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Una vampata d’amore (1953) di Ingmar Bergman

16 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

 

Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl - Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg. Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell.

 

Una vampata d’amore - meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni - non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35 mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.

Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg) è il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie - che rimpiange non per amore ma per la vita borghese - con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.

Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. La sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.

Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma - narrato in un breve flashback - per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.

 

 

 

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Karl Marx recensisce Dark Shadows di Tim Burton

11 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Collins (Johnny Depp) è un conservatore, un succhiasangue vetero-capitalista affermatosi durante la rivoluzione industriale inglese, costretto ad essere eternamente assetato di profitto a causa della maledizione inflittagli da una tizia con la brutta faccia di Eva Green, nel ruolo di Angelique Brochard, domestica respinta, che rappresenta il tormentoso pungolo dell'economia capitalista, l'economia capitalista stessa, nonché i conflitti inter - e intra- classisti. Barnabas, infatti, in quanto sfruttatore, vive del sangue degli operai, che ammazza e drena non appena affrancato dalla prigionia della bara in cui è costretto da un paio di centinaia d'anni, e, in quanto conservatore, disidrata di plasma ed emoglobina gli hippie rincoglioniti che sognano un mondo differente, basato su pace e su amore. Pace e amore che, incarnati nell'oggetto del suo più puro desiderio, Barnabas ha perso proprio a causa della persecuzione inflittagli da Angelique: la domestica, in realtà una strega, nel prologo si vendica del rifiuto ipnotizzando la di lui amata, e inducendola a gettarsi dalla scogliera.

Il personaggio di Eva Green, che ritroviamo negli anni settanta (del 20° secolo), è un simbolo inconscio polivalente che rappresenta ulteriori due questioni psico-economico-sociali: nel prologo, le classi subordinate rigettate dal benessere elitario, che cercano vendetta, quindi la cattiva coscienza di Barnabas, nonché, nella contemporaneità, la rivalsa femminista contro la discriminazione sessuale – la conquista di nuovi ruoli sociali per la donna. La lotta di Collins contro Angelique è scontro intra-borghese, nel momento in cui lei diventa suo rivale sul mercato, tentando di conquistarlo, ma anche nostalgia conservatrice di un mondo in cui la donna non intraprendeva, e l'uomo dominava – l'era patriarcale. Nel complesso emerge la lucida consapevolezza politica di Burton, che condanna e fa condannare dalla storia lo stesso protagonista del film, nonché la sua finta nemesi - in realtà a lui affine. Difatti "ora gli mostrerò quel che siamo veramente", è ciò che esclama trasparentemente Birbaba, accingendosi a rivelare la propria vampiritudine assieme alla natura stregonesca di Angelique. Ed è lui stesso che riconosce la propria ipocrisia e crudeltà, menzionando le stragi operaie e controculturali da lui commesse, e analizza come ciò sia ineluttabilmente legato al rapporto con la sua amante e torturatrice. E comprende come l'unica soluzione possibile sia la distruzione di questo rapporto, e la creazione di uno nuovo - basato sull'amore - per transitare dal capitalismo al comunismo - nonché per distruggere le lunghe ombre oscure che infestano la dimora della famiglia borghese e i suoi sanguinari e cinici segreti - frutto marcio della falsa coscienza.


Uno spettro si aggira per il mondo, terrorizzando l'orrore capitalistico. E' lo spettro di Tim Burton.

 

Karl Marx und Friedrich Engels

articolo tratto da Das Kapital KinoRezension (edizione del maggio 2012)



 

 

Karl Marx reviews Tim Burton's Dark Shadows

 

“For some blood means a life of wealth and privilege, for others a life of servitude.

(Barnabas Collins)

 

Barnabas Coffins (Johnny Depp) is an oldcon, a veteran capitalistic bloodsucker which established himself during the English industrial revolution, compelled to be eternally profit-thirsty due to the curse inflicted on him by a gal with Eva Green's ugly face, Angelique Brochard, representing the tormenting goad of capitalistic economy, capitalism itself, as well as the clashes among and inside the social classes. Barnabas, in fact, being an exploiter, lives by the workers' blood, which he kills and drains as soon as he is enfranchised from the prison of the casket, and, being a conservative, he dehydrates of their plasm and hemoglobin the idiotic hippies dreaming of a different world, built on peace and on love. Peace and love which, incarnated in the object of his most pure desire, Barnabas lost precisely because of the persecution Angelique inflicted upon him: the maid, in truth a witch, in the proloque takes revenge for the rejection by hypnotizing Barnabas's loved one, and inducing her to jump from a cliff.

Eva Green's character, which we find again in the seventies (of the 20th century), is an unconscious and polyvalent symbol representing another two psycho-socio-economical issues: in the prologue, the subordinated classes rejected by the elitarian welfare and wealth, seeking revenge, therefore Barnabas's bad conscience, and, in addition, in the contemporary world, a feminist fight against sexual discrimination – the conquest of new social roles for women. Coffins's fight against Angelique is an intra-bourgeois clash, since she becomes a rival on the market, but also the conservative ache for a time when women didn't take up a career – a homesickness for the totally male-dominated patriarcal era. Overall, we see the emerging of Burton's clear headed political awareness, which condemns and makes history condemn the very protagonist of the movie, as well as his false nemesis – in reality, as a matter of fact, akin to him. Sure enough “now I will show them what we really are” is what Barnaby transparently exclaims, preparing to reveal to the public his vampiresque attitude and the witchy nature of bitchy Angelique. And it's he himself who recognizes his own hypocrisy and cruelty, mentioning the workers' killing and the countercultural slaughter that he commited, and analyzes how this is inevitably connected to his relationship with his lover and torturer. And he realizes that the only possible solution is the destruction of this relationship, and the creation of a new one – based on love – in order to transit from capitalism to communism as well as destroying the long, Dark Shadows which haunt the bourgeois family's abode and its sanguinary and cynical secrets – false conscience's festering fruits.

A ghost wanders about the world, terrorizing the capitalistic horror. It's the ghost of Tim Burton.

 

Karl Marx & Friedrich Engels

taken from Das Kapital KinoRezension (may 2012 issue)

 

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King Kong [Peter Jackson, 2005]: l'orrore della noia graficocomputerizzata.

6 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Il film parte come una commedia, con un Frank Joe Jack Black, o come si chiama, che conserva qualche sprazzo della sua solita ilarità, per poi diventare una specie di Heart of Darkness, di Cuore di tenebra, citato del resto nel film, edificando lentamente una tensione misteriosa, fino ad un approdo isolano vagamente alla Arthur Gordon Pym.
Fin qui, bello. Dal sacrificio in poi, e dall'apparire del "protagonista" inizia una discesa qualitativamente vertiginosa, ci si trova incastrati in uno di quei moderni incubi cinematografici in cui hanno assunto un equipe di programmatori di Playstation per girare il film, che sbanda verso un Jurassic Park mediocre e tecnicamente fatto un po' male con mostri e umani mal amalgamati, che corrono su piani diversi, come se fosse un aggiornamento all'era della computer grafica dei vecchi film mitologici con mostri di pongo o delle sequenze automobilistiche di una volta, in cui la strada e il paesaggio venivano visibilmente proiettati attorno all'auto, mentre le richieste di sospensione all'incredulità si fanno sempre più esose e insostenibili.
La facilità della grafica digitale porta spesso a indulgere in ridondanze inutili, nel tentare di ottenere qualche effetto sullo spettatore meramente mediante la tattica della cumulazione di bestie strane, faccende giganti varie, e in genere basandosi sul concetto "guardate, possiamo fare qualsiasi cosa, non è meraviglioso?", ecco: no, non lo è. Da una parte perché queste cose richiedono moderazione e dosaggio, dall'altra perché la computer graphics dà spesso una alienante sensazione di inconsistenza e di algida irrealtà. Siamo in una surrealtà cinematografica o in un videogioco della Playstation?
La creatura più spaventosa che si vede nell'arco del lungometraggio è infatti in definitiva il naso di Adrien Brody.
La quasi totalità della seconda parte si snoda attraverso una marea di scene d'azione inutili e snervanti. Frank Joe Jack Black (non ricordo il vero nome) interpreta un personaggio cinico, arrivista ed egoista, che nella seconda parte è praticamente monoespressivo: occhiata torva fissata su qualcosa o persa nel vuoto. Naomi Watts si cala nel ridicolo ruolo di una pervertita zoofila che si innamora di un gorilla di otto metri. E poi ti vengono a dire che le dimensioni non contano! È un peccato non ci siano scene più esplicite.
Adrien Brody è a sua volta un rincretinito innamorato di una ragazza da una mezz'oretta, ma già disposto a dare tutto il suo sangue per lei. Oltre a ciò, è uno scrittore di commediole che fa il supereroe nel tempo libero. Il finale interminabile sul Golgota dell'Empire State Building diventa un calvario, ma per lo spettatore
Film che parte bene, ma poi diventa stupido e prolisso, in concreto una marea di soldi sprecati – e tutto questo mentre i bambini del Biafra ancora non hanno una Playstation.

 

King Kong [Peter Jackson, 2005]: the horror of CGI boredom.

The film begins as a comedy, with a Frank Joe Jack Black, or whatever his name is, which preserves some flashes of his usual hilarity, then evolving into some kind of Heart of Darkness, after all explicity quoted in the movie, slowly building up a mysterious tension, until an island docking vaguley tasting of Arthur Gordon Pym.

So far, so good. From the sacrifice on, and since the appearance of the “star”, a vertiginous quality slope starts, you find yourself stuck in one of those modern cinematic nightmare in which they have enrolled an equipe of Playstation programmers to shoot the movie, which swings toward a mediocre Jurassic Park, technically a bit bad, with monsters and humans not so well amalgamated, running on different perspective planes, as if it was a computer era update of those old mythological movies made out of play dough, or of those automobile sequences of old, in which the road and the landscape were visibly projected around the car, while the suspension of disbelief requests are becoming increasingly exorbitant and untenable.

The ease of the computer graphics often leads to indulge into useless redundancy, in attempts to obtain some effects on the viewer merely through the tactic of accumulation of weird beasts, various giant things, and generally reveling on the “look at that! we can do whatever we want – isn't that wonderful?” concept. Listen: no, it's not. On one side because these things require moderation and calibration, on the other side because computer graphics often give an alienating feeling of volatility, inconsistency, and cold unreality. Are we in a cinematic surreality or in a Playstation videogame? The most frightening creature that you're going to see in the whole movie is ultimately Adrien Brody's nose. Almost the totality of the second part unwinds through a mass of worthless and exasperating action sequences. Frank Joe Black, I really can't remember his exact name, plays the role of a cynic, self serving, egotical character, which – in the second half – is pratically a monofaced guy: grim gaze focused on something or lost into nothing. Naomi Watts makes a fool of herself playing the part of a perverted zoophiliac falling in love with a 26 feet tall gorilla. And then they tell you that size doesn't matter! It's a pity that there's no explicit scene.

Adrien Brody in turn is a feeble-minded [a.k.a. idiot] that has fallen in love with a girl since half an hour but he's already ready to give all of his blood for her. Furthermore, he's a writer of mediocre playlets, which poses as superhero in his free time. The endless final sequence on the Golgotha of the Empire State Building is an ordeal, but for the spectator.

The movie starts okay, and then becomes silly and long-winded, factually a huge waste of money. And all this while the children of Biafra are still without a Playstation.

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Invasion of the Body Snatchers [1978]: cavolfiori dall'iperspazio

2 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema, #fantascienza

 

 

Trama.

Dei cavolfiori dallo spazio profondo sviluppano cloni di umani, allo scopo di rimpiazzare questi ultimi, mentre Donald Sutherland cerca di incastrare un ristorante sostenendo che un cappero trovato in cucina sia in realtà popò di topo.

L'invasione si diffonde molto velocemente.

 

 

Leonard Nimoy, a.k.a. Dr Spock , cerca di contenerla organizzando sessioni di terapia di coppia. Jeff Goldblum e sua moglie la combattono con bagni di fango. Mentre Brooke Adams opta per il preoccuparsi moltissimo e muovere le pupille in maniera inquietante.

Riuscirà il nostro manipolo di eroi a sconfiggere gli alieni?

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Il dottor Spock combatte gli alieni con la psicanalisi

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Brook Adams muove le pupille inquietantemente

Significato

 

Le relazioni umane sono diventate così alienate che noi stessi siamo alieni l'uno all'altro. Questo concetto è rappresentato letteralmente: gli alieni sostituiscono gli umani. Questi alieni sono freddi ed indifferenti. Sono l'oggettificazione fantascientifica dei concetti espressi dal Dr Spock ("entriamo ed usciamo dalle relazioni come se non significassero nulla"). All'invasione del distacco alieno è giustapposto e opposto il calore umano della coppia protagonista, formata da Sutherland e Adams, che verso la fine, in particolare, dichiara effusivamente le proprie inclinazioni sentimentali.
Ma la freddezza aliena incombe su di loro

 

 

 

Leonard regge il cappero

Leonard regge il cappero

Titolo italianoTerrore dallo spazio profondo
Anno1978
GenereFantascienza
RegistaPhilip Kaufman
Voto in asterischi o stelletteBellino!
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Il cielo sopra Piombino

13 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

Il cielo sopra Piombino

 

In post produzione il docu-letterario di Stefano Simone

Soggetto e Sceneggiatura di Gordiano Lupi

 

È in fase di post produzione il documentario letterario di Stefano Simone intitolato Il cielo sopra Piombino, basato su testi di Gordiano Lupi (alcuni originali, altri tratti da Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), musiche di Federico Botti, fotografie di Riccardo Marchionni, voce narrante di Federico Guerri.

Dargys Ciberio è l’unica attrice del film, rigorosamente non professionista, calata in un ruolo di muto Virgilio al femminile per accompagnare lo spettatore nel percorso poetico. La vera protagonista del film è Piombino.

Un documentario insolito, che si pone come punto di riferimento Pier Paolo Pasolini e i documentari poetici su Roma, Ostia, la periferia decadente, la spiaggia proletaria, i ragazzi di vita, l’alternarsi (in perfetto equilibrio) di bellezza e decadenza. Il cielo sopra Piombino - il titolo è un chiaro omaggio a Wim Wenders - prende per mano lo spettatore e lo porta a conoscere splendore e degrado, calette rocciose nascoste in anfratti di mare, ferrovie abbandonate, porto industriale e tombe etrusche, porticciolo mediceo, un vecchio stadio dove un tempo fu sconfitta la Roma, golfo di Baratti e altiforni spenti.

egista e sceneggiatore fanno pulsare l’anima di una cittadina industriale e marinara, riescono a far affiorare tra le pieghe delle immagini il tempo perduto di proustiana memoria. Un documentario non turistico, come molti ne sono stati fatti per illustrare la bellezza di una città di mare, ma letterario, scritto e girato per mostrare il vero volto di Piombino, cartina di tornasole di una provincia vitale, mai doma e abbandonata a se stessa. Un volto poetico e disperato, sognante e realista, ambizioso e decadente, languido e intrepido, memore del passato ma proteso verso il futuro. Gli autori sono convinti che dal contrasto nascano arte e letteratura, ma anche che la vita pulsi ogni giorno per strade di contraddizioni insolubili. La musica suggestiva e melodica di Federico Botti contribuisce a creare un clima di ricordi e sogni, un sottofondo di parole poetiche che introducono e chiudono una passeggiata nei luoghi più significativi di una provincia che non deve essere dimenticata. Il cielo sopra Piombino inaugura la sezione Fogliocinema, che proseguirà con il nuovo film di Roger Fratter e con una collana dedicata alla ristampa anastatica di tutte le opere del regista indipendente bresciano.

 

 

 

Le bocche di leone

 

Fare colazione con le bocche di leone, nome che ricorda una pianta di primavera e che in quest’angolo di Maremma indica un dolce da forno del passato. Ho scoperto che vendono ancora le bocche di leone in una panetteria del centro, in Piazza Gramsci, vicino all’orribile fontana in marmo disegnata da chissà quale artista che getta scrosci d’acqua in una pozza stagnante circondata da bambini. In alto ci sono ancora tre orologi disposti ad angolo, che ricordano il vecchio nome della piazza, prima della liberazione. Le bocche di leone sono le mie madeleines, meno nobili, certo, ma contengono un passato di bambino che fa colazione a scuola dopo aver scartato l’involucro giallastro e morde un dolce prelibato. Pasta reale modellata a forma di brioche, farcita di burro e panna, schizzata di alchermes, divisa in due, aperta come la bocca di un leone che sorride e mostra la dentatura. Alchermes fatto con acqua di rose, come ai tempi di Caterina de’ Medici alla corte di Francia, cannella, vaniglia, cocciniglia, cardamomo, chiodi di garofano, alcol e zucchero. Le mie bocche di leone hanno un sapore dolciastro e lieve, ricordano l’infanzia, morso dopo morso. Ti senti pervadere dal profumo del passato addentando la sostanza burrosa che si fonde con la pasta reale e il liquore rosso, rivedi la Pasticceria Pastori all’angolo del corso, dove si radunavano i ragazzi dopo la scuola per tirare tardi al pomeriggio, vasca dopo vasca. Ripensi a tua madre in un piccolo negozio Coop che non esiste più, alle prese con i conti da far tornare, mentre compra la merenda per scuola e ti dà un bacio quando oltrepassi il grande cancello in ferro battuto. Ritrovi un forno del centro dove una signora tastava pani da un chilo prima di servirli, incurante delle regole di igiene, come se li avesse dovuti mangiare lei. “Un bel pane cotto a legna per questo bimbo”, diceva. La bocca di leone veniva dopo, la incartava a parte, avendo cura di non far appiccicare il prezioso contenuto nella confezione.

Non hanno più il sapore d’un tempo le mie bocche di leone, proprio come i semi di zucca che ogni tanto provo a comprare, non sono gli stessi che vendevano al cinema Sempione prima del doppio spettacolo domenicale. Il tempo passa e i sapori cambiano, oppure siamo noi che cambiamo e cerchiamo le madeleines della nostra vita per fermare il tempo, sapori e odori che non torneranno, ricordi confusi nella memoria, sogni di bambino. E allora addento quella pasta dolciastra acquistata nella panetteria di Piazza Gramsci, gusto lo sciroppo rossastro confuso tra panna, burro e pasta reale, trovo un sapore amaro che non ricordavo, un sapore strano, come di tempo che scorre tra le dita come sabbia e non lo puoi fermare, un sapore di rimpianto.

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Niko Parente, "Ciak, si spara"

10 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

Nico Parente

Ciak, si spara

euro 9,90 – pag.160

NPE – edizioninpe.it

 

Nico Parente è un saggista cinematografico che conosco molto bene per aver pubblicato - con Il Foglio Letterario - L’esorcista e Mare blu morte bianca, due opere agili e informative, la prima sul famoso film di William Friedkin, la seconda sul fenomeno del cinema degli squali, apocrifi italiani compresi. Non solo. Parente è stato indispensabile anche per completare la corposa Storia del Cinema Horror Italiano in cinque volumi, perché il suo contributo alla parte sui giovani cineasti italiani (quinto volume) è fondamentale. Adesso lo scopro alla corte di Nicola Pesce, giovane e valente editore che fa cose egregie nel campo del fumetto (Jacovitti, Battaglia, Matteucci e chi più ne ha più ne metta) ma che non conoscevo come cultore di cinema.

La prefazione è niente meno che del mio amico perduto Fabio Giovannini - perduto nel senso proustiano del termine, sono anni che non lo vedo e che non lo sento - vero esperto del cinema italiano (e non solo!), un autore dal quale tutti noi piccoli autori abbiamo imparato qualcosa. Il libro parte in quarta con la materia viva, da Romanzo criminale a Gomorra e Suburra, analizzando – come dice il sottotitolo - il crimine italiano sul grande e piccolo schermo. Vi confesso di non nutrire alcuna passione per Gomorra (il pessimo non romanzo di Saviano o la serie televisiva di Garrone non fa differenza), ancor meno per il pasticciato Suburra, ma di amare visceralmente il cinema di Caligari e il suo canto del cigno Non essere cattivo. Purtroppo Parente non ne parla, ma mi consolo con la Uno Bianca di Michele Soavi, passato in TV ai tempi dei veri sceneggiati, di cui sono stato un fan sfegatato.

In ogni caso Parente ci conferma che i generi - come ai tempi del noir alla di Leo e del poliziottesco - siano cinematografici, politici o letterari - possono aiutare a riflettere sulla politica, sulla realtà, sulle condizioni sociali di un’epoca. E anche se in merito a Gomorra chi scrive ha un pensiero diametralmente opposto a quello di Parente, ritengo utile una pubblicazione che affronta temi e problemi messi in evidenza da Uno Bianca, Romanzo Criminale (film e serie), Gomorra (idem), Vallanzasca, Faccia d’angelo e Suburra.

Edizione spartana, con il merito di un costo abbordabile, a imitazione Newton & Compton (mica c’è niente di male), molte foto in bianco e nero, un’intervista finale a Stefano Sollima. Un libro commerciale, visti i tempi, ma corretto. (Gordiano Lupi)

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Anthropoid

17 Febbraio 2017 , Scritto da Simone Giusti Con tag #simone giusti, #cinema

 

 

Anthropoid

Un film di Sean Ellis. Con Jamie Dornan, Cillian Murphy, Harry Lloyd, Toby Jones, Charlotte Lebon. Storico. Gran Bretagna, Francia, Repubblica ceca 2016.

Official Trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=blAKCJcXC5c

 

 

Mi metto a cercare su Netflix. Cerco un bel film. Sfogliando mi fermo su Anthropoid. La locandina è intrigante. Non ci penso, lascio che sia l’istinto ad agire per me e clicco su play.

Già dai primi secondi capisco che è un film di spessore. Già da quei primi secondi dei titoli di testa a metà tra un documentario e un film mi arriva una botta in gola. Una di quelle che ti costringe a deglutire. E poi arrivano le prime inquadrature. Colore freddo, camera mossa ma non fastidiosa; un senso d’angoscia mi pervade e devo per forza continuare.

È così che è iniziata la visione di questo film che racconta un episodio drammatico e crudele (come tutti gli episodi) della Seconda guerra mondiale. Due paracadutisti cecoslovacchi esiliati arrivano su suolo ceco occupato dai Nazisti con un ordine ben preciso: assassinare il numero tre del Reich, il temuto Reinhard Heydrich. I due si muovono in una Praga magnificamente ricostruita, strisciano in un sottosuolo di spie e collaborazionisti; c’è anche tempo per un paio di storie d’amore. Ma non è il solito film. Quel senso d’angoscia che mi ha pervaso sin dall’inizio rimane. Perché questo film non racconta di atti eroici né di patriottismo, non racconta di ideali o di libertà, non racconta niente di tutto ciò che i film di guerra a cui siamo abituati hanno raccontato finora. Questo film ti disorienta. In questo film non si capisce chi è il bene e chi il male. Sì, lo so, sarebbe ovvio individuare il male nei nazisti, e in effetti è così. Ma questo è un film che non ti risparmia dai tremori e dalle crisi di chi è costretto a puntare la pistola su di un uomo per poi sparare, non ti risparmia dai sensi di colpa di chi sa di fare la cosa giusta (perché è Londra che lo comanda, perché Heydrich è un dannato macellaio, perché gli alleati sono quelli buoni che ti vogliono liberare), eppure i sensi di colpa ci sono, perché sai che uccidendo Heydrich metterai la tua firma sull’eccidio di altre decine, centinaia e addirittura migliaia di persone. I sensi colpa vengono ai protagonisti perché sanno che quell’azione di guerriglia che Londra ha comandato sarà un atto di autolesionismo spinto agli estremi. Ma quei sensi di colpa non vengono solo a loro, il film è fatto così bene che vengono anche a te che te ne stai sul divano in un paese in pace, in un paese libero, in un paese civile.

E così, mentre la prima parte del film più lenta e d’angosciosa attesa (ma anche di sottile speranza) lascia il posto alla seconda in cui la violenza si sprigiona come da una bolla di rabbia, idiozia e odio, mentre i mitra iniziano a gracchiare, e le pistole, e le bombe, mentre succede tutto questo, tu inizi a sentirti in trappola come i protagonisti di questa storia. Senti su di te tutto il peso delle pasticche di cianuro spaccate tra i denti come mentine e delle ultime pallottole lasciate per se stessi perché non c’è vita dopo la cattura. Senti su di te una successione di decisioni stupide, ottuse e mascherate da ideale con cui tutta quella gente si è auto-assassinata, in cui ha ceduto a quella spirale della morte che si chiama guerra. Con tutto quel macigno addosso che ti soffoca e ti disgusta, ecco che di colpo riconsideri tutti i tuoi valori. Riconsideri tutto ciò che ti hanno insegnato. L’eroismo, il sacrificio, l’ideale. E ti accorgi che non sono altro che idee non tue che qualcun altro ti ha ficcato nel cervello fin da bambino. E allora capisci perché tutto questo è accaduto, era accaduto prima e accade tuttora. Capisci che accade perché la gente dimentica se stessa per abbracciare ideali che non sono suoi, e così poi va a finire che la gente si odia, che la gente si vede diversa e la diversità fa paura.

Il film si chiude con una sequenza di inquadrature magistrali. Sono la concretizzazione della metafora raccontata fin dall’inizio. Si chiude con un colpo nel petto che ti lascia turbato e con la testa intasata da mille pensieri, tanto che devi per forza metterti alla tastiera e scrivere questa cosa qui.

Ottima sceneggiatura. Ottima regia. Attori più che convincenti; veri. Ottima fotografia.

Anthropoid era il nome in codice dell’operazione per assassinare Reinhard Heydrich. Non penso che potessero farci un film migliore.

 

 

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Mario Gerosa, "Anton Giulio Mayano - Il regista dei due mondi"

10 Febbraio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

Mario Gerosa
Anton Giulio Mayano – Il regista dei due mondi

Falsopiano – Pag. 300 – Euro 20

Sono molti i personaggi del mondo cinematografico e televisivo che ancora attendono una rivisitazione storico - critica, ma uno davvero importante e dimenticato era Anton Giulio Majano, autore colto e brillante che tanto ha contribuito a diffondere l’uso della televisione nelle nostre case e che ha fatto conoscere - più di tanti polverosi accademici - la letteratura al nostro popolo. Bene ha fatto Mario Gerosa - che conosciamo per aver letto e apprezzato i forbiti saggi su Terence Young, Roger Vadim, James Bond, Ernest B. Schoedsack -, a riportare l’attenzione sul re degli sceneggiati, un uomo che dai contemporanei veniva disprezzato e definito in maniera irridente come autore delle solite majanate. Per fortuna certi critici dallo sguardo miope sono morti dimenticati, mentre l’autore delle majanate - che hanno contribuito ad alfabetizzare l’Italia - oggi viene celebrato come meritevole di essere studiato e analizzato con attenzione certosina. Ecco, il libro di Gerosa, se mai qualcuno pensasse di organizzare un seminario su Majano o un corso di specializzazione sullo sceneggiato in Italia all’interno di una scuola di cinema, sarebbe un testo perfetto. Perché c’è proprio tutto. Il cinema vede Majano regista di un pugno di pellicole, tra queste spicca la mia preferita Seddok (l’erede di Satana) del 1960, di cui ho parlato nella Storia del cinema horror italiano, volume uno. La televisione è il mezzo per eccellenza con cui si esprime Majano, dal 1954 al 1986, regalandoci opere indimenticabili come Piccole donne, Capitan Fracassa, L’isola del tesoro, Delitto e castigo, La cittadella, Il tenente Sheridan (riprendendo la serie ufficiale di Mario Landi - un altro grande! - per il primo spin-off a tema donne), Davide Copperfield, La fiera delle vanità, La freccia nera (il lancio di Loretta Goggi!), … E le stelle stanno a guardare, Marco Visconti, Castigo, fino al canto del cigno con l’onirico Strada senza uscita. Se la televisione ha fatto cultura lo dobbiamo anche a lui, in tempi cupi come i nostri che tanto fanno sentire la mancanza di simili intelligenze - forse ci è rimasto soltanto Pupi Avati - capaci di usare parole che sembrano antitetiche (ma non lo sono!) come genere e cultura, popolare e letterario. Majano ha lavorato con grandi attori come Alberto Lupo (il medico della Cittadella), Orso Maria Guerrini, Anna Maria Guarnieri, Eleonora Giorgi, Mario Maranzana, Lea Padovani, Grazia Maria Spina, Ubaldo Lay, Giuliana Loyodice, Mita Medici, Roberto Chevalier, Marcello Giannini, Ilaria Occhini, Giuseppe Pambieri … l’elenco sarebbe interminabile. Collaboratori fidati come Riz Ortolani e Sandro Tuminelli, sceneggiature rigorose e rispettose dell’apparato letterario, hanno contribuito a fare cultura nelle case di un’Italia da ricostruire. Non è azzardato affermare che molti italiani conoscono Dostoevskij, Dickens, Stevenson e Cronin (per tacer degli altri) soltanto grazie ai suoi sceneggiati. Non è mica poco. Il solo difetto del libro di Gerosa è il prezzo - ma non è colpa dell’autore - perché 20 euro per trecento pagine stampate su carta bianca uso mano e copertina flessibile senza risvolti è troppo. La colpa è di un’Italia che legge poco e gli editori commerciali devono pur difendersi con basse tirature e alti prezzi, se vogliono sopravvivere.

 

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

 

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"Fuoco e fumo" di Stefano Simone

6 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

Titolo: Fuoco e fumo. Origine: Italia. Anno: 2017. Durata: 86’. Genere: Noir. Produzione: Indiemovie con la collaborazione dell’ I.T.E. Toniolo di Manfredonia. Regia: Stefano Simone. Interpreti: Gianmarco Carbone, Désirée Manzella, Michele Renzullo, Antonio Rignanese, Marco Trotta, Luca Nobile, Melissa Salvemini, Enzo Misuriello, Luca Ferrandino, Giorgia Croce, Luca Ciuffreda, Matteo Perillo, Filippo Totaro, Siponta De Leo, Ciro Salvemini, Pellegrino Iannelli. Soggetto e Sceneggiatura: Matteo Simone. Consulenza alla sceneggiatura: Simone Giusti e Gordiano Lupi. Musiche: Luca Auriemma. Effetti speciali: Mariangela Spagnuolo. Fonico: Daniel Leporace. Aiuto regista: Marco Caputo.

Stefano Simone si confronta con il bullismo giovanile, tema impegnativo e di grande attualità, ma a rischio retorica per un film e difficile da ingabbiare nelle maglie di una storia che risente del suo limite di produzione scolastica. Il titolo del film è estrapolato da un aforisma di Disraeli: il coraggio è fuoco e il bullismo è fumo, senza dimenticare che è il fuoco che ci riscalda e non il suo fumo (T. Merton). L’ambientazione è pugliese, a Manfredonia, tra scuola, centro storico, lungomare e periferia degradata, ripresa con stile pasoliniano. Gli interpreti sono quasi tutti dilettanti, in gran parte studenti dell’Istituto Tecnico Toniolo, ma se la cavano bene, vista la giovane età e l’assoluta mancanza di esperienza. Alcuni ruoli adulti spiccano per una maggiore professionalità, soprattutto Filippo Totaro, nella fiction docente di matematica, che ricordiamo brillante coprotagonista de Gli scacchi della vita. La sceneggiatura racconta un anno scolastico difficile, inaugurato da un discorso del preside e da una successivo preambolo del professore (entrambi troppo lunghi e didascalici nell’economia del film), per poi entrare nel vivo della storia. In breve la trama, senza raccontare troppi dettagli per non rovinare il piacere della visione. Un gruppo di bulli tormenta un ragazzino omosessuale e una coppia etero, tra loro molto amici, fino al prevedibile evento drammatico che fa scoppiare il caso giudiziario in ambiente scolastico. Il protagonista della storia trova il coraggio di ribellarsi ai bulli in una sequenza che anticipa un ottimo finale, non certo rassicurante ma realistico, con nuovi bulli all’orizzonte e altri pericoli dai quali difendersi. La lotta è ancora lunga…

Stefano Simone stigmatizza la violenza e il bullismo all’interno della società contemporanea, impostando un condivisibile discorso sociale, che comprende l’accettazione della diversità e la lotta per affermare valori basilari per un corretto vivere civile. Certo, sarebbe stata una scelta migliore far scaturire le considerazioni dagli eventi, dai fatti, dalle azioni. Il film, invece, opta per un racconto piano e lineare, a base di dialoghi tra ragazzi, spesso non realistici, lontani mille miglia dal vero gergo giovanile. La sceneggiatura è prevedibile, ma alcuni colpi di scena riescono a ravvivarla, così come le parti di pura azione rappresentano i momenti migliori del film: inseguimenti, pestaggi e scorribande notturne dei bulli che sfasciano negozi, tormentano prostitute e rubano in chiesa. Ottima la fotografia notturna, dal verde al giallo ocra che tanto ricorda il noir di Sollima, per passare al tono di fondo luminoso e gelido che immortala un cielo plumbeo e un mare poco rassicurante. Bene le riprese in soggettiva, convulse e dinamiche, realizzate con la macchina a mano, rese ancora più potenti da un montaggio rapido e sincopato. Il regista avrebbe dovuto puntare di più sulle parti di pura azione, per le quali pare molto dotato, sulle sequenze da noir metropolitano, riducendo al minimo i dialoghi tra adolescenti e gli interventi narrativi degli adulti, che stonano nel contesto giovanile. Musica sintetica in perfetta sintonia con le sequenze più dure e riuscite, che riesce a drammatizzare bene gli eventi narrati, rendendoli più intensi e angosciosi. Interessante l’uso del flashback e dei ricordi onirici, soprattutto per costruire il personaggio del ragazzino omosessuale e per giustificare il suicidio dopo una terribile sequenza di pestaggio resa con crudo realismo. Simone cita il cinema western con la sfida finale tra il protagonista e i bulli, sotto il sole di una periferia degradata, realizzando un mix ben strutturato che ricorda analoghe rese dei conti che abbiamo apprezzato nel cinema nero di Fernando di Leo.

Fuoco e fumo è cinema realistico, a metà strada tra il noir metropolitano e il romanzo di formazione. Difficile paragonarlo ai lavori precedenti di Stefano Simone, perché rispetto a Gli scacchi della vita - puro cinema fantastico - siamo su un piano narrativo del tutto diverso. Si apprezza lo stile del regista, nota positiva che delinea una certa continuità narrativa e una crescita da un punto di vista tecnico, ma si nota pure la mancanza di una solida sceneggiatura che avrebbe dato più forza alla pellicola. Un lavoro apprezzabile, interessante a livello sociale, un passo in avanti per il regista che si confronta con una complessa direzione degli attori e riesce a far recitare in maniera sufficiente un gruppo di giovani interpreti privi di esperienza. Restiamo in attesa di vedere Stefano Simone all’opera con un vero noir metropolitano, scritto senza fronzoli e dialoghi, cucito su misura per mettere in evidenza le sue doti narrative.

"Fuoco e fumo" di Stefano Simone
"Fuoco e fumo" di Stefano Simone"Fuoco e fumo" di Stefano Simone
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Il mio amico Tonino Valerii di Ernesto Gastaldi

15 Ottobre 2016 , Scritto da Ernesto Gastaldi Con tag #cinema

Il mio amico Tonino Valerii di Ernesto Gastaldi

Il mio amico Tonino Valerii

di Ernesto Gastaldi

Tonino Valerii, il più caro amico che ho avuto nel mondo del cinema. L’ho conosciuto nell’ottobre del 1955 al Centro Sperimentale di Cinematografia, eravamo entrambi stati ammessi al primo corso di regia e sceneggiatura. Era pallido, magro, con occhi celesti, appassionato ai grandi autori cinematografici da Dreyer a Lubitsch e agli allora contemporanei Bergman, Visconti, Rossellini, DeSica e ai crescenti Fellini e Antonioni con il loro carico d’arte e di psicoanalisi, ma destinato invece a diventare uno dei più grandi registi del western italiano.

Dal 1955 al 1957 io e Tonino e gli altri nostri compagni vivemmo due anni pieni di eccitazione e di speranze sotto la guida di un grande come Alessandro Blasetti e di un bravo autore come Giorgio Prosperi, ma anche con una borsa di studio e un pasto gratuito in mensa.

Finita la scuola, gettati per strada, dovemmo cercare ognuno la nostra via. Per me furono anni di fame, per Tonino no, il padre gli pagava una pensione pasti inclusi e così la domenica mi invitava per un vero pasto completo, con la padrona di casa, la sora Giggia, che mi si metteva dietro la sedia a mani giunte, esclamando incredula “ma quanto magni fijo bello”: mangiavo per tutta la settimana a venire.

Poi io e Tonino cominciammo a ingranare: qualche soggetto venduto, le prime sceneggiature per filmetti commerciali modesti, lavori condivisi, sceneggiature scritte in una notte in un continuo zampillare di battute esilaranti e canzoncine di accompagno mentre le nostri giovani mogli (eh sì, c’eravamo sposati entrambi) ci portavano dozzine di caffè.

Poi io diressi il mio primo film, Libido, e lui seguì col suo primo western, Per il gusto di uccidere. Ormai la nostra strada era professionalmente segnata: io avrei scritto dozzine di thriller e lui diretto capolavori western.

Io affittai un attico in via Nemorense 39 da Ettore Scola e Tonino venne ad abitare al 31, io comprai un bicamere al Circeo in un villino e lui comprò l’appartamento accanto.

Un'amicizia che diventò simbiosi di due famiglie e che, come frutti eccellenti, partorì I giorni dell'Ira, Una ragione per vivere e una per morire, Il prezzo del potere e Il mio nome è Nessuno.

Tonino era un abruzzese buongustaio e io un piemontese amante del buon vino, entrambi montanari, però lui era anche un grande cuoco e spesso nelle estati circeiane scendeva nel giardino con un pacco di spaghetti sotto il braccio per farci dei sughi clamorosi.

In età già avanzata, costretto a una dieta per il diabete, mi raccontava di sognare spesso di alzarsi dal letto coniugale per infilarsi in una garçonnière... per cucinarsi un colossale piatto di spaghetti all'amatriciana!

Gli regalai una targa Er mejo cuoco der monno è il reggista Valer seconno. Valer Secondo perché teneva molto alle due i del suo cognome VALERII.

Tonino non amava che andassi sul set mentre girava, forse una forma di timidezza perché lo chiamavano maestro, del resto in quel periodo d'oro per il nostro cinema commerciale io non avevo molto tempo per andare sui set dei film che scrivevo al ritmo di mezza dozzina all'anno.

Nella vita il caso gioca una parte importante e anche nelle carriere dei registi si diverte a fare la sua parte: I giorni dell'Ira nacque come un piccolo film, coproduzione con la Germania, produzione degli indimenticabili fratelli Sansone: era la storia di un ragazzino che si metteva a servizio di uno spietato pistolero e alla fine uccideva il suo maestro obbedendo alle regole che gli aveva insegnato.
Si partiva da un soggettino scritto da un amico biellese, Renzo Genta, e la sceneggiatura scritta a quattro mani con Tonino divenne una storia appassionante che interessò l'allora grande divo Giuliano Gemma che ragazzino non era più, ma si adattò a ritornarlo e lo spietato pistolero ci arrivò da Sergio Leone con il volto meraviglioso di Lee Van Cleef.

Con questo cast non era più un filmetto ma un filmone però il regista rimase il quasi esordiente Tonino. E fu subito gloria di incassi e di vendite in ogni Paese del mondo. Il destino western di Tonino era segnato e quando Sergio Leone per Il mio Nome è Nessuno licenziò il regista Michele Lupo per una incomprensione sulla sceneggiatura, io feci a Sergio il nome di Tonino che gli aveva fatto da aiuto nel film Per qualche dollaro in più. “Cotto e mangiato” come usava dire all'epoca e il grande Tonino si trovò a dirigere Henry Fonda nelle pianure americane. Un impegno tremendo, sapendo che a Roma Sergio Leone guardava i giornalieri, ossia le scene che Tonino stava girando negli States. Henry Fonda si rese conto del carico che gravava sulle spalle di Tonino che aveva qualche problema a dirgli di ripetere una scena non riuscita bene, lo prese in disparte e gli disse che doveva trattarlo come l'ultima delle comparse e liberarsi dal timore reverenziale, sia nei suoi confronti che in quelli di Sergio. Grande Henry!
Io seguivo l'andamento delle riprese dal mare, mi ero comprato un barca a vela e ricevevo spesso radiotelefonate da Sergio su dettagli del copione via via che Tonino girava le scene.

Il film stava crescendo e si capiva che era un capolavoro nel suo genere. Riuscì tanto bene che in una conversazione telefonica di Leone con Spielberg questi gli disse che il suo più bel film era... Il mio nome è nessuno! Da quel momento Sergio cominciò a lasciare intendere che effettivamente ci aveva messo lo zampino: questo fece soffrire moltissimo l'amico Tonino che aveva permesso a Sergio di girare un paio di scene in Spagna perché il film era in ritardo, si trattava di due scenette minori e neppure delle meglio riuscite.
Ormai Tonino Valerii non aveva messo solo Beauregard nei libri di Storia ma anche il proprio nome in quelli del cinema mondiale.

Scherzando, spesso ci dicevamo che non esistono storie a lieto fine perché se si continuano si scoprirà che il Principe Azzurro muore di cancro alla prostata e la Bella Principessa di Alzheimer quindi il trucco sta nello smettere di raccontare al momento giusto. Purtroppo nella vita non si può fermare il tempo e tutto arriva alla fine.

Così il 13 0ttobre 2016 è morto il mio più grande amico nel mondo del cinema, il grande regista TONINO VALERII. Lui era nato a maggio del 1934, io a settembre. I funerali si terranno il giorno 15 nella cappella della Sacra Famiglia in largo Respighi Ottorino 6, zona Camilluccia (evitate l’omonimia con Ciampino...).
Abbiamo condiviso un lungo tratto di vita, dai venti agli 80 anni e abbiamo lavorato insieme a molti film, ma per quel che più conta è stata la salda calda amicizia. Quando finiva di girare un film e cercava il prossimo ero solito a incitarlo ridendo: Corri,Tonino, corri!, ora mi è corso avanti, presto conto di raggiungerlo.

Ernesto Gastaldi



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