita. È l’insegnamento della madre, l’idea che ha sempre seguito convinto di non sbagliare, anche quando ha visto uscire dal carcere - persino graziati! - gente come Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. L’obiettivo del libro è quello di contribuire alla pacificazione nazionale, superare un tragico momento storico della nostra vita, quando per morire era sufficiente fare il giornalista o il magistrato, solo perché un tribunale del popolo aveva deciso la tua sorte. Mario Calabresi mi ha fatto ricordare che vedo spesso Renato Curcio alle fiere del libro, ché lui come me è un piccolo editore, manda avanti Sensibili alle foglie, realtà più conosciuta del mio Foglio Letterario, per meriti di lotta politica. Ecco, io non ho avuto nessuna vittima in famiglia da quella stagione del terrore, ma non mi è mai venuta voglia di scambiare qualche parola con Renato Curcio. Io sono un vero figlio del popolo, uno di quelli che diceva Pasolini. Non lui, dispensatore di morte e di aberranti ideologie. Grazie Mario Calabresi per questo libro. Leggerlo fa bene al cuore.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mario Calabresi, "Spingendo la notte più in là"
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Lillo Favia, "Come meta il viaggio"

30 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Lillo Favia, "Come meta il viaggio"

Come meta il viaggio

Lillo Favia

Ebook 2014

Tutto si può dire di “Come meta il viaggio”, di Lillo Favia, tranne che non sia originale. Non per il contenuto - ché pur sempre trattasi di storia maschile di sesso, droga e rock and roll – ma piuttosto per lo stile. Di solito testi di questo genere, sulla scia dei vari Kerouack, Bukowski, Carver etc, che imperversano nella narrativa odierna prodotta dai maschi dai vent’anni in su, sono scritti in un linguaggio “postmoderno” infarcito di volgarità, ormai standardizzato fino a diventare anonimo. Il romanzo di Lillo Favia, invece, gioca con le parole e porta avanti un’approfondita ricerca, non per niente egli si definisce “meccanico della lingua”. La narrazione si avvale di una prosa che sfocia nella poesia, alternandosi spesso a essa. Favia non lascia nulla al caso e l’analisi stilistica diventa esistenziale.

Per un artista, l’opera è una missione, un percorso impervio in cui rintracciare un’ipotesi di libertà. In cui provare a risolvere i propri dilemmi, le proprie paure, il proprio non saper vivere.”

Il narratore racconta la storia dell’amico Max, prematuramente scomparso. Insieme i due hanno attraversato tutti gli stadi di un vivere giovanile estremo, dal viaggio on the road, alle canne rollate, su su fino al primo buco, alla dipendenza da eroina descritta con la stesso sguardo ravvicinato di Gregory David Roberts in “Shantaram”, alla disintossicazione nella comunità di recupero Albatros, diretta dal tremendo Don Rosario, personaggio ambiguo e non del tutto positivo. Alla fine, però, i cammini dei due giovani divergono: Max perirà poiché la perdita che dovrà subire sarà talmente dolorosa e inaccettabile da poter essere sublimata solo con la morte. Prima di morire, però, egli sceglierà la strada, diventerà un senzatetto, nell’accezione più nobile del termine. La strada, più che la droga o il viaggio, incarnerà l’indagine spirituale, l’affinamento, la libertà da ogni sovrastruttura, il percorso dentro se stessi.

È solo grazie al suo intuito se ho potuto intraprendere questo esaltante percorso letterario, questa impagabile auto-analisi”

Sorge il dubbio che Max sia l'alter ego del protagonista, e il “Max pensiero” ciò che il protagonista pensa o vorrebbe pensare. Max è quello che il protagonista diventerebbe se andasse a fondo nell’autodistruzione, nella trasgressione, nell’annullamento dei legami civili: amicizia, amore, famiglia, dogma. E il rapporto che li lega è indefinibile, quasi una sorta di amore platonico che supera e sublima ogni vincolo con l’altro sesso.

Ambientato negli anni 80 e 90, fra la Puglia, l’Olanda e vari altri luoghi, il romanzo mostra una vera e propria ossessione per le date, quasi a voler fissare i momenti, a voler imbrigliare e catalogare una vita che appare senza direzione, dando senso alla morte. E la morte, si scoprirà, è un diritto, un atto di estrema affermazione di sé:

Sono pronto ad affermare che Max aveva tutto il diritto di decidere il proprio futuro, di arrogare volontà di vita o di morte sul proprio tempo. Mi vergogno come un assassino per aver messo in discussione il suo libero arbitrio. Ora che ho viaggiato fra i suoi tormenti, tra le sue scritture, tra i suoi ricordi; ora che assaporo in pieno il proverbiale respiro della parola “vita”: riesco a percepire la sua condizione di neo giovane Werther.”

Scrittore e musicista barese, Lillo Favia sembra optare per la commistione di generi e stili in modo sperimentale. Ed anche questa pare essere una caratteristica degli artisti di ultima generazione, cioè la multimedialità e la mescolanza della scrittura con altre forme d’arte, dalla musica, al canto, alla danza. C’è una miscela fra un “basso” – la vita randagia, le crisi d’astinenza, il sesso a pagamento –e un “alto” costituito dai frequenti abbandoni lirici della prosa.

Partimmo a notte fonda, all’ombra di un cielo nero. L’aria era farcita di quei tipici sapori del litorale pugliese, le alghe fresche allineate dal grecale, l’ulivo, il pino marittimo, le effusioni di terra d’argilla rossa e rosmarino si rincorrevano e mischiavano lungo la lingua d’asfalto.”

Certo è che non sempre la mistura di tecniche e forme espressive (fra appunti, dialoghi, brani di diario, versi lasciati in giro da Max come indizi) riesce ad apparire funzionale, capita di chiedersi se non si sia voluto accogliere tutto (troppo) senza saper tralasciare o, come minimo, amalgamare, e nasce il sospetto di possibili incursioni nel diario privato dell’autore.

Nel complesso un lavoro scorrevole, nonostante la sperimentazione, che non annoia ma, piuttosto, mostra un notevole sforzo di elaborazione linguistica, non comune di questi tempi e senz’altro positivo.

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IL COLPO CONTRO IL PORTONE

29 Luglio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL COLPO CONTRO IL PORTONE

Il protagonista di questo racconto di Kafka passeggia con la sorella. Fa caldo. Passano davanti al portone di un cortile. Sono in una zona a loro non nota. La giovane bussa al portone (o forse accenna a farlo). Un gesto banale, semplice, scherzoso. Eppure quasi subito c’è la percezione che le conseguenze saranno durissime. La gente del posto li guarda con aria di disperazione, come se la coppia fossero già condannata. Il ragazzo sorride e ostenta tranquillità; il fatto, apparentemente insignificante, si può facilmente spiegare. Solo delle persone ignoranti come quelle del luogo possono agitarsi tanto senza motivo. Ma un gruppo di cavalieri armati di lance poco dopo si mette al loro inseguimento. C’è anche un giudice tra loro. La ragazza riesce a dileguarsi. Il giovane viene raggiunto e condotto nella casa di un contadino. L’ambiente è davvero inquietante: “Grandi pietre per il pavimento, scure, parete grigia, nuda, non so dove un anello di ferro murato, e nel mezzo qualcosa tra il pagliericcio e la tavola operatoria”. L’arrestato credeva come cittadino di poter chiarire ogni cosa e addirittura di uscirne con tutti gli onori (anche il protagonista del Processo ha pensieri simili e ugualmente fallaci). Ma dopo essere entrato in questa prigione, dispera di salvarsi. Scopre di non avere diritti o tutele, ma solo colpe.

Colpisce la sproporzione tra il “misfatto” e la punizione; oltretutto il gesto potrebbe non essere mai stato compiuto. Sembra venga punito il presunto significato dell’atto; anche l’accennare a bussare a una casa importante è uno sberleffo o una piccola manifestazione di ribellione che un potere assoluto e paranoico non può tollerare. Il gesto è avvenuto in pubblico e questa è un’aggravante. La dura reazione seguente confermerà lo status quo; nulla deve cambiare, solo la sottomissione viene permessa come la gente del posto ha capito, a differenza dei due giovani che sono forestieri. L’ignoranza della legge non è una scusante sufficiente. Il portone è intoccabile in quanto allegoria di un contesto (con le sue gerarchie) che è esso stesso intoccabile. Impressiona anche l’istantaneità dell’intervento “giudiziario”; tra i cavalieri che arrestano il ragazzo c’è anche un giudice che quindi non sembra una figura terza. Non può esserci scampo per il “colpevole”.

Basta così poco per essere sanzionati? A volte è sufficiente uno sguardo duro.

Nel 1917, all’indomani del disastro di Caporetto, nel padovano avvenne un gravissimo episodio. Si voleva imporre all’esercito la massima disciplina in un momento drammatico in cui il nemico aveva occupato parte del suolo nazionale. Il generale Graziani, nominato da poco Ispettore Generale del Movimento di Sgombero, nel pomeriggio del 3 novembre, fece fucilare contro il muro di una casa un artigliere; il militare venne arrestato mentre sfilava con il suo plotone, reo per Graziani di averlo guardato con atteggiamento di sfida e di avere il sigaro in bocca. Il generale aveva pieni poteri, di cui fece varie volte ampio uso.

Forse il giovane non mostrò soggezione davanti al superiore, forse il suo sguardo non fu abbastanza deferente; anche in questo caso, come per il colpo al portone, non è chiaro cosa sia accaduto e abbia portato a una simile reazione. Bastò comunque un nulla perché Alessandro Ruffini, di anni ventitré, finisse fucilato, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale di Noventa Padovana.

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Un giorno di ordinaria follia

28 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un giorno di ordinaria follia

Suona il telefono e sul display compare numero privato. Non è un parente stretto, ergo il cuore accelera.

“Salve, sono dell’associazione culturale tal dei tali, la contatto in merito a quegli articoli che lei ha scritto.”

“Ah… ehm… guardi, non è che io sia proprio un’esperta dell’argomento, cioè… ho letto qualcosa… mi sono informata…”

(Oddio, per chi mi ha preso questo? Oddio, forse mi crede più di quel che sono, in fondo ho solo fatto qualche ricerca, ho letto Wikipedia, oddio non sono assolutamente all’altezza… stai a vedere che ho scritto un mucchio di cazzate e questo vuole sconfessarmi.)

“Vorremmo incontrarla di persona.”

(Ma che bisogno c’è? Ma non vi basta quello che scrivo? Cos’è questa necessità che hanno sempre i babbani di vedersi, d’incontrarsi, di bere un caffè insieme?)

“Ehm… ma per quale motivo, scusi?”

“Noi facciamo delle conferenze.”

(Conferenze???!!! Io?!!!!!) “Sa… io avrei un problema a parlare in pubblico…”

“Che vuole che sia! Ma non si preoccupi, siamo tra amici!”

(Ma io nemmeno tra amici.) “Mi dispiace, sono molto timida.”

Risata: “Eheh, le allestirò un confessionale, va bene?”

(Ha ragione Claire: i babbani non capiscono, non capiranno mai. E ridono. E mi tocca fingere di divertirmi anch'io.) “Ah… ah…”

“Le do il mio numero.”

(‘Cazzo me lo dai a fare? Non ti chiamerò mai!)

“Ci conto, eh, mi chiama?”

“Uuugh…"

“Allora quando ci vediamo?”

(Ma non ti voglio vedere, non ti voglio parlare, non voglio vedere nessuno, sto male anche solo a risponderti al telefono, odio il telefono, datemi una pala che mi scavo un buco e mi ci seppellisco.)

"Ok, va bene, la chiamerò".

***

Con mio marito andiamo a mangiare un panino fuori. All'improvviso, entra un gruppo di colleghi suoi che hanno scelto proprio oggi per festeggiare lì non so cosa. Me li ritrovo tutti schierati che ci fissano immobili e sornioni, sembra il tribunale dell’Inquisizione, l'imbarazzo esplode, non so più dove guardare, mi entra un giramento di coglioni a bestia, dico: "Vado a prendere un po' d'aria" e schizzo fuori a razzo senza salutare nessuno, mangio il panino all'addiaccio, su un tavolino bagnato di pioggia. Mio marito è costretto a lasciare gli amici, a raggiungermi con aria impietosita e compassionevole. All’aperto fa meno venti, la salsa verde si congela, le melanzane mi si fermano sullo stomaco, la mia autostima si sgretola mentre rimugino su cosa staranno pensando di là gli amici di lui.

***

E per concludere, alcuni consigli.

Ricorda che anche gli altri hanno paura, però non ne fanno un dramma.

Muoviti lentamente, fai tutto con più calma del normale. Tanto apparirai comunque schizzato.

Non restare impalato mentre ti fissano, tieni a portata di mano un giornale da sfogliare (alla diritta!) o un cellulare da cui fingere di inviare sms.

Se devi telefonare a qualcuno, preparati su un foglio le domande da fargli.

Se arrossisci e sei una donna, puoi sempre dire di avere le caldane. Sforzandoti, magari riesci a dimostrare più di quarant’anni.

Ogni tanto lascia che siano gli altri a provare imbarazzo per primi. Perché sempre e solo tu?

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IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

27 Luglio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

“L’imperatore ha mandato a te, a un singolo, a un misero suddito (…) proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.

Inizia così questo breve racconto di Kafka, all’insegna di un’eccezionalità; il sovrano, il “sole imperiale”, giunto alla fine dei suoi giorni, intende comunicare con un anonimo suddito, scelto in base a oscuri criteri. Si fa ripetere il testo dettato al messaggero che poi finalmente può partire. Nella reggia sono state abbattute le pareti per permettere a tutti i dignitari di vedere l’illustre morente. Da qui in avanti si insiste sull’impossibilità che il messaggero possa eseguire il suo compito; troppo grande il palazzo, troppi i corridoi e i cortili affollati da superare. Sempre nuovi spazi si frappongono tra il pur determinato inviato e l’uscita dall’immensa reggia. Questa situazione ci ricorda il paradosso di Zenone, usato per negare il movimento in una corrente della filosofia greca preplatonica. L’esempio del paradosso è quello di Achille e della tartaruga: in una ipotetica gara, l’eroe omerico non potrebbe mai raggiungere l’animale, poiché per farlo dovrebbe coprire la metà della distanza che lo separa da esso, ma prima ancora la metà della metà della medesima distanza e così via. In questo modo, si negava il movimento. Anche l’inviato non riesce mai a coprire la distanza necessaria; nemmeno è in grado di uscire dalle stanze gremite di cortigiani. Anche se ci riuscisse, ne troverebbe altre e poi ancora mille cortili. Inoltre, con il messaggio di un morto, nessuno potrebbe mai passare. Il movimento, ma anche la possibilità del comunicare, sono atti impossibili. Il sovrano ha atteso troppo per cercare un rapporto con il “basso”; il vertice, il sole, la città imperiale sono un mondo chiuso e autoreferenziale. Questo è il centro del mondo e sembra non sapere cosa farsene del mondo stesso. Ricordando in generale la poetica di Kafka, viene da pensare che non sia compito del potere parlare con i sudditi. Nemmeno quando il potere cerca una comunicazione con l’esterno, vi riesce. Il tentativo appare velleitario e patetico; forse il sovrano, conscio delle difficoltà estreme, si è deciso solo in punto di morte a compiere questo passo, non avendo ormai nulla da perdere.

Eppure le ultime parole del testo, rivolte al suddito, ci spiazzano: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Si tratta di una conclusione distensiva e all’insegna della speranza. Il messaggio non può giungere, ma lo sconosciuto attende sereno e la sua mitezza è in netto contrasto con il caos del palazzo imperiale.

Ma su cosa poggia questa tranquilla attesa? Si tratta, evidentemente, di un atto di fede che non ha bisogno di prove concrete per credere.

Il cristiano Tertulliano ci ha lasciato a riguardo una frase bella ed enigmatica; "credo quia absurdum”. Credo poiché è assurdo. Credere con gli occhi della fede, dato che quelli della razionalità nulla vedono.

Si fa comunque capire che l’uomo attende il messaggio, dopo che si è spiegato che il messaggero aveva un compito ineseguibile. Perciò, stante questa impossibilità, come può il suddito sapere che dal remoto palazzo è in arrivo un testo destinato proprio a lui, “minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale” ?

Non può essere l’ingenuità di un animo semplice; deve esserci qualcosa a giustificare questa attesa. Forse un muto dialogo interiore si è svolto tra l’uomo e il sovrano (o il suo Dio); esiste allora anche un rapporto privo di intermediari, una relazione senza messaggeri, diretta e autentica. Qualcosa che non conosciamo deve essere avvenuto, un evento che si può solo ipotizzare, ma mosso da una forza enorme che va oltre i lacci e lacciuoli che spesso nella realtà imbrigliano ogni volontà positiva e fermano le buone intenzioni

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Elisabetta Calzolari, "Sguardi sull'acqua"

26 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Elisabetta Calzolari, "Sguardi sull'acqua"

Elisabetta Calzolari

Sguardi sull’acqua

Storie di guerra nella Bologna dei canali

Pendragon – Euro 14 – Pag. 190

Elisabetta Calzolari pubblica il suo primo romanzo con la bolognese Pendragon, dopo aver dato alle stampe una raccolta di racconti (Lungo la strada scritta, 2004) con un buon editore come Fernandel. Un romanzo corale ambientato a Bologna, luogo che conosce bene, composto dai ricordi della Resistenza e dalla vita quotidiana dei protagonisti, distrutta e lacerata dalla guerra civile e da un conflitto ancora lontano da finire. L’autrice si confronta con mostri sacri della narrativa italiana che si sono occupati di Resistenza, da Emilio Lussu a Cesare Pavese, passando per Elio Vittorini, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio. E non sfigura per niente. Leggere la sua prosa forbita ed elegante, mai eccessiva, ma sempre misurata e consona alla materia narrata, equivale a veder scorrere sul grande schermo sequenze oniriche di Roma città aperta di Roberto Rossellini. Rivediamo Anna Magnani sconvolta, capelli al vento, rincorrere la camionetta tedesca che porta via il suo uomo per finire falciata dai colpi della mitraglia. verso un triste destino. Neorealismo narrativo che copre gli anni 1943 - 45, corredato da foto d’epoca in un suggestivo bianco e nero, scandito dal leitmotiv dell’acqua, fiumi o canali che bagnano Bologna, e lasciano tracce di vita, disseminano speranze di un futuro migliore. Sì, perché la guerra finirà, come canta la canzone, il sale abbonderà, il pane bianco tornerà in tavola, il popolo potrà ancora sperare. Storie bolognesi d’acqua e canali, racconti di Resistenza e di guerra civile, ricordi comuni alla nostra gente, emozioni per non dimenticare, utili per i ragazzi che non hanno conosciuto e per genitori distratti che non hanno raccontato. Quando la memoria dei nonni non basta, perché ormai affievolita, soccorrono i veri scrittori che cercano di raccontare il nostro passato. Elisabetta Calzolari ci riesce bene, con stile sopraffino, verga con periodare incalzante racconti di partigiani, alleati che avanzano, fascisti che stringono accordi con gli invasori, uomini comuni che soffrono, lottano e sperano. Un romanzo che chiedeva con forza di essere raccontato, una testimonianza per le nuove generazioni. Da leggere a scuola.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Domenico Cosentino, "Midnightwalker"

25 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Domenico Cosentino, "Midnightwalker"

Midnightwalker

Domenico Cosentino

Palladino Editore 2014

pp 156

8,00

Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie.” (citazione dal sito www.domenicocosentino.it)

Infatti, non lo facciamo. Può coesistere il bello e il brutto in un solo volumetto, ci chiediamo piuttosto? Sì, e ve ne porgiamo un esempio diretto, molto più immediato di qualsiasi spiegazione.

Collusion

Mangio il tonno in scatola della

Dicoop

direttamente nella scatoletta

di metallo,

affacciato al balcone

con il vento che mi asciuga il

sudore

osservando il cavalcavia

dove i marocchini vanno a

pisciare di notte

le foglie marciscono e diventano

gialle.

Le finestre dell’asilo comunale

Hanno tutti i vetri rotti

Come gli spazi tra i denti

Di quei vecchi

Che hanno fatto la guerra

E i loro occhi

Sono ancora pieni di stupore.

Gipsy King

Le zingare si lavano la fica

Nei bagni dell’università.

Con il piede poggiato sul

Lavandino

E la gonna lunga a coprire

Le vergogne,

strappano fazzoletti di carta

e se li passano sulla fessa,

velocemente.

Come se stessero facendo

Una sega ai propri uomini.

Alle 8.30 del mattino,

con il sapore del caffè ancora

in bocca

freno un conato di vomito,

giusto in tempo.

Fuori ragazze

Con la “S” pronunciata

Squittiscono,

mentre il sole bacia

le loro tette abbronzate

come provole affumicate.

Ho infranto la mia promessa

Di non venire più

All’ateneo

E ora me ne pento.

Tutto questo

Per una

Maledetta

cacata.

Ok, qual è secondo voi la migliore di queste due poesie che convivono in “Midnightwalker” di Domenico Cosentino? Certamente la prima. Perché? Ma per le mille ragioni subliminali attraverso cui la poesia vera va dritta all’anima tramite scorciatoie intuitive. La seconda, invece, è brutta. Non ci sono altre parole per definirla, brutta e basta.

Ecco, il volume di Cosentino, che egli definisce “raccolta di pessime poesie” è una commistione – tanto di moda oggigiorno – di prosa e poesia, miniracconti senza capo né coda, e versi intervallati da parentesi quadre a segnare gli enjambement, ma anche di pezzi belli e brutti, come se non fosse in grado di distinguere, non volesse rinunciare a nessun appunto preso, a nessuna riflessione sgorgata, oppure, più sottilmente, volesse denudare un’anima fatta di contrasti, di poesia e volgarità, di sublime e repellente.

Le poesie sono discorsive, i racconti vagamente lirici. Alcuni testi in prosa raggiungono una quasi compiutezza da novella, altri sono abbozzi, divagazioni, versi scritti uno di fianco all’altro, semplici enunciazioni, quasi che il protagonista si affacci ad una ipotetica finestra e ci racconti quel che vede e come lo vede, o, meglio, come lo sente, confessando i suoi pensieri segreti, i suoi tormenti, spesso oggettivati in cose concrete o in gesti snervati, senza nemmeno cercare aiuto o soluzione, piuttosto come un dato di fatto, un’esposizione di quadri e stati d’animo precari. Squallide camere d’albergo, cavalcavia, musica in sottofondo, fumo, saracinesche chiuse.

Il tema è la solitudine di un uomo che probabilmente si trova a vivere suo malgrado una vita da immaturo, fra sigarette, onanismo, amori non corrisposti o finiti, lutti e perdite familiari, rimorso, tempo che passa sprecato. Camere d’albergo da pochi euro, domeniche solitarie, il sesso come opposto della comunicazione, gesto non compiuto, voglia di toccare senza poterlo fare che si risolve nell’atto consolatorio di masturbarsi in un lavandino. Gli affetti, i ricordi, i rimpianti, i rimorsi per le parole non dette (e sono i momenti più alti) si condensano in figure di familiari che non ci sono più o che stanno per andarsene, la scoperta della malattia acuisce ancor più una solitudine vissuta come estrema, incolmabile. Chi è vicino non capisce e non capirà mai l’autoemarginazione, il disagio interiore, la tortale estraneità al resto del mondo.

Il ragazzo è diventato anche lui adulto. Porta con sé la solitudine di chi soffre, perché anche lui ora sta soffrendo maledettamente, ogni giorno a ogni ora. Nel reparto dell’ospedale o nel suo letto. Quando finge di sorridere, quando sta con gli altri, ma gli altri non lo possono capire. Ora il ragazzo è un adulto solo. La solitudine di chi soffre.” (pag 94)

Le cose si capiscono sempre dopo. Quando tu devi affrontare le tue disgrazie e le tue battaglie e capisci che sei da solo e che quella solitudine è davvero forza. Ma questo o comprendi dopo. Sul momento pensi solo a lamentarti e compiangerti.” (pag 65)

Cosentino scrive bene, è un dato di fatto. Dovrebbe solo avere il coraggio di fare il salto di

qualità, non accontentarsi di mettere su carta i propri sentimenti, le illuminazioni, ma costruire qualcosa di più. Nel pezzo intitolato “Anche quello era amore” ci è quasi riuscito.

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In giro per l'Italia: Carovilli

24 Luglio 2014 , Scritto da Flaviano Testa Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Carovilli

Fotografie di Flaviano Testa

Le fotografie sono quelle di Flaviano Testa e oramai abbiamo imparato a conoscere i suoi scatti e il fascino che riesce a trasmettere consentendoci di avvicinarci a luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini. Ci ha presentato attraverso le sue fotografie alcuni dei paesi più caratteristici del Molise illuminando col suo attento obiettivo angoli e scorci panoramici di grande fascino. Oggi è la volta di Carovilli, un paese dell'alto Molise che sorge sulle pendici del monte Ferrante. Un luogo fresco che profuma di montagna e semplicità. Le specialità del posto sono il tartufo bianco e i formaggi locali, piaceri genuini, gusto della naturalezza come passeggiare per il tratturo montano che lo attraversa. Il paese sorge a oltre 800 metri di altezza sul livello del mare, nel cuore della provincia di Isernia, sprofondato in una distesa vastissima di boschi con una ricca vegetazione di cerri, carpini, noccioli e agrifogli. Minimale, elegante, il fascino di Carovilli è nascosto nella cura per i dettagli: un balcone fiorito, un tetto di tegole rosse che d'inverno si copre di neve, una ragnatela di strade fatte di pietra. Semplici e graziose le facciate delle piccole case, dalle quali arrivano i profumi della cucina di montagna, a base di funghi, formaggi e insaccati, del pregiato tartufo bianco locale e del caciocavallo prodotto ancora artigianalmente. Le origini di Carovilli, come quelle di molti paesi molisani, risalgono al periodo sannita, nel paese si conservano ancora residui delle antiche mura che cingevano la città. La frazione di Castiglione conserva i ruderi della chiesa di San Nicola, caratteristica la piazza principale con la fontana di Bacco giovane, una gemella è ubicata a Camerino e da visitare la chiesa di San Domenico dei Serpari. Un'oasi di verde, una passeggiata rilassante, ringraziamo Flaviano Testa in attesa delle prossime fotografie.

In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
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Ali di carta

23 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Ali di carta

Hai voglia, hai voglia a dire “circoscrivere, delimitare, convivere”. Se la tua vita è una merdata per colpa della fobia sociale, pensaci a vent’anni, perché a cinquanta ti ritroverai come me, ospite in casa tua, senza niente che ti sia costruito col sudore della fronte, senza dignità, a dipendere da mamma per la paghetta e a mandarla a fare in culo perché è tutta colpa sua se sei come sei. È vero, è colpa sua e a cinquant’anni, cinquantrè per la precisione, ormai “ce n’hai per tre caate”, come diciamo qui, e la dignità non viene più. Ma tu, fobico ventenne, salvati, pensa che le cose non arrivano da sole, non arriveranno certo quando sarà tardi.
Tua madre ti ha trasmesso la sfiducia, la paura, la disistima, non ti ha dato le ali e ora non voli e non volerai mai più, ti ha fatto capire che tutto è inutile, che non ne vale la pena, che “cosa lo fai a fare, cosa ci vai a fare, tanto non sei adatta, non sei capace, tanto finisce male, tanto non serve a nulla”. E' uguale a te, ha le stesse fobie, le stesse chiusure, la stessa solitudine estrema, ti ha insegnato a non aprire la porta, ti ha fatto sentire in colpa se invitavi un amico a casa, ti considerava brutta, sciatta, inadeguata. Eri sempre troppo grande, troppo frivola, non abbastanza seria, non abbastanza carica di doveri, o pronta a sacrificarti.
Costruisciti due ali di carta, fobico ventenne, attaccatele con lo sputo sulla schiena, sali sul davanzale e lanciati nel vuoto. Se ti sfracelli, almeno sarà stata una scelta tua.

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Vite spezzate

22 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Vite spezzate

Sono appassionata di storia, mi soffermo volentieri sulle notizie riguardanti la seconda guerra mondiale e ascoltavo, fin da piccola, i racconti dei nonni sulle battaglie avvenute nel nostro territorio preferendoli alle fiabe dei fratelli Grimm. E' facile dunque intuire quanto mi sia lasciata prendere dal racconto letto nella raccolta anastatica (2000-2009) del “bafion” un giornalino a tiratura locale, trovata per caso in una sala d'aspetto del mio dentista. Nel cimitero di Conselice, giusto alla sommità della 13a arcata del porticato, c'è una lapide con incisi i nomi di quattro giovani morti durante la guerra in terra di romagna: Carlo Quadrati, Mauro Monopoli, Costante Viviani e Franco Lualdi, tutti appartenenti al Battaglione Lupo della X Mas e morti nel 1945, mentre combattevano lungo l'argine del Senio. Il Battaglione Lupo fu costituito tra il gennaio e l'aprile del 1944 a La Spezia e così chiamato per ricordare le gesta eroiche della torpediniera “Lupo”, che era affondata combattendo al largo della Tunisia nel dicembre 1942 (quando già aveva avuto lo stendardo decorato di medaglia d'argento al V.M per un combattimento navale del maggio 1941) Dopo aver operato sull'appennino ligure-emiliano e in Piemonte, l'unità, nel dicembre del 1944, venne schierata contro gli angloamericani sul fiume Senio, in romagna. Furono tre mesi di scontri durissimi, in prima linea senza avere il cambio, contro forze enormemente superiori, soverchianti e le compagnie subirono un altissimo numero di perdite. Nel marzo del 1945 il reparto venne ricostituito e il 20 aprile tornò in linea, per combattere l'ultima disperata battaglia contro il nemico oramai dilagante. Poi venne la resa il 30 aprile, in Padova e il successivo internamento dei componenti del battaglione “Lupo” nel campo 211P.O.W. di Algeri e quindi a Taranto, dove il 16 aprile1946 il comandante Strippoli sciolse l'unità. Vi ho citato brevemente la storia del Battaglione “Lupo”, poiché le vicende umane dei quattro giovani venuti a morire nella campagna romagnola, sono strettamente legate allo stesso. Infatti nel resoconto del comandante Strippoli sullo schieramento del suo battaglione sul torrente Senio, viene raccontato: “Ai primi di gennaio del 1945 la 1a Compagnia si spostò ad Ovest di Alfonsine, lungo l'argine sinistro del Senio, dove da parte nemica era molto intensa l'attività delle pattuglie” e dove Mauro Monopoli offertosi di individuare uno dei centri di fuoco che controllavano le nostre posizioni, consapevolmente e con coraggio, si avventurò su un campo minato... si abbattè al suolo colpito dallo scoppio di una mina.” Nel resto del racconto si trovano notizie anche su Franco Lualdi. “È nel settore di Fusignano dove operava la 2a Compagnia che nella notte dal 15 al 16gennaio 1945 il guardiamarina Cardillo e il sergente Lualdi uscirono dalle linee per un'azione di pattuglia, ma scoperti e bersagliati dal nemico si abbatterono gravemente feriti. Ritrovati da un'altra pattuglia e trasportati in ospedale successivamente vi decedettero.” I quattro giovani erano stati sepolti in un primo momento nel cimitero di guerra tedesco, costruito provvisoriamente nella zona dell'attuale cimitero, poi furono riesumati nel luglio del 1962 e, quando i caduti germanici vennero trasferiti nel sacrario tedesco del passo della Futa, loro furono tumulati in Conselice, dove oggi però riposano solo solo i resti di Costante Viviane e Franco Lualdi. Infatti dai documenti trovati in municipio è stato possibile verificare che dopo le ricerche fatte sulla provenienza dei soldati per restituire le salme alle famiglie di origine: i resti di Carlo Quadrati erano stati trasferiti nel giugno 1970 al cimitero di Massa Carrara, quelli di Mauro Monopoli nel marzo 1970 a Pisogone. Nei dati riportati, il foglio dell'anagrafe recitava così: classe 1926, deceduto l'8 febbraio 1945 in comune di Conselice, residente a Pisogone di Brescia,operaio, celibe, di anni 19 nato da Natale Monopoli e Mastromauro Anna. Ulteriori ricerche svolte a Pisogone hanno poi permesso di rintracciare ancora in vita Luciano Monopoli fratello di Mauro, nato nel 1940. “Avevo quattro anni” ricorda nel corso di una comunicazione telefonica” quando mio fratello si arruolò nella X MAS- 1a Compagnia, Battaglione Lupo. Dopo l'8 settembre del 1943 molti si erano trovati davanti alla scelta di diventare disertori, oppure arruolarsi nell'esercito della RSI, i miei mi raccontarono che mio fratello fece volontariamente quest'ultima scelta. Finita la guerra mio padre, morto poi nel 1957 e mia madre, deceduta alcuni anni fa, fecero ricerche e solo nel 1970 venimmo a conoscenza che mio fratello era sepolto a Conselice. Mia madre potè così finalmente piangere e pregare sulla tomba di Mauro.” Oggi dopo aver letto questa storia, ho sentito il dovere di recarmi sulla tomba dei due soldati in grigioverde a posare un fiore."

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